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L’antipatica » Frammenti fantasy

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8 Settembre 2007

Nella mente di Verdiana


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L’ho vegliato come fosse un bambino. Mi sono persino spinta nella sua mente per cercare di dargli sollievo. Inutilmente. Erano anni che non utilizzavo più questo talento: non mi sento a mio agio nel pensare di poter rubare gli altrui segreti e, solitamente, coloro che scoprono questa mia capacità tendono ad allontanarmi con sorprendente rapidità. Immagino sia spaventoso non essere più padrone dei propri pensieri, dover badare a ciò che la mente formula poiché anche le parole impalpabili, oltre a quelle pronunciate, potrebbero essere udite senza difficoltà alcuna. Quand’ero più giovane pensavo di essere un mostro e di non poter vivere a contatto con gli altri, ora so che posso essere una persona normale decidendo di rinchiudere la mia mente lì dove dovrebbe stare, nella mia testa e non in quella altrui.
Non ho paura che lui possa allontanarsi, in verità se lo facesse sarebbe un sollievo, ma temo la strada lungo la quale questo malinteso potrebbe portarmi. Il mio segreto rischia di sopraffarmi se non lo riporterò sotto controllo. Mi sono servita a sproposito delle mie capacità, in occasioni per le quali avrei potuto farne a meno, per trasportarmi da un luogo all’altro quando sarebbe bastato un breve cammino, per minacciare azioni che probabilmente non sarei mai stata capace di compiere.
Anche in quel momento, mentre promettevo di prosciugarlo della vita, sapevo che no sarei mai riuscita ad arrivare fino in fondo. Eppure sto diventando sempre più dipendente da questi mezzucci, da queste false promesse e da queste comodità che presto faranno apparire normale anche il penetrare accidentalmente in ricordi che non mi appartengono, per gioco, per curiosità, per potermi vestire degli sguardi stupiti di coloro che odono risposta prima di aver formulato la domanda. Forse riderò del loro orrore quando capiranno ciò che ho fatto. Forse, ma ora provo solo una grande tristezza. Devo reagire, devo tornare a dimenticare ciò che potrei fare concentrandomi solo su ciò che voglio compiere. Niente più potere mentale, un uso parsimonioso della trama ed uno stretto controllo su tutte le emozioni che potrebbero turbarmi. Non devo dimenticarmi chi voglio essere, e chi non voglio diventare.

Peché tutto questo si realizzi devo convincere il vecchio mercante, il padre di Aeris, che ho protetto suo figlio quanto mi è stato possibile, e che non sono responsabile del suo decesso. Devo convincerlo a ritirare la taglia che ha posto sulla mia testa. Lugaid ha parlato di un ordine che non può essere ritirato. Che sciocchezza, sono convinta che tutto possa essere corretto se si è disposti a pagare il giusto prezzo. Soprattutto se si ha a che fare con persone di tal fatta…
E se non dovesse accettare? Se l’umano dovesse dimostrarsi meno intelligente di quanto la mia fiducia mi fa sperare? Dovrò ucciderlo davvero? Ma come posso decidere la morte di un uomo solo per aumentare il numero totale dei miei respiri? Ho lasciato la torre, nessuno sentirebbe la mia mancanza se anche dovesse portare a termine il suo piano. Non è una sensazione piacevole, mi spaventa l’idea di essere sola: è la prima volta che non ho nè amici nè detrattori attorno. Ma lui? Lui ha forse qualcuno che piagerebbe la sua dipartita? E non soffrirebbe lui stesso di essere privato in modo innaturale del tempo che gli dei gli hanno offerto? Non voglio uccidere, non mi piace uccidere… ma la verità è che provo un profondo disgusto verso la sua persona, il mondo sarebbe migliore senza di lui. In ogni caso, non saprei come entrare nel suo controllatissimo palazzo. Voglio parlarhli. Devo parlargli.

Lugaid. Perché mi aiuta? Cosa c’è sotto tutta questa intricata vicenda? Sono forse inciampata in una trama più grande di quanto non abbia immaginato prima? Prezzolati assassini, più armigeri e combattenti per un totale a doppia cifra. Due attacchi in gran numero. Perché?
Probabilmente non sarei qui a pormi queste domande se non fosse intervenuto. Con il piccolo esercito della famiglia cui mi sono aggregata avrei potuto superare incolume l’ultima imboscata, ma l’attacco nel vicolo? Dovrei essere più prudente, non mi lasceranno stare fino a che non avranno portato a termine il loro incarico, è evidente, ma non posso continuare a guardarmi le spalle: devo trovare una soluzione. Forse se parlassi con il maestro… no, non posso semplicemente presentarmi alla sua porta chiedendo un paio di minuti per prendere un infuso e parlare civilmente. Sarei morta ancora prima di cominciar
Mi duole il capo, inizio ad odiare questa situzione, me stessa e colui che mi ha costretta ad affrontarla.

6 Febbraio 2007

Il Destino


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Ali di carta spiegate al vento mentre la vita scorreva veloce sotto ai miei piedi. Conoscevo il mondo, il destino degli uomini in ogni angolo delle terre abitate, muovevo le loro vite per diletto come un bambino dispone i soldatini sul campo di battaglia. Troppo lontana per udirne le voci, troppo cieca per leggere il dolore straziante disegnato in quegli occhi dalle iridi colorate. A volte riuscivo a schiudere le loro labbra in un sorriso, ma allora non ne conoscevo il significato profondo, le sensazioni che vi erano legate ed il piacere di esserne una delle cause. Pensavo solo al mio monotono giocare, giorno dopo giorno, confinata su un frammento di roccia galleggiante nell’azzurro del cielo infinito.
Mi distraevo, di tanto in tanto, ammirando le forme cristalline che venivano a deliziarmi con i loro bagliori cangianti, riflesso della luce degli otto soli maggiori: uno per ciascuno dei mondi abitati. Continuavo a fissarle, incantata, fino a quando l’eco della mia risata si dissolveva seguendole nel loro divenire via via più indistinte, dileguandosi oltre l’orizzonte, nascondendosi ai miei occhi. Allora restavo ore, o forse giorni, potrebbero essere stati persino anni - è possibile racchiudere la dimensione in cui mi trovavo nella gabbia senza chiave del tempo? - a scrutare la direzione in cui forse ancora si stavano muovendo: esploravano il cielo guardando, con i loro corpi sfaccettati, le sagome regolari di stelle e pianeti per me irraggiungibili.
Alcuni uomini non credono nella mia esistenza, ma i folletti del settimo mondo erano soliti cantare una ballata, accompagnata dal suono soave del liuto, i cui versi svelano i segreti della mia nascita.

In origine ero una ninfa, custode del lago d’argento, divenuta immortale dopo essermi immersa nelle sue magiche acque, sorte condivisa da due sole altre creature: una fata dai capelli di giada ed il detentore del sacro calice benedetto dagli dei.
Di tale calice sono la progenie.
In esso era possibile scoprire il futuro, osservarlo affiorare sull’algida superficie del liquido che vi albergava. Possedeva il potere di amplificare la percezione delle energie, essenze impalpabili che attraversano l’universo come fili di seta e si intrecciano in reti, invisibili anche agli occhi allenati degli abitanti del mondo fatato.
La luna lasciava scorrere i suoi raggi d’adamante sulla limpida superficie del lago, unica luce ad accompagnare la mia lunga meditazione notturna. Sedevo in punta ad una delle alte sporgenze alabastrine, sulla sommità del Colle Bianco, accanto al calice che mi era stato affidato per quel giorno solamente. Appena sorto il sole sarebbe tornato nelle mani del suo sacro proprietario, ma ora era lì e potevo usarlo per muovermi attraverso i differenti piani astrali, godendo delle mille diversità che vi scorgevo.
La curiosità mi allettò più del buonsenso, ed ecco il sopraggiungere suadente del sonno, pronto ad avvolgermi senza preavviso come un manto di nero velluto. Così, cullata dal suo morbido abbraccio, non vidi il calice ondeggiare, invvertitamente colpito da una pallida mano. Urtò il duro suolo di pietra ed il liquido incantato, infranta la protezione cristallina, si espanse fino a bagnare le mie esili membra al pari di una lenta carezza. Al suo tocco anche la candida pietra su cui ero distesa smetteva di essere tale, trasformandosi in un frammento di sogno. L’equilibrio di quel piccolo angolo di mondo si era ormai irrimediabilmente dissolto, e neppure il piatto fragore della roccia che andava rompendosi riuscì a svegliarmi.
La piccola isola in cui mi trovavo iniziò a muoversi, sospinta da venti invisibili, come galleggiasse su correnti marine.
Mentre mi allontanavo il liquido incantato si era fuso alla mia essenza, conducendomi nella sua strana dimensione; o forse sono io ad averlo accolto in me, poco importa. Da allora non siamo esistiti che come un unico essere. Ha riversato nel mio corpo le sue capacità privandomi di parte della mia umanità. Da quell’istante non ho più avuto sentimenti ma ho letto il futuro, decidendo l’avvenire di ogni creatura vivente senza tuttavia poterne comprendere le conseguenze; senza sapere cosa significasse vivere.
La ballata si conclude con una nota, lunga, carica di tristezza. Sale nell’aria fino a dissolversi nelle onde leggere del silenzio e porta con sé il mio nome, quel che io ero. Destino.

L’onnipotenza rappresentava per me una realtà, ma cos’è il potere se attorniato dal nulla? Una prigione senza tempo, una gabbia dorata dalla quale evadere non appena il coraggio, o l’incoscienza, si fanno abbastanza salde da condurre a una reazione di cui si ignorano gli effetti.
Ero io, ma non solo: ero anche strumento dell’Universo. La distruzione del calice aveva generato un proprio sostituto, quasi rispondendo ad un misterioso istinto di sopravvivenza, ma non sapevo ciò che sarebbe accatuto se avessi posto fine alla mia esistenza.
Mi condusse, il mio lento peregrinare, in prossimità di un pianeta scosso da inafferrabili correnti, persino la sua melodia risultava del tutto particolare, crepitante, simile a quella prodotta da troppe voci impegnate a surclassarsi l’un l’altra.
Mi sono affacciata fino al limite del mio precario equilibrio. Mi sentivo stranamente attratta da quella sfera brulicante, non riuscivo a comprendere, a discernere le componenti di quel caos dilagante. La mia Vista sembrava aver smarrito la sua chiarezza, non capivo, e questo mi faceva riscoprire sentimenti ormai dimenticati. Nello spazio di un battito di ciglia ricordai la curiosità, la meraviglia, il timore, la frustrazione. Mi sentivo di nuovo, nostalgicamente, umana.
Ancora un istante e sarà troppo tardi. Così mi sono detta, prima di spiccare il balzo.
Da allora vivo nel mondo degli uomini, figlia della terra e costretta a lottare per la mia stessa sopravvivenza,  in balia dell’incomprensione, della rabbia, della gioia, del dolore. A volte piango. Piango a lungo sotto le coperte, soprattutto di notte, per espiare, così penso, tutto il male che un tempo ho inflitto, priva di consapevolezza.
Io, Destino, sono ora legata alle leggi create dai mortali così come loro, un tempo, erano legati alle mie.
In mia vece, sull’angolo di roccia ancora perso nell’immensità del cielo, non è rimasto che il vuoto. Un vuoto che si chiama Caso.
Un vuoto che è libertà. La mia nuova fede.

27 Gennaio 2007

Eliandill Backgound


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Le regole non le erano mai piaciute, meno che mai quelle che la tenevano per ore immobile nella stessa posizione per cercare di tirar fuori qualcosa di vagamente ascoltabile da un’arpa o da un liuto. Avevano provato anche a farle suonare un clarinetto, una volta, ma i risultati erano stati tanto disastrosi che il maestro aveva fatto finta di non vedere quand’era sgattaiolata oltre la radura, poco più di mezz’ora dopo. Dovevano rassegnarsi: non aveva ereditato neppure una briciola del talento di sua madre. Era intonata, certo, ma nulla di più. Stranamente questo non le dispiaceva: le dava modo di restare in disparte durante le feste e le cerimonie ufficiali, senza preoccuparsi che qualcuno la invitasse a dimostrare la sua bravura o che attirasse l’attenzione su di lei lodandola per chissà quale merito.
Eliandill era caparbia, indipendente, determinata ed assolutamente incontrollabile. Trascorreva le sue giornate fuggendo ai doveri imposti ai giovani elfi suoi coetanei, nascondendosi nelle zone verdi comprese all’interno delle invalicabili difese di Eredania. Nella sua ingenuità ciò che davvero non riusciva a sopportare, tuttavia, era di non essere ancora riuscita a scovare il modo per oltrepassare le difese naturali e magiche che la proteggevano e, allo stesso tempo, sembravano costringerla in un mondo parallelo a quello esterno, dove persino lo scorrere del tempo risultava differente: la brama di vita era come una malattia che la stava lentamente divorando. Trascorreva ore cercando di muoversi tra gli alberi il più silenziosamente possibile, per sorprendere uno dei tanti animali che abitavano i giardini o per cercare di seguire, senza essere scoperta, le pattuglie che controllavano i confini della città. Prima o poi qualcuno si sarebbe dimenticato di sigillare maniacalmente l’uscita, ed allora…
A poco a poco i soldati si abituarono a vederla gironzolare attorno agli stretti varchi d’accesso ed alcuni, appena terminato il turno di guardia, finivano per lasciarsi coinvolgere dai suoi sogni ad occhi aperti, sorridendo e scuotendo il capo davanti alla smania di libertà della gioventù. Da grande sarebbe diventata un temibile soldato, proprio come suo padre, e sarebbe potuta uscire dalla città con divisa, spada e tutto il resto, ormai aveva deciso, ma era necessario iniziare subito il suo addestramento, altrimenti sarebbe diventata troppo grande e l’avrebbero costretta a passare la vita cantando canzoni alle stelle, come fanno i lupi davanti alla luna piena: bisognava battere sul tempo sua madre ed i suoi insegnanti; così disse, e la sua freschezza era tanto contagiosa che pochi giorni dopo le venne donato in gran segreto un arco decorato con fregi bianchi e oro, con il quale poteva allenarsi lontano da sguardi indiscreti.
Fu Meliandrill a procurarglielo, prendendola sotto la propria protezione e insegnandole ad usarlo con una certa abilità.
Con gli anni aumentarono gli impegni dovuti alla sua istruzione, aprendole nuovi orizzonti e cambiando radicalmente le sue prospettive future. Le lezioni di lettura e scrittura le permisero di accedere ad un mondo incantato, quello dei libri, dove le storie che aveva sempre immaginato prendevano corpo l’una dopo l’altra, facendole divorare intere pagine con una voracità inaspettata. Aveva finalmente trovato qualcosa capace di saziare la sua fame d’avventura, ma non era ancora tutto: Maestro Aemir, che le aveva impartito le nozioni base di magia, era rimasto sorpreso dalla facilità con la quale riusciva a cogliere le sottili sfumature dell’Arte ed in poco tempo Eliandill si trovò, per la prima volta, al centro dell’attenzione. Pensò addirittura di fingere di non capire pur di allontanare da sé lo sguardo liquido del Maestro, ma la verità era che adorava sentirlo parlare della Trama magica e di come essa si comportasse, sarebbe rimasta per giorni ad ascoltare storie sui grandi maghi del passato e del presente.
Alla teoria seguì la pratica, ore ed ore di luci fatue, meditazioni, esercizi di una monotonia mortale. Certo, bisognava apprenderli ed erano utili per eseguire quanto veniva successivamente richiesto, ma sarebbe stato sufficiente dedicarvi la metà del tempo. Cosa vi era di così complicato?
Nuovamente angustiata dalla noia non si accorgeva che quelle stesse parole venivano rivolte a lei durante le lezioni di musica: cosa vi è, in fondo, di così complicato?
I metodi di insegnamento erano, ne era certa, completamente sbagliati e scarsamente flessibili: non serviva a nulla pensare di avere talento se non si aveva occasione di dimostrarlo, quale che potesse essere l’esito finale.
Avrebbe accettato anche l’insuccesso se solo le fosse stata data l’opportunità di gestire personalmente il proprio ritmo d’apprendimento.
Prese, sempre più spesso, a sgattaiolare nella biblioteca privata del maestro, leggendo decine di tomi dei quali non capiva nulla ma che la motivavano più di qualsiasi altra promessa: ancora qualche anno, ancora qualche sforzo, ancora una notte trascorsa a ripetere e ripetere interi alfabeti e formule magiche per essere sicura che, al momento opportuno, non sarebbe stata tradita da uno sciocco errore di pronuncia o dal venir meno della memoria, ancora una pagina, ed un’altra, e la sua sete di Conoscenza avrebbe avuto sollievo.
Fu proprio durante una notte come questa, mentre era china su un tomo dalla copertina di consunto cuoio verde, che passi concitati la fecero sobbalzare.
Spense la candela appena in tempo, ma non fu sufficiente: la porta si aprì mostrando la figura accigliata di Mastro Aemir.
Seguì una lite furibonda, durante la quale i due contendenti si ferirono a colpi di provata delusione e incapacità d’insegnamento. Così le luci vennero accese a giorno, i suoi genitori convocati ed il libro rimesso a posto nonostante le veementi proteste: le sarebbe toccata una punizione, una esemplare, le dissero, ma di certo non si sarebbe lasciata spaventare da una stupida minaccia. Se le avessero tolto la magia avrebbe usato il ricatto più antico del mondo: avrebbe smesso di mangiare, avrebbe finto di stare male, avrebbe lasciato che il suo metro e sessanta non raggiungesse i quaranta chili ed avrebbe portato la sua pelle di porcellana verso il colore grigiastro della malattia. Avrebbe vinto lei. Non sarebbero riusciti a sottrarla al fascino delle Arti Arcane.
La punizione non arrivò, non ve ne fu il tempo.
La città venne attaccata dai Grigi e fu il caos: il mondo esterno irruppe oltre le difese di Eredania con violenza e crudeltà, tingendosi di rosso sangue e del grigio polveroso della distruzione e di quello scintillante delle armi inutilmente brandite. La situazione si faceva più critica via via che passava il tempo ed Eliandill non aveva capacità sufficienti per poter essere davvero di una qualche utilità: la battaglia era riservata ai grandi del suo tempo e non poteva fare altro che restare in disparte nelle fila di coloro che andavano protetti.
L’idea che qualcuno dovesse perdere la vita per difendere la sua, tuttavia, le risultava tanto insopportabile da spingerla a cercare un modo per esorcizzare la paura e l’orrore dei combattimenti. Vincendo la timorosa immobilità iniziò a svolgere le mansioni più diverse: aiutò a sistemare le provviste di cibo, pulì armi e imparò a costruire frecce, rese omaggio ai caduti e osservò tutto con attenzione, imprimendo nella sua mente quelle immagini che non potranno mai più abbandonarla.
L’arrivo di rinforzi da Deeland fu sconvolgente, nel bene e nel male: da un lato gli armati umani portavano nuova speranza, dall’altro si vestivano di usi e costumi del tutto diversi dai suoi; le loro voci erano più alte, il corpo più imponente e sui loro volti vi erano corti ed ispidi peli a formare quella che nel loro linguaggio veniva chiamata barba. Ancor più che dai guerrieri umani, tuttavia, fu colpita dalle voci che presero a circolare a proposito degli eletti di Tyra: maghi di grande conoscenza, il cui potere avrebbe riconsegnato la città nelle mani dei suoi legittimi abitanti.
Eliandill sentì rafforzarsi la sua fede nella dea, che pregò con sempre maggiore intensità così come già accadeva per il Padre degli elfi.
Quando lo scudo magico a difesa del territorio venne infine ripristinato, ciò che seguì fu un inestricabile intreccio di sollievo e disperazione. Nel pieno dell’azione non vi è spazio per complicazioni inerenti il futuro e tutto ciò a cui è opportuno pensare è il presente. Quando, invece, subentrano la lentezza della ricostruzione ed il conto dei caduti la città non può che ammantarsi di una pesante cappa di dolore e di tristezza, divenendo simile ad un grande monumento di commemorazione agli eroi.
Eliandill si trovò a scoprire l’amore per la sua terra nel momento stesso in cui questa le veniva restituita in macerie. L’impegno che profuse nella ricostruzione fu encomiabile, tanto più che la sua presenza tra la gente comune, durante l’assedio, le aveva procurato non poche amicizie, e non era ora inconsueto che i momenti di lavoro passati fianco a fianco con i maghi superstiti venissero utilizzati per narrare vecchie storie di magia, fornire suggerimenti sugli errori da lei commessi o per rispondere alle sue infinite domande sull’Arte.
Mese dopo mese la vita tornò, per quanto possibile, alla normalità, rendendole ancora più intollerabile l’idea di restare ad Eredania per trascorrervi il resto della propria esistenza. Decise dunque di provare a cercare altrove la propria serenità, unendosi alla prima delegazione in partenza per una delle grandi città del continente. Il fato scelse per lei la perla dell’ovest: Mildorne.
Il viaggio fu relativamente tranquillo seppure vadano annoverati alcuni incontri poco piacevoli ma rapidamente superati anche grazie, questo la rese ebbra di gioia, ad alcuni incantesimi che aveva lanciato lei stessa.
Il gruppo si divise davanti alle porte della città, lasciandola per la prima volta senza una vera meta da raggiungere: prima aveva inseguito la libertà, poi la sopravvivenza, ed ora? Doveva trovare un biblioteca, una scuola di magia o qualsiasi luogo di studio, era ovvio, ma dove, da che parte?
Un sospiro le sollevò ed abbassò il petto mentre si accingeva a chiedere ad un passante le prime informazioni.

Descrizione:

Capelli scuri come la pece fanno contrasto con il pallore dell’incarnato, evidenziando grandi occhi verdi e profondi. Le iridi, screziate d’oro, si tingono spesso di malinconica inquetudine, rivelando forse più di quanto lei stessa vorrebbe.
Il suo aspetto è allincirca quello di una ragazzina di 17 anni umani, esile ed aggraziata, orgogliosa delle sue lunghe orecchie e del sangue elfico che le scorre nelle vene.
Indossa abiti semplici e comodi, adatti a percorrere lunghe distanze seguendo il suo desiderio di novità e rinnovamento. L’unico vezzo è un nastro che usa per legare i lunghi capelli in modo tale che non la infastidiscano durante il giorno.

Curiosissima, ama osservare le persone cercando di coglierne le manie e le particolarità. Non parla molto ma non per questo disdegna conversazioni che sappiano stimolare il suo interesse ed è assolutamente incapace di resistere ad un duello verbale.

Odia il vento, l’odore cannella, i luoghi troppo rumorosi e chi parla ad alta voce; si sente infastidita da chiunque le si avvicini troppo.
Trascorrerebbe ore passeggiando in qualsiasi luogo la natura è padrona, sia esso un ordinato giardino o una rigogliosa foresta, non ama le calzature e cammina a piedi nudi ogni qualvolta le è possibile; ha una predilezione per il colore verde ed in funzione di un particolare ricordo adora il profumo dei campi durante la mietitura.

26 Gennaio 2007

Il viaggio - Come l’occhio di un gatto (3 di 3)


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Vadania trattenne il fiato mentre il pulsare impazzito del cuore le rimbombava nel petto. A quale verità conducevano le parole di Gareth? Quel nome, Sell-en-morn, era solo un tentativo di derisione nato dai pettegolezzi e dalle dicerie riguardo all’allontanamento di suo padre dalla città. Nessuno sembrava tuttavia conoscerne il motivo e, soprattutto, nessuno fino ad allora sembrava disposto a raccontarglielo. Così, dopo anni di inutili domande, aveva deciso smettere di soffrire per una creatura che non aveva mai incontrato e delle cui azioni si era trovata a dover sopportare le odiose conseguenze. Per quanto le importava, in quello stesso momento poteva essere morto o in preda alla disperazione, non avrebbe mosso un dito per soccorrerlo. Era solo un fantasma di cui si favoleggiava senza sapere chi fosse davvero, e lei non voleva averne nulla a che fare, quale potesse essere il segreto che attorniava la sua torbida figura. Eppure…
Scosse il capo per allontanare ogni possibile congettura, servendosi della prudenza e del timore con cui avrebbe maneggiato una vecchia balestra puntata contro il proprio petto, nella speranza di non dover assaggiare il morso della freccia che ancora vi era incoccata.
Il braccio di Gareth era teso verso il cielo, le dita aperte a ventaglio sul perno di indice e pollice stretti attorno a una sfera dalle levigate rotondità. Una forma quasi invisibile per la sua colorazione di un nero più denso di quello della notte. Il suo fondersi con l’oscurità era tanto perfetto che Vadania non ne avrebbe colto la presenza se non fosse stato per la venatura lattea che la percorreva nel centro, come l’occhio di un gatto dai colori impossibili.
«Io possiedo la risposta ad ogni tua domanda, mia dolce Vadania… Ma ora continui a preferire la cecità fuggendo la luce che ti vanti di aver trovato - il braccio si piegò su se stesso avvicinando l’oggetto al volto della maga fino a ricoprirne interamente una delle iridi scure - sii gentile, porgimi una mano.»
La sferetta le roteò nel palmo, incurvato nella forma di una morbida coppa, creando con la venatura centrale un ipnotico gioco di vortici e spirali.
«Una ricompensa?»
«Un oggetto che non è più tempo io custodisca. L’ho portato con me per quasi un secolo ed ora lo consegno a chi ne è sempre stato il proprietario designato.»
«A nome di chi mi viene donato?»
«Non lo immagini?»
La mano si strinse attorno alla forma vitrea scagliandola con forza verso il mare aperto. L’acqua sussultò al contatto, sollevandosi in una corona di spruzzi.
Le gocce salate non ebbero il tempo di confondersi con le loro ondeggianti gemelle che la sfera oscura aveva invertito il proprio percorso, ubbidendo al repentino comando di Gareth il cui esile braccio si era subito sollevato per richiamarla a sé. «Bada a ciò che fai. Se rinunci ora, in futuro potrebbe non essere così semplice rientrarne in possesso.»
Vadania si strinse nelle spalle lasciandosi cullare dall’ansimare delle vele, persa nell’osservare le stelle di levante che accennavano ad impallidire in attesa dell’alba. «Non ho motivo di mutare la mia scelta, tutto ciò che riguarda mio… padre - tentennò - non riguarda me. Per me lui non esiste. Non è mai esistito. Riportami a Carnallia, lì mi aspetta l’inizio di un nuovo viaggio.»
«Rammenti, piccola mia, il commiato che ti riservai il giorno in cui confessasti di voler scoprire ciò che si nascondeva oltre i confini delle nostre terre?»
I primi bassi raggi del sole illuminarono il tenue sorriso che andò ad incurvarle le labbra: «non potrei mai dimenticare l’unico saluto incoraggiante. Mi dissi che non vi è nulla di più bello dell’attimo che precede a partenza, l’attimo in cui l’orizzonte del domani viene a farci visita per raccontare le sue promesse*  – il mento si abbassò verso la profondità delle acque e un intenso sospiro le riempì i polmoni, come linfa che veniva a rigenerare forza e tenacia. - Ciascuna meta che mi sono prefissa ha udito questa frase e incontrato un pensiero per te. Mi sei mancato.»
Gareth sembrò borbottare qualche incomprensibile risposta, finendo per schiarirsi la voce e dissimulare, con un colpo di tosse, il piacere che quelle parole gli avevano procurato. «Anch’io. Sì, anch’io lo ripeto spesso. E ricordo chi per la prima volta ha dato voce a questa frase, al riparo di un grande salice, facendo scivolare tra le mie mani un sacchetto di pelle morbida, appena consumata agli angoli inferiori. Dentro quel sacchetto era contenuta la pietra che poco fa hai rifiutato.»
Vadania sollevò il capo con uno scatto improvviso. Occhi di brace tornarono ad ardere nel volto dai lineamenti tirati. Come aveva osato Gareth dispensare proprio a lei gli insegnamenti dell’unica creatura che odiava con tutta se stessa? Parole velenose stavano per fendere l’aria come la lingua biforcuta di un serpente, ma furono soffocate sul nascere da nuove lusinghe pronunciate con tono gentile e carezzevole, simile ad un alito di vento che scompiglia i capelli gettandoli all’indietro con fare delicato. «Fa luce su te stessa, bambina, non attendere di perderti nella tenebra. Torna a casa.»
Ancora la promessa di un luogo da poter sentire proprio, di un rifugio dal quale osservare la pioggia improvvisarsi pianista sulle frondose chiome degli alberi; dal quale guardare oltre la finestra richiusa, abbracciando con i palmi una tazza fumante per rubarne il calore. Respirare a fondo l’intenso profumo delle erbe, occasionale amante dell’avvolgente aroma del legno bruciato. Odore di pace che si diffonde dal caminetto acceso, artista scoppiettante che dipinge tiepide dita rosso fuoco sul vetro rigato da sottili lacrime celesti. Ciò che desiderava le veniva ora offerto con tale semplicità da ridurre al silenzio la propria voce interiore, quel sussurro che fino ad allora le aveva consigliato di stare attenta, di non abbassare la guardia concedendosi a sogni impossibili. Ma questa nuova vita sembrava riuscire a sedurla, prendendo consistenza ad ogni particolare aggiunto dalla sua mente e dal parlare accattivante del vecchio. I pensieri continuarono a completarsi l’uno con l’altro fino a quando il riverbero delle fiamme sembrò divenire reale, condensandosi in un punto luminoso collocato appena al di sopra della linea dell’orizzonte. Brillò più intensamente per un lungo istante prima di sfrecciare verso la nave. Vadania socchiuse gli occhi e sollevò istintivamente una mano per proteggersi il volto. Troppo tardi: la luminescenza aveva trovato la sua fronte per poi scomparire in una sensazione di intenso bruciore. Un improvviso torpore la colse rendendo il suo corpo creta nelle mani di una volontà imprecisata. La distesa del mare divenne confusa, i contorni sfumarono l’uno nell’altro, diventando sempre più lontani, e gli occhi cedettero al peso delle palpebre facendola precipitare in un pozzo nero e senza fondo.

* Kundera, M. (1985) L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milano, Adelphi

26 Gennaio 2007

Il viaggio - Piume bianche e piume nere (2 di 3)


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L’alone diffuso attorno all’imprecisa falce lunare si rifletteva tenuemente sul lustro ponte di legno, dove le assi del pavimento collimavano perfettamente l’una all’altra, conferendogli l’apparenza di un irreale corridoio a cielo aperto. Nessuno scricchiolio accompagnava l’avanzare di Vadania in direzione della prua, ora rivolta verso l’increspato tappeto del mare. Da poco la tempesta aveva cessato di infuriare, ripiegando su più miti consigli, e Veronique non aspettava più sul molo, aveva seguito un uomo dalla corporatura robusta ed il camminare incerto: il Saggio di cui avevano atteso l’arrivo. Dopo aver posato una mano in quella di lui si era adeguata al suo passo, voltandosi frequentemente verso la nave, fino a che i suoi occhi non poterono più restituirle alcuna immagine da confrontare con quella impressa nei ricordi.
La maga tentò di restare in equilibrio quando un’onda più insolente si insinuò sotto la conca dell’imbarcazione, sollevandola in una danza dal ritmo irregolare. Poteva scorgere, poco distante, la sagoma del suo maestro: gli avambracci posati sulla balaustra costringevano la schiena ad incurvarsi, mentre il mantello grigio argento lo avvolgeva nella sua morbida tela. Nonostante lo sguardo accarezzasse le poche luci della città, che andavano sfumando in lontananza, la sua attenzione era rivolta altrove, e appena Vadania fu abbastanza vicina da poter udire le sue parole diede voce ai propri pensieri: «sei cresciuta, piccola figlia del vento.» Orgoglio e malinconia si mescolavano come l’acqua ad un vino cattivo, l’una attenuando l’acre sapore dell’altro. Così la purezza del compiacimento, simile al rinfrescante sapore dell’acqua sorgiva, era inquinata dal gusto amaro di ciò che poteva essere e non è stato. E se anni addietro avesse commesso un errore nel lasciarla partire?
«Ho imparato a camminare sulle mie gambe, maestro.»
«A volte camminare non è sufficiente.»
«Allora imparerò a volare.»
Gareth si raddrizzò, voltandosi completamente per appoggiare la schiena alla balaustra e poter guardare negli occhi la giovane elfa. I capelli color miele erano stati riordinati sotto il pesante cappuccio, nuovamente calato sul volto per nascondere ogni espressione, ma il suo tono risoluto e divertito allo stesso tempo invitava al sorriso, ed il vecchio non dubitò nemmeno per un istante che lei avesse potuto resistere a quella dolce debolezza.
«Potrei offrirti ali degne di un angelo, Vadania.»  «Credo di sapere dove trovare le mie ali; sicuramente so dove voglio cercarle - la mano sottile seguì il fluire dei pensieri, andando a sfiorare la sacca dove era riposta la pergamena vergata da Teramil - forse le piume saranno logore e nere come l’inchiostro, ma le avrò messe insieme una ad una ed apparterranno a me sola.»
Il silenzio accompagnò per lungo tempo il procedere della nave, sormontata dal nero setoso di uncielo privo di stelle. «Sei testarda, maga.»
«Testarda e curiosa. Chi è la bambina?»
«La figlia di Amariel, re umano della Nistallia orientale.»
La fronte di Vadania si corrugò dando respiro a facili dubbi: «per quale motivo un elfo si preoccupa della sorte una principessa umana?»
«I tuoi occhi ti ingannano, ella è umana solo per metà. Parte del sangue che le scorre nelle vene appartiene al nobile popolo: Veronique è una mezzelfa.»
La docile cantilena delle onde si esibì in un lungo assolo mentre i due si scambiarono un’occhiata intensa, pregna di domande e di risposte non pronunciate.
«Non crucciarti per lei, non avrai rimpianti, ma ora non chiedere altro a meno che tu non decida di tornare a Casa, con me. Una tua parola e la nave virerà verso occidente e ben presto della piccola isola di Carnallia dimenticherai persino l’esistenza.»
Vadania scosse il capo, ricambiando la ferma espressione dell’elfo con una frammista di paura e di incertezza, rivelando la piccola breccia che quell’invito aveva aperto nelle sue difese, uno spiraglio che Gareth non esitò a forzare con nuove e suadenti parole. «Combatti il rancore che offusca la tua mente e condiziona le tue scelte. Dimostra chi sei davvero imponendo la tua volontà sui ricordi, facendo prevalere il futuro sul passato. Non permettere al risentimento di nascondere il tuo sentiero.»
Le dita si strinsero con rabbia attorno al freddo stelo d’ottone, corrimano che accompagnava l’estremità frontale del veliero, facendo da mediatore tra gli slanciati fianchi di legno. «Non sono io l’ostacolo, ma voi con la vostra falsità ed il vostro disprezzo. Sono tornata non molto tempo addietro e non dubito tu ne sia a conoscenza, eppure non sei intervenuto quando mi è stato negato l’accesso oltre la prima cinta muraria - uno sguardo di accesa frustrazione riuscì ad ottenere il sopravvento su ogni altra emozione, guidando il palmo della mano nel suo sollevarsi e ridiscendere sull’appoggio metallico. - Mi hai impedito di rivedere mia madre!»
L’eco della voce si plasmò secondo il risuonare sordo del metallo, come dita alabastrine che si fanno strada in una folta capigliatura corvina: un tocco impetuoso e graffiante cui l’istante successivo subentrò il tono profondo e carezzevole del vecchio. «Venivi per sfoggiare il tuo nuovo pentacolo da Arcimago. Volevi vendetta, non pacificazione.»
«E hai voluto punirmi per questo!? - era una strega dagli occhi neri, occhi che soggiogavano ed accusavano senza offrire possibilità di redenzione - Sell-en-morn, erano anni che non udivo il suono di queste parole ma il dolore che provoca è rimasto invariato, come lo schioccare della frusta prima che il cuoio dispensi il suo bacio rossastro sulla schiena nuda. Mi hai fatto bere un nuovo sorso di veleno ed ora mi chiedi di tornare in quello stesso luogo a saggiarne nuovamente il sapore, presentandolo come la più sofisticata delle delizie? No Gareth, non sono così sciocca da prendere in considerazione una tale prospettiva.»
L’elfo non rispose al dardeggiare del suo sguardo, limitandosi a voltare il capo in direzione dell’orizzonte. Solo un sussurro trovò le sue labbra, sfuggendo al peso che le parole di Verdiana avevano rovesciato sulle sue spalle: «non hai mai osato chiedere il perché di tale appellativo. Hai paura, mia amata?»

(Continua…)

26 Gennaio 2007

Il viaggio - la maga il vecchio e la bambina (1 di 3)


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L’alone diffuso attorno all’imprecisa falce lunare si rifletteva tenuemente sul lustro ponte di legno, dove le assi del pavimento collimavano perfettamente l’una all’altra, conferendogli l’apparenza di un irreale corridoio a cielo aperto. Nessuno scricchiolio accompagnava l’avanzare di Vadania in direzione della prua, ora rivolta verso l’increspato tappeto del mare. Da poco la tempesta aveva cessato di infuriare, ripiegando su più miti consigli, e Veronique non aspettava più sul molo, aveva seguito un uomo dalla corporatura robusta ed il camminare incerto: il Saggio di cui avevano atteso l’arrivo. Dopo aver posato una mano in quella di lui si era adeguata al suo passo, voltandosi frequentemente verso la nave, fino a che i suoi occhi non poterono più restituirle alcuna immagine da confrontare con quella impressa nei ricordi.
La maga tentò di restare in equilibrio quando un’onda più insolente si insinuò sotto la conca dell’imbarcazione, sollevandola in una danza dal ritmo irregolare. Poteva scorgere, poco distante, la sagoma del suo maestro: gli avambracci posati sulla balaustra costringevano la schiena ad incurvarsi, mentre il mantello grigio argento lo avvolgeva nella sua morbida tela. Nonostante lo sguardo accarezzasse le poche luci della città, che andavano sfumando in lontananza, la sua attenzione era rivolta altrove, e appena Vadania fu abbastanza vicina da poter udire le sue parole diede voce ai propri pensieri: «sei cresciuta, piccola figlia del vento.» Orgoglio e malinconia si mescolavano come l’acqua ad un vino cattivo, l’una attenuando l’acre sapore dell’altro. Così la purezza del compiacimento, simile al rinfrescante sapore dell’acqua sorgiva, era inquinata dal gusto amaro di ciò che poteva essere e non è stato. E se anni addietro avesse commesso un errore nel lasciarla partire?
«Ho imparato a camminare sulle mie gambe, maestro.»
«A volte camminare non è sufficiente.»
«Allora imparerò a volare.»
Gareth si raddrizzò, voltandosi completamente per appoggiare la schiena alla balaustra e poter guardare negli occhi la giovane elfa. I capelli color miele erano stati riordinati sotto il pesante cappuccio, nuovamente calato sul volto per nascondere ogni espressione, ma il suo tono risoluto e divertito allo stesso tempo invitava al sorriso, ed il vecchio non dubitò nemmeno per un istante che lei avesse potuto resistere a quella dolce debolezza.
«Potrei offrirti ali degne di un angelo, Vadania.»  «Credo di sapere dove trovare le mie ali; sicuramente so dove voglio cercarle - la mano sottile seguì il fluire dei pensieri, andando a sfiorare la sacca dove era riposta la pergamena vergata da Teramil - forse le piume saranno logore e nere come l’inchiostro, ma le avrò messe insieme una ad una ed apparterranno a me sola.»
Il silenzio accompagnò per lungo tempo il procedere della nave, sormontata dal nero setoso di uncielo privo di stelle. «Sei testarda, maga.»
«Testarda e curiosa. Chi è la bambina?»
«La figlia di Amariel, re umano della Nistallia orientale.»
La fronte di Vadania si corrugò dando respiro a facili dubbi: «per quale motivo un elfo si preoccupa della sorte una principessa umana?»
«I tuoi occhi ti ingannano, ella è umana solo per metà. Parte del sangue che le scorre nelle vene appartiene al nobile popolo: Veronique è una mezzelfa.»
La docile cantilena delle onde si esibì in un lungo assolo mentre i due si scambiarono un’occhiata intensa, pregna di domande e di risposte non pronunciate.
«Non crucciarti per lei, non avrai rimpianti, ma ora non chiedere altro a meno che tu non decida di tornare a Casa, con me. Una tua parola e la nave virerà verso occidente e ben presto della piccola isola di Carnallia dimenticherai persino l’esistenza.»
Vadania scosse il capo, ricambiando la ferma espressione dell’elfo con una frammista di paura e di incertezza, rivelando la piccola breccia che quell’invito aveva aperto nelle sue difese, uno spiraglio che Gareth non esitò a forzare con nuove e suadenti parole. «Combatti il rancore che offusca la tua mente e condiziona le tue scelte. Dimostra chi sei davvero imponendo la tua volontà sui ricordi, facendo prevalere il futuro sul passato. Non permettere al risentimento di nascondere il tuo sentiero.»
Le dita si strinsero con rabbia attorno al freddo stelo d’ottone, corrimano che accompagnava l’estremità frontale del veliero, facendo da mediatore tra gli slanciati fianchi di legno. «Non sono io l’ostacolo, ma voi con la vostra falsità ed il vostro disprezzo. Sono tornata non molto tempo addietro e non dubito tu ne sia a conoscenza, eppure non sei intervenuto quando mi è stato negato l’accesso oltre la prima cinta muraria - uno sguardo di accesa frustrazione riuscì ad ottenere il sopravvento su ogni altra emozione, guidando il palmo della mano nel suo sollevarsi e ridiscendere sull’appoggio metallico. - Mi hai impedito di rivedere mia madre!»
L’eco della voce si plasmò secondo il risuonare sordo del metallo, come dita alabastrine che si fanno strada in una folta capigliatura corvina: un tocco impetuoso e graffiante cui l’istante successivo subentrò il tono profondo e carezzevole del vecchio. «Venivi per sfoggiare il tuo nuovo pentacolo da Arcimago. Volevi vendetta, non pacificazione.»
«E hai voluto punirmi per questo!? - era una strega dagli occhi neri, occhi che soggiogavano ed accusavano senza offrire possibilità di redenzione - Sell-en-morn, erano anni che non udivo il suono di queste parole ma il dolore che provoca è rimasto invariato, come lo schioccare della frusta prima che il cuoio dispensi il suo bacio rossastro sulla schiena nuda. Mi hai fatto bere un nuovo sorso di veleno ed ora mi chiedi di tornare in quello stesso luogo a saggiarne nuovamente il sapore, presentandolo come la più sofisticata delle delizie? No Gareth, non sono così sciocca da prendere in considerazione una tale prospettiva.»
L’elfo non rispose al dardeggiare del suo sguardo, limitandosi a voltare il capo in direzione dell’orizzonte. Solo un sussurro trovò le sue labbra, sfuggendo al peso che le parole di Verdiana avevano rovesciato sulle sue spalle: «non hai mai osato chiedere il perché di tale appellativo. Hai paura, mia amata?»

(Continua…)

26 Gennaio 2007

Triste notte


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Il rombo basso e profondo del tuono attraversa la stanza facendo tremare le ampie finestre di vetro dipinto. L’aria satura del profumo dell’incenso che avevo bruciato la sera precedente, prima di abbandonarmi al piacere del sonno. Il mondo, oltre le tende damascate, si veste del cristallino chiarore della luna, fermandosi in forme di lucida pietra. Un senso di oppressione imminente le avvolge, accarezzandole con la propria mano guantata. Ma la città sembra dormire come tutte le altre notti, come accade da anni a questa parte. Eppure, eppure…
Rimango accovacciata sul letto ricco di sete e futili ornamenti, gli occhi fissi sulle opache iridescenze delle coltri scostate, giochi fanciulleschi della fiamma di una sola candela. Penso e non penso, lasciandomi cullare dall’aria frizzante della notte. Il vento mi sussurra parole sconnesse, sibilando tra gli alberi spogli, fantasmi della bellezza dell’estate che si sono lasciati alle spalle.
Chiudo gli occhi, reclinando la testa all’indietro, accompagnando un profondo sospiro che sembra voler ricordare la gioia che aveva attraversato la mia vita come un fiume in piena, ma tutto questo accadeva prima della guerra. I sorrisi dei bambini, i loro occhi scintillanti, le grida argentine di questi piccoli uomini che mi giravano attorno mentre fingevo di rimproverarli, non senza cercare, inutilmente, di trattenere un sorriso. Immagini sfocate. Volti, tanti volti che si sovrappongono l’uno all’altro fino a ricongiungersi in un’unica fisionomia. Occhi vivi come il bruno colore delle castagne, iridi scure che sembrano scavare oltre le rigide forme dietro le quali si muove la realtà, adornata di falsi gioielli e merletti ormai sfatti.
Basta poco, una mano che si allunga verso la vestaglia e mi trovo a camminare per il corridoio vuoto, schermando la fiamma della candela con la mano perché non si spenga.
Toc-toc.
Busso alla sua porta, due colpi netti. “Perché l’ho fatto? Devo andar via, allontanarmi da qui. Domani, domani le ombre che vedo saranno di nuovo lontane..”
Eppure rimango, la mano posata sulla maniglia mentre lentamente scivolo a terra, appoggiando le ginocchia al pavimento, gli occhi chiusi. Il piccolo candelabro mi scivola dalle mani lasciando che la fiamma tremante si spenga al contatto della pietra. Lo lascio lì dove si trova.
Mi rialzo, aiutandomi con la maniglia d’ottone che si abbassa lentamente, la porta si apre. Resto come impietrita, ferma sulla soglia senza sapere se varcarla o voltarle le spalle.
Un istante lungo quanto l’eternità e spingo l’uscio di legno bianco.
Il cuore perde un battito mentre osservo le tende leggere mosse dal vento, il letto rifatto come se nessuno vi avesse dormito. Se n’è andato.
Richiudo la porta avviandomi nuovamente verso i miei alloggi, due lacrime di ghiaccio a solcare le gote ed il buio che cala come un sipario di nero velluto sulla soglia richiusa. Un unico debole fascio di luce sembra colpire un oggetto metallico, dimenticato lì, come se non avesse più alcuna importanza.

26 Gennaio 2007

Giochi pericolosi - mettersi alla prova (2 di 3)


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Tenebra che domina, oggetti dai vaghi contorni che si fondono con il nero artificioso di una notte perenne; notte senza giorno e giorno gemello della notte; impercettibile mormorare di ciglia che sfiorano l’aria, ripetutamente, perché iridi oscure possano abituarsi all’assenza totale di ogni forma di luce. Granelli di sabbia attraversano l’armonico restringimento della clessidra, dominatrice e schiava del tempo, scandendo l’avanzare dell’invincibile nemico degli uomini.
Uno, due, tre, quattro. Secondi che già non sono più.
La tenebra sembra divenire meno invadente e un sorriso si affaccia alle labbra di un volto esangue, celando emozioni timorose ed impazienti al contempo.
Il signore dei drow avanzò con passi lenti verso quel volto, concedendogli il tempo necessario perché potesse abituarsi, senza fretta alcuna, alla sgradevole sensazione che da sempre faceva seguito alle sue improvvise convocazioni: il mondo che sembrava ripiegarsi su se stesso, distorcendosi e ricomponendosi in forme differenti, trasportando colui che ne era spettatore e protagonista nel luogo ove era stato richiamato. Giunto innanzi al proprio ospite Gyro si apprestò a salutarlo con fare gentile. Gli fu sufficiente un sussurro, “Ben trovata…”, perché la bianca figura si voltasse in sua direzione “Come avrei potuto rifiutare un invito sì cortese? Prima o poi riuscirò ad abituarmi a questi richiami improvvisi” Il rimprovero che traspariva dal tono vagamente irritato di quelle parole tramutò il velato sorriso del Valuk in una profonda ma breve risata.
“Come ti senti, Verdiana?”
“Come una maga troppo impegnata, e tu invece? Ti vedo in ottima forma, signore dei drow “
“Si, per ora pare vada bene. Per ora.”
“Per ora? Temi forse qualcosa o…qualcuno?” La maga sorrise, sorniona, lasciando intendere più di quanto le proprie labbra non avessero detto.
“Non dovrei? - socchiuse un occhio, ricambiando il sorriso - E’ il mio mondo. Nulla di preciso, nulla più del solito..”.
La bionda elfa mosse allora un passo in avanti sentendo la gola improvvisamente riarsa. Non poté che pensare con rammarico alla bottiglia di dolce idromele che faceva bella mostra di sé sul proprio scrittoio, alla torre dell’Alta Stregoneria, aperta ed ancora intoccata a causa della convocazione del Valuk “Non devo essere io a dirti quali sono i tuoi nemici “
“Infatti” Gyro annuì pigramente nel lasciare alla maga il compito di introdurre il motivo del loro incontro.
“Ma non credo tu mi abbia chiamata solo per discorrere con me, anche se un calice di vino avrebbe degnamente innaffiato il nostro colloquio”
“No certo. E rimandiamo il vino alla prossima occasione”
“Un vero peccato - sospirò con rassegnazione - ma direi di venire al dunque finalmente”
“Certo..”
Le pareti dell’ampia grotta in cui i due si trovavano erano completamente rivestite di marmo scuro e di granito, sul quale spiccavano elaborati decori scolpiti da imponenti blocchi di ossidiana. Due file di slanciate colonnine dai capitelli intarsiati in forma di ragno si guardavano l’un l’altra, creando una navata centrale fiocamente illuminata dalla sola luce delle candele disposte su un pavimento dove pietre di particolar pregio si componevano nella figura di un ragno di imponenti dimensioni. Il bianco sorriso, che mai si era spento sulle labbra di Gyro, tornò a manifestarsi con maggiore intensità mentre con gesto flemmatico indicava il sommo altare collocato in fondo alla navata a fronte di una gigantesca statua raffigurante la dea. Debolmente rischiarato dalla luce di due sole fiammelle, l’altare si presentava gremito di grossi ragni neri disposti in due circonferenze concentriche, imperniate su un aracnide di dimensioni maggiori il cui corpo sinistramente vellutato celava un oggetto alla vista della maga.
“Riesci a vedere?”
Verdiana vide e rabbrividì, lanciando uno sguardo sospettoso all’altare e poi al Valuk. La scena che si presentava ai suoi occhi le suggeriva pensieri poco rassicuranti, ma Gyro le avrebbe consegnato il pentacolo, così le aveva detto, e non vi era alcun motivo perché non dovesse rispettare il loro accordo.
I ragni restarono immobili quando la maga si avvicinò, senza superare quella che lei stessa considerava un’adeguata distanza di sicurezza. Gli aracnidi l’avevano sempre disgustata a tal punto da arrivare quasi ad immobilizzarla e non era certo quello il momento o il luogo adatto ad approfondirne la conoscenza; anzi, era sicura che quel momento non sarebbe mai giunto.
“Lo intravedo appena”
Il Valuk seguì con attenzione i movimenti esitanti dell’elfa, bevendo con gusto il timore che traspariva dal suo sguardo quando lei si spostò per poterlo guardare in volto  “Pensi di poter eludere le sue difese magiche? Cosa potrebbe accaderti?” chiese con interesse, ricevendone in cambio una risposta che aumentava la propria curiosità senza riuscire ad appagarla neppure in minima parte.
“Non so quali siano le conseguenze senza la presenza del suo proprietario legittimo. Ogni mago ha i propri sistemi per proteggere ciò che gli appartiene.”
“So che Amon, se non fosse stato nero come il mago, sarebbe stato colpito dalla protezione del pentacolo, ma non so come…”
Verdiana si spinse un passo più vicina all’altare riempiendo l’aria di un tiepido sussurro, come se i suoi non fossero che pensieri pronunciati a voce troppo alta “In tempo passato ho stretto tra le dita questo stesso pentacolo…” si voltò quindi verso il drow sorridendo velatamente, quasi provasse imbarazzo per quanto detto. Gyro non vi badò, incalzandola con un filo di emozione nella voce. Incuriosito dalla magia? Preoccupato per la maga?
“Ma credo Alixter fosse d’accordo allora…”
“Che sia dunque tu a prenderlo, signore dei drow, e a consegnarmelo racchiuso in un drappo di tessuto, così che io non debba sfiorarlo”
“Dovremmo privarci di uno spettacolo senza precedenti. Prego, e sii fiduciosa” stranamente le sorrise quasi con dolcezza, indicandole ancora una volta l’altare. L’elfa deglutì a vuoto, tentennado, i suoi sospetti stavano diventando troppo reali e la piega che la conversazione stava assumendo iniziava a piacerle sempre meno.
“Ma prima dimmi…” Gyro tentò di porre una nuova domanda senza tuttavia riuscire a catturare l’attenzione di Verdiana, scossa da quanto si stava profilando all’orizzonte “Per quanto possa sembrarti strano, morire per il morso di un ragno non è in cima alle mie aspirazioni”.
Le voci andarono così a sovrapporsi generando una singolare armonia di suoni. Quella bassa e profonda del drow danzava con la voce soave dell’elfa, rendendo omaggio all’innata musicalità che la natura ha donato ad entrambe le razze. L’improvviso silenzio che ne seguì fece sorridere il Valuk, spostatosi alle spalle della maga che ora appariva nuovamente padrona delle proprie emozioni
“Ti ascolto”
“Temi di più la protezione magica o i ragni?”
“La mia risposta ti stupirebbe”
“E’ così raro essere stupiti.. prego” Gyro continuò il suo fluido ruotare attorno alla giovane ospite, giungendole infine al fianco senza mai perdere contatto con i suoi occhi scuri.
Poco dopo fu lo sguardo di Verdiana ad abbandonare il suo, descrivendo nell’aria corposa del sottosuolo un semicerchio interrotto dalla vista del grigio altare.
“Sono immobili ora…”
“Ora, sì…”
“Ma non ho dubitato neppure per un istante della loro rapidità, al momento opportuno, e neppure del grande potere che li difende. - Gyro la osservava, immobile, i lineamenti del volto scaldati dal fantasma di un sorriso - Ora tu mi chiedi tra due forze magiche quale voglio sfidare…”
“No, dato che devi sfidarle entrambe. Ti chiedo quale temi di più.”
Verdiana si voltò improvvisamente senza riuscire a nascondere la propria sorpresa. Gli occhi lampeggiarono di incredulità imporporandosi del rosso vivo delle deboli lingue di fuoco che profilavano i corpi scultorei degli otto gargoyle, guardiani dalle espressioni contrite posti in posizione rialzata lungo il corridoio centrale. La levigata tensione della muscolatura suggeriva l’illusione di un movimento imminente come se si trattasse di esseri vivi posti a difesa della dea.
“Vuoi dire che dovrò essere io a sfilare il pentacolo dalle zampe del ragno centrale? Impossibile.”
“Hai risposto in maniera esauriente alla mia domanda”
Con un gesto rassicurante della mano, come una promessa, Gyro tornò a indicare l’altare per la terza volta accentuando il timore di Verdiana. Gli occhi dell’elfa si richiusero a testimonianza del suo rifiuto all’idea di trovarsi più vicina al simulacro di quanto non fosse in quel momento. Non era questo che aveva immaginato, non credeva sarebbe stato così difficile sottrarre il pentacolo dalle mani del popolo oscuro. La visione della polla le sovvenne alla memoria, vivida come non mai, sovrapponendosi all’immagine concreta del pentacolo che sembrava quasi ammiccarle dalla sua velenosa culla. Cosa fare adesso? Le emozioni rimbalzavano in lei scontrandosi ed alternandosi in un gioco di confusa indecisione: come due combattenti che si fronteggiavano in un duello all’ultimo sangue il desiderio di fuggire da quel luogo si misurava con la volontà di proseguire verso l’altare maggiore.
Avrebbe potuto dissertare per ore intere sui pro e sui i contro di ciascuna possibilità senza giungere ad escluderne alcuna. L’unica soluzione possibile sembrava essere quella di affidarsi al proprio istinto, come spesso aveva fatto in passato.
Non ci volle molto e la scelta fu compiuta, l’indecisione non era più ospite della sua mente…ora restava solo la paura.
Dischiuse le palpebre, ostentando una sicurezza che era lungi dal possedere mentre il piede destro la portava un passo più avanti. Solo un sussurro setoso e suadente accarezzò le orecchie del Valuk
“Rifletti su ciò che perderesti se la tua dea dovesse punirmi…e agisci di conseguenza”. Ecco l’unico pensiero che la tranquillizzasse davvero: Gyro non poteva lasciarla andare incontro ad una morte certa, avrebbe perduto per sempre un oggetto che sembrava essergli troppo caro per essere messo in gioco così stupidamente.
Ancora l’eco di un passo.
I ragni della circonferenza esterna, prima immobili, si destarono di scatto rivolgendosi minacciosi verso la maga ora davvero troppo vicina. Lo sguardo di Verdiana si fissò sui neri servitori della dea e solo una volontà ferrea poté frenare l’impulso di arretrare. “Sono un’incosciente”, pensò, ma la mano destra già si sollevava in direzione del piano marmoreo dell’altare, dal quale due ragni della cerchia esterna saltarono sulla sua veste risalendola rapidamente e strappandole un grido di paura. Gli occhi dei ragni interni iniziarono a brillare di un inquietante rosso vivo e il ragno centrale si sedette sul pentacolo rivendicandone il possesso.
Gli occhi di Verdiana si chiusero con forza mentre la mano libera raggiunse i lineamenti contratti del volto “Allontanali da me…” riuscì appena ad implorare, inconsapevole dell’impassibile esame cui il drow la stava sottoponendo.
Gyro intervenne solo quando un aracnide, risalendo la veste dell’elfa fino a raggiungerne il petto, si trovò a passare sul bianco pentacolo protetto da Solinari, dio della magia bianca, cadendo a terra privo di vita. “E’ una prova di Lloth. Copri con la mano libera il tuo pentacolo, non straziare i suoi servitori”.
Il cuore pulsante e il respiro lento e faticoso fecero da sfondo al sollevarsi delle palpebre che liberarono due perle di ossidiana nera incastonate in una bianca superficie d’adamante, occhi che il drow scoprì lucidi mentre la maga eseguiva tremante quanto le era stato suggerito. La sua speranza di essersi liberata dall’indesiderata presenza di quelle creature fu disillusa nel vedere il ragno superstite continuare a risalire la stoffa sottile, raggiunto da altri tre compagni della cerchia esterna. Le membra sottili si irrigidirono e lo sguardo raggiunse il drow per chiederne l’aiuto mentre due grosse lacrime salate sfuggirono al suo controllo, rigandole il volto. Gyro dovette trattenersi dall’avanzare in sua direzione andando invece ad incrociare lo sguardo del ragno centrale, quasi a leggerne i pensieri. Annuì impercettibilmente prima di porre fine all’agonia di Verdiana
“Ritira la mano che hai proteso sull’altare.. stasera ti sarà dato ciò che sai.. “
I ragni interni tornarono tranquilli mentre quelli che erano sulla veste della maga ridiscesero fino a prendere nuovamente posizione sull’altare, permettendole un frettoloso arretrare interrotto solamente da un’elegante colonnina di pietra. La schiena scivolò sulle argentee venature che spiccavano sul grigio intenso in cui quella sala era stata scolpita, fino a farla sedere sui talloni. Il volto affondato tra le dita non le permise di vedere Gyro tendere una mano verso di lei offrendole il proprio aiuto ma non le impedì di udirne le parole.
“Stasera, superati i ragni e la protezione.. ciò che brami sarà affidato alla tua custodia..”
“Voglio andar via, fino a questa sera non voglio più metter piede qui dentro…”
“Certo, coraggiosa Verdiana.. “
“Coraggiosa? Se lo fossi davvero non tremerei come ho fatto, alla vista di un ragno”
La maga sollevò appena il capo, asciugandosi con entrambi i palmi le ultime lacrime che era finalmente riuscita a dominare, e questo le permise di scorgere il braccio ancora proteso del Valuk, accettandone la gentilezza. Una risata nervosa accompagnò il suo rialzarsi, coprendo in parte il sussurro figlio delle labbra di Gyro, mentre la mano che stringeva la sua accentò la presa cercando di calmarla.
“Coraggioso non è chi reputa la propria vita inutile, ma chi riesce a superare la proprie paure” “…e questa sera dovrai essere davvero coraggiosa” non poté fare a meno di aggiungere nella silenziosa intimità dei propri pensieri.
“Forse, ma ora ho bisogno di un bel bagno caldo…e del mio caminetto acceso, alla torre - deglutì a vuoto, ancora scossa - a…a questa sera, signore dei Drow”
“Ti accompagno”
“Non è necessario, se non vuoi”
“Se non lo ritenessi necessario o se non volessi non te l’avrei proposto”
Verdiana annuì non possedendo le energie necessarie per replicare, sebbene le parole del drow non le fossero state di alcun conforto facendola sentire più debole e indifesa di quanto avrebbe voluto dare a vedere.
L’eco di rapidi passi sfumò in lontananza lasciando il silenzio come unico re di quei luoghi tanto temibili quanto affascinanti.

 

(Continua…)

26 Gennaio 2007

Mikhail


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Sono un viaggiatore.
Compagno della natura, mia madre e sorella, amante ed amica.
Non ho famiglia se non il mio falco, compagno dai limpidi occhi pungenti. Con lui ho attraversato continenti lontani alla ricerca di qualcosa che mi spingesse a restare. Le onde del mare hanno lambito il mio corpo, troppo esile per essere vigoroso come quello di un uomo, troppo alto e imponente per essere aggraziato come quello di un elfo, lasciandomi il suo odore nelle narici mentre mi allontanavo ancora, trovandomi a calpestare la neve bianca e soffice delle montagne, candida veste della mia prima amante: la natura che con il suo ambiguo abbraccio mi ha sempre concesso ciò di cui avevo bisogno. Non desidero altro.
Non devo desiderarlo.
Estraneo, ho vissuto in torbidi insediamenti umani e nelle alte torri delle città elfiche, ovunque guardato con malcelato sospetto, ovunque considerato intruso.
Un figlio bastardo non avrà mai dimora. La mia frusta ha punito chiunque mi abbia chiamato così.
Mia madre è la foresta, mio padre il cielo, la mia casa è il mondo. Ma prima di comprenderlo ho cercato altrove la mia strada, vendendo il mio braccio come mercenario in piccole faide tra famiglie rivali o tra regni pervasi dal malsano desiderio del potere.
Una ferita mi ha impedito di utilizzare la spada per molto tempo, ma tutt’ora ho scelto di non portarla al fianco. Arco, frusta e faretra sono il mio unico equipaggiamento militare.
Il mio nome è Mikhail, ma spesso vengo chiamato Signore dei Falchi grazie alla mia affinata sensibilità verso gli animali: amo vagare nelle loro menti e vedere attraverso i loro occhi, amo sentire la loro libertà così diversa dalla mia e così priva della vibrante inquietudine che mi accompagna.

26 Gennaio 2007

La maestra e l’adepto - Cronache di un tempo passato


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Premessa:  la cronistoria di una giocata avvenuta ormai anni ed anni fa. L’ho trovata per caso, come quando si sfogliano vecchie scartoffie alla ricerca di una ricevuta di mille anni fa, ormai sepolta tra cumuli e cumuli di carta bollata. Questa sera stavo cercando un regolamento scritto molto tempo fa per una comunità virtuale… E come se nulla fosse mi sono trovata immersa in ricordi passati. Ho riletto questo brano con grandissimo piacere :)

 


La notte stellata riempiva il suo animo di un’insolita felicità. Se ne stava li, imbambolato col naso all’insù ad osservare le stelle quasi a volerle contare. Era una situazione piuttosto insolita, a pensarci bene, ma Alsgaard semplicemente non ci pensava, il pensiero non lo sfiorava minimamente, era troppo concentrato a godersi quel suo piccolo pezzetto di paradiso.
Era completamente solo, il buio ed il silenzio lo avvolgevano completamente aumentando in lui la
sensazione di benessere.
Improvvisamente una voce lo raggiunse infrangendo la tranquillità di quel momento come un sasso gettato in uno specchio d’acqua. Alsgaard - quel suono melodioso raggiunse le orecchie del giovane recando il suo nome in un dolce sussurro. Per un istante il giovane rimase completamente spaesato chiedendosi se fosse stato uno scherzo della sua mente o se veramente qualcuno lo stava  chiamando.
Restò in silenziosa attesa per qualche istante. La voce si ripetè -Alsgaard - dunque qualcuno lo cercava.
Il ragazzo cominciò ad osservarsi freneticamente attorno cercando di capire da dove quel suono potesse provenire. La sua mente era del tutto disorientata  di fronte a quella voce che conosceva, ma che non riusciva, tuttavia, ad associare ad alcuna persona. Chi mi chiama? - sussurrò in maniera quasi impercettibile.
La voce rispose quasi immediatamente alla sua domanda - Chi crede sia giunto il momento di discorrere con te, mio mago…..- mentre pronunciava quelle parole una longilinea figura, ammantata in un pesante mantello blu notte, si avvicinò con passi insonori  ad Alsgaard oltrepassando la zona d’ombra che l’aveva, fino a quell’istante, nascosta agli occhi dell’umano.
Il giovane rimase perfettamente immobile osservando la figura che gli si trovava davanti dal buio del suo cappuccio, non riusciva ancora a comprendere chi avesse davanti, decise di prendere tempo – Discorrere con me? - disse sommessamente - e di cosa vorreste discorrere?
La figura di fronte a lui reagì con calma a quelle parole, sollevò una mano, in un gesto probabilmente usuale, fino ad accarezzare l’orlo del cappuccio. Il velluto pregiato rifletteva la luce delle torce, creando intricati giochi di chiaroscuri sul copricapo e sul muro retrostante - Dell’arte e del tuo amore per essa - rispose alla sua domanda. Alsgaard cominciò a comprendere quei movimenti e quelle parole e, finalmente, riconobbe la voce e la persona che gli stava davanti. Verdiana - mormorò con un lieve sorriso.
La maga annuì ricambiando il sorriso del giovane in un espressione che illuminò il suo volto - Verdiana - confermò mantenendo la voce bassa per non turbare la tranquillità di quel luogo.
Alsgaard rimase in silenzio per alcuni istanti esaminando con lo sguardo la figura che gli stava dinanzi, poi mosse un passo in direzione della maga, la leggera confusione che lo aveva colto all’udire quella voce lo aveva ormai abbandonato del tutto. Bene  - disse con voce calma - cosa vuoi chiedermi in particolare?
La maestra dell’aria si guardò attorno con aria accigliata - qui? - disse perplessa - Conosco luoghi più comodi e più consoni ad un colloquio….. Se vuoi seguirmi……. - la maga si incamminò in direzione del giovane passandogli oltre. Il mantello le si allargava alle spalle come una specie di strascico che la seguiva sospeso nell’aria increspandosi in morbide onde.
Alsgaard rimase immobile seguendo la maga solamente con lo sguardo - Dove mi porti? - si azzardò a chiedere.
Verdiana, senza voltarsi, rispose - Nel mio studio - un lieve sorriso si dipinse sul suo volto pensando allo stato d’animo dell’adepto per quella sua convocazione così improvvisa, mentre tornavano alla sua mente i ricordi di quando lei stessa, per la prima volta, aveva conversato con il suo Shalafi…
Il ragazzo sbattè le palpebre incredulo mentre la bocca gli si apriva nell’espressione tipica dello stupore. Non si era aspettato una convocazione del genere, non aveva mai visto lo studio di un mago in tutta la sua vita. Non gli pareva vero. Avvertì l’ebbrezza della gioia cominciare a salire, contemporaneamente però si accorse di sentirsi preoccupato. La felicità per entrare a contatto, in maniera più diretta, con quel mondo che per lungo tempo aveva desiderato si mischiava alla preoccupazione di non sapere che cosa la maga si aspettasse da lui.
In preda a sentimenti così contrapposti Alsgaard seguì la maestra dell’aria senza rendersi conto, almeno inizialmente, del tragitto che stavano percorrendo.
D’un tratto si ritrovarono di fronte alla fortezza, Alsgaard si sorprese nel vedere con quanta sicurezza Verdiana sapeva riconoscere la strada.
Rimanendo costantemente in silenzio, il ragazzo, preceduto dalla maestra dell’aria, varcò l’ingresso della fortezza dirigendosi lungo un corridoio che non conosceva ancora bene.
Il cunicolo si dipanava per un lungo tratto come se fosse stato scavato nella roccia. Ed ecco la prima svolta a destra, poi ancora una a sinistra, la prima rampa di scale ed un altro corridoio… ad Alsgaard sembrava quasi di girare in tondo e le strade si confondevano l’una all’altra, ma la maga ricordava la via e i suoi passi non conoscevano esitazione. Molte furono  le scale che vennero salite fino a quando la figura azzurrovestita non si fermò davanti a una porta di legno scuro,  incorniciata da due eleganti colonnine di marmo bianco.
Verdiana sollevò una mano, sussurrando un’arcana parola che si perse nell’aria nel momento stesso in cui veniva pronunciata. Alle orecchie di Alsgaard giunse un suono secco, come lo scattare di una  serratura…la porta si aprì lentamente, consentendo l’ingresso alla maga ed al suo ospite. Sul fondo della stanza, in posizione opposta rispetto all’entrata, si intuiva, al di sotto dei tendaggi un’ampia finestra che occupava buona parte della parete. Sulla sinistra una piccola porta conduceva chissà dove, mentre a destra vi era solo il caminetto di mattoni di cotto, all’interno del quale un piccolo fuoco esalava i suoi ultimi respiri, ed uno scrittoio di ossidiana nera sul quale erano posati alcuni volumi e l’occorrente per la scrittura; alle sue spalle una piccola libreria colma di volumi. Davanti al camino un divano di velluto rosso cullava alcuni cuscini, affacciandosi su un basso tavolino dove trovava posto un vassoio colmo di vivande. Nel complesso la stanza era arredata con gusto e sobrietà, tanto da far intendere che quella stanza non fosse che una piccola parte degli alloggi della Maestra dell’Aria.
Verdiana si rivolse ad Alsgaard con un sorriso - accomodati - disse in tono gentile.
Il giovane seguì l’invito della maga osservando attentamente la stanza in cui era entrato, per la prima volta si trovava nello studio di un mago,  non potè trattenere un lieve sospiro di soddisfazione.
Si diresse, con qualche esitazione, in direzione del camino accomodandosi su di un divano di velluto rosso.
La stanza gli apparve ben arredata ed emanava un profumo gradevole, ciononostante non si sentiva del tutto a suo agio. Cominciò a respirare in modo più irregolare, come se facesse fatica a trovare l’ossigeno, era  la tensione che lo rendeva nervoso.
Il giovane adepto si tolse finalmente il cappuccio che aveva tenuto nel tentativo, peraltro vano, di celare il suo sguardo a Verdiana e con esso le sue emozioni.
Si passò inavvertitamente una mano tra i capelli arruffati in un gesto istintivo che era solito ripetere.Era  visibilmente nervoso ma non voleva che fosse così palese, tentò di tranquillizzarsi concentrandosi sulle vivande poste sopra al vassoio… poi sollevando lo sguardo per incontrare quello di Verdiana disse  - mi piace qui ……è in questa stanza che effettui i tuoi studi?
Verdiana sorrise, sfilandosi il mantello dalle spalle per poi riporlo sullo schienale della poltrona a lato del divano cremisi. Dopo aver fatto scorrere una mano sulla veste, per accomodarne sommariamente le  pieghe, la maga raggiunse il camino, sedendosi sui talloni proprio davanti alla bocca di mattoni. Iniziò a parlare mentre prendeva un ciocco di legno con il quale smosse  le fiamme allo scopo di ravvivarle. Sono lieta sia di tuo gradimento…… Sì, questo è uno dei luoghi in cui mi dedico allo studio. Ho scoperto quest’angolo della fortezza poco dopo esservi giunta, come se mi avesse chiamata… e da allora mi sono stabilita in quest’ala del palazzo.
L’umano rispose con un fugace sorriso alle parole della maestra dell’aria, quindi diresse lo sguardo al camino osservando le lingue di fuoco che guizzavano allegre. Il suo volto appariva cereo, la luce dorata delle fiamme si rifletteva nel suo sguardo in un contrasto di elementi. Il caldo del fuoco contrapposto al gelo dei suoi occhi color ghiaccio - Un’ottima scelta - disse sistemandosi al meglio sulla poltrona con movimenti lenti e misurati nel tentativo di dare un impressione di sicurezza. Dentro di se si chiedeva quando il discorso avrebbe cominciato ad entrare nel vivo, quando Verdiana lo avrebbe sottoposto a ciò per cui l’aveva convocato, quei pensieri lo torturavano, l’attesa era snervante. Si decise ad accelerare le cose - un ottima scelta  - ripetè -  anche se non è per questo che mi hai convocato….. non è vero? - disse con uno sforzo.
La maestra dell’aria si immobilizzò per un istante, riflettendo sulla domanda posta dall’iniziato: Alsgaard si aspettava qualcosa da questo incontro, da quanto aveva detto appariva evidente che non credesse all’eventualità di una conversazione fine a se stessa, non con lei almeno. E poi quelle parole, il modo in cui erano state pronunciate, con tono forzatamente calmo.sembrava si aspettasse di essere messo alla prova.bene - si disse - perché deludere un umano tanto volenteroso?
L’azzurra figura si alzò senza voltarsi del tutto ma lasciando soltanto alle fiamme il privilegio di godersi il suo sorriso dolcemente divertito. No, infatti. - disse senza rivolgere il suo sguardo al giovane - In realtà  desidero scoprire se hai la forza di volontà e la capacità per divenire un bravo mago.
Se così non fosse è meglio scoprirlo subito ed indirizzarsi verso un’altra strada. Non credi?
Solo ora si guardò alle spalle, nuovamente seria, così da poterlo osservare con la coda dell’occhio.
Il giovane non aveva distolto per un solo attimo lo sguardo da Verdiana, proteso in avanti aveva seguito i suoi movimenti con attenzione. Finalmente i suoi dubbi erano stati fugati, ciò che si era immaginato era stato confermato dalle parole della maga, le cose cominciavano a farsi serie per lui.
La maestra dell’aria era rimasta volutamente girata di spalle, in modo da dare il tempo al giovane di riflettere senza metterlo sotto pressione.
Un leggero timore cominciò a farsi strada nella  mente di Alsgaard accompagnato da un brivido che aveva percorso la sua spina dorsale all’udire le parole della maga.Era il timore di non  essere all’altezza dell’obiettivo che si era prefissato, il timore di scoprire che avrebbe dovuto rinunciare al suo sogno.
Sarebbe stato terribile, ma prima o poi doveva scoprirlo si, era inevitabile. Perfetto - si disse fingendo di non avvertire la preoccupazione - oggi avrò molte risposte. Si abbandonò all’indietro appoggiando la schiena al sedile reclinando lievemente la testa da un lato nel tentativo di assumere un’espressione di tranquillità.
Verdiana, sentendo il fruscio delle vesti, si voltò del tutto osservando il ragazzo che a sua volta la fissava negli occhi.
Alsgaard doveva essere apparso determinato e sicuro di se, almeno questo gli era sembrato a giudicare dallo sguardo che la maga gli aveva rivolto. In realtà non era per nulla così, ma il giovane sapeva fingere bene, ignorando i dubbi e le paure che tentavano di minare la sua sicurezza apparente.
Il silenzio durò solo per qualche istante, Alsgaard, rimanendo immobile, rispose alla domanda della maga.
Credo tu abbia ragione - disse senza distogliere lo sguardo da quello di Verdiana - è meglio scoprirlo subito piuttosto che cullarsi in un illusione.
La maga socchiuse un occhio, chiedendosi quale terribile prova Alsgard si aspettasse da lei. Era buffo considerare come i pensieri dei due si rassomigliassero nonostante le loro posizioni fossero notevolmente differenti. L’umano e l’elfa, il Seguace e l’Arcimago, l’allievo e il maestro: tra loro sembrava non esserci differenza alcuna in quel momento, entrambi dubbiosi rispetto alla piega che la conversazione avrebbe assunto.
-Da quanto tempo la fortezza ti ha accolto tra le sue mura? Due, tre cicli di luna? Ebbene, cosa hai appreso nel tempo che ti è stato fin’ora concesso?-. La domanda affiorò alle sue labbra quasi naturalmente: d’altra parte voleva davvero sincerarsi che non si fosse imbattuto in difficoltà o impedimenti;  e se lui avesse inteso la domanda come una sfida a dimostrare la propria bravura, lei non aveva motivo di rendere evidente l’involontario inganno. Anche questo poteva essere un modo per conoscerlo meglio e cogliere almeno una piccola parte della sua complessa natura.