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L’antipatica » Frammenti contemporanei

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4 Settembre 2007

Al ristorante - capitolo V


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Il ristorante era piccolo e discreto, nascosto in una via laterale subito dopo il ponte Vittoria. Una cameriera sui offrì gentilmente di prenderle il cappotto ed un’altra le fece strada fino alla sala da pranzo, indicandole con un cenno grazioso il tavolo cui sedeva la signora Montgomery. Le sorrise di rimando, trovandosi tuttavia spiazzata nel guardare la direzione indicatale: coppiette, era perseguitata dalle coppiette. Perché sembravano sempre tutte così felici e perché, soprattutto, la sua amica singles non sembrava più tanto singles? Indossava un abito di un azzurro screziato, impreziosito da un candido doppio filo di perle, e sorrideva gentilmente ad un uomo del quale Emily non vedeva altro che le spalle ben modellate e la giacca da sartoria, il classico tipo alla manager in carriera, uno di quelli che durante le serate “solo donne” chiamavano manichini. Da Rose questo non se lo sarebbe proprio aspettato, come le era venuto in mente di organizzarle un appuntamento al buio? D’accordo, durante la loro ultima telefonata poteva esserle sembrata più disperata del solito, ma non lo era certo fino a questo punto! E’ vero, per scherzare aveva suggerito l’idea di trovare un accompagnatore per la festa della zia, ma pensava fosse più che evidente che stava solo scherzando. Ma forse non tutto era ancora perduto: poteva scappare! Ma certo, poteva sgattaiolare via e telefonarle dall’auto adducendo un terribile contrattempo. Era in grado di sembrare sufficientemente dispiaciuta? No, non lo era, e non poteva neppure darsela a gambe senza chiarire la situazione, non sarebbe stato un comportamento da adulta, non sarebbe stato da lei. Sospirò angosciata, ma l’attimo di sconforto durò, appunto, un solo attimo, lasciando ben presto spazio al suo solito temperamento deciso. Un battito di ciglia e stava già stringendo con forza la borsetta, pronta a mettere le cose in chiaro una volta per tutte. Con gentilezza e pacatezza, certo, ma non per questo con meno intransigenza.
La carica di Rose la costrinse tuttavia a rimandare la sua decisione: l’amica la strinse in un forte abbraccio e le baciò entrambe le guance come se non la vedesse da anni: “Emily, tesoro, fatti guardare… Santo Cielo, sei bellissima! Non è bellissima?” Quella domanda, posta al suo accompagnatore, riportò su di lui l’attenzione di Emily, lasciandoli impietriti entrambi. I loro occhi, in perfetta sincronia, sgranarono incapaci di abbandonare il contatto visivo. “Lei è la mia migliore amica, non potrai che adorarla, vedrai. Oh, ma che schiocca, non vi ho ancora presentati” Rose stava già parlando quando gli occhi dell’amica si richiusero in un moto di disperazione, escludendo dalla vista il baluginare di quelli di Robert, con perfetta continuità al sorriso che gli aveva socchiuso le labbra.
“Non serve” La voce profonda di lui la raggiunse come una carezza “ho già avuto il piacere di conoscere la signorina Jones”
Il mutismo di Emily venne compensato dall’allegra risposta di Rose “Davvero? Che splendida coincidenza! Ma non essere così formale, puoi chiamarla Emily. Devi sapere che all’inizio sembra decisamente scontrosa ed antipatica, ma poi le passa ed è difficile tenerne il passo”
Robert sorrise a quella descrizione, lanciandole un’occhiata che riuscì finalmente a scioglierle la lingua: “signorina Jones andrà benissimo. Sul lavoro preferisco mantenere la massima formalità dei rapporti.”
“E’ un peccato.” Attese un istante prima di continuare, dando alla frase un nuovo significato senza dubitare che entrambi fossero giunti alle sue orecchie: “mi vedrò costretto a ritirare il mio ordine”
“Cosa? No, non può farlo!” Sapeva di trovarsi davanti un uomo professionalmente senza scrupoli, ma non poteva credere che la stesse veramente minacciando di un’azione così infame.
“Certo che posso” sollevò il bicchiere, come a voler proporre un brindisi “ma dove troverei una professionista di pari talento?”
“Mi sta forse ricattando?”
Prese un sorso di vino bianco, sorridendo con condiscendenza “per un nome ed un appellativo? Suvvia, non si dia tutta questa importanza”
Emily avvampò, sentendosi improvvisamente simile a  Lorin e a sua figlia Silvie, una donna saccente e troppo piena di sé. Fu il luccichio divertito che vide balenargli negli occhi che trasformò l’imbarazza in rabbia. Se credeva di aver vinto si stava sbagliando di grosso.. Solo l’intervento di Rose poté salvarla da se stessa e da una terribile scenata nel mezzo di un locale affollato.
“Emily, per favore, non ti ho mai vista così, si può sapere cosa ti prende?”
Si alzò senza rispondere, badando a non far stridere le gambe della sedia contro il parquet: “Devo davvero spiegartelo?”
Il silenzio che seguì fu una risposta sufficiente. Risistemò la borsetta sotto il braccio e dopo una sola gelida occhiata all’indirizzo di entrambi si diresse verso l’uscita.
Rose riuscì a raggiungerla solo sull’altro lato della strada, mentre camminava a passo spedito lungo il marciapiede fiancheggiato da vetrine di lusso. Quando le si parò innanzi Emily fece per aggirarla, ma l’altra la prese per una manica costringendola a voltarsi: “Non infuriarti, non volevo metterti in imbarazzo, credevo di fare un favore ad entrambi: tu hai bisogno di un accompagnatore per la festa e lui è arrivato in città da così poco da non avere ancora stretto conoscenze se non di lavoro. Insomma, non mi sembrava di farvi un dispetto, ed invece adesso ci avrà prese per due psicopatiche e mi toccherà trovare una scusa sul perché della tua reazione”
“Puoi tranquillizzarti, sa perfettamente il perché.” Mosse un passo in avanti prima di fermarsi improvvisamente, guardandola dritto negli occhi: “mi stai dicendo che non gli avevi detto niente della festa, di mia zia , del parentado odioso e del mio disperato bisogno di trovare un uomo nei prossimi sette giorni?”
“Ma certo che no. Io sono tua amica, ricordi? Mi sono solo offerta di introdurlo nel nostro piccolo e terribile universo mondano.”
Emily si morse il labbro inferiore chiedendosi perché non riuscisse mai a pensare: prima di agire. Pensare-agire, non era una regola difficile, eppure ogni volta la situazione le sfuggiva di mano e si lasciava prendere dalla sua maledettissima impulsività. Si lasciò cadere su una panchina poco distante e Rose le si sedette accanto, prendendole entrambe le mani  tra le sue senza riuscire a contenere la propria curiosità: “cosa intendevi dire prima?”
“Prima? Ho parlato un po’ troppo per poter rispondere senza bisogno di maggiori indizi”
“Quando hai detto che lui  sa bene il perché della tua reazione”
“Oh, quel quando. Lui…” Sorrise nervosamente, portando una mano alla fronte per spostare un’invisibile ciocca di capelli “lui è un cliente importante, abbiamo avuto qualche scontro per motivi di lavoro, tutto qui, niente di importante. Niente a parte il fatto che il suo ordine ammonta ad una cifra con numerosi zeri e questo potrebbe essere il mio punto di svolta, un’occasione straordinaria”
“Mosaici per il nuovo complesso residenziale?”
Annuì: “E se dovessero avere un buon riscontro vorrebbe commissionarmene altri per gli uffici della Reinolds, pare si occuperà del restauro.”
“Allora dovresti cercare di andare d’accordo con lui, non di azzannarlo alla gola non appena lo vedi, o mi sfugge qualcosa?”
“Sì, ma… Oh, a l diavolo, quell’uomo ha la capacità di rendermi nervosa. Sembra abituato ad ottenere sempre tutto quello che vuole, ed io odio questo genere di persone.”
“Non può essere solo questo, non hai mai reagito così davanti a persone decisamente più irritanti. La tua matrigna, per esempio. O la tua sorellastra. O le amiche della tua sorellastra. O le madri della amiche della tua sorellastra”
“Basta così, ho capito cosa vuoi dire, è solo che…” si inumidì le labbra cercando di sfuggire al suo sguardo indagatore, indecisa su cosa dire e cosa tacere. Eppure Rose era una delle sue migliori amiche, forse la sola che le volesse davvero bene, se non poteva parlare con lei allora con chi?
“Ho preso un caffè con lui”
“Ed era tanto cattivo? Non mi dire, ha dimenticato lo zucchero!”
“Intendo dire” la guardò di traverso “che ho preso un caffè con lui…. Involontariamente.”
“Ti ha legata e costretta a bere con l’aiuto di un imbuto?”
“Sciocca!” Le mostrò la lingua, cercando inutilmente di trattenere un sorriso. “Ho rifiutato l’invito che mi ha fatto, ma era già passato da Starbucks
ed aveva con sé il sacchetto del take away. Le conosci le mie regole.”Sul lavoro solo lavoro”
“Esatto, ma quella mattina avevo appena sentito Lorin e come se questo non fosse già sufficiente ha passato almeno un’ora parlandomi di Richard e di come tratti la sua Silvie da regina e di quanto sono stata stupida nel lasciarmelo sfuggire. Se i pensieri avessero il potere di uccidere oggi saremmo al suo funerale, è insopportabile, veramente insopportabile.”
“Gli hai raccontato le tue vicissitudini familiari e lui non voleva aiutarti a ascondere il corpo?”
“Magari. No, ho cercato conferme là dove era meglio evitarle.”
“Oh mio Dio”
“Solo un bacio” si affrettò a chiarire, arrossendo nuovamente all’espressione incredula dell’amica. “un banalissimo bacio, ma non era mia intenzione, ed ora non so come comportarmi. In verità non lo sapevo neppure ieri, così l’ho cacciato dal negozio dicendogli che l’avrei chiamato a lavoro ultimato, e che non era necessario ripassasse dal momento che ho uno splendido fax ed un computer collegato ad Internet”
Trattenere il riso fu una delle prove più difficili che Rose dovette superare in quella lunga giornata. Deglutì, quindi si inumidì le labbra ed infine prese tempo schiarendosi la voce. Solo allora cominciò a parlare con tono lievemente più basso del solito: “almeno bacia bene?”
La borsettata di Emily le arrivò su una spalla senza farle alcun male: “ma smettila! Ti sembrano domande da fare?”
Il suo sorriso, però, offriva una risposta più che eloquente, ed entrambe risero di gusto all’ennesima disavventura che stavano vivendo.
“Coraggio, rientriamo ed affrontalo a testa alta.”
“Sei impazzita? Non posso, non dopo quello che è successo poco fa”
Rose le prese una mano, conducendola verso il locale, complice la sua scarsa resistenza. “Dovrai se non altro recuperare il tuo soprabito, sono certa avrai indossato quello rosa, non vorrai lasciarlo a quella cameriera bionda che sembra una modella, vero?”

“E’ venti centimetri più alta di me, le arriverebbe al sedere e starebbe malissimo, ma non è questo il punto, la questione fondamentale è che non posso permettermi di guardarlo di nuovo in volto come se nulla fosse successo, non posso riuscirci, davvero non posso, ti prego Rose, non costringermi.”
Un colpo di tosse le fece voltare entrambe: dall’altra parte del vicolo Robert le stava aspettando con i loro soprabiti piegati sul braccio e la borsetta di Rose nella mano sinistra.
“Mi sono permesso di chiedere i vostri effetti, spero di non aver commesso un errore. Pensavo avreste preferito pranzare altrove, probabilmente da sole.”

15 Maggio 2007

B.V.A.


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V. lo aspettava fuori dal teatro. Faceva finta di essersi trattenuta solo per caso, per chiamare alcuni amici e rispondere ai messaggi di altri: una scusa banale ma efficace per allungare il tragitto che l’avrebbe portata fino alla fermata del pullman e poi a casa.
Stava per comporre il secondo numero quando qualcuno le si avvicinò, salutandola con un sorriso nervoso. Era B.
B. è una ragazza dai grandi occhi grigi, spettinata di vitalità e con quel certo non-so-che capace di renderla simpatica a tutti. Ha diciassette anni e le emozioni sincere di un’adolescente alle prese con i primi batticuori. Le due si erano già incontrate in precedenza, ma sempre ruotando attorno alla stessa persona: un attore. Brutta razza. Inaffidabili, sempre in giro, con tanta passione per la notorietà e poca per l’Arte, quella vera, con la A maiuscola e le nottate insonni trascorse davanti ad un copione. Scoprire l’esistenza di piacevoli eccezioni era stata una sorpresa.
V. lavorava nel teatro in cui lui si esibiva e del quale, per ovvia ragione, B. era diventata da qualche tempo una spettatrice affezionata.
Si piacevano, credo, o se non altro V. provava per la prima volta la strana sensazione di specchiarsi in una se stessa di sette anni prima. Cosa sono sette anni? Nulla, solo una breve pagina del diario della vita, un intermezzo, un amo che il destino ci ha lanciato ed al quale abbiamo abboccato, venendo trascinati giorno dopo giorno nel mare confuso della realtà. Sì, sette anni sono tutto questo, ma sono anche il tempo che serve per affacciarsi al mondo degli adulti e scoprire quanto sia differente dal letto di piume che ci saremmo aspettati. I prossimi sette anni porteranno al cambiamento. O all’abitudine.
Ascolta B. con interesse mentre le parla dei suoi sogni, del liceo classico che frequenta con passione e della sua intenzione di seguire una scuola di teatro. Sorride quando le confida la sua adorazione nei confronti di A., la sua ammirazione, ride segretamente quando le sente sussurrare i pregi di quel personaggio così particolare da aver destato l’attenzione di entrambe. Ne approfitta, colpevolmente, per chiedere qualche informazione su di lui, e la rassicura quando indagini non troppo velate vogliono arrivare a scoprire qual è il rapporto tra loro.
Erano passati quattro mesi da quando A. le aveva chiesto di uscire per la prima volta, tre da quando aveva infine accettato il suo invito, spinta dalla curiosità e dalla voglia di seppellire nel passato una storia sbagliata durata troppo a lungo.
A è alto, occhi verdi, capelli un po’ lunghi ed una profondità di spirito che nasconde sotto la cortina della simpatia. L’atteggiamento da vago cascamorto colpisce ed intriga chi non ha avuto già a che fare con simili profili, ma non era questo il caso: V. vede in lui troppe caratteristiche proprie del suo ultimo compagno e questo la pone sulla difensiva. Una storia-fotocopia della precedente non sarebbe salutare.
La prima uscita a due, in un pub lontano dal centro, riesce però a recidere uno ad uno tutti i fili che collegano i due uomini, lasciandola con un sorriso dal retrogusto amaro: se davvero esistono persone tanto interessanti perché, si chiede, ho gettato anni della mia vita annacquando una storia che ormai da mesi non valeva più la pena di essere ricostruita?
Per entusiasmo.
Lo stesso che intesse l’anima di B. e la fa ridere con gli occhi ancor prima che con le labbra. L’entusiasmo del primo amore.

31 Gennaio 2007

una coperta a scacchi rossi


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Come sarebbe vedere il mondo da una pozza di sangue? Sentirlo fluire vischioso dopo aver imitato gli angeli in un volo di tre piani, spiccato da una palazzina di periferia, spinto dalla disperazione oltre un balconcino rosso ruggine e bianco scrostato.
Vedere quel fastidioso campanello di curiosi fingersi ipocritamente sconvolto, sentire il dolore che trafigge gli arti come lamine di vetro infrante al suolo. Un dolore che alterna i suoi acuti ad un sottofondo sordo, costante, tanto intenso da mozzare il fiato e rapire i sensi, trascinandoli lungo il tunnell che separa la vita dalla morte e ancora prosegue, là, dove il calore delle fiamme si fa avvolgente come una calda coperta, quel telo a scacchi che da bambino hai sempre sognato ti avvolgesse mentre una voce materna cullava i tuoi sogni.

26 Gennaio 2007

Il fiume


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Il vento le graffia il volto, fa vibrare la stoffa ed i capelli investendo le membra senza rispetto alcuno. Nessuna meta la trascina lungo il morbido declivio della collina, fin quando scorge in lontananza il luccichio dell’acqua. Il fiume, il suo fiume.
Rallenta il passo solo a poche decine di metri dalla riva, e poco oltre si ferma del tutto. Le gambe si piegano nell’atto del chinarsi, per accarezzare con mano insicura i resti secchi dell’estate ormai passata. Erano verdi una volta, ma adesso non ne resta che il ricordo.
“La sua donna”.
Infine si è legato a qualcuno, sapeva che prima o poi sarebbe capitato. Quante volte gli aveva ripetuto che non poteva sottrarsi per sempre ai sentimenti, che prima o poi ne sarebbe stato travolto e non avrebbe avuto facoltà di resistergli? Ed era successo, perché se ne stupiva tanto? Aveva avuto ragione. Un’altra donna era riuscita a penetrare così in profondità nel suo cuore da giungere a legarlo a sé, mentre lei non ne aveva che sfiorato l’aspra superficie per poi esserne respinta.
Maledice il giorno in cui aveva preso quel dannato ciondolo e maledice la notte precedente e il suo perdono. Perché era andata a cercarlo? Stupida!
Era così semplice prima, quando credeva davvero che il loro legame fosse fraterno, per qualsiasi problema era a lui che si sarebbe rivolta; qualsiasi pensiero, anche il più oscuro, a lui l’avrebbe confidato. Adesso però le cose erano cambiate, improvvisamente. Senza rendersene conto quel sentimento che aveva cercato di nascondere aveva trovato il suo giusto nome ed ora sembrava tutto così difficile, così pesante. La punta di uno stiletto premuta sul flesso solare, sul fulcro delle emozioni dolorose, di quelle sensazioni impossibili da accettare o da comprendere.
L’acqua esplode quando un sasso colpisce la sua superficie e gli occhi intravedono la seta grigia che ancora ricopre il braccio, teso nell’atto di scagliare la pietra. Lui non l’avrebbe mai indossata, troppo chiara, ma allora… Un pensiero sibilante si fa spazio nella sua mente, la stoffa inizia a bruciare sulla pelle, per chi era stata cercata e comprata?
Si alza in piedi e muove un passo in direzione del sentiero riflettente, le acque le lambiscono i piedi facendola rabbrividire. E’ ghiacciata, fredda come le sue ultime parole. L’acqua rovinerà la seta, ma non le importa. I passi la conducono verso il centro del fiume, facendola tremare per il freddo via via che il livello del rio gorgogliante s’innalza, rivestendola come una maschera di liquido cristallo. Si tuffa, immergendosi nelle sue profondità. Vi resta fino a quando il respiro non viene meno ed è costretta a riemergere, ansimando per la fatica.
Non è bastato a spegnere il fuoco, sono rimaste ancora ceneri fumose a consumarla con il loro suadente calore, ed ecco che l’acqua accarezza nuovamente il suo volto per un tempo indefinito, fino a quando non si distende, esausta, sulla riva del fiume. Il vento gelido la fa tremare e così si dimentica di tutto ciò che non è fermamente corporeo, pensa al freddo, alle scheletriche dita del vento intrecciate con l’essenza della morte.
Le ore scorrono senza una regolare scansione e frammenti di lunghi discorsi sovvengono alla memoria. I sentimenti, che sia davvero meglio negarli? Tetre conseguenze hanno sempre fatto corona all’accentuarsi dei battiti del cuore e all’apparente leggerezza della vita. Fatti e domande si scindono e si confrontano trasformandosi in cupe risposte.
Si immerge un’ultima volta nel fiume, ripulendosi dalla terra che si era plasmata secondo la linea delle gambe e della stoffa. Cerca di liberarne i capelli mentre il respiro si condensa in gonfie nuvole di fumo bianco, poco oltre le sue labbra. Il volto si arrossa: “che freddo…”, lo sguardo cerca la fattoria, la trova: “dovrei rientrare”, gli occhi si chiudono, sospira. Il sibilo del vento la fa tremare ancora: “devo tornare” si dice quasi con rassegnazione. Cinque dita si insinuano tra i capelli, discendendo lungo la fronte e gli occhi bagnati - “Non ho ceduto alle lacrime, e così continuerà ad essere” - proseguono sugli zigomi, il mento, il collo, il ciondolo.
Il ciondolo? Le mani tastano frettolosamente la gola alla ricerca della catenina d’argento cui pende il simbolo d’amore. Improvvisamente si fermano e gli occhi tornano ad aprirsi: “Santo Cielo, no!”

26 Gennaio 2007

Triste notte


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Il rombo basso e profondo del tuono attraversa la stanza facendo tremare le ampie finestre di vetro dipinto. L’aria satura del profumo dell’incenso che avevo bruciato la sera precedente, prima di abbandonarmi al piacere del sonno. Il mondo, oltre le tende damascate, si veste del cristallino chiarore della luna, fermandosi in forme di lucida pietra. Un senso di oppressione imminente le avvolge, accarezzandole con la propria mano guantata. Ma la città sembra dormire come tutte le altre notti, come accade da anni a questa parte. Eppure, eppure…
Rimango accovacciata sul letto ricco di sete e futili ornamenti, gli occhi fissi sulle opache iridescenze delle coltri scostate, giochi fanciulleschi della fiamma di una sola candela. Penso e non penso, lasciandomi cullare dall’aria frizzante della notte. Il vento mi sussurra parole sconnesse, sibilando tra gli alberi spogli, fantasmi della bellezza dell’estate che si sono lasciati alle spalle.
Chiudo gli occhi, reclinando la testa all’indietro, accompagnando un profondo sospiro che sembra voler ricordare la gioia che aveva attraversato la mia vita come un fiume in piena, ma tutto questo accadeva prima della guerra. I sorrisi dei bambini, i loro occhi scintillanti, le grida argentine di questi piccoli uomini che mi giravano attorno mentre fingevo di rimproverarli, non senza cercare, inutilmente, di trattenere un sorriso. Immagini sfocate. Volti, tanti volti che si sovrappongono l’uno all’altro fino a ricongiungersi in un’unica fisionomia. Occhi vivi come il bruno colore delle castagne, iridi scure che sembrano scavare oltre le rigide forme dietro le quali si muove la realtà, adornata di falsi gioielli e merletti ormai sfatti.
Basta poco, una mano che si allunga verso la vestaglia e mi trovo a camminare per il corridoio vuoto, schermando la fiamma della candela con la mano perché non si spenga.
Toc-toc.
Busso alla sua porta, due colpi netti. “Perché l’ho fatto? Devo andar via, allontanarmi da qui. Domani, domani le ombre che vedo saranno di nuovo lontane..”
Eppure rimango, la mano posata sulla maniglia mentre lentamente scivolo a terra, appoggiando le ginocchia al pavimento, gli occhi chiusi. Il piccolo candelabro mi scivola dalle mani lasciando che la fiamma tremante si spenga al contatto della pietra. Lo lascio lì dove si trova.
Mi rialzo, aiutandomi con la maniglia d’ottone che si abbassa lentamente, la porta si apre. Resto come impietrita, ferma sulla soglia senza sapere se varcarla o voltarle le spalle.
Un istante lungo quanto l’eternità e spingo l’uscio di legno bianco.
Il cuore perde un battito mentre osservo le tende leggere mosse dal vento, il letto rifatto come se nessuno vi avesse dormito. Se n’è andato.
Richiudo la porta avviandomi nuovamente verso i miei alloggi, due lacrime di ghiaccio a solcare le gote ed il buio che cala come un sipario di nero velluto sulla soglia richiusa. Un unico debole fascio di luce sembra colpire un oggetto metallico, dimenticato lì, come se non avesse più alcuna importanza.

26 Gennaio 2007

Il profumo del tea


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Aveva gli occhi chiusi mentre raccontava. Le palpebre non si erano alzate neppure per un istante nè s’era mossa alcun’altra parte del suo corpo. Stava lì, immobile, e parlava alternando lunghe pause a frasi concitate, come se temesse che i ricordi le sarebbero scivolati tra le dita avvizzite se non li avesse spinti immediatamente all’esterno.
I sottili lembi di carne che ne proteggevano le iridi si erano trasformate in immaginari teli bianchi sui quali un proiettore cinematografico, nero e rumoroso come quelli degli anni ’50, faceva scorrere le immagini di un film di cui lei stessa era protagonista assoluta: il lugometraggio di una vita intera, da epurarsi delle sue scene più terribili, più intime, da quei ricordi di cui si è gelosi e non si vuole condividere con alcuno, tantomeno con chi ha la sfrontatezza di bussare alla tua porta chiedendoti di tuffarti nel passato.
«Vorrei sapere com’era la guerra,» così le aveva detto quella bimbetta alta poco più di un metro osservandola da due grandi occhi castani.
«Voi siete molto più vecchia di me, voi sapete.»
La donna inarcò un sopracciglio: si sarebbe potuta dire risentita per la sfacciataggine con cui quella mocciosetta l’aveva chiamata “vecchia”. Aveva detto “vecchia” senza neppure sapere cosa significasse. La vecchiaia non è altro che la summa di tutti i dolori e gli sbagli del passato, ed i momenti felici… Bhè quelli erano pochi, lo erano sempre stati. Eppure tutti si nascondevano dietro a falsi sorrisi ed ipocrite parole, la chiamavano “anziana” come se un sostantivo differente potesse cambiare la sostanza. Ebbene, si sbagliavano. Lei era vecchia e quella bambina aveva trovato il coraggio o l’incoscienza di dirglielo chiaramente e per questo , solo per questo, avrebbe avuto la sua risposta. Si scostò dalla porta per far entrare quel piccolo angelo dal caschetto biondo ed un tacquino in mano: «il tempo passa per tutti, bambina. Vieni avanti, entra.».
E lei entrò. Prima estranea a varcare quella soglia dopo anni di solitudine e penombra.
Due ore dopo la bimba era ancora lì, seduta al tavolo con la vecchia signora dagli occhi chiusi e dai tanti ricordi, e si muoveva nervosa sulla sedia impagliata vergognandosi di violare, con il suo fissare quasi morboso, l’altrui desiderio di isolarsi. Posò il libretto d’appunti sulla dozzinale tovaglia di plastica, azzurra come la tazza da cui il profumo dolce del tea saliva a solleticarle le nari: improvvisamente le sembrava ingiusto rubare i ricordi  della vecchia signora per comprimerli in parole scritte, che il poco tempo di trascrizione avrebbe violentato e ridotto ad uno sbiadito riflesso della loro sconvolgente intensità.
Decise dunque di acoltare e basta, con lo sguardo immerso nelle sfumature ambrate del tea e l’udito troppo sensibile all’incrinansi di quella voce consumata dal tempo.
Anche oggi quella bambina,  ormai alta molto più di un metro e dai capelli lunghi e ancora biondi, sembra persa negli abissi di quel liquido dolce e amaro. Lo guarda stringendo forte tra le dita una tazza bianco panna, per rubarne un po’ di calore da trasmettere a quella stanzetta bianco intonaco e argento metallo: il metallo sfaccettato di un letto di ospedale dove una vita si sta spegnando.