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L’antipatica » giocate fantasy

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23 Aprile 2007

Sotto la luce della luna V


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“Io no certo, non mi pare abbia particolari attrattive. Senza contare che sono innegabilmente più brava, quella smorfiosa non ha nulla da insegnarmi.”
Superò la porta, seguendolo ed indicando un tavolo poco distante.
“Ecco, ti aspetterò qui e passerò il tempo tenendoti d’occhio. Non farmi aspettare troppo”
Si morsicò il labbro, attuando quanto aveva anticipato, irritata con se stessa per non essere ancora riuscita ad attirare sufficientemente la sua attenzione, o forse per essere ancora distante dal provocarlo a tal punto da scatenare nuovamente il suo delizioso potere. Sarebbe stato meraviglioso provare ancora quella sensazione, quasi meglio che… no, aveva smesso, aveva promesso che non avrebbe lasciato nuovamente la retta via e non poteva deludere il Mastro. Eppure… chissà cosa sarebbe accaduto in tali circostanze…

Sospiro` stancamente, avvicinandosi a quella che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni, la sua accompagnatrice. Chino` la testa in segno di saluto non appena la vide alzare gli occhi dal libro che focalizzava la sua attenzione e, colmata ancora la distanza di un passo, si chino` per poterle parlare piu` agevolmente a bassa voce.
“Temo di non aver fatto in tempo a salutarti…” questa mattina? Ma quanto tempo era effettivamente passato? L’esitazione danzo` sulle labbra dell’elfo per non piu` di un attimo. “…nella sala comune. Presumo che ci sara` tempo in abbondanza per le presentazioni e per le chiacchiere, se acconsentirai ad accompagnarmi a recuperare alcuni effetti personali. Il Maestro ha gia` acconsentito.”
Chiuse le labbra, inspirando a fondo, il Dono quieto e dormiente, assopito in un angolo della sua mente e del suo corpo, sperando di essere risultato abbastanza convincente.
In effetti, non aveva detto che la verita`, a ben guardare.

15 Aprile 2007

Sotto la luce della luna IV


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Non occorse molto tempo prima che il Maestro si voltasse in loro direzione, rivolgendogli un caldo sorriso soddisfatto.
L’istante successivo aveva già battuto le mani per richiamare l’attenzione dei presenti.
“Prego, prego, entrate, vi stavamo aspettando.”

Ah, che meraviglia! Una stanza piena di maghi, una fame divorante e finire al centro dell’attenzione.
Belthil si irrigidì, non curandosi di nascondere il subitaneo incupimento del volto. Le mani, nel mentre, erano affondate nelle tasche della veste in una vuota minaccia, mirando solo a stringersi attorno alla sua affilata via di fuga. Senza Potere a cui avere la tentazione di attingere per guarirsi, sarebbe stato molto più semplice.

“Vai avanti”
Lo incitò Varima, alle sue spalle, mentre il maestro lo stava predentando con fare solenne e senza nascondere un certo compiacimento.
“Da oggi Belthil farà parte della congrega. Siate cauti nel rivolgervi a lui, è ancora spaesato, come potrete comprendere, ed è un portatore del Fuoco, un Prescelto.”
Dopo aver accarezzato la lunga barba sembrò ricordare improvvisamente qualcosa.
“Oh, dimenticavo. Sarai affamato, prego, serviti a tua discrezione”
Disse, indicando con un ampio gesto del braccio, sottolineato dall’ondeggiare delle ampie maniche della veste, un tavolo preparato con cibarie di varia natura, acqua e vino, oltre ad alcuni oggetti riposti su un piatto di materiale pregiato e baluginante.

Parte della congrega, ma certo!
Belthil annuì compitamente, esattamente come gli era stato consigliato e chinò il capo, prima di dirigersi con passo rigido verso il tavolo che gli era stato indicato; le dita, nella tasca, avevano lavorato alacremente e, ora, un margine affilato del coccio di vetro risultava scoperto e macchiato di sangue.
Volevano tentarlo, certo. Farlo nutrire, così poi da poter sperimentare su di lui; ma gli avrebbe riservato un’amara sorpresa, sì. Avrebbe deciso da solo che cosa fare della sua vita e, sicuramente, il trascorrerla come cavia non gli si addiceva per nulla.
Arrivato al tavolo, evitò accuratamente anche di guardare verso il vassoio, fingendo di dedicarsi unicamente al cibo. Quando tirò fuori dalla tasca la mano destra, questa nascondeva la sua ultima risorsa; avrebbe dovuto fare attenzione, dare un colpo deciso e vigoroso, senza timore. E, inoltre, avrebbe dovuto evitare che gli altri se ne accorgessero; quanto più tempo sarebbe passato, tanto minori sarebbero state le loro speranze di averlo vivo.
Maledetti, maledetti tutti loro.

Mbhè, ed io? Si chiese la maga, guardando il tavolo appositamente imbandito.
Cosa c’era di meglio del tornare da una missione ed essere bellamente ignorata? Quel ragazzo veniva braccato da anni con chissà quali mezzi, lei, da sola, era riuscita a condurlo dove le era stato chiesto, facendolo poi schiodare dalla sua stanza senza usare le maniere forti e qual era la ricompensa? Uno stupido, gelido, imperscutabile silenzio.
Per la prossima missione suicida avrebbero dovuto trovare qualcun altro perche lei, potevano giurarlo, non sarebbe stata più disponibile.
Incrociò le braccia sul petto e con un broncio tutt’altro che difficile da interpretare, superando il nuovo arrivato con una leggera spinta della spalla, andò ad accomodarsi al tavolo accanto a quello dove avrebbe ben presto l’elfo avrebbe preso posto.

In un gesto lento quando, sperava, indifferente, appoggiò il coccio di vetro al polso sinistro nel momento stesso in cui si sedette. Poteva andare bene: avrebbe tenuto la mano sinistra sotto la tavola e nessuno avrebbe notato niente fino a quando non fosse stato troppo tardi.
Le dita gli tremarono leggermente, mentre si serravano sul vetro; sentendosi gli occhi addosso, decise di prendere tempo, trasferendo quella che considerava la sua ultima speranza nella mano sinistra, portando la destra ad una caraffa e riempiendosi la coppa d’acqua. Non bevve, ovviamente: non l’avrebbe mai fatto, senza prima accertarsi dell’assenza di veleno, ma ne fece l’atto, portando il liquido a fior di labbra; il vedere, tuttavia, una leggera e vivida traccia rossa sul manico della caraffa gli fece decidere di procedere rapidamente, per evitare di essere scoperto.
Riportò dunque la mano sotto il tavolo, in un gesto casuale, nelle intenzioni, dedicandosi apparentemente allo studio dei cibi a sua disposizione. Serrò, di nuovo, la presa sul coccio di vetro, tentando di calmare il respiro ed arrestare il tremore.
Un movimento rapido, una pressione adeguata, ed una lenta attesa, sarebbe stato sufficiente: non lo avrebbero torturato per un’altra notte, no.

Era bella, Elaine, con lunghi capelli castani ed occhi da gatta.
Quando gli si avvicinò non ebbe nessuna incertezza, nessun ripensamento: si sedette davanti a lui, sollevando al contempo una mano per far scature una fiammella di fuoco magico come se non le costasse alcuno sforzo.
“Sei completamente privo di energia. Perché? Non puoi aver esaurito tutto il tuo potere in una sola notte. Ero solo una bambina quando sono arrivata qui, eppure la mattina successiva la mia aura brillava ancora, seppure debolmente. Non dimenticherò mai quei giorni…”
Lo sguardo si spostò sul bicchiere, pieno ma intoccato, ed un sopracciglio si sollevò in segno di comprensione.
“Permetti?”
Chiese, indicandolo
“Così potrai bere tranquillamente.”

Ora.
Un grugnito -che sperò potesse essere scambiato per una risposta scortese- ed un brivido di dolore, mentre la mascella si serrava, per un solo attimo. Il vetro lacerò la pelle ed affondò nella carne; fu doloroso, ma neanche così tanto. In fondo, si aspettava di peggio.
Percepì la testa girargli, per un attimo, stordito probabilmente dalla stanchezza, dato che, calcolò, la perdita di sangue non poteva certo essere così ingente fin da subito. Evitò accuratamente di riportare la mano destra sul tavolo, sospettandola macchiata.
“Evidentemente, avevi già allora più talento di me.”
Ah, sciocchezze. Ma aveva bisogno di prendere tempo, mentre il suo corpo si indeboliva sempre più.
“Bevi pure.”
Si concesse un sorriso appannato, tentando di dimenticare la ferita che pulsava dolorosamente.
“Io non ho sete.”

Accadde tutto nello spazio di un battito di ciglia.
“Bugiardo… ” disse Elaine, prendendo il bicchiere e portandoselo alle labbra, e nel mentre le prime gocce di sangue iniziarono a colare sul pavimento, catturando l’attenzione di Varima, intenta a tormentare l’unghia del proprio pollice e ad osservare con attenzione il dolce quadretto.
Occhi non attenti avrebbero quasi potuto intendere come un salto temporale il passaggio da quel momento a quello successivo, quando la sedia cadde all’indietro, in uno schiocco simile a quello delle spade di legno che si colpiscono l’un l’altra, e lei gli era già addosso.

Aveva creduto di barcollare e, per un attimo, il mondo aveva perso i suoi contorni definiti, divenendo una macchia di colore confusa, dinamica. Anche le sensazioni si erano mischiate: l’udito aveva percepito del legno che cadeva, un trambusto, il sottile tintinnio del vetro che scivolava a terra, il rumore del proprio corpo sbattuto sul pavimento; il tatto lo aveva avvertito di una massa dura, fredda, ruvida che incombeva sul suo volto. Fu il senso dell’equilibrio che, pur messo a dura prova, gli comunicò di essere sdraiato a terra.
Era stanco; percepì distintamente qualcosa che si chiudeva sul suo polso ferito, procurandogli una nuova fitta di dolore e sapeva che avrebbe dovuto abbassare lo sguardo, controllare, verificare. Eppure, mentre una parte consistente della sua mente e del suo essere sondavano, inutilmente, nelle sue profondità alla ricerca di una stilla di Potere utile per arrestare l’emorragia, Belthil seppe di non averne la voglia, oltre che la forza, e di desiderare solo di scivolare in un sonno che si era negato per troppo tempo.
Stava per ricongiungersi ai suoi antenati. O, forse, coloro che, come lui, possedevano il Dono si scioglievano semplicemente nella Trama?
***
Era ancora immerso in una tiepida sensazione di distacco, quando sul suo viso apparve una smorfia di frustrazione.
Aveva fallito.
Lentamente, con un’anormale consapevolezza, attese di emergere del tutto da quello stato in cui si trovava a galleggiare, concentrandosi solo sulla respirazione.
Non era più del tutto privo di Potere, eppure la sua fame non era certo placata; il polso non gli faceva male e non era più viscido di sangue. Contrasse le dita e voltò il capo, per esaminare la stanza; socchiuse gli occhi, appena riaperti, quando la luce, proveniente dalle finestre, lo abbagliò.
Dopo qualche attimo, tuttavia, fu in grado di distinguere una sagoma, dapprima nera, in controluce, cui si andavano ad aggiungere particolari man mano che si abituava alla luminosità.
Il mento rivolto verso l’alto, il profilo netto, la curva del seno che si muoveva in concomitanza con il respiro, il disegno dei fianchi, intuibile sotto la veste.
Varima.
Belthil aprì la bocca per parlare, richiudendola subito dopo, quando si accorse di aver bisogno di un colpo di tosse sommesso, prima di poter parlare.
“Sembra che tu lo sia davvero. La mia balia, intendo.”

“Solo perché mi hanno obbligata. E non prendere l’abitudine di questi gesti plateali, è faticoso minacciare qualcuno che vuole morire.”
Si staccò dalla finestra con riluttanza, stiracchiando la muscolatura contratta delle braccia e della schiena, muovendosi lentamente fino a raggiungere la sedia posta accanto al letto.
“Hai dormito a lungo, è stato noioso guardarti per tutte queste ore. Non parli e ti muovi poco, a volte ho pensato avessi trovato un altro modo per andar via. Per gli dei, mi manca solo il doverti inseguire per chissà quale piano astrale di voi cerini”

“Non credo ci sia possibile.”
Sospirò, tentando di raddrizzarsi.
“Non lo è a me, se non altro.”
Chiuse gli occhi per sopprimere un accesso di emicrania, respirando profondamente.
“Non mi farò rinchiudere in quella stanza un’altra notte. Ma potremmo fare un patto: chiunque lo desideri potrà studiarmi, sezionarmi o che altro… dopo che sarò morto.”
Si sistemò, appoggiando la schiena alla testiera del letto, in modo da rimanere seduto.
Per gli dei, quanto ancora sarebbe dovuta durare quella tortura?

“Sì, mi sembra una buona proposta”
Voltò la sedia, sedendovisi a cavalcioni ed appoggiando il mento sugli avambracci incrociati sulla sommità dello schienale. Non smise mai di sorridere, senza celare il profondo divertimento che quella situazione le stava riservando.
“Prometto di renderne partecipi amici e nemici non appena mi sarà possibile. Vuoi dirmi altro che possa usare per deriderti e rovinare la tua reputazione? Adoro avere nuove armi con cui ricattare i novellini, e sono certa che mi darai molta soddisfazione non appena avrai capito ciò che ti viene detto invece di quanto hai deciso di dover sentire.”

Inspirò ed espirò a fondo, socchiudendo appena gli occhi quando la testa ricominciò a pulsare.
“Novellini…”
Si lasciò sfuggire una risata rauca; al suo confronto, più di un arcimago poteva dirsi un novellino. Quanti avevano mai sperimentato quello che per lui era naturale, parte di sè?
“Vediamo un po’. Invece di un gentile invito per lettera sono stato braccato, cacciato, rintracciato e costretto a venire in questo posto. Non mi è stata offerta alcuna scelta. Mi avete fatto passare una notte intera…”
Scrollò appena il capo, in un gesto che gli causò una serie di fitte, ridondanti, come un’eco che rimbalzasse dentro il cranio.
“Tecnicamente, questo è un rapimento con uno sgradevole accenno di tortura. Non ho idea del perchè ancora non sia su un tavolo a fissare i miei visceri, ma non ho intenzione di aspettare quel momento. Nè di tornare in quella stanza.”

“Cos’ha quella stanza che non va? Se ne avessi avuta una normale avresti tentato di bruciare qualsiasi cosa ti fosse capitata sotto tiro, non potevamo rischiare. Senza contare che non c’era nessuno adatto a tenerti a bada. A ben guardare, avresti potuto rischiare per davvero la vivisezione, non tutti i maghi della congrega sono degli agnellini, sai? Ragione di più per non essere inerme.”
Il pugnale tornò a balenarle tra le dita, puntando verso di lui in un gesto che da minaccioso si trasformò presto in un invito.
“Coraggio.”

Occhieggiò per un attimo il pugnale, rifiutandolo poi con un gesto.
“Diventerebbe un comune pezzo di ferro per un giorno intero, più o meno.”
Sospirò, portando entrambe le mani in grembo.
“Immagina…”
Unì le mani, a coppa.
“Una stanza chiusa, ad eccezione di una finestra protetta da una grata. Entraci. E riempila d’acqua.”
Scosse la testa, in un gesto improvviso quanto repentino fu il suo pentimento per averlo fatto.
“Non c’era magia, in quella stanza. Neanche una goccia di Potere.”
Chiuse gli occhi, reclinando il capo; si prese qualche attimo di tempo, prima di parlare nuovamente.
“Non credo che tu possa capire… puoi andare a dire al Maestro che accetto il suo invito, se non ha intenzione di lasciarmi andare?”
Era spossato; forse, non rimaneva che arrendersi.

“Se non hai intenzione di fuggire potrò rinunciare alla sua magia per un giorno, non ho altre missioni di cui occuparmi. Pare tu sia una priorità assoluta, novellino.”
Il corpo simase tanto immobile da farla apparire come una statua nel mentre che le parole continuavano a sgorgarle dalle labbra con il suo solito tono indisponente.
“E per evitare l’insorgere di brutte abitudini, forse è meglio che io non ti faccia da cameriera e che sia tu a dirlo al Maestro, eh?”

Non rispose, bandendo ogni indugio. Se era lei ad offrirgli quel potere, perchè no?
Alzò una mano, avvicinando le punte delle dita alla lama; si fermò un attimo prima di toccarla, rabbrividendo sommessamente al percepire, in modo diretto, ora, il suo potere.
Il Dono gli si agitò in corpo, famelico, e si protese lungo le sue ossa, le sue carni, fuoriuscendo dalla pelle alla ricerca di quel Potere a cui anelava.
Toccò la lama.
Per un solo, lungo attimo non successe assolutamente nulla. Poi, come una diga che si spalanchi improvvisamente, con una violenza che lo fece sussultare, la sua fame si avventò sull’arma. Non fu delicato, non fu sottile o impercettibile; fu brutale, al contrario, rabbioso e prepotente. Come quando si era trovato a spaccare violentemente i ripiani nella stanza, la sera prima, come un ubriacio che sfonda la finestra di una taverna, come un amante che strappi le vesti dal corpo dell’amata.
Richiuse di scatto la bocca, quando si accorse di averla tenuta aperta, domandandosi quali suoni si fosse lasciato sfuggire, e rivolse gli occhi, ora nuovamente animati da uno scintillio che pareva vivo, a Varima. Non fece in tempo a lasciarsi sfuggire un sorriso che l’onda di Potere lo percorse violentemente, da capo a piedi, in un lampo di fugace chiarore dorato, durato tanto brevemente da essere stato quasi impercettibile alla vista. Ora, ora che il Dono aveva cancellato i segni della stanchezza e del lungo sonno, si stiracchiò languidamente, godendosi quella rinnovata sensazione di tepore e si accinse, con agile tranquillità, a rimettersi in piedi.

Soppesò il proprio pugnale, rigirandolo tra le mani senza accennare a riporlo nel fodero, la fronte vagamente corrugata.
“Dovrei rivalutare le armi.”

“Purchè tu faccia attenzione.”
Si stiracchiò indolentemente, in piedi, spostando poi lo sguardo sulla porta; in una rapida occhiata, tornò ad abbracciare con gli occhi Varima, accennando all’ucita.
“Mi fai strada?”

Si alzò in piedi con uno sbadiglio, riponendo l’arma alla cintura anziché nel suo fodero.
“Quanta impazienza, c’è forse qualcosa che dovrei sapere? Fare attenzione mi annoia, ma al contempo mi riesce piuttosto bene, non dimenticarlo se hai in mente qualche brutto scherzo.”
Un cenno della mano, la maniglia della porta in bella mostra, che altro c’era da aspettare?

Scrollò le spalle, avviandosi a passo svelto. La conversazione languì decisamente lungo il corridoio e Belthil fu più che altro impegnato nel tentare di orientarsi nel via vai di cunicoli, porte, e passaggi decisamente troppo simili a sè stessi. Gli risultò più facile memorizzare la posizione di alcune aure magiche residue che avvertiva come un soffio sulla pelle quando vi passava vicino e si limitò, per tutto il tragitto, a seguire le indicazioni di Varima.
Quando lei gli ingiunse di fermarsi, non potè trattenere un sospiro. Aveva abbastanza potere, in corpo, da scatenare un’esplosione pari a quella del giorno in cui era arrivato e, anche se con una fonte adeguata avrebbe potuto fare molto di meglio, quello era tutto ciò di cui disponeva. E non era abbastanza.
Poggiò una mano sulla maniglia della porta, riflettendo attentamente su quanto aveva da dire e su ciò che avrebbero potuto rispondergli, per contro. Mordendosi appena il labbro inferiore, bussò rapidamente, prima di girare la maniglia e spingere; inutile rimandare.

Rapida, la mano di lei andò a posarsi sulla sua, impedendogli di concludere il gesto.
“Sapevo che gli elfi erano arroganti e spocchiosi, ma non pensavo fino a questo punto. Non ti hanno insegnato che pima di entrare in una stanza chiusa bisogna aspettare il permesso?”
Non ebbe il tempo per rispondere che una voce pacata li raggiunse, invitando il proprio ospite a farsi avanti.

Si limitò ad alzare le sopracciglia in direzione di Varima ed entrò. Si concesse lo stupore di un sopracciglio inarcato e di un’espressione che, per un attimo, fu assolutamente ebete nel constatare come la stanza fosse del tutto, assolutamente, tappezzata di libri, alcuni dei quali rilucevano di magia. Per qualcuno che il destino aveva costretto a frequentare solo le sguarnite librerie che alcuni maestri rendevano pubbliche, condannato a tentare di sottrarre libri a coloro che volevano sottrarre a lui il suo segreto, quella visione poteva ben lasciare interdetti.
Si costrinse, tuttavia, a riportare la propria attenzione su colui al quale desiderava parlare, socchiudendo appena le palpebre sugli occhi scintillanti; una precauzione inutile, invero: se davvero possedeva il Dono, avrebbe potuto sentire la sua aura palpitare di Potere.
“Sono venuto per chiedere, ancora, di essere rimandato a casa.”
Si inumidì le labbra, affrettandosi a colmare il silenzio che aveva seguito le sue parole pronunciate all’improvviso.
“E, se questo, come credo, non mi verrà concesso, per comunicare che, senza le mie cose, rimaste in città, non ho intenzione di rimanere qui.”
Chissà come si sentiva trascurato il suo libro degli incantesimi, ormai.

“Casa… La consideri davvero tale? Eppure non è molto che vi abiti, e neppure possiede tutti gli elementi che dovrebbe avere per aiutare una persona come te, come noi, a mantenere vivo il nostro dono. Il luogo in cui ti trovi sarà una casa migliore.”
Lo invitò a sedersi con un cenno, richiudendo al contempo il libro al quale si stava dedicando fino a poco prima, mettendolo da parte senza più rivolgergli una sola occhiata.
“Potrei mandare qualcuno a raccoglierle per te…”
Lasciò la frase volutamente in sospeso, come per valutare la sua possibile reazione.

“Casa è dove sono i miei possedimenti; non ho abitato per molto tempo nessun luogo in particolare…”
Scrollò le spalle, senza riuscire a nascondere un sogghigno divertito, tentando di non lasciar trapelare tutto il fastidio che gli causava il solo pensiero di qualcuno intento a frugare fra le sue cose.
“E vorrei suggerire di mandare Varima. Ma la sua arma è inerte e la sua vendetta sarebbe terribile, temo. Inoltre…”
Aggrottò le sopracciglia per un attimo.
“…il pensiero che qualcuno maneggi il mio Libro non mi sorride affatto.”

La breve risata che lo scosse sembrava provenire dalla profondità del suo spirito, manifestando lo stesso divertimento che poteva catturare un nonno alla prima deliziosa sciocchezza pronunciata dal nipote.
“Varima non è mai priva di armi, figliolo. E’ molto più di quanto non sembri.”
Una breve pausa gli concesse di riflettere ancora per qualche istante prima di tornare a prendere la parola.
“Va bene, andrai, ma porterai qualcun’altro con te. Non hai avuto modo di conoscere molti tra noi, mi rendo conto, ma se lo vorrai potrai scegliere il tuo accompagnatore.”

Si morse il labbro inferiore, riflettendo per qualche momento sull’opportunità che gli si presentava.
“Andrà bene chiunque non si tiri indietro nel darmi una mano.”
Accennò con il capo alla donna, di cui avvertiva la presenza dietro di sè.
“Lei, quindi, è esclusa.”

“Ehi!”
La mano del vecchio si sollevò, spegnendo sul nascere la protesta dell’umana.
“Chi, dunque?”
Chiese, senza mai lasciare con gli occhi il volto dell’elfo, con uno sguardo che sembrava capace di sondarne le profondità dell’animo.

“Oh.”
Belthil diede mostra di pensarci per piu` di qualche attimo. Apri` la bocca per parlare e la richiuse subito dopo, scrollando le spalle.
“Andra` bene chiunque abbia memorizzato degli incantesimi di trasporto e non si spaventi nell’eventualita` in cui ci fossero da portare dei pesi.”
Si lascio` sfuggire un sorriso timido con cui sperava di velare le sue intenzioni. Mentire, lo sapeva, gli riusciva particolarmente bene e non poteva negare di avere un certo talento; in fondo, era uno degli stratagemmi che lo avevano tenuto in vita fino ad allora. E che, forse, gli avrebbe donato nuovamente la liberta`.

“Elaine?”
Suggerì, la mano ancora sollevata contro Varima, in segno intimidatorio, e lo sguardo penetrante che mai si era staccato dal suo volto.

Belthil si impose di controllare la mascella, per impedirle di contrarsi, mentre tornava ad atteggiare il volto in una smorfia pensosa. Sentiva su di sè lo sguardo dell’anziano maestro come una solida pressione sul suo volto, in risposta alla quale il Dono si agitò, facendo rimescolare il Potere che gli scaldava il sangue di un tepore seducente.
“Non posso dire di conoscerla… se soddisfa gli ovvi requisiti che ho elencato ed eviterà di piazzarmi un pugnale nella schiena non appena mi sarò voltato…”
Si inumidì le labbra con la punta della lingua, esitando qualche attimo.
“Suppongo andrà bene.”

La mano ridiscese verso lo scrittoio, posandosi sulla liscia superficie di legno.
“Bene, vai a cercarla, allora, e chiedile se è disponibile ad accompagnarti. Non è mia abitudine costringere altri ad agire secondo il mio volere o quello altrui, se non è strettamente necessario.”
Lo sguardo si spostò su Varima, che tornò ad imbronciare le labbra già prontamente schiuse.

“Strettamente necessario.”
Belthil inarcò un sopracciglio, incerto; rinunciò, dopo una breve esitazione, a lasciarsi sfuggire la risposta tagliente che aveva pensato.
“Cercarla… sì.”
Si accigliò per un solo attimo, aprendo e richiudendo la bocca, prima di decidersi a parlare.
“E posso sapere da che parte? Non credo di sapermi orientare così agilmente, là fuori.”
Mentì ancora, più agilmente di prima. Avrebbe potuto cercare il sapore della sua aura; credeva di ricordarselo e, in fondo, se davvero possedeva il Dono, credeva che sarebbe stato in grado di trovarla, con un’adeguata concentrazione. Ma perchè svelare tutte le sue capacità così in fretta, in fondo?

Si strinse nelle spalle, l’attenzione nuovamente rivolta al libro che stava leggendo poco prima.
“Trova qualcuno che ti aiuti a carcarla, dunque.”

Belthil si alzò, sospirando appena. Non si prese la briga di rispondere e si congedò inchinandosi leggermente, prima di uscire dalla stanza e fermarsi, la schiena appoggiata al muro, di fianco alla porta da cui era appena uscito.
Si voltò verso Varima, quando questa uscì, riservandole una lunga occhiata che non scese mai sotto il mento della donna.
“Idee?”
Non che gli interessasse eccessivamente, in fondo; il suo Potere, il suo arto invisibile, andando a tentoni aveva già trovato una traccia promettente. Aveva, tuttavia, bisogno di dissimulare quella conoscenza, di nascondere la sua capacità.

Sollevò entrambe le mani nel gesto proprio di chi afferma di essere estraneo a qualsiasi vicenda, l’espressione del volto atteggiata alla più plateale innocenza.
“Io sono quella che potrebbe pugnalarti alla schiena, ricordi?”

Inarcò un sopracciglio, lasciando affiorare sul volto, per un solo attimo, una smorfia.
“No, tu sei quella che si rifiuterebbe di trasportare pesi per aiutarmi.”
Sospira, sollevando le mani a massaggiarsi, piano, le tempie.
“Hai idea di dove potrebbe essere?”
A destra, poco più in basso del piano su cui si trovavano, per la precisione. Ma non era necessario che lei lo sapesse, no?

“Ti stanti dimenticando un particolare”
Gli si parò davanti, posando le mani sui fianchi prima di tornare a muoverle, indicandosi per poter meglio sottolineare quanto stava dicendo: “io so plasmare le forze arcane, nel caso te ne fossi dimenticato, non ho bisogno di portare pesi, mi basta fare in modo che mi seguano.”

“Già.”
Scrollò le spalle, guardando prima a destra, poi a sinistra, con estrema lentezza.
“Devono essere i tuoi vestiti, allora.”
Tornò a posare il suo sguardo sul volto di lei, gli occhi accesi da un luccichio lontano, di Potere, e vicino, del sogghigno divertito che gli era passato sulle labbra.
“E’ troppo difficile infilarcisi sotto. Ora…”
Si staccò dal muro con un colpo di reni, lo sguardo rivolto a sinistra, le labbra arricciate.
“…io andrei da quella parte.”
Rapidamente, si diresse verso destra, sgusciando tra Varima ed il muro.

“Hai passato troppo tempo nel corpo di un vecchio, forse hai perso la mano.”
Lo seguì ad un passo di distanza, le mani intrecciate dietro la schiena ed una scintilla di divertimento nello sguardo.
“Di qua, dici?”

“Credi?”
Sollevò una mano, senza voltarsi, le dita unite, distese, con il dorso che guardava verso la donna.
“Devi proprio avere ragione.”
Tornò ad abbassare nuovamente la mano, riportandola lungo il fianco.
“Una direzione vale l’altra, per me. Tanto vale andare a caso, ti pare? Se non altro, farò un giro turistico di questo posto.”
Ecco, adesso si muoveva; lentamente, verso l’alto, probabilmente in volo. Ma la direzione continuava ad essere quella giusta. Sorrise, fra sè.

“Credo.
Sento i miei vestiti troppo distintamente perché possa essere altrimenti”
Sorrise obliquamente, chiedendosi se sarebbe stato saggio provocarlo a tal punto da costringerlo a fare ancora sfoggio del suo potere: sentirlo turbinare attorno a sé era… inebriante.
“Per avere maggiori possibilità di fuga? Non riuscirai mai…”

“Naturalmente, naturalmente.”
Tacque, continuando a camminare. Imboccò, in rapida successione, due biforcazioni, prima a destra e poi a sinistra, senza mai mutare l’andatura. La sentiva muoversi, non distante, al piano di sopra.
Aprì la bocca per aggiungere qualcosa e la richiuse, come se il silenzio stesso gli avesse ricacciato in gola parole con cui non voleva essere lacerato. Stava ripetendo il tentativo, quando una corrente d’aria fresca gli sfiorò una guancia, in una carezza fugace e sottile. Una corrente d’aria che odorava di pietra e di chiuso; scale, senza dubbio.
Grazie agli dei, quella storia stava per finire.

Odiava camminargli alle spalle in silenzio: così si comportavono i cani, non le persone, e lei di certo camminava su due gambe.
Deglutì ed increspò le labbra prima di aumentare il passo fino ad affiancarlo.
“Cosa si prova?”
Gli chiese, semplicemente.

Ignorò la domanda, in un primo momento, fino a quando non si trovò ad affacciarsi sulle scale. Maestose, consunte dal tempo, dai gradini stretti e fitti… Belthil abbandonò ben presto il proposito di imprimersene nella mente una descrizione accurata, cassando le proprie velleità di scrittore.
“A riuscire a risultare eleganti con quasi ogni vestito? Una bella sensazione, grazie.”
Scrutò, con un’espressione che sperava apparisse di dubbio concentrato, un punto indefinito verso l’alto, riservando poi la stessa attenzione al pavimento, poco più avanti rispetto ai propri piedi.
“Ti chiederei se preferisci sopra o sotto…” si strinse nelle spalle, accennando a muovere un passo “ma credo che, in ogni caso, sceglierei di salire. Suggerimenti?”
Si voltò, di tre quarti, per poterla includere nel suo campo visivo.

“Sì, di cambiare la tua dote con quella di sembrare elegante senza, è certamente più interessante. D’altra parte bisogna sapersi accontentare, suppongo.”
Il sorriso che le sfuggì dalle labbra era di palese divertimento, come se non potesse fare a meno di rispondere a tono a ciascuna delle provocazioni che le venivano rivolte.
“Sopra, quindi, un elfo che ama imporsi, oltre a non rispondere. Una vera sfida.”

“La mamma mi diceva sempre che alle donne piacciono le persone volitive.”
Iniziò a salire, lentamente, senza curarsi di guardare verso Varima, sospettando che un sorriso le campeggiasse sulle labbra.
“Cosa c’è a questo piano?”

“Forse avresti fatto meglio ad ascoltare il papà.”
Si guardò attorno, indecisa se rispondere o meno, per poi trarre un profondo sospiro prima di spiegare con voce fintamente annoiata.
“Camere delle torture, ruote del dolore, campi antimagia e qualche altro magnifico attrezzino. Grazie per esservi giunto di tua spontanea volontà.”

“Non sapevo che le tue stanze fossero qui.”
Si lasciò sfuggire un sogghigno divertito, superando con lunghi passi elastici i gradini che lo dividevano dall’accesso al piano superiore, chiuso da una porta. Belthil inarcò appena un sopracciglio, poggiando una mano sul legno. Lei era dall’altra parte, poteva sentirlo con chiarezza. E non era sola, a giudicare dalle altre aure di cui poteva sentire la consistenza.
Dodici, forse tredici persone, disposte in una formazione regolare. Si morse il labbro inferiore, inspirando a fondo, prima di spingere la porta. Veloce, Varima non doveva dubitare alcunchè.
Di nuovo, a distanza di poco, barcollò sotto il peso dell’abbraccio di scaffali e scaffali di libri; sarebbe stato un peccato, bruciare tutto.

“Nella mia stanza c’è di meglio, tesoro.”
Sbirciò oltre la porta, lasciandosi sfuggire un breve sbuffo quando individuò colei che stavano cercando.
“Direi che l’hai trovata”
Constatò con tono infastidito.

“Mh…”
Inarco` un sopracciglio, riservandosi di studiare diversi volti, prima di soffermarsi su quello che, fin da subito, prima che la porta fosse aperta, sapeva essere di colei che stava cercando. Di certo, non faceva nulla, come lui, per nascondersi: non tentava neanche di occultare la radianza naturale della magia che aveva in corpo, ne` operava alcun tentativo di dissimularla.
Bah. Che ognuno tenesse il profilo che sentiva piu` adatto.
“Si`, suppongo di si`. Devo essere stato particolarmente fortunato.”
Parlo` con tono accademico, come di uno studioso che osservasse un fenomeno a lui totalmente estraneo.
“Suppongo che le si dovra` parlare.”
Senza attendere un replica da Varima -replica che, ne era convinto, sarebbe giunta ugualmente con puntuale indisponenza- avanzo` nella stanza, rendendo il piu` silenziosi possibile i propri passi, avvicinandosi a colei che costituiva il suo passaggio per la liberta`.

14 Aprile 2007

Sotto la luce della luna III


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Quale graziosa giornata, che gradevole compito quello che le era stato appena affidato. Senza neppure domandarle il motivo del suo ritardo, o informazioni sulla sua salute, le era stato chiesto di scortare il nuovo arrivato fino alla sala comune, perché potesse cibarsi e conoscere il resto della congrega.
Non era assolutamente delizioso? Gli faranno compiti cenni del capo e magari gli chiederanno di riscaldare il pane, mentre si trova nei paraggi.
Un idillio difficilmente perdibile, indubbiamente.
Aprì la porta con cautela, guardando a destra ed a sinistra prima di spalancarla con un colpo del piede.
“Buongiorno, mio diletto, spero che tu sia pronto, mi hai privata di una notte di sonno e spero tu non voglia replicare con la colazione.”

Varima.
Ottimo.
Belthil inspirò a fondo, spostando silenzioso il peso sull’altra gamba, gli occhi trafitti da un fastidioso bruciore. Doveva rimanere concentrato, fino a quando lei non si fosse diretta verso l’angolo della stanza in cui si era costruito il fortino, fino a quando non gli avesse dato le spalle.
Ancora qualche passo, ancora qualche respiro; l’elfo strinse l’arma di fortuna nella mano, traendone un bizzarro sollievo.

Si appoggiò allo stipite della porta, portanto istintivamente la mano sul fianco. Sarebbe potuto essere un movimento nato dall’intenzione di provocare o sgridare, se non fosse stato per l’espressione vagamente contratta del volto che spingevano a cercare altrove una reale motivazione.
“Per favore, non ho voglia di giocare con il tuo istinto da elfo braccato. Voglio solo portarti in una grande stanza, con tanti altri maghi, così che tu possa mangiare ed accertarti che non vogliamo farti del male. Prometto persino di non punirti per tutto il caos che hai combinato, contento?”
L’attimo di silenzio che seguì le occorse per trarre un profondo sospiro, osservando con circospezione quella specie di tumulo che sorgeva sul lato opposto della stanza. Corrucciò le labbra, muovendo un passo in avanti e provando a cambiare tattica.
“Il maestro non è il solo altro Portatore, c’è anche un’altra ragazza, una mezz’elfa. Non vorresti conoscerla? So che ti sei nascosto lì sotto…”

Una stanza e tanti maghi, eh?
Come no.
Istintivamente, Belthil flettè le ginocchia, pronto a scattare; se pure era vero che Varima aveva passato la notte confinata nella città in cui lui aveva posto la sua ultima residenza, era di certo più riposata e, probabilmente, si era nutrita.
Bastò quel pensiero a scatenare una nuova ondata di nausea, che l’elfo dovette scacciare ad occhi chiusi, i denti affondati nelle labbra secche, la lingua che, rasposa, gli ingombrava la bocca. Aveva sete.
Scosse la testa, sforzandosi di tornare a ragionare con lucidità: a causa della sua disattenzione, rischiava di perdere il momento giusto. Trattenne il respiro, un attimo prima di saettare fuori dal suo nascondiglio, l’arma improvvisata stretta in mano e protesa in avanti, il volto privo di qualunque espressione, ogni stilla di energia residua concentrata nel non farsi sopraffare dalla nausea.
Ce l’avrebbe fatta, sì. Sarebbe fuggito.

Si fermò nel momento stesso che l’arma prese a balenargli in pugno, muovendo prudentemente un passo all’indietro.
“Mi stai facendo supporre che sia io, il bersaglio di tutto questo. Che abbiano terminato le stanze? Bhe, sappi che non ti cederò la mia… al massimo potremmo dividerla, ma non se continuerai ad essere tanto violento.”

Una risata gutturale si spense in un gemito di dolore; la gola era decisamente troppo riarsa per quel genere di sollecitazioni. Parlò, tuttavia, incurante di quanto rauche potessero risultare le parole.
“Una proposta più che gentile a cui mi è terribilmente difficile dire di no. Tuttavia…”
Un passo, rapido, in avanti, per accorciare le distanze, gli causò un nuovo attacco di nausea ed il campo visivo gli si restrinse, per un attimo, in un anello circondando da sfavillanti puntini bianchi. Sperò non se ne fosse accorta.
“…se potessi farti da parte e lasciarmi andare, potrei trovare il modo di mostrarti tutta la mia riconoscenza.”
Soppresse l’istinto di inumidirsi le labbra, un gesto che, in quell’occasione, sarebbe risultata un’inutile tortura.
“Rose, forse? O, magari, Iris? Orchidee, piuttosto?”

“Margherite, semmai. Sono una ragazza romantica.”
La mano corse al pugnale, estraendo una lama sporca di strane macchie e striature scure, senza tuttavia assumere alcuna posizione di difesa o di attacco.
“Non hai idea di quanto desideri spedirti in un luogo così lontano da renderti impossibile il tornare indietro. Un luogo nel quale il Maestro non ti possa scovare… Ipotesi quanto meno improbabile, tra l’altro, vista la quantità di tracce che lasci costantemente alle tue spalle. Avevi ragione, ieri notte c’era qualcun altro attorno a noi… non è stato facile convincerli che non avevo idea di dove fossi.”

“C’è sempre qualcun altro.”
Scrollò le spalle, iniziando a spostarsi lentamente, circolarmente, con il chiaro e preciso intento di girarle attorno, fino a trovarsi con la porta alle spalle.
“Vada per le margherite, allora… ora, possiamo evitare di abbracciarci, per salutarci?”

Si spostò di lato a sua volta, finendo per ridurre lo spazio volto a separli, stringendo i denti quando il movimento, improvviso per paura di un possibile scatto di lui, le procurò una nuova fitta al fianco. Non ebbe bisogno di guardare verso il basso per sapere che la ferita si era riaperta, imbrattando la blusa di lino nero.
“Odio essere buona…”
Sibilò, impossibilitata a fare altrimenti, per poi tornare lentamente ad un tono normale.
“…ma il renderti carne da macello per chiunque incontrerai lungo la tua strada non mi sembra un’idea allettante. Capisco la tua reticenza, anche se non lo ammetterò mai in pubblico, sia ben chiaro, ma la tua vita può forse essere peggio di quanto non sia stata fino ad ora? Siam… sono, sono in tanti, qui, ad essere stati salvati, recuperati, ricondotta ad un’esistenza normale, l’unica carta d’accesso è il potere, il potere e la fedeltà alla congrega. Uccidendoti, o facendoti uccidere, non otterremmo nulla, prova a riflettere, quale che sia il nostro scopo ci sei molto più utile da vivo.”

“Fammi uscire. Fammi fuggire e, forse potrei anche iniziare a fidarmi. Ma non ti assicuro null…”
Lo aveva fatto di nuovo, senza accorgersene. Aveva richiamato a sè il Dono e l’improvviso vuoto, la mancanza, la terribile, allucinante vacuità che avvertiva dove invece il Potere avrebbe dovuto ribollire, lo piegarono più di quanto non fossero riuscite a fare la nottata insonne e la sete. Un conato gli spaccò lo stomaco, vuoto.
Lottando per mantenersi presente, un ronzio sempre più forte nelle orecchie, si afflosciò a terra, le ultime forze, residue, impiegate nell’assurdo tentativo di mantenere alta un’arma che, ora, minacciava addirittura di scivolargli dalle dita.

In un istante gli fu accanto, pronta a sorreggerlo.
“Cosa diamine ti sta succedendo? Non sarà un trucco, vero?”
Il grado di fiducia, a quanto pareva, era del tutto reciproco.
“Sono qui proprio per ciò che hai detto, per farti uscire, ma non posso farti fuggire, questo no.”

“Maledetti… tutti voi, siate maledetti.”
Inspirò pesantemente abbozzando una futile resistenza, ritraendosi da Varima.
“Nel nome di Mystra, siate maledetti. Mi avete tenuto una notte intera qui dentro. Adesso quale altra tortura vorrete elargirmi? Passerete a straziarmi le carni?”
Percepiva la sua stessa voce andare e venire, lontana, mentre chiudeva gli occhi e si concentrava per distogliere la propria attenzione dal punto, dolorosamente vuoto, che sanciva la totale mancanza del suo Dono.
“O, magari, mi terrete ancora in questo posto dannato, per divertirvi?”
Un’ondata di ritorno di nausea ed un sapore acido in bocca lo facero tacere poco prima di aver terminato del tutto la frase.

“Non lanciare maledizioni a vuoto, ragazzo. Nessuno vuole torturarti, non qui tra noi se non altro. Se solo fossi un po’ più chiaro invece di blaterare parole senza senso potrei riuscire a capire cosa diamine stai dicendo. Io non possiedo questo tuo dono, capisco solo che non stai affatto bene. Usciamo di qui…”
Un attimo di incertezza frammetò lo scorrere delle sue parole, per poi tornare a fluire normalmente una scrollata di spalle dopo.
“…in fin dei conti è quello che sono venuta a fare: portarti fuori. Avanti, appoggiati a me.”
Ripose il pugnale nel fodero di cuoio legato alla coscia, trovandosi a stringere tra le dita la sfera di cui aveva fatto ampio uso la sera precedente.
“Solo per precauzione, spero non te ne avrai a male.”

Gli occhi chiusi, le labbra secche, la lingua come un involto di stoffa.
Eppure, era fuori. Come si era ritrovato seduto sul pavimento, appoggiato alla parete? Non ne aveva idea. E non gli importava.
Trasse un ampio respiro, il Dono vivo, presente, attivo, di nuovo suo. Sì.
Ostacolato, ora, solo dalla fatica del corpo -quanto tempo aveva passato, cercando di riprendersi?- si rialzò in piedi, puntellandosi al muro. Non si poteva certo dire che le sue condizioni fossero ottimali, ma, almeno, aveva di nuovo quella parte imprescindibile di sè.
“Va bene. Fammi strada.”
No, non andava bene per nulla. Eppure, adesso che i pensieri avevano ripreso un flusso più o meno regolare, si rendeva conto di non avere altra scelta.
In fondo, aveva ancora la sua via di fuga.

“Finalmente!”
Si alzò a sua volta, trovandosi costretta ad appoggiarsi al muro con la mano libera quando la vista iniziò ad annebbiarsi, punteggiandosi di macchie troppo chiare per essere dovute all’illuminazione del corridoio.
“Dritto davanti a te, precedimi”
Aggiunse quindi, abbandonando il tono mordace di cui faceva sempre largo uso, e sforzandosi di non distogliere lo sguardo da lui neppure per il tempo necessario a guardare la mano che si stava lentamente allontanando dal fianco. Non aveva bisogno della vista per sapere ciò che il tatto già le stava suggerendo, il viscido umidore che sentiva non poteva essere che sangue. Non era mai stata brava nelle fasciature, in effetti.

Non accennò a muoversi, un sopracciglio appena inarcato, impegnato nella valutazione della situazione.
“Sei ferita.”
Commentò asciutto, ben conscio di essere scivolato nell’ovvietà. Soffocò un sospiro, mentre scartava, ad una ad una, le alternative che gli sorgevano in mente; in fondo, lo aveva portato fuori da quell’inferno. E tuttavia, quanto era saggio fare ciò che aveva in mente?
Stese la mano verso di lei, il palmo verso l’alto.
“Dammi il pugnale. O quel talismano che non indossi.”
Sperò di aver preso la decisione giusta.

“No, sto solo fingendo per indurti a compiere un passo falso. Giù le mani dai miei talismani, cer…”
Essere interrotta non le piacque affatto, ed ancora meno le piacquero le parole che vennero rivolte, come se fossero dirette ad una sciocca senza alcun motivo d’essere reticente.
“Sì, sì, mi pare comprensibile. Allora tieni tu il pugnale e porgimi la lama, se ti fa sentire meglio.”
“Non mi fa sentire meglio. Mi farebbe sentire meglio condurti nella sala comune ed andare a cambiare la fasciatura. Se non ti dispiace…”
Il gesto del braccio risultò tanto eloquente da concludere esso stesso quanto iniziato dalle parole.

Sospirò, esasperato. Subito dopo, un sogghigno gli increspò le labbra.
“Suppongo che, se provassi ad infilarti una mano sotto la blusa, mi ritroverei monco.”
No, non gli piaceva affatto quanto stava per fare: significava trovarsi quasi del tutto indifeso, ancora più affamato -di una fame che difficilmente si poteva descrivere- ed orribilmente stanco. Chiuse gli occhi per un attimo, riesaminando tutte le sue prospettive. Non gli venne in mente nulla di meglio.
Avvicinò di poco la mano alla donna, coniugando gesto e verbo, pronunciato in un tono libero da peculiari colorazioni.
“Appoggia la mano qui. O toccami anche solo la punta delle dita.”
Quello sarebbe stato il suo ultimo tentativo; creare un vago senso di gratitudine nei suoi nemici era la sua ultima carta e, per giocarla, era disposto a sacrificare quel po’ di potere che ancora gli era rimasto. Ma tutto aveva un limite, per gli dei.

“Ci conosciamo da così poco e già vuoi arrivare sotto i miei vestiti? Lo so, lo so, sono irresistibile, ma dovrai controllarti.”
La pietra già usata durante la sera precedente passò alla mano destra, mentre la sinistra si avvicinava a quella di lui non senza una certa esitazione.
“Fa una mossa avventata, una sola, e sceglierò di affrontare l’ira del Maestro.”
Niente più scherzi: non avrebbe potuto essere più seria.

Guardò per un solo attimo la pietra, chiedendosi quale genere di incantesimo ne generasse il potere; se avesse sbagliato ipotesi, probabilmente avrebbe sprecato le sue ultime energie.
Non rispose a Varima, ad ogni modo, e chiuse gli occhi. Normalmente avrebbe potuto farlo senza difficoltà, ma una notte di sonno mancato e la stanchezza che gli attanagliava il corpo e la mente gli avrebbero reso di gran lunga più difficile il compito; scacciando simili dubbi, diresse al proprio pensiero al Dono.
Non vi furono lampi, esplosioni o getti di fiamme bianche; come l’affiorare di un tenue rossore su un volto pallido, la tenue luminosità dorata che avvolgeva, ora, la mano dell’elfo era sorta dall’interno, come se la luce di una torcia fosse filtrata attraverso una coltre. Vi furono, in verità, un paio di tenui scintille, di un dorato appena più vivo, sulla punta delle dita, dove i piccoli tagli causati dal vetro si rimarginavano senza lasciare alcuna cicatrice.
Gli aveva chiesto qualcosa? Forse che cosa stesse facendo? Come poteva pretendere che, proprio ora, si mettesse a discutere? Non immaginava quanto potesse costargli mantenere quella concentrazione? Ma, d’altronde, come avrebbe potuto capire? Tutti i maghi ben conoscevano la sensazione della Trama che si faceva energia, magia all’interno del loro corpo e, tramite questo, veniva materializzata; quanti di loro avevano mai sperimentato l’opposta sensazione?
Liberò il proprio Dono. Certo, se le avesse sfiorato la ferita sarebbe stato più delicato: a volte, in quel modo, poteva fare male. Ormai, tuttavia, era tardi: già avvertiva l’onda tiepida di Potere che risaliva all’interno della maga, il sapore dell’energia che le aveva liberato in corpo, un assaggio di Magia allo stato puro, informe, libera.
Si lasciò sfuggire un gemito soffocato, quando anche l’ultima stilla di energia lo abbandonò; ora era davvero affamato.

Il bagliore che andò ad illuminare la mano dell’elfo le fece aggrottare le sopracciglia, spingendola a chiedere spiegazioni che non giunsero alle sue orecchie. Stava per interrompere il contatto delle dita quando una strana vibrazione si fece strada in lei, percorrendola senza che potesse impedirlo.
Il petto si sollevò e le labbra si schiusero, schiave di una sensazione che non credeva possibile. Poteva percepire i filamenti della trama, allo stesso modo di quand’era impegnata nel richiamare il più complesso dei suoi incantesimi, ma, simultaneamente, affiorava una sensazione abbandonata da tempo, quella nata dalla manipilazione di una forza differente, che si componeva degli infiniti frammenti estranei alla trama stessa. Senza di essi il grande velo magico non sarebbe potuto esistere, ma allo stesso tempo ne rappresentava la negazione.
Boccheggiò, senza fiato, confusa e senza orientamento in questa dimensione mentale che rasentava la completezza e, pertanto, l’appiattimento della differenza in favore dell’annullamento.

Ritrasse la mano lentamente, il respiro non affrettato, ma più pesante, lo sguardo, acceso dal mezzo sorriso che campeggiava sulle labbra, posato sulla maga.
Attese qualche attimo, dandole tempo di riprendere il controllo; sapeva, sapeva fin troppo bene, quanto fosse facile smarrirsi in quel Potere.
“Ti precedo.”
Girò sui tacchi, avanzando lentamente. Aveva parlato con noncuranza, malgrado la sua fame fosse cresciuta a dismisura. Il suo corpo, ogni sua fibra, urlava a gran voce la richiesta di nutrimento. Ah, dannazione.

La realtà tornò lentamente a circondarla, ripristinando la normalità dei suoi sensi e del suo respiro. Mosse un passo in avanti, fermandosi quando si accorse dell’assenza dell’ormai costante dolore al fianco. Possibile che…
Lo raggiunse con una breve corsa, posandogli una mano sulla spalla.
“A cosa ti sarebbero serviti il mio amuleto ed il mio pugnale?”

“Ho fame.” si limitò a rispondere, asciutto.
Era profumata di magia; gli occhi socchiusi, evitò di voltare lo sguardo per non farsi indurre in tentazione dal pentacolo che, lo sentiva distintamente, le pendeva al collo.
“E sete. Possiamo andare?”

Annuì, indicandogli il corridoio e prendendo a camminargli al fianco, le unghie tintinnanti sull’elsa del pugnale, come fosse preda di chissà quale indecisione.
“Perché mi hai guarita?”

Non fermò il passo, dedicandole solo un’occhiata obliqua quanto fugace, prima di risponderle, lo sguardo di nuovo fisso dinnanzi a sè.
Ricerca, volontariamente, un tono grave, accentuato dalla voce roca e dalla laconicità cui il dolore che gli causa ogni sillaba lo invita.
“Per entrare sotto i tuoi vestiti.”
Un solo attimo di pausa, per tornare poi a parlare.
“E per sperare che il tuo innato senso di gratitudine ti spinga a lasciarmi fuggire da questo posto.”
Costringe le gambe, leggermente doloranti, ad aumentare appena l’andatura, ormai ansioso di arrivare lì dove lo stanno conducendo. Quale tortura hanno in mente, per continuare, dopo quell’orribile stanza?

“I vestiti possono essere scomodi, in alcune circostanze, e la gratitudine non è il sentimento giusto per indurmi ad aprire la porta d’uscita; la rabbia, forse.”
La lama del pugnale saetta davanti a lui con inaspettata rapidità.
“Non ho inteso se occorre ancora.”

Gli occhi che si assottigliarono, le labbra che si schiusero, la lingua che le ripassò, pur riarsa dalla sete. Tutti i segni di un affamato che guardi un succulento piatto di stufato si manifestarono, nell’arco di un attimo, sul volto dell’elfo, soppressi frettolosamente dalla volontà di non lasciar trasparire nulla.
Bah, un’allusione al sesso. Forse -e Belthil si trovò a dover sopprimere un sogghigno- crede di essere più saporita della libertà. Umani.
“No.”
Rispose a fatica, il Dono che gli fece contrarre dolorosamente lo stomaco; scivolò in un silenzio che, sperava, potesse essere interpretato come ostile. Aveva bisogno di concentrarsi, per tenere a freno il proprio bisogno di Potere; non poteva permettersi di dare, lui stesso, quell’arma ai suoi nemici.

Si strinse nelle spalle, riponendo l’arma nella sua custodia prima di tornare a guidarlo lungo i molti corridoi di quella che considerava la propria casa. Era evidente che qualcosa non andava e che il malessere che lo attanagliava dentro la stanza era svanito solo in parte, ma che altro avrebbe dovuto fare? Non era certo un’indovina.
***
La porta della sala comune era piccola e discreta come tutte le altre; un ipotetico nemico avrebbe avuto bisogno di una mappa dettagliata per riuscire ad individuare gli obiettivi veramente rilevanti in quell’intrico di cuniculi e di porte tutte uguali. Sembrava quasi un labirinto, un luogo in cui perdersi per l’eternità.
“Eccoci arrivati, mio diletto. Cerca di salutare compitamente e non farmi fare brutte figure, siamo intesi?”
Il sorriso che gli rivolse lasciava ampio margine all’estenazione della curiosità e dell’aspettativa che stava provando, tanto che non resistette all’idea di avvicinarglisi ancora, come non potesse impedirsi di giocare col fuoco, fermandosi solo un istante prima di scottarsi, le labbra vicine al suo orecchio.
“Grazie” modulò nella forma di un sussurro tanto curato da apparire quasi la formula di un incantesimo.

Si limitò ad annuire distrattamente, registrando con una parte della mente il brivido sottile che quei suoni, appena soffiati, gli avevano fatto nascere alla base del collo.
Poteva percepire da dov’era la pulsazione magica che si celava dietro quella porta; oggetti, libri, incantesimi. Magia. Potere. Nutrimento intimo e profondo che lo richiamava a sè.
Si morse la lingua per cercare, nel dolore, di recuperare il controllo.
Quando la porta fu aperta, tuttavia, la sensazione fu tanto forte da farlo barcollare per un attimo; distingueva, ora, le diverse aure, in multiformità colorata e variegata che gli ricordava, per somma, il Potere che lui era capace di racchiudere in sè.
Fame. Aveva fame, sì.
Del tutto incurante dell’aspetto della sala o delle azioni dei suoi occupanti, si limitò ad attendere.

Non occorse molto tempo prima che il Maestro si voltasse in loro direzione, rivolgendogli un caldo sorriso soddisfatto.
L’istante successivo aveva già battuto le mani per richiamare l’attenzione dei presenti.
“Prego, prego, entrate, vi stavamo aspettando.”

13 Aprile 2007

Sotto la luce della luna II


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Seguì il suo occhieggiare con ampi movimenti del capo, guardandosi attorno così come lui non era in grado di fare.
“Stai forse cercando qualcuno? Due combattimenti nella stessa sera farebbero scalpore, questo è certo, ma se non ti dispiace preferirei evitarli.”
Girargli attorno con tale lentezza le diede una strana soddisfazione: adorava essere la cacciatrice, amava l’idea di poter fare di lui, almeno potenzialmente, qualsiasi cosa le fosse venuta in mente, ma, soprattutto, la intrigava il potere che aveva dovuto liberare per riuscirvi e quello che era contenuto nel suo corpo di elfo. Quali e quanti incantesimi avrebbe potuto attivare se l’avesse condotto dalla sua parte? Sarebbe diventata invincibile.
Un vero peccato che il Maestro avesse altri progetti, si trovò a pensare schioccando la lingua in un suono pieno di rincrescimento.
“Suppongo che se ti liberassi cercheresti di attaccarmi”

“Io? Quali brutti ambienti devi aver frequentato, mia signora, per essere così malfidente nei confronti del prossimo.”
Mentre rivolgeva un sorriso sfolgorante al nulla davanti a sè, si augurò che l’ironia delle sue parole fosse ben udibile.
Se solo fosse riuscito a privarla della pietra…

“E quali devi avere frequentato tu, per credere che ironia e battute ineleganti possano esserti di un qualche aiuto?”
Replicò, piccata, per poi sporgersi verso il suo orecchio in un sussurro.
“Dovremo trovare una soluzione alternativa. Se prometti di fare il bravo ti porterò subito da colui che ti ha chiamato a sé.”
Sorrise nel scivolare nuovamente davanti a lui, le mani che avevano seguito la linea delle spalle fino ad intrecciarsi dietro il suo collo.
“La tua corporatura è inusuale, per un elfo, scorre anche sangue umano nelle tue vene? Shhhhhh - avvicinò le labbra a quelle di lui, senza sfiorarle - avrai tempo per rispondere, ora fammi concentrare.”
Era forte la tentazione di sfruttarlo per incanalare il potere che le occorreva, ma sarebbe stato pericoloso, troppo, ed avrebbe condotto su di sé l’ira del Maestro. Un’idea decisamente da scartare, purtroppo, dovette constatare nel distanziarsi dal volto di lui.

Socchiuse gli occhi, non riuscendo a privare il volto di un sorriso divertito.
Ma certo, le piaceva giocare e lui, naturalmente, avrebbe giocato.
Concentrarsi in quella situazione gli risultò particolarmente ostico, eppure rifiutò di chiudere gli occhi, preferendo tenere lo sguardo ben fisso sul volto di lei, mentre regolarizzava il respiro.
Aveva in mente qualcosa di complicato e, probabilmente, di pericoloso, ma non era disposto a lasciarsi portare chissà dove; inoltre, questa volta aveva un vantaggio: sapeva che sapore aveva il suo potere.
Si concentrò sulla respirazione, dilatando ed esplorando quella sensazione che era tornata a farsi sentire nel ventre, poco sotto l’ombelico; impedì al Potere di riversarsi nei suoi nervi, lo controllò, lo costrinse ad attendere, passivo, famelico.
Sorrise, quando fu pronto; quello scherzetto si preannunciava piuttosto divertente.

Richiamare alla mente il giardino della Torre fu facile e quasi scontato: dove altro sarebbero potuti comparire per non destare sospetti?
Tornare a sfiorare le sottili linee della trama le trasmise una sensazione di piacevole ebbrezza nella quale avrebbe potuto perdersi se solo non fosse stata attenta. Teletrasportare due corpi come se fossero uno non sarebbe stato agevole, non per chi non possedeva un vero talento, un talento come il suo. Poco importava se alcuni le rimproveravano l’assenza di modestia: non aveva tempo per le regole sociali.
Abbassò le palpebre ed accentuò il contatto tra i corpi, le labbra che si schiudevano e richiudevano in una danza dalle parole silenti.

Varima. Sicuramente pensava di conoscere la Magia, di sapere come controllare la Trama, di possedere a fondo la sensazione seducente, quasi sensuale che il Potere procurava.
Sbagliava, sbagliavano tutti. Nessuno che non possedesse il suo Dono poteva capire, nessuno che non fosse stato maledetto dagli Dei avrebbe mai potuto comprendere a pieno cosa significasse.
Si costrinse ad ignorare i brividi che salivano, lenti, ad ogni sillaba da lei pronunciata, mentre la Trama, piegata a così breve distanza, riverberava in lui di potere; ancora qualche attimo, doveva trattenersi ancora un po’, quanto bastava perchè lei fosse andata oltre, troppo lontana per potersi fermare.
Rabbrividì ancora, in modo violento, quando avvertì il potere di lei formicolargli sulla pelle, a partire dal punto in cui i due corpi si univano; ancora, quell’energia fredda, strisciante, che gli intorpidiva quasi la pelle, rendendola insensibile.
Attese, attese per quello che gli sembrava un’eternità, mentre l’incantesimo veniva chiuso e l’energia, come un’onda, iniziò a corrergli sul corpo; un attimo prima di esserne completamente ricoperto, un battito di ciglia prima che la magia entrasse in lui e mutasse la realtà, utilizzò il Dono.
Con una sensazione quasi dolorosa, un calor bianco accecante gli ruggì lungo i nervi, affiorando sulla pelle, un lampo bianco; azzannò la magia di lei come una belva famelica, la squarciò, la fece a pezzi, la costrinse ad entrare in lui, prosciugandola. Schiuse la bocca, per un ansito incontrollato, mentre il suo Potere terminava quell’atto di cannibalismo arcano.
Aveva chiuso gli occhi, se ne rendeva conto; era stato involontario eppure incontrollabile. Qualcuno, molto tempo prima, aveva persino riso dei gemiti inarticolati che gli erano sfuggiti dalle labbra mentre compiva quell’atto di intimo nutrimento del Dono che risiedeva in lui, ne aveva riso e, infine, ne era morto.
Sospirò, tentando di controllare nuovamente la respirazione, ora divenuta veloce, e di calmare le pulsazioni, tanto forti e rapide da poterle percepire nei timpani. Quando aprì gli occhi, con studiata lentezza, non ebbe bisogno di uno specchio per sapere che i bagliori dorati di cui erano screziati i suoi occhi verdi -li supponeva un retaggio materno- erano sottolineati ed esaltati da un brillio pronunciato, una spia di quanto potere risiedesse ora nel suo corpo.

L’istante precedente la magia l’avvolgeva come un crescente vortice freddo, riempendola del suo potere e della sua ebbrezza, ed il successivo tutto sembrava essersi dissolto, lasciandole un profondo senso di vuoto.
No, non era accaduto con tale rapidità: aveva sentito qualcosa attrarre il suo Potere, aveva lottato per mantenerne il controllo e non si era risparmiata per riuscire a portare a termine quanto aveva iniziato, eppure non era servito a nulla, non era stata sufficientemente ferma nell’imporsi ed aveva fallito. Nutrirsi del potere altrui… per gli dei, doveva essere meraviglioso, perché non le era stata concessa la medesima possibilità?
Aprì lentamente gli occhi, pur non riuscendo a deglutire se non dopo un certo numero di tentativi, la respirazione acelerata e le membra scosse da un lieve brivido freddo.
Le labbra erano divenute improvvisamente secche, così che la lingua dovette correre in suo soccorso, inumidendole con la minuzia nata dall’esigenza di prendere tempo e pensare. Prima d’ora non le era mai sfuggito il controllo sulla Trama, era sempre stata impeccabile e mai, mai, aveva rischiato di smarrirsi in essa.
Poco fa, invece, era stato diverso e lo era tutt’ora.
Non aveva portato a termine l’incantesimo e questo la rendeva… inappagata. Inappagata e desiderosa di perdersi in quel potere che avrebbe dovuto invece voler dominare.
Quanto tempo era trascorso da quando l’energia si era chetata? Un lieve scuotersi del capo ed un sorriso obliquo la riportarono al presente, lo sguardo fisso in quello di lui come in attesa di una qualsiasi esternazione verbale.

“Suppongo…”
Si interruppe, prendendo un ampio respiro. Non era ancora riuscito a calmare i battiti ed il suo petto si alzava e si abbassava ancora troppo velocemente per i suoi gusti, ma non poteva certo lasciarsi sfuggire quell’attimo; ora, lui lo sapeva, lei era vulnerabile.
“Suppongo che la sorte di questa città non ti importi eccessivamente. Quindi mi pare inutile minacciarti di ridurla in cenere.”
Aveva parlato in tono pacato, calmo, eliminando dalla sua voce ogni accenno dell’estatica euforia in cui una quantità di Potere come quella che gli strisciava indolente sotto la pelle poteva indurlo. Non si preoccupò eccessivamente dell’abbassamento di tonalità della voce, nè di come questa si fosse leggermente arrochita; spesso, dopo, gli succedeva ed entro qualche minuto sarebbe tornata normale.
Si inumidì le labbra, senza abbassare lo sguardo, in un gesto straordinariamente simile a quello di lei.
“Quindi, temo, dovrò minacciare te. Quella pietra è un oggetto interessante, ma, se fossi in te, mi chiederei per quanto ancora potrà farti da scudo. Quindi, ti propongo un accordo, un patto del tutto ragionevole.”
Continuò a parlare senza interruzioni, cesellando nell’aria le parole una ad una, senza dar spazio ad un silenzio che, riteneva, le avrebbe dato modo di recuperare in pieno la lucidità.
“Tu tornerai da questo Maestro e gli dirai che, purtroppo, sono morto in uno sfortunato incidente. Io me ne andrò il più lontano possibile da qui. Forse manderà qualcun altro, forse no, se saprai essere convincente. Mi sembra la soluzione migliore, no?”
No, non lo era. La soluzione migliore sarebbe stata incenerirla all’istante, riversando su di lei ogni stilla del Potere che ora gli bruciava in corpo. E lo avrebbe fatto, senza dubbio, il compito resogli anche più facile da quel contatto non ancora interrotto, se solo avesse potuto.
Eppure non gli mancava molto. Era stanco, questo sì; controllare il suo Dono richiedeva una quantità notevole di energia, ma presto, mai troppo in fretta, sarebbe riuscito a dirigere di nuovo le correnti che lo attraversavano, sarebbe riuscito a governare la forza che fluiva assieme al sangue, assieme al respiro, assieme ai pensieri.

“Ragionevole, certo. Potrei quasi ucciderti davvero, per rendere la storiella più credibile, ma non credo funzionerebbe. E se anche fossi così stupida da accettare, dimmi, quale sorte hai in mente per te stesso?”
Si allontana da lui, sciogliendolo da quell’abbraccio che non ha ora più motivo di prolungarsi.
“Potrei passare ore a parlarti di noi e delle meraviglie che il maestro potrà insegnarti, ma la verità è che non mi ascolteresti, ed io non sono una balia, tantomeno la tua. Preparati, mio sciocco ragazzo dai superpoteri, perché non ho intenzione di fallire nella mia missione. E non perché mi importi della tua salvezza, sia ben chiaro, solo perché ne va della mia reputazione.”
Parlare e muovere le mani al contempo, eseguendo uno ad uno i gesti rituali per dare nuovamente vita all’incantesimo, sembra non costarle alcuna fatica, al contrario: appare quasi impaziente di richiamare nuovamente a sé il potere della trama.
“Spero che il Maestro non sia già andato a dormire, tesoro, perché stai per visitare le sue deliziose stanze private”

Aprì la bocca, stupefatto.
Di nuovo? Voleva provarci… di nuovo? Le sue labbra cesellarono, nell’aria, un’imprecazione degna di un nano delle montagne. Non sarebbe riuscito ad assorbire ancora una quantità così elevata di magia, non così in fretta. E avrebbe preferito, se possibile, non essere teletrasportato a metà; doveva essere, a pensarci, un’esperienza quanto mai sgradevole.
Inspirò concentrando tutte le sue energie nell’unico tentativo possibile e si rese conto, quando non gli mancava che qualche attimo, che avrebbe fallito: ancora, la fredda energia della maga aveva preso a spiraleggiargli addosso e lui dovette troncare bruscamente ogni tentativo di evocare nuovamente il Potere, per evitare che la risonanza fra le due forme di magia lo devastasse.
Dannazione.
Chiuse gli occhi, per tentare di attenuare la vertigine che, lo sapeva, avrebbe comportato l’incantesimo, quando avesse piegato lo spazio attorno a lui. E così, gli ricordò un angolo della sua mente, stava viaggiando verso le stanze private del Maestro.
Sperò che fosse vero. E che lui si trovasse lì. Perchè, in quel caso, avrebbe assaggiato subito, direttamente, quel potere a cui, sicuramente, anelava.
Non riuscì a nascondere un sogghigno, mentre la magia già stava operando il suo effetto.

La stanza era ampia ma arredata semplicemente, con rigore quasi monacale, recando come unico vezzo un lungo e spesso tendaggio in fine broccato. Davanti ad esso, in concomitanza con la finestra ora coperta, uno scrittoio di legno scuro ospitava una creatura d’età indefinibile, con lunghi capelli bianchi ed occhi di un castano più rosso di quello assunto in autunno delle castagne.
Le sue braccia erano incrociate e la schiena appoggiata alla poltrona sulla quale sedeva: sembrava quasi lo stesse aspettando, come se le vibrazioni della magia l’avessero in qualche modo messo in allerta.

“Addio.”
O, quantomeno, quella fu la parola che avrebbe voluto pronunciare. Probabilmente emise solo un inelegante e scomposto grugnito, mentre costringeva la forza che albergava in lui a muoversi e a fluire, correndo lungo ogni fibra del suo essere in una contrazione generale che gli strappò un sospiro di piacere.
C’era di che essere soddisfatti di sè: nessuno, nessuno avrebbe mai potuto sopravvivere a tutto quell’impeto, persino la pietra si sarebbe dovuta piegare. L’elfo sorrise ancora, combattendo contro una spossatezza accentuata dal vuoto che ora percepiva dentro di sè.
Maledetti, tutti quanti.

Il getto bianco e blu, incandescente come fosse la pura essenza del fuoco, sembrò invadere la stanza senza che il Maesto ne venisse in alcun modo colpito. Le coperte del letto presero ad ardere, con una velocità tale da risultare impossibile per fiamme normali, e solo il tendaggio impedì ai vetri della finestra di colpirlo alle spalle dopo essere fragorosamente esplosi.
L’elfo inarcò le sopracciglia, concedendo al suo ospite il tempo dell’esultanza prima di concentrarsi a sua volta, riassorbendo il potere liberato come fosse l’azione più naturale e meno faticosa che potesse compiere.
La magia che teneva in vita il fuoco andò così spegnendosi rapidamete, lasciando in suo ricoro solo l’acre odore del fumo.
“Benvenuto.”
Lo salutò dunque con tono scevro da inimicizia, come se poco prima non fosse accaduto alcunché.

“Oh.”
Avrebbe preferito una lunga, articolata, fantasiosa e colorita imprecazione, ma preferì, invece, guardarsi attorno, cercando una via di fuga. Quasi con sorpresa, scoprì che la magia che gli teneva bloccati gli arti si era finalmente dissolta e, pur avendo gambe e braccia del tutto indolenzite, poteva finalmente muoversi.
Mosse più di un passo all’indietro, istintivamente, mentre gli occhi saettavano lungo il perimetro della stanza cui poteva aver accesso con piccoli movimenti del capo, in modo da non perdere di vista l’altro abitante della stanza.
Quanto tempo poteva passare prima che gli altri fossero allarmati da quello che era successo ed arrivassero in massa? Una porta, una via di fuga: non chiedeva altro.

“Accomodati, Belthil. Sono felice tu sia finalmente arrivato, e mi dispiaccio per i modi un po’ bruschi con i quali ti abbiamo raggiunto. Suppongo sarebbe stato difficile convincerti diversamente.”
Una mano andò lentamente a sollevarsi, sfregando le dita le une contro le altre prima di aprirsi come la corolla di un fiore, il palmo all’insù, per contenere una fiamma del tutto simile a quelle che era capace di evocare lui stesso.
“Sei tra amici”

Finalmente.
Dopo anni infiniti, aveva trovato un gruppo di persone desiderose di aiutarlo, di consigliarlo, di guidarlo e proteggerlo. Oh, ma guarda. Ringraziando il cielo, fidarsi del prossimo era ciò che meglio gli riusciva e una sana abitudine che lo aveva tenuto in vita fino a quel momento.
Come no.
“Naturalmente.”
Belthil continuò ad arretrare, circospetto.
“Quindi posso andarmene anche subito, vero?”
Certo, a quanto pareva, anche il vecchio che aveva davanti possedeva il Dono. Ma le apparenze potevano ingannare e, se anche queste non lo avessero fatto, non significa assolutamente nulla.
“Senza essere fermato, ostacolato o braccato di nuovo?”
Quante energie gli rimanevano? Poche, quella giornata era stata fin troppo lunga. E quanto Potere abitava ancora in lui? Serrò la mascella, constatandone la pochezza. La finestra. Avrebbe potuto usarla per fuggire, di certo, se solo il vecchio non si fosse trovato sulla sua linea. Ed erano rumori di passi, quelli che percepiva? Grida concitate? Stava per essere accerchiato?

“Credi, sinceramente, che andando via da qui nessuno cercherebbe più di impadronirsi del tuo corpo e del tuo potere?”
Lo scetticismo trapelò dalla sua voce tanto quanto dal suo sguardo.
“L’unico modo che abbiamo per non essere braccati è imparare ad accrescere e controllare il nostro potere. Scappare o restare e combattere. E vincere. Quale ti sembra la prospettiva migliore?”

“Mi sembra molto simile ad un no, come risposta.”
Belthil non trattenne l’ironia; se doveva finire male, tanto valeva prendersi almeno qualche piccolo, innocuo, piacere.
“Per il momento non sembrate molto diversi da chiunque altro ed il tavolo da laboratorio che mi prospettate è solo adorno di qualche bella parola; conosco anche io lo storia di Shandril Shessair, non c’è alcun bisogno di proclami trionfalistici.”
Si inumidì le labbra, cercando di prendere tempo e di ignorare la stanchezza.
“Preferirei continuare a vivere, vivere tutto intero intendo, e non sono sicuro che questo sia il posto migliore. Ma, davvero, grazie tante per l’invito.”
Le ultime parole furono stilettate grondanti ironia ad ogni sillaba. Avrebbero dovuto concepire un inganno migliore, decisamente.

“Nessun proclama trionfalistico. Ascolta ciò che ti sto dicendo, non quanto credi ti stia diceno. Non ho intenzione di lasciarti libero di sterminare i miei maghi, sempre che tu ne sia davvero in grado, ma non ho neppure intenzione di studiarti, come temi, non ne ho bisogno.”
I suoi occhi si velarono di una profonda malinconia, subito scacciata da una determinazione ancora più salda.
“Siamo così pochi, e così divisi… Non possiamo abbandonarci l’un l’altro al nostro destino. Accetta la mia ospitalità ed io ti insegnerò quanto ti occorre per diventare più forte, un luogo sicuro in cui stare e la possibilità di aiutare altri come noi.”

Espirò ed inspirò, a fondo.
“Ascolta quello che
io ti sto dicendo. Non voglio sterminare nessuno, desidero solo andarmene, recuperare le mie cose e sparire. E, fino a che non mi darai una qualche prova, non credere davvero che ti darò fiducia. Non è esattamente questo il modo in cui sono sopravvissuto e tu, in fondo…”
La voce gli si striò di un’ironia velenosa.
“…dovresti saperlo altrettanto bene.”

“Di quale prova hai bisogno, dunque?”

“Potrei dirti di trovare il modo di restituirmi un po’ del potere che ho speso. Ma, anche ammettendo che tu ci riesca… non credo ci sia una prova che riesca a convincermi.”

“Non resterà che darti tempo.”
Si alzò pesantemente, aiutandosi con una mano presto posata sul tavolo mentre l’altra, dopo essersi richiusa per estinguere le fiamme, non fece altro che volgere in sua direzione, attorniandolo con un anello infuocato pronto a restringersi al suo minimo comando.
“Intendila come una misura precauzionale, nel caso tentassi di ferire qualcuno mentre ti accompagno ai tuoi alloggi.”

Inarcò un sopracciglio, raddrizzandosi con una lentezza del tutto calcolata.
“Ho il Dono, non l’abitudine di usarlo per sfregiare indiscriminatamente chiunque mi capiti a tiro.”
E non era del tutto vero. Aveva utilizzato il suo potere più volte di quante potesse ricordare per ferire, offendere, uccidere. Certo, sempre per proteggersi contro minacce effettive o potenziali che fossero. D’altro canto, non era necessario che lui lo sapesse, no?
“E spero che i miei cosiddetti alloggi siano confortevoli, almeno.”
Una smargiassata gratuita mentre terminava, andando a tentoni con l’arto invisibile ed impalpabile che era il suo Potere, di sondare l’anello che lo aveva circondato. Al diavolo, sembrava impenetrabile, impossibile da assorbire.
Sospirò, rendendosi conto di come, almeno, questo gli desse una possibilità di fuga, seppur destinata a rivelarsi estrema.

“Hanno le medesime comodità degli alloggi degli altri membri della congrega. Sei uno di noi, hai poteri speciali, ma allo stesso tempo sei come tutti gli altri. Non aspettarti trattamenti di favore riguardo ad altro che non siano i miei insegnamenti.”
Con una lentezza capace di esprimere una solennità che cancellava del tutto la debolezza, il Maestro prese ad indicargli la via.

Respirò a fondo. Una, due volte. Gli occhi chiusi, il corpo teso come una corda di violino, le mani serrate tanto che, se avesse avuto leunghie più lunghe, probabilmente si sarebbe ferito. Che cosa aveva detto? Non se lo ricordava, con esattezza. Si era scusato per qualcosa, sì.
Ora la porta era chiusa? Flettè le gambe, fino a trovarsi seduto per terra, le braccia che circondavano le ginocchia, la testa china, solo il rumore di un respiro sempre più affannoso. No, per gli dei; quella era tortura.
La nausea salì veloce.
Dopo un tempo indefinibile, Belthil stava esaminando la sua prigione, spostandosi lentamente, per non mettersi alla prova più del necessario. Aveva aperto la finestra, ma quella zona maledetta si estendeva al di fuori, al di là di quanto potesse sporgersi da dietro quelle maledette sbarre, apparentemente non scassinabili. Maledizione.
In preda alla frustrazione, sferrò un pugno alla parete di pietra; fu scosso da un brivido e lo stomaco gli si contrasse. Si lasciò di nuovo scivolare a terra, combattendo il malessere con tutte le proprie forze.
Reclinò la testa contro il muro, gli occhi chiusi. Aveva lavorato con metodo, senza lasciarsi tempo per pensare alla stanchezza, alla fame o alla sete, ma il suo piccolo rifugio era perfetto. Il materasso aveva fornito un’ottima muraglia, chiudendo, una volta opportunamente piegato, un angolo; alle fortificazioni avevano generosamente provveduto gli scaffali, lo scrittoio, la sedia e quant’altro era riuscito a smontare, spaccare o riutilizzare. Aveva risparmiato solo i libri, impilati in un angolo lontano, intonsi. L’arcobaleno che la prima luce del giorno faceva sfavillare sul pavimento di pietra attraverso quello che era rimasto dei vetri della finestra gli strappò un sorriso. Istintivamente serrò la presa sui lunghi cocci di vetro, tenuti assieme da una serie di strisce di stoffa punteggiate di sangue: un piccolo prezzo da pagare per avere qualcosa di simile ad un’arma; oltre alla piccola ed affilata via di fuga estrema che teneva in tasca, si intende.
Lo sferragliare della serratura lo fece scattare in piedi, nel bagno in cui, contrariamente a quanto le apparenze potevano indicare, si era nascosto. Che entrasse, quel vecchio, a prenderlo: lì dentro sarebbe stato un uomo normale, senza alcun potere. E, allora, avrebbe colpito.

11 Aprile 2007

Sotto la luce della luna


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** Altra giocata per passare il tempo. Normal mio, corsivo di André **
Nuvole rade filtravano il tenue chiarore della luna, elegante guerriera nell’impari lotta con le luci del villaggio, quasi volessero proteggere le sue orecchie dal vociare dei radi campanelli di persone che occupavano la piazza antistante il Grande Palazzo.
Poco oltre, sul parapetto della scala che porta alla parte bassa della città, anche i sensi di una figura sottile sembravano tendersi per ascoltare i medesimi suoni.

“Man hlaruva rávëa súrë
ve tauri lillassië,
ninqui carcar yarra
isilmë ilcalassë,
isilmë pícalassë,
isilmë lantalassë
ve loicolícuma;
raumo nurrua,
undumë rúma?”
Lente parole ne inseguivano altre, in un cantilenare spiraleggiante che si alzava, nitido, stagliandosi contro nuvole notturne lattee di luce lunare.
La voce a cui i suoni appartengono si sposta, scivola sulle pietre, sulla scalinata, liquida sull’eternità scolpita.
La figura a cui la voce appartiene camminava lenta, scendendo un gradino alla volta, attenta, si direbbe, più a mantenere il proprio canto nel sottile limbo che separa il suono dal brusio, l’udibile dal confuso, che non a dove poggiava effettivamente i piedi.

Passi inseguivano altri passi, senza badare al rumore prodotto, diretti verso chissà quale luogo e chissà perché. Il frusciare del nero mantello era quasi inudibile, superato dalla voce cantilenante e dai rumori della notte.
L’arco perfetto delle sopracciglia accentuò la sua curva armonica dando spazio ad evidente perplessità, se per l’impossibilità di comprendere o per aver ben compreso non è dato sapere.

Una un lento sospiro segnò l’interruzione del poema e, assieme, del lento avanzare; un sospiro quasi di dolore mentre la schiena, curva, si raddrizzava faticosamente per immergere nella luminosità lattea spiovente un viso segnato, brunito e rugoso come il cuoio di cui sembrava fatta la pelle non poteva certo essere. Bianca luminosità scintillò delicata sulla pelle anziana, tirata sugli zigomi, accendendo di un bagliore delicato gli occhi rivolti verso l’alto.
Ancora un cambiamento, nuovamente segnato da una lieve esalazione che si stava quasi per tramutare in un colpo di tosse; le gambe ricominciarono ad avanzare scendendo i gradini, mentre le labbra riprendevano a cesellare nuovi suoni nascosti, questa volta, appena sopra la soglia del mormorio.

Si sarebbe potuta fermare a sua volta, ma sarebbe parso quanto meno sospetto. Così, dopo un’esitazione che nessun occhio umano avrebbe potuto cogliere, i piedi presero a muoversi con rinnovata agilità fino a portarla alla base della scala.
Appena voltato l’angolo, trepidante, si fermò appoggiando la schiena al muro e badando ad attendere nel più completo silenzio.
E se l’uomo che la stava or ora raggiungendo non fosse stato colui che aveva cercato così a lungo? Avrebbe dovuto consegnarlo al sonno eterno, così era stato scritto, ma non erano questi i pensieri adatti ad occupare la mente in un simile momento: di certo non vi erano stati errori.

Finita una nuova stanza, l’uomo non seppe trattenere un nuovo accesso di tosse, durato abbastanza a lungo perchè i piedi, al suo termine, si siano trovati ai piedi della scala. Un sospiro precede di poco un borbottio allegro rivolto alle proprie giunture, mentre la testa, ornata di pochi, ormai radi, capelli bianchi, si voltava alternativamente a destra e a sinistra, cercando, socchiudendo gli occhi e allungando il collo rugoso in modo sorprendentemente simile ad un rapace, di scrutare nel buio.
Destra.
Presa la decisione, l’uomo si incamminò ad un passo quantomeno incerto, colmo di quell’esitazione che il vino infonde nella gioventù e l’artrite nella vecchiaia. Tra se e sè, instancabile, continuava un borbottio sommesso.

“Una canzone molto graziosa, buon uomo. Sarete così gentile da soddisfare la mia curiosità e dirmi di cosa narra?”
Spuntò alle sue spalle, sorridendo accattivante, interpretando la strada scelta dal vecchio come conferma del suo voler evitare l’incontro.
Il cappuccio era ancora sollevato a coprirle il volto quando le braccia divennero conserte in un gesto apparentemente innocuo.

Voltarsi, quando si ha una certa età, non è un lusso che richieda un breve tempo. Il vecchio si girò laboriosamente, impiegando più di un passo a muoversi, un’espressione confusa sul volto che, ben presto, si dissolse.
Quale meraviglia!
Un giovane!
Con il sorriso raggiante di colui che ama parlare senza tregua per ore, ma, ultimamente, si sia trovato decisamente a corto di pubblico, annuì compitamente, unendo la punta delle dita delle mani e chinando appena il capo.
“Voi, forse…”
Si schiarisce appena la voce, eliminando un fastidioso gracchio, pur non assumendo, in nulla, il tono utilizzato poc’anzi durante la declamazione.
“Voi forse non conoscete il Poema dell’ultima Arca? Una volta, lo ricordo bene, lo si insegnava in tutte le scuole. A questo proposito, ricordo che il mio maestro si curava di dirci che una mente ben allenata è una mente ricca. Quindi questi versi ci erano stati fatti imparare, assieme, naturalmente, al poema dell’addio e… e ad altri, sì. Il poema dell’addio è, anche, meritevole di essere recitato in una notte come questa. Ormai quasi nessuno usa più parole tanto elevate per esprimere il dolore della separazione. Vi basta andare al mercato per rendervene conto… avete visto la terza bancarella sulla sinistra? Le sue insalate sono le più care della città; inoltre, mi dicono, la sorella del garzone è famosa, in certi ambienti…”
Una diga spalancata, un flusso inarrestabile, l’anziano oratore procedette a dare il meglio di sè per intrattenere il suo interlocutore, le pause per riprendere fiato ridotte al minimo necessario, gli accessi di tosse -mai come in tale occasione provvidenziali- quasi del tutto scomparsi.
Un flagello per i timpani e per la pazienza.

La giovane donna sollevò le mani andando a rovesciare all’indietro il cappuggio del proprio mantello. Il volto che comparve era incorniciato da morbidi capelli biondi, all’apparenza così soffici e delicati da creare un netto contrasto con la curva provocatoria delle labbra ed il baluginare divertito degli occhi scuri.
“Sembrate conoscere il dolore della separazione meglio di quanto potrebbe esprimerlo una poesia elfica, signore.”
Si avvicinò di un passo, le braccia nuovamente libere e lo spesso tessuto nero che si scosta quanto basta per mostrare il corpo armonico e disarmato.

Un sorriso solitario increspò le labbra secche da anziano, un sorriso che salì fino agli occhi, infossati e miopi.
“Tanti anni, bambina, portano tante separazioni.”
Scrollò le spalle, scacciando la nota amara che era salita, spontanea, alle labbra.
“Ma tu, bambina, adesso le riterrai parole vuote e senza senso; e così deve essere.”
Sospirò, prendendo fiato, improvvisamente affannato.
“Buonanotte, bambina.”
Alzò una singola mano, nodosa, le dita piegate e contratte, ricca dei calli di chi ha tratto sostentamento dal proprio lavoro, in un saluto rapido, improvvisamente, all’apparenza, dimentico del motivo per cui si era fermato.
Iniziò, ancora, la lenta procedura del voltarsi.

Sollevò una mano a sua volta, coprendo lo spazio che li divideva per andare a cercare quella di lui; lentamente, come un’innamorata, lasciò che le dita si intrecciassero in un gioco fatto di maliziosi sottointesi e di promesse non dette.
“Tante separazioni portano tanti ricordi. Eppure non ne possiedi così tanti quanti vorresti: vedo oltre il tuo aspetto, sento la tua essenza, Portatore, sono qui per aiutarti. Mostrami il tuo vero aspetto.”
La mano libera va a sfiorare il pentacolo che la bionda fanciulla porta al collo, simbolo che molti conoscono ma la cui vera natura è a tutti celata, persa negli antichi libri e nell’oblio del tempo.

Il vecchio trattenne il fiato, le dita giovani e fresche contro le sue, rese meno sensibili dall’età e dalla fatica.
“Oh, bambina…”
Come artigli, la mano anziana si serrò su quella più giovane, attirandola alle labbra secche e sottili, mentre la mano libera si inoltrava nel dedalo di stoffe e tasche che erano le sue vesti.
“Sei una di quelle.”
Sciolse la presa in un sospiro sconsolato, girando la mano per spostare le dita sul polso di lei.
“E’ una brutta strada, bambina, troppo brutta.”
La mano libera riemerse stringendo tra le dita ossute una moneta d’argento in una presa leggermente tremante per l’artrite.
“E’ tutto quello che posso darti.”
Appoggiò la moneta sul palmo di lei, scuotendo piano la testa; la mano, adunca e leggermente tremante, si spinse invece, appena esitante, a metà strada, verso il viso della donna, fino a prenderne il naso tra indice e medio. Una lieve stretta dopo, le dita erano chiuse attorno al pollice, miracolosamente chiusosi.
Un sorriso rugoso, un nuovo cenno di saluto.

Gli occhi si socchiusero mentre il fiato trattenuto le donava l’espressione di una bambina arrabbiata. Portatore o meno, nessuno poteva mancarle di rispetto e pensare di voltare le spalle impunemente.
Attese con pazienza che il vecchio si trovasse ad una distanza sufficiente da non poter rappresentare un immediato pericolo, muovendo a sua volta un passo all’indietro, per poi unire le mani davanti al volto, generando un doppio angolo retto rispetto agli avambracci tesi in posizione orizzontale.
Una bassa cantilena usci dalle sue labbra, con cadenza ed intonazione che rivelavano una perfezione raggiungibile solo in anni ed anni di studio.

Ora… sinistra, certo!
Non è stata che una breve esitazione quella che ha colto la figura traballante del vecchio. Svoltò, rapido, in un vicolo, un’abituale scorciatoia che lo avrebbe riportato a casa con qualche minuto di anticipo.

Un passo dopo l’altro fino a ripercorrere la strada già segnata dal vecchio, la giovane dovette tenere a bada la magia da lei stessa richiamata, vibrando al suo tocco vivo e freddo, fino a dimenticarsi finanche di respirare. Voltato l’angolo, il volto contratto, le fu sufficiente catturare con lo sguardo il capo della sua preda perché le mani scattassero in avanti, le dita aperte e pollici ed indici uniti a formare un pentacolo. La voce si alzò di un tono mentre il Potere prese a scorrere prepotente per suo tramite, ansiosa di svelare allo sguardo ciò che la mente già conosceva.

Iniziò a correre nel momento stesso in cui percepì i filamenti di magia sfiorargli le gambe e lambirgli le braccia. Una dispersione, ebbe modo di constatare, mentre le tozze gambe iniziavano un frenetico movimento; quando si domandò perchè stava scappando, invece di incenerire quella piccola impudente -ed una dozzina di buone risposte gli vennero alla mente, le gambe erano già divenute, nuovamente, quelle che la natura gli aveva donato, lunghe ed agili.
Un improvviso scatto in avanti, dovuto al cambio nelle dimensioni del suo corpo, lo fece barcollare ed incespicare e, per poco, non cadde a terra. Se lo sarebbe anche meritato, gli gridò dietro un angolo della sua mente: come si fa ad essere così idioti? Di corsa, si infilò in un vicolo, senza neanche controllare se la sua cacciatrice lo stesse inseguendo; dare per scontato alcune cose gli aveva salvato la vita. In più di un’occasione.
Quando si fermò, tuttavia, la sua mente aveva già selezionato l’incantesimo che avrebbe operato e le mani avevano già preso ad intrecciare, nell’aria, i simboli attraverso cui avrebbe veicolato il potere.
Quando pronunciò le poche sillabe necessarie, dovette sopprimere l’impulso di serrare la mascella; era sempre pericoloso, per lui, utilizzare la magia e il brivido di Potere che lo attraversò, partendo dalla palma dei piedi, gli ricordò, dolorosamente, la sua condizione.
Quando si girò di scatto, tuttavia, non seppe sopprimere un sogghigno nel constatare che il suo sguardo trapassava le sue mani protere verso l’imboccatura del vicolo, divenute del tutto invisibili.
Che venisse avanti, ora.

Iniziò a correre non appena le fu possibile, approssimativamente quando il corpo del vecchio iniziò a trasformarsi in quello agile e giovane che aveva sempre sospettato.
Girò l’angolo così come aveva fatto lui stesso poco prima, imprecando a voce bassa per l’mpossibilità di preparare un altro incantesimo: non poteva indugiare, le stava sfuggendo.
Solo quando il vuoto le si parò innanzi decide di arrestarsi, bruscamente, andando ad addossare la schiena ad una parete e guardandosi sospettosamente attorno; la via era troppo lunga perché potesse averla percorsa tutta, non poteva che trovarsi ancora nei paraggi, nascosto.
Le mani si nascosero sotto le falde del mantello mentre la voce spandeva nell’aria le proprie note suadenti.
“Perché fuggi? Sono stata mandata per indicarti la via, non devi temermi, non devi fuggire… Mostrati a me, ed io ti farò da guida.”

Naturalmente.
Non perse tempo a rispondere, raccogliendo la concentrazione necessaria a gestire quel potere che sentiva, ora, agitarsi quattro dita sotto l’ombelico, scalpitante ed infuocato.
Inspirò a fondo, mirando in un punto imprecisato all’interno del corpo della sua cacciatrice, all’altezza dello stomaco; un vero peccato, doverlo fare, ma, in fondo, non era colpa sua.
La mente, con una dimostrazione di forza di volontà adamantina, canalizzò il potere, risvegliandolo; un tepore leggero che gli aveva soffuso il volto lasciò spazio al consueto, sempre nuovo, iroso sorgere del Dono, che ruggiva lungo i suo nevi al calor bianco.
Si manifestò sulla punta delle dita, ardendo nell’aria, un bollente getto di Magia liquida e selvaggia, che sfrecciò verso un futuro mucchietto di cenere.
Dopodichè, sarebbe venuto il momento di scappare di nuovo; magari in una città sulla costa, questa volta.

Strinse con forza le dita sulla piccola pietra che portava in tasca, conducendola davanti al petto non appena l’energia bruciante la raggiunse, imperiosa, con la stessa intensità di una tempesta di sabbia: violenta e accecante.
Il potere le pulsò attorno, lambendola e sibilando come una creatura viva quando si accorse di non potersi cibare della sua carne e delle sue grida.
Quasi fossero veli incandescenti, le fiamme si ritirarono non senza opporre resistenza, vorticando sopra le sue mani per venire infine assorbite da ciò che esse sorreggevano.
Le era stato detto. Lui l’aveva avvisata che sarebbe accaduto, ma solo allora si rese conto di quanta importanza potesse avere davvero: se non fosse stata così attenta probabilmente ora sarebbe già morta.
Era spaventata? Il battito accelerato le suggeriva di sì, ma non era il tempo per porsi stupide domande, era il momento dell’azione.

Ma che cosa diamine…. dannazione!
Si costrinse a riportare la mente agli attuali problemi. Che erano, in effetti, gravosi.
Con insospettata lucidità, analizzò la situazione. Appariva evidente che la fanciulla che si trovava ad avere come nemica sapeva qualcosa su di lui. Quanto? Impossibile dirlo, ma, di certo, abbastanza per aver trovato il modo di neutralizzare del tutto quel primo attacco.
Quanto potere avrebbe potuto divorare, quella pietra? Impossibile dirlo con certezza; di certo, sarebbe stato rischioso continuare ed ogni volta, sempre di più, avrebbe potuto attirare gli altri cacciatori. Non erano mai soli, mai.
Naturalmente, l’essere tornato visibile non aiutava affatto.
Inspirò a fondo, prima di voltarsi: attendere, fermo, con la concentrazione necessaria ad assorbire la magia che lei avrebbe, probabilmente, utilizzato, avrebbe certamente significato essere in balia degli altri; chissà quanti erano. La fuga, una rapida corsa ed un volo, rapido, potevano essere la sua sola speranza.

Veloci, le mani fecero scomparire la pietra chissà dove, andando a posizionarsi attorno al pendente che portava al collo ed incurvandosi come a voler replicare la forma perfetta del cerchio esterno.
Una parola, una sola, secca come lo schiocco della frusta, ed il potere sembrò quasi svuotarla defluendo verso colui che si trovava innanzi. Fredda energia paralizzante, una delle poche che poteva permettersi di usare senza causargli alcuna ferita.

Sciocca arrogante.
Come una belva famelica, scatenò il Dono contro quel potere. Lo avrebbe incamerato, assimilato, lo avrebbe fatto divenire parte di sè. E poi lo avrebbe lanciato contro di lei, consumandola fino alle ossa.
Assorto in tali elucubrazioni, mancò del tutto il proprio scopo; il potere, gelato come i peggiori getti d’acqua di fiume, gli si insinuò sotto i vestiti, strisciandogli sulla pelle in una carezza che lo lasciava intorpidito, anestetizzato.
Un’istintiva paura fece in tempo ad affiorare sul suo volto, prima che i suoi lineamenti venissero paralizzati, bloccati, pietrificati, riducendo ad un gorgoglio le parole che aveva pensato di pronunciare.
No. Per gli dei, no.

Esasperò il sospiro che le era giunto alle labbra fino a tramutarlo in uno sbuffo di sollievo. Andare così vicino alla morte risultava sempre provante.
Si riassettò il mantello sulle spalle con gesti sicuri e vagamente spazientiti, avvicinandosi poi per poterlo osservare con maggiore tranquillità.
“Ho detto che non ti avrei fatto male, ero sincera. Certo, avrei preferito evitare tutto questo trambusto, ma a quanto pare non potevi proprio farne a meno.” Si strinse nelle spalle, riflettendo quello stesso gesto nell’espressione del volto. “In ogni caso permettimi di presentarmi: il mio nome è Varima, lieta di conoscerti. Sei stato gentile a concedermi qualche minuto del tuo tempo, prometto che non te ne pentirai”
Il sorriso che le affiorò alle labbra non poteva che essere provocatorio e provocante, come sempre, quasi non potesse fere altrimenti.

L’incantesimo sembrava del tutto solido.
Come una seconda pelle che aderisse alla sua, non trascurava un solo centimetro di lui o del suo potere, rendendogli, al contempo, impossibile muoversi, lanciare incantesimi o utilizzare la propria facoltà di assimilare la magia.
Se avesse potuto muoverle, dalle labbra gli sarebbe uscita una risposta piccata; o forse un sospiro. O magari un’imprecazione. Certo che non intendeva fargli del male: lui valeva molto di più da vivo e da integro. Cercò, senza successo, di chiudere gli occhi, mentre scacciava dalla sua mente l’immagine di un tavolo da laboratorio.
No, non sarebbe accaduto.
Si rilassò, smettendo di lottare contro la costrizione che gli serrava i muscoli; non appena si fosse potuto muovere, le avrebbe dato un assaggio di un caldo benvenuto. Pietra o non pietra.

“Conosci il simbolo che ti ho mostrato?”
Proseguì senza attendere un’impossibile risposta, prendendo a camminare avanti ed indietro proprio davanti a lui.
“Immagino di sì, su di noi sono state dette talmente tante sciocchezze che non c’è da stupirsi se ora viviamo nascosti. Suppongo, tuttavia, che un breve ripasso non ti farà male. Siamo una gilda di maghi. Una gilda potente ed antica, non parteggiamo per il bene o per il male ma semplicemente per noi stessi: scegliamo i nostri membri in virtù del loro potere, non delle loro inclinazioni morali o dei loro valori. Ti starei chiedendo cosa centri con tutto questo. In effetti me lo sto domandando anch’io: se ti consola non ero d’accordo riguardo all’invito che ti sto rivolgendo e credo di avere persino meno voglia di te di essere qua, cerca quindi di essere accomodante, te ne prego, non è stata una bella serata.”
Gli occhi si socchiusero in un’espressione assonnata, compagni del sinuoso stirarsi delle membra, quasi fosse un gatto trasformato per dispetto in carne umana.
“Sono stanca e vorrei riposare.”
Una breve pausa, giusto il tempo di assaporare il silenzio della sera.
“Bene, adoro non essere interrotta… dovrei rivalutare questo incantesimo. Dov’eravamo rimasti? Ah sì, l’invito.”
Un nuovo sorriso e nuovi passi la portarono ad un palmo da lui, costringendola ad alzarsi in punta di piedi per poterlo guardare diritto negli occhi.
“Non sono sicura tu sappia gestire sufficiente potere per poter essere nostro pari, ma il Maestro ha ragione, tu sei potere - inspirò a fondo, come a cercarne una nuova conferma - ne hai il profumo. Vuoi sapere chi è il maestro? E’ colui che può insegnerti a gestire il tuo dono, colui che mi ha mandata fin qui per porgerti i suoi omaggi. E’ anch’egli un Portatore. Hai capito cosa sto cercando di dirti? Temo di non essere stata scelta per le mie doti oratorie”
Sorrise ancora, allontanandosi di qualche passo senza mai smettere di guardarlo.
“Se dovessi liberare una parte del tuo corpo prometti di fare il bravo? Se mi farai del male non potrò indicarti la strada…”
Un rapido cenno della mano e la pietra tornò tra le sue dita, liscia e scura come poco prima, facendo da contrappeso al diminuire della pressione esercitata dalla magia sul capo di lui.

Serrò la mascella, gli occhi socchiusi, a valutare le parole che lei, Varima, gli aveva appena rivolto. Sciocchezze. Non aveva incontrato nessuno, in un’esistenza secolare, nessuno che non volesse studiarlo, sezionarlo o chissà che altro. E se questo cosiddetto Maestro avesse posseduto il Dono, perchè lui stesso non si era recato da lui? Per quanto lo riguardava, una gilda antica, misteriosa e potente equivaleva solo a tormenti infiniti.
Si inumidì le labbra con un lento gesto calcolato, procedendo poi a soffiarsi via dagli occhi una ciocca ribelle.
“Quindi…”
Prese tempo, tastando la solidità dell’incantesimo; ancora buona, diamine.
“…se rifiutassi
cortesemente di seguirti, sarei libero di andarmene per la mia strada?”
Ma certo, naturalmente; e non appena gli avesse voltato le spalle, si sarebbe trovata piuttosto a mal partito.
Forse, e ed era solo un forse, quella situazione si sarebbe risolta prima che si rendesse necessario presentarsi.

“Gli dei volessero! No, temo che un rifiuto non sia stato preso in considerazione. Hai mai incontrato qualcuno che desidera ardentemente salvare un suo simile senza avere il minimo rispetto per il suo volere da suicida? Se la risposta è no, stai per colmare questa mancanza.”
Sollevò una mano, come per bloccare qualsiasi protesta.
“Lo so, lo so, il mondo è crudele, tutti vogliono usarti da cavia, desiderano capire cosa si nasconde dentro il tuo corpo da elfo eccetera eccetera. Può essere che qualcuno cerchi di mettere le mani su di te anche presso di noi, ma sarei disposta a scommettere qualche oggetto magico di inestimabile valore che questo non accadrà: il Maestro incute troppo timore e rispetto perché qualcuno osi disubbidirgli. Un timore ed un rispetto che potrai incutere anche tu, quando sarai in grado di controllarti e di canalizzare la tua forza. Naturalmente con me non funzionerà, non potrai costringermi a non raccontare il nostro primo fantastico incontro.”
Un dito andò a posarsi sotto al mento accentuando l’aria pensosa contemporaneamente assunta.
“In effetti dovrei inventare qualche dettaglio per rendere tutto un po’ più movimentato… suggerimenti?”

“Oh, in questo caso ti devo chiedere di essere generosa con me, quando ne parlerai alle tue amiche.”
Possibile che quel dannato incantesimo non avesse un solo cedimento? Ormai doveva essere circondato; dovevano essere molto furbi, riflettè l’elfo, per non farsi vedere… in questo modo, evitavano di rivelare le loro esatte posizioni e il loro numero.
“Potresti raccontare di avermi trovato cammuffato da centauro, anzichè da povero vecchio. Sono sicuro che la mia immagine ne gioverebbe parecchio.”
Poteva fare un tentativo? Forse, prendendola di sorpresa, poteva riuscire ad eliminarla; ma come confrontarsi con gli altri? Rispondendo all’inespresso pensiero dell’elfo, gli occhi saettarono da una parte all’altra del vicolo, cercando qualche segno distintivo, l’impronta di qualche aura magica, qualcosa che potesse segnalargli la presenza di qualche cacciatore.
Niente.
Doveva esserci una sola spiegazione: erano schermati!

25 Marzo 2007

L’apprendista e l’assassino - X


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Sospira, chinando appena il capo e scuotendolo piano, atteggiando il volto ad una condiscendenza velata da una pazienza messa alla prova.
“Anche io possiedo di queste pessime abitudini, invero…”
Si inumidisce le labbra, tornando ad una postura completamente eretta.
“…sono i postumi di una cattiva educazione, temo.”

“Mi privi di ogni gratificazione… Speravo fosse colpa mia, in verità.”
Tenta di mantenere più a lungo la serietà raggiunta, ma è costretta nuovamente a capitolare, accentuando l’inclinazione della schiena nella chiara intenzione di sbilanciarsi.
Un gioco, solo un gioco, poi vi sarà tempo anche per la serietà e per quella risposta che non ha dimenticato e che desidera ancora.

La regge, per qualche attimo, in equilibrio; stufatosi del gioco, ben presto in verità, la riattirà a sè con una sorta di strattone.
“Mai detto che non lo fosse. Aggiungeremo anche questa al lungo elenco delle tue colpe…”
Tentenna, per qualche attimo, riflettendo sull’opportunità di completare la frase con le parole che gli erano giunte, originariamente, alle labbra; l’indecisione, nella volontà di non dar vita a lunghe pause, non può che essere, forzatamente, passeggera.
“…elenco che tua sorella pare non conoscere troppo bene, ho notato.”

L’idea di una lunga lista recante tutte le sue colpe la colpisce meno che non l’ultima parte della frase di lui: su quale argomento si è svolta la conversazione dopo che ha abbandonato la stanza? Dannazione, non sarebbe mai dovuta andar via!
Piccoli segni si formano tra le sopracciglia quando queste vengono corrugate, seguendo il percorso tortuoso dei penieri.
“Hai notato?”
Si limita a ripetere in tono interrogativo, rivolgendogli uno sguardo sospettoso.

“Già.”
Si concede uno sguardo circolare alla sala, una lunga occhiata che non vede assolutamente nulla, con il solo scopo di prendere tempo, guadagnare qualche attimo di pausa.
Le labbra, increspate da un sorriso appena soffuso, tornano ben presto a piegarsi, morbidamente, all’esigenza della parola.
“O intuito, sarebbe più corretto dire, dai numerosi rimproveri indirizzatimi per l’aver svegliato, nel cuore della notte, tutta una casa con urla disumane solo per dare una…”
Un’esitazione esagerata, squisitamente retorica.
“…dimostrazione eclatante quanto inutile.” e, sui due aggettivi, la voce si colora di una sfumatura appartenente a quella di Alissa, in una blanda imitazione apparentemente involontaria.
Lo sguardo torna, rapido, negli occhi di Vadania, improvvisamente carico della durezza spietata propria di un’ironia brutale.
“Una persona decisamente brillante, tua sorella. Se solo non traesse conclusioni tanto affrettate…”
Un sospiro di rammarico abbandona le labbra dell’assassino subito dopo le sue parole, sigillo impalpabile della sua spiegazione.

“Sa che sei stato tu? Non hai confermato i suoi sospetti, vero? Per gli dei, dimmi che non l’hai fatto…”
E’ una nota di pura angoscia quella che le sfugge dalle labbra: Alissa non avrebbe mai approvato che un individuo dal passato come quello di Lugaid frequentasse la loro casa, a maggior ragione dopo aver udito così bene le conseguenze del suo lavoro.
Fa per divincolarsi, una mano che sale a cingere la fronte.
“Alissa è molto più che brillante, se solo la smettesse di assomigliare così tanto a nostro padre potrebbe realizzare qualunque cosa”

Li ha confermati? Oh, sì che lo ha fatto.
“Credo sia così ferma nelle sue convinzioni da non aver bisogno di conferma alcuna.”
Scrolla le spalle con il medesimo gesto con il quale la scioglie dal suo abbraccio.
“E, in effetti, ha pienamente ragione.”
Una nuova pausa, studiata, lunga il tempo necessario per conferire il giusto peso alle parole che sta per dire.
“Quando dice che sono una persona pericolosa, intendo. Troppo pericolosa per starti accanto.”

Si volta a guardarlo, la mano che si stacca dalla fronte e si ferma a mezz’aria.
“Davvero? Ed io non lo sarei a sufficienza? Dimmi che la mia famiglia è in pericolo e consegnami un’altra dose di quel veleno, Lugaid, fallo e scopriremo ben presto chi di noi due è più pericoloso. Non ho scrupoli se è per una causa giusta, non dimenticarlo. Mai.”

Le posa l’indice destro sulle labbra prima che abbia terminato di parlare.
“Una giusta causa… quante remore morali.”
Si lascia sfuggire una risatina sommessa, cui seguono parole in tono pesante, grave più di quanto desiderasse.
“E’ più comodo che perseveri nelle sue convinzioni e non vi è bisogno che sappia tutto. Inoltre…”
Un sorriso torna a sfolgorare sulle sue labbra, mentre il tono si fa divertito, leggero.
“…in alcuni ambienti, potrebbe giovare ottimamente alla mia reputazione. Non certo un lavoro pulito, ma di grande effetto… al giorno d’oggi, si cerca più l’apparenza che la sostanza.”

“E più comodo per chi e, soprattutto, perché? Credi non sia in grado di accettare che la sua dolce sorellina si è dimostrata capace di un’azione come questa?”
Si lascia sfuggire una breve risata, giunta a proposito per celare il brivido che la percorre al solo ricordo.
“Non potrei immaginare causa migliore per la quale mettere mano al pugnale, o al veleno. Non rinnego quanto è accaduto”

Si lascia sfuggire un sorriso obliquo, che permane qualche attimo sulle sue labbra prima di sciogliersi in parole.
“Credo che, se sospettasse che io ho traviato la sua dolce sorellina, deciderebbe di farmi ammazzare il più in fretta possibile.”
Le parole sono cantilenanti, allegre, quasi insolenti, quasi come fossero pronunciate da una bocca diversa da quella appartenente al padrone delle mano che, ora, sta tornando a sfiorare il viso di Vadania.
“In ogni caso, non credi sia meglio non esasperare la sua capacità di sopportazione, per il momento?”

Allontana con la propria la mano di lui, rivolgendogli uno sguardo sgarbato.
“Ne parli come di qualcuno che ti accingi a raggirare… Non pensarci neppure. Se non altro perché non è così stupida da permettertelo. Piuttosto, accetta la nostra ospitalità per questa notte e immagina di poter dormire su un letto così soffice ogni volta che lo desideri, immagina di poter sentire quello stesso profumo e di svegliarti con quella stessa luce soffusa. ti sarà utile quando dovrai decidere tra una mano armata ed una disarmata.”
La voce si fa via via più suadente mentre le punte dei piedi divengono lentamente l’unico appoggio che si concede.

Esala un lungo sospiro, il volto atteggiato ad un’espressione di corrucciata rassegnazione palesemente esagerata. Quando torna a parlare, tuttavia, il tono è sommesso, carezzevole, le parole come un fluido denso e tiepido.
“Non posso dire di non apprezzare la ruvida schiettezza di un materasso poco più che comune, eppure, mia signora, la tua proposta mi alletta… Ah, mia madre mi diceva sempre di guardarmi dalle donne che offrono letti soffici e profumati. E, magari, anche tipiedi.”
Ed è un’occhiata profonda quella che, maliziosa seppur non lasciva, Lugaid scocca a Vadania; interpretabile a piacere, certo, ma non in molte declinazioni.
Eppure, quando le parole tornano a fluire dalle labbra dell’elfo, sono come stridio di vetri rotti, taglienti, crudeli, asciutte e graffianti.
“O, almeno, credo che me lo avrebbe detto, se non fossi stato venduto ad un uomo con una spiccata predilezione per i teneri, giovani elfi. Certo, c’è da dire che quel letto non era morbido, nè profumato, nè tiepido.”
Con un passo, scivola fuori dallo spazio di Vadania, il corpo che mantiene una postura morbida almeno quanto la mascella, serrata, gli rende difficoltoso parlare con il consueto tono di voce.
“Accetterò il tuo gentile invito, ad ogni modo.”
Un inchino, rigido, formale, quello di un servitore ad una nobildonna.

Deglutisce a vuoto, sentendo salire al volto un rossore che tenta di nascondere chinando il capo, ed è solo quando le parole di lui si spengono, come la fiammella della candela di cui resta solo l’acre odore del fumo, che giunge nuovamente a guardarlo, il capo che torna eretto ed una mano che si allunga in sua direzione, rigirando infine il palmo candido verso l’alto.
“Vieni, allora”
Lo invita, forse più esitante di quanto sarebbe opportuno e comprensibile.

Non proferisce parola mentre, con una lentezza che non è indolenza, solleva a sua volta una mano e la poggia, come si trattasse di sfiorare un delicato lavoro di cesello su foglia d’oro, sul palmo di Vadania. Il tempo di un respiro dopo, ha racchiuso la mano dell’elfa tra le dita, stringendo delicatamente.
Verrà, sì. Ma dove?

Passo dopo passo si muove all’indietro, trascinandolo nella sua stessa direzione senza che le proprie dita vadano mai a catturare quelle di lui. Quando la schiena si appoggia ad una delle porte è la mano libera che cerca la maniglia senza che lei stessa debba voltarsi. Uno scatto netto ed il lento persorso può proseguire.
Non c’è bisogno di spiegare a Lugaid dove si trovi.

Riesce a non deglutire a vuoto mentre segue Vadania, passo dopo passo, senza mai ridurre le distanze nè, tuttavia, lasciando che si dilatino. Mantiene lo sguardo, fisso, negli occhi di lei, utilizzando solo la visione periferica per orientarsi.
L’addestramento di una vita gli viene in soccorso per mantenere il respiro regolare e l’espressione impassibile, a meno di un leggero sorriso appena ammantato sulle labbra.

La stanza è quella che Lugaid già conosce, con l’ampio letto a baldacchino e pochi mobili ben disposti lungo le pareti perimetrali. Le tende sono richiuse, poiché la camera resta sempre pronta per la sua unica funzione.
Vadania prosegue verso il candelabro a sei braccia, indecisa se tentare o meno di liberare la propria mano, quindi, una volta raggiuntolo, prende una delle candele per poterla accendere alle fiamme del caminetto.

Scioglie, lentamente, la presa che trattiene la mano dell’elfa, senza tuttavia interrompere il contatto, nella precisa volontà di lasciarle la possibilità, se dovesse volerlo, di farlo lei stessa e riprendere possesso della sua estremità.
Rimane immobile, in attesa, lasciando scorrere lo sguardo attento lungo pareti e mobili ben conosciuti, evitando di proposito di soffermarsi sul baldacchino.
Il sorriso sulle sue labbra, inconsapevolmente, si allarga di una misura quasi impercettibile.

Ritrae la mano con la medesima lentezza di una carezza, voltandogli poi le spalle con una mezza giravolta prima di avviarsi verso il caminetto, la candela ancora tra le mani.
E’ solo quando vi si accuccia davanti, porgendosi perché lo stoppino possa prendere fuoco, che le sue labbra si schiudono dando spazio a parole che sembrano voler accompagnare lo scoppiettare delle fiamme.
“Non vuoi metterti comodo? Il sole è tramontato da parecchio tempo, ormai”

Silenzioso, felpato, si muove elastico dietro la sua preda, accucciandosi alle spalle di Vadania, le gambe sufficientemente allargate da consentirgli di avvicinarsi. Il contatto inizia, leggero, dalla schiena, entrambe le mani, giunte, che si appoggiano in corrispondenza della colonna vertebrale; un centimetro dopo l’altro, i palmi si poggiano e si spostano, scivolando, sui fianchi dell’elfa. Le mani indugiano, per qualche attimo, sulle anche di Vadania e quindi, superatele come avessero scavalcato la cime di due montagne, procedono più rapide sul suo ventre, andandosi ad intrecciare all’altezza dell’ombelico, immobili.
E’ in quel momento che le labbra, fattesi impudentemente vicine, le si poggiano leggere sul collo, muovendosi piano in una carezza che è, al contempo, tiepida e morbida. Un fuggevole attimo dopo, il contatto è interrotto e le labbra si sono portate in prossimità dell’orecchio per liberare i suoni che custodiscono, leggeri, appena arrochiti, al di sopra della soglia dell’udibilità.
“Temo di non avere i miei bagagli, con me. Inoltre, ritengo spetti alla padrona di casa il diritto di mettersi comoda, per prima.”

Immobile, senza sapere come comportarsi, lascia che la clessidra si liberi di un numero indefinibile di granelli di sabbia prima di posare una mano a terra, quasi avesse bisogno di uno slancio per potersi rialzare. Sorride forzatamente nel raggiugnere il candelabro per spartire tra tutti i lumi il fuoco raccolto, testimoniando la crescente tensione che la coglie.
Si sta prendendo gioco di lei? Sicuramente, la sta mettendo in difficoltà per cibarsi del piacevole sapore della provocazione e, dannazione, ci sta riuscendo alla perfezione.
“Manderò un servitore perché possa prenderti qualcosa di adatto. Abbiamo ancora gli abiti di mio padre…”

Si sposta pigramente, senza seguire un percorso rettilineo, rendendo indefinibile la propria meta finale. Giunto in prossimità del bordo del letto, gli volge le spalle con un mezzo giro e vi si lascia cadere seduto sopra, le mani all’indietro a sostenere una posa appena reclinata.
Arriccia le labbra, inspirando a fondo, senza curarsi di nascondere il dubbio nella voce.
“Gli abiti di tuo padre…?”
Solleva e riabbassa le spalle con un movimento che ne distende anche i tratti del viso.
“Come ritieni meglio.”
Volta poi il capo, di lato, spostando lo sguardo su una delle mani che ha posato sul letto, inerte sostegno al proprio peso.

Andò lei stessa, lasciandolo solo per qualche tempo, fino nelle stanze di suo padre, per prendere quanto occorreva loro: un paio di comodi pantaloni ed una casacca morbida che non recasse disturbo durante le ore notturne.
Uscire da quegli alloggi le costò non poco, carichi com’erano di mille ricordi, eppure non poteva permetersi di indugiare, non in quel momento. Il corridoio risultò buio e vuoto mentre lo percorreva a passo svelto, guardando diritto davanti a sé. Una volta tornata da lui non aveva fatto altro che consegnargli l’involto prima di ritirarsi in una piccola stanzetta adiacente, così da cambiarsi a sua volta. Eccoci, dunque, giunti al tempo presente.

Spesso, nel pensare ad un combattente, si pone l’accento tra il rapporto empatico che si crea tra questi e le sue armi. Un prolungamento del braccio, un’estensione di sè, quasi un arto sensibile.
E’ giusto, ovviamente. Le armi, le spade, i pugnali, gli aghi avvelenati, gli archi, le frecce, le balestre, persino le fionde debbono essere familiari, ad un Assassino, quanto le sue stesse dita. Non che queste ultime, di per sè, non siano qualificabili come armi, ovviamente.
Quasi nessuno, tuttavia, pensa alle vesti. Eppure, come chiunque abbia intrapreso la Libera Professione da un tempo ragionevole per poter esibire la propria stessa vita come un vanto non fa mistero di sapere, ciò che si indossa è altrettanto importante di ciò che si adopera come arma.
Una seconda pelle, una protezione ed assieme un ostacolo, una veste dev’essere esplorata a fondo, conosciuta, posseduta in ogni sua cucitura, ogni sua giunzione. Questo, incidentalmente, è il motivo per cui i Liberi Professionisti tendono a vestirsi sempre con lo stesso modello d’abito; più che mancanza di fantasia o di cura, è attaccamento alla vita e meticoloso puntiglio.
Padroneggiando in tal modo i propri vestiti, Lugaid non impiega che qualche attimo per liberarsene, lasciando correre le mani, veloci, in gesti essenziali e meccanici, ripetuti un numero di volte così elevato da rendere inutile l’assistenza degli occhi. Rivestirsi, ovviamente, non richiede, alla clessidra, un dispendio molto maggiore di granelli di sabbia; infilarsi un paio di pantaloni morbidi ed una casacca comoda non è certo un’operazione difficoltosa, cosicchè qualche attimo può essere dedicato ad un’attenta sistemazione delle proprie vesti che, piegate accuratamente, finiscono poggiate su una sedia.
Un sospiro precede la lunga occhiata che Lugaid rivolge a sè stesso, trovandosi, nel complesso, sopra la soglia dell’accettabilità. Dopo un breve attimo di esitazione, decide di scostare le coperte del lato destro del letto e di iniziare a saggiare la tanto vantata morbidezza del materasso, seduto, piuttosto rigidamente, la schiena poggiata alla testiera e le gambe che si intrufolato sotto le coltri.
Una veloce occhiata, il labbro inferiore intrappolato tra i denti, e Lugaid si concede di scivolare verso il basso, rannicchiandosi in posizione fetale sotto le coperte, gli occhi chiusi, lasciandosi avvolgere languidamente dalla morbidezza e dal profumo, misto, di pulito e di Vadania.

14 Marzo 2007

L’apprendista e l’assassino - IX


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Abbassa le mani in un sospiro, un sopracciglio appena inarcato ed un’aria di stanca condiscendenza sul volto.
“Siete crudele, sapete.”
Alza le spalle, adagiandosi nuovamente contro lo schienale. Si inumidisce le labbra, prima di tornare alla parola.
“Tuttavia errate, se mi credete in possesso della facoltà di placare il suo animo.”
Si concede un sogghigno divertito, rapido come il ricordo di eventi non troppo remoti.
“Di norma, anzi, sembra che io la esasperi oltremodo.”
Esala ancora un sospiro, voltando pigramente il capo verso la porta. Quanto tempo lasciar passare, prima di raggiungerla? Come conciliare l’esigenza di abbracciarla, subito, con quella di spiegarle, di calmarla, di non saperla adirata con lui? Il labbro inferiore viene eletto a capro espiatorio e tormentato dai denti sull’onda di simili dubbi.

“Vadania è giovane ed impulsiva, voi siete adulto, Lugaid. Se lei non è in grado di compiere la scelta adeguata siate voi tanto saggio da prenderla per entrambi.”
Il cameriere posa il vassoio sul tavolino, venendo congedato con un grazioso cenno della mano: avrebbe pensato lei agli onori di casa. Quella che stava per essere pronunciata non era una conversazione adatta ad altre orecchie se non quelle dei due interlocutori.
“Torno a ripetervi che non apprezzo frequentiate mia sorella. E’ più influenzabile di quanto non sembri, ed è impulsiva. Avete scelto un gesto tanto eclatante quanto inutile, se solo aveste aspettato…”
Si lascia sfuggire un lungo sospiro, cuotendo poi il capo come per allontanare pensieri ormai inutili.
“Siete certo di non volermi tenere compagnia con una tazza di tea?”

“Consideratela un’inutile e sciocca prudenza. Una sorta di vizio professionale.”
Accompagna le parole con un cortese gesto di diniego, per poi tornare a portare le mani a sè, ferme.
“Neanche voi siete adulta, mia lady. Non abbastanza da attendere di avere un quadro completo prima di trarre ogni possibile conclusione, quantomeno.”
Sorride, alzandosi con finta pigrizia, palesando un’immaginaria fatica. Una volta nuovamente eretto, dedica qualche attimo al ripianamento di pieghe inesistenti nel tessuto della veste, silenzioso.
Lui avrebbe scelto? Ah, ma andiamo. Un professionista, far urlare tanto a lungo la sua vittima? Suvvia, non siamo ridicoli, non può fare a meno di pensare l’elfo. E le altre vite, spente in fil di spada? Ed il governatore?
Un sospiro ed un leggero dondolio del capo pongono fine a quella sequela di pensieri seccanti; lord Ember, lui sì che sapeva come comportarsi: commissionava l’informazione, la riceveva, la pagava. Puntualmente, regolarmente e senza intromettersi.
Un’occhiata, silenziosa, alla porta; quanto può essere adirata con lui Vadania?

Solleva la propria tazza, portandola alle labbra senza prenderne alcun sorso.
“Può darsi. Ma lei non è per voi. Non voglio che si accompagni a qualcuno di… pericoloso. Convenite di esserlo?”

“I vostri timori sono più che comprensibili. I vostri ragionamenti corretti.”
Per un solo, fugace attimo, è l’assassino ad affiorare sulle labbra di Lugaid in un sorriso gelidamente inespressivo, atono ed incolore.
“Non sono disposto ad andarmene.”
Una frase degna di un proclama, pronunciata con il tono piatto delle constatazioni banali, marginali.
Volta le spalle e si incammina senza aggiungere nient’altro, la mente già rivolta a problemi più grandi ed importanti: come scusarsi con Vadania? Bussare od entrare? In che modo tentare di parlarle?

“Perché?”
E’ solo la sua mano a postarsi, poggiando la tazza lì dov’era adagiata fino a poco prima, la voce tagliente di chi non ama esser contraddetto.
Le è rimasta solo Vadania, rappresentava tutto il suo mondo e non è disposta a saperla in pericolo lungo ogni passo della sua vita. Se sarà necessario sbatterà fuori da casa propria quel tronfio pseudonobile che intende imporre la sua volontà senza averne il diritto.

Si ferma, con un sospiro, quando è ormai giunto all’altezza della porta. Si appoggia con una spalla allo stipite, senza tuttavia voltarsi, scegliendo di parlare dando le spalle alla propria interlocutrice.
“Non è la domanda corretta, ma risponderò ugualmente. Perchè Vadania mi ha dato un motivo per non partire. Perchè Vadania è il mio motivo per non partire.”
Volta il capo di tre quarti, a sfiorare con il campo visivo Alissa.
“Perchè ho promesso.”
Si stacca, indolentemente, dallo stipite; spingere la porta e varcare la soglia sono parte di un solo movimento, rapido seppur non frettoloso.

“E’ arrabbiata con me, non con voi… le passerà. Tuttavia, riflettete su quanto ho detto…”
Le parole lo raggiungono con la sfumatira rara di chi è perfettamente sicuro di se stesso e sa che il destino, prima o poi, finirà per dargli ragione. Il rumore di una carrozza sul selciato disturba la quiete della stanza con insolita impertinenza. Vadania, non può essere che lei ad aver scelto quel percorso.

“Voi siete nel giusto.”
Le ultime parole, lasciate scivolare dalle labbra mentre già esce dalla stanza, muovendosi a passi rapidi lungo il percorso compiuto per giungere in quel punto della casa dall’ingresso, con la sicurezza che gli deriva dalla memoria.
E’ solo una volta giunto all’ingresso che una veloce occhiata gli rivela tre o quattro servitori incuriositi dall’insolita presenza che divengono ben presto interdetti, quando Lugaid si rivolge ad uno di loro domandando, in un tono carezzevolmente vellutato se Vadania abbia lasciato detto la sua destinazione.
Villa Vanquilosse.
Sotto gli occhi, ora esterrefatti, dei servitori, lo sconosciuto in nero si lascia andare ad un lungo sospiro, massaggiandosi lentamente le tempie.
Villa Vanquilosse ed Honderyll.
Repentinamente, Lugaid si volta per dirigersi verso l’ingresso subito dopo aver mormorato a mezza voce un ringraziamento; salire sulla carrozza e dare ordine di essere riportato, immediatamente, in città, è qualcosa che gli costa più di quanto non lasci trasparire alla solitudine che gli fa da compagna.
Bah.

Trentaquattro è il numero di passi necessari a coprire l’intero perimetro della sua stanza. Trentaquattro ripetuto per un’intera mattinata quando può fornire come risultato? Troppo, decisamente troppo. Eppure non può impedirsi di continuare, irrequieta, a percorrere quello stesso tragitto per l’ennesima volta. Il giorno precedente aveva raggiunto Honderyll, quasi vergognandosi per la sua intrusione, aveva passeggiato sola per il parco ed aveva colto qualche rosa prima di rientrare a palazzo ad un’ora confacente ad una persona arrabbiata qual era senz’altro. Eppure qualcosa sembrava mancarle, compagna della voce che le suggeriva insistentemente una domanda che avrebbe fatto meglio a non porsi: perché non l’aveva seguita? Ricorda perfettamente di aver pronunciato a voce alta e chiara la sua direzione, chiunque avrebbe potuto udirla; come se non bastasse era passata sotto la finestra di Alissa con andatura spedita e conseguente rumore. Perché, allora, non l’aveva raggiunta?

Un pittore qualunque, di quelli che sopravvivono modestamente vendendo il frutto della loro opera ed impartendo qualche lezione a giovani facoltosi, appena alzato si preoccuperebbe di un numero piuttosto limitato di cose: tele, colori, luce, umore.
Da quella che appare una semplice addizione puo` infatti scaturire l’arte. O l’Arte, se l’illuminazione sostiene il nostro, appena sveglio, artista.
Helian, il pittore giunto da poco in citta`, parimenti si cura di ben poco; e`, ora, al termine della mattinata, all’ultimo piano della propria casa, una stanza ampia in una penombra appena accennata, il pavimento coperto da un fine strato di segatura che si appiccica ai piedi nudi ed alle vesti, quando queste vengono a contatto con il terreno. Non si sta, tuttavia, occupando di pittura, ma, come spesso gli capita, di disegno. E di un disegno ben bizzarro, per di piu`.
Traccia nell’aria linee sottili e veloci come scrivesse, alla moda antica, su una tavoletta con uno stilo; o con due, dato che due bastoni regge, uno per mano. Sono, questa sorta di attrezzi, lunghi piu` o meno quanto una spada, sebbene il loro peso sia di gran lunga superiore, ed esattamente come una spada vengono adoperati, fendendo e tagliando, in un esercizio che, forse per la complessita`, forse per la durata, forse per il dispendio energetico che comporta, ha gia` generato rivoli non troppo sottili di sudore che brucia negli occhi dell’elfo, gli appiccica i capelli alla fronte e le vesti, fastidiosamente, al corpo.
Un momento di stasi, in equilibrio sulla gamba destra, la sinistra raccolta, i bastoni paralleli al terreno, verso destra; di nuovo lo scatto, il sibilo dell’aria offesa, un salto, ed un mulinellare apparentemente casuale, gestito da una mente che lavora, attenta, dietro ad un’espressione che pare di cera per quanto e` immutabile ed insensibile al cambiamento.
La porta, al piano terra, e`serrata; a quanti potrebbero far osservare che la presenza di qualcuno viene, in verita`, tradita da un certo profumo di stufato che esce da una finestra accostata e da una sorta di disordine ancora pregno di attivita` ben visibile dalla finestra, sarebbe fin troppo facile rispondere che e` Helian, il pittore, ad essere fuori casa. Non il senza nome, non l’Assassino.
Non Lugaid.

Non avrebbe fatto nulla, sarebbe rimasta chiusa nel suo piccolo mondo fatto di pennelli e pittura per tutto il giorno, trovando il modo per passare il tempo ed evitare di pensare a quanto stava accadendo.
Non agire, non fare nulla, non lasciarti guidare dall’impulso, continua a ripetersi pennellata dopo pennellata di quello che è ormai diventato un orribile quadro senza significato.

Ogni trasformazione, ogni nuova identità, ogni nuovo nome trasfonde qualcosa di sè in Lugaid; è sicuramente per questo che l’elfo è rimasto incantato, quasi ipnotizzato, davanti alla finestra, osservando le nuvole incendiate di rosso dalla luce bassa di un sole che si avvia a morire, spandendo sangue su ogni profilo sfiorato dai suoi raggi.
Morbide curve, intrecci di rosso su rosso, una fitta cascata fulva che incornicia due occhi verdi… occhi verdi?
Lugaid scuote rapidamente la testa constatando, con un sospiro, come sia inutile combattere contro i propri stessi desideri. Reprime una risata di scherno a sè stesso e si caccia le mani nelle tasche; un attimo dopo, sale i gradini a due a due, per raggiungere la propria stanza e cambiarsi d’abito.
Chissà se una visita serale è considerata educata?

Spostare i mobili non è difficile quando si ha a disposizione uno stuolo di servitori, lo è invece di più il ricordare i movimenti fatti tempo addietro e per una sola volta, ripetendoli meccanicamente, con velocità che si fa via via più elevata e fluidità tale da risultare quasi frutto della massima naturalezza.
I capelli rossi, baluginanti di riflessi dorati, danzano alle sue spalle raccolti in una lunga coda di cavallo, poche ciocche che aderiscono alla fronte a causa della fatica.
I piedi nudi vengono appena sfiorati da morbidi pantaloni neri, che proseguono con una camicia ampia e candida, legata in vita perché non le dia fastidio.
Serve a non pensare? Sì, serve.

Blu.
Un blu talmente scuro da falsare l’idea di linee e contorni, rendendo impossibile distinguere con chiarezza i contorni del corpo dell’elfo in movimento tra la folla che, come di consueto, ingombra le strade, di sera.
Perchè ha scelto il blu, poi? La domanda gli sorge spontanea, mentre si accomoda in una carrozza presa a nolo, subito dopo aver comunicato la sua -prevedibile- destinazione al conducente. Perchè il blu? E quanto mai guadagnerà un vetturino, con tariffe così sorprendentemente simili alle sue? Eppure, lui dovrebbe avere costi di gestione più alti…
Improvvisi, sono due altri colori a spazzare dalla sua mente simili pensieri: il rosso ramato ed il verde, smeraldo. Vadania.
Con un sospiro, passa tutto il tempo del viaggio a tormentarsi il labbro inferiore, riflettendo sulle parole da rivolgerle.
Ecco, le guardie all’ingresso. Il piazzale. La ghiaia sotto i suoi piedi. Un saluto cortese; dove si trova Lady Vadania Ember?

Uno, due, tre. Come si era spostata la gamba di Lugaid? Lasciando che si piegasse morbidamente o sostenendola e fendendo l’aria come la stesse attaccando?
Uno, due, tre, quattro, ancora lo stesso movimento, ogni volta con piccole variazioni fino a raggiungere la perfezione.
Nulla, in quel momento, avrebbe potuto spezzarne la concentrazione.

Il modo di fare di chi da per scontato che una sincera cortesia non possa trovare un rifiuto, il trovare parole pacate per domandare, un’inespressività grave, rotta solo da occhi che scintillano di un’intensità quasi ferina, animale.
O forse solo fortuna.
Sta di fatto che Lugaid è condotto, rapidamente, a quella che era la sala d’armi della casa, illuminata fiocamente da un numero di candele tale da sembrare studiato appositamente per generare una sottile penombra, quasi uniforme in tutta la sala, eccettuate le pozze di luce delle candele.
Occhi chiusi, il respiro armonizzato con il movimento, gesti intensi, carichi di intenzione, ripetuti; Lugaid si accorge di trattenere il respiro solo quando esala un lungo sospiro, per poi tornare ad inspirare avidamente aria.
Non parla, non si muove neanche, si limita a rimanere appoggiato allo stipite, le braccia conserte ed i piedi incrociati, ritagliandosi preziosi attimi per osservarla; Vadania.

Il rumore dei passi sul pavimento, l’atterraggio da alcuni salti inaspettatamente armonici per chi aveva asserito di non avere alcuna preparazione, tutto si sussegue in un silenzio quasi ovattato, come di colui che non solo gioca con i limiti del proprio corpo ma cerca di farlo senza generare il minimo rumore.

Palesarsi? O continuare, indulgere in quel piacere sottile, ombroso, fugace?
Crogiolandosi in un’indecisione che è, in verità, una scelta, Lugaid continua ad osservare Vadania come se volesse coglierne ogni più sottile tensione muscolare, sfiorandone il corpo con sguardi attenti, accarezzandone le linee ed accompagnandone i movimenti con il solo tocco, impalpabile, degli occhi.
E’ durante un momento di stasi che decide di mettere alla prova la sua concentrazione, un attimo durante il quale Vadania sia ferma, immobile. Basta un solo colpo di tosse, deciso, per saggiare la sua concentrazione.

Completamente avvolta da una bolla di tranquillità capace di traportarla in un mondo parallelo, offuscandone i sensi nella dimensione reale, Vadania pare non accorgersi del rumore prodotto da Lugaid o, forse, lo confonde con uno dei suoni che sono soliti provenire dalle stanze circostanti.
Una mano tocca il pavimento di legno.
Aiutato dalla flessibilità del materiale il corpo sembra avere naturale slancio mentre si libra leggero nell’aria un tempo al suo fianco, ricadendo sulle gambe ripiegate quasi fino ad accucciarsi al suolo.

Lugaid sospira, chiudendo gli occhi per un attimo. Si lascia, poi, lentamente, scivolare al suolo, la schiena appoggiata allo stipite e lo sguardo fisso su Vadania.
Un sorriso corre ad incurvargli le labbra quando scopre, in quella situazione, una certa specularità, una somiglianza sconcertante. Dovrebbe alzarsi, parlarle? Fra poco, fra un attimo; in fondo, che male può fare qualche altro respiro di tempo rubato per guardarla, per ammirarla?
Sospira, passandosi una mano sul volto; probabilmente Alissa ha ragione.

Un piede che scivola, un ginocchio che tocca terra con un suono tutt’altro che delicato ed il viso che si atteggia ad una smorfia che da poco spazio all’immaginazione.
Quando un occhio si sochiude non vi è il tempo di fare altro che di scattare all’indietro, nuovamente in piedi, nuovamente vigile.
“Tu?”
Gli chiede, senza trattenere una nota di risentimento.

Richiama le gambe, abbracciandole. Con un sospiro, appoggia il mento alle ginocchia, socchiudendo appena gli occhi.
“A quanto pare.”
Rimane in silenzio qualche attimo, senza accennare a muoversi. Prende poi un ampio respiro, come fosse la rincorsa per un salto, rinunciando solo all’ultimo momento, le parole che gli si strozzano in gola, dolorosamente.
Che cosa le passerà per la mente? Come dirle che la sua sola esigenza è, ora, abbracciarla? Rimane silente, senza staccare lo sguardo da Vadania.

“Bhe?”
Si terge la fronte con una delle maniche, sollevando il braccio fino a renderlo possibile.
“Non hai ancora smesso di intruffolarti nelle case altrui? Devi dirmi qualcosa?”
Abbasa lo guardo sul proprio ginocchio, piegando e distendendo la gamba più volte mentre cerca di riportar alla normalità i battiti del proprio cuore.

Il movimento è lento, apparentemente, seppur del tutto armonico; le braccia che si sciolgono dal loro cingere le gambe, le mani che si appoggiano per terra ed aiutano le gambe. In poco più di un respiro, Lugaid è nuovamente in piedi e decide di parlare solo dopo un profondo sospiro.
“Ho chiesto permesso.”
Si avvicina lentamente a Vadania, coniugando movimento e parola in un’unica fluida espressione.
“E sì, ho qualcosa da dirti; o da chiederti…”
Si morde il labbro inferiore, fermandosi quando è giunto alla distanza di un passo e mezzo da Vadania.
“Ma, prima, c’è una cosa. Prima di scusarmi, prima di sentire il tuo bruciante sarcasmo o il tuo disprezzo. Prima di dirti perchè ieri non ti ho seguita. Una sola cosa.”

Inclina lateralmente il capo, indecisa se allontanarsi o meno, incerta su cosa fare e su cosa dire. Infine, lottando con se stessa per mantenere l’immobilità, annuisce, gli occhi fissi nei suoi mentre ne attende le parole con inaspettata trepidazione.

Si avvicina, coprendo la distanza in un solo passo, fluido nella misura in cui non è rapido.
Le mani si poggiano sui fianchi dell’elfa, scorrendo poi sulla schiena, intracciandosi in un abbraccio che non vede parola, nè ritrosia per le condizioni in cui Vadania si trova, dopo l’allenamento.
Lugaid poggia il mento sul capo dell’elfa, immobile, poi, limitandosi a mantenere l’abbraccio. Sì, ora sì. Respiro dopo respiro, adesso può sentire i suoi pensieri farsi nuovamente lucidi, nuovamente taglienti, affilati.
Sospira, a lungo e tenuamente, lasciando che le spalle si rilassino e cadano nuovamente verso il basso, che la fronte si ripiani nuovamente, che le palpebre si abbassino lentamente.

Si irrigidisce, senza poterne spiegare il motivo, prima di appoggiarsi a lui e rilassarsi via via che la sabbia scivola lentamente oltre il restringimento della clessidra.
Deglutisce a vuoto, gli occhi chiusi mentre si chiede cosa stia per dirle.
Il respiro fatica a tornar regolare, forse a causa dell’allenamento estraneo ai suoi standerd o forse per la sua sola vicinanza.

Lugaid si ritira nel silenzio e nell’immobilità di pensiero; c’è qualcosa di stranamente confortante nell’indolenza, nel permanere passivamente, in modo stupefatto, nella medesima condizione, senza agire per cambiarla.
Estende, quindi, i suoi sensi per pura inerzia; percepisce il respiro di lei, la sua presenza contro il suo stesso corpo, il dilatarsi ritmico del suo petto contro il proprio, i suoi capelli contro la pelle del collo.
Non ha idea di quanto tempo sia esattamente passato da quando si scioglie dall’abbraccio, facendo un passo indietro per tornare a riportare una qualche distanza tra loro.
“Bene. Ieri non ti ho seguita. Mi hai lasciato solo con tua sorella -persona interessante, per altro- e te ne sei andata… Siete molto simili, in fondo. Quando venite contrariate, reagite con la medesima stizza.”
Tace, consapevole di aver, forse, dato il via ad un litigio furibondo.
Dovrebbe iniziare nuovamente a lavorare, per svagare la mente.

Si porta le mani alle braccia, come avesse improvvisamente freddo, e gli lancia uno sguardo obliquo senza celare la propria diffidenza.
“Non capisco dove tu voglia arrivare”
La voce risulta meno ferma di quanto vorrebbe, ed è solo dopo essersi schiarita la gola che torna a parlare cercando di infondere sicurezza alle proprie parole.
“Non mi hai seguita, lo so, me ne sono accorta. Ed io e mia sorella siamo simili quanto la notte ed il giorno, posso garantirtelo…”

“Non direi.”
Si lascia sfuggire un sogghigno divertito.
“Tu sei scappata quando lo scontro verbale è arrivato al suo apice, lei si è piuttosto stizzita quando le ho detto che non ti avrei lasciato perdere…”
Scrolla le spalle.
“Ma suppongo che tu abbia ragione. Io sono cresciuto come figlio unico, in effetti.”
Sospira, lasciando affondare le mani nelle tasche dei pantaloni ed esitando qualche attimo.
“Vuoi sapere perchè non ti ho seguita o preferisci che prima ti racconti il motivo per il quale ieri sono venuto qui? A meno che Honderyll non ti abbia già informata, è chiaro…”
Si morde il labbro inferiore, scrutando con una lunga occhiata l’elfa.
“O forse prima preferisci cambiarti d’abito?”

Abbassa lo sguardo sulla sua stessa persona, allargando le braccia nell’osservarsi per poi portarle nuovamente verso l’alto così da permettere alle mani di posarsi sui capelli ormai del tutto indomati.
“Sono impresentabile…”
Chiude gli occhi per un istante, sospirando.
“D’accordo, non impiegherò molto. Nel frattempo potresti…”
Si guarda attorno, come se stesse cercando un adeguato suggerimento.

Una battuta volgare quanto rapida a venire alle mente viene soffocata in un colpo moderato di tosse, subito seguito da poche parole.
“Non mi formalizzo eccessivamente, Vadania. In ogni caso…”
Sospira, preparandosi mentalmente ad un’attesa che teme decisamente lunga.
“…indicami dove aspettare, sarà più che sufficiente.”

“Non mi piace l’idea di saperti gironzolare per casa, Alissa rientrerà presto.”
Piega le labbra in una smorfia pensosa, per poi limitarsi a riportarle alla normalità accompagnate da una scrollata di spalle.
“Vieni con me, potrai aspettarmi in camera. Come ho detto, non impiegherò molto.”
Si avvia a passi rapidi verso la porta, voltandosi una sola volta per accertarsi di essere seguita.

Inarca le sopracciglia, limitandosi ad annuire leggermente, prima di mettersi in movimento.
Nella sua camera? Reprime un sorriso, immaginando l’espressione di Alissa nel trovarlo non in giro per casa, con in mano una tazza di tisana, ma nella stanza di Vadania, in attesa.
Si appresta dunque a seguire l’elfa, scegliendo di parlare solo qualche attimo dopo aver varcato la soglia.
“Niente male. Desideri continuare gli allenamenti?”

“Mi sono sempre tenuta in esercizio. Ora ho solo… modificato quanto ritenevo sufficiente in precedenza.”
Le scale salgono comode, adatte ad essere percorse con abiti complesi tanto nella confezione quanto nel portamento, segite da un corridoio delimitato a destra dal parapetto che affaccia sulle scale stesse e, infine, dopo un nuovo corridoio la cui ampiezza è severamente controlalta dalle altere figure appese alle pareti, una porta che Lugaid già conosce: quella che conduce agli alloggi di lei.
Abassa la maniglia con grazia, precedendolo all’interno non senza una certa inquetudine.
“Ecco, puoi restare qui…”
Quasi non gli da il tempo di rispondere che la sua figura si è già dileguata oltre una nuova porta, bianca e con ornamenti rossi ed oro.

Si capisce che sei davvero ricco quando, invece di avere una stanza da letto, hai degli appartamenti. Appartamenti dotati, incidentalmente, di un numero di stanze più alto di quello dell’intera casa di un povero assassino.
Che pensiero stupido, non può fare a meno di pensare Lugaid mentre si lascia cadere su una delle comode poltrone di cui è dotata l’anticamera; dopo qualche attimo, non soddisfatto, si alza e la ruota, in modo da poter tenere sotto controllo, contemporaneamente, la porta dietro la quale è scomparsa Vadania e la porta d’ingresso.
La sua esperienza in fatto di donne è piuttosto limitata, si trova a constatare. Sa, naturalmente, che in genere le loro anche possiedono un’escursione maggiore di quelle maschili e non è così sciocco da pensare che, dopo un adeguato addestramento, non possano divenire Professioniste competenti.
Tuttavia, pur scavando nelle proprie conoscenze, non è in grado di determinare quanto Vadania potrà impiegarci, se esclude, com’è ragionevole fare, le chiacchiere da taverna che vogliono il “non molto” femminile uguale all’”interminabilmente troppo” maschile.
Sospira, appoggiandosi allo schienale, le braccia incrociata; l’unica cosa da fare è attendere.

L’acqua fredda le fa venire la pelle d’oca mentre si immerge nella vasca da bagno. La stufa posta lì accanto libera nell’aria un po’ di calore ma non è in grado di scaldare una tale quantità d’acqua in tempi tanto brevi quando quelli che Vadania considererebbe accettabili.
Se non altro non potrà cedere alla tentazione di attardarsi, si trova a pensare tappandosi il naso prima di immergersi completamente.
Riemerge quasi con un grido, portandosi le braccia attorno al corpo come per trattenere un po’ di calore corporeo. Se andrà avanti così finirà per predere un malanno.
Tracorrono pochi minuti prima che i suoi piedi posino nuovamente sulla stoffa adagiata a protezione del pavimento, ed altrettanti le occorrono per asciugarsi e spazzolare i lunghi capelli, ora di una tolità tanto scusa da sembrare quasi corvina. Non c’è tempo per asciugarli, meglio raccoglierli e fissarli sul capo, così da non bagnare il retro dell’abito che sta per indossare.
Il bordeaux le ha semrpe donato, le era stato detto, chissà se si trattava solo di fandonie…
La porta si apre lentamente, lasciandola sbirciare da una fessura.

Se si avvede che la porta è stata aperta non fa nulla che lo dimostri, escludendo ogni movimento che non sia finalizzato a respirare o a spostare lo sguardo, alternativamente tra le due porte.
Se Vadania è già pronta, ha fatto in fretta, in effetti.

La fessura della porta si fa via via più ampia, consentendole di uscire allo scoperto. L’incarnato sembra ancora più pallido a causa del freddo, e lei stessa pare non nascondere il desiderio di calore avvicinandosi al caminetto con la massima rapidità che la cortesia le consente.
“Ti sei annoiato?”

Si prende tutto il tempo di un lungo attimo per osservarla con attenzione, prima di rispondere con voce pacata, priva di particolari intonazioni.
“Direi di no… sei stata piuttosto celere.”
Accavalla le gambe, sempre a braccia incrociate, comodamente appoggiato allo schienale della poltrona.
“Persona interessante, tua sorella…”
Lascia in sospeso la frase per qualche attimo, come seguendo un filo di pensiero inesprimibile.
“Dalle idee molto chiare e ben precise.”

Si volta, visibilmente preoccupata: “E’ stata qui?”
Le mani si allungano tentennanti verso il caminetto, come uno specchio dello stato d’animo che la abita in quel momento.

“Mi riferivo allo scorso pomeriggio.”
Lascia scivolare per un attimo lo sguardo sulle mani, pallide, di Vadania; un attimo dopo, i suoi occhi stanno scrutando una realtà che è lontana da quella della stanza, distante anche dal pomeriggio di cui sta parlando, apparentemente lontana e separata da tutto.
“Nutre molto affetto per te. Ritiene che io sia pericoloso per te, sai… se non fossi così egoista, le darei ragione e me ne andrei.”
Si inumidisce le labbra, apparentemente ignaro delle parole che ha appena pronunciato; o, forse, è solo disinteresse.
“Ma sono quello che sono, in fondo.”
Si riscuote improvvisamente, gli occhi che saettano, circolarmente, per la stanza, come una forma elaborata di sciabola concepita per guadanare spazio dall’avversario, prima di appuntarsi nuovamente su Vadania.
Apre la bocca, come per aggiungere qualcosa, richiudendola subito dopo, in silente attesa di una risposta da parte della sua interlocutrice; che sia lei ad introdurre l’argomento di cui le interessa parlare.

Le sopracciglia si sollevano quel tanto che basta a rendere evidente uno studiato disappunto.
“Se te ne andassi di certo avrebbe ragione. E’ restanto che è possibile smentire quanto gli altri ritengono somma verità. Se te ne andassi…”
aggiunge poi con un tono più basso, quasi un sussurro, la fronte che va ora a disegnarsi della curva dei suoi molti pensieri
“…se te ne andassi sarebbe stato meglio non conoscerti affatto. Sei pericoloso? Forse. Di certo non più di tanti altri che possono travolgerci prendendoci alla sprovvista”

Annuisce distrattamente, combattendo contro uno sguardo che si sfuoca, tendenzioso, per andare ad appuntarsi, ancora, in luoghi che sono solo della mente e non della realtà.
Si inumidisce le labbra, rinunciando a lottare contro sè stesso e concedendosi, di propria volontà, alla contemplazione di quel qualcosa di misterioso che lo stava attirando, poco prima, con tanta veemenza, solo per scoprire che quel pensiero misterioso si scioglie, come fumo nel vento, senza lasciare traccia di sè.
Lugaid si riscuote improvvisamente, quindi, scoprendo di essersi lasciato andare ad un nulla foschioso; dovrebbe dormire di più, probabilmente.
Parla tuttavia senza fretta, quasi non avvertisse il peso del silenzio.
“Come credo Honderyll ti abbia già informato, ieri sono stato in visita a villa Vanquilosse. E’ diversa da come la ricordavo…”
Con un sospiro, inverte la posizione delle gambe.
“Ad ogni modo, pare che Honderyll si sia convinto. O quasi, se non altro.”
Lascia trascorrere qualche attimo di silenzio. Ha, ne è consapevole, pronunciato nient’altro che frasi vuote, poco convinte ed ora che le vere parole che ha deciso di rivolgerle salgono alle labbra, il compito di pronunciarle sembra farsi più difficile, come dovesse sputare un sasso che gli è rimasto incastrato in gola.
Un sospiro dopo, una rincorsa metaforica, sta parlando quasi senza rendersene conto.
“Ho intenzione di incontrare Lord Vanquilosse. Domani.”

Vadania si irrigidisce istintivamente. Allarmata? Anche. Di certo preoccupata e confusa. Lo osserva da due grandi occhi verdi che non riescono a nascondere nessuno dei pensieri che la attraversano, svelando l’inganno tessuto dalla pacata solidità della voce.
“Un incontro che avrà quale esito, nei tuoi progetti? L’ultima volta lo desideravi morto… ma qualche giorno addietro avevi accarezzato una nuova possibilità. Quale sarà, dunque, la scelta definitiva?”

“Mh.”
Tace per non più di qualche secondo, prima di aggiungere, a mo’ di postilla, due sole parole.
“Domanda interessante.”
Argomenta accompagnando le proprie parole con il vagare distratto ed inconcludente di una mano, apparentemente impegnata più in fluide e morbide evoluzioni che non in gesti concreti, significanti.
“Vedi, la questione è complessa. Se lo uccidessi, probabilmente sarei ricercato in tutta la regione e dovrei fuggire, darmi alla macchia. Continuare la mia vita di sempre, insomma. Non ti dirò che il pensiero non mi alletti.”
Si inumidisce le labbra, concedendo qualche attimo di riposo alla mano.
“A meno che non accada durante un duello, naturalmente. O per cause apparentemente naturali. Ma, anche in quel caso, Honderyll mi darebbe la caccia, con tutta probabilità. Il risultato non sarebbe molto diverso, insomma, ma non sarebbe del tutto disprezzabile; in fondo, si tratterebbe di continuare a vivere come ho sempre fatto.”
Riporta la mano al proprio posto, tornando ad incrociare le braccia.
“Tuttavia…”
Allarga le braccia, sporgendosi appena in avanti sulla poltrona.
“Potrei invece rivelargli chi sono, esigere di essere riammesso nella linea di discendenza, diventare il Lord. Ma chi vuole diventarlo, poi? Aveva ben ragione tuo padre, quando parlava di un piedistallo rialzato da cui vedere meglio i problemi. Privilegi… bah.”
Alza le spalle, tornando ad appoggiare la schiena all’indietro, le braccia nuovamente conserte, il silenzio che sigilla le labbra.

Indietreggia di un passo, rabbrividendo quando un rivolo d’acqua le scivola lungo la schiena, tracciando un percorso che parte dalla morbida curva del collo.
“Non è una risposta, solo l’elenco di possibilità che già conoscevo”
Come un pendolo che va avanti ed indietro Vadania torna ad avvicinarsi ed a chiedersi, per un solo istante, se è sua facoltà spingere il futuro lungo una strada piuttosto che un’altra, se tra le sue mani può davvero trovarsi il potere di salvare una vita e, forse, una famiglia, così come già aveva cercato di fare con la propria.

“Lo so.”
Parla con la massima tranquillità, come se discorresse di cavalli, di un quadro o di un albero frondoso.
“La risposta, infatti, è mia. E tale rimarrà.”
Si lascia sfuggire un sorriso, a metà fra un ghigno ed un’espressione divertita.
“Fino a domani, se non altro.”

“Non puoi!!”
Chiude gli occhi, frenando l’impuso di serrare le mani a pugno e cercando una diplomazia che sa non appartenerle.
“Non sarebbe giusto”
Ribadisce, questa volta con più calma.
“Vuoi davvero condannarmi ad una notte di tormento e di domande senza risposta?”

“Se la metti così…”
Sospira, atteggiando il volto ad un fare rassegnato.
“Sì.”
Di nuovo, fulmineo, un sogghigno.
“Domani.”
Ripete, una sequenza di suoni spezzati, atti a celare la vera realtà; una risposta. Gli piacerebbe possederla, sì. Sapere che cosa fare, riavere le certezze che per una vita l’hanno sostenuto.
Domani, sì.

“Come sarebbe?”
Gli rivolge uno sguardo obliquo, avvicinandosi poi con passi felpati prima di sedersi ai piedi della poltrona, le mani sul velluto carminio dell’imbottitura.
“Devo forse provare ad indovinare? Qual’è, allora, lo stato d’animo con il quale ti avvii all’incontro? Lo aspettavi da tanto…”
La voce è bassa e suadente, un tentativo di strappargli oscuri segreti?

Inarca appena un sopracciglio, concedendosi un lungo momento di silenzio e riflessione, prima di fare alcunchè. Allunga, poi, una mano fin sulla testa di Vadania, scompigliandole i capelli in una sommessa risatina divertita.
“Domani.”
Sopprime, non senza una certa fatica, un sorriso di puro divertimento. La curiosità altrui è divertente, senza dubbio; stuzzicarla come una fiera in gabbia, tormentarla fino a che non si sia inferocita, stimolarla continuamente e pungerla, ogni qual volta si assopisca.
E, perchè no, prendere anche -un po’, non molto- in giro Vadania.
Un assassino, non può fare a meno di ragionare, dovrà pur avere qualche innocente passatempo, no?

Porta una mano sulla sua, sfiorandola con tocco gentile, lo sguardo che cerca gli occhi di lui nel riproporre, questa volta senza parole, la medesima domanda.
Se ha davvero un qualche potere su Lugaid e sulle sue decisioni forse questo è il momento di scoprirlo, si trova a pensare inclinando leggermente il capo in una posa tanto gradevole quanto leziosa.

Sospira, nel prendere tra le dita la mano di lei, attirandola alle labbra. Lascia che le labbra sfiorino la pelle per un solo attimo, prima di schiuderle e far sentire i denti, non senza tanta delicatezza da causare dolore, per un tempo che si protrae per qualche battito di cuore.
Sorrisi, moine, dimostrazioni di affetto. Tutto per salvare i Vanquilosse? No, probabilmente per salvare Honderyll. Buona tattica, Lugaid deve ammetterlo: Vadania è sicuramente portata per il gioco dell’intrigo e dell’inganno.
Tuttavia, il sorriso sulle labbra dell’elfo non tradisce alcuno dei pensieri che gli stanno attraversando la mente, in quel preciso momento ed anche il gesto con cui allontana da sè la mano di Vadania è, seppur fermo, cortese e delicato.
Una meravigliosa, grottesca, coincidenza, una fatalità che ha dato vita a quel momento, a quella situazione; eppure, eppure…
Parla dopo una lunga inspirazione, con un tono studiato, modulato per essere al tempo stesso gentile e pacato, venato di una certa stanchezza che, a conti fatti, non avverte affatto.
“Credo che sia giunto il momento che io torni in città.”

“Il sole è tramontato da poco, se consideri quanto è lungo il giorno. Tienimi compagnia ancora per un po’, se non ti spiace”
Lo guarda dalle lunghe ciglia arcuate, andando poi ad adagiare il capo sulla stessa poltrona sulla quale si trova assiso.
“Se lo ucciderai dovrai scappare. Vuoi davvero abbandonare la città in fuga come… come un qualsiasi ladro?”
No, non lo lascerà andar via ora, non prima di aver ascoltato ciascuno dei suoi pensieri, non senza avergli mostrato ciò che forse non è ancora in grado di vedere.

Torna ad adagiarsi, apparentemente rilassato, contro lo schienale della poltrona, pigramente assiso.
Si inumidisce le labbra con lenta, studiata tranquillità, quasi un felino che pregusta la preda che ha puntato; parla in un tono che è, al contempo, serico ed inflessibile, setoso e tagliente.
“Non sarebbe la prima volta. Sono, diciamo, i rischi del mestiere.”
Sposta la mano a cercare ancora il capo di lei, immergendo le dita nella massa di riccioli ancora scuri ed appesantiti dall’acqua con l’attenta cautela di chi ben sa quanto sia facile impigliarsi nei capelli lunghi, quando sono bagnati.

Chiude gli occhi, sospirando profondamente prima di replicare con parole che sembrano provenire da un luogo lontano nello spazio e nel tempo.
“Fuga significa solitudine. E’ questo che desideri per il tuo futuro? Divenire un assassino così abile da non fidarsi neppure della propria ombra? Credevo volessi qualcosa di diverso…”
Solo un accenno a quanto accaduto giorni addietro nella stanza della pittura. Un ricordo lasciato ondeggiare davanti ai suoi occhi così da offrirgli la possibilità di metterlo a fuoco o lasciarlo fuggire.

“Non dico che sia una vita amena, piena di tepore, gioia, felicità…”
La voce mantiene il tono consueto, arricchendosi di un qualcosa di indefinibile, una premurosa sollecitudine, sembrerebbe, nel sostenere la tesi prospettata da Vadania.
“Certo, è indubbio, una vita molto diversa dalla tua. Non dico che sia facile, naturalmente, ma di certo è piena di affetti… tua sorella, ad esempio.”
Scuote la testa, lasciando che la voce, questa volta, si colori di un’indifferenza che è pura finzione.
“O i Vanquilosse… Honderyll, in particolare. Persone a cui tenere e per cui preoccuparsi, persone per proteggere le quali faresti…”
E, dietro la seta, la frustata. Ammantata, delicata, in un tono affatto aspro.
“…di tutto. Tutto per salvarle, giusto?”
E’ non appena ha pronunciato quelle parole che fiorisce, all’altezza della bocca dello stomaco, un dolore sordo, accompagnato da un gusto amaro in bocca, difficile da ignorare; la doppia lama del gioco dell’allusione, è facile supporre.

Deglutisce a vuoto, scoprendosi paralizzata da una paura della quale non sa individuare la provenienza.
Schiudere le labbra per parlare le costa più fatica del richiuderle subito dopo. Come può spiegargli il rapporto che la lega ad Honderyll, e come può fargli ammettere che proprio quel nome sembra far nascere in lui una gelosia che non ha motivo d’essere? Non può rischiare che la scelta risulti sbagliate per uno sciocco malinteso, eppure non può neppure tradire un giuramento, la parola data, la fiducia che è stata riposta in lei.
“Non faresti altrettanto per difendere le persone che reputi care? Non vorresti sapere tua sorella felice?”
La parole accompagnano il lento movimento che la porta nuovamente in piedi, le ginocchia appoggiate al bordo della poltrona e le mani una per bracciolo, così da sbilanciarla appena. Il busto si piega necessariamente in avanti, il volto vicino al suo.
“Honderyll è l’unica persona che mi abbia sempre supportata, e l’unica della quale non debba avere timore: non è me che vuole, Lugaid”.

Non è lei che vuole.
L’elfo non reagisce, non muta espressione neanche quando lo stomaco esegue un’agile capriola, mozzandogli per un attimo il respiro.
Non è lei che vuole.
Inspira a fondo, l’indice destro alzato e lo sguardo defilato, obliquo, verso il basso; torna a guardare Vadania solo quando è sicuro che i suoi occhi siano inespressivi, in modo che non tradiscano alcuno dei suoi pensieri.
Trascura del tutto la seconda frase di Vadania, fingendo che non sia mai stata pronunciata, troppo concentrato nell’osservarla, a così breve distanza, mantenendo alta la maschera di impassibilità.
“Sì, vorrei che mia sorella fosse felice. E, per fare questo, probabilmente corteggerei anche il Signore dei sette Inferni, se fosse necessario.”
Che adesso il messaggio sia charo?

Non scatta all’indietro, contrariamente a quanto l’istinto le suggerisce, indiegnandosi ed accusandolo di aver travisato ogni suo gesto. Inaspettatamente, invece, le spalle si rilassano, il corpo perde la sua tensione facendola quasi cadere in avanti, la fronte che si appoggia a quella di lui.
“Tu non sei il signore dei sette inferni. Tu sei tu, e non sei freddo come vuoi dare a vedere, non lo sei affatto. Lo so, lo sento. Non ti sto corteggiando…”
Una pausa di indecisione, gli occhi che si schiudono per fermarsi nei suoi e poi la voce, flebile, ancora più flebile di quanto sia mai stata.
“…o forse sì, ma…”
…Ma non è per proteggere Honderyll? Menzogna su menzogna, ma allo stesso tempo il contrario non abbraccerebbe tutta la verità. No, non è solo per proteggere Honderyll, è anche per proteggere Lugaid.

Istintivamente si ritrae, affondando a forza nello schienale della poltrona, pur senza riuscire a sfuggire quel contatto che minaccia di minare la sua capacità di ragionare con lucidità; se mai può dire di averla posseduta, se non altro.
“Ma…?”
Inspira a fondo, facendo sibilare l’aria tra i denti.
“Ma non solo Honderyll, certo. I suoi genitori, i suoi servitori, persino la sua stessa casa, le sue fondamenta, i suoi muri, le opere d’arte custodite al suo interno. E le stalle, i cavalli…”
Lascia che la voce si spenga in un sospiro che accompagna le palpebre, abbassate fino a sigillare la vista.

“Non solo…”
prosegue la sua stessa frase, ricomponendosi mentre la voce si tinge di rammarico per quel contatto sfuggito.
“…le armi, gli arazzi, gli amici, il cortile delle carrozze, il fabbro che ha fabbricato il pugnale che ben conosci, la cuoca che fa ottimi dolci e soprattutto… soprattutto te.”
E’ una carezza impalpabile quella che segue il contorno del suo volto, così vicina alla sua pelle ed al contempo priva di qualsiasi contatto.

Un attimo di stasi. Un momento che si dilata, si gonfia fin quasi a scoppiare, cresce e si ingrandisce.
Poi, di scatto, la reazione; violenta, cattiva, crudele e brutale. Non nei gesti, no. Le mani rimangono incollate alla poltrona e non danno segno, nemmeno un fremito, di volersi sollevare. Anche il corpo rimane rilassato, tranquillo, calmo, scosso solo dalle impercettibili vibrazioni che la voce, fattasi più profonda e bassa, causa.
Ogni stilla di brutalità si trasfonde invece nella voce dell’elfo e nella sua espressione, pietrificata in un sopracciglio inarcato, gli occhi divenuti, sembrerebbe, opachi.
“Proteggere me?”
Una pausa, interrotta ben presto da nuove parole.
“Proteggere me. Ragazzina, io mi proteggo da solo da quando tu eri poco più che un’idea. Chi ti ha chiesto di proteggermi? Chi vuole… la tua protezione? E da chi? Dal mondo esterno, così cattivo? Da me stesso?”
Una breve risata, bassa, sprezzante.
“Desideri proteggermi? E forse vorresti salvarmi, portarmi alla redenzione? E’ dunque questo, il gioco con cui ti stai sollazzando? Non è molto diverso che giocare con le bambole, suppongo.”

Ricacciare indietro le lacrime è più difficile di quanto avesse immaginato. Aveva udito molte delle intonazioni della sua voce, ma mai la cattiveria. Fino ad ora.
Vorrebbe parlare, replicare, dire qualcosa a sua difesa ed invece si trova senza fiato, la mano che si allontana tremante dal suo viso, sfiorandolo inavvertitamente, per poi tornare nella posizione originaria, sul bracciolo di rosso velluto.

Si inumidisce le labbra, esalando un lungo, profondo sospiro. Quando torna a parlare, la voce è ancora scura, bassa, e tuttavia piatta, scevra di tutte le affilate, dolorose intonazioni che aveva indossato fino a poco prima.
“Stai decidendo per me. E, al posto delle foglie di Khala, stai usando te stessa.”
Inspira ed espira, lentamente, gli occhi chiusi.
“E io non voglio questo.”
Qualcosa che si spezza, che si rompe, che cade in un pozzo senza fondo, collocato da qualche parte tra il suo stomaco ed il suo diaframma, in uno spazio che non sapeva di avere. Un dolore infido, acuto e sordo al tempo stesso, un odore di bruciato che gli invade le narici ed un rumore di rami secchi spezzati che si rompono nelle orecchie.
Uccidere è più facile, senza dubbio.

“No, no…”
Il capo si muove in segno di diniego, sporcando di amarezza una voce che sembra essere nata per pronunciare parole cortesi.
“…non è per te che sto scegliendo, sto scegliendo per me. E sai cosa ti dico?”
I piedi tornano a posarsi per terra, liberandola dal vincolo dei braccioli.
“Hai ragione. Sono solo una sciocca ragazzina viziata ed egoista. Che diritto ho, io, di chiederti di restare?”
Stupido insensibile.

Apre gli occhi con ancor più lentezza di quella adoperata nel chiuderli; sceglie poi di inumidirsi le labbra, con una determinata lentezza. Il labbro superiore, un’inspirazione; il labbro inferiore, un’espirazione.
“Scegli per te, eppure cerchi di direzionare le mie azioni.”
Scuote piano la testa.
“Ti sei messa sul piatto della bilancia opposto a quello su cui pesa la vendetta, cercando di spostarne l’equilibrio.”
Le parole seguenti sfuggono alle labbra, prigioniere in fuga da un regime di detenzione imposto dalla mente.
“E ci sei riuscita, per di più.”
Subito altre parole escono dalle labbra, vuote, rumorose, nel tentativo di annegare quanto ha appena detto in un mare verboso.
“Non sei di certo sciocca; non sempre, quantomeno. Eppure…”
Scuote la testa, ancora.
“…pensi che ti nobiliti il sacrificarti per il bene altrui?”

“Credi di conquistarti la mia stima insultandomi? Stupido insensibile…”
Si era scordata quanto fosse liberatorio pronunciare ad alta voce i propri pensieri, ma in virtù di tale rinnovata scoperta le parole successiva non lasciano tempo alla riflessione prima di raggiungerlo come colpi diretti al suo orgoglio.
“…non mi sto vendendo per la salvezza di chicchessia, vi sono mille altri metodi per fermarti, Lugaid. Non sopravvalutarti.”

Non sopravvalutarti?
“Per proteggere me. Oltre ad Honderyll. Parole tue.”
Suoni che escono rotti, spezzati, quasi sputati fuori a forza, sormontati da un sopracciglio che si inarca, per compensare alla mancanza di risposta a quell’intimazione, quel deciso richiamo alla modestia. Decisamente un altro punto in comune tra le due sorelle; giudicano senza conoscere il quadro completo.
E’ solo dopo un attimo che la lingua si scioglie, riuscendo a comporre una frase che sia degna di questo nome; come ci riesca, quando ancora la respirazione sembra non voler obbedire ai suoi comandi, è del tutto un mistero.
“Hai detto tu stessa, poco fa, che il tuo scopo è la protezione. Rivolta a me, ad Honderyll, a tutti. Protezione, null’altro.”

Volge gli occhi al cielo, allondanandosi senza preoccuparsi di celare la propria frustrazione.
“Pensa ciò che vuoi.”
Si trattiene un solo istante prima di tornare a parlargli con voce così alta da sembrare quasi un grido.
“Dannazione, perché hai il maledettissimo talento di travisare le mie parole? Perché non puoi accettare il fatto che desidero semplicemente tu non te ne vada, perché devi arrivare ad insultarmi solo perché non sei in grado di accettare che qualcuno possa provare timore non di te ma per te, che possa volerti bene?”
E’ un involto di pergamena quello che gli ha lanciato contro? Qualsiasi cosa sia non se ne cura affatto.

Il movimento in cui l’elfo si produce, quando si alza, esprime la medesima ferocia di un felino che scatta nella caccia. Quasi come una corda tesa che, all’improvviso, si spezza, Lugaid è in piedi e non passa molto più tempo prima che copra la distanza che lo separa da Vadania, una mano che corre veloce al viso di lei, per accompagnarne lo sguardo ad incontrare gli occhi di lui.
Dimenticandosi anche di respirare, Lugaid esamina, solo ora, le sue azioni con una parte di coscienza differente dall’istinto. L’ha detto, in fondo.
L’ha detto.
Non si accorge di quando il pollice comincia, disertore, a sfiorare la guancia con cui è a contatto in un movimento lento e circolare e si avvede a malapena di quando le altre dita, a loro volta, appagano l’esigenza di sfiorare, scivolare, spingendosi lungo il profilo del volto, avventurandosi verso la gola, viaggiando alla volta del mento.
E’, invece, per scelta deliberata che le si avvicina, dopo un lungo sospiro, nell’intenzione di colmare il vuoto che separa le loro labbra.

Il sorriso che le apre le labbra è talgiente quasi quanto le sue parole, sibilate tra i denti con una cattiveria del tutto inedita.
“Sei venuto a riscuotere il tuo prezzo? A reclamare la tua vittima sacrificale? Accomodati, allora.”

Continua il movimento, dirigendo le labbra sulla punta del naso dell’elfa; scivola poi verso il basso, fino a quando le fronti non vengono a toccarsi.
“E…”
Tace, quando si accorge che la voce gli è uscita dalle labbra arrochita e non torna a parlare che dopo un lungo sospiro.
“…se fossi venuto solo a baciarti, per nessun altro motivo che non il desiderio ed il bisogno che ho di farlo?”
Il risultato, non puà fare a meno di sussurrargli una parte della sua mente decisamente ipercritica, non è proprio stato dei migliori, no. Pazienza.
“Potrei accomodarmi ugualmente?”

“La mia reazione non sarebbe dettata dalla medesima esigenza? Cosa cambia il perché del tuo avvinamento se non mutano i motivi che mi attribuisci?”
La vena del collo aumenta le sue pulsazioni, testimone dei battiti acelerati del cuore, mentre un sorriso sprezzante le si disegna sulle labbra come mera reazione a quel misto di timore e di aspettativa che la coglie.

Il pollice, rapido, sfiora le labbra di Vadania quando ancora le parole dell’elfa non sono sgorgate tutte, così da farle accentuare, in modo involontario, la carezza.
“Non hai detto di volermi bene?”
La voce, ora, sembra all’elfo ragionevolmente limpida.
Incidentalmente, come torna a fargli notare quella sorta di voce interiore, Lugaid si ricorda di tornare a respirare, forzatamente, inspirando ed espirando profondamente ed attribuendo -ovviamente, cos’altro potrebbe mai essere?- a tale, veniale, dimenticanza l’aumento delle proprie pulsazioni.

“Ti accontenti di così poco?”
E’ quasi una sfida, una frustata assestata con parole urticanti.
“Voglio bene anche a Honderyll, alla cuoca, al mio cavallo…”

“Smettila.”
Se è una frustata, l’unica parola stillata dalle labbra dell’elfo, è una frustata di pura seta. La voce, sussurrata, si srotola rapida nell’aria, con una durezza carezzevole, una morbidezza d’acciaio.
“Smettila.”
Di nuovo, la medesima parola. Questa volta, tuttavia, il tono è leggermente più roco, privo dell’ambivalenza precedente, soffice, nella sua mancata limpidezza.

Una breve risata le sfugge dalle labbra, bassa ed appena accennata.
“Perché?”
La pausa che si concede è puramente teatrale, volta ad interromperlo nel momento stesso in cui sta per tornare a parlare.
“Mi sto sacrificando, no? E’ questo che hai detto… come potrai mai essere sicuro del contrario?”
Si inumidisce le labbra, istintivamente, il mento ancora sollevato nella medesima posizioni nella quale l’ha condotta qualche minuto addietro.

Con un unico, fluido movimento, interrompe il contatto tra le fronti, ritraendosi. Dopo un’ultima, fugace, carezza, la mano segue il resto del corpo separandosi, seppur di mala voglia, da Vadania.
Si inumidisce le labbra, prima di parlare, guardandosi attorno con occhi che tradiscono, apparentemente, un certo stupore, quasi non si capacitasse del luogo in cui è capitato. Una lunga inspirazione, seguita da un’altrettanto lunga espirazione, precede le sue parole, pronunciate in tono neutro, sommesso e dimesso, privo di alcuna brillantezza, scevro di ogni riflesso.
“Credo che io debba andare, ora.”

E’ sull’ultima lettera che le labbra di lei lo raggiungono, i piedi che si tendono sulle punte e le mani poggiate contro il torace di lui.
Il contatto sembra volersi attardare mentre le palpebre si abbassano per un riflesso del tutto istintivo.
Non te ne andare, sembra voler gridare senza voce alcuna, schiudendo le labbra e baciandolo ancora.

Una mano che scivola fino al volto dell’elfa, l’altra che le cinge il fianco, vincolandola a sè. Il tempo che discioglie secondi su secondi in un fiume di pensieri senza alcun senso di esistere, privi di una qualunque coerenza logica.
Se è solo dopo qualche attimo che si accorge di voler rispondere e partecipare al bacio, è dopo un tempo appena più breve che diviene consapevole di come le sue labbra, in modo del tutto autonomo, abbiano di gran lunga preceduto la propria risoluzione.
Se è un grido senza voce, quello che gli giunge, è sicuramente una muta risposta quella in cui si produce.

Calde. Calde e morbide. Così le sembrano le labbra di lui mentre le sfiora in un gioco che non ha nulla di romantico, quasi un marchio di possesso, una minaccia con le fattezze di un bacio.
Quando il capo si china, separandola da lui, lo sguardo va invece a sollevarsi fino a raggiungere il suo, la voce bassa e leggermente esitante.
“Chiedimi scusa… per quanto hai detto”

Socchiude le palpebre, affondando il proprio sguardo in quello di Vadania, sostenendo il contatto d’occhi senza apparente difficoltà.
Si inumidisce le labbra, lentamente, parlando poi di scatto.
“Ti chiedo di scusarmi, per quanto ho detto.”
La successiva richiesta, così confusa da non poter essere tradotta in parole, rimane inespressa, impantanata in mille pensieri, muta, unico tizzone ardente in fondo agli occhi.

Si allontana, visibilmente sorpresa, le mani sul petto di lui e la schiena leggermente piegata all’indietro.
“L’hai fatto davvero… Voglio dire, ti sei scusato”
Scuote appena il capo, scoprendo sempre più faticoso nascondere il sorriso che le piega le labbra, fino a quando non è costretta a cedere le armi lasciandosi andare ad una sincera risata che le porta quasi le lacrime agli occhi.

25 Febbraio 2007

L’apprendista e l’assassino - VIII


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Richiude le labbra, improvvisamente senza parole. Deve forse rivelargli che aveva voglia di vederlo a sua volta, nonostante tutto, e che ha mobilitato tutta la città per cercarlo non solo perché voleva passare almeno mezza giornata per fargli tutte le proprie mille rimostranze? Doveva dirgli che temeva volesse non prestar fede alla sua parola?
Dannazione, odiava non riuscire a rispondere a tono.
“Non si direbbe… qui avresti avuto un alloggio a tua disposizione…”
Parole che non suonano convincenti neppure alle sue stesse orecchie.

“Lo so.”
Fluido come l’acqua, leggero come l’aria, quello di Lugaid è un movimento unico, compatto ed armonico, che lo porta ad avvicinarsi a Vadania, cingendole la vita con un braccio.
“Ma…”
Ha bisogno di una casa che sia solo sua? Vuole avere il proprio spazio? Non desidera rischiare di stancarla, tediarla?
Richiude la bocca, senza essere capace di dire nulla, accentuando appena la stretta che la lega a lui. Torna alla parola solo dopo averle sfiorato la fronte con le labbra, delicatamente, quasi timidamente.
“E’ così. Avevo davvero voglia di vederti.”
Che banalità. Eppure, come può la verità, in questo caso, non essere banale, scontata? Come può esistere una realtà in cui lui, Lugaid, non desidera averla tra le braccia?

Si scioglie dall’abbraccio, arretrando ulteriormente di qualche passo, gli occhi che lo fissano con malcelato risentimento.
“Non cercare di manipolarmi con qualche moina: voglio sapere esattamente - esattamente, mi sono spiegata? - cos’hai in mente di fare.”

Inspira profondamente, abbassando le palpebre; quando espira, a fondo, porta entrambe le mani sul volto, a massaggiarsi gli occhi chiusi.
“Honderyll sembra del tutto convinto, ora, ma credo sia necessario dargli ancora qualche tempo.”
E se la voce è quella, naturale, di Lugaid, dell’assassino è sicuramente la lucida freddezza con la quale l’elfo ha analizzato la situazione, quasi che non dipendesse, dalle mosse che farà in un immediato futuro, tutta la sua esistenza.
“Per abituarsi all’idea, intendo dire. Dovrò poi affrontare suo padre… una questione che va studiata nei dettagli perchè non manchi della giusta teatralità. Con la sua genitrice, invece, temo di non avere desiderio nè intenzione di convenire. E poi…”
Allarga le braccia, gli occhi nuovamente aperti.
“E poi si vedrà. Non dipende solo da me.”
Si stringe nelle spalle con il medesimo gesto con il quale fa ricadere le mani lungo i fianchi, concedendosi qualche attimo di pausa.
“Per il momento, pensavo di rimanere nella mia nuova abitazione -ti dirò il nome del pittore che la abita, così potrai rinunciare alle tue spie- in modo tale da non recare disturbo a nessuno.”
Fa un rapido sunto mentale; ha dimenticato qualcosa? No, non manca nulla, più o meno. Ad esclusione, certo, della voglia che prova di stringerla, di quanto, si è accorto solo ora che le è tanto vicino da respirarne il profumo, gli manchi quella piccola presenza.
Eppure non lascia che i suoi pensieri raggiungano le labbra, frenando un nuovo impulso ad abbracciarla, tradito solo da un pizzicore sulla pelle e da una repentina contrazione delle mani.

Annuisce, rilassandosi nonostante le sue parole sembrino esprimere l’esatto contrario.
“Come desideri. E’ un peccato, però: Casa Ember avrebbe accolto con…” sollievo? “…gioia una nuova presenza maschile.”
Gli sorride, non del tutto convinta, avviandosi verso la porta dalla quale è uscita solo poco prima, voltandosi verso di lui una sola volta per fargli cenno di seguirla.
“La legge dell’ospitalità vuole che ti offra del cibo, la mia aggiunge anche un buon calice di vino. Vieni”

Apre la bocca per replicare, richiudendola subito dopo in favore di un leggero movimento del capo, un annuire leggero che precede solo di un attimo l’incamminarsi dell’elfo dietro Vadania. Quando le sue labbra tornano a schiudersi è per dar vita a dei suoni, un pensiero che, seppur laterale e poco importante, nutre già da qualche tempo.
“Dovresti presentarmi a tua sorella. Non credi?”
Non specifica in che qualifica e quanta parte di verità dire, lasciando a lei il privilegio e l’onere di calibrare l’esatta parte di realtà da mescere nella menzogna, un calice agrodolce da servire ad Alissa.

Si volta di scatto, quasi rischiando di scontrarsi con lui.
“Non è il momento. Non considererebbe con favore una tua visita… non in questo momento. Lei…”
Si inumidisce le labbra, visibilmente nervosa
“…lei è molto intuitiva…”
“Lo sono davvero.”
Un’aggraziata figura vestita di taffetà nero fa capolino da una delle porte, le mani nascoste nelle ampie maniche dell’abito ed i capelli d’oro appenna appuntati alla nuca, lasciando ricadere la lunga chioma sulle spalle e sulla schiena, in netto contrasto con il colore scuro dell’abito.
Bella ed eterea, Alissa rivolge alla sorella per uno sguardo lungo e penetrante prima di dedicare la sua attenzione al nuovo venuto cui, meccanicamente, rivolge un sorriso ed un cenno del capo.
“Ci conosciamo?”

Prima di rispondere, Lugaid si prende tutto il tempo di voltarsi verso la nuova arrivata e, senza indulgere nelle lunghe occhiate che la curiosità esigerebbe, assetata di somiglianze con la sorella, si inchina in silenzio, in un saluto che è solo gestuale, se non meno sincero. Si raddrizza, poi, senza impettirsi, mantenendo una posa del tutto rilassata; un sorriso sincero fiorisce sulle labbra, prima che queste si schiudano per parlare.
Alissa.
Lugaid non commette neanche per un attimo l’errore di sottovalutarla, di considerarla indifesa, senza artigli; ha, su di lei, le informazioni che le ha dato Vadania, poche in verità, ma ha soprattutto il suo sesto senso che lo informa di qualcosa di imminente, incombente.
Parla con tono cortese, fermo ma morbido, privo di alcun accento particolare.
“Forse, mia signora. Se il vostro intuito, tanto affilato, vi suggerisce di sì, non possiamo che prendere in considerazione questa eventualità. Il nome con cui mi sentirete chiamare da Vadania, a meno che non mi stia, come di frequente accade, rimproverando di qualcosa, è Lugaid.”
Una breve pausa, necessaria a null’altro che a separare due frasi.
“Così non si potrà dire che partiate svantaggiate non conoscendo il mio nome, mentre io, com’è naturale, conosco il vostro.”
Sì, sarà tremendo abituarsi alle buone maniere.

Muove qualche passo un avanti, uscendo dal quadro della porta.
“La persona per salvare la quale mia sorella ha rinunciato alla sua fuga. O per la quale essa è fuggita? Per quanto sottile, il mio intuito non mi ha ancora informata di questo. Volete essere voi a rimediare?”
La sicurezza che ostenta, non come costruzione manierista ma in quanto dono di cui è intrisa la sua stessa persona, non viene meno neppure quando Vadania si porta tra i due, scoccandole un’occhiata poco amichevole.
“Ai miei ospiti penso io, non è necessario che tu ti scomodi. Soprattutto se il tuo intervento si risolve nel richiamare spiacevoli eventi del passato.”
La rabbia che esprime è forse accentuata da quel vago rossore che le imporpora le guance? Si potrebbe scommettere sia proprio così.

“La persona la quale ha rinunciato alla sua fuga per salvare vostra sorella.”
Il sorriso che le scocca è del tutto divertito, senza alcuna traccia di un disagio che, effettivamente, non prova. Crescere fra sangue, veleni e gente che non desidera altro che piantarti un coltello fra le scapole, si trova a riflettere l’elfo, ti fa considerare sotto un’altra luce gli scontri verbali, per quanto sottili. O, forse, lo stare affrontando la sua famiglia gli sta donando una certa serenità o, quantomeno, un certo relativismo.
Lugaid scaccia simili, oziosi, pensieri nel momento in cui riprende a parlare, con il medesimo tono cortese, non curandosi di celare una nota di divertimento.
“Anche se, è doveroso dirlo, non sono tanto importante da fuggire quanto da partire; e, conoscendone il carattere, forse sono io che debbo essere salvato da vostra sorella.”
Un sorriso obliquo gli inclina per un attimo le labbra, quando l’idea si visualizza nella sua mente.

Ignora la seconda parte della frase, concedendosi solo un sorriso tanto fugace da lasciare il dubbio che sia apparso veramente.
“Restare per salvare Vadania? Cosa dovrebbe temere una figlia degli Ember? E, soprattutto, cosa potresti fare, tu, per salvarla?”
Occhi indagatori di un verde intenso, l’unica caratteristica che sembra accomunare le due sorelle, altrimenti profondamente diverse quasi da non sembrare tali.

“L’ironia, se non la fede, ci salverà tutti.”
Proclama, con un sorriso divertito che non accenna a spegnersi. Quanta serietà, quanta contezza.
Lugaid voleva scherzare, naturalmente. In fondo, non è che uno sconosciuto di basso rango e poca importanza.
Che cosa potrebbe mai fare, lui?
Su questo pensiero, gli angoli della bocca si inarcano impercettibilmente di più.

Il volto di Alissa sembra illuminarsi di una nota di misurato divertimento.
“Vadania aveva ragione almeno su questo: non è gentile far aspettare un ospite in anticamera e non offrirgli modo di ristorarsi. Prego, vogliate seguirmi nel mio salotto, saremo lieti di avervi come ospite.”
Gli volta le spalle, senza poter vedere i polsi di Vadania che si uniscono e si separano mentre gli indici disegnano nell’aria un ampio ‘’no'’ all’indirizzo di Lugaid, rimarcato dal movimento silenzioso delle labbra e da un’espressione che non nasconde il concitato suggerimento.
Ci mancava solo questo, sembra pensare la giovane elfa, senza sapere chi dei due risulti meno preparato all’incontro.

Si lascia sfuggire un risolino leggero alla vista di Vadania.
Parla senza voltarsi verso Alissa, non avendo bisogno di guardarla per seguirne i movimenti, e tende una mano verso Vadania, il palmo verso l’alto.
“Non posso che essere restio a farvi sprecare il vostro prezioso tempo, mia Signora, ma non posso, in verita`, rifiutare a cuor leggero il vostro invito.”
Una fugace strizzata d’occhio a Vadania chiude la frase.
Nella tana della leonessa; la cosa si fa divertente.

Alissa lo osserva da oltre una spalla, sorridendo appena.
“Non spreco mai il mio tempo. E voi, ser…”
Si volta, trovandosi esattamente nello specchio della porta ed esprimento con tono casuale una constatazione che casuale non è. Sa perfettamente chi si trova davanti, ed allo stesso tempo sa, o pensa di sapere, quale sarebbe stato il giudizio del suo amato padre.
“Temo di non conoscere il vostro nome.”

Si lascia andare ad un sospiro leggero, incorniciato da un sorriso pallido, leggero. China appena il capo, dissimulando la sua allegria in un cenno cortese.
Alissa. Persona interessante, senza dubbio, decisamente stimolante.
Quando alza il capo, il sorriso si è trasferito agli occhi, le labbra piegate in un’espressione di educata cortesia.
“Temo, mia signora, di aver già contribuito, con il mio comportamento disdiscevole, a mettere vostra sorella in una luce che non merita.”
Si volta verso Vadania, il sorriso che si allarga appena di più.
“Lascerò quindi che sia lei a compiere le presentazioni. Formali.”
Tace, accennando appena all’elfa dai capelli di fuoco; a lei la parola, a lei la scelta su quanto dire.

Lo sguardo di Vadania è tutt’altro che amichevole mentre saetta dall’uno all’altro, il capo che si piega in un formale cenno d’assenso.
“Sorella cara, è mio piacere presentarti Lugaid Vanquillose Loine di Lymes, figlio un tempo scomparso di lord Elender di Vanquillose di Lymes. I motivi che l’hanno finalmente ricondotto alla sua famiglia sono molti e complessi ma…”
“Non ne dubito”.
La interrompe con tutta la cortesia che la buona educazione le impone, rendendo il suo gesto, almeno in apparenza, tutt’altro che sgarbato.
“Ma non mi interessano i nomi acquisiti da pochi giorni, non sono che l’abito nuovo pronto a sgualcirsi alla prima occasione. Cercherò di porre altrimenti la mia domanda, sperando che altre e più semplici parole mi siano di conforto ed aiuto.”
Lo sguardo torna sulla figura di nero abbigliata e la mano si solleva, contemporaneamente, in direzione di Vadania, fermandone sul nascere la risposta che già le schiude le labbra.
“Chi siete?”

Sorride, ancora, compiaciuto; parla con divertita cortesia, rivolto ad Alissa, ma senza lesinare qualche occhiata, fugace, a Vadania. Cerca forse approvazione? No, si rende conto mentre, con un sorriso che sale fino agli occhi, torna a voltarsi verso Alissa; semplice voglia di guardarla.
“La persona che corteggia vostra sorella. Con alterne fortune.”
Una sola frase, rapida come il baluginio di una lama, lasciata quasi cadere; quando riprende a parlare, è come se non l’avesse mai detto.
“Ho avuto il privilegio di poter indossare molti abiti ed avere molti nomi. Sono stato Jacobius, il copista; Helian, il pittore; Valanil, il fattorino. Huine, l’ombra.”
Un sorriso increspa fulmineamente le labbra, subito dopo aver aggiunto le ultime parole; quando riprende a parlare, il tono si colora di un caldo accento delle marche del sud.
“Senza dimenticare Noqualmë Uialen di Kyle. E Nualma, il servitore.”
China appena il capo, in un grazioso cenno.
“Sono e non sono. Solo una cosa è certa.”
Allarga le braccia, abbassando gli occhi al proprio vestito.
“Il nero mi dona particolarmente.”
Un sorriso, sfolgorante; quale sarà la prossima sfida? Quale la prossima domanda? A quando il prossimo attacco?

Un sopracciglio inarcato è la massima risposta che riesce ad ottenere mentre Alissa volta le spalle ai due, precedendoli lungo l’ampio corridoio.
“Sono estremamente curiosa di scoprire quali sono le occupazioni in cui il vostro talento si esprime al meglio. Oltre alla sartoria, naturalmente.”
E’ forse ironia quella che sente? Il suo profumo è tanto impalpabile da non poterne individuare con certezza la presenza pur essendo indubbio il gioco che l’elfa sta portanto avanti: un gioco di mezze frasi e sottointesi accennati.

“Temo solo quella, mia signora.”
Segue con passo felpato, quasi felino, Alissa, adattando la propria andatura a quella dell’elfa, in modo da rimanerle, costantemente, due passi più indietro.
“Già in tenera età mi scoprii abile nel taglio e nel cucito. Più nel primo che nel secondo, in effetti, ma alle naturali inclinazioni non si comanda…”
Scrolla le spalle in un gesto di puro calcolo, pur nella consapevolezza che Alissa non potrà vederlo; è ormai assorbito nel divertimento che quella continua scherma gli procura, quasi drogato dalla sfida verbale ed intellettuale.

“Lord Ember era solito curare personalmente i propri libri paga. Li custodiva scrupolosamente come si conviene, questo è ovvio, tanto che una sola persona era ed è tutt’ora a conoscenza della loro esistenza. Volete indovinarne il nome?”
Si ferma avanti ad una grande porta, sorridendo all’indirizzo di Lugaid tradendo solo in parte la propria soddisfazione. Un colpo basso? Forse.
Senza distogliere lo sguardo solleva una mano per colpire delicatamente il battente, così che uno dei servitori possa aprire la strada alle loro signorie.

Non lascia che il sorriso si spenga, nè che il tono si appassisca; tuttavia, mentre parla, richiama alla mente quante transazioni ha concluso di persona con Lord Ember, quanti nomi differenti gli ha fornito, quante notizie, di lui, potrebbe aver conosciuto. La risposta gli farebbe contrarre la mascella, se non stesse già parlando.
“Non saprei, mia Signora. Ricordo, certo, il suo segretario personale, sollecito nel portare il calice di vino che, come di consueto, chiudeva ogni incontro con il Lord vostro padre.”
Un sospiro, come se si dovesse trovare a dire un’ovvietà necessaria.
“Tuttavia non ho mai ritenuto di mia pertinenza la contabilità privata di vostro padre, nè lui ha mai creduto opportuno informarmene. Nè, in fondo, ho mai avuto altri motivi per interessarmi della questione.”
Lascia che il sorriso divenga, specchio del tono, per un solo attimo famelico, quasi feroce, per poi tornare alla cordiale apertura di poco prima.
Bella mossa, non c’è che dire; l’incontro si sta prospettando decisamente più interessante di quanto non si fosse annunciato. Di solito, in queste situazioni, c’è sempre il morto.
Un sospiro preannuncia un leggero accentuarsi del sorriso dell’elfo. Purchè non sia lui, non dovrebbero esserci problemi.

La porta si apre, rivelando un grazioso salottino ornato di strumenti musicali di varia foggia e natura, alcuni si direbbero provenire da luoghi tanto lontani da non poter avere neppure un nome.
“Appurato che conosco ciascuno dei vostri nomi e dei servigi che avete reso alla mia famiglia… gradite un tea? Abbiamo ottimi biscotti appena sfornati.”
Sono più esemplari i suoi gesti da perfetta padrona di casa od il suo lasciar trasparire tra le righe sempre più di quanto le sole parole non dicano?

Il sorriso che sfavilla sul volto dell’elfo incornicia parole che sgorgano argentine dalle sue labbra, in un’amabile correzione di quanto Alissa ha appena detto.
“Appurato che conoscete molti dei miei nomi e qualcuno dei servigi che ho reso alla vostra famiglia…”
Una breve pausa, un leggero dondolio del capo.
“Grazie, credo che non prendero` nulla, in effetti.”
Un’altra pausa, spesa tutta nell’osservare con manifesta attenzione la stanza, lasciando scivolare gli occhi sulle pareti ingombre di strumenti, pizzicandone le corde con lo sguardo, percuotendone le membrane con la sola curiosita`.
“La sala della musica?”

Le labbra si assottigliano impercettibilmente per poi distendersi nuovamente in un sorriso accomodante.
“Non potrei arredare diversamente il mio piccolo salotto. Prego, accomodatevi, Ser Lugaid.”
Se fosse o meno una provocazione, il chiamarlo ser anziché Lord, non viene lasciato trasparire da alcuna delle movenze delle quali si veste come fossero le sete più preziose. E’ solo quando sta per adagiarsi su una comoda poltrona che lo sguardo torna verso la porta, interrompendola.
“Vadania, vieni avanti. Non è gentile restare ferme sulla porta. Non ti preoccupare, non desidero oltragiare il nostro ospite con insolita scortesia, anche se ha imperdonabilmente rifiutato il mio tea.”
I capelli fulvi si muovono seguendo lo spotamento del capo, la fronte disegnata dei profondi pensieri che la attraversano in quel momento.
“il mio ospite, Alissa, il mio ospite.”

Come impermeabile al rimprovero, per nulla velato, di Alissa, Lugaid si accomoda di fronte alla sua nuova ospite senza permettere al proprio sorriso di incrinarsi.
Si inserisce nella discussione tra le due sorelle, incurante, come se le sue parole fendessero il silenzio.
“Il vostro piccolo salotto, dite?”
Ancora, volta manifestamente il capo in un palese studio degli strumenti che ornano la sala. Nualma, il servitore, non ha mai visitato questi quartieri.
“In un momento in cui la conversazione non mi sarà sembrata starvi tanto a cuore, mia dama, temo che vi chiederò di darmi un saggio della vostra abilità, sperando che vorrete acconsentire.”
Accavalla le gambe, appoggiandosi comodamente allo schienale; in silenzio, attende che l’elfa riprenda a guidare la conversazione verso i lidi cui desidera approdare.

“Non mi sembra di avervi invitato a tornare o ad intrattenervi a lungo.”
Una breve occhiata all’indirizzo di Vadania, che nel frattempo ha preso posto accanto alla finestra, ed un fuggevole sorriso che le incurva le labbra.
“Non ancora, quanto meno.”
La breve pausa che segue le occore per richiamare un servitore e dare ordine di preparare tea per tre. Nel caso Lugaid cambiasse idea, si premura di aggiungere, continuando poi a rivolgersi all’inatteso ospite non appena udito l’attutito richiudersi della porta.
“Ammetto di essere molto curiosa, Lugaid - posso chiamarvi così? - Ditemi, vi capita spesso di turbare il sonno di un intero palazzo con grida tanto acute? Da quanto so di voi non pensavo amaste a tal punto la… teatralità.”

Scrolla le spalle, noncurante.
“Oh, a volte sì, a volte no. La teatralità è un’arma affilata quasi quanto la buona educazione, non ho certo bisogno di dirvelo…”
Appoggia le mani sulle ginocchia, inspirando ed espirando a fondo, prima di tornare a parlare.
“Inoltre, bisogna sempre considerare lo scopo primario di ogni azione.”
Accenna un nuovo sorriso, concedendosi un’apparente distrazione, lo sguardo attratto dai numerosi strumenti musicali.

Il silenzio si fa quasi opprimente prima che Alissa torni a parlare, con espressione più grave di quanto lei stessa vorrebbe.
“Non sono così spregiudicata da apprezzare chi per vivere svolge un tale mestiere. Le difficoltà della vita non sono una scusante, o per lo meno non lo sono più quando si giunge ad avere una possibilità di scelta. Potete essere un Vanquillose o finanche l’ultimo discendente della dinastia regnante, non mi interessa: non è il vostro nome che vi da lustro bensì le vostre azioni… e queste vi rendono quanto meno opaco ai miei occhi. Non apprezzo che vi intratteniate con mia sorella.”

“Oh, lo immagino bene!”
Esclama convinto, deciso, senza tuttavia che dalla sua espressione scompaia un sorriso diffuso, quasi impalpabile eppure presente.
“Sono perfettamente conscio di quanto opaco io possa apparire a coloro che commissionano i miei servigi, credendo che il denaro ripulisca loro le mani. O ai loro figli.”
Scrolla le spalle.
“Ad ogni modo, mi duole mancare del vostro apprezzamento. Cercherò di farmene una ragione.”

“Adesso basta”
La voce di Vadania li raggiunge, secca e glaciale come l’acciaio temprato.
“Smettetela di parlare come se io non fossi qui. Farò esattamente ciò che voglio, che chiediate o meno il mio parere, pertanto, signori…”
Come non cogliere la nota ironica in quella sola parola e in quante la seguono?
“…spero vogliate scusarmi se sento l’esigenza di ritirarmi nelle mie stanze.”
Non si premura di accennare alcun inchino mentre volta le spalle ai due, furente tanto con l’uno quanto con l’altro, avviandosi a passi decisi verso la porta.
Un sorriso di vaga soddisfazione è l’unica reazione di Alissa, bellisima ed immobile sulla sua poltrona preferita.

Sospira, chiudendo gli occhi e portandosi le mani alle tempie. Lascia che la voce filtri così, da dietro dita che, lentamente, massaggiano la fronte con un movimento circolare.
“Credo, mia Lady, che io debba scusarmi con voi ed andare a cercare di non farmi uccidere da quella tigre che è vostra sorella da adirata.”

Parla nel medesimo istante nel quale la porta si apre per lasciar uscire Vadania ed entrare un servitore in livrea biancoblu, con un grande vasoio d’argento sorretto da entrambe le mani.
“Temo di non potervelo permettere. Se la calmaste la mia piccola recita non sarebbe valsa a nulla e, come vi dicevo pocanzi, non sono solita perder il mio tempo.”

Abbassa le mani in un sospiro, un sopracciglio appena inarcato ed un’aria di stanca condiscendenza sul volto.
“Siete crudele, sapete.”
Alza le spalle, adagiandosi nuovamente contro lo schienale. Si inumidisce le labbra, prima di tornare alla parola.
“Tuttavia errate, se mi credete in possesso della facoltà di placare il suo animo.”
Si concede un sogghigno divertito, rapido come il ricordo di eventi non troppo remoti.
“Di norma, anzi, sembra che io la esasperi oltremodo.”
Esala ancora un sospiro, voltando pigramente il capo verso la porta. Quanto tempo lasciar passare, prima di raggiungerla? Come conciliare l’esigenza di abbracciarla, subito, con quella di spiegarle, di calmarla, di non saperla adirata con lui? Il labbro inferiore viene eletto a capro espiatorio e tormentato dai denti sull’onda di simili dubbi.

22 Febbraio 2007

L’apprendista e l’assassino - VII


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Lo sguardo di Honderyll si sposta dall’uno all’altra.
“Sei già stata qui”
Osserva con amarezza, a metà tra una domanda ed un’accusa mentre lei ha già mosso alcuni passi all’indietro.

“Sì, certo.”
Parla da sopra la spalla mentre si muove con disinvoltura per la cucina, recuperando due bicchieri ed un’otre d’acqua.
“Non essere…”
Si interrompe, fissando assorto la credenza, come se gli stesse parlando in una lingua che alcun altro può udire. Scrolla poi le spalle, rimettendo via i due bicchieri che aveva già preparato e cercandone altri due con espressione assorta.
Parla lasciando cadere le parole una per una, impegnato più che altro nella sua ricerca.
“Non essere noioso… Ah!”
Ritrae la mano con due bicchieri dalla foggia leggermente più raffinata di quella dei precedenti: il servizio buono, si direbbe.
Riprende a parlare mentre valuta la pulizia delle stoviglie con un’occhiata sommaria in controluce.
“Tengo anche lezioni e…”
Si interrompe di nuovo quando, soddisfatto dall’ispezione ai bicchieri, li riempie entrambi d’acqua; subito ne afferra uno, sorbendo un primo, soddisfatto, sorso.
Cosa c’è di meglio dell’acqua fresca, quando si ha sete?
“Gradisci?”
Porge il bicchiere ad Honderyll, nascondendo la propria espressione in un nuovo, abbondante, sorso.

Rapida, la mano di Vadania afferra il bicchiere, portandolo alle proprie labbra prima che vi sia la possibilità di pronunciare una sola sillaba.
Lo inclina lentamente, guardando Lugaid dritto negli occhi e prendendo il tempo necessario per pensare alla prossima mossa: la situazione le stava sfuggendo di mano, degenerando in una lotta fisica alla quale difficilmente avrebbe potuto mettere fine.
“Volevo migliorare nell’uso del pugnale.”
Spiega infine, mentendo con fin troppa facilità, gli occhi che ancora non si volgono verso il suo reale interlocutore, quasi una sfida ad essere smentita.
“E mi è stato consigliato di rivolgermi a lui. Il resto è stato un concatenarsi di coincidenze. Avrei dovuto parlartene prima, mi scuso.”
Solo allora gli porge il bicchiere, gentilmente accettato.
“Avete davvero disogno di dimostrare chi è il più forte tra voi prima di iniziare a parlare civilmente? In fin dei conti” Si stringe nelle spalle, ignorando l’espressione accigliata di Honderyll “potreste essere utili l’uno all’altro, e ve ne rendereste conto se solo la smetteste di mostrarvi i denti.”

Sospira, accettando il bicchiere dalle mani di Vadania e poggiandolo sul piano della cucina; coraggiosa, ma, come sempre, stupida. Fortunatamente, non c’era nè sonnifero nè veleno.
Alle parole dell’elfa, inarca un sopracciglio, pensoso. Risponde in tono leggero, dando l’impressione di non aver riflettuto a lungo, prima di tradurre in suoni le proprie idee.
“Non credo di aver bisogno di dimostrare chi, fra noi due, se la cava meglio in uno scontro.”
Una lunga pausa, concatenata ad una lunga inspirazione.
“Ma non credo neanche che lui desideri credermi.”
Scrolla le spalle, ancora una volta.
“In fondo, forse al posto suo farei la stessa cosa. Non ho prove, non ho fatti concreti; arrivo ed annuncio di voler bruciare la sua casa. Oh, sì… e abbraccio la sua -quasi- futura moglie.”
Si stiracchia, indolentemente.
“Non credo che rinuncerà all’opportunità di darmi una lezione. A prescindere da quanto mi annoi la cosa.”

Arrossisce senza volerlo, trovandosi a sbottare più per il fastidio che questo le provoca che per la continua, sottile provocazione di cui Lugaid fa uso nei confronti del fratello.
“Tu non brucerai nessuna casa! Dannazione, la vuoi smettere?”
Sì, stava decisamente perdendo la pazienza.
“In uno scontro può accadere di tutto, Lugaid, anche di sbagliarsi sul proprio avversario”
Lo stava difendendo? Maledizione, decisamente non era ciò aveva in mente.
“Se evitas..”
“Basta!”
La voce di Honderyll la interrompe con il tono di chi è da tempo avvezzo al comando, calmo ed allo stesso tempo autorevole, riducendola ad un furente silenzio.
“Mi minacci platealmente, ti prendi gioco di me, insulti il mio nome… e pretendi che mi limiti a sorriderti? O magari credevi che ti invitassi ad accomodarti nel mio salotto? Sei arrabbiato. Lo sono anch’io. Ma non starò a guardare mentre trami di dare fuoco a ciò cui tengo, e non hai bisogno di provocazioni di così bassa lega per indurmi a venire alle armi. Che sia chiaro: non sono io a cercare lo scontro.
Mi ero quasi illuso…”
E’ quasi una risata quella che gli sgorda dalla gola, producendo ul lieve tremolio delle spalle.
“…cosa importa? Quando mai abbiamo libertà di scelta?”
Reinfodera l’arma, scuotendo appena il capo.

Sopprime a fatica uno sbadiglio, sperando che lo interpretino come un ostentato segno di noia, più che come un segnale di stanchezza, come effettivamente è.
“Non darò fuoco a nulla. Ho promesso.”
Scrolla le spalle, concedendosi di socchiudere un solo attimo gli occhi, ricercando nuove energie con cui dissimulare il proprio stato.
“Ad essere sinceri, questa mattina, prima di sapere di certune manie di fuga…” ed uno sguardo obliquo viene scoccato, rapido, verso Vadania “…stavo preparandomi a partire. Non credo di aver più motivi per rimanere, a questo punto”

L’elfa sembra trattenersi a stento dal proiettarsi in avanti, il capo che si solleva in un rapido scatto.
“Non puoi! Non…”
Il grido iniziale di spegne, senza che la frase possa trovare completamento, sfociando in un mordere doloroso l’angolo della propria bocca. Erano passate solo poche ore da che era stata lei stessa a cacciarlo, intimandogli di starle lontana. Cos’era, allora, quel senso di vuoto che le si agitava dentro?
“Non andare…”
Non un’imposizione ma una semplice richiesta che strappa ad Honderyll un sorriso che può, con buona approssimazione, essere definito di sorpresa. Vadania non ha mai chiesto: di solito pretende e si appropria di ciò che vuole con o senza il consenso degli interessati.
Si tratta decisamente di un’interessante novità.

Inspira, chiudendo gli occhi per un attimo e riaprendoli solo quando torna ad espirare. Ogni centimetro di pelle gli sta urlando di chiudere quella discussione prima che si faccia ancora più difficile.
Apre la bocca per rispondere, richiudendola poi senza essere riuscito a dire nulla. Gli sta veramente chiedendo di non andare? Eppure, sa bene di essere stata lei stessa…
Lascia che un sorriso gli affiori sulle labbra, assieme ad una risata che si fa sempre più convinta. Stende una mano, scompigliando di nuovo i capelli dell’elfa.

“Niente roghi, niente più insulti che giungano alle mie orecchie, niente piani di battaglia o di tortura. Lascia stare i Vanquillose ed io lascerò stare te. E porterò Nymelia a casa.”
E’ la voce di Honderyll a sovrapporsi alla risata di Lugaid, piegandola verso la serietà di un argomento che non potrebbe stargli più a cuore. Poi, un breve sguardo verso Vadania sembra addolcirne lo sguardo.
“Ha un debole per te…”
Un’affermazione leggera, che non vuole avere implicazioni ma che la piccola elfa si sforza di negare animatamente.
Cosa davvero stiano pensando, tutti e tre, è perso nel marasma di sentimenti contrastanti che sembra avvolgerli e trasportarli in un universo parallelo e solo in parte unito a quello dove si trovavano fino al giorno precedente.

“Sarò io a lasciar stare te.”
Si morde il labbro inferiore, esalando un leggero sospiro.
“Falla sistemare nella terza stanza nell’ala est. Era la sua, prima…”
Lascia che la voce si spenga lentamente; quando riprende a parlare, ha trovato una nuova stabilità, almeno apparente.
“Cerca Yelin, la sua bambola. Le parlava quando aveva qualche problema e non voleva dirlo a nessuno… dovrebbe essere in uno dei bauli nella stanza verde, al secondo piano.”
Non riesce a trattenere un sorriso amaro al ricordo di immagini rubate da una porta semichiusa; deglutisce per scacciare il groppo alla gola.
“E tienile lontano tuo padre. Per favore.”
Inspira a fondo, portando una mano alla fronte quando una fitta di emicrania minaccia di volergli spaccare in due la testa.
Adesso sarebbe il momento giusto per rimanere da solo. O con Vadania, al massimo.

Honderyll annuisce gravemente trovandosi a riflettere, tra sé e sé, sulla somiglianza caratteriale di Lugaid con il padre che disprezza. Se le cose fossero andate diversamente si sarebbero capiti alla perfezione. Sciocco! Si rimprovera l’istante successivo, non sai ancora se è davvero tuo fratello, non iniziare a scrollarti dalle spalle pesi che probabilmente ti apparterranno per tutta la vita.
“Lo farò.”
Volge lo sguardo verso la porta tornando a guardarlo con una strana espressione in volto, quella propria di chi vorrebbe fidarsi ma teme di peccare d’ingenuità come capita a molti fin troppo spesso.
“Cancella i miei dubbi, fammi credere che sei mio fratello, e ti tratterò come tale.”
Una frase tanto semplice per implicazioni così complesse… Ah, il paradosso.
“Vadania”
Le posa delicatamente una mano sulla spalla.
“Tua sorella era molto preoccupata, andiamo a rassicurarla.”

Ritraendo la mano, azzarda una carezza sul volto di Vadania. Tentare? Partire?
Troppi dubbi, troppe domande. Troppe incertezze.
Sospira, accennando all’elfa la porta con il capo.

“Non ne approfitterai per andartene?”
“Ho un motivo per rimanere?”
“…sì.”
Botta e risposta così rapidi da dare l’impressione di un dialogo provato e riprovato infinite volte.
Un sorriso obliquo ed una fugace strizzata d’occhio, in risposta, la convince a muovere qualche passo per seguire quello che sarà il suo accompagnatore, già immerso in pensieri di ben altra natura come, ad esempio, il numero di soldati che può radunare per meglio proteggere la propria abitazione. Non si è mai troppo pudenti.
Sulla soglia della cucina Vadania si volta un ultima volta, puntando l’indice contro Lugaid.
“Se te ne andrai, ti verrò a cercare.”
Una minaccia, decisamente una minaccia.

Un colore rosso simile al sangue; decisamente troppo vivo. Forse sarebbe meglio scurirlo… ma come dare le tonalità bronzee necessarie?
Mani esperte mischiano tempera, diluiscono, scuriscono, schiariscono, in una miriade di esperimenti tale che è solo per miracolo che il colore raggiunge una tonalità apprezzabile. Il pennello si intinge, poi, esitante, per andare a depositare in tratti rapidi il colore sulla tela.
Helian, il pittore, può ammirare soddisfatto il proprio lavoro, mentre due occhi verdi, incorniciati da una matassa di riccioli rossi, restituiscono lo sguardo dalla tela.
Somigliante, anche se non troppo.
Sono ormai passati sette giorni da quando l’ha vista per l’ultima volta. Sei giorni da che è arrivato l’invito. Cinque dal momento in cui Jacobius, il copista, è svanito nel nulla, lasciando deserta la sua casa.
Helian sbuffa rumorosamente, abbandonando lo studio e la sua luce calda, sfuggendo allo sguardo che, dal quadro, gli arriva fin troppo penetrante.
Due giorni dopo, nessuno potrebbe riconoscere la persona uscita dalla dimora modesta, seppur spaziosa, del pittore.
Un servitore di spicco di un ricco nobile venuto a commissionare un ritratto, si direbbe dal suo abbigliamento: privo dei consueti ornamenti che tanto amano gli aristocratici, il vestito, nero, è stato sicuramente cucito su misura e la stoffa, tanto scura da avere riflessi violacei, non fa che rimandare al corvino dei capelli e all’ametista degli occhi.
Una scelta che non può essere casuale, senza dubbio. Non casuale e costosa, per di più. Il particolare della spada che porta fissata al fianco, inoltre, identifica una persona di un certo rango, avvezza a tale privilegio.
Non vi è nessuna meraviglia, quindi, per chi dovesse seguirlo, nel vederlo raggiungere il parcheggio delle carrozze e nel comunicare al vetturino, con voce che non tradisce alcuna emozione, la sua destinazione.
Villa Vanquilosse, e in fretta.

Una carrozza in arrivo, gli ha comunicato il valletto, inchinandosi profondamente prima di attendere gli ordini del suo nobile padrone.
Honderyll veste una semplice quanto vaporosa camicia bianca, terminante in pantaloni stretti e di pregiata fattura, realizzati con lo scopo di non impedirne i movimenti quando, come in quell’occasione, era solito allenarsi nell’uso della spada. Davanti a lui un giovane dai lunghi capelli biondi lo osserva, mollemente appoggiato alla propria arma; un sorriso gli aleggia sul volto, come se potesse leggere i pensieri direttamente nella mente dell’amico.
L’erede dei Vanquilosse accarezza lentamente lo sbuffo di tessuto che dal collo giunge quasi fino allo sterno, corrucciando le labbra per un momento prima di dar ordine di scortare l’ospite fino a quella stessa stanza.
Una carroza sconosciuta? Non può essere che lui.

Lugaid è pallido. Sa di esserlo, senza alcun dubbio; merito del lungo addestramento, certo, che gli ha insegnato a controllare e monitorare ogni parte di sè, ma istinto, soprattutto.
La mascella contratta che non vuole saperne di rilassarsi, segue rigidamente il valletto, scoprendo modificati i corridoi che la sua infanzia aveva scolpito nei ricordi; meno alti, meno imponenti, meno lunghi. Ugualmente spaventosi.
Entra così nella sala dall’allenamento, senza comunicare al valletto alcun titolo con cui essere annunciato, facendo persino fatica a deglutire.
Tutto è cambiato, eppure nulla lo è. Quanto traspare di quello che sente sul suo volto? Quanta parte dell’angoscia che lo sta divorando affiora dai suoi occhi?
Un sospiro ed un inchino, rigido, ad Honderyll, nel più completo silenzio. Lui lo ha invitato, che sia lui a parlare.

“Bengiunto”
La voce che lo raggiunge è calma e pacata, forse appena incerca a causa di una terza presenza che, nei suoi piani, non avrebbe dovuto trovarsi lì. Si stringe nelle spalle, voltandosi a guardare il biondo senza poter trattenere, dopo un solo istante, un’aperto sorriso subito ricambiato.
“Firilion, ti presento Lugaid. Lugaid, questo è un mio caro amico: Firilion.”
Si volta nuovamente in direzione del fratello, abbandonando parte della gioia fanciullesca che l’aveva abitato fino a poco prima.
“Che tu sia il benvenuto in questa casa. Sono lieto che tu abbia accettato il mio invito, seppure con un preavviso così breve…”
Lascia la frase in sospeso senza tuttavia dargli il tempo di replicare alla pungolatura non troppo nascosta.
“D’altra parte potrebbe essere meglio così: dubito che sarei riuscito a trattenere Vadania dal precipitarsi qui.”

Maledizione. Ha usato il suo nome.
“Firilion.”
China appena il capo nella direzione dell’elfo biondo, fino a pochi momenti prima sconosciuto. Un amico con cui allenarsi alla spada, che tenerezza. Bah.
Come riscosso da quel nome, Lugaid torna in piena allerta, ricominciando la solita cantilena mentale a base di improperi rivolti a sè stesso per essersi distratto così facilmente.
Gli basta una sola occhiata, esperta, per registrare dimensioni, arredamento, vie di fuga ed armi visibili presenti nella stanza; alcuni hanno bisogno di bere qualcosa, per sentirsi a loro agio, altri di sedersi. Lugaid di conoscere uscite e struttura dell’ambiente in cui si trova.
“Tutto si può dire di lei, tranne che non abbia un carattere impulsivo, o che si dia per vinto facilmente, quando cerca qualcosa. O qualcuno.”
E Lugaid preferisce non pensare al numero di spie che si trova sulle sue tracce in quel preciso momento. Prosegue in tono cortese, spostando lo sguardo da un interlocutore all’altro.
“Ho interrotto il vostro allenamento? Devo proprio essere dotato di un pessimo tempismo… continuate, vi prego. Io mi limiterò ad assistere.”
Un sorriso divertito gli balena per un attimo sul volto, illuminando gli occhi per un fuggevole istante.
“Chissà che non impari qualcosa.”

“Temo di essere troppo stanco per potervi accontentare”
Firilion gli rivolge il sorriso incuriosito di chi avrebbe molte domande da porre ma, per ovvie ragioni, non può fare altro che trattenersi. Dopo essersi raddrizzato gli si avvicina lentamente, porgendogli la spada dalla parte dell’elsa.
“combattete voi, in mia vece.”
Una breve pausa ed un’aggiunta fugace seguita, in rapiada successione, dalla rassicurazione espressa da Honderyll nel suo solito tono fermo e rassicurante.
“Non potrei mai frappormi tra due fratelli.”
“E’ una persona di fiducia.”
Quasi un avvertimento a non osare dir nulla di offensivo.

Non oserebbe…
Idiota. Imprudente idiota, imbecille, razza di stupido presuntuoso.
Lugaid afferra la spada con un sorriso cortese e con un cenno di ringraziamento del capo, dirigendosi poi di fronte ad Honderyll. Il sorriso non abbandona le sue labbra neanche quando porta la spada di piatto, davanti al volto, nel saluto classico della scherma.
Razza di pallone gonfiato. Il suo segreto. Il suo segreto!
La voce cola dalle labbra come la più dolce delle ambrosie.
“Spero che non vorrai esagerare, non sono particolarmente affezionato al dolore fisico.”
Si pone in una guardia non perfetta, in attesa.

Il biondo, comodamente assiso su una poltrona accanto alla porta, si trova a scuotere lentamente il capo.
“Avevi ragione, è come se il vecchio ritratto di tuo padre si fosse improvvisamente rianimato… sembra impossibile…”
Parla tra sé e sé, stupito ed allo stesso tempo nervosamente impaziente.
“Firilion.”
Una sola parola di Honderyll, ed è sufficiente perché l’amico taccia, sollevando le mani in cenno di scusa.
“Chiedo venia, mi sono lasciato coinvolgere troppo…”
Il silenzio torna a calare mentre le spade si preparano a cantare l’una contro l’altra.
“Andiamo Lugaid, sai fare meglio di così…”
Come dimenticare di trovarsi davanti ad una delle poche persone capaci di disarmarlo?

“Lo so.”
Risponde asciutto, secco, la voce improvvisamente priva dal miele che la ricopriva.
“Pensi di potermi impegnare più di così?”
Un sorriso, tagliente.
Ed è un sorriso che ottiene per risposta, un sorriso ed un cenno a farsi sotto.
Tipico; dai ad una persona sana un titolo, un mucchio di soldi ed una spada e otterrai un presuntuoso che si diverte combattendo.
La risposta di Lugaid è uno scatto felino, rapido, potenzialmente mortale; avrebbe potuto aprirgli la gola e ritrarsi prima che Honderyll avesse avuto il tempo di tentare un movimento, invece si limita a sfiorargli lo sbuffo della camicia con la punta della spada, per poi tornare indietro, rapido, a distanza di sicurezza, nuovamente in guardia.
Attento, giovane Lord; giocando con un assassino si rischia di essere uccisi.

Inclina il capo, portando la mano libera allo sbuffo della camicia. Dapprima lo sfiora solamente, per poi tirarlo verso l’esterno, strappandolo e gettandolo lontano.
“Non ti piace? Neanche a me, a dire il vero, ma è stato un regalo di Vadania, ed è stato un piacere accettarlo.”
Si muove lentamente, sorridendo ancora, mantenendo la posizione di guardia ed esibendosi in una serie di finte e di brevi affondi senza intenzione di metterlo seriamente in difficoltà.

“O sarebbe stato un problema tentare di non farlo?”
Un altro scatto, la lama che cala con violenza su quella di Honderyll, spalancandogli la guardia; oh, quanti sorridenti punti vitali scoperti!
Lugaid si ritrae, infastidito, rimanendo a distanza di sicurezza, chiuso in difesa.
“Trovo noioso questo gioco… sarei incline a smettere.”
Si raddrizza, lasciando ricadere la spada lungo il fianco; la cosa lo ha stancato, decisamente.

Sorpresa.
Difficilmente si potrebbe descrivere altrimenti l’espressione dipinta sul volto di Honderyll al vanificarsi della sua guardia.
Non era mai capitato, mai, che qualcuno lo ridicolizzasse così ed in così poco tempo.
Il fischio dammirazione che li raggiunge, proveniente dall’unico spettatore, sembra essere il segnale di inizio di una gara che è lungi dal suo termine.
La sequenza di affondi e fendenti che segue è pressochè perfetta, una danza armonica in cui la facilità di movimento è tale da nascondere del tutto lo sforzo che gli costa mantenere la concentrazione in una circostanza tale circostanza.
E’ vero, non era passato molto tempo da quando aveva confessato a Firilion la sorprendente somiglianza che legava Lugaid al padre che voleva uccidere, ma questo pensiero non poteva essere una scusa accettabile per una resa completa ed umiliante.
Non era questione di orgoglio, ma di rispetto, quello che non avrebbe mai guadagnato abbassando la spada ora.

Oh, non male, decisamente no.
Costretto, d’improvviso, a riportare l’attenzione al suo avversario, recupera, paradossalmente serenità. Assorbito nela sequenza di parate, affondi, finte, contenimenti, riesce ad estraniarsi da ciò che esula dal qui e dall’ora, da tutto ciò che non riguarda la punta della spada che si trova di fronte.
Finalmente, può fare ciò che meglio gli riesce, seppur non al meglio delle sue possibilità; ha ormai perso il conto delle volte in cui si è trattenuto dall’affondare e preferisce non pensare al numero di spiragli che ha intravisto, di imprecisioni da poter sfruttare, di momenti in cui poter volgere lo sguardo a proprio, definitivo, favore.
Honderyll è bravo. Un talento naturale che è stato coltivato accuratamente, costantemente, con un’attenzione maniacale; proprio questo rende ancora più difficile il non andare fino in fondo, il non concludere mai, trattenendosi nel regno del possibile, senza mettere alla prova le proprie intuizioni.
Per la prima volta in vita sua, infine, decide di agire per non agire. Controllarsi sta divenendo sempre più difficile ed il progressivo aumentare del ritmo dello scontro rischia di infrangere il suo autocontrollo; duellare con lui dimenticando di trovarsi di fronte un Vanquilosse, poi, sta divenendo impossibile. Deglutisce a vuoto.
Coglie il momento del successivo affondo di Honderyll per un trucco decisamente sporco: la lama del fratello non è ancora arrivata a fine corsa che quella di Lugaid si abbatte sulla sua con violenza, di piatto, il medio della lama contro il debole di quella di Honderyll; rapido, parte dello stesso movimento circolare, il piede si alza, andando a schiacciare sotto lo stivale la lama.
Il resto è rapidità; la lama di Lugaid incontra il pavimento, abbandonata, quando l’elfo è già scattato, come una molla, con un colpo di gomito diretto allo sterno di Honderyll. Pericoloso, sporco, decisamente sleale; nonchè particolarmente doloroso e leggermente brutale.
Un trucchetto adorabile, secondo il punto di vista di Lugaid.

Sbilanciato, accusa il colpo muovendo qualche passo all’indietro, la mano che va meccanicamente a massaggiare la parte dolente mentre la spada giace, per la seconda volta, al suolo.
“Non è la prima volta che mi disarmi con una mossa sleale, inizio a pensare che sia un’abitudine…”
La frase, lasciata in sospeso, non reca traccia di risentimento. E’ semmai una sana curiosità ad animare i gesti e l’espressione dell’elfo.
“…posso usarlo come scusa per giustificare la mia pessima figura, suppongo.”

Arretra rapidamente, scrollando solo le spalle come risposta.
E’, all’improvviso, un’altra questione ad occupargli la mente e la volontà, come se quel duello avesse ristabilito il suo equilibrio, lasciando spazio ad una pluralità di pensieri agili, come di consueto.
Come sia riuscito a non uccidere un Vanquilosse, incrociando con lui la spada, è un interrogativo che preferisce scacciare dalla mente il più in fretta possibile.
La voce esce in tono neutro, senza altre sfumature che non una nota di cordialità e tuttavia reale, piena, non artefatta come di consueto, dotata di tutte le sue naturali armoniche.
“Nymelia è qui?”

Annuisce, tradendo una certa aspettativa.
“In quelle che sono tornate ad essere le sue stanze. E’ con la sua nuova dama di compagnia e, naturalmente, con la sua bambola. Temo che il cambiamento l’abbia disorientata. Vuoi incontrarla?”
Un colpo di tosse dalla poltrona, un’esitazione di Honderyll, un lieve strascichio delle parole ed, infine, nuove sillabe che si librano nella stanza delle armi.
“Dovremo attraversare il palazzo… non so chi potremmo incontrare”

Deglutisce a vuoto. Una, due volte. Ed una terza, subito dopo un sospiro.
Quanto tempo è passato, dall’ultima volta in cui l’ha vista? Quanti anni sono sfilati, rapidi, uno dietro l’altro? Quasi inconsapevolmente, Lugaid si trova ad abbassare lo sguardo su sè stesso; troppi.
Non saprebbe riconoscerlo, no. Non più.
“Credo che le lascerò il tempo di abituarsi alla sua nuova condizione.”
La voce è uscita troppo roca per i suoi gusti, decisamente non era il tono che avrebbe scelto, se ne avesse avuto la possibilità.
Il sospetto di avere paura, di temere un possibile incontro casuale, viene allontanato dalla mente dell’elfo con un fastidio ed una meticolosità che non possono che segnalarne una certa qual fondatezza.
Uno sguardo inconsapevole vola alle finestre; andarsene, il più in fretta possibile.
“E credo anche di dover andare, ora. Se non altro, a dire a Vadania di smettere di sprecare il suo oro.”
Un mezzo inchino, rigido, di chi non attende risposta; si è comportato fin troppo bene, in fondo.

“Stai scappando.”
Niente derisione o cattiveria, niente provocazione. Una constatazione.
“Sei qui per prendere il posto che ti spetta oppure no, Lugaid? Perché se la risposta è sì dovrai presto affrontare altro che non una passeggiata per il palazzo.”
Si china per raccogliere le spade, con l’intenzione di rimetterle sulla rastrelliera dalla quale sono mancanti.
“Salutami Vadania, dille che passerò da lei questa sera stessa. E… grazie per essere venuto fino a qui. E’ difficile anche per me, abituarmi…”
Imbarazzo? Di più: sincero imbarazzo.

“Sì.”
Un’ammissione semplice, concreta.
“Affronterò chi devo affrontare, possibilmente con una spada in pugno.”
Alza frettolosamente le mani, in un segno di resa.
“Preferisco che lo sappia mentre stiamo duellando…”
Un sogghigno divertito si allarga, incontrollato, sulle labbra dell’elfo al solo pensiero.
“…se non altro, potrò spaventarlo meglio con un’espressione debitamente feroce.”
Si concede un attimo per immaginare l’espressione sul volto del genitore, lasciandosi poi sfuggire un risolino; tanto vale prenderla sul ridere, a questo punto.
“Non appena avrà finito di rimproverarmi, te la saluterò senza dubbio.”
Silenzio, sui ringraziamenti finali, calando un velo di discrezione su una parte di discorso che imbarazza entrambi.
Vuole davvero il posto che gli spetta? No, assolutamente. Vuole una persona, non un titolo o delle ricchezze; sospira, chiedendosi quanto mai potrà ancora scivolare nella stupidità.
Impossibile dirlo.

“Gli anni l’hanno piegato più di quanto potresti immaginare, anche se tenta di nasconderlo e non vi riesce troppo male.”
La risposta gli giunge dalle labbra del biondo fino ad ora tenutosi in disparte.
“Che soddisfazione potresti trarre dal combattere con qualcuno così marcatamente più debole di te? Honderyll dice che sei venuto per ucciderlo… faresti un favore a molti, persino a lui stesso. Eppure…”
Scuote lentamente il capo, portando lo sguardo sull’amico in movimento tanto naturale da sembrare dettato da un’abitudine ormai consolidata.

“Eppure non è stato lui ad essere venduto perchè era inadatto. Non è stato lui ad essere usato come pagamento.”
Questa volta, la voce si è ridotta ad un sussurro, roco, irato, incendiario, avvelenato da una nota del disgusto che gli provoca il solo ricordo. Il capo si volta, di scatto, verso il biondo.
“Non sei stato tu.”
E quindi verso Honderyll.
“O tu.”
Serra la mandibola, strozzando in gola tutte le parole che gli verrebbero, altrimenti, naturali. Come osano? Come possono solamente pensare di capire che cosa prova? Come possono credere di sapere in quale modo lui possa trarre soddisfazione? Credono forse di sapere che cosa ha passato? Non sarà per le loro parole se non lo ucciderà come il cane che è.
Un inchino rigido, più profondo del precedente, pone fine alla conversazione; uscire precipitosamente dalla stanza, dirigersi ad ampie falcate alla carrozza e comunicare la nuova destinazione, villa Ember, sono attimi frammentati, uniti con la malagrazia del vetro spezzato.
E’ solo quando il cocchiere gli annuncia, con un’insistenza ed un tono che gli suggeriscono una pluralità di tentativi precedenti, di essere arrivati a destinazione, che Lugaid si riscuote. Vadania, sì. Ha bisogno di vederla, ora.
Bisogno.

Gli occhi ridotti a due fessure, Vadania sta ascoltando con attenzione quanto hanno da riferirle due dei suoi sedicenti informatori.
Di Lugaid nessuna traccia, nessun nuovo pittore giunto in città corrisponde alla fisionomia del ritratto che ha loro fornito. Hanno ispezionato minuziosamente ogni casa, pedinato ogni uomo, chiesto a chiunque potesse sapere qualcosa. Certo, avrebbero continuato a cercare, ma era il momento di estendere la loro opera oltre le mura cittadine, se sua signoria lo riteneva opportuno.
Lungi dal farsi amabilmente raggirare Vadania aveva offerto loro un calice di vino dallo strano sapore, chiedendo poi di conferire direttamente con colui che chiamavano capo. Naturalmente, avrebbe saputo se le stavano mentendo…

Impossibile non riconoscere l’elfo che sta smontando dalla carrozza, congedandosi dal vetturino con poche parole ed un sacchettino di monete.
Non è biondo, certo, e la sua camminata è ora sciolta, sicura; eppure il volto, su cui non alberga neanche l’ombra di un sorriso stolido, è identico e gli occhi sono sicuramente gli stessi, anche se incastonati in un’espressione seria, ferma, e dotati di una strana intensità. Anche la voce è del tutto simile, pur scevra di quell’esitante timidezza e più ricca, dotata di una tranquillità e pacatezza che appare autorevole, non esitante.
E’ Lualma, il giovane elfo sempliciotto che ha prestato servizio per qualche tempo in quella casa, eppure non è lui.
Quel che è certo, invece, è che desidera vedere Vadania e il suo tono, cortese, non sembra voler ammettere repliche; così, mentre un servitore si affretta ad annunciare, secondo le istruzioni del nuovo venuto, ‘un cucchiaino più lungo’, Lugaid viene fatto entrare ed accomodare su un confortevole divano posto nella sala d’ingresso per meglio consentirgli di annoiarsi attendendo che la giovane Signora si renda disponibile a riceverlo. Il suo viso, impassibile, non tradisce impazienza.
Impazienza.
Proprio questa, invece, sta corrodendo il suo animo, assieme al desiderio di vedere Vadania. Gli manca, senza dubbio, e gli manca la droga che è la sensazione del corpo di lei contro il suo, il sentire il suo abbraccio attorno alla vita. Lo avrebbe sgridato, rimproverato; avrebbe urlato e forse gli avrebbe tenuto il broncio.
Eppure lui l’avrebbe abbracciata, tenuta stretta e avrebbe respirato, di nuovo, il profumo dei suoi capelli. Quanto a lungo lei glielo avesse concesso.

Lo spostamento d’aria dovuto alla corsa fa ondeggiare all’indietro la chioma rossa e ribelle, liberandola dal nastro che la domava fino a poco prima ed inducendo lo stesso a librarsi nel vuoto fino a posarsi, vinto, su uno degli ultimi scalini.
Una delle porte che affaccia sulla sala d’ingresso si spalanca, lasciando entrare una piccola dama sconvenientemente abbigliata con pantaloni e camicia bianca. Senza arrestarsi, Vadania gli getta le braccia al collo, quasi travolgendolo per via dell’impeto con il quale lo affronta, nascondendo il volto nell’incavo della sua gola per alcuni lunghi istanti.
E’ solo dopo averlo così abbracciato che si scosta altrettanto bruscamente, uno sguardo di rimprovero dipinto sul volto, cercando di colpirlo all’altezza dello stomaco.

E’ l’istinto che fa contrarre gli addominali a Lugaid ed è ancora una reazione del tutto involontaria l’arretrare per evitare che il colpo vada a segno.
Eppure è uno squisito atto di volontà il portarsi di nuovo avanti di poco, per evitare solo in parte il colpo dell’elfa e farlo arrivare, comunque, a contatto. Una volontà sgorgata da una ragione ancora intorpidita ed istupidita, stordita dall’entrata di Vadania ed illanguidita da quell’abbraccio che sembra aver del tutto spento i processi mentali di Lugaid.
“Honderyll ti manda i suoi saluti… credo abbia intenzione di farti visita, questa sera.”
Detto con assoluta noncuranza, seppur una certa rigidezza tradisca la contrazione allo stomaco patita nel momento in cui ha pronunciato quelle parole; Honderyll, già.

Aggrotta le sopracciglia, allontanandosi di un passo ma solo per poterlo squadrare da capo a piedi.
“Attendeva la visita di un caro amico, stamane, se non vi sono stati imprevisti non si farà vivo almeno per tre o quattro giorni.”
Si stringe nelle spalle, come per accantonare la questione.
“Voleva solo provocarti.”

“Oh.”
Aggrotta le sopracciglia, esaminando velocemente i dubbi e le domande che gli si accavallano in mente.
“Devi riferirti a Firilion, sì.”
Non ha ancora terminato di parlare che tutta la questione gli è scivolata di mente, accantonata con la promessa di ripensarci in seguito, più tardi.
Sorride appena, concedendosi una lunga occhiata con la quale carezza e sfiora i lineamenti dell’elfa, ripassandoli lentamente in un tocco del tutto immateriale.
“Non sono scappato.”
Semplicemente, una constatazione.

“Firilion? Come lo sai?”
Avanza, minacciosa, le mani posate sui fianchi in una posa che non promette nulla di buono.
E’ lì, ora, è vero, ma quanto tempo ha passato cercandolo e quanti eventi si sono susseguiti nel frattempo? Due giovani fanciulle sole in una casa presa di mira da un folle assassino… in troppi si sono calati su questa storia come avvoltoi, non è stato facile imporsi, non è stato facile tenere tutti a bada. No, non è stato facile.
“Scappato o scomparso non sono altro che sinonimi, a volte.”

Scrolla le spalle, noncurante.
“Arrivo ora da casa Vanquilosse. L’ho conosciuto, anche se solo superficialmente.”
Si inumidisce le labbra, sciogliendo lentamente le spalle. Ostile, senza dubbio. Bèh, se l’era aspettato. Parla con un tono che non è condiscente per esplicita intenzione, pur mantenendosi su una neutralità priva di particolari sfumature o colori.
“Con il lavoro che faccio, rimanere in una casa non sicura significa candidarsi ad avere la gola tagliata.”
Inspira ed espira, concedendosi un sorriso pallido.
“E mi pareva che l’indizio fosse sufficientemente chiaro…”
Lascia che la frase si spenga, calcolando qualche attimo di tempo; riprende a parlare, rapidamente, quando ritiene che Vadania stia per aprire nuovamente bocca, battendola sul tempo.
“Sono stati dieci giorni molto lunghi. Avevo voglia di vederti.”

Richiude le labbra, improvvisamente senza parole. Deve forse rivelargli che aveva voglia di vederlo a sua volta, nonostante tutto, e che ha mobilitato tutta la città per cercarlo non solo perché voleva passare almeno mezza giornata per fargli tutte le proprie mille rimostranze? Doveva dirgli che temeva volesse non prestar fede alla sua parola?
Dannazione, odiava non riuscire a rispondere a tono.
“Non si direbbe… qui avresti avuto un alloggio a tua disposizione…”
Parole che non suonano convincenti neppure alle sue stesse orecchie.

20 Febbraio 2007

L’apprendista e l’assassino - VI


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“Te lo ripeto un’altra volta, allontanati da qui”
Avvertimento che suona ridicolo alle sue stesse orecchie: se solo volesse Lugaid potrebbe sfilarle il pugnale e portarla a realizzare tramite la lama il desiderio nutrito poco prima.
Un movimento del capo ed allontana i capelli che le erano dispettosamente ricaduti sul volto, senza poter smettere di chiedersi perché l’elfo indugi prima di andarsene. La natura umana non fa dimostrarsi misteriosa: l’aveva implorato di restare e le aveva voltato le spalle ed ora, che gli stava indicando la porta, non dava cenno di volerla finalmente lasciare in pace.
Cosa diamine voleva da lei?
“Mi hai sentita?”

Si morde il labbro inferiore, pensoso. Attaccarla ora? Rispondere?
Rispondere e solo dopo attaccare, eventualmente. Sospira.
“No.”
Si sforza di non esitare, continuando a parlare.
“Ti ho offerto di andarmene in silenzio, per evitare di farti del male, ancora. Hai sputato sulla mia offerta. Adesso non ho intenzione di lasciarti.”
Assottiglia lo sguardo, pronto. Se dovesse attaccarlo, non vorrebbe certo farsi ferire per una banale distrazione.
“Non ho intenzione di lasciarti.”
Ripete scandendo le parole lentamente.
“Ho intenzione di infastidirti, assillarti, annoiarti, tormentarti. Corteggiarti. Fino a che non vorrai passare la vita con me.”
Si inumidisce le labbra, non ancora del tutto conscio di quanto ha detto. Ma l’ha detto, davvero?
Non è possibile; apre la bocca, per aggiungere qualcosa e la richiude, nell’impossibilità di trovare le parole: come spiegarle quello che prova? Torna a concentrarsi sul pugnale, per evitare di pensare ad altro.

“Cosa ti fa credere che vorrò farlo?”
Cattiva, impetuosa, insincera.
“Ti dai troppa importanza, Lugaid, decisamente troppa. Credi addirittura di essere la persona che mi ha fatto del male.
Stupido!
Hai rappresentato le mani che la mia volontà non possedevano e credi di aver aperto una porta che in verità era già spalancata. Non hai fatto nulla se non eseguire un incarico che io - io! - ti ho impartito. Ho scelto addirittura le modalità di questa morte ed ora tu vuoi prendertene la responsabilità.
No, oh no… non te lo permetto.
Vorrei, adesso, aver scelto una morte meno cruenta? Sì, ma non cambia alcunché.
Merito e colpa, errori e vittorie mi appartengono tutti.”
Rinsalda la stretta sull’elsa, muovendo un passo in direzione laterale fino a trovarsi spalle alla finestra.
“La mia parola ha un valore, Lugaid, e così le mie promesse… Non tutto è così semplice come immagini”

Il mutamento è repentino: la postura si raddrizza, le spalle rilassate e le mani lasciate libere di cadere lungo i fianchi. Lo sguardo è tornato quello consueto, privo di quella febbrile attenzione di un assassino pronto a scattare, di un guerriero pronto a combattere.
“Nulla. Se non vorrai farlo, dovrò convenire che avrai preso la decisione migliore, per te.”
Si guarda attorno, come non capisse esattamente in che luogo si trova. Un risolino amaro precede le sue parole.
“Non sono, diciamo, la scelta che giudicherei migliore, per te, se dovessi valutare imparzialmente la questione. Tutt’altro.”
Scrolla le spalle, cedendo alla tentazione di rivolgere uno sguardo verso la porta.
“E sì, mi prendo la responsabilità di averti consegnato il veleno e di averti assecondata. Non essere, ti prego, tanto arrogante da negarmi la possibilità di scegliere.
Anche se, naturalmente, merito, colpa, errori e vittorie sono tue, naturalmente.”
Tace per un attimo, riaprendo poi la bocca per rispondere. La richiude di scatto, concedendosi di scrollare la testa, il sorriso sulle labbra. Mormora quasi fra sè e sè.
“Semplice come immagino…”
Sospirando, si volta verso la porta, dando le spalle all’elfa; si incammina lentamente, il labbro inferiore, ancora, torturato tra i denti.

Lasciarlo andar via, immobile nel luogo dove si trovava, era stata una delle azioni più difficili mai compiute. L’aveva pregato di restare così a lungo, e con tale enfasi, che non aveva potuto trattenersi dallo scagliarsi contro di lui quando tutto era esploso come una bolla di sapone.
Raccogliere pochi abiti ed oggetti e calarsi giù dalla finestra, invece, era stato facile. Più di quanto si aspettasse, meno di quanto non lo sia, ora, il risveglio dopo una notte trascorsa all’agghiaccio.
Allunga le braccia verso l’alto, stirando i muscoli indolenziti ed ignorando i primi morsi della fame. Non ha riposato a lungo e neppure bene: camminare fino alla città aveva impegnato buona parte delle ore notturne, e cercare un luogo sicuro dove riposare per il poco tempo che le restava aveva rubato più tempo del previsto. Anche quando si era sdraiata nella rientranza di un vicolo, tuttavia, non era riuscita a chiudere occhio se non quando il sole stava già pensando di sorgere.
Le sue parole…
Come poteva averle pronunciate per davvero?
E come doveva interpretarle? Poco importava, doveva semplicemente cancellarle e fingere di non averle mai udite. Aveva stretto un patto con Honderyll ed anche se ora non era più suo interesse rispettarlo non avrebbe potuto mancare alla sua parte dell’accordo. Sarebbe andata fino in fondo, anche se questo non l’avrebbe di certo portata alla felicità.
Sospira lasciando che il capo si appoggi al muro retrostante, osservando i passanti con occhi che sembrano del tutto inespressivi, persi in uno spazio distante dal qui ed ora.

Casa.
Lugaid non può che sospirare, seduto al tavolo della cucina, la testa presa fra le mani.
Casa.
Certo, il non aver chiuso occhio potrebbe inficiare non poco la sua capacità di giudizio, nè è consapevole, tuttavia non gli sembra possibile altra soluzione.
Era giunto, maledizione, per uccidere, per cogliere il sapore dolce della vendetta. Come aveva potuto ridursi così? Quanto aveva riflettuto prima di intraprendere quella decisione? Quanti dubbi superati, quanto il suo equilibrio ne aveva risentito?
Certo, il suo aspetto gli aveva guadagnato una resa piuttosto facile di Telivia, quando le aveva comunicato la sua decisione; partire, sì. Andarsene, lontano da quella città, lontano da un passato che ancora non era pronto ad affrontare, lontano da lei, che tutte le sue difese aveva superato e che aveva vaporizzato una stabilità raggiunta in anni lunghi e faticosi.
Un Professionista come lui è sempre richiesto, non può fare a meno di considerare; quanta difficoltà potrà mai avere nel rifarsi una vita? I soldi non gli mancheranno, no.
Maledizione. Perchè se le sedie si trovano sempre a portata di piede? E perchè preparare tutto per il viaggio è così difficile?
Eppure, quanto altro tempo può aspettare?
Quanto può attendere, prima di cambiare idea?

Alzarsi e camminare per le strade senza una meta la fa sentire una sciocca.
Non è abituata a ciondolare da una parte all’altra: ha sempre avuto uno scopo, un obiettivo, una meta da raggiugnere. Ed ora? Niente.
Forse qualcuno la starà già cercando, forse sua sorella si sarà accorta già da ore della scomparsa ed avrà mobilitato l’intera città per cercarla. Si stringe nelle spalle, apatica, sollevando il cappuccio del mantello per nascondere l’inconfondibile capigliatura. Che la cerchino pure, non la troveranno se non lo vorrà.
Passa accanto alla taverna dov’è iniziato tutto, concedendosi una pausa per osservarne l’esterno prima di varcarne la soglia con esasperata lentezza. Sceglie un tavolo accanto alla finestra socchiusa, riparandosi dallo spiffero grazie al tessuto pesante che la ricopre. Solo il tempo di un’abbondante colazione e tornerà in strada. Non ci vorrà molto.

Tutto pronto, o quasi. Entro un paio di giorni, sarà pronto ad andarsene.
Eppure, Lugaid non si sente affatto meglio. E’ fame, quella che sente? Oppure è solo incomprensibile sofferenza? Dovrebbe uccidere qualcuno per farsela passare, di solito funziona.
Senza neanche avere il tempo di accorgersene, è uscito per strada; una coppa di vino speziato, ha detto. Sospira, lasciando che i piedi lo guidino senza meta. Mai nessuno che cerchi rissa, quando serve.
Un sospiro, e sta varcando la soglia di una taverna, senza neanche pensare al perchè lo stia facendo. Vuole davvero annegarsi nel vino?

Quando la figura di Lugaid compare nel quadro della porta le occorre una forza di volontà che non pensava di avere, terminando a fatica il gesto che porta alla sua bocca il pezzo di pane poco prima strappato.
Si cala ulteriormente il cappuccio sul volto sperando di non tradirsi per un’inezia, un piccolo dettaglio senza importanza. Lo sguardo vaga verso la finestra, chiedendosi quanto potrebbe essere veloce nello scavalcarla per poter scappar via, raggiungendo poi la porta dopo aver percorso la sala in un arco immaginario: forse le converrebbe attendere che lui si distragga ed avviarsi come se nulla fosse verso l’uscita. Forse…

Fame, sì, sembra di sì.
Il vino, tuttavia, non gli sembra una buona idea; solitamente slega i pensieri e porta a farsi ancor più male, tutto da soli.
La decisione, presa relativamente in fretta, porta Lugaid a lasciarsi cadere su una delle sedie che circondano un tavolo in prossimità della finestra. Quanti avventori ci sono? Quanti di loro hanno un atteggiamento sospetto? Quali via di fuga? Quali oggetti sono utilizzabili come armi? Una vita di addestramento andata in fumo, considera amaramente quando si avvede di non avere una sola risposta a queste domande.
Sospirando, si passa entrambe le mani sul volto, sfregando nel tentativo di cacciare via la stanchezza e di ritrovare la lucidità; forse avrebbe fatto meglio a non uscire di casa, forse non avrebbe dovuto…
Una voce che lo fa sobbalzare, l’oste che lo sguarda stranito, forse chiedendosi quale strano cliente gli sia mai capitato e se abbia i soldi per pagarlo; di bene in meglio.
Ordinare qualcosa da mangiare non gli occupa troppo tempo, nè alcun interesse. Dovrà sostenersi, il viaggio sarà lungo.
Sospira, un’ennesima volta, le palpebre abbassate e le mani che corrono a massaggiare gli occhi; non partirà mai troppo in fretta.

Sposta la sedia all’indietro perché le sia facile alzarsi in caso di bisogno ed il cibo raggiunge la sua bocca, insapore, come se i movimenti proseguissero a dispetto della vacuità dei pensieri.
Lo osserva insistentemente, avendo cura di spostare il capo perché l’immobilità non la tradisca; nonostante la differente inclinazione del cappuccio il suo sguardo non cambia tuttavia direzione se non quando, non senza un certo chiasso, un piccolo gruppo di uomini fa il suo ingresso parlando degli eventi svoltisi la sera precedente nella bella villa degli Ember. Ora che anche la piccola è scomparsa, commentano tra una risata ed una battuta volgare, non resterà che aspettare: chi altri se non l’assassino si farà avanti per cibarsi al macabro banchetto?
Deglutisce a vuoto, prendendo un sorso di vino con mano che trema lievemente, lo sguardo che si sposta dalle tre corpulente figure, commercianti si direbbe dagli abiti, al volto di Lugaid, le orecchie che non smettono di tendersi verso le voci grasse e indifferenti.

Buffo come una vita spesa ad addestrarsi torni utile quando meno ce lo si aspetta.
Senza che sia passato un solo battito di ciglia, Lugaid ha registrato parecchie informazioni; innanzitutto, il nobile tutore è morto. Novità da poco, in effetti.
In secondo luogo, Vadania è sparita.
Infine, l’accento dei mercanti pare del posto. Ed è proprio quest’ultima informazione che, nell’immediato, gli torna più utile, consentendogli di mascherare la voce dandole un accento delle marche meridionali poco marcato, come di qualcuno che, per professione, cerchi di liberarsene. Un collega errante, insomma.
I toni, poi sono quelli divertiti ed incuriositi di una persona troppo presa dal lavoro per non accogliere un’occasione di pettegolezzo con alcuni colleghi; l’angoscia che gli ha stretto il respiro e che gli ha reso ciechi gli occhi non traspare da alcuna parola, mentre si rivolge loro, senza vederli davvero, offrendo loro vino in cambio di notizie.
Che diamine è successo?

I tre sembrano cordiali e decisamente poco sospettosi. Probabilmente stanno pensando a come far fruttare la conoscenza con un elfo proveniente da luoghi così distanti. Potrebbe essere un buon aggancio per allargare i propri affari, con ampi margini di guadagno per ambo le parti, s’intende.
Sorseggiando grandi calici di vino e boccali di birra non si lasciano pregare e raccontano al nuovo venuto le voci diffusesi in mattinata, senza poter aggiugnere altro a quanto loro stessi hanno udito lungo la strada che dal mercato li ha condotti fino alla taverna.
Elender e Honderyll de Vanquillosse stanno setacciando la città da cima a fondo con i loro soldati e gli armigeri di casa Ember, ed anche la guardia cittadina sembra dedicarsi al solo scopo del ritrovamento della ragazza. Probabilmente sarà stata rapita dall’assassino di quel brav’uomo del suo tutore… pare abbia sofferto enormemente, poveretto. Sarà difficile ritrovarla.
Pare che abbiano portato in caserma un certo pittore per poterlo interrogare, la piccola alloggiava da lui quand’era in città, ma sono certi che non ne caveranno un ragno dal buco: magari non è morta ma solo fuggita con un garzone di stalla, chi può saperlo? A quell’età… era sempre stata un po’ troppo vivace.

Lo sforzo che deve compiere per non afflosciarsi sulla sedia non è dei più leggeri; quello che gli richiede il continuare a sorridere, nonostante tutto, lo scava profondamente, assestandogli un dolore difficilmente descrivibile.
Ad ogni modo, bandisce l’indugio dai suoi comportamenti, trattenendosi quanto è conveniente farlo per non destare alcun sospetto, per poi eclissarsi rapidamente, dopo aver pagato generosamente. Quante ore può aver avuto di vantaggio? Si sarà fermata a risposare? Quante tracce può aver lasciato? Che cosa può esserle successo?
Se non tradisse la sua copertura, si lascerebbe andare ad una bestemmia ringhiata tra i denti, probabilmente; invece si ferma poco dopo essere uscito dalla taverna, appoggiato ad un muro.
Ora è venuto il momento di far funzionare il cervello e di fare qualche conto. Prima di ogni altra cosa, è necessario pensare.

Il sospiro che ne schiude le labbra è lento e profondo, compagno dell’incertezza che sembra immobilizzarla per più di qualche istante. Dove può nascondersi, per non essere trovata? Il maestro pittore potrà dire ben poco, non si era mai interessato ai suoi spostamenti ed è dunque improbabile che possa rivelare informazioni preziose. Tuttavia, si trova a riflettere mentre scivola via dalla sedia, una moneta posata sul tavolo e lunghi passi mossi in direzione della porta, tuttavia un piccolo ritratto potrebbe essere mostrato alla gente comune, ed allora qualcuno potrebbe riconoscerla per davvero. Telivia. Sarebbe stata pericolosa, avrebbe potuto rivelare di averla vista nella casa del copista e nel giro di un istante Lugaid si sarebbe trovato la casa invasa dalle guardie… Non vi era nulla di compromettente, in quella piccola abitazione, le aveva detto, ma poteva credergli davvero? Honderyll si dimostrava decisamente poco tollerante quando si trattava di lei, e Lugaid non aveva dato prova di possedere un carattere migliore.
Ma perché non potevano lasciarla in pace neppure quand’era lontana? Dannazione!
La porta si richiude alle sue spalle con un suono secco, capace di coprire lo scricchiolare dei primi passi compiuto sullo scomodo selciato.
Quale direzione avrà preso Lugaid?
Imbocca un vicolo, uno qualsiasi, cercando di non attirare l’attenzione e svoltando in stradine sempre più piccole e tortuose diretta verso la via dei copisti.

Sì.
Nel momento in cui il pensiero torna ad essere focalizzato, lucido e determinato, anche le gambe di Lugaid tornano a muoversi precise, elastiche, ad ampie falcate dirette verso casa.
Circa 8 ore di ritardo; un’enormità. Tuttavia, l’elfo non può che definirsi in vantaggio, in possesso di alcune informazioni fondamentali sconosciute agli altri inseguitori.
Lui sa muoversi nei bassifondi e Vadania non passerebbe inosservata in un gineceo colmo delle più stupende figlie della razza elfica.
Lui sa che Vadania non è stata rapita dall’assassino; in effetti, è un’informazione quasi ovvia dato che si trova ad essere proprio quell’assassino.
Lui sa che era sconvolta e che, quindi, potrebbe aver preso una qualunque direzione.
Lui non sa dove si trovi in quel momento; il che, in effetti, è un problema non da poco.
Lasciando fare ai piedi, la mente di Lugaid elabora elenchi di cose da spostare, di persone da pagare, di equipaggiamento da recuperare e di domande da fare per ritrovare al più presto Vadania.
La sua Vadania.
Al pensiero, scacciato comunque in tutta fretta dalla mente, i passi si fanno ancora più rapidi, nel bisogno di coprire rapidamente la distanza che lo separa dalla propria casa.

Si apposta all’imbocco di una stradina laterale, sedendosi e restando immobile quanto più possibile, nell’ombra, osservando l’ingresso della casa del copista per accertarsi che nulla di inopportuno si stia verificando.
Il tempo scorre lento, lasciando che la noia diventi una compagna fedele, allontanata solo quando, di tanto in tanto, qualcuno si trova a passare per il vicolo imponendole di voltare il capo e mettere mano al pugnale per prudenza.

Armi.
Qualche documento, oggetti di chiara utilità quotidiana (veleni, droghe, antidoti), denaro, corde.
Rapido, più rapido; i suoi informatori potrebbero già essere stati raggiunti e resi inutilizzabili dalla sua diletta famiglia.
Fiondarsi fuori dalla porta e richiudersela alle spalle è un tutt’uno; sarà salva? Deve esserlo.

Verderlo uscire e seguirlo sono un unico gesto, dettato dall’istinto più che da qualsiasi pensiero.
Stupida, si rimprovera, se ne accorgerà, scoprirà di essere pedinato e la tua fuga terminerà ancora prima di iniziare. Volevi stare da sola, no? Ed allora perché non vai a cercarti un angolino tranquillo e non chiudi gli occhi? Potresti persino entrare in casa sua e restare lì, non tornerà fino a sera, probabilmente… Già, ma se qualcuno mi scoprisse? Lugaid si troverebbe in guai troppo seri persino per lui. No, non è una buona soluzione.
Metro dopo metro si tiene in disparte, rischiando di perderlo di vista per più di una volta quando tratti troppo ampi di strada giungono a dividerli.
Cosa si muove in quella testa dai lunghi capelli neri? Non può amarla per davvero, non deve…

Bene, il primo informatore della lista non è stato toccato. Ancora.
Lugaid si ferma di botto davanti alla porta in legno, pericolante, di una stamberga mal ridotta. Atteggia il volto ad un sorriso cortese e si schiarisce la voce, prima di annunciarsi in tono umile e, si direbbe quasi, servile.
Un attimo dopo, con un calcio, ha spalancato la porta.
Qualche urlo soffocato ed un gran trambusto; null’altro esce da quelle pareti per parecchio tempo.
“Non puoi non sapere dov’è. E la mia pazienza ha un limite. Molto basso, incidentalmente.”
La voce di Lugaid fende il sottofondo rumoroso come una lama di luce potrebbe squarciare le tenebre. Crudele, fredda, ad un volume troppo contenuto per non stillare promesse di sofferenza e dolore, trova risposta in un pigolio di lamenti e preghiere troppo confuso per poter essere inteso.
Il Lugaid che esce ad ampi passi dal cumulo di assi che passa per una costruzione ha un’espressione più cupa di quanto non si sarebbe creduto possibile, rannuvolata; eppure, ora si sente meglio.
Sfogarsi, di tanto in tanto, fa bene; ci rifletterà su, non appena l’avrà trovata.

Si stringe nel mantello, mettendo a tacere la paura che le provoca l’immaginare cosa sia accaduto tra quelle mura. I vicoli si fanno sempre più stretti e bui mano a mano che i passi dell’elfo la conducono in luoghi nei quali non ha mai messo piede. Se dovesse perderlo di vista, adesso, non giurerebbe di poterne uscire viva… ma ha sempre il suo pugnale, giusto? Le basta affidarsi ad esso, sentire il freddo dell’acciaio sotto le dita, per sentirsi subito meglio.

Secondo informatore fuggito. Terzo già scoperto.
Maledizione.
Lugaid non può che fermarsi, le spalle appogiate ad un muro, lasciandosi scivolare verso il basso, seduto sui talloni. Se la testa china ed il respiro lento potrebbero far pensare ad un momento di stasi, in realtà la mente dell’elfo non è mai stata così attiva.
Quante persone gli rimangono con cui parlare? Due, forse tre, nella migliore delle ipotesi. Questo significa che, con tutta probabilità, Vadania è salva. E questo è un bene?
Sì, certo, significa che non le è accaduto nulla.
No, non può sgozzare chi avesse osato toccarla e non ha una traccia concreta per arrivare a lei. A ben pensarci, non è sicuro neanche che sia in città… avrebbe potuto prendere una qualsiasi altra direzione. Potrebbe dirigersi verso casa sua e cercare delle tracce, ma verrebbe probabilmente scoperto.
Dannazione.
Altre due persone, forse tre; il capo di Lugaid torna a sollevarsi in un ampio sospiro. In fretta, per trovarla. Com’è possibile che nessuno l’abbia vista?
Come può, lei, passare inosservata?

Vederlo così l’ha quasi spita ad uscire allo scoperto, mettendo fine a questa farsa dall’agro sapore. Restare sola, guardare senza essere osservata e, al contempo, decidere cosa fare quando avranno finalmente smesso di cercarla.
Non sa ancora se tornerà a casa o se cercherà qualcun altro disposto ad insegnarle, sa che deve prestare fede al patto che ha stretto, sempre che la situazione non cambi così radicalmente da consentirle di annullarlo, e sa che la vita da ricca signora non è quella che ha scelto, sa che ha bisogno di porre un freno al meccanismo che ha messo in moto ma non sa come. E’ come nel gioco del domino: disponi le tessere una accanto all’altra lasciandole immobili, ma basta che una sola venga sfiorata, è sufficiente che una sola di esse cada perché anche le altre precipitino di conseguenza in una catena senza fine.

Si rialza, faticosamente, spolverandosi sommariamente la veste. Un sospiro, uno sguardo al cielo, una stretta fessura tra le costruzioni, e si rimette in cammino, scortato da un umore sempre più cupo.
La prima, o la seconda, nell’ordine in cui Lugaid aveva intenzione di interpellarle, delle persone rimastegli, tuttavia, sembra correre direttamente nelle fauci del lupo.
Non ancora. Non ancora. Qualche attimo… ora.
Nel momento in cui gli passa di fianco, di corsa, Lugaid scatta come potrebbe fare una belva inferocita; una mano aperta, al collo, per comprimere la trachea, l’altra a mano aperta, tesa come una lancia, che affonda dolorsamente nel fianco.
Basta poco ed il pallido ometto, insipido, viene scaraventato brutalmente contro il muro e lì inchiodato.
“Actalion. Salve. Che tu sappia, come guardano i tuoi figli alla possibilità di divenire orfani?”
Un assassino potrebbe uscire di casa senz’armi, ma mai senza frasi ad effetto; fanno una buona metà del lavoro, anche se non si direbbe.

Rumore di zoccoli che picchiano sul selciato, all’andatura più rapida che le strette stradine consentono, il nitrire di un cavallo e redini che vengono tirate.
Un isolato più distante, lo stesso dal quale era poco prima comparso Actalion, Honderyll si ferma, seguito da pochi soldati, socchiudendo gli occhi alla vista della mano dell’elfo sollevata a cingere la gola della sua preda.
“Fermatevi entrambi, in nome della legge”
Il tono è quello deciso di chi è abituato al comando, così facilmente utilizzato da consentirgli di scendere al contempo dal baio nero come la notte.
Sguainare la spada ed iniziare ad avvicinarsi non sono che una diretta conseguenza.

Questa volta, la bestemmia giunge puntuale, rabbiosa e sibilata; sei, sette… troppi. Certo, la scarsa dimensione del vicolo potrebbe aiutare.
“Se sai qualcosa, curati di non dirla. O potresti trovarti senza famiglia.”
Sussurra in tono dolce, lasciando la presa; è solo lo sguardo a tradire i suoi istinti, volando, rapido come una freccia, a trafiggere Honderyll con un odio che, se potesse, ucciderebbe.
Ora, tuttavia, non ha tempo per gli affari di famiglia; deve trovarla, in fretta. Può perdere tempo tentando di seminarli tra i vicoli?
Maledizione.
Ma perchè, quel giorno, non è rimasto a letto? Questo il pensiero che sorge spontaneo, mentre inizia ad arretrare, cercando di valutare la soluzione capace di fargli perdere meno tempo possibile.

“Non un altro passo!”
Gli intima, avvicinandosi rapidamente, la spada puntata, subito seguito dalle guardie che lo accompagnano.
“Chi non ha nulla da nascondere non fugge. Dimmi il tuo nome e metti le mani bene in vista”
Lo sguardo che gli viene rivolto è d’intensità pari al suo e le somiglianze tra i due non sembrano volersi fermare a questo.
Uno davanti all’altro, si fronteggiano, mente e corpo, per raggiungere il medesimo fine.

Stupido idiota.
“Chi intima, solitamente, deve qualificarsi. Il vostro nome, la vostra famiglia ed il titolo che vi attribuisce l’autorità per ordinarmi di fare una qualsiasi cosa?”
Potrebbe ancora fuggire, ne è ben conscio. Eppure… la tentazione di gettarsi contro di lui e di farsi uccidere lo morde per un attimo. No, no. Deve trovarla, innanzitutto.
Sospira, ancora una volta; quanto tempo sta perdendo? Quanto?

“Honderyll Vanquilosse Loine di Lymes, primo figlio di lord Elender di Vanquillosse di Lymes, membro dell’alto consiglio e protettore di queste terre. Ed ora solleva le mani fino al capo e pronuncia il tuo nome perché io possa udirlo come tu hai udito il mio”
E’ ormai a poco più di una lunghezza di spada: ancora un passo e potrebbe arrivare a minacciarlo direttamente.
L’arma, una lunga lama di pregiata fattura, sembra non pesare tra le sue dita, conferendogli una classe ed una dignità rara persino tra gli elfi. Lo sguardo non ha lasciato quello di lui neppure per un istante, rivelando una rabbia identica se non più grande rispetto a quella di Lugaid.
“Non ho tempo da perdere, rispondi o mi vedrò costretto a spiacevoli azioni. E tu”
indica con un rapido cenno del capo l’ometto che si era di poco scostato da Lugaid non appena la presa sulla gola si era sufficientemente allentata.
“avvicinati: ho delle domande da porti, non rammenti?”
E’ ironia quella che accompagna il sorriso poco amichevole che gli balena per un istante sulle labbra?

Troppo, troppo vicino.
La pelle di Lugaid formicola urlando il pericolo imminente, ogni singolo campanello d’allarme tintinnante nella sua testa.
Ancora qualche passo ed uno dei due potrebbe finire male, la situazione è decisamente troppo tesa per poter essere gestita agevolmente. Uno dei due, sì. La considerazione strappa all’elfo un sogghigno divertito. Honderyll sarà stato allevato per essere Lord, naturalmente; una vita spesa nell’addestramento alla scherma e al vincere duelli.
Lugaid, per contro, ha speso una vita addestrandosi ad uccidere; e questo potrebbe conferirgli un vantaggio non leggero.
Ad ogni modo, la decisione è semplice da prendere. Le mani si sollevano rapide, conferendo all’elfo lo slancio necessario per una piroetta all’indietro; atterrato sulle mani, la prosecuzione è lesta a seguire, con un altro mezzo giro per riportare l’elfo alla posizione di partenza.
Eppure, prima di girare i tacchi e sparire a tutta velocità tra i vicoli, non può trattenersi da un’ultima frase, velenosa, intrisa d’odio.
“Secondo figlio di Lord Elender. O primo di riserva, che dir si voglia. Vi lascio a discorrere in tutta tranquillità, signori.”

E’ difficile stabilire se sia maggiore la sorpresa di Honderyll, del suo seguito o quella di Vadania, ancora nascosta poco distante, ma con una buona approssimazione potremmo considerare Actalioncome colui che per primo riesce a cogliere la situazione, piegandola abilmente a proprio vantaggio.
“Mio signore, si sta prendendo gioco di voi!”
Si rivolge ad un nobile comandante che ha già rinfoderato la spada per correre dietro a quel teppistello che crede di poter infangare la memoria di suo fratello e della sua famiglia restando impunito. Scoprirà che la realtà è diversa.
“Berjan, di guardia; gli altri: accerchiatelo”
Muoversi tra i vicoli non è certo facile per chi non vi è abituato ma l’agilità è dalla sua così che, quasi miracolosamente, riesce a non perderlo di vista.
I soldati seguono i comandi impartiti, lasciando l’ometto con uno solo di loro mentre gli altri si spostano rapidi nel tentativo di superare l’elfo e bloccargli le possibili vie di fuga.
Più defilata Vadania segue la scena, muovendosi con l’attimo di ritardo che le occorre per sfoderare il pugnale.

Oh, ma per favore.
Una tattica banale, priva di fantasia… avrebbe potuto, ad esempio, dichiarare lo ’schema ventidue c’, almeno sarebbe stato apprezzato lo sforzo creativo.
Lugaid scatta verso destra, aumentando l’andatura per recuperare il vantaggio che gli occorre; si sta gettando dritto nella trappola. Apparentemente, almeno.
Arriva sul soldato che dovrebbe chiudergli la via senza che questi abbia avuto il tempo di sfoderare l’arma; l’azione, seguita in lontananza, è quasi incomprensibile.
Una repentina frenata dell’elfo, unita ad una boccaccia, disorientano il soldato per l’attimo necessario a che Lugaid possa colpirlo violentemente alla giugulare; niente di mortale, si intende, ma in grado di mettere una persona fuori combattimento per qualche minuto. Il tempo di un respiro dopo, l’elfo si è già rimesso in corsa, dopo aver recuperato la spada che avrebbe dovuto fermarlo. L’accerchiamento è spezzato.
Ora, ovviamente, viene la parte più difficile: non sparire alla vista di Honderyll, in modo da farsi seguire, e al contempo seminare tutti i suoi soldati -cosa, questa, non troppo difficile, in verità.
Continuando con questa intenzione e concedendosi solo di immaginare quante dita dovrà tagliare al suo caro fratello minore per farsi dire quanto sa di Vadania, continua a correre zigzgando senza fermarsi; il pensiero è così seducente che quando arriva in un cortile sudicio, sporco e degradato e si volta per affrontare Honderyll, ha ancora sulle labbra un’ombra di sorriso.
Si trova a ringraziare mentalmente tutte le ore spese in allenamento, quando constata il non eccessivo affanno del proprio respiro; bene, ora è tempo di divertirsi.

Non si è ancora fermato che la spada è già sguainata, pronta a colpire.
“Come hai osato anche solo sfiorare la memoria di mio fratello?”
L’attacco arriva repentino, un arco orizzontale che cerca di raggiungerlo con il filo dell’arma: non un avvertimento ma il reale tentativo di fargli del male.

Non male, decisamente. Al di sopra della media e non di poco, certo.
Il movimento di Lugaid è armonioso, compatto e senza sbavature, nella sua rapidità; un arretramento, una torsione per mettersi fuori bersaglio e darsi l’opportunità, assieme, di impugnare la lama che ha poc’anzi recuperato.
Honderyll può costituire una minaccia seria per ogni spadaccino, quand’anche fosse più dotato del normale. I guerrieri più talentuosi con cui Lugaid si sia mai scontrato potrebbero incontrare delle difficoltà, addirittura.
Oh, che sciocco. Avrebbero potuto, se non fossero morti. Nemmeno a dirlo, Lugaid è più bravo. Niente di personale in questo, semplice allenamento, addestramento ed esperienza in quantità tale da far invidia a diversi colleghi.
“Oh. E cosa avresti detto se avessi menzionato quella cagna maculata di tua madre?”
Il sorriso è di gentile, terribile insolenza; l’intenzione, ora, chiara.
Non lo ucciderà, no. Ha promesso, in fondo.

Il secondo affondo arriva poco più in alto della vita, puntando a superare la guardia di lui mentre si muove tra le asperità del terreno come se danzasse.
“Ti direi che non tieni a sufficienza alla tua vita. Cosa volevi da quell’uomo?”
Una domanda pronunciata tra i denti, spinto dalla necessità di trovare colei per la quale era sceso fino in città, dominato dalla volontà di trovarle e di sapere cosa le era accaduto. Era opera sua la morte del tutore? O era di qualcun altro il merito e la colpa?
“Rispondi!”

Di nuovo, evita senza necessità di incrociare le lame.
Preferisce, invece, affidarsi alla voce, che muta e cambia, assumento un accento delle marche del sud che dovrebbe essere ben noto ad Honderyll.
Sperando che abbia buona memoria, quantomeno.
“Trovarla. E tu…”
Inspira, evitando un nuovo affondo. Se continua di questo passo, dovrà rispondere, prima o poi.
“Tu mi stai facendo perdere tempo, lord Honderyll.”
Se continua con la sua cocciuta ostinazione, le parole saranno sostituite dal canto delle lame; non ha intenzione di ucciderlo, ma neanche di farsi fare la pelle. E, inoltre, disarmarlo e mandarlo con il fondoschiena per terra sta divenendo un’idea pericolosamente allettante.

“Tu?!”
Il volto si atteggia a sincera sorpresa, fermando la mano quel tanto che basta ad esprime a voce il proprio pensiero.
“Dimmi immediatamente cosa le hai fatto o te lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: non vedrai l’alba di domani.”
La sinistra corre alla vita, estrendo una lama corta più simile ad un pugnale che ad una spada, con la sola eccezione dell’elsa forgiata a coppa per poter essere utilizzata come difesa dell’arto o come arma per colpire l’avversario, a seconda della necessità.
La spada lunga si esibisce in un ampio fendente che dal basso risale rapidamente, con l’intento di bloccare la spada di lui aprendo al contempo la strada alla seconda lama che, in perfetta armonia, attende di scattare in avanti per mordere la carne lasciata scoperta.

Impetuoso.
Sarà un buon marito, se non lo costringerà ad ucciderlo.
“Buona tecnica di spada, pessima di ascolto. Se ne sono alla ricerca, ti pare sensato che sia stato io a farle qualcosa?”
Danzando in accordo al fratello, Lugaid se ne tiene lontano. Evita di estrarre il pugnale che porta con sè per evitare che la situazione degeneri in uno scontro frontale; ha promesso, ha promesso.
Eppure, in un attimo di frustrazione, agisce; un ennesimo, finto arretramento è l’occasione per lasciare Honderyll libero di prodursi in un’accurata estensione, orgoglio di ogni maestro di scherma. Quindi arriva il colpo basso, il trucco sporco: uno scatto sulla sinistra -per tenersi lontano dalla corta lama del fratello- ed un colpo di spada, assestato sul polso dell’elfo, tanto forte da rischiare di rompere, dato di piatto per non amputare.
Una mossa utile per disarmare, più che altro.
A vibrare il colpo mortale è la voce, carica dell’odio viscerale che solo un bambino può nutrire, un sentimento bruciante, che porta al limite della follia, coltivato, affilato e forgiato in anni di solitudine.
“Togliti dalla mia strada. Continua a cercarla e togliti dalla mia strada. Se la dovessi ritrovare, la manderò da te e sparirò. Ma, per gli dei…”
Le parole escono una ad una, quasi sillabate.
“…non farmi perdere tempo.”

Un grido di dolore gli sfugge, subito trasformato in rabbia mentre la mano disarmata arretra subito difesa dalla gemella.

“Basta!”
Una voce cristallina squarcia il silenzio, raggiungendoli in un grido proveniente dall’altra parte della strada.
Una figura ansimante li osserva da due penetranti occhi verdi, un pugnale stretto al petto e ciuffi di un rosso venato di sfumatre bronzee che le sfuggono dal pesante cappuccio ormai del tutto inutile.
Non appena il contatto visivo dei due si interrompe, forse per aver riconosciuto la voce, lo sguardo di lei va all’arma abbandonata a terra ed un moto di ripensamento la coglie, facendole voltare nuovamente le spalle e scappar via.
Come il domino, esattamente come il domino.

Lascia cadere la spada, scoccando una sola occhiata ad Honderyll.
Quante probabilità ci sono di ritrovarla in tempi brevi, in città? Non senza prudenza, supera il fratello, lanciandosi all’inseguimento di Vadania.
L’ha vista. E’ nel suo territorio. Tiene troppo a lei per perderla.
Rapido, più rapido, per raggiungerla prima che sparisca ancora.
Questi e molti altri, simili e dissimili, pensieri si accavallano nella mente di Lugaid, spezzettati e frantumati, ritmati dal contatto leggero dei suoi piedi con il selciato.
Fermati, ti prego.

Honderyll lo segue quasi fosse legato a lui con una corda, ed ora che ha chi lo guida lungo la strada più rapida gli pare quasi agevole muoversi tra quei vicoli stretti, o forse è il semplice desiderio di raggiungere Vadania prima del pericoloso sconosciuto a muovere le sue membra come se fossero dotate di vita propria.
La giovane elfa si muove rapida, scegliendo percorsi difficili e tortuosi: bivi, curve nascoste, stradine tanto vicine l’una all’altra che è sufficiente un istante di distrazione per non saper dire quale di esse è stata imboccata.
Se un tempo aveva stimato sia l’uno che l’altro ora prova una delusione tanto grande da sembrare insormontabile. No, non tornerà a casa, non vi tornerà mai più.

La tattica di Lugaid è semplice, quasi elementare: ridurre a poco a poco la distanza con Vadania, per poi coprire ciò che gli manca con uno scatto repentino.
L’occasione gli viene da una sorte stranamente benevola che porta Vadania in una zona ben conosciuta dall’elfo; al successivo bivio, Lugaid prende una strada diversa, imprimendo tutta la velocità possibile ai propri passi.
I suoi sforzi, tuttavia, vengono premiati quando si trova a sbucare in un vicolo praticamente a ridosso di Vadania. Se i suoi riflessi evitano la collisione, le mani si stendono, rapide a bloccare l’elfa, fermandone i polsi.
“Tu…”
Hai messo la mia sicurezza in pericolo; Lugaid deglutisce a vuoto.
“Tu…”
Hai rischiato di farmi ammazzare; un profondo sospiro.
“Tu… sei salva.”
E’ quasi un sospiro di sollievo, le forze che vengono stranamente meno e l’assurdo desiderio di dormire che si fa strada in lui.
Salva.
Honderyll sta arrivando, probabilmente infuriato.
Salva.
E’ ancora armato? Probabilmente sì. Riuscirà ad evitarlo, in quella posizione? Difficile a dirsi.
Salva.
Sì, salva. Che cos’altro importa?

La punta della spada morde il collo di Lugaid in modo più accidentale che volontario. Mano sinistra, lato destro del collo. Frutto di allenamenti lunghi e difficili ma, evidentemente, di una qualche utilità. Ruota attorno a lui senza scostare l’arma, facendola scivolare fino alla gola lasciando una sorrile striatura rossastra che pare quasi una vendetta per il colpo subito poco prima. La mano ancora dolorante va a stringersi sul polso dell’elfa, strattonandola verso di sé ed incontrando un’inaspettata resistenza.
Vadania lo osserva, in preda al terrore, le gambe divaricate ed in posizione asimmetrica così da rendere più salda la propria posizione nel timore che la lama possa scivolare troppo in profondità. Lugaid no, per favore, non lui…
Deglutisce a vuoto, la bocca improvvisamente riarsa, incontrando non poca difficoltà nella scelta delle parole.
“Allontana quell’arma, Honderyll e…”
Si gira in direzione di Lugaid rivolgendogli uno sguardo colmo di troppi significati per poterne isolare uno solamente.
“…lasciami i polsi, per favore…”
Lo sguardo saetta nuovamente dall’uno all’altro, temendo reazioni di cui, in futuro, potrebbero pentirsi entrambi.
“Ho una spiegazione, ma non posso parlartene così… abbassa la spada, Honderyll, non farti pregare, non è come pensi…”
E’ quasi un corriso di scherno quello che compare sul volto del nobile elfo mentre la lama si stacca lentamente dalla gola di Lugaid. La stretta sul polso di lei si fa al contempo più salda, fino a costringerla a reprimere un gemito in una smorfia, tirando ancora in sua direzione per sottrarla alla presa di quel truffatore di bassa lega.

Seppur riluttante, allenta la presa, fino a lasciare i polsi di Vadania.
E` solo in quel momento che si avvede della linea di fuoco che gli stria il collo; due dita rapidamente portate a verificare la situazione e tornate, come sentinelle che abbiano subito un attacco, rosse di sangue, gli strappano un sospiro esasperato. Dilettanti. Ma perche` nessuno insegna piu` a non versare sangue inutilmente? Se proprio bisogna ferire, che almeno lo si faccia a morte, diamine.
Torna, ad ogni modo, a raddrizzarsi, cedendo alla tentazione di stiracchiarsi appena; potrebbe, ora, sparire. Honderyll e` abile, certo, ma se si dovesse ricominciare a correre nei vicoli, per quanto avrebbe potuto tener dietro a lui?
Eppure, mentre guarda Vadania, Lugaid si chiede se davvero sarebbe capace di andarsene, ora; puo` davvero lasciarla per sempre, cosi`?
Infastidito dal suo stesso comportamento, decide, almeno per il momento, di non fare nulla; che cosa possono contare pochi attimi in piu`? Quanto possono valere quando non vi e` il tempo di dire tutto cio` che deve essere detto?
Sospira, lasciando ricadere le mani, inerti, lungo i fianchi.
Da quanto tempo non chiude occhio?

Vadania si trova proiettata all’indietro con forza tale da non poter fare altro che assecondare il movimento, sfiorando al contempo con le proprie le dita dell’assassino in una carezza fugace. Una richiesta, una promessa, un invito ad essere paziente?
Le ampie spalle di Honderyll, ora, coprono parte della sua visuale impedendole di scorgere l’intera figura di Lugaid.
L’arma ancora puntata contro il fratello, seppur più distante, e l’altra mano stretta attorno al polso di lei, il nobile elfo parla senza guardarla in volto.
“La mia lama è lontana. Parla, se credi.”
E’ un mormorio simile a quello di un grosso felino arrabbiato, pronto a saltare sulla preda al minimo cenno, anelante, addiruttura, che lui muova un passo falso per porter nuovamente ingaggiare duello.
“Non qui, ci sono troppe orecchie. Spostiamoci in un posto più sicuro e, per gli dei, abbassa quella stupida spada e lasciami andare!”
Il tono di Vadania tradisce la rabbia che le formicola sulla pelle, dettandone ogni gesto ed ogni espressione. Tira il polso verso di sé senza trovare soddisfazione, ritrando la mano libera un attimo prima che raggiunga il pugnale nuovamente riposto nel fodero. Dannazione, come odiava dover avere buon senso…
“D’accordo!” Cede “Ma almeno andiamo da un’altra parte.”

Scrolla le spalle, apparentemente annoiato.
Ma è davvero noia quella che sente? Le membra pesanti per il riposo mancato e la scarica di adrenalina che la sola vista di Vadania gli ha causato. La corsa, il duello, l’essere in presenza di Honderyll. Quante cose, tutte assieme, gli stanno accadendo?
Troppe per non perdere interesse nella sua stessa situazione: incidentalmente, questo quanto gli rivela dell’attaccamento alla sua stessa vita? Lugaid accantona frettolosamente il pensiero.
“Casa mia non è più sicura.”
Il cielo è azzurro.
La pioggia estiva a volte è tiepida.
Una constatazione neutra, del tutto insignificante, lasciata scivolare dalle labbra con tono noncurante.

Honderyll si limita ad una breve e bassa risata, come se trovasse l’ipotesi addirittura ridicola.
Sono le unghie di Vadania, conficcatesi nella sua carne, a spegnerne il sorriso, costringendolo ad aggrottare le sopracciglia ed a distogliere per un istante lo sguardo dal suo ipotetico rivale.
“Casa tua andrà benissimo…”
Vadania si sposta in modo tale da poter guardare Lugaid in volto, accennando un sorriso imbarazzato che subito scompare.
“…ti seguo”

Alza le spalle, producendosi solo in un borbottio.
Se proprio insistono…
Con un sospiro, rialza il capo, guardandosi alternativamente a destra e a sinistra, per ritrovare l’orientamento. Dedica, infine, uno sguardo perplesso al cielo, per verificare la posizione del sole.
“Di là.”
Parlare ed iniziare a camminare sono parte di un’unica azione, repentina pur nella sua lentezza. Il passo non è per nulla affrettato, l’andatura regolata su una falcata media e costante; tra tanto correre, sono finiti a non più di una ventina di minuti dalla via dei copisti.
Nella speranza che non brulichi di soldati.

Affiancati l’uno all’altro la somiglianza appare ancora più evidente. Non fosse per l’abbigliamento e per il portamento con il quale ciascuno di essi è diventato tutt’uno non si faticherebbe a riconoscere una qualche forma di parentela.
Nel mezzo, Vadania.
Indecisa, con il cuore che le batte forte nel petto e l’impressione di essere troppo piccola ed indifesa per trovarsi tra due fuochi per lei così intensi. In qualsiasi direzione vada ha l’impressione che finirà per bruciarsi.
Un tocco, esitante, portato avanti con i soli polpastrelli, è quando Lugaid percepisce dopo poco lungo il dorso della propria mano.

Lento, richiama le dita, sollevandole per incontrare quelle dell’elfa, intrecciarvisi in movimenti apparentemente casuali e sciogliersi poco dopo.
Honderyll è troppo nervoso per i suoi gusti. E troppo armato, per di più.
Sospira e ferma il passo solo quando si trovano a dover sbucare nella via dei copisti, trafficata come di consueto.
“A meno che tu non voglia avere mezza città alla porta di casa mia, consiglierei di mettere via quell’affare.”
Una leggera insolenza gratuita, il non nominarla ‘arma’; il maestro d’armi di casa Vanquilosse ripete ancora che un’arma è tale solo nelle mani di qualcuno in grado di usarla? Un po’ infantile, certo, ma divertente, bisogna ammetterlo.
Ed è proprio un sogghigno quello che spunta sulle labbra di Lugaid mentre controlla attentamente il via vai affaccendato sulla strada principale, registrando con il solo udito le azioni di Honderyll; chissà quanta parte delle sue decisioni costituiscono le unghie di Vadania?
Si muove senza avvisare i suoi due compagni di viaggio, attraversando la strada e proseguendo per qualche metro tra la folla, adeguandosi all’andatura del flusso di gente; non molto tempo dopo, tuttavia, è con un sospiro di sollievo che si sottrae alla calca, svoltando nel vicolo su cui si affaccia la sua casa.
Quantomeno non c’è mezzo battaglione di soldati assetati di sangue ad aspettarlo, rileva mentre fa girare la chiave nella serratura e spalanca la porta. Non ha, tuttavia, ancora parlato quando, rapido, raggiunge la cucina e si lascia cadere su una sedia.
Un bagno caldo e qualche ora di sonno.
Ed una città, lontana, sconosciuta, dove poter lavorare in pace.
Sono forse irrealizzabili i sogni di un assassino?

Ferma Honderyll posandogli le mani sul petto e respingendolo all’indietro quando, con malcelata intenzione, si muove in direzione della sedia posta accanto a Lugaid. Uno sguardo ed un cenno di lei e sembra tutto estremamente chiaro: li vuole ai capi opposti del tavolo, il più lontano possibile l’uno dall’altro, ed è solo quando ciò si realizza che comincia lentamente a parlare, lasciando che alle parole preceda un lungo sospiro.
Le labbra riarse, sembra incapace persino di inumidirle tanta è la tensione di cui si fanno testimoni.
“Quanto hai sentito nel vicolo è vero.”
Appoggiata alla credenza, in posizione intermedia tra l’uno e l’altro, li osserva alternativamente per soffermarsi, al dissolversi di quei pochi suoni, sul volto del suo amico di sempre. Sembra così sciocca, quella frase, così semplice, così inopportuna…. eppure non saprebbe come altro rivelare una verità che l’ha tormentato per così lungo tempo.
“Non sei il primo erede di tuo padre, non hai responsabilità, nessun obbligo, nessun vincolo. Sei… libero. O potresti esserlo”
Segue lo sguardo sospettoso di lui fino a Lugaid, sondando le reazioni di entrambi senza celare in cervosismo che striscia lungo il suo corpo in una sensazione di freddo angoscioso e spiacevole.
Il momento della verità… ne sta vivendo un po’ troppi, ultimamente.

Tanti anni spesi ad immaginare quello stesso discorso ora danno strani frutti; l’immobilità è uno di questi. L’avvicinarsi dell’inevitabile non gli causa reazioni, riuscendo a malapena a far germogliare qualche pensiero dalla sua mente arida.
Forse il trauma è stato tanto forte da narcotizzarlo, drogarlo e renderlo insensibile? Forse sta urlando senza rendersene conto? O magari è la sua mente, la sua stessa mente che sta sfornando decine di idee contrapposte le une alle altre?
No. Si limita a spostare lo sguardo da Vadania ad Honderyll, per poi riportarlo sull’elfa; un solo, quasi impercettibile, cenno, per invitarla ad andare avanti.
Che si diverta fino in fondo.

“Lugaid?”
Interpellarlo direttamente potrebbe far precipitare la situazione più rapidamente di quanto vorrebbe, ma non fa in tempo a comporre tale pensiero che le sue labbra hano già dato voce al nome di lui.
Gli si avvicina con passi cauti, posandogli una mano sulla spalla come in una muta richiesta di pace.
Honderyll, dall’altra parte del tavolo, si è alzato in piedi, squadrandolo da capo a piedi come se lo vedesse per la prima volta.
“Com’è possibile? Perché… perché adesso?”

Non riesce a non farsi sfuggire un sorriso, quando rivolge uno sguardo obliquo a Vadania.
Con una lentezza squisitamente calcolata, si alza in piedi, simulando uno sforzo che in realtà non gli è proprio; prima di staccare lo sguardo da lei, non resiste al non  scompigliarle i capelli, ancora una volta.
Si volta, infine, con un profondo sospiro verso Honderyll, squadrandolo da capo a piedi, in silenzio. Fino ad ora non è andato male, crede; deve solo trovare una frase ad effetto, per non rovinare l’atmosfera. Qualcosa che possa rispondere parzialmente alle domande di lui e che sia in grado, al contempo, di assestargli una stoccata mortale.
“Mi hai chiesto il mio nome, il nome della mia famiglia ed il mio titolo, prima.”
Si inumidisce le labbra, in un momento di pausa che pare essere speso nel valutare le parole. Non può che parlare con un tono sommesso, pacato, ed al contempo vivo, come la fiamma che serpeggia, pronta a mordere, sotto la cenere.
“Tecnicamente, la mia stessa famiglia mi ha strappato il nome che mi ha imposto; non sono nessuno. Ma, una volta, ero conosciuto con il nome di Lugaid. Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes, terzo con questo nome, primo figlio di Elender Vanquilosse, Lord dell’Alto consiglio e protettore di queste terre.”
Ed ora, silenzio. Tenterà qualcosa? Forse gli si scaglierà addosso; in quel caso, purtroppo per lui, troverà Lugaid pronto.
E’ pur sempre suo fratello maggiore, in fondo. Dovrà impartirgli una lezione.

E’ per ricacciare verso il basso il nodo che gli stringe la gola che Honderyll deglutisce almeno due volte, inumidendosi le labbra tra un tentativo e l’altro, tornando a parlare solo dopo una lunga attesa e meditazione.
Le parole danzano leggere per la stanza, pacate e serie come se non si trattasse d’altro che di un affare delicato e pertanto da trattare con la massima cautela.
“Come posso esserne sicuro?”
A dispetto di tutto, anche del sospetto che muove le sue azioni, una lieve nota di speranza sembra cercare spazio nei profondi occhi color zaffiro, incupendosi per un istante soltanto quando vede l’elfa scivolare tra Lugaid ed il tavolo, cingendogli delicatamente la vita prima di nascondersi contro il suo petto.

Prende tempo, prima di rispondere.
Tempo per sorridere, per immergere una mano tra i capelli di Vadania e per chinarsi a poggiarvi sopra un bacio delicato. Tempo per assaporare la sensazione di lei, contro di lui.
“Non ne hai modo.”
Le labbra, impertinenti, sembrano voler spezzare ed interrompere quel momento. Un sospiro dopo, è lo stesso Lugaid a sforzarsi per aggiungere qualche altra informazione alla sua laconicità.
“Potresti chiedere a tuo padre perchè l’uomo vestito di nero con il fiato pesante non è mai tornato ad esigere la seconda rata del pagamento.”
Stringe inconsapevolmente più a sè Vadania, nella breve pausa che precede la nuova frase, lapidaria e secca.
“Incidentalmente, potresti fargli sapere che ha usato me, come compenso.”
E non più altro, a tal proposito, uscirà dalle sue labbra. Le parole seguenti sono infatti leggere, quasi futili.
“Oppure potresti domandare a tua madre perchè non ha fatto nulla. Tuttavia, non nego di essere ansioso di porre loro io stesso domande di tale portata… e, il fatto che io abbia ragione, ammettendo ottimistamente che si tradiscano in qualche modo, non proverebbe comunque che io sia colui del quale si sta parlando.”
E’ forse una nota di rigidità che traspare dalla voce, dalla scelta quasi ampollosa, per il suo solito, delle parole e dall’arricchirsi dello stile?
Lugaid si inumidisce frettolosamente le labbra; più controllo, ci vuole più controllo.
“No, non puoi esserne sicuro.”

Si lascia cadere sulla sedia, pesantemente, come se le novità fossero davvero troppe, per lui.
I gomiti si posano sulle ginocchia divaricate mentre le mani si chiudono l’una sull’altra in un gesto pensoso.
“Ammettedo che tu sia davvero chi dici di essere, ammettendo che… che gli eventi siano quelli che hai descritto” Si interrompe, prendendo fiato, “perché tornare dopo così tanto tempo?”
Si morde il labbro inferiore, liberandolo solo quando lo sguardo torna su Vadania, ancora stretta in quell’abbraccio che lo infastidisce tanto da rendergli quasi impossibile il concedere fiducia a quell’ipotetico fratello comparso dal nulla.
“E’ opera tua, Vadania?”
Chiede, con tono di voce sommesso e tanto pesante da non lasciare dubbi su ciò cui si riferisce.

“Per uccidervi.”
La risposta giunge rapida eppure non leggera, un colpo d’artigliera pulito e preciso. Perchè ha usato un tono tanto grave? C’era odio nelle sue parole? Sì, certamente. Come è possibile che i suoni usciti dalle sue labbra dischiuse non si siano caricati di quel sentimento tanto rovente, e gelido al tempo stesso, che dimora nel suo animo da tanto tempo da essere divenuto parte di lui?
Tuttavia, non può fare a meno di ammettere con sè stesso, c’era anche fastidio. Fastidio per essere considerato una marionetta. Fastidio per avere la seccante impressione di esserlo, almeno in parte. Fastidio per l’attacco, non certo implicito, rivolto a Vadania.
Quest’ultima considerazione non può fare a meno di strappare a Lugaid un sorriso grottesco, lo sguardo che si sposta, autonomamente, su Vadania; se lei se ne accorgesse, reagirebbe infastidita? Probabile.
L’elfo scrolla le spalle, costringendosi ad abbandonare simili riflessioni; quanto tempo è passato da quando ha parlato?
“Per trafiggere tuo padre, sgozzare tua madre ed inchiodare te, vivo, sulla porta della tua dimora in fiamme. Per spazzare via i Vanquilosse, una volta per sempre.”
E lo avrebbe fatto. Ancora ora, mentre elenca in tono neutro le azioni che solo qualche settimana prima aveva dato per scontate, una leggera contrazione allo stomaco gli segnala quanto piacere potrebbe procurargli una tale devastazione selvaggia, quanto avidamente una parte di sè lo desideri.
Il tono di voce non lascia spazio a dubbi, quasi parlasse di qualcosa già successo; liscio e freddo come una pietra tombale, uno strano miscuglio di seta ed unghie spezzate, senza alcun appiglio al dubbio.
Lo avrebbe fatto, sì. Eppure…
“Devi a lei la tua vita. Ed altrettanto i tuoi amati genitori. Ma non pensare…”
La trasformazione è repentina; come un’eruzione incontenibile, l’odio affiora sul volto dell’elfo tramite il filtro dell’assassino, come follia lucida forgiata dalla ragione, distorcendone la voce in un dolce, flautato sussurro, un canto di sirena che promette morte ad ogni sillaba, le labbra curvate nel sorriso cortese, urbano, di una divinità che stia, con assoluta noncuranza, per straziare un’anima. Per tutta la durata dell’eternità.
“Non pensare, neanche per un attimo, che io rinunci alla mia vendetta. Li ucciderò riprendendomi ciò che è mio, li torturerò ogni singolo giorno, riempirò i loro polmoni dell’acqua nera del terrore, li lascerò affogare nella pazzia. E, quando mi tenderanno una mano, li spingerò a fondo.”
Inspira a fondo, quasi avesse consumato più energie in una sola frase che durante la giornata spesa a correre.
Con un consueto mutamento, il volto torna a distendersi e la voce diviene quasi allegra, brillante, gaia e spensierata, incorniciata da un sorriso aperto.
“Dimenticavo, che sciocco! Rivoglio anche mia sorella. A casa.”
Quanto è meno pericoloso del precedente quest’ultimo atteggiamento? E quanto non è, nelle intenzioni, una sentenza inappellabile, il ruggito sommesso e quasi affettuoso di un predatore che informa, in piena serenità d’animo, di quale sia la sua natura e quali le sue intenzioni, un’ovvietà scontata e banale?
Sua sorella.
Un’irrigidirsi della stretta con cui tiene Vadania, un solo attimo di cedimento, è l’unico testimone di quanto non gli costi, davvero, quel momento. China il capo, gli occhi socchiusi, per posare un nuovo bacio leggero sui capelli dell’elfa.
E per sentirne il profumo, in verità.

Le prime due parole riescono a contrarre simultaneamente le mani di Honderyll e quelle di Vadania, le une posate sul tavolo, le altre sul petto dell’elfo.
La rossa si irrigidisce visibilmente, sentendo il pericolo arrivare e trovandosi al contempo incapace di reagire: non può essere così stolto, non può proseguire davvero con il suo piano, non è possibile…
Quando nuove parole tornano a fendere l’aria Vadania fa per allontanarsi da lui, inorridita, cercando il modo di fermarlo. La stretta attorno alle sue spalle, tuttavia, la trattiene, bloccandone le braccia ed impedendole altri movimenti se non quelli delle gambe, mirati al vano tentativo di fargli perdere l’equilibrio o di distrarlo.
Il vederla dibattersi porta Honderyll ad estrarre nuovamente la spada, puntandola contro Lugaid nel momento stesso in cui gli viene rivelata l’identità di colei che ha allontanato, così a lungo, la vendetta che pesa sulle sue spalle e su quelle della sua famiglia.
Resta immobile come una statua, e così anche Vadania, in un momento che pare sospeso nel tempo.
Le parole amare di Lugaid rimettono in moto la clessidra, ridando vita alle membra e disegnando i volti con un’espressione di sconcerto tratteggiata a linee nette ed inconfondibili.
“Non otterrai nulla di tutto questo…” la voce profonda lascia la frase in sospeso, come se non riuscisse a pronunciare quello stesso nome che era abituato a leggere su una lapide. Crede che sia lui? Oh, forse. Sicuramente è qualcuno convinto di essere suo fratello, che questo rappresenti o meno l’effettiva verità.
“Ed ora lasciala andare, non apprezza in tuo abbraccio, non senti? Lasciala e risolviamo la questione tra noi.”

“Mh.”
Lugaid da palesemente segno di valutare, con attenzione, la proposta; quasi con noncuranza, allarga le braccia, consentendo una nuova libertà di movimento a Vadania.
“Non molto equilibrato, si direbbe. Tu vuoi uccidermi, io ho promesso di recarti al massimo un po’ di dolore.”
Noia. Noia infinita e fastidio.
E la sgradevole sensazione di avere davanti a sè una copia di suo padre. Di colui che gli ha distrutto la vita. Del cane che lo ha venduto.
Eppure, non un solo sentimento traspare dall’espressione dell’elfo, atteggiata ad una neutra cordialità; è, se ne rende conto, uno stato d’animo, questo, ben più pericoloso dell’ira. E’ la maschera dell’assassino che Honderyll sta guardando e sono i suoi occhi a scrutare il giovane lord; forse non sa cosa stia rischiando.
Un sospiro scaccia simili pensieri.
“Vadania, puoi iniziare ad accompagnare il figlio di lord Vanquilosse alla sala d’allenamento, per favore? Berrò un po’ d’acqua e sarò subito da voi.”
Freddezza e distacco che gli vengono naturali; passata il primo trauma emotivo, Honderyll è ridiventato un elfo. Che, forse, tutta la sua vendetta sia esagerata? Possibile che anche suo padre non si possa rivelare, semplicemente, uno sciocco tronfio da non tenere in considerazione alcuna?
No, non suo padre. Lord Vanquilosse.
Con un cenno del capo, indica ai due la porta della cucina.

Lo sguardo di Honderyll si sposta dall’uno all’altra.
“Sei già stata qui”
Osserva con amarezza, a metà tra una domanda ed un’accusa mentre lei ha già mosso alcuni passi all’indietro.

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