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L’antipatica » Frammenti

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23 Novembre 2008

Il tempo


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Il tempo è un bene prezioso. Ed al contempo inquinato al pari dell’aqua e dell’aria, permeato dal sapore acre del dovere e della necessità.
Il tempo, quello leggero come l’ossigeno e cristallino al pari di una fonte, è una rarità da custodire gelosamente. E’ un segreto. Provate e dire a qualcuno - un parente, un’amico, un genitore - di avere qualche ora solo per voi, da dedicare ad attività che nutrono lo spirito e vi fanno rflettere, sorridere, rinascere; ciascuno vi farà una proposta, troverà un’alternativa, tenterà di sedurvi con attività che sanno di bruciato se paragonate alla vostra originaria ambizione.

Il tempo per guardarsi attorno, per vivere anziché correre in mezzo alla vita. Il sole che sorge e poi tramonta, giorno dopo giorno lasciandoci la netta sensazione del suo trascorrere, del suo flusso cadenzato e non liscio. Il tempo che non è olio, che non scivola via lasciandoci solo pochi, sparsi istanti di consapevolezza. Il tempo che è fluido vischioso, attritico, del quale non si spreca neppure un attimo.

Uno spreco di tempo. Lo è passare una giornata sdraiati al sole, immersi nei propri pensieri? Lo è restare davanti ad un quadro, ammutoliti, ricostruendo con l’immaginazione l’esatto momento in cui il pittore ha dato vita a quella particolare, piccola pennellata che nessun’altro ha notato? Oppure lo è il lasciarsi travolgere dagli impegni, incollare gli occhi alle lancette dell’orologio e tarare i battiti del cuore sul ritmo dell’incessante tic-tac, come facevano gli schiavi sui galeoni, remando al tetro suono dei tamburi?

La vera realtà, spesso, è appena un passo oltre, al di là di un velo. Solo un passo.

24 Giugno 2008

Indice racconti e fantiction


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Mi sono resa conto che trovare post di racconto qui sul blog è un’impresa quasi impossibile. Cerchiamo, allora, di mettere un po’ d’ordine :)

 

 ———–   ANITAVERSE ———–

 * Questione di prospettiva.
Riscrittura dei capitoli 38 e 39 de “Il ballo della morte”, questa volta descritti e vissuti attraverso gli occhi e i sentimenti di Jean claude.
-> Leggi la fanfiction

 

* La notte del vampiro.
Una serie di efferati omicidi coinvolgono Anita in prima persona e la sterminatrice, suo malgrado, si trova costretta a chiedere l’aiuto dell’avvenente Jean-Claude.
Nessuno spoiler sui libri della saga.

leggi il capitolo 1 - Sangue e cioccolata

leggi il capitolo 2 - Imprevisti al Guilty Pleasures

leggi il capitolo 3 - Ice rink star

leggi il capitolo 4 - L’interrogatorio

continua…

 

* Quasi stata baciata
Fanfiction scritta con Miraphora.
Questa fan fiction è un esperimento di scrittura a quattro mani, abbiamo deciso il tema e successivamente la divisione dei due personaggi. Siccome abbiamo due stili completamente diversi, Verdiana elegante ed accurata e Miraphora ironico e schietto, la decisione è stata semplice: Jean-Claude a Verdiana, Anita a Miraphora. Speriamo di aver catturato i personaggi al meglio, e speriamo che anche voi vi divertirete a leggerla come noi ci siamo divertite a scriverla!
-> Leggi la fanfiction

 

 ———–   FANTASY  ———–

* L’apprendista e l’assassino.

Più che un racconto un passo a due, scritto per divertirsi e per sperimentare. Per giocare. Una nobile elfa che cerca vendetta, un assassino dall’insospettabile passato, indecisioni, liti, due personalità accese che si scontrano e pegni d’amore macchiati di sangue.

leggi la parte prima

leggi la parte seconda

leggi la parte terza

leggi la parte quarta

leggi la parte quinta

e manca poco alla fine…

 

* Sotto la luce della luna

Salvare qualcuno che non lo desidera è più complesso di quanto si potrebbe immaginare, ma non si tratta che della scintilla iniziale, quella che congiungerà i destini di una maga tornata alla luce e dell’arrogante portatore che deve difendere. Le vicende dei personaggi si dipanano sullo sfondo di una vera e propria caccia alle streghe, dove pericolo e potere vanno ad intrecciarsi indissolubilmente.
Altro passo a due, che avrebbe bisogno di tempo per essere ricondotto in una forma tradizionale.

leggi la parte prima

leggi la parte seconda

leggi la parte terza

leggi la parte quarta

leggi la parte quinta

Continua…

 

 ———–   ALTRI RACCONTI, FANTASY E NON ———–

* Frammenti
Schegge di specchio bagnate dalla pioggia. Finestre sul mondo, sui mondi, sull’autrice, su di noi, in un caleidoscopio di arcobaleni rifratti che ne impreziosiscono i riflessi.
-> leggi la raccolta

 

 

Questa bellissima quarta di copertina è stata scritta da André. Non avrei potuto sperare in una presentazione migliore per la mia raccolta di scarabocchi :)

15 Ottobre 2007

Il trillo del cellulare


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Mi ha chiamata.
Ero a lavoro ed avevo appena attaccato il telefono dopo una chiacchierata con André, Ileana era andata via da poco ed ero abbastanza tranquilla.
Mi ha chiamata e sul momento sono riuscita a mantenere un certo distacco. Certo, ero contenta di sentirlo, come lo sarei di parlare con un qualsiasi amico. Poi è sbottato, aprendo un varco in quelle sue difese insormontabili, mi ha parlato di cosa stava accadendo, di come si sentiva. Non è stato di molte parole, solo una o due frasi giunte quando già la conversazione stava terminando.
Mi ha chiamata e mi è mancato il fiato.
Mi ha parlato e avrei voluto ascoltare tutto ciò che aveva da dire, in silenzio, restando lì, semplicemente presente.
Mi ha mostrato un frammento di sé ed il sole mi è parso più caldo.
Persino il caso ha avuto rispetto, deviando tutti dalla bolla di sapone nella quale mi trovavo, proteggendomi fino al fatidico clik di comunicazione interrotta. E poi il caos, con il telefono che ha ripreso a squillare ed i clienti che cercavano di passare l’uno davanti all’altro. Ma prima c’èra stato il silenzio ed il mio cuore ha sorriso.

Poi ti ho mandato un sms: “ti voglio bene.” Quanto abbiamo abusato di questo termine negli anni passati?
Posso davvero esserti amica.
Una buona amica.
E la tua risposta mi ha colta completamente alla sprovvista.

10 Ottobre 2007

Donne: contro cultura


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1. INTRODUZIONE

1.1 Una cultura minoritaria?

Quando la donna, che noi chiamiamo abala
(ovvero “senza forza”, “debole”),
diviene sabala
(ovvero “provvisto di forza”, “forte”),
tutti coloro che sono indifesi avranno il potere.

Mahatma Gandhi, 1936
Conferenza Indiana della Donna

 

Parlare di cultura coincide, più spesso di quanto sarebbe auspicabile, con l’analisi di una semiosfera che pone al proprio centro un insieme di virtù e di valori fortemente connessi con il sema maschile. Quanto detto risulta ancora più evidente in riferimento a culture fortemente orientate secondo dettami di natura religiosa.
Quello femminile sembra essere il più numeroso gruppo di minoranza del pianeta.
Seppure la discriminazione avvenga a differenti livelli di profondità in dipendenza della macrocultura di riferimento, e nonostante la diversità delle questioni concrete, pare impossibile non considerare dato rilevante l’universalità della problematica. Se in occidente le principali posizioni sociali ed economiche sembrano di fatto riservate a soggetti di sesso maschile, in oriente la situazione assume sfumature più complesse ed il campo della discriminazione si estende fino ai diritti fondamentali del genere umano.
Possiamo proseguire sottolineando come nessuna delle grandi religioni del nostro tempo abbia dimostrato nei confronti della donna una disponibilità tale da consentire una definizione di individuo svincolata dal gender.
In India le leggi sacre dell’induismo non prevedono altra possibilità d’esistenza se non quella legata ad un uomo, comportando corollari di non scarsa rilevanza: rifiutare alle donne una vita autonoma equivale a negarne le capacità di costruzione e contrattazione dell’identità, quasi a renderle significanti senza significato. A riprova di una concezione quanto meno strumentale occorre accennare al costume, largamente diffuso, degli aborti selettivi, reso possibile dalla tecnica dell’amniocentesi. Possiamo considerarlo una pratica modernizzata degli omicidi di bambine già eseguiti in tempi passati e che hanno reso l’India uno dei pochissimi paesi del mondo con una percentuale di popolazione maschile in eccesso rispetto a quella femminile.
Considerando le donne come gruppo impropriamente minoritario possiamo collocare la situazione indiana un passo oltre la definizione puntuale di infanticidio, attribuendole i connotati propri dei genocidi. Legato ad una dimensione temporale che rimanda ad una maggiore continuità, il genocidio viene oggi considerato sterminio perpetrato ai danni di un intero gruppo sociale, etnico o religioso, definizione già di per se stessa bastante ai nostri fini, ma che non impedisce di proporre in questa sede un’ulteriore allargamento del significato, fino a comprendere anche omicidi massificati relativi al genere. A supporto di una tesi che potrebbe apparire apocalittica vi sono dati statistici relativi al crescente numero di morti violente aventi come protagoniste le donne e, non meno importanti, resoconti sull’elevato numero di suicidi femminili registrato.
Laddove l’occidente tende ad esaltare una concezione ego-centrica della persona, nel mondo perdurano microcosmi nei quali il singolo rinuncia a parte della propria individualità per costruire reti relazionali di tipo più complesso. Si tratta di meccanismi piuttosto diffusi e presenti anche nella storia europea, eppure limitarsi ad una tale osservazione eleva ad oggetto di studio solo una parte della questione, evitando di rendere giusta rilevanza alle anomalie del sistema.
Appoggiamoci ad un concetto di cultura definita come entità complessa generata dalla collettività e, per tale ragione, impossibile da controllare per volontà del singolo: arriveremo alla conclusione che essa sfugge agli stessi assetti comunitari poiché una forma democratica autentica è attualmente irrealizzabile. Chi, dunque, orienta la cultura e perché? La risposta non può che tenere conto delle componenti sociali costitutive dei vertici dello Stato.
In conclusione è d’obbligo domandarsi se a fronte di problematiche riducibili ad un denominatore comune si possa riconoscere l’esistenza di una semiosfera femminile, unitaria seppure di tipo trasversale e differentemente orientata rispetto a quella maschile. Altro interrogativo spinge a chiedersi se la cultura femminile possa essere altro che laica, contemplando una sfera spirituale fortemente marginalizzata e legata alla territorialità, e in relazione conflittuale in quanto non più unico assetto valoriale di riferimento.
In questo prospettiva la semiosfera si spoglia della sua apparente placidità per trasformarsi in magma incandescente, terreno di contrattazione e di scontro: dallo studio sincronico siamo giunti alla diacronia.

17 Settembre 2007

…e dopo


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Poi mi hai chiamato, e la tua voce bassa ed un po’ affaticata mi ha stretto il cuore. Non ti avevo mai sentito così triste. Mi spiace tanto… :(
Ma se non mi richiami ti stendo comunque, è chiaro? è_é

15 Maggio 2007

B.V.A.


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V. lo aspettava fuori dal teatro. Faceva finta di essersi trattenuta solo per caso, per chiamare alcuni amici e rispondere ai messaggi di altri: una scusa banale ma efficace per allungare il tragitto che l’avrebbe portata fino alla fermata del pullman e poi a casa.
Stava per comporre il secondo numero quando qualcuno le si avvicinò, salutandola con un sorriso nervoso. Era B.
B. è una ragazza dai grandi occhi grigi, spettinata di vitalità e con quel certo non-so-che capace di renderla simpatica a tutti. Ha diciassette anni e le emozioni sincere di un’adolescente alle prese con i primi batticuori. Le due si erano già incontrate in precedenza, ma sempre ruotando attorno alla stessa persona: un attore. Brutta razza. Inaffidabili, sempre in giro, con tanta passione per la notorietà e poca per l’Arte, quella vera, con la A maiuscola e le nottate insonni trascorse davanti ad un copione. Scoprire l’esistenza di piacevoli eccezioni era stata una sorpresa.
V. lavorava nel teatro in cui lui si esibiva e del quale, per ovvia ragione, B. era diventata da qualche tempo una spettatrice affezionata.
Si piacevano, credo, o se non altro V. provava per la prima volta la strana sensazione di specchiarsi in una se stessa di sette anni prima. Cosa sono sette anni? Nulla, solo una breve pagina del diario della vita, un intermezzo, un amo che il destino ci ha lanciato ed al quale abbiamo abboccato, venendo trascinati giorno dopo giorno nel mare confuso della realtà. Sì, sette anni sono tutto questo, ma sono anche il tempo che serve per affacciarsi al mondo degli adulti e scoprire quanto sia differente dal letto di piume che ci saremmo aspettati. I prossimi sette anni porteranno al cambiamento. O all’abitudine.
Ascolta B. con interesse mentre le parla dei suoi sogni, del liceo classico che frequenta con passione e della sua intenzione di seguire una scuola di teatro. Sorride quando le confida la sua adorazione nei confronti di A., la sua ammirazione, ride segretamente quando le sente sussurrare i pregi di quel personaggio così particolare da aver destato l’attenzione di entrambe. Ne approfitta, colpevolmente, per chiedere qualche informazione su di lui, e la rassicura quando indagini non troppo velate vogliono arrivare a scoprire qual è il rapporto tra loro.
Erano passati quattro mesi da quando A. le aveva chiesto di uscire per la prima volta, tre da quando aveva infine accettato il suo invito, spinta dalla curiosità e dalla voglia di seppellire nel passato una storia sbagliata durata troppo a lungo.
A è alto, occhi verdi, capelli un po’ lunghi ed una profondità di spirito che nasconde sotto la cortina della simpatia. L’atteggiamento da vago cascamorto colpisce ed intriga chi non ha avuto già a che fare con simili profili, ma non era questo il caso: V. vede in lui troppe caratteristiche proprie del suo ultimo compagno e questo la pone sulla difensiva. Una storia-fotocopia della precedente non sarebbe salutare.
La prima uscita a due, in un pub lontano dal centro, riesce però a recidere uno ad uno tutti i fili che collegano i due uomini, lasciandola con un sorriso dal retrogusto amaro: se davvero esistono persone tanto interessanti perché, si chiede, ho gettato anni della mia vita annacquando una storia che ormai da mesi non valeva più la pena di essere ricostruita?
Per entusiasmo.
Lo stesso che intesse l’anima di B. e la fa ridere con gli occhi ancor prima che con le labbra. L’entusiasmo del primo amore.

20 Aprile 2007

Un incipit a caso


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Vi sono notti nelle quali la luna è ormai ridotta ad una sottile falce orizzontale, con le punte che sfumano e si allungano verso l’alto a formare un simbolo di arcana bellezza. Chi solleva lo sguardo al cielo, per caso o per fortuna, non può che restarne affascinato a tal punto da soffermarsi per un breve attimo di contemplazione.
Non si tratta di un fenomeno sporadico, niente affatto, ed i più lo considerano al pari di una delle tante stranezze del mondo.
I più.
Gli altri, invece, sanno.
Sanno che la falce orizzontale compare durante la notte delle streghe.

20 Marzo 2007

I binari del treno


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Mi capita spesso di passare sul ponte che sovrasta i binari della ferrovia. Un palo alto e verde grida la sua tarda età attraverso la ruggine che ha piano piano mangiato il colore originale, un bel grigio antracite del quale non resta che il ricordo; è lo stesso grigio corroso del cartello che vi è stato appeso, un angolo ormai piegato chissà quando e chissà perché. Stazione di Porta Nuova, sempre dritto, avvisa, smistamento, girare a destra.
Smistamento.
Leggo e respiro a fondo, sentendo una voglia irrefrenabile di raggiungere anch’io quel luogo nascosto ed immaginato, pronta ad andare oltre, ansiosa di varcare una frontiera.

6 Febbraio 2007

Il Destino


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Ali di carta spiegate al vento mentre la vita scorreva veloce sotto ai miei piedi. Conoscevo il mondo, il destino degli uomini in ogni angolo delle terre abitate, muovevo le loro vite per diletto come un bambino dispone i soldatini sul campo di battaglia. Troppo lontana per udirne le voci, troppo cieca per leggere il dolore straziante disegnato in quegli occhi dalle iridi colorate. A volte riuscivo a schiudere le loro labbra in un sorriso, ma allora non ne conoscevo il significato profondo, le sensazioni che vi erano legate ed il piacere di esserne una delle cause. Pensavo solo al mio monotono giocare, giorno dopo giorno, confinata su un frammento di roccia galleggiante nell’azzurro del cielo infinito.
Mi distraevo, di tanto in tanto, ammirando le forme cristalline che venivano a deliziarmi con i loro bagliori cangianti, riflesso della luce degli otto soli maggiori: uno per ciascuno dei mondi abitati. Continuavo a fissarle, incantata, fino a quando l’eco della mia risata si dissolveva seguendole nel loro divenire via via più indistinte, dileguandosi oltre l’orizzonte, nascondendosi ai miei occhi. Allora restavo ore, o forse giorni, potrebbero essere stati persino anni - è possibile racchiudere la dimensione in cui mi trovavo nella gabbia senza chiave del tempo? - a scrutare la direzione in cui forse ancora si stavano muovendo: esploravano il cielo guardando, con i loro corpi sfaccettati, le sagome regolari di stelle e pianeti per me irraggiungibili.
Alcuni uomini non credono nella mia esistenza, ma i folletti del settimo mondo erano soliti cantare una ballata, accompagnata dal suono soave del liuto, i cui versi svelano i segreti della mia nascita.

In origine ero una ninfa, custode del lago d’argento, divenuta immortale dopo essermi immersa nelle sue magiche acque, sorte condivisa da due sole altre creature: una fata dai capelli di giada ed il detentore del sacro calice benedetto dagli dei.
Di tale calice sono la progenie.
In esso era possibile scoprire il futuro, osservarlo affiorare sull’algida superficie del liquido che vi albergava. Possedeva il potere di amplificare la percezione delle energie, essenze impalpabili che attraversano l’universo come fili di seta e si intrecciano in reti, invisibili anche agli occhi allenati degli abitanti del mondo fatato.
La luna lasciava scorrere i suoi raggi d’adamante sulla limpida superficie del lago, unica luce ad accompagnare la mia lunga meditazione notturna. Sedevo in punta ad una delle alte sporgenze alabastrine, sulla sommità del Colle Bianco, accanto al calice che mi era stato affidato per quel giorno solamente. Appena sorto il sole sarebbe tornato nelle mani del suo sacro proprietario, ma ora era lì e potevo usarlo per muovermi attraverso i differenti piani astrali, godendo delle mille diversità che vi scorgevo.
La curiosità mi allettò più del buonsenso, ed ecco il sopraggiungere suadente del sonno, pronto ad avvolgermi senza preavviso come un manto di nero velluto. Così, cullata dal suo morbido abbraccio, non vidi il calice ondeggiare, invvertitamente colpito da una pallida mano. Urtò il duro suolo di pietra ed il liquido incantato, infranta la protezione cristallina, si espanse fino a bagnare le mie esili membra al pari di una lenta carezza. Al suo tocco anche la candida pietra su cui ero distesa smetteva di essere tale, trasformandosi in un frammento di sogno. L’equilibrio di quel piccolo angolo di mondo si era ormai irrimediabilmente dissolto, e neppure il piatto fragore della roccia che andava rompendosi riuscì a svegliarmi.
La piccola isola in cui mi trovavo iniziò a muoversi, sospinta da venti invisibili, come galleggiasse su correnti marine.
Mentre mi allontanavo il liquido incantato si era fuso alla mia essenza, conducendomi nella sua strana dimensione; o forse sono io ad averlo accolto in me, poco importa. Da allora non siamo esistiti che come un unico essere. Ha riversato nel mio corpo le sue capacità privandomi di parte della mia umanità. Da quell’istante non ho più avuto sentimenti ma ho letto il futuro, decidendo l’avvenire di ogni creatura vivente senza tuttavia poterne comprendere le conseguenze; senza sapere cosa significasse vivere.
La ballata si conclude con una nota, lunga, carica di tristezza. Sale nell’aria fino a dissolversi nelle onde leggere del silenzio e porta con sé il mio nome, quel che io ero. Destino.

L’onnipotenza rappresentava per me una realtà, ma cos’è il potere se attorniato dal nulla? Una prigione senza tempo, una gabbia dorata dalla quale evadere non appena il coraggio, o l’incoscienza, si fanno abbastanza salde da condurre a una reazione di cui si ignorano gli effetti.
Ero io, ma non solo: ero anche strumento dell’Universo. La distruzione del calice aveva generato un proprio sostituto, quasi rispondendo ad un misterioso istinto di sopravvivenza, ma non sapevo ciò che sarebbe accatuto se avessi posto fine alla mia esistenza.
Mi condusse, il mio lento peregrinare, in prossimità di un pianeta scosso da inafferrabili correnti, persino la sua melodia risultava del tutto particolare, crepitante, simile a quella prodotta da troppe voci impegnate a surclassarsi l’un l’altra.
Mi sono affacciata fino al limite del mio precario equilibrio. Mi sentivo stranamente attratta da quella sfera brulicante, non riuscivo a comprendere, a discernere le componenti di quel caos dilagante. La mia Vista sembrava aver smarrito la sua chiarezza, non capivo, e questo mi faceva riscoprire sentimenti ormai dimenticati. Nello spazio di un battito di ciglia ricordai la curiosità, la meraviglia, il timore, la frustrazione. Mi sentivo di nuovo, nostalgicamente, umana.
Ancora un istante e sarà troppo tardi. Così mi sono detta, prima di spiccare il balzo.
Da allora vivo nel mondo degli uomini, figlia della terra e costretta a lottare per la mia stessa sopravvivenza,  in balia dell’incomprensione, della rabbia, della gioia, del dolore. A volte piango. Piango a lungo sotto le coperte, soprattutto di notte, per espiare, così penso, tutto il male che un tempo ho inflitto, priva di consapevolezza.
Io, Destino, sono ora legata alle leggi create dai mortali così come loro, un tempo, erano legati alle mie.
In mia vece, sull’angolo di roccia ancora perso nell’immensità del cielo, non è rimasto che il vuoto. Un vuoto che si chiama Caso.
Un vuoto che è libertà. La mia nuova fede.

3 Febbraio 2007

Mia dolce saggia Emily…


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Una creatura strana, il Passato
Se la guardi negli Occhi
Estasi - la sua quietanza
Oppure Disonore -

Urlerei “scappa!”
A chiunque lo incontrasse disarmato -
Le sue munizioni arrugginite
Potrebbero uccidere ancora.

(poesia 1203 - Emily Dickinson 1871)

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