Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66
L’antipatica » Anita Blake

You are currently browsing the archives for the Anita Blake category.

19 Maggio 2007

Quasi stata baciata


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

Fanfiction scritta con Miraphora

Nota delle autrici: questa fan fiction è un esperimento di scrittura a quattro mani, abbiamo deciso il tema, e successivamente la divisione dei due personaggi. Siccome abbiamo due stili completamente diversi, Verdiana elegante ed accurata e Miraphora ironico e schietto, la decisione è stata semplice: Jean-Claude a Verdiana, Anita a Miraphora. Speriamo di aver catturato i personaggi al meglio, e speriamo che anche voi vi divertirete a leggerla come noi ci siamo divertite a scriverla!

Quasi stata baciata

Jean Claude

Osservo la luna come faccio ormai da cinquecento anni, notte dopo notte. Abitudine, divertissemant, scaramanzia? Non me lo sono mai chiesto. Mi basta sapere che la sola padrona del cielo vaga ancora nel firmamento, immutabile ed eterna quanto nessun’altra creatura. E’ proprio così come ama ricordarmi un’inafferrabile conoscenza: i vampiri sono solo un po’ più resistenti degli altri, ma anch’essi possono morire.
Una risata mi riporta alla realtà, distogliendomi dal piacere della contemplazione.
“Sono dolente chérie, hai detto qualcosa?”
Riporto la mia attenzione sulla giovane donna che mi siede accanto, adagiata su una delle panchine vittoriane che adornano lo Shaw Park. I capelli biondi le incorniciano il volto come lunghi nastri di raso. E’ bella, di una bellezza nordica, distaccata e androgina. Si copre le labbra sottili con il dorso della mano mentre il guizzo d’ilarità va spegnendosi; non nasconde l’interesse che nutre per me, anzi: ne ha fatto una bandiera per potermi incontrare spesso e a lungo. Miss Joanna Sandwort sta scrivendo la sua tesi di dottorato in lettere moderne, e lo sta facendo su di me. O meglio, sulla narrativa relativa al vampirismo così com’era immaginato nei secoli passati. Alcuni dei più famosi scrittori del ‘700 e dell’800 si sono lasciati ammaliare dalla vita eterna, dalla possibilità di sottrarsi alle leggi comuni per un’esistenza fatta di sangue e di tenue fiammelle come unica luce a segnare la via. Cosa c’è di vero nei miti del passato, e quali geni letterari di un tempo non sono stati del tutto umani per parte della loro permanenza sulla terra? Queste sono le domande che vorrebbe pormi, ma lo fa per accenni e sussurri, muovendosi a piccoli passi come se cercasse un modo per prolungare e moltiplicare i nostri incontri: sa che essi avranno termine nel momento in cui sarà in possesso di tutti i ragguagli che le occorrono.
Mi guarda dal suo tailleur rosso fuoco, rosso sangue. Gli occhi lasciano trapelare una nota di malizia che si abbina alla perfezione con il profumo del suo desiderio: mi vuole e il suo sguardo non ne fa mistero nonostante il suo comportamento sia sempre impeccabile, senza sfumature che possano oscurare la classe che la muove.
Sapere che potrei averla in qualsiasi momento mi gratifica meno di quanto dovrebbe, dopo decenni la resa incondizionata finisce per annoiare. Quello che mi manca è il sapore della conquista, giocare al dolce gioco della seduzione sciogliendo una dopo l’altra tutte le barriere di cui Amore si veste, vincere le difese del pudore per ravvivare le braci che vi ardono al di sotto. Ho voglia di una sfida, di ascoltare il suono del pericolo e della passione mescolati assieme.
Le sorrido con galanteria, consapevole che tutto questo non mi proverrà dai suoi pallidi e bellissimi occhi azzurri, ciò che voglio è nascosto oltre una pelle diafana e scintillanti capelli scuri.
“No, in verità,” mi risponde, “ma trovo particolarmente piacevole osservarti: eri talmente immerso nella contemplazione di chissà cosa da non accorgerti delle sirene della polizia. Spero non sia accaduto nulla di grave.”
Le sirene? Sì, le ho sentite, nell’ultimo periodo le odo fin troppo spesso.

Anita

Venerdì sera, in teoria dovrebbe cominciare il week-end giusto? Almeno per i lavoratori comuni è così, ma per me, risvegliante, cacciatrice di vampiri e consulente per la polizia, avere un week-end libero è un miraggio. Infatti, il mio piccolo piano per passare almeno una serata all’insegna del relax, guardare un film mangiando popcorn in pigiama, è andato a farsi benedire. Tra tutti i giorni in cui la gente può scomparire o mettersi nei guai, deve proprio scegliere le poche ore libere che ho. Ma si sa, gli umani si risvegliano il venerdì notte, il lavoro è finito e un paio di giorni di riposo li porta ad uscire dalle loro case fino ad orari improponibili.
Infatti, proprio questa sera il sergente Storr mi aveva chiamata perché c’era bisogno del mio aiuto in un caso di scomparsa che si era trasformato velocemente in sospetto rapimento di una ragazza. La mia esperienza era necessaria perché il principale sospetto era il fidanzato della scomparsa, un vampiro. Il problema era che essendo un vampiro, c’era bisogno di una cacciatrice di vampiri per scovarlo. Quindi a questo punto entro in campo io, con la mia esperienza e i miei contatti nel mondo del soprannaturale.
E così eccomi nell’ultimo luogo in cui la ragazza era stata avvistata: ShawPark, meglio conosciuto come parco delle coppiette. Io non ci vado mai, ma so bene che oltre alle passeggiate romantiche mano nella mano, il parco si presta anche come luogo d’incontro per bande di giovani, vampiri e non. Dolph mi aveva detto che i pochi indizi che avevano erano le testimonianze della famiglia della ragazza, Amy, dove il suo ragazzo veniva descritto come uno sbandato; ma la sorella di Amy ci aveva fornito un indizio fondamentale: il vampiro, Marc, era sospettato di essere capo di un traffico locale di droga. In genere lo spaccio di droghe avveniva in luoghi appartati come ShawPark, dove alcune persone avevano visto Amy camminare da sola con uno strano atteggiamento, come se fosse terrorizzata. Fantastico!
Trovare Marc il vampiro spacciatore non sarebbe stato un problema, un paio di domande alle persone giuste e un indirizzo sarebbe spuntato, il problema era la ragazza. Perché il suo ragazzo l’avrebbe rapita rovinandosi la reputazione? Dopotutto i vampiri sono furbi, una buona immagine porta soldi. E questo mi fa venire in mente un altro vampiro attento alla sua fama: Jean-Claude. Era da un po’ che non si faceva vivo, niente fiori, niente inviti, niente telefonate da ben 3 settimane. Un record. Non che mi lamenti, anzi, magari si è trovato finalmente la ragazza! Cercando di concentrarmi sulla ricerca nel parco, mi tolgo di testa Jean-Claude.
Camminando nel parco scuro incrocio parecchie coppiette. Alcune sedute abbracciate sulle panchine, altre troppo occupate a divorarsi le rispettive facce per accorgersi di un gruppo di poliziotti in borghese o in divisa, e me, mentre cerchiamo possibili indizi. Magari dovrei andare a disturbarli, picchiettare sulle spalle e chiedere se hanno visto Amy. Un buon modo di sfogare il nervoso!
Man mano che andiamo avanti nelle ricerche, ci dividiamo, e io rimango isolata dagli altri, ma non mi faccio problemi, l’unica cosa di cui mi fido è la mia Browning, e se continuo a seguire il sentiero il massimo che posso trovare è qualche possibile denuncia per atti osceni in luogo pubblico.
Parlando di osceno, ecco seduto su una panchina Jean-Claude in tutto il suo splendore. Pantaloni scuri attillati e una camicia anch’essa scura, aperta al colletto e alla fine, in modo da lasciare solo alcuni bottoni allacciati. Sono così sorpresa di vederlo dopo 3 settimane che quasi non mi accorgo che non è solo. All’inizio non riesco a distinguere il viso, riesco solo a vedere dei capelli biondi che contrastano con i capelli scuri di Jean-Claude, luce e oscurità, e un lampo di rosso. E’ una donna. Più mi avvicino più i dettagli aumentano, nessuno dei due pare si sia accorto di me, e ne approfitto per guardare per bene. Pura curiosità. Si certo. Non ho la minima intenzione di confermare che oltre alla curiosità sento anche un leggero fastidio.
All’improvviso la donna ride, ma Jean-Claude non aveva parlato, anzi, era così concentrato ad osservare la luna da sembrare quasi finto. Al suono della sua risata esce dalla sua immobilità e con molta grazia si gira verso di lei, dandole tutta la sua attenzione.
“Sono dolente chérie, hai detto qualcosa?”le chiede Jean-Claude.
Chérie? Perché questo nomignolo m’infastidisce?
“No, in verità, ” lei risponde, “ma trovo particolarmente piacevole osservarti: eri talmente immerso nella contemplazione di chissà cosa da non accorgerti delle sirene della polizia. Spero non sia accaduto nulla di grave.”
Sirene? Caz.zo forse hanno trovato Amy. Mi devo muovere. Mi avvicino alla coppia senza preoccuparmi di fare rumore. Il fatto che Jean-Claude non si sia accorto della mia presenza m’innervosisce. Oppure si è accorto, ma ha fatto finta di niente per farmi assistere alla scenetta. In entrambi i casi: che stron.zo. Non chiedetemi perché.
Nel momento in cui si accorge della mia presenza, Jean-Claude si gira lentamente verso di me, con un sorrisetto stampato in faccia. Anche lei si accorge e mi lancia un’occhiataccia. Ovviamente non è contenta dell’interruzione. Come mi dispiace.
“Buona sera Anita.” Anita? Da quando Jean-Claude mi chiama Anita? Solo quando è incazzato usa il mio nome. E non mi sembra che Barbie possa averlo infastidito.
“Jean-Claude, non mi aspettavo di trovarti nel parco delle coppiette come un banale umano” cattiveria allo stato puro, ma hey, mi devo ancora sfogare. “ma tanto che sei qui, conosci un vampiro che si chiama Marc e spaccia?” Dritta al punto, brava Anita.
“Jean chi è questa maleducata? Non sai che non è educazione interrompere?”. Wow Barbie ha un cervello!
“Si certo, allora Jean-Claude?” stavo quasi per chiamarlo Jean, ma non volevo fargli sapere quanto mi aveva dato fastidio. Jean-Claude mi osserva con uno sguardo divertito.
“Anita, Joanna ha ragione, non è carino interrompere. Se fossi arrivata più tardi, sarebbe stato davvero imbarazzante…” Prego? Sta cercando di farmi ingelosire? Cerco di assumere un’aria divertita.
“Mi dispiace molto di interrompere il vostro appuntamento, ma sto seguendo un caso della polizia, le sirene che si sono sentite poco fa, molto probabilmente erano per il cadavere di una povera ragazza troppo ingenua per capire quanto il suo ragazzo vampiro era pericoloso. Ti sto solo chiedendo se lo conosci, di certo non sono venuta qua apposta, devo tornare indietro dagli altri, la polizia la sta cercando.”.
“Vieni chérie, andiamo.” Jean-Claude si alza prendendo la mano di Barbie, ops Joanna pardon. Lei si alza e gli si avvinghia al braccio, che patetico tentativo di marchiare il territorio, come se io fossi interessata al corpo attaccato a quel braccio.
“Sono piuttosto occupato ultimamente Anita, come puoi vedere piacevolmente occupato, chiamami fra qualche giorno, lascerò detto di dirti se ho scoperto qualcosa o meno.” Dov’è finito il master sempre pronto ad aiutare la polizia?
“Bhe se questo è il massimo che il Master sa fare, non ti disturbare.”.
“Come vuoi. Buon lavoro Anita.” Joanna la barbie mi lancia uno sguardo vittorioso, quando Jean-Claude le cinge le spalle e si china a sussurrarle qualcosa all’orecchio. Potrei ricordargli che è maleducazione parlare sottovoce, ma non dopo questo spettacolino non ho voglia di andare avanti. Come se non fossi lì, i due si girano e s’incamminano nel parco. Sembra che Jean-Claude sia desideroso di tornare a guardare la luna con miss bionda alta bella. Perché mi da fastidio? Dovrei essere felice che Jean-Claude alla fine abbia trovato qualcun’altra da assillare. Anche se questo qualcuno è una specie di modella fasciata in un completo che urla ‘sartoria, costo una cifra’.
Mi guardo i jeans e le scarpe da tennis, non sarò il massimo dell’eleganza…ma che diavolo faccio? Mi paragono alla Barbie? Dio ho bisogno davvero di mettere in atto il mio piano relax.
Mi giro e m’incammino verso le auto della polizia, magari mi sapranno dire se le sirene erano per Amy.
Mentre cammino, non mi accorgo che la stradina è rovinata e un pezzo di cemento è rialzato, inciampo e cado direttamente a faccia in giu. Perfetto! Ora oltre ad essere nervosa, a cercare un vampiro spacciatore, una ragazza scomparsa, ad aver sopportare mister e miss coppietta felice, mi sono pure rovinata i pantaloni, se il buco sul ginocchio è un indizio. M.erda.
Il week-end è iniziato. Male.

Jean Claude

Mi si stringe al braccio con studiata civetteria, senza nascondere il sorriso scaltro che le si disegna sul volto: “E’ lei?” mi domanda, con la stessa naturalezza con la quale mi avrebbe chiesto una sigaretta.
Le restituisco il sorriso, facendo finta di non aver compreso ed allo stesso tempo riconoscendo la sua brillante intelligenza: “cosa vuoi dire, chérie?”
“voglio dire,” mi risponde con un sussurro palesemente divertito, “che ciò che le hai fatto intendere non è la verità: anche oggi mi avresti riaccompagnata alla mia auto come tutte le altre sere, dandomi un lieve bacio sulla guancia e ricordandomi l’ora del nostro prossimo appuntamento. Nulla di più. Se hai mentito deve esserci un motivo, e l’averti reso più facile il compito fa sì che mi meriti una ricompensa, ne convieni? Naturalmente puoi smentire la mia teoria…” Lascia trascorrere un breve istante prima di concludere il corso dei suoi pensieri, e pur non guardandola in volto posso percepire l’attesa e la sottile bramosia che abita i suoi occhi: “oppure puoi confessarmi come quella donna tanto irruenta sia riuscita a stregarti.”
La luce dei lampioni si allarga sulla strada, attraversata orizzontalmente dai fari delle poche auto che ancora sfrecciano veloci sull’asfalto, raggelante ed immobile come la carezza della morte.
“Non è mia intenzione parlarti di Anita. Se sei interessata a lei ti sarà facile prendere un appuntamento presso il suo ufficio: il suo capo è sempre molto accondiscendente davanti al tintinnare delle monete.” Sfioro con la mia la mano che ancora mi cinge il braccio, addolcendo con quel semplice gesto un rifiuto che poteva altrimenti apparire troppo brusco o autoritario.
La sento quasi tremare al contatto, ed in quel momento so che non insisterà oltre.
“Un’altra ricompensa, allora,” mi sussurra, richiudendo gli occhi ed appoggiandosi con il volto alla mia spalla nel farsi guidare lungo il marciapiede deserto.
“Sono qui per soddisfare i vostri desideri più nascosti…” Parlo con la stessa voce seducente che riservo ai miei locali, concedendomi quindi una bassa risata prima di spiegarle ciò di cui probabilmente è già a conoscenza: “è la promessa di uno dei miei club, ed un impegno di questa portata va sempre mantenuto. Parla, dunque, cosa desidera la futura più giovane laureata in letteratura vampirica?”
Socchiude gli occhi e corruccia le labbra come se stesse riflettendo, mettendo in evidenza gli zigomi sapientemente truccati e sembrando ancora più bella: “domani vorrei incontrarti al Guilty Pleasures anziché qui, e vorrei che ti esibissi per me.”
La guardo manifestando tutta la sorpresa che la sua richiesta mi provoca, senza tuttavia avere il tempo di parlare prima che scivoli via dal mio braccio parandomisi davanti, una mano nascosta dietro la schiena e l’altra che va a sottolineare lentamente la scollatura: “osservarti danzare sarà un’esperienza senz’altro… entusiasmante.”
La supero scuotendo appena il capo, tra l’incredulo ed il divertito, le mani che vanno a sollevarsi un gesto di resa: “così sia, chèrie, a quanto pare non posso rifiutarti nulla.”
L’auto si fa sempre più vicina, e quando la raggiungiamo attendo che prema il pulsante dell’apertura centralizzata per poterle aprire la portiera. Si siede con grazia, allungando una mano che mi premuro di baciare delicatamente prima di richiudere l’abitacolo.
“A domani.” Mi ricorda la mia promessa con il solo movimento delle labbra ed un sorriso malizioso, mettendo quindi in moto prima di allontanarsi nel nero della notte.
Improvvisamente, come un profumo che solletica la fantasia, la presenza di Anita diventa per me un’evidenza tanto imperiosa che nel momento stesso in cui mi volto so che la vedrò lì ad osservarmi, appoggiata alla sua auto con le braccia incrociate ed i capelli domati in una specie di coda di cavallo.
Il trasformarsi in realtà di quella che era solo una sensazione mi fa salire alle labbra un sorriso disarmante: posso leggere la gelosia che la pervade nella tensione di ogni muscolo del suo corpo ed in ogni angolo delle sue iridi scure, ed è impossibile non ammettere il sottile piacere che questo mi provoca. Lascio scivolare lo sguardo lungo il suo corpo, come seta che mossa dal vento, avvicinandomi di qualche passo: “hai trovato la tua giovane donna, ma petite?” Il tono suadente e delicato stride con l’argomento di cui tratta, in un gioco che mira a dimostrarle come il suo desiderio per me sia tale da accendersi in ogni momento, in ogni discorso, in qualsiasi circostanza.

Anita

La serata non poteva andare peggio. Oltre ad aver incontrato Jean-Claude e la dea bionda, che era misteriosamente riuscita a farmi sentire sciatta anche quando sono alla ricerca di un probabile cadavere in mezzo ai boschi, e vestiti comodi sono una necessità, i ragazzi della polizia avevano trovato per davvero qualcosa nel parco. Questo significava solo una cosa: Amy era un cadavere.
Una volta che mi sono avvicinata abbastanza alle luci, riesco a vedere il corpo della povera ragazza. Non avendo con me l’occorrente per osservare meglio, posso solo avvicinarmi e fare qualche supposizione veloce: è mezza nuda, quasi come se si fosse rotolata sul prato con qualcuno, e sul collo sono visibili due fori da cui esce ancora qualche goccia di sangue. E’ morta da poco quindi, ed è morta a causa del morso di un vampiro. Marc. M.erda!
Non ho altra scelta che tornare alla macchina nel parcheggio per prendere la tuta e i guanti, in modo da poter analizzare meglio il corpo.
Cerco di rilassarmi mentre cammino, inspirando profondamente, ed espirando, come se l’aria fresca potesse cancellare lo stress della giornata. Povera Amy, un’altra ingenua che si è fatta uccidere dal fascino del vampiro. E’ strano come per me, che sono parzialmente immune ai poteri dei vampiri, questi ‘mostri’ non hanno poi così tanta attrattiva. Certo ad essere sincera, alcuni di loro non hanno bisogno di poteri per far girare la testa, bastano degli occhi blu, delle labbra perfette accompagnate da un’altrettanto voce perfetta…ed eccomi davanti l’oggetto dei miei pensieri: Jean-Claude, e ancora quella Barbie! Ma sono sempre appiccicati? E cosa me ne dovrebbe importare?
Incazzata con me stessa mi avvicino alla macchina, cercando di far finta di nulla, ma una volta che sono di fianco alla portiera, Jean-Claude, da vampiro galante e mascalzone che è, apre la portiera alla bionda e le bacia la mano. Puah! Il baciamano! Esiste ancora? Oh, e lei sembra apprezzare se quel sorriso da assatanata è un indizio. Senza neanche rendermene conto incrocio le braccia e mi appoggio alla macchina, rischiando di sembrare come una donna gelosa che ha appena visto l’oggetto delle sue fantasie dedicare la sua attenzione ad un’altra. Una più alta, bionda, bella, perfetta, BASTA!
Non mi interessa, ho altro da pensare!! ‘Anita riprenditi!’ neanche parlare con me stessa mi salva dalla ciliegina finale sulla torta della serata: Jean-Claude si sta girando, e dal quel sorrisetto sembra che si sia accorto di quello che stavo pensando. Ooops!!
Si avvicina di qualche e passo e dice “hai trovato la tua giovane donna, ma petite?”.
Uh? “Ma petite? Adesso che la Barbie se n’è andata torniamo ad essere amici?” Ah! rispondi a questa!
“ma noi non siamo amici, non è vero?” ancora quel sorrisetto. Devo cambiare argomento prima di lanciarmi direttamente nella fossa.
“si.” Ignoro la domanda “E se proprio lo vuoi sapere è morta”
“aaah…ecco perché sei così nervosa, ma petite”
“non sono nervosa!”
Jean-Claude mi risponde con un sorriso che ispira cose scandalose, e mi si avvicina spostandosi in modo da mettermi con le spalle contro alla macchina ‘Oh oh…qui le cose si mettono male’, cerco di rimanere sul professionale:
“sai, la tua presenza cade proprio al momento giusto”
“mmmm che cosa intendi, ma petite?”
“bhe come Master, penso che ti interesserà sapere che la ragazza è morta dissanguata dal morso di un vampiro. Dimmi, com’è che il Master di St.Louis non si è accorto che uno dei suoi ha ucciso una ragazza proprio nello stesso parco e nella stessa sera mentre il suddetto Master passeggiava? Forse era troppo…’distratto’?”
Quasi mi pento di quello che ho detto, non è molto saggio prendere in giro il Master della città su un argomento del genere, ma ormai ho raggiunto il mio livello massimo giornaliero di sopportazione. Jean-Claude si immobilizza, e per la prima volta in tutta la sera mi guarda con attenzione, uno sguardo molto professionale.
“in questo caso, ma petite, sarà mio compito rimediare cercando il vostro sospettato”
“molto gentile da parte tua Jean-Claude, siamo a corto di indizi, e la ragazza è stata portata alla morgue perché non aveva espresso la richiesta di essere uccisa se morsa da un vampiro.”
“forse voleva ritornare come una di noi”
“o forse era troppo accecata da quello che pensava fosse amore”
“forse per lei è amore, non tutti la pensano come te Anita, restare assieme per sempre non è un futuro così nero.”
Detto questo, Jean-Claude mi sorride amaramente e si allontana.
Amore per sempre, che cosa romantica! Peccato che prima devi morire!

Finalmente la serata è finita, penso mentre guido verso casa; il luogo in cui il cadavere era stato trovato non aveva dato molti indizi, a parte forse del liquido seminale. A quanto pare morire tra le braccia di un non-morto è molto eccitante.
Sempre più stanca, e anche un po’ depressa, parcheggio la macchina e mi fiondo in casa, come se inconsciamente avessi il terrore che qualcosa o qualcuno possa protrarre questa giornata.
Ma per chissà quale volere divino, riesco a infilarmi in casa, bermi una doppia tazza di caffé, farmi una doccia, bere un’altra tazza di caffé, stavolta con panna e zucchero, e a sdraiarmi sul divano assieme all’unico amico di sempre: Sigmund.
Giusto per andare a dormire con la coscienza pulita, mi permetto di analizzare la mia reazione a alla vista di Jean-Claude. Non mi è mai capitato di vederlo ‘ufficialmente’ assieme ad un’altra donna, tantomeno sono abituata ad essere messa da parte con tanta velocità; per quanto lo odi, sono anche attratta da lui, e immagino che la mentalità femminile funzioni in questo modo: se ti tampina lo rifiuti, se ti rifiuta ti senti tradita. Non posso certo biasimarlo, dopo tutto questo tempo e dopo tutti i tentativi che ha fatto nei miei confronti, si sarà stancato di me.
Era ora, sospiro. Una vocina nella mia testa mi dice “però ti piacevano le sue attenzioni…ammettilo, nessuno si è mai comportato così con te…ti fa sentire speciale…e adesso che lo hai visto con un’altra ti senti triste…” Coscienza traditrice!
Sentendomi ancora più triste e stanca mi rannicchio sul divano, stringendo Sigmund, almeno lui non mi abbandonerà.
Nel momento in cui sto per addormentarmi suona il campanello. “oh no, per favore, Dio, non farmi questo!” Posso ignorare chiunque sia fuori dalla mia porta, ma il senso del dovere mi spinge ad alzarmi e a trascinarmi fino alla porta. Chiunque sia dovrà subire la mia ira.
“Chi diavolo è?” brusca, maleducata, ma chi se ne frega!
L’unica risposta è un lieve toc toc. Humpf… “Arrivo, arrivo!” Questo giorno non finirà mai!
Apro la porta. Jean-Claude. La mia incazzatura svanisce, sono talmente sorpresa che rimango imbambolata.
Jean-Claude mi guarda, uno di quegli sguardi che partono dalla testa e finisco ai piedi, e poi ripartono da capo. “Bella maglietta, ma petite…” Ancora quello sguardo! Non è possibile che mi faccia sentire in imbarazzo! Ok, ho solo una maglia e gli slip addosso, ma non ho intenzione di arrossire!
“Che ci fai qua?”
“Mmmm…se non ti conoscessi di già penserei che non sei felice di vedermi… Ma io lo so che lo sei… Ne se sento il profumo”
M.erda! Ho già detto che non mi piace quando fa così?
“Sì, sì come dici tu, cosa vuoi?”
“Ma petite…non mi inviti ad entrare?”
Perché ho l’impressione che stia tramando qualcosa?

Jean Claude

“Quale lettera tra N ed O non ti è chiara?”
La risposta mi arriva secca come al solito, la definirei persino brutale se tale aggettivo non stonasse con la morbidezza delle labbra che l’hanno pronunciata.
Mi appoggio con la schiena alla cornice della porta, assumendo un atteggiamento vagamente spazientito mentre estraggo dalla tasca dei pantaloni un foglietto ripiegato.
“Allora? Non ho tutta la notte, cosa vuoi?” Mi incalza, una mano ben salda sulla maniglia e l’altra che cerca di allungare a dismisura la sua già abbondante T-shirt. E’ un quadretto tanto buffo da strapparmi un sorriso, che non si spegne neppure mentre sporgo un braccio per farle ondeggiare quel piccolo pezzo di carta davanti al volto: “pensavo stessi cercando il nuovo indirizzo di Marc,” le suggerisco, allontanando l’informazione nell’istante esatto in cui si tende per afferrarla.
“Ma petite,” continuo nel mio piccolo monologo, “senza neppure dire grazie? Invitami ad entrare oppure esci tu stessa, solo così avrai ciò che chiedi.”
Posso leggere l’esitazione dipingersi sul suo volto mentre pensa freneticamente a come sia meglio agire, a quale sia il luogo più sicuro. Certo, potrebbe decidere di richiudere quella porta e rinunciare a catturare facilmente Marc-il-cattivo, ma so che non lo farà, non è da lei lasciare in libertà un potenziale assassino, ed anche se Amy potrebbe rivelarsi una grossa sorpresa immagino non sia necessario che lei lo sappia, non subito.
“D’accordo,” risponde, e quell’unica parola ha per me il sapore di una sfida accettata, “aspettami qui.”
Mi stacco dal muro, guardandola mentre si allontana dall’ingresso per entrare in una delle stanze laterali. Quando torna sui suoi passi stringe tra le mani la sua amica più fedele, fatta di ferro e proiettili. Non mi sarei aspettato niente di meno.
La maglietta le arriva a metà coscia, sollevandosi un po’ ad ogni passo, ed è per seguirne il ritmico movimento che inclino lateralmente il volto, sorridendo quando la vedo trattenere un tremito: “Smettila subito di guardarmi così,” mi ordina, allineando la pistola con il mio cuore prima di varcare la soglia, “e consegnami quell’indirizzo, ora sono fuori proprio come avevi chiesto.”
Seguo la sua mano mentre va a socchiudere il battente, con la precisa intenzione di conservare lontano dai miei occhi l’intimità di quel luogo accogliente, così che mi trovo a risponderle distrattamente, come se avessi troppi pensieri per poter badare anche a qualcosa di così superficiale come la mia stessa vita: “non esattamente come avevo chiesto, ma petite.”
“Non avevi posto altre condizioni.” Resta silenziosa per qualche istante per poi tornare a parlare, vagamente provocatoria: “comunque sia stai perdendo tempo, Jean-Claude, non avevi un altro appuntamento questa sera?”
Torno a guardarla, sorpreso dalla sua domanda quanto dal tono con cui è stata pronunciata: “è stato rimandato a domani, ma petite. Johanna mi ha chiesto di danzare per lei al prossimo calar del sole, sul palco del Guilty Pleasures. Sarebbe un onore se fossi presente anche tu. Verrai?”
“Per vederti togliere una camicia ed un paio di Jeans? Non mi interessa, grazie.”
La accarezzo con una bassa risata, avvicinandomi di un passo e facendola arretrare di conseguenza: “bugiarda,” mi limito a sussurrare prima di ruotarle lentamente attorno, lasciando che mi segua con la pistola e con il corpo fino a che non si trova a dare le spalle al muro.
Deglutisce e si inumidisce le labbra prima di riuscire a parlare, spazientita: “è tardi e sono stanca. Voglio quell’indirizzo, Jean-Clade, e lo voglio subito.” Aumenta la pressione sul grilletto in segno di avvertimento: “ci siamo capiti?”
Ignoro l’ultima esortazione, avanzando ancora di un passo fino a chiuderla tra le mie braccia ed il muro, una mano posata accanto a ciascuna delle sue spalle ed i soffici capelli che vanno a sfiorarle il volto: “guardami,” la invito, suadente, respirando a fondo come se volessi farla mia con ciascuno dei cinque sensi, “guardami e dimmi che non devo rivederla mai più.”
Scuote il capo, senza dir altro, e non posso resistere alla tentazione di andare a seguire con l’indice l’ovale del suo volto, partendo dalla tempia per ridiscendere lungo gli zigomi ben disegnati, sfiorando quindi la guancia e soffermandomi sulle labbra in una prolungata carezza.
Sento il sangue scorrere imperioso nelle sue vene mentre il cuore accelera i battiti in una gara persa in partenza. Esala un lieve sospiro, quasi un tremito, socchiudendo le labbra al mio delicato sfiorare, come fossero petali di un fiore color del fuoco: è così bella… Avvicino il volto al suo, lasciando scivolare il dito dapprima sul labbro inferiore, spingendolo delicatamente verso il basso, e poi sul mento per trovare infine la strada del suo collo.
Tutto accade in un istante: uno sfiorarsi di corpi e le bocche che si incontrano timidamente, come se ancora dovessero imparare a conoscersi, il capo di lei che reclina all’indietro, dandomi libero accesso a ciò che questa notte non intendo raccogliere.
Mi allontano così come mi sono avvicinato, posandole sfacciatamente su una spalla il tanto desiderato indirizzo e voltandole quindi le spalle nel dirigermi nuovamente verso le scale: “non puoi avermi e ricacciarmi allo stesso tempo, Anita.”
Mi fermo a guardarla, chiedendomi se la sua incredulità nasca più dalla presa coscienza del suo inaspettato abbandono o del mio rifiuto.
“Non sono un oggetto,” aggiungo, senza nascondere una lieve nota di tristezza che ha radici in un passato che non voglio ricordare, affondando poi le mani nelle tasche mentre inizio a scendere i primi gradini.

Anita

Ok, sono finita in una realtà parallela giusto? Un momento prima jean-Claude mi stava per baciare, e il momento dopo…sono il mostro cattivo che ha ferito i suoi sentimenti.
E cosa significa ‘non puoi avermi e ricacciarmi allo stesso tempo’…io non l’ho mai avuto! Non mi interessa se c’è del tenero con la Barbie! Gli ho sempre chiesto di lasciarmi in pace, e adesso che ne ha la possibilità deve farmelo pesare. E anche se il mio corpo e la mia mente si stanno facendo guerra, so bene che cedere a jean-Claude ha un prezzo troppo alto. Quindi grazie, ma non mi permettero’ di rimanere male. Nossignore.
Jean-Claude mi lancia uno sguardo tristissimo prima di andarsene. Il mio senso di colpa fa capolino e festeggia facendomi sentire colpevole. L’idea che io ho causato quello sguardo da cucciolo bastonato mi fa sentire un po’ di m.erda, pero’ la colpa non ce l’ho tutta io!
Se davvero la mia decisione di cedergli aveva qualche importanza per lui, non sarebbe uscito con Miss Perfezione! Forse non ha passato una serata soddisfacente, e ha pensato bene di venire qua e rovinarmi anche il sonno! E ci è riuscito! Ora non solo sono arrabbiata con me stessa per essere gelosa, si lo ammetto, ma lo sono anche con Jean-Claude per avermelo ricordato, e per avermi fatto sentire in colpa perché non voglio essere la sua ragazza! Mi sembra di essere tornata alle superiori!
Il flip del foglietto che cade in terra mi riscuote dal torpore in cui sono caduta. A quanto pare è riuscito a scoprire dove si nasconde il succhiasangue. Ottimo, qualcosa di positivo alla fine della giornata. Lo prendo in mano e lo leggo. Un indirizzo e un numero di telefono. Per essere un assassino fuggitivo è davvero disponibile.
Sospiro e mi giro verso la porta ‘posso avvisare Dolph’ penso. Sempre osservando il foglietto spingo la porta. Niente. ‘strano’ penso riprovo ma ancora nulla. ‘ma l’avevo socchiusa!’ giro la maniglia ma nulla. Chiusa. “ok…calma Anita, questo è un incubo. In realtà tu stai dormendo sul divano. Jean-Claude è stato un sogno, ora ti dai un bel pizzicotto e ti svegli. Ouch!” fa un po’ troppo male per essere un sogno. Riprovo ad aprire la porta, stavolta con due mani. ‘dai…dai apriti! Maledetta porta!’ comincio a prenderla a spallate ‘non puo’ essere. Non posso essermi chiusa fuori. Da sola! Mi sono chiusa fuori da casa mia, da sola!’
Guardo la pistola…’potrei sparare alla mia stessa porta, ma poi come lo spiego ai vicini? Sapete mi sono fatta distrarre in uno stato di stupore sensuale da un vampiro che neanche voglio e mi sono chiusa fuori di casa!’
Potrei fare il giro da fuori! Arrampicarmi dalla scala anti incendio e infilarmi dalla finestra! Anche se sono praticamente in mutande, chi mi vede a quest’ora di notte? E anche se qualcuno mi nota, penserà che sta avendo un’allucinazione: una donna mezza nuda, scalza con una pistola in mano! Suvvia, chi andrebbe in giro così!
Tutta colpa di Jean-Claude! Se non mi avesse distratta con quel suo spettacolino non sarei fuori da casa mia mezza nuda nel bel mezzo della notte!
Sento il rumore di una porta che si apre. ‘Oh…devo aver fatto troppo baccano’
Mi giro lentamente, cercando di nascondere la pistola.
“Anita! Cosa stai facendo?” mi bisbiglia la signora Pringle.
“Uh…ehm…mi sono chiusa fuori per sbaglio” che imbarazzo!
“Chiusa fuori? Oh povera ragazza…devi lavorare di meno! Aspetta, lascia che ti aiuti, vado a chiamare il portiere, lui di sicuro ha una copia delle chiavi! Non ti muovere torno subito!”
‘Ma dove vuole che vada…’
Dopo qualche minuto sento dei passi che si dirigono verso la mia direzione. Il portinaio arriva e mi guarda con una faccia tra l’incredulo, il divertito e l’assonnato. Alla fine pero’ credo che la scena fosse troppo ridicola perchè si mette a ridere.
La fine perfetta di una giornata perfetta!
Accidenti a te Jean-Claude!

3 giorni dopo.

Fuori dalla morgue un giovane vampiro cammina avanti e indietro, sbirciando l’entrata come se stesse aspettando qualcuno.
In effetti Marc sta aspettando qualcuno. Amy per essere esatti. Dopo 3 giorni di attesa, di interrogatori con la polizia che lo credeva un assassino, alla fine tutto è stato chiarito.
Marc e Amy volevano stare assieme per sempre. Si amano. Certo, lui avrebbe potuto evitare di lasciarla in mezzo al parco, ma dopo averla vista morire era troppo spaventato per fare altro tranne che scappare. Per fortuna che il Master era venuto a cercarlo, e dopo avergli parlato si era sentito meno terrorizzato. E ora era pronto a incontrarla di nuovo.
Qualche minuto dopo le 2.30 ecco un po’ di vita dentro la morgue! Le guardie urlano qualcosa! Il cadavere di una ragazza si è risvegliato come vampiro!

29 Gennaio 2007

Anitaverse in breve


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

Cos’è l’Anitaverse? E’ l’universo di Anita Blake, risvegliante e cacciatrice di vampiri inventata dall’autrice americana Laurell K.K. Hamilton.

La vicenda si svolge negli Stati Uniti dei nostri giorni, ma con una fondamentale innovazione: il vampirismo è ormai un fatto assodato e, soprattutto, legalizzato. I vampiri sono a tutti gli effetti cittadini amiricani con doveri e diritti al pari di tutti gli altri. Certo, i preconcetti sono ancora tanti e la stessa Anita ne è vittima. Riuscirà il fascinoso Jean-Claude, bellissimo non morto di origine francese, a fare breccia nel suo cuore convincendola che l’umanità può risiedere anche in chi non è più del tutto vivo?

D’altra parte non dobbiamo dimenticare il secondo spasimante della nostra eroina: Richard. Anche lui non è un uomo come tutti gli altri, ed anche se può sopravvivere alla luce del sole non si può dire sia un uomo comune. Richard è infatti un licantropo, e il suo spirito da boy-scout farà nascere in Anita sentimenti contrastanti.

La saga si compone di 12 romanzi editi in lingua inglese. Trovate qui sotto l’indicazione dei titoli, correlati dalla traduzione italiana qual’ora disponibile.

 

  • Nodo di sangue (Guilty Pleasure) - 1993
  • Resti mortali (The Laughing Corpse) -1994
  • Il circolo dei dannati (Circud of the Damned - 1995
  • Luna nera (The lunatic cafe) - 1996
  • Polvere alla polvere (Blooby Bones) - 1996
  • Il ballo della morte (The Killing Dance) - 1997
  • burnt Offerings - 1998
  • Blue Moon - 1998
  • Obsidian Butterfly - 2000
  • Narcissus in chains - 2001
  • Cerulean Sins - 2003
  • Incubus Dreams - 2004
  • Danse Macabre - 2006
  • Micah - 2006 (in lavorazione)

 

Su questo blog sono presenti alcune fanfiction ispirate alla serie. Le trovate nell’apposita categoria: Anita Blake :)

28 Gennaio 2007

Il ballo della Morte – questione di prospettiva


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Disclaimer: Quando incontro un personaggio come Jean Claude non posso fare a meno di chiedermi cosa pensa, cosa prova, quali sono le se ambizioni, cosa nascondono i suoi sguardi… e diciamocelo, il nostro vampiro di fiducia non è certo un personaggino semplice ed a due dimensioni. Questa Fanfic nasce da tutte queste riflessioni, insieme ad una provvidenziale rilettura di alcune pagine de “il ballo della morte” e di una notte troppo calda per prendere sonno.
In breve: ho voluto rileggere LA scena de “il ballo della morte” vestendo i panni di Jean Claude. Non è stato facile, perché i dialoghi sono quelli originali e rispettarli inframmezzandoli con i pensieri di un altro personaggio che non sia Anita avrebbe potuto portare a delle forzature che, onestamente, non so se sono riuscita ad eliminare del tutto.
Spero vi piaccia, o se non altro che apprezziate l’impegno.

I personaggi, come sempre, sono proprietà di Laurell K. Hamilton, io li ho solo presi in prestito perché non posso fare a meno di loro :)

Spoiler su “Il ballo della morte” capitoli 38 e 39.

Fulgidi bagliori sfuggono al calice di cristallo, dove sono rimasti alcuni sorsi di pregiato vino rosso. Quando si è un vampiro sembra quasi un peccato aprire una bottiglia costosa: non se ne può bere se non una piccola parte. Non ci si può ubriacare, si è costretti a trascorrere l’esistenza in uno stato di perpetua coscienza. Niente evasione, niente fughe dalla realtà, niente pace fugace per chi condivide la notte dei morti viventi.
Forse è a questo che si riferisce chi la chiama dannazione eterna, e forse è proprio per questo che molti vampiri finiscono per annegare in deliri di onnipotenza, in banchetti senza regole di sangue e carne: la follia è l’alcool di chi non può concedersi alcool.
Rovescio la testa all’indietro, contro lo schienale della poltrona sulla quale sono seduto ormai da troppo tempo. E’ incredibile quanto si possa essere comodi in posizioni improbabili: una gamba quasi ripiegata sul petto, con il tallone che affonda in punta all’imbottito sedile, e l’altra a cavallo del bracciolo con il piede che ondeggia avanti ed indietro. Una delle mani ne segue i movimenti da sopra al ginocchio, mentre la sua gemella sorregge con la punta delle dita la corolla del calice: fiore di fragile beltà il cui lungo stelo sfiora il pavimento, naturale proseguimento del braccio mollemente abbandonato in quella stessa direzione.
Anita e Richard, Richard ed Anita.
Sono usciti dalla porta di questa stessa stanza alla ricerca di potere, o di giustizia, o di cos’altro ritengono tanto importante da arrivare a stringere un patto con il diavolo. Non è affatto gentile che proprio lei mi consideri in questo modo, ma cosa importa? Le emozioni variano nel tempo e questo non mi è nemico: vi sarà un giorno in cui respirerò il suo profumo tra le lenzuola del mio letto.
Sono pensieri pericolosi, e quando iniziano a serpeggiare nella mente non vi è nulla di meglio che aria e solitudine. Una passeggiata al chiaro di luna, ecco ciò che mi occorre.

***

«ma petite! Cos’è successo?» Non riesco a nascondere la sorpresa: il lupanare dovrebbe essere al suo culmine, allora perché lei è qui, accucciata accanto alla mia porta, e perché le sue spalle sussultano come se fosse in preda a violenti singhiozzi? «Richard non è morto. Altrimenti l’avrei percepito.»
Si gira senza preoccuparsi di mostrare quella che sembra più di semplice disperazione. L’esperienza mi insegna che con ma petite è meglio comprendere la situazione prima di fare alcunché, ma nonostante questo la mia immobilità non è naturale, bensì il frutto di un’aspra lotta contro il desiderio di avvicinarmi per stringerla tra le braccia, cullandola, e di asciugare le calde lacrime che le rigano il volto; prima d’ora solo una donna è stata capace di farmi sentire così… ma con lei era diverso, quando la stringevo sentivo le sue braccia incrociarsi sul retro del mio collo ed il suo corpo aderire al mio, con Anita tutto ciò in cui posso sperare è che mi allontani misurando la violenza.
Si asciuga le lacrime con il dorso delle mani, apparentemente così fragile come non avrei mai pensato di vederla: «non è morto, tutt’altro.»
«Allora cosa c’è che non va?» Muovo qualche passo in avanti e mi inginocchio accanto a lei senza tuttavia sfiorarla se non con lo sguardo: la catenina con il crocifisso è in bella mostra e non voglio che inizi ad ardere, facendola scappare via proprio ora che è venuta spontaneamente a cercarmi.
«Il tuo crocifisso, ma petite.»
Lo strappa con violenza mandandolo a rimbalzare contro il muro del palazzo antistante: «Contento?»
Socchiudo gli occhi, osservandola, questo comportamento non è da lei, eppure non sembra essere accaduto nulla che possa giustificarlo, a meno che non sia successo qualcosa di inatteso durante il lupanare: «Richard è vivo e Marcus è morto, vero?»
Annuisce, lasciandomi ancora senza una vera risposta: «Allora perché piangi, ma petite? Non credo di averti mai vista piangere.»
«Non sto piangendo.»
Accenno un sorriso, scoprendomi nonostante tutto sollevato: dura e indipendente anche a costo di negare l’evidenza. Se questo non è cambiato qualsiasi cosa sia accaduta è in grado di affrontarla.
Raccolgo una lacrima con un dito, mostrandogliela come se fosse una risposta più che eloquente. Me la avvicino alle labbra, leccandola con la punta della lingua senza che i miei occhi abbandonino il suo volto neppure per un istante. Com’è bella. Anche così… Forse soprattutto così.
«Sembra che tu abbia il cuore spezzato, ma petite.»
Tutto il pianto che aveva trattenuto fino ad ora sembra esplodere come un fiume in piena; mi sarei atteso una risposta tagliante, una minaccia, persino una pistola puntata contro il petto, ma di certo non questo. Le sue labbra si aprono per permetterle di respirare con la bocca tra un singulto è l’altro, senza che riesca davvero a controllarsi, e quando si china in avanti, abbracciandosi, non fa in tempo a terminare il movimento che si lascia sfuggire un suono di disgusto, raddrizzando la schiena con uno scatto improvviso e protendendo le braccia in mia direzione. Vuole che l’abbracci?
«Mon Dieu! Cos’è successo?»
Rispondo al suo invito, posandole una mano sul gomito mentre la attiro a me, ma senza la minima coerenza mi respinge.
«Ti sporcheresti tutto.»
Fisso il fluido vischioso che mi è rimasto appiccicato alla mano: lo conosco, è quello prodotto dai licantropi, ma… «Come mai ti sei avvicinata tanto a un lupo mannaro che si stava trasformando?» La risposta mi attraversa il volto come un fulmine a ciel sereno: «Richard! Hai assistito alla sua trasformazione.»
Annuisce. «Mi stava addosso quando si è trasformato. È stato… Oh, Dio, oh, Dio, oh, Dio…»
Non posso sopportare di vederla così, posso guardare stragi, morti, violenza, ma non Anita in questo stato. In un modo o nell’altro riesce a far emergere quello che di umano ancora c’è dentro di me, i sentimenti dell’uomo che ero. Faccio per abbracciarla ma ancora mi respinge: «Vuoi rovinarti i vestiti?»
I vestiti? Torno a sfiorarle le braccia cercando di trasmetterle un contatto rassicurante.
«ma petite, va tutto bene, ma petite, va tutto bene.»
Mi guarda a labbra serrate, cercando di trattenersi, ma questa volta non riesce a vincere su quello che le brucia dentro: «no, non va bene per niente!» Annulla tutte le sue difese, abbandonandosi contro il mio petto in un istintivo atto di fiducia che mi fa quasi barcollare per la sorpresa. Le passo un braccio attorno alle spalle, mentre l’altra mano affonda nei suoi capelli accarezzandole la nuca. Sento le sue unghie artigliarmi la camicia in un gesto frammisto di rabbia e dolore mentre mi confida quanto è accaduto: «ha mangiato Marcus, lo ha mangiato».
«È un lupo mannaro, ma petite. È normale che lo facciano,» cerco di calmarla spiegandole come in questo non vi sia nulla di strano, ma a quanto sembra le mie doti si esprimono meglio in altre circostanze: scoppia a ridere contro il mio petto, senza lasciarmi andare, senza allontanarsi, finendo per ridere, piangere e tossire insieme.
Non è frequente che il mio cuore acceleri i suoi battiti, ma questa è una di quelle volte: la tengo stretta, cullandola, sussurrandole frasi gentili nella lingua più tranquillizzante che conosca: in un francese dei secoli passati, lo stesso con il quale Baudelaire e Rimbaud urlavano al mondo il dramma delle proprie esistenze. Tutto ciò che per me conta, in questo particolare momento, ce l’ho tra le braccia.
Le lascio il tempo di cui ha bisogno. Ogni singolo istante, questa notte, è per lei. Solo quando la sento rilassarsi completamente, esausta e senza più lacrime, le scosto i capelli dalla fronte, posandovi un bacio leggero.
«Puoi alzarti, ma petite?»
«Credo di sì.»
Si appoggia a me, rimettendosi in piedi e allontanandosi un poco, probabilmente per dimostrarmi che può evitare l’umiliazione d’essere portata in braccio. Le sorrido con dolcezza mentre tira su con il naso fissando il disastro che è diventato il mio abbigliamento.
«Adesso abbiamo bisogno di un bagno tutti e due»
«Questo non sarà un problema,» le rispondo, ed il sorriso si fa decisamente più allusivo.
«Ti prego, Jean-Claude, niente allusioni sessuali prima che mi sia lavata.»
«Certo, ma petite. È stato rozzo da parte mia in una circostanza come questa. Scusami.»
Idiot! A volte non mi capacito della mia stupidità: parlare di sesso dopo che ha pianto tra le mie braccia come se non avesse mai visto un giorno peggiore, esiste forse qualcosa di più inopportuno? Voglio in ogni momento la stessa fiducia che mi ha accordato questa notte, e starò molto attento a non perderla.
Devo essermi attardato troppo a lungo in questi pensieri perché la vedo aggrottare le sopracciglia come se cercasse di leggermi dentro: «se hai in mente qualcosa non voglio saperlo. Stanotte non sono in grado di affrontare i tuoi intrighi tenebrosi, okay?»
Mi inchino in segno d’assenso, sorridendole senza smettere di guardarla. Non mi capita spesso di parlare con lei in questo modo, ho quasi il timore che da un momento all’altro si ricordi cosa pensa di quelli come me e se ne vada chissà dove, magari dalla sua amica avvocato o dalla detective che di tanto in tanto ho sentito nominare.

***

Le tengo la porta perché possa entrare nella camera da letto, invitandola a precedermi con un fluido gesto della mano. Non voglio provocarla, ma non posso trattenermi da quelle piccole galanterie che fanno ormai parte di me.
La osservo mentre si guarda attorno, fermandosi non appena l’alto letto a baldacchino entra nella sua visuale.
«Davvero niente male,» commenta, e nonostante l’apparente indifferenza non posso fare a meno di trattenere un sorriso soddisfatto: l’ha notato.
«Le lenzuola andavano cambiate e tu ti lamenti continuamente che uso sempre gli stessi colori.»
Sposta lo sguardo da me al letto, scuotendo appena il capo: «giuro che non lo farò più.»
Annuisco compostamente, guadagnando il bagno senza aggiungere altro: «ti preparo la vasca.»
Il suono ovattato della porta che si chiude alle mie spalle mi strappa un breve quanto intenso sospiro: sterminatrice e bambina, soldatino di piombo e bambola di porcellana, mi sembra quasi di sentire sulla lingua il sapore di questo connubio particolare ed inconsueto come quello di una spezia afrodisiaca.
Mi sporgo fino a raggiungere il rubinetto della vasca di marmo nero, per aprirlo e posizionarlo alla giusta temperatura. La camicia mi si è quasi incollata alla pelle, ho bisogno di toglierla e di lavarmi almeno sommariamente. Accompagnato dallo scrosciare dell’acqua la sfilo e, cercando di non perdere tempo, la getto nella cesta degli abiti sporchi, approfittando dei pochi minuti che seguono per pulirmi nel lavandino. Mi libero anche degli stivali, così che quando la vasca è finalmente colma sono nuovamente presentabile e pronto a tornare in camera da letto. Lo faccio senza riflettere, un comportamento meccanico, tenendo gli stivali in una mano e l’asciugamano che ho usato nell’altra. Anita è seduta a terra lontano da tutto, come se temesse di poter sporcare qualcosa, ed è solo quando i suoi occhi si fissano sul mio petto che mi accorgo di non aver indossato null’altro.
La sua mano è sollevata a coprire la bocca, così che posso scorgere solo in parte la sua espressione, eppure il corpo urla un sentimento di angoscia così intensa che chiunque potrebbe percepirlo anche senza facoltà soprannaturali.
Dopo un lungo momento di incertezza schiudo le labbra per scusarmi, ma le richiudo l’istante successivo preferendo invece non rimarcare la mia spiacevole distrazione: «mi sono dato una sciacquata nel lavandino mentre la vasca si riempiva.» Le sorrido, camminando sulla moquette bianca per raggiungerla, sforzandomi di assumere una postura quanto più neutra possibile. «Temo di avere usato l’ultimo asciugamano pulito. Vado a prenderne altri.»
Sembra non riuscire a rispondere, e quel «perfetto» appena sussurrato le costa un visibile sforzo. Si alza rapidamente quando sono ormai ad un solo passo, precedendo la mia offerta di aiuto. Sorrido ancora, questa volta di sollievo, per poi spostarmi così da lasciarla passare.

Ho scelto per lei le note calde e pungenti del sandalo, così adeguate alla sua personalità, ma quando la raggiungo portando con me un vassoio ricco di shampoo, sapone, sali ed oli da bagno non si è ancora immersa nell’acqua: si fissa nello specchio come se faticasse a riconoscersi. Poso il necessaire sul tavolino accanto alla vasca, producendo volutamente un piccolo rumore. Sposta lo sguardo nel medesimo istante guardandomi attraverso il vetro appannato, come una marionetta mossa dai fili del suo padrone… Quale paragone inesatto.
«Esci, così posso svestirmi.»
«Ci sono volute due persone per vestirti, ma petite. Sicura non ti serva aiuto per spogliarti?»
La osservo facendomi violenza nel costringermi a mantenere lo sguardo fisso sul suo volto, senza scendere ad accarezzarne le armoniche sinuosità del corpo. E’ stato un piacere scegliere quel vestito per lei, guardarlo stringersi attorno alla sulla sua figura e saperlo accarezzare angoli che le mie mani bramano raggiungere. Ora, al pensiero di vederlo scivolare lentamente dal collo e dalla vita sottile, sempre più giù, fino al soffice tappeto, una qualsiasi concessione mi porterebbe a rompere quella promessa pronunciata solo pochi minuti addietro. Niente allusioni sessuali, così ho detto, e con questo pensiero atteggio il viso alla più totale inespressività, ammantandomi di pacatezza e completa innocenza.
Il sorriso che vedo comparirle in volto mi scalda il cuore, anche se le sue radici affondano nella mia poca credibilità in questo nuovo ruolo da bravo ragazzo: d’altra parte ma petite ha già un boyscout nella sua vita, non ha nessun bisogno di un altro paladino dei sani principi pronto a spezzarle il cuore. Eppure… Eppure non posso fare a meno di chiedermi se dopo tutto questo tornerà ancora da Richard. Se soffre tanto è perché lo ama, e se lo ama non lo abbandonerà così facilmente. Il fato voglia che quanto ha visto serva almeno a riplasmare la sua definizione di bene e male, sfumando quel confine così netto, così alto ed invalicabile, da essere riuscito a tenermi sempre a debita distanza.
Il suo sospiro interrompe il flusso dei miei pensieri: «basta che slacci le due cinghie sulla schiena. Per il resto credo di potermela cavare. Ma niente scherzi!»
Posa le mani sul reggiseno, sapendolo allacciato a una delle due cinghie mentre l’altra regge il resto del costume.
Eseguo, esalando un sospiro del quale non saprei spiegare la vera natura: non è frustrazione, non è desiderio e non è neppure rassegnazione. Comprensione, forse, ma anche questo sarebbe inesatto.
Senza neppure una carezza slaccio anche la seconda fibbia, arretrando di un passo mentre le restituisco lo sguardo attraverso lo specchio: «Niente scherzi, ma petite,» annuisco, indietreggiando lentamente fino a scomparire dallo specchio ed oltre la porta, chiudendola davanti a me per concederle la giusta intimità di un bagno ristoratore.

Camminare avanti e indietro per la stanza, avvicinarsi alla libreria per aprire un volume qualsiasi e leggerne solo le prime frasi, scoprire di non averne memorizzato neppure una parola e rimetterlo a posto, accarezzarsi il mento come se si fosse in preda ai più profondi pensieri per poi tornare a guardare, inesorabilmente, la stessa porta richiusa; cosa sono qualche decina di minuti in confronto all’eternità? Un foulard di seta che compare e scompare tra le mani di un illusionista, un pugno di sabbia che in un istante è tornato a confondersi nella polvere della strada; eppure, quando ciò che si desidera è così vicino ed al contempo così lontano, pochi secondi possono assumere il peso di anni interi. Dimenticherò mai questa notte?
Quando busso debolmente alla porta, reggendo sul palmo della mano due morbidi asciugamani rossi, la lancetta dell’orologio ha quasi compiuto un giro completo: «ma petite, posso entrare?»
«Entra pure.» E’ il suo solito tono di voce.
Non appena superato il battente arretro di qualche passo, richiudendolo con il dorso e scoprendomi quasi ipnotizzato dalla scena che mi si presenta davanti: ma petite è ancora immersa nella vasca e solo le spalle ed il capo emergono dalla nuvola di soffice schiuma che la ricopre. Il nero dei capelli ne mette in risalto gli occhi, facendoli sembrare ancora più grandi e scuri in contrasto al pallore dell’incarnato.
Accenno un sorriso, cercando di cancellare ogni sfumatura ambigua dal sussurro che la raggiunge: «non dobbiamo far uscire l’aria calda.»
«Direi di no,» conviene, socchiudendo gli occhi in un fare ancora più sensuale per il suo non rendersi conto dell’effetto che ha su di me.
«Dove vuoi che metta gli asciugamani? Qui?» Faccio per posarli sul cassettone, ma la sua risposta arriva immediata: «non ci arrivo.»
«Qui allora?» Avanzo ancora verso di lei, posandoli sullo sgabello, incapace di allontanare lo sguardo da quello che posso immaginare nascosto al di sotto della schiuma.
«Sono ancora troppo lontani.» Richiama la mia attenzione, come se stesse cercando di innescare un gioco di cui non vorrà conoscere la fine. Potrei dirle che non sarà un problema se bagnerà il pavimento nel raggiungerli, potrei avvicinare lentamente lo sgabello e uscire da quella stanza così come sono entrato, ed invece raccolgo nuovamente i teli di spugna avvicinandomi ancora, fino a sedermi sul bordo della vasca posandoli sulla moquette nera.
«Vanno bene qui?» La voce lascia la mia gola un po’ più roca di quanto vorrei, mentre lo sguardo non cerca il volto di Anita ma resta concentrato su quelle bolle bianche e delicate che come un lenzuolo leggero suggeriscono e negano.
«Forse sono un po’ troppo vicini,» obietta senza che abbia il tempo per curarmene. Con le dita sono già andato a sfiorare la schiuma lungo il bordo della vasca: «ti senti meglio adesso, ma petite?»
«Ricordi cosa ho detto? Niente allusioni sessuali.»
«Ricordo che hai detto niente allusioni sessuali prima di esserti lavata.» Sorrido, abbandonando definitivamente quella recita che stava divenendo troppo difficile da sostenere. «E adesso sei pulita.»
«Prendi sempre le cose alla lettera, vero?» Sospira, e sono certo che potrei vedere il suo capo scuotersi se non avessi già ruotato il busto, la mano ancora immersa nell’acqua, mettendo in evidenza, nella tensione del corpo, l’armonico disegno della muscolatura, interrotto solamente dalle cicatrici bianche e lisce là dove la frusta mi aveva baciato per l’eternità.
Il suo desiderio mi formicola improvviso sulla pelle, caldo ed intenso allo stesso modo di un fuoco che divampa nella notte. Non è la prima volta, ma è una scommessa che continuo a perdere ad un passo dalla vittoria. Mi giro nuovamente ad osservarla, riservandole sguardi e movenze che hanno fatto impazzire centinaia di donne prima di lei: le dita bagnate disegnano sul torace lunghe linee diagonali, brillanti alla luce artificiale della stanza, scendendo ad accarezzare la cicatrice a forma di crocifisso che entrambi condividiamo, come un marchio che ci accomuna e che ci unisce al di là della nostra volontà, scivolando ancora più giù, fino al ventre, ed iniziando a giocare maliziosamente con la strisciolina di peli neri che sfugge al controllo dei pantaloni.
Mi mordo il labbro inferiore quando la vedo chiudere gli occhi, sospirante, non resistendo alla tentazione di curvarmi su di lei, il braccio sinistro appoggiato vicino alla sua spalla ed il destro sul lato opposto della vasca.
«Che c’è, ma petite, stai per svenire?» E’ solo un delicato sussurro, seducente come la carezza della seta sulla pelle nuda.
Riapre gli occhi, rivelando nello sguardo e nel corpo la sorpresa di vedermi così vicino: «io non svengo,» si affretta a puntualizzare.
«Mi fa piacere.» Mi avvicino ancora, dischiudendo le labbra per sfiorare delicatamente le sue. Non appena le bocche si incontrano la sento emettere un suono a metà tra il piacere e la consapevolezza, e subito un sussulto la scuote vanificando al contempo il mio precario equilibrio e l’atmosfera provocante che avevo sottilmente costruito. Le rovino addosso, sprofondando completamente nell’acqua fino a ricoprire con il mio il suo corpo nudo, riemergendo l’istante successivo sul finire del grido che la sorpresa o la paura le ha strappato. Non riesco a capacitarmi di quanto accaduto e mi limito ad inspirare e trattenere il fiato, sbigottito, mentre i capelli mi aderiscono in larghe ciocche al viso ed alle spalle lasciando scivolare sul petto carezzevoli rivoli d’acqua. Almeno per un attimo non posso mantenere la maschera di distaccato controllo che indosso costantemente, lasciando trapelare, negli occhi spalancati e nelle labbra vagamente socchiuse, tutto lo sconcerto che provo in quel momento.
Non ho il tempo di pronunciare neppure una sillaba che torna all’attacco, respingendomi ancora più lontano fino a costringermi ad alzarmi in piedi, gocciolante.
La vedo rannicchiarsi contro il bordo della vasca, e lo sguardo che mi rivolge è così furioso che non posso fare a meno di scuotere il capo accompagnandomi con una tiepida risata di rassegnazione. «Sono un seduttore da quasi trecento anni, Anita. Perché sono così goffo soltanto con te?»
«Forse è un segno.»
«Può darsi,» non mi trattengo dal replicare, mestamente. Parrebbe davvero che il destino si stia divertendo a giocare con me come il gatto col topo, allettandomi per poi lasciarmi ricadere in una realtà fredda e vuota. La desidero, non posso fare a meno di pensare. E lei desidera me. Questa consapevolezza improvvisa mi fa sollevare impercettibilmente il volto, colpendomi con la stessa evidenza di un lampo nell’oscurità della notte. Nonostante l’espressione corrucciata posso percepire il desiderio lottare contro la sua stessa volontà, in una continua sfida che i sensi lanciano alla ragione.
«Come fai a essere così attraente anche se so cosa sei?»
La sua voce mi raggiunge mentre mi inginocchio nell’acqua, continuando ad immergermi lentamente fino a che la schiuma non arriva ad avere la meglio sul tessuto scuro dei pantaloni. Solo il busto è ancora visibile, dando quell’impressione di nudità che sento provocarle un brivido al basso ventre.
In una reazione istintiva si porta le ginocchia al petto, cingendole con le braccia in un atto di difesa infantile quanto attraente. Mi avvicino, facendo ondeggiare l’acqua che ancora ci separa, fino a sfiorarle le gambe con il tessuto ruvido dei jeans. Il lieve contatto le fa chinare la testa tra le ginocchia, senza tuttavia impedire al suo cuore di pulsare così intensamente che ne posso percepire il ritmo sulla mia stessa lingua.
Resto in silenzio per alcuni istanti come se avessi bisogno a mia volta di placare il turbinio di sensazioni che i nostri corpi sprigionano, e solo nel momento il cui sono certo di saper mantenere il controllo che mi è proprio, e che le devo, mi curvo nuovamente sulla sua persona posando le mani sul bordo della vasca, a destra e a sinistra delle sue spalle. Con il viso vado a sfiorarle delicatamente i capelli bagnati, offrendole con poche parole sussurrate all’orecchio la possibilità di tirarsi indietro, come sempre, e sono così certo della risposta da non lasciar quasi trasparire il desiderio di una diversa.
«Dimmi di andarmene, ma petite, e me ne andrò.»
Solleva lentamente la testa soffermandosi a guardare le gocce d’acqua che scorrono sul mio petto, osservandole con la stessa espressione che è mia quando mi attardo a guardare il sangue che scivola sulla sua pelle. I suoi occhi ingannatori trasmettono un bisogno così travolgente da riuscire quasi ad appannare le iridi color del cioccolato, o è forse il vapore ad essere divenuto così denso da confondere i miei sensi come quelli di un qualsiasi umano?
Nessuna parola, tuttavia, avrebbe potuto prepararmi al movimento esitante del suo corpo, alle mani che si staccano dalle gambe avanzando fino a sfiorarmi i fianchi, incerte come se temessero di scottarsi, ed al viso che si sporge in avanti avvicinandosi al mio senza celare un retrogusto di timore e insicurezza: «non andartene».
La confusione mi si dipinge sul volto senza che possa fare nulla per impedirlo: non-andartene, mi ripeto ancora, una manciata di suoni che aprono un numero imprecisato di futuri possibili. Mi ha chiesto di restarle accanto per confortarla e continuare all’infinito il seducente gioco del negarsi o posso davvero sfiorarla, baciarla, amarla?
La sensazione della lingua che mi accarezza il ventre, leggera, mi da insieme un brivido e la risposta che cerco. Chiudo gli occhi in un tremito abbandonandomi alla dolce sensazione che mi pervade: è come un’onda che parte dal basso per poi risalire fino alla testa, offuscando ogni pensiero coerente che ancora mi gravita nella mente.
Le labbra che sento aderire alla pelle, la loro lieve pressione ed il risucchio che cattura le gocce che ancora mi bagnano il corpo: quasi non riesco a credere che stia accadendo davvero. Lo sciabordio dell’acqua contro le pareti della vasca e l’accresciuto peso che mi grava sui fianchi mi fa comprendere, come puro riflesso, che la mia piccola amata ha trovato il coraggio di sollevarsi sulle ginocchia. Il desiderio di vederla è più forte persino del piacere che ancora mi attraversa le vene, e la meraviglia del poterla osservare così, con il seno nudo ancora coperto di acqua e schiuma, è tale da farmi tremare le mani quando vado a sfiorarle delicatamente le spalle. Sento l’indecisione fermarle lo sguardo, calamitandolo poco al di sopra della cintura dei miei pantaloni, ma il fato non può farmi questo, non può strapparmela dalle dita anche questa volta, non così: ho bisogno di lei, ho disperatamente bisogno di lei per poter dire di essere completo. Anche se solo per una notte, ma petite, resta con me. Potrei arrivare a pronunciare ad alta voce quest’ultimo pensiero per l’amore provo in questo momento: sterminatrice fino in fondo, non ha avuto bisogno di alcun paletto per trafiggermi il cuore.
Solleva esitante lo sguardo ed il fiato mi si mozza in gola: «sei così bella, ma petite,» le sussurro con delicatezza, andando a posare l’indice sulle sue labbra prima che possa protestare. «Sei bella. Su questo sono sincero.»
Il dito prosegue la sua esplorazione, accarezzando le labbra su cui è posato per poi scendere sul mento ed arrivare su una spalla, mentre il suo gemello ed opposto lo imita, raggiungendolo nella carezza che procede lungo la schiena fino a fermarsi sui fianchi, in una posizione del tutto simmetrica alla sua.
Mi guarda con una timidezza che non avrei mai immaginato, scoprendosi senza fiato nel porre quell’unica domanda per la quale, allo stesso tempo, non ci sono risposte e ce ne sono troppe: «e adesso?»
«Quello che vuoi, ma petite.»
Ho paura persino di sorriderle, temendo che possa fraintendere e spezzare l’incanto; invece comincia a massaggiarmi i fianchi, i muscoli, aprendo le mani e allargando le dita per poi risalire lungo le costole. La imito, ed il sospiro che riesco a strapparle mi ripaga di tutto l’autocontrollo che sto imponendo a me stesso. Quando mi fermo proprio sotto il seno, sfiorandone l’attaccatura con un tocco lieve come quello di una piuma, sento il suo corpo rispondere ed il mio fare altrettanto, come in un gioco di specchi.
La sua immobilità accelera i battiti del mio cuore, in una compensazione che fa di due metà un solo essere. I suoi occhi sono fissi nei miei, come se questa volta fosse lei a voler leggere dentro di me, affondando oltre l’apparenza, raggiungendo quelle profondità in cui forse sono nascoste le risposte a tutte le nostre domande, e quando le sue mani risalgono sfiorandomi i capezzoli percepisco distintamente il suo respiro affannato nella tensione dell’attesa.
Sfioro le sue rotondità, con la stessa ammirazione che uno scultore dedicherebbe alla sua opera più bella, bevendo il gemito che le sfugge dalle labbra poco prima che la mia bocca si posi sulla pelle candida e liscia, baciandola e baciandola ancora quasi fino ad asciugarla.
Mi soffermo con il volto ad un respiro dal suo seno sporgendo la lingua per sfiorare il capezzolo già indurito, vedendola tremare quando le labbra vi si chiudono sopra per succhiarlo, con studiata lentezza, e lasciandomi inebriare della consapevolezza di trovarmi sul filo del rasoio quando mi spingo fino a farle sentire la pressione delle zanne.
Staccarsi da lei e scivolare nuovamente a sedere sui talloni non è che un unico gesto: voglio guardarla, così, dal basso verso l’alto, per assaporarla da ogni angolatura possibile, per imprimere quest’immagine nella mente e non dimenticarla mai più. C’è qualcosa che mi attanaglia la bocca dello stomaco, in tutto questo, qualcosa che minaccia di farmi diventare un essere di puro istinto. Sesso e istinto: c’è davvero differenza?
Si china su di me in un sipario di capelli lunghi e scuri, baciandomi sulla bocca e stringendo delicatamente tra i denti il labbro inferiore, tirandolo verso di sé e tormentandolo fino a che la mia bocca non cede, socchiudendosi in una resa incondizionata. Le sue mani sul mio volto sono fresche e leggere mentre la lingua stuzzica la mia, come se volesse rimarcare che anche in questa circostanza è solo lei a comandare.
La lotta per il potere: non vi è nulla di più eccitante.
Esco dall’acqua con un suono a metà tra un gemito ed un grido, abbracciandola e quasi travolgendola mentre torniamo ad immergerci nell’acqua a posizioni ribaltate: io il predatore e lei la preda. Il bacio si fa ancora più profondo, senza concedere tregua o tempo per riflettere, ed ogni movimento diventa il frutto della passione e della lussuria. Sento il suo cuore rimbombarmi nelle orecchie, il sangue che le scorre nelle vene come invitante miele speziato: basterebbe un rapido movimento e potrei cibare la mia fame di lei.
Non vi è nulla di peggio che vedere il proprio autocontrollo ledersi e spezzarsi come i fili di una corda troppo tesa, sentendosi divisi tra il desiderio di appagare la propria bramosia e quello di non trasformarsi nei mostri che molti ci accusano di essere, ma anche questo non sarebbe sufficiente a fermarmi se non fosse unito alla consapevolezza che lasciarmi andare, ora, significherebbe perderla per sempre.
Mi stacco da lei non appena riaffiorati in superficie, appoggiandomi ansimante al bordo della vasca.
Sesso, sangue, e lei. Deglutisco a vuoto, sforzandomi di allontanare dalla mente il ricordo del suo calore e della vita che arde prorompente nel suo intimo: «le mie più profonde scuse, ma petite. Mi hai quasi fatto perdere il controllo.» M’immergo di nuovo, restando appoggiato al bordo: «non sono venuto qui per nutrirmi, ma petite. Mi dispiace.»
Poche parole e pochi gesti, ma sono sufficienti perché possa alzarmi sentendomi nuovamente padrone della situazione. «Me ne vado, ma petite,» sospiro, insoddisfatto. «Tu mi privi dell’autocontrollo che ho conquistato con tanta difficoltà. Soltanto tu ci riesci, soltanto tu.»
Potrebbe limitarsi all’immobilità, ed invece mi si avvicina, spostandosi sulle ginocchia senza smettere di guardarmi: «non andartene.»
E’ quasi una supplica, o forse uno scherzo, o più probabilmente vuole mettermi alla prova in chissà quale strano modo, tutto può essere plausibile tranne che voglia veramente la mia compagnia. Non mi fido di lei. O forse di me.
È la paura di farle male che mi blocca?
I jeans aderiscono ancor più alle gambe laddove i suoi palmi vanno a posarsi, precedendo le unghie che affondano nel tessuto che fascia la muscolatura delle cosce, ed i suoi occhi cercano ancora i miei, il volto pericolosamente prossimo a zone che il pudore le ha sempre impedito persino di nominare.
Si inumidisce le labbra e con il solo accompagnamento del mio silenzio, carico della medesima incertezza, solleva una delle mani per sfiorare la zip che preme sul rigonfiamento visibile al di sotto dei pantaloni.. Basta quel lieve tocco perché la tensione si liberi in un gemito soffocato: non so cosa fare.
«Niente zanne, niente sangue.» Elenca le sue regole mentre la mano è ancora lì e la voce sembra aver abbandonato la mia gola ed i pensieri la mente.
Annuisco, riflettendo con la lucidità di un nottambulo che non distingue sogno e realtà, aprendo e chiudendo le labbra due volte prima di riuscire ad articolare una frase di senso compiuto. «Come la mia signora desidera.»
Quando la guancia prende il posto della mano la confusione si trasforma in bramosia. La sensazione che mi pervade è talmente intensa da farmi chiudere gli occhi, rovesciando la testa all’indietro non appena suoi movimenti si trasformano, divenendo quelli di una gatta che si sfrega contro il suo padrone in cerca di coccole ed attenzioni. E’ così che mi vede quando si aggrappa al bordo dei jeans per aiutarsi a rimettersi in piedi.
Le mie mani sono sui suoi fianchi nel momento esatto in cui riacquista la posizione eretta, ma lo sguardo scende ancora più in basso, risalendo poco dopo, per accompagnare il sorriso con cui le prometto di trasformare in realtà tutte le sue fantasie, portandole al limite per intrecciarle, solo allora, ai nuovi desideri che ancora non pensa di avere, e condurle un passo più in là, dove non crede sia possibile arrivare.
Da uno strattone ai jeans: «via,» e non posso che obbedire, sfilandoli e gettandoli sulla moquette. Sento il suo sguardo formicolarmi sulla pelle come una carezza calda ed invitante. Quali pensieri tengono impegnata la sua mente e le sue mani? Cos’è che ancora la trattiene dall’iniziare a danzare dopo l’invito tanto atteso? E’ come essere tornati indietro di due secoli quando ogni gesto, persino il movimento di una mano o un discreto cenno del capo, erano ambite gocce di miele stillate con parsimonia e per questo ancora più preziose. Oggi tutto è concesso con troppa facilità, ed il gusto della conquista è tanto insipido quant’è sottile il piacere che se ne ricava.
Quando ricomincia a parlare lo fa con voce rauca e strozzata, sottolineando ciò che il suo sguardo ha già avuto modo di appurare.
«Non sei circonciso».
«No, ma petite. È un problema?» Inarco un sopracciglio, divertito ed incuriosito allo stesso tempo, ma non mi è dato aggiungere altro: cinque dita inaspettatamente audaci mi avvolgono, stringendo con una delicatezza che sembra moltiplicare all’infinito il piacere che mi scuote. Sono costretto a chiudere gli occhi posando le mani sulle sue spalle per sorreggermi.
«No, non è un problema.»
E’ provocazione quella che vela le sue parole? La attiro bruscamente a me, aderendo contro il suo corpo fino a che non sento le sue braccia circondarmi il torace, quasi le gambe non riescano più a sorreggerla rendendo necessario un più saldo sostegno.
La sensazione delle sue labbra contro il mio petto è quella di un tepore che si diffonde lentamente in tutto il corpo, ed il merito non è certo del vapore che ancora appanna vetri e specchi creando l’illusione di una realtà diversa da quella che conosciamo, dai contorni più confusi e dalle tinte tenui e sfocate dell’estasi. Si alza in punta di piedi alternando alle labbra la morbidezza della lingua, accompagnatrice silenziosa dei baci che mi ricoprono le spalle ed il collo fino a raggiungere il mento e, poco più su, la bocca. Le labbra si sfiorano in una carezza quasi innocente, trasmettendo non solo passione e desiderio ma soprattutto tenerezza. Amore.
Le mani abbandonano la mia schiena, tornando sul petto per poi scorrere fin dietro al collo. Si allunga in punta di piedi tendendo la muscolatura al limite del possibile, premendo il bacino contro il mio fino a strapparmi un gemito gutturale.
Come le due estremità della bilancia, che salgono e scendono in opposizione l’una all’altra, scivolo contro di lei trovandomi infine in ginocchio, le mani che accompagnano il movimento soffermandosi sulle natiche alte e sode. Gioco con il suo ombellico baciandolo e leccandolo e spostandomi sempre più in basso. La dita sfiorano le gambe tornite disegnando complicate figure senza senso fino a raggiungere il centro della sua femminilità.
«Che stai facendo?» Ansima, tra il timore ed il piacere, costringendomi ad allontanare il volto dal suo ventre quel tanto che basta per poter parlare: «prova a indovinare. Hai tre possibilità, ma petite.» La voce è simile ad un sussurro, carica del medesimo divertimento che mi fa brillare gli occhi mentre la invito a divaricare le gambe. Accarezzo le sue labbra più desiderate dapprima sfiorandole appena, per poi aumentare d’intensità concentrandomi laddove è più sensibile.
«Credo che le gambe non mi reggano.»
«Quando arriverà il momento ti sosterrò io, ma petite.» Le lecco un fianco, scendendo a baciarle una coscia nel momento stesso in cui affondo in lei con indice e medio. Il sospiro che mi raggiunge è quanto di più appagante oda da anni.
Non smetto di baciarla e di muovermi in lei, risalendo lentamente con le labbra fino ad unire al movimento della mano quello della lingua. Respiro a fondo il suo profumo ed il ritmo delle carezze si accorda a quello dei baci, lento ed indugiante, stuzzicante. Quando affondo le dita con maggiore decisione le sfugge un grido, ed il tremito che la scuote fa vibrare corde così profonde da indurmi ad abbandonare la sofficità della sua carne per rialzarmi in piedi: voglio guardarla mentre sono dentro di lei, voglio osservare il suo volto mentre ogni residuo di autocontrollo la abbandona.
Torna a stringere la mia erezione come se avesse in mente chissà cosa, ma non posso rischiare di perdermi nella piacevole sensazione che le sue dita mi trasmettono: voglio essere io a condurre il gioco, questa è la mia danza. Mi sfilo dalle sue mani con una risata più tremula di quanto vorrei, rivelando il turbamento che ancora mi confonde e che mi fa sentire come un adolescente alla sua prima cotta.
La abbraccio con trasporto, muovendomi contro di lei laddove prima l’avevo accarezzata, ubriacandomi del profumo dei suoi capelli e dei brevi sospiri che sfuggono alle sue labbra, provocandola per portarla fino al limite e rallentare improvvisamente, prossimo a fermarmi, ripetendo un crudele percorso di appagamento negato.
«Ti prego,» sussurra infine, le palpebre abbassate e la bocca socchiusa in un totale abbandono. Torno ad insinuare un ginocchio tra le sue gambe, invitandola ad allargarle prima di penetrare cautamente in lei. Ancora prima di rendermene conto sto entrando ed uscendo dal suo corpo con esasperata lentezza.
E’ mia.
A dispetto di tutto.
Contro ogni previsione, schiaffeggiando una storia che sembrava già scritta, negando la mancanza di fiducia che fino a poco fa incrinava il nostro rapporto, cancellando mesi e mesi di rifiuti, ecco, è mia, mia, finalmente mia, solo mia, e farò di tutto per proteggerla: è la mia amante, la mia donna, il mio punto debole, il mio cuore e la mia vita. E’ la mia felicità.
«Lo desideravo da tanto tempo, ma petite, da tantissimo tempo.»
Mi concedo di osservarla senza nascondere nulla delle emozioni che mi attraversano, un fascio di sentimenti così strettamente legati da perdere il senso della propria solitaria esistenza. Come sarebbe la nostra vita se non fossi un vampiro? Se quella notte non avessero gettato sulle mie spalle il peso dell’eternità, se lei fosse vissuta nel mio tempo o io fossi nato nel suo, se il soprannaturale non ci avesse reclamati, imperioso, saremmo potuti essere felice come mille altre coppie fiere della propria mediocrità?

«Non sono fragile,» spezza i miei pensieri con un’implicita richiesta, sollevando il mento per accostare la bocca alla mia in un bacio così violento da rischiare di ferirsi contro le zanne aguzze.
La sollevo perché mi cinga i fianchi con le gambe prima di inginocchiarmi, senza smettere di baciarla mentre la spingo contro il bordo della vasca. Il sapore dolciastro del sangue riempie le nostre bocche accrescendo l’intensità di ciò che provo, fino ad assumere la forma di un dolore più psicologico che fisico tanta è la voglia che ho di lei. Affondo nel suo corpo con foga sempre maggiore via via che i suoi gemiti riempiono il silenzio rimbombandomi nelle profondità della mente.
Sento le sue dita insinuarmisi tra i capelli, appropriandosi di una ciocca scura per giocarvi senza troppo riguardo, forse cercando di sfogare la tensione che fa da preludio all’esplosione del piacere. Mi guarda intensamente senza che dia segno di fermarmi, spezzando talvolta il ritmo con un movimento circolare che la fa palpitare attorno a me.
Senza una reale consapevolezza ne lecco le labbra dischiuse, raccogliendo il sangue che le cola dagli angoli della bocca, sommando l’ebbrezza che ne deriva a quella bollente del sesso.
Rallentare il ritmo è un atto di volontà tanto grande che mi pare di dilaniare me stesso, annullando la voce dei sensi in favore di quella della ragione: carne e mente in competizione per il controllo del corpo, e muscoli e nervi come campo di battaglia che giunge a tendersi fino allo spasimo, ma di fronte all’abbandono di lei, sempre più evidente, sempre più intenso, sempre più libero da impedimenti e da remore morali, anche il mio controllo si scioglie come neve al sole, ed i movimenti si fanno incontrollati, meno ritmici, imprevedibili mentre affondo sempre più forte e sempre più in fretta, come se abbracciarla ed essere dentro di lei non mi bastasse, come se desiderassi una fusione completa per farla mia nel corpo e nell’anima. Un matrimonio carnale che possa unirci per l’eternità.
Mi proietto mentalmente nella sua direzione, accarezzandola non solo con la solidità della carne ma anche con l’impalpabilità del pensiero: fare l’amore con un vampiro vuol dire usare molto più dei cinque sensi dei quali gli umani sono così irragionevolmente orgogliosi, e quando l’orgasmo la sorprende la sensazione è quella di una fiamma fredda che le divampa sulla pelle, portandola a gemere ed urlare così come avevo desiderato ascoltarla. Chiudo gli occhi e mi abbandono ai suoi sospiri come farei con la musica più soave ed emozionante.
E’ mia. Non posso smettere di pensarlo, ancora ed ancora mentre le unghie smaltate mi si conficcano nella schiena fino a bagnarsi di sangue, per poi allontanarsi, probabilmente temendo di farmi male, in un ultimo sprazzo di consapevolezza prima dell’abbandono totale.

Respiro profondamente per più di qualche volta, rimanendo immobile mentre il ritmo delle contrazioni si placa lentamente. La sollevo senza lasciarla, come potrei fare con una bambola priva di peso, ed uscito dalla vasca mi inginocchio sulla moquette per adagiarla sulla schiena. Solo allora mi sfilo da lei, sorridendo quando il suo sguardo lascia, forse per timidezza, i miei occhi, finendo per raggiungere l’erezione inappagata.
«Non sei venuto.»
«Non ho aspettato tanto a lungo per finire così in fretta.»
Il divertimento è palese nel tono della voce e nell’espressione con la quale mi piego per baciare uno dei graffi che le arrossano le braccia, facendo poi scorrere la lingua sulle mie stesse labbra sporche di sangue: deve essersi ferita qualche minuto fa.
«Se lo hai fatto per me, lo apprezzo,» sussurro, modulando la voce in una carezza, «ma se lo hai fatto per non farmi male non era necessario, perché un po’ di dolore non mi dispiace.»
«Neanche a me.»
Mi avvicino nuovamente al suo volto, guardandola con occhi traboccanti di dolcezza: «l’ho notato.»
La sua bocca si schiude ma non fa in tempo a parlare: ne prendo possesso in bacio lungo ed intenso. Il seno preme contro il mio petto quando inarca la schiena, ed è allora che mi stacco da lei per scivolare sul dorso: «voglio guardarti mentre ti muovi, ma petite. Ti voglio sopra di me.»
L’esitazione dura lo spazio di un battito di ciglia ed il respiro seguente mi è seduta sopra, aiutandosi con le mani per accostare la punta della mia virilità alla sua apertura più intima. Spinge, ed il mondo sembra scomparire.
Deglutisco a vuoto, le labbra leggermente dischiuse mentre ne sfioro i fianchi senza smettere di guardarla, seguendo la linea sinuosa che termina al seno. Lo sfioro con delicatezza, muovendo i palmi aperti contro i capezzoli induriti fino a che non si sporge in avanti, gli occhi lucidi per il desiderio; solo allora la carezza aumenta la sua pressione e le mani si chiudono a coppa, accompagnando il suadente sussurro che la raggiunge: «muoviti per me, Anita.»
Sentire il suo peso, vederla ondeggiare, percorrerne liberamente il corpo con le mani e con lo sguardo, è un sogno ancora così irreale da costringermi ad inumidirmi le labbra improvvisamente riarse. I suoi occhi sono fissi sul grande specchio che occupa uno degli angoli della stanza: osserva le sue anche andare avanti ed indietro in un crescendo di emozioni sempre più intense.
Cerco il suo sguardo attraverso la superficie riflettente: «ma petite», la chiamo, «guardami negli occhi, e che sia tra noi come avrebbe potuto essere sempre.»
Scuote la testa. «Non posso.»
«Devi lasciarmi entrare nella tua mente, come mi hai lasciato entrare nel tuo corpo.»
Sollevo il bacino verso l’alto penetrandola ancora più in profondità, inaspettatamente, rendendole difficile emettere qualcosa di diverso da un bisbiglio strozzato: «non so come.»
«Amami, Anita, amami.»
Solo allora i suoi occhi abbandonano lo specchio, spostandosi in un ampia parabola che percorre il pavimento, raggiungendo i miei con un’intensità che mi toglie il fiato: «Ti amo.»
«Allora lasciami entrare, ma petite, lascia che ti ami.»
Catturo il suo sguardo legandolo al mio, avvolgendolo con mille fili di seta prima di aprirle le profondità della mia mente. La trascino verso il basso ed il suo abbandono la fa cadere nell’oceano incandescente del mio essere, giungendo ad una fusione tale da non rendere possibile distinguere ciò che sono io da ciò che è lei. Sono nel suo corpo e nella sua mente: stimolo i suoi sensi ed i suoi pensieri al contempo.
La reticenza che ancora le impedisce un abbandono totale scompare nell’istante esatto nel quale l’orgasmo la coglie, in un’accelerazione improvvisa, cancellando il suo essere di singola persona per rimodellarlo in una forma più ampia e complessa. Sento il suo corpo nel mio ed il mio nel suo, non esiste più una definizione diversa da un noi che eccede la somma delle nostre persone. Questo è il sesso, e chi non ha mai provato nulla di simile si è limitato a sfiorare una pallida ombra di ciò che potrebbe essere.
Spazio e tempo si fondono in un istante al di fuori da ogni definizione, cristallizzandosi in un eterno qui ed ora, un punto luminoso privo di dimensioni, infinito ed impenetrabile, strappandomi un grido che si attorciglia scompostamente a quello più acuto di lei.

Non so dire quanto tempo è trascorso quando, ormai spossata, si abbandona su di me sfiorandomi gentilmente le braccia. Nessuna parola osa a spezzare il silenzio per un imprecisato numero di minuti, fino a quando non si lascia scivolare via, rannicchiandosi su un fianco. Lascio che lo faccia non senza una certa reticenza: mi piaceva sentire il suo calore attorno a me, mi faceva sentire… sereno.
«Non puoi più trattenermi con lo sguardo. Anche se te lo permettessi, potrei spezzare il legame in qualunque momento.»
«Sì, ma petite.»
«Ti disturba?»
Rubo una ciocca dei suoi capelli, passandola tra le dita in un movimento che concilia i pensieri. Potrei rispondere in mille modi differenti e non saprebbe che sto mentendo, ma decido di riservarle la sola verità.
«Diciamo che mi disturba meno di quanto avrebbe potuto disturbarmi qualche ora fa.»
Si alza su un gomito per potermi fissare diritto in volto, improvvisamente guardinga: «che significa? Che dopo aver fatto sesso con te non sono più pericolosa?»
«Tu sarai sempre pericolosa, ma petite.» Le concedo un sorriso indecifrabile, per poi sollevare il busto andando a sfiorarle le labbra in un bacio delicato. Imito quindi la sua posizione, girandomi su un fianco ed appoggiandomi ad un braccio così da sollevarmi a sufficienza per poter parlare.
«Un tempo avresti potuto spaccarmi il cuore con un paletto o con un proiettile,» le accarezzo una mano raccogliendola poco dopo per portarmela alle labbra, «adesso me lo hai tolto con queste mani delicate e col profumo del tuo corpo.» Ne bacio il dorso con estrema delicatezza, trasmettendole tutto il rispetto che provo per lei, per ogni parte di lei.
Lo sguardo che le rivolgo attirandola a me è allusivo e suadente, «vieni, ma petite, goditi la tua conquista.» Torna a sdraiarsi contro il mio torace, ma non si lascia incantare e tira indietro la testa per evitare il bacio che sto per darle: «non sei affatto conquistato», puntualizza con una decisione che non ammette repliche.
«Neanche tu, ma petite.» Le accarezzo la schiena con entrambe le mani dando voce a quei pensieri che già da tempo mi solleticano. «Sto cominciando a rendermi conto che non lo sarai mai e che questo è l’afrodisiaco più potente.»
«Una sfida eterna.»
Sì, «per tutta l’eternità»

28 Gennaio 2007

La notte del vampiro - capitolo 4


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

4. L’interrogatorio

 

Esco dalla pista di pattinaggio con un colorito verdastro e tremante di freddo. Ecco trovato un altro difetto del mio abbigliamento: non è adatto a controllare cadaveri abbandonati in palazzetti dello sport e posti simili.
Dolph mi si avvicina per sapere se ho scoperto qualcosa di nuovo, ma non posso far altro che scuotere il capo. «Confermo quello che già sospettavi: ci sono tracce di morsi sul collo ed i polsi le sono stati tagliati. Ha mandato lo sterno completamente in frantumi e deve aver proseguito a mani nude: la posizione scomposta delle ossa lo conferma.»
«La stessa tecnica del primo omicidio, con in più il taglio dei polsi. Perché credi l’abbia fatto?»
«Per poter tracciare il cerchio,» indico con il braccio in direzione dell’evidente striscia rossastra badando a non girare la testa, «non avrebbe potuto creare un disegno così regolare in nessun’altro modo.»
«Dunque l’ha prima uccisa, quindi le ha tagliato i polsi per far gocciolare il sangue sul ghiaccio, ed infine si è nutrito di lei per poi prenderle il cuore. Cristo Santo Anita, come diavolo fai a farti vedere in giro con gente del genere?»
«Non sono miei amici,» ribatto, piccata, «sto solo cercando informazioni su questo maledetto assassino, e se i vampiri sono gli unici a sapere qualcosa allora mi devo adeguare. Ho crocifisso, munizioni e pugnali d’argento sempre a portata di mano, non preoccuparti più del necessario, so badare a me stessa.»
Decisa e sicura, brava Anita: è così che si fa!
Quando mi sento chiamare da dietro le spalle mi volto d’istinto, trovandomi nuovamente a guardare il corpo straziato. Mi piego su me stessa tentando di trattenere il conato di vomito che mi assale, imprecando quando sento la mano di Dolph posarsi sulla mia spalla. «Per l’amor del cielo, falla coprire.»
«Sta arrivando il sacco. Ti faccio portare un antiemetico ed un po’ d’acqua? Forse è meglio che tu vada a riposare, continueremo da soli con l’interrogatorio del ragazzo.»
«…il ragazzo?»
«Testimone oculare, ma non credo sappia molto di vampiri e mostri simili.»
Lo guardo con un occhio ancora socchiuso, come se il solo allentare la tensione dei lineamenti potesse far tornare quella spiacevole sensazione. Se non altro questa volta non vomiterò sul cadavere. L’averlo fatto è uno degli episodi più imbarazzanti di tutta la mia carriera.
«Sputa il rospo: dimmi chi è il ragazzo e chi era la vittima, non mi rispedirai a casa prima di avermi detto tutto quello che devo sapere.»
«Ti stai facendo coinvolgere troppo, non sei un agente, questo non è il tuo caso.»
Gli indico la pista: «davvero? Non si direbbe.»
Indurisce la mandibola e resta in silenzio per qualche istante prima di rispondere, ancora reticente: «la vittima si chiama Lilian McPerson, 16 anni, abitava a qualche chilometro di distanza da qui e si stava allenando per i mondiali di pattinaggio artistico che si terranno il mese prossimo. Frequentava il secondo anno di college a St. Louis. Fidanzata con il capitano della squadra di rugby e ragazza pon-pon. Se non fosse in quello stato penserei alla vendetta di un’adolescente gelosa, ma a quanto pare non aveva rapporti difficili con nessuno, era l’incarnazione della brava ragazza. Ecco l’acqua,» si interrompe, porgendomi il bicchiere di plastica bianca che l’agente Finning gli aveva portato. «Bevi.»
Ho voglia di sedermi sulla panca che costeggia la pista e di nascondere il volto tra le mani gridando a quel pazzo assassino che non vedo l’ora di piantargli un intero caricatore dritto nel cuore, ma rischierebbe di essere considerata una crisi di nervi e servirebbe solo a farmi allontanare dal caso. Avere a che fare con i cadaveri è stressante, ma, ehi, sono la sterminatrice, io non ho tentennamenti davanti alla scena di un crimine. Certo, e domani pioveranno confetti rosa.
In un modo o nell’altro riesco a mantenermi in piedi, prendendo un sorso d’acqua e facendo cenno a Dolph di andare avanti.
Sospira, girando alcune pagine del suo taccuino come se cercasse dati più precisi di quelli che ricorda: «aveva prenotato la pista con scarso anticipo: non era una sessione di prove programmata, così il suo allenatore non era presente. I genitori sono partiti ieri per un viaggio d’affari ed ha approfittato della loro assenza per uscire di casa ed allenarsi anche a tarda sera. Con lei c’era solo il ragazzo che le faceva da partner in gara: Jonathan Crawley. Durante l’esercizio di coppia un intruso si è portato fino a bordo pista e li ha poi raggiunti camminando sul ghiaccio. La ragazza gli si è avvicinata intimandogli di andarsene, probabilmente credeva in una manovra di spionaggio delle altre concorrenti, ma non è riuscita a finire la frase che quel tizio l’ha presa per la gola. Il nostro giovane eroe si è fatto avanti per liberarla, ma quando ha visto i canini sporgenti se l’è data a gambe levate, lasciando che la ragazza se la cavasse da sola scalciando ed urlando. Dice di averci chiamato immediatamente, ma quando siamo arrivati abbiamo trovato quello che hai visto anche tu»
«Tutto questo lo sappiamo dal ragazzo?»
Dolph annuisce. Credo che abbia esaurito la sua riserva di parole dell’intera settimana, non è mai stato un tipo loquace.
«Dov’è adesso? Mi piacerebbe fare una chiacchierata con lui»
«E’ nello spogliatoio femminile insieme all’agente Sawing ed alla madre. Stavamo accertando che non nascondesse niente, ma gli abbiamo concesso una pausa quando sei arrivata.»
Mi guardo attorno cercando la porta d’accesso alle stanze degli atleti: «pausa finita, andiamo a rincuorarlo e a farci dire tutto quello che sa.»
«Ma petite»
C.azzo, mi ero dimenticata dell’allegra combriccola che avevo portato con me.
«Ma petite,» ripete ancora, come se mezz’ora fa non gli avessi rigorosamente vietato di chiamarmi così davanti alla polizia. La risposta gli arriva in malo modo, manifestando tutto il fastidio che provo: «cosa vuoi?»
«Essere utile. Posso percepire le menzogne, e il tuo amico poliziotto sospetta che il ragazzo ne stia dicendo.»
Dolph si limita a guardarlo con aria truce, immagino non gli faccia piacere sapere che qualcuno può leggere così bene le vibrazioni della sua voce.
«E’ vero?» Gli chiedo.
«E’ sconvolto, ed è un ragazzino,» sentenzia spazientito, «probabilmente non riesce a ricordare bene tutti i particolari. Alcuni elementi utili alla ricostruzione dei fatti non sono affatto chiari, li ha modificati più volte tra una risposta e l’altra. Non credo gli importi molto se il vampiro è entrato da destra o da sinistra: in questo momento la sua migliore amica è in un lago di sangue, otterremo da lui più chiarezza dandogli il tempo per pensare.»
«Bene. Jean Claude, metti la museruola ai tuoi degni compari e vieni con noi.»
Mi avvio, ma anche questa volta non riesco a muovere più di un passo che vengo fermata. La mano dell’agente Storr si chiude sul mio braccio nonostante sappia della mia scarsa pazienza verso il contatto fisico, soprattutto se si tratta di un contatto minaccioso.
«Anita,» mi guarda negli occhi come se volesse passare il suo pensiero direttamente nel mio cervello, «vuoi davvero portargli davanti un vampiro? Dopo quello che ha passato per causa di questi… esseri?»
Poso una mano sulla sua, invitandolo gentilmente ad allentare la presa: «dobbiamo sapere. E Jean Claude può farsi passare da umano.
«Ci serve, Dolph. A sedici anni si possono nascondere informazioni importanti pensando di fare un gran bene, ma io e te sappiamo che non è così. Se non ci dice tutto potrebbe incorrere in guai legali molto seri.»
D’accordo, le beghe giudiziarie del ragazzino in questo momento sono l’ultimo dei miei pensieri, ma una ragazza deve pur ricorrere a qualche trucco per avere la meglio su uomini grandi e grossi, non siete d’accordo?

Lo spogliatoio è piuttosto ampio: una doppia fila di armadietti in metallo giallo ricopre le pareti e ne occupa la parte centrale dividendolo in due corridoi paralleli. Panche di legno completano l’arredamento e sulla parete di fondo si apre un vano senza porta che da accesso al locale delle docce. Pratico e informale, come tutte le palestre.
Jonathan è avvolto in una coperta di lana. Regge tra le mani una tazza con il manico a forma di mazza da hockey e non da segno di voler allontanare lo sguardo dal liquido fumante. La madre gli accarezza i capelli mentre si preme un fazzolettino sulle labbra. Se il figlio è ancora sotto shock lei è già passata alla fase pianto a catinelle, o almeno così parrebbe dagli occhi rossi e dal cestino pieno di fazzolettini usati. Proprio quello che ci vuole.
Sospiro, sarà una lunga notte.
Il poliziotto che li affianca tiene le gambe leggermente divaricate e le braccia conserte, sembra appena uscito da un film di Bruce Willis: è il ritratto personificato del poliziotto in allerta, ma è la donna a spostare per prima lo sguardo su di noi, scoppiando in lacrime e stringendo tra le braccia il figlio ancora del tutto assente.
«Signora Crawley,» esordisce Dolph, «le presento Mss Blake, la nostra esperta di soprannaturale.»
Le tendo la mano ma non vengo corrisposta: si limita ad annuire al di sotto delle ciglia bionde e si lascia andare ad una nuova crisi di pianto. Jean Claude è alle mie spalle e non posso fare a meno di lanciargli un’occhiata furtiva: che sia lui a spaventarla? No, impossibile: sembra talmente umano che nessuno potrebbe scoprire l’inganno.
«Farò del mio meglio per aiutarvi, Mrs Crawley,» la rassicuro mentre torno a guardarla, «non è facile superare un’aggressione, molto spesso le conseguenze si ripercuotono anche sui familiari delle vittime. Vi consiglierò un bravo terapeuta, potrebbe esservi utile.»
Annuisce ancora, ma non sono sicura che abbia davvero ascoltato quello che le ho detto. Si stringe il figlio al petto rischiando di far rovesciare il contenuto della tazza che il ragazzo non ha ancora assaggiato. Storr prende in mano la situazione con il suo solito senso pratico: «accetti il consiglio, signora, ed ora lasci che l’agente Sawing l’accompagni fuori per prendere un po’ d’aria: è molto pallida, le farà bene.»
Con una frase piena di tatto è riuscito a evitare quello che temevamo tutti: un interrogatorio, per quanto edulcorato e innocuo, sotto gli occhi di una madre. Credo non ci sia nulla di peggio. Ora è troppo sconvolta, ma sono certa che non appena avrà riassunto un po’ di padronanza di sé sarà pronta a puntare il dito contro di noi e a rinfacciarci ogni singola domanda che avremo posto al suo adorato bambino. Meglio che non sappia cosa le sue giovani orecchie stanno per ascoltare.
Non fa resistenza, e barcollando sui tacchi alti si lascia sorreggere per un braccio fino alla porta. Non appena il battente si richiude mi posiziono in ginocchio davanti al ragazzo. Ha iniziato a dondolare avanti e indietro come un automa, così gli prendo la tazza dalle mani e la poso a terra accanto a me.
«Jonathan, puoi sentirmi? Sono Anita. Vorrei che mi raccontassi cos’è accaduto poco fa. Voglio aiutarti a trovare… a vendicare…» Scuoto il capo, cercando di ristabilire il collegamento tra lingua e cervello: «a identificare la creatura che hai incontrato questa notte.» Concludo con un sorriso rassicurate. Vorrei posare una mano sulla sua per fargli sentire un contatto amichevole, ma dopo un’aggressione non tutti lo gradiscono e lui mi sembra un po’ troppo scosso per tentare.
Dolph si siede a qualche metro da noi come un qualsiasi osservatore: non ha intenzione di intervenire. Anche Jean-Claude sceglie di non avvicinarsi, ponendosi a debita distanza, in una posizione tale da essere visibile sia a Dolph che a me. Immagino possa percepire la nostra diffidenza e non voglia accentuarla. Un punto per lui.
«Non vuoi che la polizia lo catturi una volta per tutte? Coraggio, dimmi qualcosa.»
Jonathan chiude gli occhi, deglutendo visibilmente. Quando li riapre sembra essere tornato in sé quanto basta per poter parlare. Mi racconta tutto per filo e per segno, si perde in particolari che non sembrano essere di nessuna importanza ma non lo fermiamo, ride convulsamente quando ci dice che il pezzo che stavano ballando l’aveva scelto Lilian, che aveva insistito fino ad arrivare a litigare con l’allenatore per poterlo ballare. Voleva a tutti i costi le note di Thriller. Profetico, no? Già. Come dargli torto?
«Bene Jonathan, grazie. Ed ora dimmi: Lilian ti parlava mai dei vampiri? Hai detto di essere il suo migliore amico, ti ha mai detto di avere incontrato qualcuno di loro o ti ha accennato a qualcosa che li riguardasse?»
«No,» scuote il capo freneticamente, «no, mai! Lei… lei li disprezzava, non avrebbe mai messo a repentaglio la sua anima come hanno fatto loro.»
«Era cattolica? Non portava crocifissi al collo.»
«Andava in chiesa ogni domenica, con sua madre, era molto credente. Non portava nessuna collana perché durante gli allenamenti bisogna togliere tutto: orologi, catenine, braccialetti. E’ per non rischiare di farsi male.»
I suoi genitori saranno sollevati all’idea che mentre veniva strangolata non ci fossero catenine a graffiarla. A volte mi verrebbe voglia di schiaffeggiare chiunque si inventi queste genialate. Meglio con un polso rotto o priva di vita? Mai, e dico mai, togliersi il crocifisso. E’ una regola elementare che andrebbe rispettata da tutti. Una volta ci si batteva per insegnare nelle scuole l’educazione sessuale, adesso dovremmo insistere per un po’ di sana educazione anti-vampiri.
«Per quale motivo stavate provando in tarda serata? Le gare sono tra più di un mese»
«E’ vero, ma all’inizio non dovevamo prendervi parte: solo le prime tre coppie passano il turno e noi ci eravamo classificati quarti. Lilian era molto dispiaciuta, si era allenata tanto. Poi Janis, la ragazza che è arrivata al secondo posto, si è fatta male. E’ stato un brutto incidente ed ora è in clinica con la gamba destra ingessata: non potrà pattinare per almeno due mesi più i tempi per la fisioterapia. Così dicono i dottori.»
Tira su col naso, abbassando lo sguardo sulla tazza che prontamente gli porgo.
«Grazie.» Ne prende un sorso. «Così ci siamo trovati improvvisamente tra i finalisti, ma eravamo indietro con la preparazione: pensavamo di non avere un’altra occasione fino al prossimo anno. Quelle prove ci servivano, altrimenti non avremmo mai avuto alcuna possibilità di vincita, e lei lo desiderava così tanto. Oh avreste dovuto vederla: ce la metteva tutta, era la migliore, davvero. Se avesse avuto un ballerino più capace di certo sarebbe arrivata al professionismo in un battito di ciglia. Lei era… era Lilian.»
Posa il mento sul petto mentre lacrime silenziose iniziano a rigargli le guance. Anche per lui la fase di shock può dirsi conclusa.
Mi rialzo sciogliendo i muscoli irrigiditi delle gambe, sono rimasta troppo a lungo nella stessa posizione. «Troveremo chi vi ha fatto questo. Ora bevi la tua tisana prima che si raffreddi del tutto.»
Mi avvicino ai due defilati osservatori.
«Cosa ne pensi?» Storr non perde tempo.
«C’è qualcosa che non va: perché il vampiro ha ucciso solo lei? Avrebbe potuto facilmente massacrarli entrambi e non lasciare scomodi testimoni. Voleva la ragazza, ma perché?» Sposto lo sguardo su Jean-Claude come se mi aspettassi una risposta a questa domanda.
«Il ragazzo sa più di quanto dice, ma petite, e mente. Non crede che la sua amica fosse una fervida credente»
«La vittima non era cristiana?»
«Non ho detto questo. Semplicemente il ragazzo non ne è così sicuro, nonostante, a quanto pare, la sua amica fosse un’assidua frequentatrice della parrocchia. Non leggo i suoi pensieri, posso solo dirti se dice la verità»
Si stringe nelle spalle, come se non si trattasse d’altro che di un piccolo contrattempo sulla strada della sua giustizia. Maledizione a lui, come fa ad essere così distaccato dopo aver visto il corpo senza vita di una ragazzina? Forse quando troveremo mister vampiro cattivo non gli ricorderò le leggi che impediscono di uccidere i succhiasangue: li lascerò massacrarsi a vicenda e poi richiederò un mandato di esecuzione per chi dei due riuscirà a sopravvivere.
«Va bene,» cerco di concentrarmi sul momento presente, «proviamo a scoprire qualcosa d’altro: avete già aperto il suo armadietto?»
Dolph annuisce, indicandomi uno degli sportelli semichiusi: «non sembra esserci nulla di strano: magliette di ricambio, qualche libro e qualche quaderno, sembra quello che si potrebbe trovare nello zainetto di qualsiasi adolescente, ma l’esperta di soprannaturale sei tu, tocca a te dirmi se c’è qualcosa che non va»
Apro lo sportello dipinto sentendomi come un ladro che fruga nei cassetti di uno sconosciuto: mi sembra di violare la privacy della ragazza, ma di certo non verrà a rendermi conto di questo. Dolph ha ragione, non c’è nulla di particolarmente indicativo: un quaderno di matematica, uno di letteratura inglese ed uno dalla bella copertina rigida ed i fogli ancora intonsi, probabilmente sarebbe dovuto diventare il suo diario. Ci sono anche un libro di poesie, qualche asciugamano ed un cambio per quando avrebbe terminato l’allenamento. Nulla di strano, insomma.
Sto per rimettere tutto a posto quando una voce mi ferma, è quella di Jean-Claude. Perché si è avvicinato così tanto senza che lo sentissi? Dannazione, odio quando capita.
«Qualcosa non va?»
Non sorride e non parla, il che può essere solo un vantaggio. Si limita a prendere dalle mie mani uno dei quaderni per mostrarmelo dal lato del dorsetto.
«E’ nero. Ed è vuoto, qual è il problema?»
«Guarda meglio, ma petite, guardalo spostandolo al di sotto di una luce diretta. L’illuminazione al neon non aiuta, dovrai sforzare i tuoi dolcissimi occhi, ma sono certo che non ti sfuggirà.»
«Da’ qui,» poso sulla panca quanto stavo per riordinare, riprendendo il quaderno con una certa ansia: un indizio è sempre un indizio, ma quando si brancola nel buio può diventare la tanto agognata luce al fondo di un tunnel.
L’agente Storr si è portato vicino al ragazzo per non lasciarlo da solo ma continua a guardare in nostra direzione: sa che se dovessi scoprire qualcosa di significativo non mancherei di informarlo, ed infatti non si sbaglia. «Dolph, posso prendere questo quaderno?»
«Cosa c’è scritto di importante?» Si alza, gorgogliando non so cosa nella ricetrasmittente prima di raggiungerci. «Sai che non posso lasciarti portar via nulla.»
«Guarda.»
Sposto il quaderno davanti a noi, facendo in modo che la copertina nera rifranga ripetutamente la luce.
«Ci sono dei simboli disegnati»
«Esatto. Simboli Sortiarius. E’ una setta di streghe, credono di poter forgiare il destino grazie alla magia.»
«Ne conosci qualcuna?»
«La sola che conoscevo è morta. E nel caso te lo stessi chiedendo la risposta è no: non l’ho uccisa io, ci ha pensato la sua stessa follia, ma posso cercare di scoprire qualcosa di più sul perché Lilian McPerson, l’emblema della brava ragazza, avesse uno dei loro grimori nascosto nella borsa di scuola.»
Riccioli brizzolati che ben conosco fanno capolino dalla porta proprio mentre chiedo nuovamente a Dolph il permesso di portarlo con me, per mostrarlo ad una studiosa di mia conoscenza.
«Ehi, Anita, vuoi forse iniziare a tenere un diario? Potresti scrivere un best seller e poi farlo pubblicare in ventisette stati. Anita Blake: la cacciatrice di vampiri. Suona bene. Quando sarai ricca e famosa ti ricorderai ancora del tuo poliziotto preferito?»
«Certo Zerbrowski, di lui mi ricorderò sicuramente. Di te invece non so.»
Si porta le mani al petto simulando un dolore lancinante: «la tua ingratitudine mi uccide…»
Non mi è dato scoprire quanto sarebbe durata la sua sceneggiata: «Zerbrowski!» Lo apostrofa Dolph, «riporta il ragazzo alla madre, possono andare a casa. Non allarmarla, ma dille che potremmo avere ancora bisogno di parlare con lui. Per questa sera non è il caso di insistere oltre.»
«Agli ordini capo,» obbedisce da buon poliziotto ma senza perdere il suo stile da attore consumato. Mi fa l’occhiolino portandosi una mano al cappello in un improbabile saluto militare: «mia amata, non sognarmi troppo questa notte.»
«Solo nei miei incubi, e salutami quella santa di moglie.»
Zerbrowski è fatto così, e se non ci fosse lui con il suo umorismo dissacrante probabilmente le scene del crimine sarebbero ancora più tetre di quanto già non siano. Talvolta l’ironia è l’unica arma per non somatizzare troppo i dettagli cruenti che siamo obbligati a vedere.
Dolph aspetta che la porta si sia richiusa, lasciando nella stanza soltanto me, lui e Jean-Claude: «Lo rivoglio entro ventiquattr’ore, non dimenticartene. Non posso far sparire gli effetti personali della vittima per troppo tempo. Domani i genitori torneranno dal viaggio e vorranno gli oggetti della figlia.»
«Ti ho mai consegnato qualcosa in ritardo?»
«Bada che non ci sia una prima volta.»
Uscita dalla stanza non posso fare a meno di sfogliare il grimorio ancora una volta prima di riporlo nella tasca del cappotto che tra poco potrò reindossare. Qui il mio lavoro è finito, ma la notte no, mi aspetta una visita al luogo dove spero di poter incontrare chi ha fatto tutto questo. Potrei rivelarlo a Dolph e portare con me una squadra di aitanti poliziotti, ma nessuno di loro è adeguatamente equipaggiato, senza pallottole d’argento verrebbero falciati uno ad uno ed io ho già troppe morti sulla coscienza.
Jean-Claude mi sfila il cappotto dalle mani e quando lo apre davanti a me sembra un lord ansioso di aiutare la sua Maria Antonietta. Peccato per lui che io sia dalla parte di Lady Oscar: pantaloni, scarpe comode ed armi affilate. Glielo tolgo dalle mani e lo indosso senza alcuna difficoltà: se sono in grado di colpire un bersaglio a venti metri di distanza saprò ben vestirmi da sola. «Andiamo, Dartagnan, abbiamo un altro appuntamento questa notte.»

28 Gennaio 2007

La notte del vampiro - Capitolo 3


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

 

Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

3. Ice rink star

 

«Ricapitoliamo: vi siete messi in testa di pattugliare l’intero territorio alla ricerca dei nuovi vampiri arrivati dall’Europa. Non appena rintracciati passate subito alle minacce, per poi chiedere loro se preferiscono morire o riconoscere Jean-Claude come Master. Un vero atto di democraticità.»
«Esatto, è il nostro compito.»
La voce di Irina giunge dal sedile posteriore della mia auto, dove siede compostamente accanto a Fernand. Non sembra cogliere l’ironia delle mie parole, o forse è troppo intimorita dal trovarsi nella stessa auto con la sterminatrice per accorgersene, in ogni caso farglielo notare mi sembra quanto meno scortese. Se vuole credere nella democraticità della loro combriccola chi sono io per disilluderla? Mi limito dunque a guardarla dallo specchietto retrovisore scorgendola nel suo lungo e seducente abito nero. I capelli biondi spiccano per contrasto sul tessuto che le riveste le spalle, incorniciando i lineamenti pallidi e regolari, non è la divisa che una ragazzina userebbe per andare a scuola ma è sempre meglio di quello che indossava fino a poco prima. C’è da sperare che la sua bellezza faccia girare la testa a Zerbrowski quel tanto che basta perché non faccia battute sui miei accompagnatori. Zerbrowski è uno dei poliziotti che lavorano per Dolph alla Spook Squad, ufficialmente chiamata Regional Preternatural Investigation Team, cioè RPIT: una serie di nomi e sigle per definire la sezione peggio equipaggiata di tutta la polizia, quella che si occupa di crimini soprannaturali e che di tanto in tanto, cioè più spesso di quanto vorrei, richiede il mio parere di esperta. L’ispezionare cadaveri in pessime condizioni è uno dei tanti lati negativi del mio lavoro.
«Ma ieri sera non tutto è andato come previsto,» continuo, «uno dei nuovi arrivati si è rifiutato si seguirvi, è scappato e voi l’avete inseguito fino a trovarvi in una stradina senza uscita. Avete lottato ed avete avuto la peggio…»
«Ma petite, non ferire in questo modo il loro amor proprio, sii comprensiva.»
Jean-Claude è allungato sul sedile del passeggero, dove cerca ancora di destreggiarsi con la cintura di sicurezza che solo con una certa fatica l’ho convinto ad indossare: d’altra parte come si può dire ad un vampiro che quella striscia di plastica serve a salvargli la vita? Fatto sta che lo volevo legato, se non per la sua almeno per la mia sicurezza.
«Il nostro amico cattivo,» proseguo, pressoché ignorandolo ed alzando di un tono la voce, «ha ferito a morte Fernand e preso Irina in ostaggio per avere una possibile copertura durante la fuga. Arrivato nei pressi del Mississipi l’ha tramortita ed è scappato definitivamente. Fin qui è tutto giusto?»
«Lo è,» conferma Fernand, esitante, «quel vampiro era molto forte, doveva essere antico. Non credo che sa soli saremmo in grado di batterlo.»
«Inizia a sperare di sbagliarti, perché è proprio quello che tenteremo di fare questa notte. Era il suo nascondiglio che stavate cercando mentre vi aspettavamo?»
«Così il master ci aveva ordinato. E abbiamo avuto fortuna, crediamo di sapere dove si nasconde: è una cripta sotterranea nel cimitero monumentale, a ridosso del fiume, ma non siamo scesi a controllare.» Il timbro di voce di Irina è più fermo di quello del suo compagno, ma entrambi non riescono a nascondere il timore per la mia reazione. Se avessero sorpreso il vampiro nel suo antro ora forse ci troveremmo con un cadavere in meno. O con due in più, chi può dirlo? La vita non si fa con i se e con i ma.
«Mi accompagnerete fin lì, questa notte, ma non siete obbligati a seguirmi dentro la cripta.»
Anzi, forse mi sentirei più sicura non avendo attorno altri denti aguzzi. Trasportandone ben tre paia sulla mia macchina reputo tuttavia più prudente mantenere per me quest’ultima acuta osservazione.
La fiammella della speranza si è appena accesa nei loro occhi che Jean-Claude è già pronto a soffiarvi sopra per spegnerla: «verranno, e verrò anch’io. Se è davvero pericoloso come dicono allora ti servirà tutto l’aiuto che potremo darti.»
«Perché dovrei fidarmi di te?»
Gli lancio un’occhiata tanto fugace quanto sospettosa, per poi tornare a guardare la strada.
«Perché anch’io ho da amministrare la mia giustizia: chi mina la mia autorità deve pagarne il prezzo. Non lo voglio vivo più di quanto lo voglia tu, ma petite. Il mio scopo è puramente utilitaristico. Nonostante questo il poterti essere utile rende il compito ancora più gradevole, potrei persino sperare in una ricompensa.»
Il suo sorriso appena accennato spalanca la porta dell’immaginazione verso pensieri perversi e azioni che si osano compiere soltanto al buio: come diamine ci riesce? Forse dovrei smetterla di temere soltanto i suoi occhi.
In realtà ho da poco scoperto di essere immune allo sguardo ipnotico dei vampiri, ma non ne comprendo ancora a pieno il motivo e preferisco non correre inutili rischi: meglio usare troppa cautela piuttosto che troppo poca.
«Per ucciderlo è necessaria l’autorizzazione di un tribunale,» gli faccio notare meccanicamente, «altrimenti si tratta di omicidio.»
La legge c’è e va rispettata, almeno la maggior parte delle volte. Se sarà possibile seguiremo alla lettera la prassi, in caso contrario cercheremo solo di portare a casa la pelle.
Svolto a destra e scorgo le prime sirene della polizia.
Solita prassi: mostrare il cartellino, avvisare l’agente Rudolph Storr, detto Dolph, che sono arriva e lasciare la macchina in mezzo alla strada in totale assenza di un vero parcheggio. Se non altro posso essere sicura che non mi faranno la multa.
Sceso dalla macchina Fernand torreggia su tutti noi con il suo metro e novanta d’altezza. Solo Dolph potrebbe competere. Il cranio nero e rasato riflette le luci delle volanti, rendendolo inquietante nel suo bell’abito scuro. Nonostante questo è l’unico che conserva una parvenza di normalità mentre aiuta la sua compagna ad uscire dalla macchina e le porge il braccio per sostenerla. Anche Jean-Claude tenta la medesima mossa ma il mio sguardo è talmente eloquente da farlo desistere in tempo record.
«Restatemi vicini, non fate domande, non parlate, non mordete e non ipnotizzate nessuno. Mi sono spiegata?»
Annuiscono.
«Fantastico. Allora seguitemi, e cercate di non dare nell’occhio.»
L’American Ice Rink, il palaghiaccio, è una costruzione prefabbricata ad un piano, bianca e con grandi insegne rosse. Rosso è anche l’ingresso sporgente costruito in vetro e metallo. Niente di raffinato o di particolarmente notevole: qui si viene per sudare e fare sport, non per ammirare un’opera d’arte.
Non appena entrati Dolph mi viene incontro. Il dubbio riguardo ai miei accompagnatori gli si legge in volto, su quella lunga ruga che gli disegna la fronte.
«Mi stanno aiutando,» rispondo ancora prima che inizi a parlare, incalzandolo poi con domande di carattere pratico: «dov’è la vittima? Ci sono stati altri messaggi?»
Si sposta di lato, lasciandomi libera la visuale che da sulla pista da pattinaggio: «guarda tu stessa.»
La superficie di ghiaccio lascia intravedere in trasparenza la grande scritta colorata con il nome del complesso sportivo. Proprio lì in mezzo giace scomposto un corpo femminile più piccolo del mio. I capelli scuri sono legati in una coda di cavallo ed ai piedi porta pattini la cui pelle bianca è ormai crepata dall’usura. Il maglioncino di lana azzurra reca il logo della locale squadra di pattinaggio artistico, lo so perché anch’io, quand’ero al college, avevo una compagna che ne faceva parte. Non avanzo più di qualche passo che Dolph mi ferma prendendomi per un braccio: «vuoi che li faccia mettere sotto stretta osservazione mentre sei al lavoro?»
Non ho bisogno di chiedere a chi si stia riferendo: «no, non sarà necessario. Se puoi evita misure troppo drastiche, tienili sotto controllo con discrezione.»
Abbiamo sussurrato, ma non so dire con certezza se ci abbiano sentito o meno e, in tutta franchezza, non mi interessa particolarmente.
Tutta la mia attenzione è rivolta verso la superficie che circonda il corpo. Il carminio del sangue spicca sul ghiaccio assumendo una tonalità più vivida di quanto non sia in realtà, mettendo in rilievo il cerchio che è stato disegnato attorno alla ragazza e poi ancora, sulla destra, il mio nome, appena distinguibile tanto il liquido si è allargato sulla superficie ghiacciata senza potersi rapprendere. Il cuore, come nel caso della prima vittima, giace ormai freddo accanto all’ultima lettera.
Sento la rabbia montarmi dentro mentre indosso i guanti di lattice che uso per lavorare ed i pattini che mi sono stati consegnati per poter raggiungere il corpo.
I poliziotti seri insegnano che non bisogna prendere nessun caso come una questione personale. Vorrei sapere se si sono mai trovati a leggere il proprio nome vicino ad un cadavere martoriato.
Il freddo avrebbe potuto conservare la vittima rendendo il mio lavoro meno terribile del solito, ma il petto squarciato non aiuta: quel mostro l’ha praticamente sventrata per impadronirsi del cuore.
Ora che sono più vicina posso osservare i lineamenti con maggiore chiarezza: non deve avere più di sedici o diciassette anni. Le scosto i capelli che le sono ricaduti sul volto, risistemandola mentre cerco sul collo e nell’incavo delle braccia i segni lasciati dai canini. Quando guardo il vuoto macilento del suo petto mi sento quasi mancare, e non servono poteri paranormali per sapere che quest’immagine verrà a trovarmi per più di una notte.

«Ricapitoliamo: vi siete messi in testa di pattugliare l’intero territorio alla ricerca dei nuovi vampiri arrivati dall’Europa. Non appena rintracciati passate subito alle minacce, per poi chiedere loro se preferiscono morire o riconoscere Jean-Claude come Master. Un vero atto di democraticità.» «Esatto, è il nostro compito.» La voce di Irina giunge dal sedile posteriore della mia auto, dove siede compostamente accanto a Fernand. Non sembra cogliere l’ironia delle mie parole, o forse è troppo intimorita dal trovarsi nella stessa auto con la sterminatrice per accorgersene, in ogni caso farglielo notare mi sembra quanto meno scortese. Se vuole credere nella democraticità della loro combriccola chi sono io per disilluderla? Mi limito dunque a guardarla dallo specchietto retrovisore scorgendola nel suo lungo e seducente abito nero. I capelli biondi spiccano per contrasto sul tessuto che le riveste le spalle, incorniciando i lineamenti pallidi e regolari, non è la divisa che una ragazzina userebbe per andare a scuola ma è sempre meglio di quello che indossava fino a poco prima. C’è da sperare che la sua bellezza faccia girare la testa a Zerbrowski quel tanto che basta perché non faccia battute sui miei accompagnatori. Zerbrowski è uno dei poliziotti che lavorano per Dolph alla Spook Squad, ufficialmente chiamata Regional Preternatural Investigation Team, cioè RPIT: una serie di nomi e sigle per definire la sezione peggio equipaggiata di tutta la polizia, quella che si occupa di crimini soprannaturali e che di tanto in tanto, cioè più spesso di quanto vorrei, richiede il mio parere di esperta. L’ispezionare cadaveri in pessime condizioni è uno dei tanti lati negativi del mio lavoro.«Ma ieri sera non tutto è andato come previsto,» continuo, «uno dei nuovi arrivati si è rifiutato si seguirvi, è scappato e voi l’avete inseguito fino a trovarvi in una stradina senza uscita. Avete lottato ed avete avuto la peggio…»«, non ferire in questo modo il loro amor proprio, sii comprensiva.» Jean-Claude è allungato sul sedile del passeggero, dove cerca ancora di destreggiarsi con la cintura di sicurezza che solo con una certa fatica l’ho convinto ad indossare: d’altra parte come si può dire ad un vampiro che quella striscia di plastica serve a salvargli la vita? Fatto sta che lo volevo legato, se non per la sua almeno per la mia sicurezza.«Il nostro amico cattivo,» proseguo, pressoché ignorandolo ed alzando di un tono la voce, «ha ferito a morte Fernand e preso Irina in ostaggio per avere una possibile copertura durante la fuga. Arrivato nei pressi del Mississipi l’ha tramortita ed è scappato definitivamente. Fin qui è tutto giusto?»«Lo è,» conferma Fernand, esitante, «quel vampiro era molto forte, doveva essere antico. Non credo che sa soli saremmo in grado di batterlo.»«Inizia a sperare di sbagliarti, perché è proprio quello che tenteremo di fare questa notte. Era il suo nascondiglio che stavate cercando mentre vi aspettavamo?»«Così il master ci aveva ordinato. E abbiamo avuto fortuna, crediamo di sapere dove si nasconde: è una cripta sotterranea nel cimitero monumentale, a ridosso del fiume, ma non siamo scesi a controllare.» Il timbro di voce di Irina è più fermo di quello del suo compagno, ma entrambi non riescono a nascondere il timore per la mia reazione. Se avessero sorpreso il vampiro nel suo antro ora forse ci troveremmo con un cadavere in meno. O con due in più, chi può dirlo? La vita non si fa con i se e con i ma.«Mi accompagnerete fin lì, questa notte, ma non siete obbligati a seguirmi dentro la cripta.» Anzi, forse mi sentirei più sicura non avendo attorno altri denti aguzzi. Trasportandone ben tre paia sulla mia macchina reputo tuttavia più prudente mantenere per me quest’ultima acuta osservazione. La fiammella della speranza si è appena accesa nei loro occhi che Jean-Claude è già pronto a soffiarvi sopra per spegnerla: «verranno, e verrò anch’io. Se è davvero pericoloso come dicono allora ti servirà tutto l’aiuto che potremo darti.»«Perché dovrei fidarmi di te?» Gli lancio un’occhiata tanto fugace quanto sospettosa, per poi tornare a guardare la strada.«Perché anch’io ho da amministrare la mia giustizia: chi mina la mia autorità deve pagarne il prezzo. Non lo voglio vivo più di quanto lo voglia tu, ma petite. Il mio scopo è puramente utilitaristico. Nonostante questo il poterti essere utile rende il compito ancora più gradevole, potrei persino sperare in una ricompensa.» Il suo sorriso appena accennato spalanca la porta dell’immaginazione verso pensieri perversi e azioni che si osano compiere soltanto al buio: come diamine ci riesce? Forse dovrei smetterla di temere soltanto i suoi occhi. In realtà ho da poco scoperto di essere immune allo sguardo ipnotico dei vampiri, ma non ne comprendo ancora a pieno il motivo e preferisco non correre inutili rischi: meglio usare troppa cautela piuttosto che troppo poca.«Per ucciderlo è necessaria l’autorizzazione di un tribunale,» gli faccio notare meccanicamente, «altrimenti si tratta di omicidio.»La legge c’è e va rispettata, almeno la maggior parte delle volte. Se sarà possibile seguiremo alla lettera la prassi, in caso contrario cercheremo solo di portare a casa la pelle.Svolto a destra e scorgo le prime sirene della polizia. Solita prassi: mostrare il cartellino, avvisare l’agente Rudolph Storr, detto Dolph, che sono arriva e lasciare la macchina in mezzo alla strada in totale assenza di un vero parcheggio. Se non altro posso essere sicura che non mi faranno la multa.Sceso dalla macchina Fernand torreggia su tutti noi con il suo metro e novanta d’altezza. Solo Dolph potrebbe competere. Il cranio nero e rasato riflette le luci delle volanti, rendendolo inquietante nel suo bell’abito scuro. Nonostante questo è l’unico che conserva una parvenza di normalità mentre aiuta la sua compagna ad uscire dalla macchina e le porge il braccio per sostenerla. Anche Jean-Claude tenta la medesima mossa ma il mio sguardo è talmente eloquente da farlo desistere in tempo record. «Restatemi vicini, non fate domande, non parlate, non mordete e non ipnotizzate nessuno. Mi sono spiegata?»Annuiscono.«Fantastico. Allora seguitemi, e cercate di non dare nell’occhio.»L’American Ice Rink, il palaghiaccio, è una costruzione prefabbricata ad un piano, bianca e con grandi insegne rosse. Rosso è anche l’ingresso sporgente costruito in vetro e metallo. Niente di raffinato o di particolarmente notevole: qui si viene per sudare e fare sport, non per ammirare un’opera d’arte.Non appena entrati Dolph mi viene incontro. Il dubbio riguardo ai miei accompagnatori gli si legge in volto, su quella lunga ruga che gli disegna la fronte.«Mi stanno aiutando,» rispondo ancora prima che inizi a parlare, incalzandolo poi con domande di carattere pratico: «dov’è la vittima? Ci sono stati altri messaggi?»Si sposta di lato, lasciandomi libera la visuale che da sulla pista da pattinaggio: «guarda tu stessa.»La superficie di ghiaccio lascia intravedere in trasparenza la grande scritta colorata con il nome del complesso sportivo. Proprio lì in mezzo giace scomposto un corpo femminile più piccolo del mio. I capelli scuri sono legati in una coda di cavallo ed ai piedi porta pattini la cui pelle bianca è ormai crepata dall’usura. Il maglioncino di lana azzurra reca il logo della locale squadra di pattinaggio artistico, lo so perché anch’io, quand’ero al college, avevo una compagna che ne faceva parte. Non avanzo più di qualche passo che Dolph mi ferma prendendomi per un braccio: «vuoi che li faccia mettere sotto stretta osservazione mentre sei al lavoro?»Non ho bisogno di chiedere a chi si stia riferendo: «no, non sarà necessario. Se puoi evita misure troppo drastiche, tienili sotto controllo con discrezione.»Abbiamo sussurrato, ma non so dire con certezza se ci abbiano sentito o meno e, in tutta franchezza, non mi interessa particolarmente. Tutta la mia attenzione è rivolta verso la superficie che circonda il corpo. Il carminio del sangue spicca sul ghiaccio assumendo una tonalità più vivida di quanto non sia in realtà, mettendo in rilievo il cerchio che è stato disegnato attorno alla ragazza e poi ancora, sulla destra, il mio nome, appena distinguibile tanto il liquido si è allargato sulla superficie ghiacciata senza potersi rapprendere. Il cuore, come nel caso della prima vittima, giace ormai freddo accanto all’ultima lettera.Sento la rabbia montarmi dentro mentre indosso i guanti di lattice che uso per lavorare ed i pattini che mi sono stati consegnati per poter raggiungere il corpo. I poliziotti seri insegnano che non bisogna prendere nessun caso come una questione personale. Vorrei sapere se si sono mai trovati a leggere il proprio nome vicino ad un cadavere martoriato.Il freddo avrebbe potuto conservare la vittima rendendo il mio lavoro meno terribile del solito, ma il petto squarciato non aiuta: quel mostro l’ha praticamente sventrata per impadronirsi del cuore. Ora che sono più vicina posso osservare i lineamenti con maggiore chiarezza: non deve avere più di sedici o diciassette anni. Le scosto i capelli che le sono ricaduti sul volto, risistemandola mentre cerco sul collo e nell’incavo delle braccia i segni lasciati dai canini. Quando guardo il vuoto macilento del suo petto mi sento quasi mancare, e non servono poteri paranormali per sapere che quest’immagine verrà a trovarmi per più di una notte.

«Ricapitoliamo: vi siete messi in testa di pattugliare l’intero territorio alla ricerca dei nuovi vampiri arrivati dall’Europa. Non appena rintracciati passate subito alle minacce, per poi chiedere loro se preferiscono morire o riconoscere Jean-Claude come Master. Un vero atto di democraticità.» «Esatto, è il nostro compito.» La voce di Irina giunge dal sedile posteriore della mia auto, dove siede compostamente accanto a Fernand. Non sembra cogliere l’ironia delle mie parole, o forse è troppo intimorita dal trovarsi nella stessa auto con la sterminatrice per accorgersene, in ogni caso farglielo notare mi sembra quanto meno scortese. Se vuole credere nella democraticità della loro combriccola chi sono io per disilluderla? Mi limito dunque a guardarla dallo specchietto retrovisore scorgendola nel suo lungo e seducente abito nero. I capelli biondi spiccano per contrasto sul tessuto che le riveste le spalle, incorniciando i lineamenti pallidi e regolari, non è la divisa che una ragazzina userebbe per andare a scuola ma è sempre meglio di quello che indossava fino a poco prima. C’è da sperare che la sua bellezza faccia girare la testa a Zerbrowski quel tanto che basta perché non faccia battute sui miei accompagnatori. Zerbrowski è uno dei poliziotti che lavorano per Dolph alla Spook Squad, ufficialmente chiamata Regional Preternatural Investigation Team, cioè RPIT: una serie di nomi e sigle per definire la sezione peggio equipaggiata di tutta la polizia, quella che si occupa di crimini soprannaturali e che di tanto in tanto, cioè più spesso di quanto vorrei, richiede il mio parere di esperta. L’ispezionare cadaveri in pessime condizioni è uno dei tanti lati negativi del mio lavoro.«Ma ieri sera non tutto è andato come previsto,» continuo, «uno dei nuovi arrivati si è rifiutato si seguirvi, è scappato e voi l’avete inseguito fino a trovarvi in una stradina senza uscita. Avete lottato ed avete avuto la peggio…»«, non ferire in questo modo il loro amor proprio, sii comprensiva.» Jean-Claude è allungato sul sedile del passeggero, dove cerca ancora di destreggiarsi con la cintura di sicurezza che solo con una certa fatica l’ho convinto ad indossare: d’altra parte come si può dire ad un vampiro che quella striscia di plastica serve a salvargli la vita? Fatto sta che lo volevo legato, se non per la sua almeno per la mia sicurezza.«Il nostro amico cattivo,» proseguo, pressoché ignorandolo ed alzando di un tono la voce, «ha ferito a morte Fernand e preso Irina in ostaggio per avere una possibile copertura durante la fuga. Arrivato nei pressi del Mississipi l’ha tramortita ed è scappato definitivamente. Fin qui è tutto giusto?»«Lo è,» conferma Fernand, esitante, «quel vampiro era molto forte, doveva essere antico. Non credo che sa soli saremmo in grado di batterlo.»«Inizia a sperare di sbagliarti, perché è proprio quello che tenteremo di fare questa notte. Era il suo nascondiglio che stavate cercando mentre vi aspettavamo?»«Così il master ci aveva ordinato. E abbiamo avuto fortuna, crediamo di sapere dove si nasconde: è una cripta sotterranea nel cimitero monumentale, a ridosso del fiume, ma non siamo scesi a controllare.» Il timbro di voce di Irina è più fermo di quello del suo compagno, ma entrambi non riescono a nascondere il timore per la mia reazione. Se avessero sorpreso il vampiro nel suo antro ora forse ci troveremmo con un cadavere in meno. O con due in più, chi può dirlo? La vita non si fa con i se e con i ma.«Mi accompagnerete fin lì, questa notte, ma non siete obbligati a seguirmi dentro la cripta.» Anzi, forse mi sentirei più sicura non avendo attorno altri denti aguzzi. Trasportandone ben tre paia sulla mia macchina reputo tuttavia più prudente mantenere per me quest’ultima acuta osservazione. La fiammella della speranza si è appena accesa nei loro occhi che Jean-Claude è già pronto a soffiarvi sopra per spegnerla: «verranno, e verrò anch’io. Se è davvero pericoloso come dicono allora ti servirà tutto l’aiuto che potremo darti.»«Perché dovrei fidarmi di te?» Gli lancio un’occhiata tanto fugace quanto sospettosa, per poi tornare a guardare la strada.«Perché anch’io ho da amministrare la mia giustizia: chi mina la mia autorità deve pagarne il prezzo. Non lo voglio vivo più di quanto lo voglia tu, ma petite. Il mio scopo è puramente utilitaristico. Nonostante questo il poterti essere utile rende il compito ancora più gradevole, potrei persino sperare in una ricompensa.» Il suo sorriso appena accennato spalanca la porta dell’immaginazione verso pensieri perversi e azioni che si osano compiere soltanto al buio: come diamine ci riesce? Forse dovrei smetterla di temere soltanto i suoi occhi. In realtà ho da poco scoperto di essere immune allo sguardo ipnotico dei vampiri, ma non ne comprendo ancora a pieno il motivo e preferisco non correre inutili rischi: meglio usare troppa cautela piuttosto che troppo poca.«Per ucciderlo è necessaria l’autorizzazione di un tribunale,» gli faccio notare meccanicamente, «altrimenti si tratta di omicidio.»La legge c’è e va rispettata, almeno la maggior parte delle volte. Se sarà possibile seguiremo alla lettera la prassi, in caso contrario cercheremo solo di portare a casa la pelle.Svolto a destra e scorgo le prime sirene della polizia. Solita prassi: mostrare il cartellino, avvisare l’agente Rudolph Storr, detto Dolph, che sono arriva e lasciare la macchina in mezzo alla strada in totale assenza di un vero parcheggio. Se non altro posso essere sicura che non mi faranno la multa.Sceso dalla macchina Fernand torreggia su tutti noi con il suo metro e novanta d’altezza. Solo Dolph potrebbe competere. Il cranio nero e rasato riflette le luci delle volanti, rendendolo inquietante nel suo bell’abito scuro. Nonostante questo è l’unico che conserva una parvenza di normalità mentre aiuta la sua compagna ad uscire dalla macchina e le porge il braccio per sostenerla. Anche Jean-Claude tenta la medesima mossa ma il mio sguardo è talmente eloquente da farlo desistere in tempo record. «Restatemi vicini, non fate domande, non parlate, non mordete e non ipnotizzate nessuno. Mi sono spiegata?»Annuiscono.«Fantastico. Allora seguitemi, e cercate di non dare nell’occhio.»L’American Ice Rink, il palaghiaccio, è una costruzione prefabbricata ad un piano, bianca e con grandi insegne rosse. Rosso è anche l’ingresso sporgente costruito in vetro e metallo. Niente di raffinato o di particolarmente notevole: qui si viene per sudare e fare sport, non per ammirare un’opera d’arte.Non appena entrati Dolph mi viene incontro. Il dubbio riguardo ai miei accompagnatori gli si legge in volto, su quella lunga ruga che gli disegna la fronte.«Mi stanno aiutando,» rispondo ancora prima che inizi a parlare, incalzandolo poi con domande di carattere pratico: «dov’è la vittima? Ci sono stati altri messaggi?»Si sposta di lato, lasciandomi libera la visuale che da sulla pista da pattinaggio: «guarda tu stessa.»La superficie di ghiaccio lascia intravedere in trasparenza la grande scritta colorata con il nome del complesso sportivo. Proprio lì in mezzo giace scomposto un corpo femminile più piccolo del mio. I capelli scuri sono legati in una coda di cavallo ed ai piedi porta pattini la cui pelle bianca è ormai crepata dall’usura. Il maglioncino di lana azzurra reca il logo della locale squadra di pattinaggio artistico, lo so perché anch’io, quand’ero al college, avevo una compagna che ne faceva parte. Non avanzo più di qualche passo che Dolph mi ferma prendendomi per un braccio: «vuoi che li faccia mettere sotto stretta osservazione mentre sei al lavoro?»Non ho bisogno di chiedere a chi si stia riferendo: «no, non sarà necessario. Se puoi evita misure troppo drastiche, tienili sotto controllo con discrezione.»Abbiamo sussurrato, ma non so dire con certezza se ci abbiano sentito o meno e, in tutta franchezza, non mi interessa particolarmente. Tutta la mia attenzione è rivolta verso la superficie che circonda il corpo. Il carminio del sangue spicca sul ghiaccio assumendo una tonalità più vivida di quanto non sia in realtà, mettendo in rilievo il cerchio che è stato disegnato attorno alla ragazza e poi ancora, sulla destra, il mio nome, appena distinguibile tanto il liquido si è allargato sulla superficie ghiacciata senza potersi rapprendere. Il cuore, come nel caso della prima vittima, giace ormai freddo accanto all’ultima lettera.Sento la rabbia montarmi dentro mentre indosso i guanti di lattice che uso per lavorare ed i pattini che mi sono stati consegnati per poter raggiungere il corpo. I poliziotti seri insegnano che non bisogna prendere nessun caso come una questione personale. Vorrei sapere se si sono mai trovati a leggere il proprio nome vicino ad un cadavere martoriato.Il freddo avrebbe potuto conservare la vittima rendendo il mio lavoro meno terribile del solito, ma il petto squarciato non aiuta: quel mostro l’ha praticamente sventrata per impadronirsi del cuore. Ora che sono più vicina posso osservare i lineamenti con maggiore chiarezza: non deve avere più di sedici o diciassette anni. Le scosto i capelli che le sono ricaduti sul volto, risistemandola mentre cerco sul collo e nell’incavo delle braccia i segni lasciati dai canini. Quando guardo il vuoto macilento del suo petto mi sento quasi mancare, e non servono poteri paranormali per sapere che quest’immagine verrà a trovarmi per più di una notte.

28 Gennaio 2007

La notte del vampiro - Capitolo 2


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

2. Imprevisti al Guilty Pleasures

 

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.
Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.
Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.
Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.
«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso».
Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare.
Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: prego, signori, lasciate i vostri cappotti, ombrelli, anelli, collane e… i vestiti? No, quelli potete tenerli. Per adesso.
Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»
«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»
Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»
«Altrimenti? »
«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»
Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento.
«Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria.
«Cristo, non stavi scherzando?»
Muovo la testa in segno di diniego.
«Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso». Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare. Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: . Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»«Altrimenti? »«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento. «Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria. «Cristo, non stavi scherzando?»Muovo la testa in segno di diniego. «Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso». Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare. Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: . Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»«Altrimenti? »«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento. «Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria. «Cristo, non stavi scherzando?»Muovo la testa in segno di diniego. «Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

***

L’anticamera è avvolta nella penombra risultando poco più illuminata di quanto non sia il locale vero e proprio. Le pareti sono dipinte di nero, per aumentare l’aria lugubre insieme al sottile senso di inquietudine ed eccitazione di cui il Guilty Pleasures ha fatto il proprio punto di forza.
Un’umana dai lunghi capelli biondi prende in consegna il mio crocifisso, lasciandomi in cambio un bigliettino con su stampato il numero 32. Non mi sembra uno scambio equo, ma dubito di riuscire a convincerla del mio punto di vista. Le consegno anche sciarpa e cappotto: tutto ciò che mi può servire in caso di pericolo è ben nascosto sulla mia persona.
Tra me e il centro della festa resta solo un tripudio di tende in cangiante taftà bordeaux, della stessa tonalità con la quale sono rivestite anche tutte le pareti interne del locale. Sembra di essere in una grossa confezione di fiori. O in una bara.
Traggo un lungo respiro per infondermi coraggio e supero il ricco tessuto con lo stesso spirito di Dante tra le due sponde dell’Acheronte, con l’unica differenza che il suo Caronte, sarei pronta a scommettere, era meno pericoloso del mio.
Davanti ai miei occhi un numero indefinito di tavolini di lucido metallo occupa lo spazio antistante al palco, lasciando posto, sulla sinistra, all’ampio bancone del bar. Nei bicchieri della maggior parte degli astanti vedo un liquido rosso all’apparenza così simile al sangue da farmi rivoltare lo stomaco. Bloody Mary, ci giurerei, così come giurerei che la maggior parte dei presenti si sta crogiolando all’idea di quel rosso acceso che scivola nella propria gola.
Il chiacchiericcio è continuo e persino fastidioso: il palco è vuoto non fosse per le volute di fumo che da lì si spandono in tutta la sala, creando una densa nebbiolina che offusca la vista contribuendo ad esaltare il tanto ricercato torpore dei sensi.
«Ma petite,» una voce calda e sensuale supera la cortina di suoni raggiungendomi con la consistenza di una carezza. Mi volto quasi sobbalzando. Non l’ho sentito arrivare e non credo che la colpa sia da attribuire solo all’incessante brusio.
Sono più agitata di quanto vorrei e rimpiango di non essermi vestita diversamente: la gonnellina blu è improvvisamente diventata troppo leggera e troppo corta, ed anche il top che indosso non sembra più così perfetto, come l’aveva definito Ronnie quando mi aveva convinta prima a comprarlo e poi ad indossarlo. Ronnie è la mia migliore amica, e da qualche tempo a questa parte deve avermi eletta sua Barbie vivente considerato tutto il tempo che passa a scegliere per me abiti deliziosi e assolutamente inopportuni. Ok, avrei potuto rifiutare di indossarli, ma il gusto di Ronnie è impeccabile, sono le situazioni in cui riesco sempre a cacciarmi ad essere inadatte. Se non altro il morbido golfino di lana riesce a nascondere i pugnali legati su entrambi gli avambracci e la pistola ben posizionata nella fondina.
Jean-Claude accenna un lieve inchino mentre i suoi occhi maliziosi mi percorrono da capo a piedi: «E’ un vero piacere vederti, questa sera. E’ una delle rare occasioni in cui la realtà supera la fantasia.»
«Il nostro è un incontro di lavoro,» puntualizzo, «e non vedo l’ora di poter raggiungere qualsiasi altro posto non abbia liquido rosso dentro i bicchieri o sulle labbra di chicchessia.»
Forse sono stata troppo dura, ma è meglio mettere subito tutto in chiaro.
«Quanta fretta, ma petite,» sorride, ambiguo, come potrebbe fare un gatto che studia la preda, «la risposta che cerchi sta per arrivare, proprio in questo momento c’è chi sta indagando per noi.»
«Com’è possibile che tu non sappia il nome di quel vampiro? Sei il Master della città o è solo una gigantesca presa in giro?» Lo attacco senza averne motivo. E’ l’unica persona che può veramente essermi di qualche aiuto ed io non so fare altro che stuzzicare il suo autocontrollo. Fantastico, non me lo sono ancora davvero tolto dalla testa.
Allarga leggermente le braccia lasciando che i pizzi della camicia danzino attorno alle sue mani pallide e perfette. «Avvicinati,» mi invita con fare suadente.
«Perché tu possa ipnotizzarmi più facilmente? No, grazie.»
«Sei già stata tra le mie braccia e non ti è accaduto nulla, sarà così anche questa volta. Persino i sussurri possono giungere ad un orecchio attento, e nonostante non chieda di meglio che un incontro privato ora non ne ho il tempo: lo spettacolo sta per continuare.
«Scegli, ma petite: vuoi domare la tua impazienza o accettare la dolce tortura delle mie braccia?»
Mi tirerei indietro solo per cancellare la soddisfazione che gli si dipinge sul volto mentre muovo un passo in sua direzione, ma più velocemente di quanto mi aspettasi le sue braccia mi cingono ed il suo potere inizia a formicolarmi sulla pelle. Lo respingo, d’istinto, ma il posare le mani sul suo petto non fa altro che aggiungere disagio alla strana sensazione che già mi avvolge. Trattengo il respiro quando la sua stretta si fa più salda, impedendomi di allontanarmi, quasi mi manca l’aria. Non posso raggiungere la browning, rigorosamente caricata con pallottole d’argento, ma forse posso riuscire ad estrarre uno dei pugnali.
«Non farlo. Attireresti l’attenzione, mentre qui si recita solo il caldo saluto di una serva umana al suo master.»
«Bastardo,» sibilo, «mi stai usando per rafforzare il tuo potere»
«Anche,» mi interrompe con tono divertito, «ma non solo. Talvolta bisogna piegare il capo alla prudenza, soprattutto quando la situazione europea è tanto difficile da affollare il nuovo continente di vampiri sconosciuti.» La voce di Jean-Claude è poco più di un soffio, un brivido freddo che mi attraversa la schiena facendomi quasi tremare. Non ho mai conosciuto nessun’altro capace di usare la voce in questo modo.
Scuoto il capo, tentando di concentrarmi su quello che sta dicendo invece che su come lo sta dicendo.
«Stai cercando di farmi capire che qualcuno potrebbe sfidare la tua autorità?»
«No, sto dicendo che l’Europa non è così tollerante come l’America. Molti hanno chiesto asilo nel nuovo mondo nel timore di una repentina messa al bando, ma fin’ora non vi sono stati accenni di ribellione: non sarebbe il momento opportuno. Con ogni probabilità la maggior parte di loro sta solamente tentando di allentare vincoli troppo stretti intessuti nel vecchio continente.» Mentre parla le sue labbra mi sfiorano la guancia scendendo poi lungo il collo e lentamente mi spinge all’indietro, come se volesse farmi perdere l’equilibrio, costringendomi ad aggrapparmi a lui per non cadere.
«Prova a sfiorarmi con le zanne e sei un vampiro morto»
Ride, morbido come il velluto: «non ti arrendi mai, ma petite
«Mai,» confermo, vestendomi di una fermezza che subito si perde in un tremito quando il respiro, caldo e regolare, torna a solleticarmi l’orecchio in un sussurro. «Avremo modo di appurarlo, ma ora concedimi di accompagnarti al tuo tavolo: il pubblico mi reclama, e reclama lo spettacolo per cui è giunto fin qui.»
Annuisco silenziosamente, lasciando che mi conduca fino all’appartato tavolino che è stato preparato per me. E’ l’unico ad avere un cartoncino piegato a metà con la scritta riservato: il Guilty Pleasures è troppo raffinato per accettare prenotazioni, se non in casi eccezionali come tentativi di ricatti, di seduzione, omicidi o altri allegri passatempi del genere. Non ditemi che sono prevenuta: l’ultima volta che ho sentito parlare di tavoli riservati ho rischiato la vita giocando a nascondino con l’allora master della città. Credo che questo sia sufficiente a giustificare il mio costante stato di allerta.
Jean-Claude si allontana ancheggiando morbidamente, uno spettacolo a mio uso e consumo?, ma non prima di essersi esibito in una reverenza che sembra uscire direttamente da un quadro dell’ottocento: se solo i fratelli Lumiere fossero vissuti qualche secolo prima sarebbe potuto diventare una star del cinema invece che un vampiro, ed io non mi troverei in questa situazione. Scherzi del destino.

***

Lo spettacolo ha raggiunto il suo massimo potere ipnotico ed il pubblico è talmente coinvolto da non avere occhi che per il ballerino che si muove suadente sul palco.
Mantenere un salutare distacco, necessario ad evitare che la mente venga travolta nel gorgo empatico della passione, è tutt’altro che facile, ma non voglio rischiare di perdere il contatto con la realtà neppure per un istante ed è per questo che tengo entrambe le mani posate in grembo e ben strette a pugno: sono pronta a conficcarmi le unghie nella carne fino a sanguinare pur di non ritrovarmi in balia di un vampiro. Il dolore in questi casi è sempre un’ottima soluzione, quando il corpo si ribella ad una sensazione spiacevole è più difficile che l’ipnosi riesca a prendere il sopravvento.
Fortuna vuole che questa sera il mio lato masochista possa restare latente: un vampiro mai visto prima mi sfiora la spalla invitandomi a seguirlo. Indossa l’uniforme del servizio di sorveglianza: pantaloni di pelle, una maglietta nera sulla quale spicca in rosso la scritta security ed un cartellino col nome, Michael, appuntato sul petto. Se è uno dei nuovi assunti spero sia più perspicace del vecchio Buzz.
Ci allontaniamo dal centro della pista e non appena il rumore si attenua mi comunica con tono fin troppo professionale che Jean-Claude mi manda a chiamare. Bene, forse l’informatore che stava aspettando è finalmente arrivato.
Michael si dimostra un tipo di poche parole: quando giungiamo alla destra del bar si limita a scostare le tende nel punto giusto, rivelando una porta di legno tarlato. Bussa due volte e il battente si apre quasi immediatamente introducendoci in un ufficio dagli arredi estremamente caratteristici: le tende che rivestono le pareti sono di quel nero denso e luminoso che solo il raso e la seta riescono a conservare, lasciando che ogni altro oggetto vi si rifletta e vi si confonda come in un gioco di specchi. Il colore della notte e dell’oscurità è l’unico ammesso qui dentro, con la sola eccezione dei candelabri, eleganti svolazzi d’argento posti sulla scrivania dalla lucida laccatura e sopra il caminetto che sporge dirimpetto alla porta. Mi chiedo se questa stanza abbia il solo scopo di mettere in soggezione gli ospiti o se venga davvero utilizzata per lavoro: non c’è neppure l’ombra di un’impronta o di un foglio dattiloscritto a rovinarne la perfezione.
Un tappeto di lavorazione orientale copre il parquet, accogliendo sulla sua superficie un basso tavolino e due poltrone ora occupate da una donna troppo svestita e da un uomo di colore. Sono due vampiri, questo è indubbio, di un centinaio d’anni o poco più. Sembrano appena usciti da una scena sadomaso ma non ho il tempo per fare commenti. Jean-Claude si schiarisce la gola da dietro allo scrittoio richiamando la mia attenzione: «ma petite, permettimi di presentarti Irina e Fernand. Si stanno occupando di rintracciare tutti i vampiri recentemente sbarcati a St. Louis, ma ieri notte non tutto è andato come speravamo.»
«Hanno incontrato il nostro uomo?»
«Puoi chiederlo direttamente a loro.»
Mi rivolge uno dei suoi sorrisi migliori, indicando i suoi ospiti con un gesto che ricorda più la morbidezza dei felini che i movimenti delle membra umane: «hanno l’ordine di rispondere ad ogni tuo interrogativo.»
Annuisco, cercando di assumere lo sguardo truce che tante volte ho scorto negli occhi di Dolph durante uno dei suoi interminabili interrogatori. Certo, l’abbigliamento che indosso non gioca a mio favore, ma paragonato a quello dei presenti mi sento quasi un’educanda.
«Fissiamo due o tre regole: niente giri di parole e nessun discorso interminabile. Uno dei vostri mi sta cercando…»
«Non è uno dei nostri, ma petite, se lo fosse a quest’ora sarebbe già morto. Hai la mia parola.»
Quanto conta la parola di un vampiro? Non ho una risposta a questa domanda così mi limito a liquidare la questione con un gesto infastidito.
«D’accordo, non è uno dei vostri, ma mi sta cercando ed invece di venire a bussare alla mia porta, come farebbe qualsiasi persona educata, preferisce strappare il cuore dal petto di un giovane innocente. Se è la stessa persona che avete incontrato ieri voglio ogni minima informazione in vostro possesso, e soprattutto voglio sapere dove posso trovarlo».
Le occhiate impaurite che i due si stanno lanciando l’un l’altro mi danno un profondo senso d’orgoglio: wow, sono stata convincente, e dire che mi sono anche trattenuta dall’usare termini scortesi come “mostri”, “succhiasangue” ed altri epiteti coloriti.
«Allora?» Li incalzo, e questa volta è Fernand a rispondermi.
«Pensiamo possa essere lo stesso vampiro»
«Vai avanti»
«Avevamo finito il nostro turno e ci eravamo concessi qualche minuto di pausa prima di tornare al locale…»
Sono così concentrata sul racconto che quasi non sento il cicaleccio del cercapersone. E mer.da, possibile che ci sia bisogno di me sempre quando sono impegnata? Lancio uno sguardo al display riconoscendo il numero di Dolph.
«Posso usare il telefono?»
«Accomodati, ma petite,» mi invita Jean-Claude, spostando all’indietro la sedia per liberare lo spazio antistante all’apparecchio telefonico. Si tratta di uno di quei vecchi modelli, con la cornetta appesa ad una doppia forcina ed i numeri collocati su una struttura di plastica circolare, è un’immagine che ancora permane nei ricordi a causa del suono tutto particolare, antico, che si assapora utilizzandolo.
Inarco un sopracciglio senza dir nulla e mi limito a comporre frettolosamente il numero.
«Dolph, sono Anita, cos’è successo?»
Se non fossi in una stanza piena di vampiri chiuderei gli occhi, ma vista la situazione reputo più prudente limitarmi ad un profondo respiro: «ok, tra un quarto d’ora sarò lì.»
Un altro omicidio, dannazione, e sempre della stessa mano. Mi dirigo verso la porta facendo segno a Michael di togliersi dalla mia strada: «trovate qualcosa da mettervi addosso, un mantello o qualsiasi altro indumento senza cinghie e reti, il nostro amico ha colpito ancora. Mi racconterete il seguito in auto.»
Mi volto un’ultima volta lanciando loro un’occhiata significativa: «dobbiamo andare all’American Ice Rink. Adesso.»
«No, ma petite.» La voce di Jean-Claude mi raggiunge piatta e priva di intonazione: «Non manderò i miei vampiri sul luogo di un omicidio del quale la polizia sospetta di noi. Non da soli.»
«Fa come ti pare,» è quasi un ringhio, «ma bada a non starmi tra i piedi».
Mi sbatto la porta alle spalle, enfatizzando la rabbia che improvvisamente provo: un altro omicidio, un’altra vita spezzata, ancora una tomba sulla quale una famiglia si raccoglierà in lacrime.

28 Gennaio 2007

La notte del vampiro - Capitolo 1


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

 

Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

1. Sangue e cioccolata

 

«Te lo ripeterò solo una volta: se ti azzardi ad allungare le mani te le taglio. Di netto. Mi sono spiegata?»
«Magnificamente, ma petite
Mi risponde con il suo solito sorriso, così affascinante e seducente da far venire voglia di puntargli contro la pistola, giusto per essere certi che sia del tutto inoffensivo. Inarca un sopracciglio quasi mi leggesse nel pensiero: «hai la mia parola, Anita, non ti succederà nulla. Non questa notte.»
Porcaccia miseria, crede davvero di rassicurarmi? Volgo gli occhi al cielo mentre infilo la chiave nella serratura della porta: «non aspettare che ti ringrazi.»
«Non devo? Eppure mi sembrava di aver compreso avessi bisogno del mio aiuto.»
Un punto per lui. In effetti non l’avevo chiamato nel pieno della notte solo per un’amichevole chiacchierata: a quell’ora mi sarei dovuta trovare già da tempo sotto un cumulo di spesse coperte e con la sveglia in procinto di suonare, ma gli eventi avevano preso una brutta piega ed i miei riposanti programmi erano irrimediabilmente saltati.
Getto chiavi e cappotto sul divano color latte, sentendo la porta chiudersi alle nostre spalle.
«Vino?»
«Una cioccolata, se non ti dispiace.»
Mi volto a guardarlo, ma dove crede di essere: al bar? E poi da quand’è che i vampiri possono bere cioccolata? Che il cielo ci illumini, con Jean-Claude se ne scopre sempre una nuova. «Ma certo,» lo assecondo, «cioccolata sia, vuoi anche due fragoline di bosco come accompagnamento?» Non può non aver colto il tono ironico delle mie parole, ma evidentemente vuole che sconti la richiesta di aiuto con il totale annichilimento dei miei nervi: «se fosse possibile, non chiederei di meglio.»
E’ appoggiato mollemente alla parete, le mani nascoste nelle tasche dei pantaloni. Porta ancora indosso il solo cappotto sopra la camicia bianca ricca di pizzi e merletti. La maggior parte degli uomini inorridirebbe, temendo di sembrare effeminata per il solo prendere in considerazione l’indossarla, ma lui no, lui sembra sentirsi perfettamente a suo agio e non si può dargli torto. I bottoni aperti lasciano intravedere il torace bel modellato, attirando lo sguardo mentre il bavero alzato gli accarezza il collo, rendendolo decisamente desiderabile. Quando solleva un sopracciglio mi accorgo di essermi soffermata a guardarlo con troppa insistenza e cerco di recuperare una parvenza di autocontrollo: «dovrai accontentarti di qualche biscotto. Primo sportello accanto al frigorifero, lì troverai anche la cioccolata. Visto che ho chiesto il tuo aiuto tanto vale approfittarne fin da subito.» Se vuole trastullarsi con il cibo della mia dispensa non sarò io a fermarlo, basta che tenga i suoi denti lontani dal mio collo.
La sua risata mi accarezza leggera mentre gli volto le spalle, non capisco come faccia a restare tanto impassibile nonostante il mio atteggiamento decisamente poco gentile. Forse dovrei iniziare a comportarmi diversamente, ma non sono sicura di saper rispettare i limiti che mi sono posta se iniziassi a trattarlo da… umano. Deglutisco a vuoto, tutto sommato è meglio continuare così.
Premo il pulsante della macchina del caffé concentrandomi sul liquido nero che piano piano va a riempire la caraffa di vetro. Jean-Claude si accosta ai fornelli, osservandomi con divertita curiosità mentre cerco di evitare il suo sguardo. Si sfila il cappotto posandolo su uno sgabello e facendosi pericolosamente vicino, ignorando la mia mano che va istintivamente a controllare la pistola infilata nella cintura dei jeans. Posa sul ripiano di marmo cioccolata e biscotti, aprendo poi il frigo per cercare del latte: «ai tuoi ordini, ma petite.»
Sorride ancora, sembra terribilmente di buon umore questa notte, ma sarei pronta a scommettere che ben presto muterà espressione: ciò che sto per mostrargli è tutt’altro che entusiasmante.
Lo lascio alla difficile decisione del pentolino più adatto, allontanandomi in compagnia di una fumante tazza di caffè: «non credo ti convenga,» tento di scherzare mentre mi siedo a gambe incrociate davanti alla tv.
La cassetta è già nel videoregistratore ed ho tutto il tempo di riavvolgere il lungo nastro magnetico. Mi chiedo cosa dirà dopo averlo visto, se saprà e se vorrà fornirmi le informazioni che mi servono. Può il master della città cooperare con la giustizia?
Lo sento fermarsi al mio fianco, silenzioso come un gatto. Mi tende la mano invitandomi ad alzarmi, ma la sua offerta è presto rifiutata mentre mi rimetto in piedi senza bisogno d’aiuto: «non sono invalida, Jean-Claude, posso alzarmi da sola.»
«Lo vedo,» risponde, accarezzandomi con uno sguardo che è come un piacevole getto d’acqua calda. Non faccio in tempo a riprendermi che precede ogni mia prevedibile protesta, accomodandosi sul divano mentre mi mostra la tazza intoccata: «ed ora che entrambi abbiamo di che scaldarci possiamo venire al dunque, ma petite? L’alba si avvicina.»
L’implicazione delle sue parole è piuttosto evidente e non senza apprensione gli porgo il telecomando. Da quando Dolph mi ha mostrato il video mi sono sforzata di riguardarlo, ma senza fortuna quanto ad indizi.
«Siedimi accanto, ma petite,» mi invita dolcemente allungando verso di me una mano che dovrà tuttavia riabbassare anche questa volta: «no,» rispondo scuotendo il capo, «non ho nessuna intenzione di rivedere quel video. Anzi, elimina del tutto l’audio: grazie a Dio non è necessario.»
Mi allontano dal divano andando a posizionarmi dietro alla tv, così da usarla da appoggio per la tazza di caffé ormai dimezzata. Posizione splendida, non solo evito di guardare lo schermo ma posso anche osservare le reazioni di Jean-Claude, elemento non trascurabile.
Ne seguo i movimenti mentre abbassa lo sguardo sul telecomando: «è così terribile, ma petite
«Se avessi voluto raccontartelo l’avrei fatto, Jean-Claude, premi quel tasto e fatti una tua opinione.»
Inarca un sopracciglio, forse chiedendosi cosa mi abbia turbata tanto, ma fa come gli ho detto e tanto mi basta.

Il video è in bianco e nero, come lo sono tutti quelli catturati dalle videocamere di sorveglianza. Sembra un supermercato, probabilmente uno di quelli aperti tutta la notte. Un ragazzino è appollaiato su una sedia davanti alla cassa, sta leggendo un fumetto quando le porte scorrevoli si aprono facendo entrare un uomo decisamente alto. I capelli sembrano neri, ma per quello che si riesce a capire potrebbero essere anche di un castano molto scuro, in ogni caso coprono i lineamenti tanto da renderlo irriconoscibile. Il commesso nasconde il fumetto come se fosse stato colto in fallo e subito si avvicina per poter essere utile, strappando all’uomo un sorriso che non promette nulla di buono.
Non parlano, non ne hanno il tempo, il movimento è talmente rapido da sembrare il gioco di un illusionista particolarmente dotato: l’istante precedente la mano del cliente è distesa lungo il fianco mentre nel successivo cinge in una morsa la gola del ragazzo, sollevandolo da terra come un umano non potrebbe mai fare. L’agonia non è lunga: il collo si spezza per la pressione esercitata decretando una morte senza riserve.
Gli occhi di Jean-Claude di assottigliano mentre in video il corpo senza vita viene deposto a terra e la sua divisa squarciata all’altezza del petto. Il cliente si vi si china sopra, ma il bancone copre parte della scena e per molti lunghi minuti non si comprende ciò che sta accendo. Quando torna ad alzarsi la mano destra è bagnata di un liquido lucido e vischioso che gocciola sulla moquette via via che si avvicina al bancone, oltrepassandolo fino a trovarsi al posto poco prima occupato dal giovane. Con un unico gesto del braccio spazza via quanto vi era posato ricavando una superficie perfettamente libera e dolorosamente bianca: un foglio anomalo per un messaggio anomalo. Porta la mano gocciolante sul piano, tracciando con meticolosità ogni singola lettera. Una A ed una N sono le sole visibili, tutto il resto è coperto dal suo corpo. Ammira per qualche secondo la sua opera per poi abbandonarvi accanto la fonte dell’aberrante inchiostro. Occorre un attimo per comprendere di cosa si tratti, un istante in cui non si può far altro che rifiutare la consapevolezza che piano piano si fa strada nella mente, allontanando i conati di vomito che stringono lo stomaco senza che ci si possa opporre.
Il cuore del ragazzo giace immobile sulla sinistra dello schermo, mentre l’assassino concede alla telecamera il più ferale dei sorrisi rivelando i canini insanguinati: aveva provveduto anche a nutrirsi.

Jean-Claude ha già puntato il telecomando in direzione del registratore con l’intenzione di spegnerlo, probabilmente crede di aver visto abbastanza da poter intuire cosa voglio da lui. L’uomo del video è però più svelto: scivolando oltre il bancone lascia finalmente la sua scritta in balia dell’occhio della telecamera.
«Anita… Anita Black?» Jean-Claude distoglie gli occhi dallo schermo per riportarli su di me: «credo tu abbia un problema, ma petite
«Grazie per avermelo fatto notare, mi era sfuggito,» ribatto sarcastica, «perché credi che ti abbia chiamato? Conosci quell’essere? E’ un vampiro.»
Annuisce senza tradire alcuna emozione, vestendosi di quella maschera impassibile che riserva alle situazioni difficili: «sì, è un vampiro, ma non uno dei miei,» risponde con semplicità, facendo scattare il nastro all’indietro per fermarlo sul primo piano dell’uomo.
«Nessuna idea, nessun indizio, nessuna offerta d’aiuto?» Inizio ad innervosirmi: odio chi mi guarda con passività, vera o presunta che sia: «hai letto cosa c’è scritto su quel bancone? E’ il mio nome, Jean-Claude, quel vampiro voleva dirmi qualcosa ed io non ho ancora capito cosa diavolo vuole da me. Quel ragazzo è morto per causa mia ed io sono qui a guardare quello stupido video senza che mi venga in mente una buona idea per individuare e fermare qual pazzo criminale!»
«Calmati, ma petite, calmati.» Si era alzato avvicinandosi così tanto da potermi sfiorare le spalle con le mani pallide e delicate: «cercherò di scoprire il suo nome». Detto questo si allontana in direzione della porta facendomi improvvisamente sentire la mancanza di quel tocco rassicurante. Rassicurante? Da quando definisco i vampiri rassicuranti? Devo essere impazzita. Scuoto il capo e lo sguardo cade sulla tazza di cioccolata ancora colma: «non l’hai bevuta.»
«Lo sai che non posso.»
«E allora perché l’hai chiesta?»
«Per sembrare più umano, ma petite
Non posso fare a meno di abbozzare un sorriso, restando stranamente senza parole «Grazie, Jean-Claude.»
«Buon riposo ma petite, ti aspetto domani al Guilty Pleasures.»
Non faccio in tempo a rispondere che si chiude la porta alle spalle lasciandomi a bocca aperta «Al Guilty? Razza di viscido uomo zannuto!» Mi lascio scappare un ringhio sommesso sollevando la tazza per portarla al lavandino. «Perché non bevi la cioccolata… che razza di domanda idiota.»