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L’antipatica » 2007 » Gennaio

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31 Gennaio 2007

una coperta a scacchi rossi


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Come sarebbe vedere il mondo da una pozza di sangue? Sentirlo fluire vischioso dopo aver imitato gli angeli in un volo di tre piani, spiccato da una palazzina di periferia, spinto dalla disperazione oltre un balconcino rosso ruggine e bianco scrostato.
Vedere quel fastidioso campanello di curiosi fingersi ipocritamente sconvolto, sentire il dolore che trafigge gli arti come lamine di vetro infrante al suolo. Un dolore che alterna i suoi acuti ad un sottofondo sordo, costante, tanto intenso da mozzare il fiato e rapire i sensi, trascinandoli lungo il tunnell che separa la vita dalla morte e ancora prosegue, là, dove il calore delle fiamme si fa avvolgente come una calda coperta, quel telo a scacchi che da bambino hai sempre sognato ti avvolgesse mentre una voce materna cullava i tuoi sogni.

29 Gennaio 2007

Anitaverse in breve


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Cos’è l’Anitaverse? E’ l’universo di Anita Blake, risvegliante e cacciatrice di vampiri inventata dall’autrice americana Laurell K.K. Hamilton.

La vicenda si svolge negli Stati Uniti dei nostri giorni, ma con una fondamentale innovazione: il vampirismo è ormai un fatto assodato e, soprattutto, legalizzato. I vampiri sono a tutti gli effetti cittadini amiricani con doveri e diritti al pari di tutti gli altri. Certo, i preconcetti sono ancora tanti e la stessa Anita ne è vittima. Riuscirà il fascinoso Jean-Claude, bellissimo non morto di origine francese, a fare breccia nel suo cuore convincendola che l’umanità può risiedere anche in chi non è più del tutto vivo?

D’altra parte non dobbiamo dimenticare il secondo spasimante della nostra eroina: Richard. Anche lui non è un uomo come tutti gli altri, ed anche se può sopravvivere alla luce del sole non si può dire sia un uomo comune. Richard è infatti un licantropo, e il suo spirito da boy-scout farà nascere in Anita sentimenti contrastanti.

La saga si compone di 12 romanzi editi in lingua inglese. Trovate qui sotto l’indicazione dei titoli, correlati dalla traduzione italiana qual’ora disponibile.

 

  • Nodo di sangue (Guilty Pleasure) - 1993
  • Resti mortali (The Laughing Corpse) -1994
  • Il circolo dei dannati (Circud of the Damned - 1995
  • Luna nera (The lunatic cafe) - 1996
  • Polvere alla polvere (Blooby Bones) - 1996
  • Il ballo della morte (The Killing Dance) - 1997
  • burnt Offerings - 1998
  • Blue Moon - 1998
  • Obsidian Butterfly - 2000
  • Narcissus in chains - 2001
  • Cerulean Sins - 2003
  • Incubus Dreams - 2004
  • Danse Macabre - 2006
  • Micah - 2006 (in lavorazione)

 

Su questo blog sono presenti alcune fanfiction ispirate alla serie. Le trovate nell’apposita categoria: Anita Blake :)

28 Gennaio 2007

L’assassino e l’apprendista - I


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Una giocata portata avanti nei ritagli di tempo :)
Il corsivo è mio, il normal di Andros ^_^

Indomabili capelli rossi ed occhi più profondi di quanto umanamante possibile, la giovane elfa si avvicinò al tavolo dello straniero con passo leggero, senza smettere di fissarlo neppure per un istante, l’aria fintamente spavalda di chi ha qualcosa da chiedere e deve trovare la forza di non accettare un rifiuto.

Capelli rossi. Solo per questo potrebbe farle la corte, si sorprende a pensare con un sorriso di scherno alla propria, voluttuosa, ingenuità. Sospira, la mano che va a cercare il pugnale in un gesto meccanico quant’è quello di risistemarlo, mentre le gambe si alzano a sistemarsi su una seconda sedia, in una posa deliziosamente sconveniente, per un elfo che si rispetti.

Allunga una mano sul tavolo, facendo scorrere l’indice avanti ed indietro accompagnato dallo sguardo. Solo alcuni secondi per trovare il coraggio e poi il movimento si interrompe, i suoi occhi si sollevano per fissarsi in quelli dello sconosciuto e la schiena si piega leggermente in avanti. “Ti ho visto, ieri, nel vicolo” gli sussurra badando a non farsi sentire da nessun altro.

Un muto sorriso è tutto ciò che l’elfo concede alla sua sconosciuta interlocutrice. Un sorriso spontaneo, in effetti. Con studiata lentezza, poggia il gomito sul tavolo, ed il mento sulla mano, senza permettere al sorriso di spegnersi e senza disturbarsi a sedersi più compostamente. Si limita ad annuire poco più che impercettibilmente, mantenendo il silenzio.

Le occorre un solo fluido movimento per sedersi sulla sedia che ha accanto, senza che la mano abbandoni il tavolo. Occhi febbricitanti d’aspettativa continuano a fissarlo, riflettendo il tremulo bagliore delle candele. “Insegnami”.

Le sopracciglia si aggrottano irrimediabilmente. Cosa può aver visto, di preciso? Possibile che gli stia chiedendo di… No. Un risolino sommesso liquida l’idea. Dovrebbe essere a casa, a quest’ora. Si inumidisce le labbra, senza palesare alcuna fretta. “Non dovresti essere a studiare musica, ricamo…” scrolla le spalle, con evidente noncuranza, la sua attenzione che, come la marea, si ritrae, costretta, da lei “…o qualcosa di simile?”

Le sopracciglia si inarcano e per la prima volta le labbra si aprono in un sorriso venato di sarcasmo. “Canto già sufficientemente bene, ma al ricamo preferisco il taglio e cucito. Tuttavia sono un po’ carente sul primo, pensavo potessi aiutarmi” Prende una breve pausa, spostando la mano dal tavolo al volto per disciplinare una ciocca rossa e ribelle.

Gli occhi si induriscono per un attimo, il viso diviene una maschera di gelida impassibilità. Subito dopo, sulle labbra torna ad affiorare il sorriso. “Il ricamo non è certo affare da ragazzine viziate.” Una pausa che dura il tempo di poggiare le gambe a terra ed alzarsi in piedi; qualche secondo per una qualsiasi altra persona, meno della metà di un respiro in questo caso. “Sei stata gentile ad offrirti di pagare”. Il volume, appena più alto di quello di una normale conversazione, si unisce ad un’eccessiva dilatazione delle vocali nella parlata. E, a sua volta, la voce si armonizza con una camminata incerta, apparentemente insicura, il cui unico tratto peculiare è la rapidità con cui porta l’elfo verso la porta, scegliendo, nel tragitto, i capannelli più affollati.

Un’imprecazione lascia le sue labbra con tono sommesso, quasi un ringhio che non può trattenere. Una moneta scivola sul tavolo, più rapida di quanto lo straniero si era aspettato. “Sempre così,” gli grida contro, “ti ubriachi ed io devo riportarti a casa!”
Se è una commedia quella che vuole inscenare, va bene, non sarà difficile sostenerla. Lo insegue tra i campanelli di gente, sorridendo accattivante e domandando gentilmente permesso.
“Chiedo scusa, mio fratello, sono mortificata… Potete fermarlo un istante?”

Un sorriso ebete, uno stolido annuire, un leggero barcollare fino ad uscire dalla taverna ed un subitaneo raddrizzarsi, sgranchendosi le spalle. “Vieni”. Senza voltarsi indietro, attraversa la strada, svolta a destra e si insinua, rapido, in un vicolo. Si infiltra in profondità, nel buio, fermandosi solo quando il vicolo curva a gomito, nel buio.

Deglutisce a vuoto, seguendolo ed allo stesso tempo portando una mano al di sotto dello spesso mantello. Le dita si stringono attorno all’elsa di un pugnale dalla fine cesellatura, forse un ricordo di passati fasti. Nessun suono abbandona le sue labbra mentre scruta con estrema attenzione tra le pieghe del manto notturno.

Sospira, voltandosi a concedersi lunghi attimi di studio della creatura che ha di fronte a sè. Socchiude gli occhi, inclinando il capo, prima di parlare. “Hai paura?”

“Siamo soli, in un vicolo buio, combatti meglio di me e ti ho visto uccidere un uomo, secondo te dovrei averne?” Il tono è quello con cui si potrebbe chedere a qualcuno se è stupido o se sta solo fingendo di esserlo. Certo che ha paura, sarebbe necessaria una buona dose di incoscienza, in quella cirostanza, per esserne esente.

“Quantomeno non sei stupida”. Il tono, asciutto, espressione di sollievo per la non fondatezza di un timore fin troppo probabile, stride con lo sguardo che mai ha abbandonato la giovane elfa. “Però hai pagato”. Le parole questa volta hanno il sapore canzonatorio di una leggera presa in giro, un rimprovero per uno sciocco errore commesso a causa, principalmente, di una generale pochezza mentale.

Le dita si stringono ulteriormente attorno al pugnale, come se il freddo del metallo potesse infonderle una sensazione di maggiore sicurezza. “Non sono una ladra” risponde seccamente, quasi uno schiaffo verbale. “Voglio solo imparare a difendermi”.

Un lungo sospiro, un leggero dondolare della testa, divertito. Una mano che si alza, vuota, troppo lenta per costituire una minaccia, fino a posarsi sulla testa rossa per scompigliarne appena i capelli. “Cercati qualcun altro”. In completo contrasto con la dolcezza del gesto, il tono è secco, tagliente, quasi monocorde.

Non gli da il tempo di ritirare la mano. Il suono delle sue parole si è appena spento che il braccio si muove rapidamente in avanti: le dita che stringono il pugnale raggiungono l’assassino all’altezza dello stomaco, la lama di piatto e posta il orizzontale, non una minaccia ma la semplice dimostrazione che la sta sottovalutando. Non serve dire null’altro: lo sguardo freddo e determinato esprime chiaramente i pensieri del momento.

Inarca un sopracciglio, esalando un lungo sospiro. “A quanto pare, lo stupido devo essere io”. Con un gesto da prestigiatore volta rapidamente il polso, svelando una moneta pizzicata tra indice e medio. La porge all’elfa con smisurata lentezza. “Ben fatto. Mai tentare di imbrogliare un oste”. Un risolino che non si preoccupa di celare. “E tieni il mento rietrato, quando avanzi con il pugnale. Hai un nome?”

Ritrae il pugnale, allungando al contempo l’altra mano per prendere la moneta, le sopracciglia lievemente aggrottate. “Prima il tuo, di nome. E” aggiunge, come se stesse prendendo mentalmente appunti “perché devo tenere il mento rientrato?”

Scruta con espressione indecifrabile la piccola elfa. “Lo scoprirai non appena finirai la prima volta a terra nella polvere, suppongo”. Socchiude gli occhi, scuotendo piano la testa. Parla seccamente, senza lasciar spazio ad altro che non alla noia. “Il mio tempo è prezioso. Il tuo nome.”

“Puoi chiamarmi… Lilian”. Un attimo di indecisione più del necessario, forse, ma cosa importa? Se era un nome quello che voleva eccolo accontentato.

Alza le spalle, in un gesto di resa alla noia che quello stallo sembra causargli. “Puoi chiamarmi Huinë, allora. Hai un posto dove stare?” Le mani si ritirano, nascondendosi tra le ampie maniche ed il mantello.

“Forse…” Si allontana di un passo, indecisa “…non sono sicura di voler tornare a casa…”

“Gli dei ce ne scampino”. Allarga le braccia in un’esagerata pantomima. “Una mocciosa fuggita di casa. Torna dai tuoi genitori e chiudiamo la faccenda, non ho intenzione di essere accusato di rapimento”.

Una risata le sfugge dalle labbra protraendosi più a lungo di quanto sarebbe conveniente “Non ho genitori. Andiamo.” Si incammina, avvicinandosi “E se qualcuno dovesse accusarti…” si stringe nelle spalle “… non accadrà“. Gli si ferma accanto, fianco a fianco, il volto fiero che guarda avanti ed il capo non si sposta neppure quando le iridi saettano verso di lui, guardandolo dalle lunghe ciglia arcuate. Un sorriso obiquo le sfugge “Avrei potuto colpirti”. Una semplice constatazione, pronunciata non senza una certa soddisfazione.

Un solo angolo delle labbra si piega, in un sorriso privo di divertimento. “Forse”. Accenna con il capo, una sola volta, nella direzione in cui conduce il vicolo. “La mia casa è in quella direzione”. Senza attendere una risposta, si avvia a passo tranquillo.

Forse non è un no”. Lo segue, adeguandosi al suo passo. “Forse” sottolinea quella parola, come per provocarlo, “sei meno bravo di quanto pensassi”. Nasconde un sorriso, mordendosi il labbro inferiore.

Alza le spalle, un sorriso ad incurvargli le labbra, mentre continua a camminare, svoltando di vicolo in vicolo. “Crearsi delle aspettative è sempre un lavoraccio infame e mal pagato”. Il volto torna ad atteggiarsi alla neutralità. “Forse mi sono solo dato delle arie per fare colpo. Anzi, sicuramente è così.”

“Su di me?” Inarca un sopracciglio “Hai cercato di svignartela dal primo momento che mi hai vista. C’è qualcosa che non mi hai ancora detto, però.”

“Se ti dicessi che se avessi voluto sparire tu non avresti avuto più modo di trovarmi, probabilmente non mi crederesti. Vero?” Rimane in silenzio per qualche attimo, mordicchiandosi le labbra. A dispetto del contegno generale, apparentemente rilassato, gli occhi saettano da un lato all’altro del vicolo. “La risposta è no. Non uso alcun balsamo, ho questi capelli di natura.” Inclina appena la testa, facendo ondeggiare la miriade di sottili fili di seta nera che sembra costituire la capigliatura dell’elfo.

“La natura non sempre è generosa. Ma sono certa che si potrà fare qualcosa, non temere. Tuttavia” sorride “non mi hai ancora detto quale prezzo dovrò pagare”.

“Questo è un dettaglio di cui non devi preoccuparti. Ne discuterò personalmente con il mercante cui ti venderò″. Sorride appena, sotto i baffi.

Un brivido freddo le attraversa la schiena: è forse uno stupido inganno? Se sapesse la sua reale identità e fingesse ignoranza per trarre profitto dalla situazione? No, impossibile… Nessuno può aver modo di conoscere il suo vero nome, ha vissuto appartata per troppo tempo perché qualcuno possa riconoscerla, soprattutto non nei sobborghi della città. Solleva meccanicamente il cappuccio, calandolo sul volto per nascondere il defluire del sangue ed il pallore che ne consegue. Non è questo il momento di perdere lucidità, si dice, non quando sta per entrare nella tana del lupo. “Non sono solita trattare i miei affari senza conoscere il prezzo che questi comportano. Mercanteggia con me, invece che con altri: non guadagneresti comunque molto vendendo un’elfa recalcitante, con un pessimo carattere e la lingua lunga. Per di più non so neppure cucinare.”

Un sospiro, uno solo sospiro prima di un lungo silenzio, rotto solo dai passi dei due elfi e dai rumori della città che sembrano giungere attutiti, come se il vicolo fosse una realtà parallela, collegata eppure differente e separata dalla città.
“Prendi tutto troppo sul serio.”
Cinque parole, isole radunate nell’arcipelago di una frase persa in un mare di silenzio. Se non vi fosse un’occhiata obliqua, ad accompagnarle, un sorriso che scintilla solo negli occhi, si potrebbero quasi scambiare per un rimprovero.
“E’ un problema, comunque.”
Inspira rumorosamente aria tra i denti, una delle numerose pose di cui sembra ammantarsi senza soluzione di continuità e sequenzialità logica.
“Che tu non sappia cucinare, intendo. Il brutto carattere si cura con la frusta e la lunghezza della lingua è affare di una lama ben affilata, ma per la cucina…”
Lascia che la testa cada in avanti, assumendo poi un dondolio da destra a sinistra e viceversa.
“Dovrai applicarti o accontentarti di quello che preparo.”
Un sorriso fugace, un nuovo cambio nel tono di voce, ora più gentile, quasi affettuoso.
“Personalmente, ti consiglio di imparare. Sarà un guadagno per entrambi.”

Un occhio socchiuso ed uno aperto, lo osserva. E’ gentile ed allo stesso tempo non lo è, la confonde.
“Dai per scontato che mi fermerò da te molto a lungo. O, se non altro, tanto a lungo da dover imparare a cucinare.” Lascia trascorrere un attimo di silenzio prima di proseguire: “Potrebbe non essere così. Il posto potrebbe non piacermi o potresti non piacermi tu, chissà.” Si muove quasi in punta di piedi, badando a non produrre alcun suono mentre una mano si stringe a pugno sotto il mantello ed una nuova determinazione le balena nello sguardo. “Perché mi stai aiutando? E perché sei così cortese?”

“E’ probabile, sai… La mia casa non è un granchè e io sono una persona piuttosto noiosa, in fin dei conti.”
Continua a camminare, misurando il proprio silenzio in passi. Una nuova svolta ed il rumore della città, come un ronzio sordo e sommesso, sembra avvicinarsi nuovamente.
L’ultima domanda della sua interlocutrice gli suscita un sorriso divertito, storto, quasi crudele nella foggia.
“Diciamo che sono curioso. Non menti abbastanza bene per non interessarmi.”

Aumenta il passo, superandolo e parandoglisi davanti, il mantello bordato di edera d’oro che ondeggia attorno a lei seguendone i rapidi movimenti: “E se ti sbagliassi? Se stessi solamente fingendo ingenuità per attirare la tua attenzione, mentendo così abilmente da renderti impossibile l’accorgertene?”

Sorride, di nuovo, senza preoccuparsi di nascondere quello che sembra affetto, fermando il passo.
“Meraviglioso, non trovi? Un’abilissima bugiarda e un tronfio pallone gonfiato che si da un mucchio di arie. Una coppia ben assortita.”
Ridacchia, spostando il peso del corpo a destra, poi a sinistra per tornare ancora a destra. Scivola, inaspettatamente, di fianco all’elfa, superandola a passo ancor più svelto di prima, quasi avesse una tabella di marcia sui cui orari è in ritardo.

Il movimento è così rapido da lasciarla interdetta per un istante, come se non avesse ben compreso quanto appena accaduto. Inspira a fondo, trattenendo il fiato, per poi voltarsi a guardare la sagoma scura ormai a metà della via. Corre per raggiungere lo sconosciuto, tornando ad un’andatura normale solo quando si trova a pochi passi da lui, scegliendo di camminargli leggermente alle spalle. “Perché fai questo mestiere? Piacere, necessità, cos’altro?”

“Ma che mestiere faccio, io?”
Come uno schiaffo improvviso, un torrente in piena, i due escono dal vicolo, sbucando in una via assolata dalla luce pomeridiana di un astro in fase calante. Senza mostrare alcuna esitazione, l’elfo svolta a destra, proseguendo in quella che, ad una prima occhiata, sembra essere la via degli inchiostrai e dei pennivendoli.

Socchiude gli occhi, guardandosi attorno con curiosità ma non senza un certo fastidio per le torce fissate al muro, il cui baluginare confonde la vista elfica annullando così una per lei preziosa risorsa.
“Conosco questa strada…” sussurra, più a se stessa che a lui “è l’unico luogo della città vecchia nel quale…” Si intettompe, come se avesse dato voce ad un pensiero privo di una reale conclusione.

Ignora del tutto il commento dell’elfa, svoltando improvvisamente in una piccola traversa; dopo qualche passo, si ferma di fronte ad una porta in legno scuro, sormontata un’insegna sbiadita dal tempo, recante la scritta “Jacobius, il copista”.
Con un gesto che denota una consumata abitudine, estrae da una tasca un mazzo di chiavi, procedendo ad aprire la serratura (vecchia, poco oliata e decisamente sferragliante) non senza lesinare un paio di sommesse imprecazioni dirette ad un misconosciuto fabbro.
Quando la porta si spalanca, con un lamentoso uggiolio di cardini, lo sguardo dell’elfa può spaziare per un locale abbastanza spazioso, le cui pareti occupate da lunghe scaffalature, utili per esibire inchiostri, penne, raccolte di fogli e libri. Dietro una tenda, posta in fondo alla stanza, si intuisce la presenza di un’altra porta; se uno sguardo potesse, sottraendosi alle leggi di natura, oltrepassare il tessuto e voltare gli angoli, vedrebbe poche altre stanze: una cucina, spaziosa malgrado il tavolo e le sedie che ne occupano il centro, bagnata dalla luce filtrante da due ampie finestre; un ripostiglio dalla porta chiusa, contenente una varia quantità di materiale per scrivere, cancellare, rilegare, miniare; una scala in legno, infine, che porta al piano superiore ed a quella che appare una cantina, chiusa da una porta in legno chiaro.
Un sorriso palesemente divertito è tutto ciò che le labbra dell’elfo si concedono, immuni alla tentazione di lasciarsi sfuggire alcun suono.

Entra lentamente, dapprima sporgendo solo il capo oltre il battente e poi muovendo qualche timoroso passo in avanti. Lo spazio che si mostra ai suoi occhi è essenziale e comune, senza armi o altri oggetti inquetanti in bella mostra. Un copista… Jacobius. No, non può essere. Sposta lo sguardo dalla stanza allo sconosciuto, prendendo al contempo nota della posizione delle possibili vie di fuga. Lo sconcerto dipinto sul suo volto non da cenno di abbandonarla, ed anzi si intensifica mano a mano che nuovi pensieri vanno ad accavallarsi nella sua mente.

“Benvenuta nella mia bottega.”
Il tono è tornato cordiale, aperto, quello di un commerciante verso un cliente, si direbbe quasi. Varca senza esitare la soglia, soffermandosi però, subito dopo, ad osservare la porta, ancora aperta.
“Suppongo che potrebbe non essere troppo tardi per l’arrivo di qualche cliente. Quindi…”
Una breve pausa, una rapida occhiata scoccata all’elfa, un sorriso sornione che per un momento gli incarca le labbra; ecco tutti gli indizi che quanto sta per dire racchiude un significato nascosto.
“…direi che possiamo tenere ancora aperta questa porta.”
Avanza nuovamente nella stanza, come se l’elfa non esistesse; è solo dopo qualche attimo speso in controlli apparentemente futili di fogli ed inchiostri, che l’elfo torna a parlare, senza tuttavia distogliere lo sguardo da ciò che sta facendo.
“Se hai fame, di là c’è la cucina. Immagino che non crederesti alle mie parole, se ti dicessi che oltre la porta chiusa non c’è niente di interessante, quindi eviterò di dirtelo. Presta solo attenzione, quando vi entri: le boccette di inchiostro sono fragili e il loro contenuto prezioso. Ed evita di cambiare posto alle cose, ho un mio ordine e rischierei di non trovare più nulla.”
Lo sguardo saetta, improvviso ed indagatore, sull’elfa, incurante della quantità di informazioni appena riversatele addosso.
“Sai leggere e scrivere?”

“In quattro lingue” Risponde meccanicamente, senza pensare e come non lo stesse ascoltando per davvero, continuando a guardarsi attorno mentre appoggia le spalle al muro accanto alla porta. “…chi sei veramente?”

“Quattro lingue… che esagerazione, se non riesci ad ottenere le risposte che ti servono neanche in una di queste.”
Ridacchia divertito, dirigendosi poi verso la tenda. Nel passare vicino all’elfa non sa resistere alla tentazione di scompigliarle nuovamente i capelli, riprendendo la via della parola solo dopo averla superata.
“Tu chi pensi che io sia?”
Senza attendere alcuna risposta, sposta la tenda e varca la soglia che immette in un corridoio, proseguendo spedito per la cucina. La sua voce giunge quindi ovattata dalla distanza e dagli ostacoli, seppur adeguata nel volume a farsi sentire.
“Non mi hai detto se hai fame.”

Arrossisce, rendendosi conto di ciò che ha detto. Non voleva svelare subito tutte le sue, seppur poche, conoscenze, ma aveva risposto senza pensare e questo era qualcosa di completamente sbagliato: doveva stare più attenta.
“No, non ho fame, ho mangiato alla taverna, ma grazie comunque”. Si porta una mano alla testa, assumento un’espressione imbronciata mentre riflette sul da farsi. Lo sguardo si sposta dalla tenda all’uscita per poi tornare indietro. Con fare circospetto imita i movimenti di lui, scostando il drappo di tessuto e muovendosi lentamente lungo in corridoio fino a sbucare nel vano che funge da cucina. “Credo che tu non sia la persona che vedo qui adesso. Credo che tu stia recitando una parte a mio uso e consumo e, inoltre, credo che tu stia cercando di ridurre in briciole tutte le mie aspettative per potermi rimandare a casa con un bel fiocchetto in testa e qualche spicciolo tra le mani.” Il tono di voce è monocorde, privo di acrimonia o di qualsiasi altro sentimento, come se stesse semplicemente descrivendo una situazione tanto evidente da non essere motivo di stupore alcuno.
Parlare e passeggiare per la grande stanza è un tutt’uno, così come iniziare a guardare con interesse e curiosità gli oggetti lì ospitati.

“Non esagerare.”
Parla senza distogliere gli occhi da ciò che sta facendo; l’acqua in un bollitore di ceramica, poggiato su una stufa, l’elfo prepara due tazze, nelle quali sbriciola qualcosa preso da un sacchetto spuntato fuori da chissà quale credenza o cassetto. Si volta di scatto, un sorriso sornione sulle labbra, gli occhi socchiusi.
“Fare il copista non rende tanto da consentirmi di regalare spiccioli a chicchessia.”
Termina di armeggiare con le tazze, compiendo una serie di operazioni apparentemente confusionarie.
Si gira, poi, appoggiandosi al ripiano su cui stanno le tazze, un occhio al bollitore. Parla quasi con noncuranza, con il tono appropriato ad una discussione sul tempo, sul prezzo della verdura o sulla mancanza di spazio per sistemare i carri.
“Quale arma credi che ti salverà la vita, se imparerai ad usarla?”

Sorride stranamente, stringendosi maggiormente nel mantello, il cappuccio ancora sollevato e qualche ciocca ribelle che sfugge al controllo della stoffa. “Non è la mia vita, ad essere in pericolo. Andrà bene qualsiasi arma si adatti a me.” Socchiude gli occhi, come se i gesti dell’assassino le avessero ricordato qualcosa. “E mi serviranno anche nozioni sui veleni… nel caso le lame non dovessero rivelarsi sufficientemente amiche. Sai chi potrebbe fornirmele?”

“Stupida.”
Il tono secco, come una frustata, un’unica parola quasi sputata fuori, a forza. L’elfo si sposta in silenzio, andando a recuperare il bollitore e riempiendo le due tazze, apparentemente senza alcuna fretta di parlare o aggiungere altro. Estrae -da una manica? Da un cassetto? Dal nulla?- due cucchiaini, assegnandone uno a ciascuna delle tazze. Presele entrambe, si dirige al tavolo, si accomoda a capotavola e poggia la tazza, evidentemente destinata all’elfa, alla sua destra, in corrispondenza della prima sedia su quel lato.

Resta immobile per un tempo che le sembra infinito, il fiato trattenuto ed una risposta tagliente che le solletica che labbra pronta ad uscire allo scoperto. Le costa indicibile fatica avvicinarsi lentamente al tavolo, raccogliendo un lembo del mantello prima di sedersi così che la stoffa, tendendosi, non vada a premerle sulla gola. Osserva la tazza corrucciando le labbra, per poi spingerla con un dito verso di lui mentre ricomincia a parlare. Potrebbe esprimere le sue ragioni con una tale dovizia di particolari da non poter fare altro che convincerlo, ma si limita ad una semplice e sussurrata parola: “Perché?”

Sospira, allungando una mano verso la tazza respinta. Veloce, come fosse un gravoso compito di cui liberarsi il prima possibile, la afferra e la porta alle labbra, prendendone un sorso copioso, grato a se stesso di non aver utilizzato acqua troppo calda; la poggia, infine, nuovamente di fronte all’elfa, appoggiandosi allo schienale della sedia.
“Non è la tua vita, dici. Eppure vuoi utilizzare un’arma. Credi di poter affrontare uno scontro in posizione di vantaggio? O, forse ritieni che la tua vita non sarebbe in pericolo? Quanto ai veleni, poi…”
Una smorfia di esasperazione esagerata, che si conclude con un tenue sorso dalla propria tazza, subito seguito da un secondo.
“Versato su una lama che non ti sia amante e sposa fedele, è il modo più veloce per andarsene all’altro mondo.”
Sospira, raddrizzandosi il tempo necessario per stiracchiarsi e tornando poi ad abbandonarsi contro lo schienale; un solo sorso, prima di parlare ancora.
“Ora, rifletti attentamente. Quale arma credi che ti potrà salvare la vita, se imparerai ad usarla?”

Appare decisamente irritata, ora, e quel fioco bagliore comparsole nello sguardo al di sotto dell’esasperazione potrebbe, ad un osservatore attento, apparire quasi sofferenza.
“Non ho detto di non essere in pericolo, ho solo detto che non è la mia vita ad essere in gioco.” Le parole vibrano nell’aria modulate in note leggere e soavi, più simili a quelle di una conversazione amichevole che ad un duello verbale come quello in atto. Non gli lascia il tempo di rispondere, proseguendo: “un’arma piccola, che si possa facilmente nascodere e che passi inosservata. Il veleno non mi serve per le armi, ma per il cibo. Se sarò costretta a giungere a questo punto preferirei non ci fosse sangue…” rabbrividisce, rigirandosi la tazza tra le mani prima di sollevarla alle labbra, come se il calore potesse cancellare anche tremori che non nascono dal freddo.

“Corretto. I veleni, lo sanno tutti, si possono impiegare su cibi…”
Accenna con il capo alla tazza dell’elfa.
“…o bevande. Certo, non saprei dire se possano essere insapori, in effetti. Di per certo…”
Prende un altro sorso dalla propria tazza. Quando termina, la solleva appena, non curandosi di nascondere un sorriso di affettuosa dolcezza.
“…gli antidoti non lo sono quasi mai. Ma che ci vuoi fare?”
Scrolla le spalle, ostentando una rassegnazione palesemente esagerata. Ancora un sorso.
“L’arma migliore che tu possa avere è il tuo cervello, comunque. Ha anche un vantaggio non da poco…”
Il sorriso non si spegne, ma le parole, quando l’elfo torna a parlare, sono secche ed aspre, un vento crudele che graffia un cimitero d’ossa.
“…se non impari ad usarlo, te ne accorgi in fretta. Morendo, per l’esattezza.”

Sente il sangue defluirle dal volto in un riflesso incondizionato. Quell’elfo non le piace, per nulla. Eppure ha bisogno di lui. Di lui e di nessun altro, perché se prendesse lezioni d’arme attraverso uno dei tanti canali ufficiali dovrebbe dare spiegazioni e questo è quanto meno desidera. Lui, invece, èun elfo ma allo stesso tempo non lo è. E’ perfetto e simultaneamente inadatto.
Si inumidisce le labbra cercando di ragionare con maggiore freddezza, concedendosi qualche istante di silenzio. La tazza, stretta con entrambe le mani, viene sollevata fino al volto così da poter prendere un lungo respiro dei suoi fumenti. “Alloro, malva, un po’ di cannella… è pregiata…” Si volta a guardarlo, quasi stupita, aprendo e dischiudendo le labbra come se stesse cercando un sapore che ancora non le sovviene. “E… arancio, mi pare. Certo, se il veleno fosse insapore non potrei accorgermene, ma allora per quale motivo agonizzare un’intera notte quando si può rendere tutto più rapido?” Porta la tazza alle labbra, prendendone un sorso. “Se non altro è ottima” Sorride, restando in attesa della prossima provocazione, quasi si trattasse di un rito di passaggio al quale rassegnarsi.

“Ovviamente, diamine!”
L’aria sognante di chi stia parlando di un ideale, di una visione, fa da compagna ad un tono declamativo.
“Una manciata di momenti dedicati a se stessi, ecco cos’è una tazza di tisana. Se non fosse ottima, che razza di momenti sarebbero?”
L’espressione si dissolve così com’era sorta e i lineamenti dell’elfo tornano ad essere di cordiale simpatia. Non parla che dopo aver gustato ancora un sorso, l’ultimo della sua tazza.
“Tu, ad ogni modo, rimani una sciocca.”
Un sospiro sconsolato nell’attesa dell’attimo, ormai imminente, in cui il sonnifero serrerà la sua presa.

La vista le si annebbia via via che scorrono i minuti e le palpebre si fanno sempre più pesanti. Un lieve giramento di testa unito alla sensazione di lenta caduta non le permette di rispondere se non dopo alcuni istanti, lasciando perdurare sulle sue labbra un lieve sorriso di scherno.
“E tu potresti esserlo altrettanto. Se è veleno stanno per cadere sulla tua testa più guai di quelli che potresti mai immaginare e superare. Ti troveranno.” Nonostante il tono affaticato le sue parole trasudano una certezza che va oltre il semplice affidamento nel fato: deve indiscutibilmente avere i suoi motivi per dire ciò che sta dicendo. “Ma se come penso non si tratta di veleno, perché sarebbe stato molto più semplice lasciarmi in uno dei vicoli, viva o morta, se è un’altra sostanza, allora, per favore, per favore… non portarmi a casa senza che possa svegliarmi al più piccolo suono… per favore.”
Solleva la tazza ancora una volta per prendere un nuovo sorso di tisana prima di lasciarla scivolare a terra (dispetto o accadimento involontario?) ed accasciarsi a sua volta sul ripiano freddo del tavolo.

Due occhi, freddi ed immobili, sostano sull’elfa senza vederla. Calcolo? Valutazione di mille fattori interdipendenti? Una difficile decisione da prendere? O forse solo un ricordo, un’idea lontana? Non e` dato saperlo. L’elfo, Jacobius quando e` dentro la bottega, si alza con un movimento la cui lentezza contrasta con la fluidita` di cui e` intriso; si avvia in tutta calma a chiudere la porta che da sull’esterno, girando il chiavistello.
Quanto succede immediatamente dopo e` ovvio e quasi scontato da narrare: l’elfa si risvegliera` al piano superiore, in una stanza dalle finestre oscurate da tende. La luce gia` insistente della mattina inoltrata immergera` la stanza in una penombra tagliata da lame luminose, piu` che nel buio. La camera appare piuttosto spaziosa e pulita, ornata di quella semplicita` ricercata di chi sembra aver conosciuto il lusso ed averlo giudicato scomodo, noioso e pacchiano.
La piccola, sedicente, Lilian ha trascorso la notte in un letto, piuttosto basso in verita` suppur largo quanto basterebbe per due persone, dalle lenzuola di lino, chiare, profumate di un’odore a meta` tra il sapone ed il profumo che accompagna l’elfo, una spezia difficilmente definibile e talmente leggera da essere quasi inafferrabile.
Di fianco al letto, tutti i vestiti che potevano esserle tolti senza denudarla: il mantello, ben piegato sullo schienale di una larga sedia, non e` il suo, bordato d’edera d’oro, ma un piu` grezzo indumento di stoffa grigio scuro. Gli stivali sono allineati di fianco alla sedia suddetta, su cui campeggiano invece calze, la cintura cui e` fissato il fodero del pugnale e, a seguire, piegati ed ordinati, tutti gli altri indumenti che l’elfa non si trova addosso, ad esclusione di eventuali armi, sicuramente sparite, e dei soldi, certamente involati.
Una seconda sedia ospita un vassoio con quella che sembra una colazione abbondante: pane, due terrine (ognuna delle quali coperta da un piattino), riepiena di una strana confettura, l’una, e -addirittura- di miele, l’altra, carne fredda, frutta. Campeggiano ancora, per terminare, due brocche piene, rispettivamente, di acqua e di fresca tisana, anche queste coperte, ed un bicchiere capovolto. In centro al vassoio, poi, un piccolo vasetto, alto e dal collo stretto ed allungato, campeggiano due fiordalisi.
Il pugnale nel fodero, gia` ad una prima occhiata, si rivela non essere quello in possesso di Lilian, ma uno strumento interamente di legno, dal manico liscio e reso lucido dal sudore e dallo sfregamento dell’uso; il peso della finta arma e` almeno tre volte superiore a quello del vero pugnale, particolare che induce a credere all’esistenza di un’anima di acciaio all’interno del legno.
Quando l’elfa dovesse alzarsi e varcare la soglia, coperta da una pesante tenda nera, si troverebbe in un corto corridoio che da su una sola stanza, sulla destra e terminante in una sorta di soppalco che vede a destra alcune porte chiuse a chiave e, a sinistra, le scale, dirette verso il basso e ancora verso l’alto, in un insospettabile terzo piano. L’unica stanza liberamente accessibile, affacciantesi sul piccolo corridoio, e` un bagno. Al suo interno, nell’angolo a sinistra, un barile colmo d’acqua e, di fronte, una piccola stufa destinata evidentemente a scaldarla, a fianco una cesta con una discreta provvista di legna da ardere e quello che sembra un paiolo. Oltre a questi due primi, visibilissimi, inquilini, il bagno ospita una vasca ed una tinozza con un piccolo ripiano, l’una piena di acqua limpida quanto fredda e l’altro ospitante del sapone ed una pezzuola di lino attentamente ripiegata. La parete su cui e` collocata la porta ospita degli scaffali su cui sono visibili, ben allineate, pezze di lino di varia dimensione ed una buona collezione di olii, sali da bagno e saponi.
Dal piano di sopra giungono, inoltre, dei tonfi dal ritmo e dall’intensita` irregolari, attutiti, com’e` ovvio che sia. Nell’aria aleggia una nota profumata d’incenso, mista a qualcosa di indefinibile, un aroma caldo ed al tempo stesso troppo lieve quasi anche per essere percepito.

Impiega qualche istante per rendersi conto di dove si trova e perché, ma non appena la consapevolezza si fa strada in lei ecco che scosta le coperte con un solo gesto, alzandosi in piedi e guardandosi attorno con un certo timore. Si avvicina lentamente alla tenda che funge da porta, a piedi nudi e badando a non fare rumore, quindi posa l’orecchio sulla superficie di stoffa per poi compiere la medesima operazione anche sul pavimento.
Raggiunge i suoi abiti, imprecando nel non trovare il suo bel mantello ed il pugnale che, se lo ripromette, farà in modo di recuperare. Non tocca cibo o bevanda, occupandosi invece di verificare la chiusura della finestra. E’ aperta. Bene. In un attimo i suoi piedi sono sul cornicione e le mani cercano l’appiglio adatto per calarsi fino al senciato della strada.
Le ginocchia si flettono per attutire la caduta e la mano destra va a sfiorare il suolo come per contrastare un eventuale sbilanciamento in avanti. Il mantello si solleva alle sue spalle, mosso dallo spostamento d’aria, e non fa in tempo a raggiungere nuovamente il corpo dell’elfa che la giovane rossa è di nuovo in movimento: raggiunge a passi decisi l’ingresso della casa, spalancando la porta senza troppe cerimonie.

La porta, come una cortese dama avanti nell’età, si sposta non senza un sentito cigolio di protesta, lasciando libera la vista di spaziare per la consueta stanza ammobiliata con il tavolo e le scaffalature alle pareti. La tenda è tirata, a coprire il corridoio e non si intuisce, a prima vista, la presenza dell’elfo. Presente, ben distinguibile, è l’odore di qualche cosa che cucina sul fuoco, stufato per la precisione.

Inspira profondamente, mettendo poi a tacere i brontolii dello stomaco. Un’idea le balza improvvisa alla mente, e dopo aver guardato fugacemente verso l’alto si trova a posare il ruvido mantello sullo schienale di una delle sedie per poi iniziare a frugare nella stanza, badando a non produrre rumori, alla ricerca di ciò che le è stato sottratto o di qualcosa di più interessante.

A volte l’apparenza inganna e, dietro la più innocente banalità, è nascosto qualcosa di sorprendente. Tuttavia, non è questo il caso. La perquisizione, per quanto attenta ed accurata, della giovane elfa, non da frutto che esuli dalla normalità dello studio di uno scrivano: penne, inchiostri, fogli bianchi, fogli di pergamena, fogli stropicciati e fogli scarabocchiati, fogli con qualche appunto vergato chissà quando, fogli macchiati da improvvide sbavature ed abbandonati nel mezzo di un lavoro.
Nessun pugnale, nessun mantello, nemmeno qualche spicciolo.

Sbuffa, piuttosto irritata, prima di passare alla cucina e cercare anche lì qualcosa che possa fornirle qualche indizio, cercando in particolare le erbe che ha usato la sera precedente. Dalla cucina passerà poi alle stanze successive, controllandole una per una prima di arrivare all’ultima: quella da cui proviene il suono ritmico che ha accompagnato il suo risveglio. Ovviamente il suo intento è quello di non farsi sorprendere e non può fare a meno che spiare con circospezione oltre le tenda che funge da porta.

Per quanto possa essere accurata la giovane elfa, non troverà nulla di ciò che cerca. La stanza con la porta chiusa, se pur non a chiave, si rivela ciò che l’elfo aveva detto la sera precedente: un ripostiglio, ingombro di materiale della più varia natura, dai fasci di fogli alle boccette di inchiostri, da minuscoli timbri ad un piccolo set di pennelli.
La cucina appare uguale al giorno precedente. I cassetti e le credenze nascondono stoviglie, posate, attrezzi da cucina, pentole e padelle, ingredienti di vario tipo; da una pentola poggiata sulla stufa, seppur ad un angolo, perchè non riceva troppo calore, proviene un quieto e continuo rumore di sobbollio, fautore dello spandersi dell’aroma di cibo. A ben cercare, la sedicente Lilian potrà trovare un sacchetto contenente una discreta quantità degli aromi utilizzati dall’elfo la sera precedente per preparare la tisana; impossibile dire, tuttavia, se e quali altre sostanze contenga quel miscuglio di erbe.
Giunta alle scale, la piccola potrebbe segliere di scendere, nel qual caso verrebbe fermata da una porta in legno chiaro, chiusa a chiave da una serratura che pare non forzabile, che blocca l’accesso alla cantina; potrebbe invece decidere di salire, ritrovandosi al piano superiore: anche qui, alcune porte chiuse le interdirebbero irrimediabilmente dei locali, le uniche stanze accessibili il succitato bagno e la stanza da cui è uscita l’elfa.
Nel caso in cui l’elfa decidesse di salire ancora una rampa di scale, l’ultima, scoprirebbe l’origine dei tonfi: in un locale nato probabilmente come mansarda, tanto ampio da far sospettare di aver inglobato anche il sottotetto della casa vicina, l’elfo si sta esercitando. Il pavimento della stanza è interamente di legno, le pareti stuccate di bianco non lasciano spazio a nient’altro che alla pulizia, tanto meticolosa da comprendere anche il tetto, con le travi a vista; l’elfo è vestito solo di un paio di pantaloni e di una casacca, entrambi color crema chiaro. I capelli sono legati strettamente in una coda, la fronte scintilla di sudore, così come la casacca si appiccica al torace dell’elfo, per poi separarsene un movimento dopo, in un’eterna danza inconcludente.
Un movimento circolare del braccio, il peso che si sposta sulla gamba arretrata, il corpo che si piega, in un ponte, fino a toccare con le mani per terra, una spinta e l’elfo è in equilibrio sulle mani, un salto e si trova nuovamente in piedi, un buon metro più indietro. I movimenti dell’elfo sembrano unire una strana ginnastica ad una serie di forme dalla natura palesemente offensiva, anche se eseguite a mani nude, il tutto condito con alcune esibizioni acrobatiche in salti carpiati, capriole e volteggi; l’atterrare a piedi nudi od il rotolare sul pavimento appaiono essere i responsabili dei tonfi uditi dall’elfa.

Appoggia una spalla allo stipite della porta, sostando a guardarlo con l’espressione incantata che potrebbe derivare da una danza ipnotica. I suoi movimenti sono puliti e precisi, come se l’istinto guidasse ogni gesto senza necessitare dell’intervento della ragione. Il solo pensiero di cosa potrebbe fare con una spada tra le mani le fa scuotere il capo per allontanare il misto di ammirazione ed orrore che la coglie.
Resta in silenzio, come se non volesse disturbare il suo lungo allenamento, chiedendosi, tuttavia, da quanto tempo il suo corpo si stia muovendo ininterrottamente.

Un lungo momento di immobilità, il peso interamente trasferito sulla gamba sinistra, la gamba destra arretrata e tesa, entrambe le braccia, le mani strette in un pugno che vede eretti ed irrigiditi solo l’indice ed il medio, tese di profilo, quasi dovessero essere due corte lance. All’improvviso un cambio di peso, sulla gamba destra, ed uno stacco repentino: un capovolgimento di situazione, le mani che impattano sul pavimento e di nuovo la sospensione in aria, per un giro completo, fino ad atterrare nuovamente in piedi, le ginocchia appena flesse -pur se non rilassate- per assorbire l’urto, le mani protese entrambe in avanti a dita aperte, unite e rigide, ideali punte per la lancia, altrettanto immaginaria, che è il braccio.
Un momento di immobilità. Due. Un respiro. Un altro.
“Buongiorno.”
Gli occhi che si staccano dal punto senza profondità in cui sembravano inchiodati per portarsi, scintillanti di un sorriso che non traspare dalle labbra, sull’elfa.
“Io e te dobbiamo parlare, credo. Hai mangiato?”

Si concede qualche istaante di silenzioso sorriso, il capo che si inclina lateralmente accompagnato dal morbido ondeggiare dei capelli.
“Abbondantemente” risponde infine, in un tenue sussurro, portandosi una mano alla gola con fare civettuolo. Le ciglia si muovono languidamente per due o tre volte, nella studiata pantomima di un tentativo di seduzione. Quando riprende a parlare il tono è estasiato ancor più che soave e l’idillio che descrive si esprime con sospirante ammirazione: “La carne era deliziosa, ed il miele… mai assaggiata una prelibatezza simile, per non parlare della frutta, impossibile trovarne di così buona, anche se, ammettiamolo, ciò che davvero ha mandato in subbuglio i miei sensi è stata… oh, sì, è stata senz’altro l’indicibile-freschezza-della-tua-tisana…”
Le ultime parole, scandite come si trattasse di altrettanti colpi di pugnale, lo raggiungono insieme ad un sguardo rovente, testimone della rabbia che non aspetta altro che di trovare soddisfazione.

“Una piccola aristocratica, davvero.”
Una risata sommessa che fa sembrare le parole meno serie di quanto non siano in verità, mentre l’elfo si avvicina alla porta, e all’elfa, con una camminata che l’esercizio appena concluso rende sinuosa e, al tempo, quasi del tutto silenziosa, pur senza apparire forzata.
“A volte si ha fame, al risveglio. Ad ogni modo, è quasi ora di pranzo e c’è uno stufato che dovrebbe essere pronto, in cucina.”
Si ferma improvvisamente, come folgorato da un pensiero, le sopracciglia aggrottate e lo sguardo rivolto appena verso l’alto.
“Spero di avere rimedio contro il veleno a sufficienza. Sempre meglio essere preparati, quando si ha il mio talento per la cucina… dovrai imparare quanto prima, temo.”
Un sospiro di esagerata rassegnazione ed uno scuotere leggero la testa fanno da contorno ad un sorriso, improvvisamente sbocciato sulle labbra dell’elfo. Riprende la lenta avanzata.
“Ad ogni modo, io ho fame. Se devi insultarmi puoi farlo benissimo mangiando, ritengo.”
Accenna con il capo alle scale.
“Hai approfittato della stanza da bagno? Io credo di dovermi rinfrescare, almeno sommariamente.”
Alza entrambe le braccia, su cui la casacca è appiccicata in modo irregolare, a mostrare la propria condizione.

Il braccio fino ad allora ripiegato sul petto si tende e la mano si sposta dalla gola allo stipite opposto della porta. “Il mio mantello ed il mio pugnale. Poi potrai anche annegare nell’acqua calda, se lo desideri.” Il tono è secco, privo della dolcezza posseduta qualche minuto prima. “infine, ti osserverò volentieri mangiare mentre mi fornirai esaustive risposte. Mi sono spiegata?”

Sospira facendo cadere le spalle e le braccia, in una pantomima infantile. Esala poi un sospiro, tornando a raddrizzarsi come gli costasse fatica.
“L’apprendista di un copista non va in giro con un mantello bordato d’oro. E’ già strano che nessuno ti abbia ucciso per averlo, in effetti.”
Aggrotta le sopracciglia, come considerando per un attimo l’idea. Si riscuote improvvisamente, tornando a parlare in tono piatto.
“In questa casa non si usano armi, per il momento, specialmente quelle dall’elsa così finemente decorata. Il pugnale che ti ho dato -lo hai già provato?- pesa circa tre volte la tua arma; non è molto, ma per iniziare basterà. Un ultimo consiglio, infine.”
Gli occhi, per un solo attimo, si socchiudono perdendo ogni traccia di dolcezza, divenendo prossimi alle lame di cui si sta parlando per intensità e durezza.
“Mai mettersi tra un affamato ed il suo pranzo, mia nobile signora.”
Accompagna le parole con un’affettata riverenza, quella in cui potrebbe prodursi un cortigiano di infimo rango davanti ad un sovrano.

Libera il quadro della porta quanto potrebbe essere sufficiente per passare. Non è più la spalla, ora, ad appoggiarsi al legno scuro, bensì la schiena, e lo sguardo lo raggiunge dal volto leggermente reclinato, così che il capo possa a sua volta trovare un appoggio. Un divertito sorriso le aleggia sulle labbra, fantasma di chissà quali pensieri. “Non li indosserò, e neppure li userò, ma li voglio nella mia stanza. E rivoglio anche i miei soldi” Incrocia le gambe all’altezza delle caviglie, continuando a parlare senza una reale volontà di rispondergli “Non ho provato il pugnale, tengo sempre gli occhi aperti e scappo discretamente bene da sfuggire alla metà dei ladri della città. Non è coraggioso nè eroico, ma è vero. Inoltre,” non può nascondere una nota di fastidio, “non amo essere chiamata nobile signora e ti sarei grata se evitassi questo appellativo. Lilian andrà più che bene, come nome.”
Corruga la fronte, come se stesse cercando di capire se ha dimenticato qualcosa. Quando la linea dei pensieri svanisce, lasciando la pelle nuovamente candida e liscia, le labbra si muovono parlando in un mezzo sorriso: “Allora, maestro, non eri affamato?”

Scuote la testa, sconsolato.
“In cambio tu mi racconterai chi sei? Un’elfa orgogliosa tanto da rischiare di uccidersi da sola, che vuole imparare a difendersi, che trama per uccidere qualcuno, che cerca nozioni in un’arte ignobile, che parla quattro lingue, che si fa chiamare Lilian e che è venuta in questa strada da cliente -o sbaglio?”
Alza un solo dito, a chiedere attenzione a quanto sta per dire, lo sguardo fattosi improvvisamente neutro, quello che potrebbe avere un qualunque interlocutore, il tono di voce ammorbidito ed abbassato, quasi come se si fosse svestito dalle numerose pose che ama assumere.
“Se hai intenzione di mentirmi, riavrai la tua roba e te ne andrai. Subito. Preferisco che tu mi dica, a proposito di un dato argomento, che non vuoi parlarne. Tanto…”
Un nuovo sorriso scintilla sul volto dell’elfo.
“…potrei anche scoprirlo da me!”

Solleva il capo, soffermandosi a guardarlo come se fosse indecisa sul da farsi. Infine, inumiditasi le labbra, si lascia andare ad una lieve risata.
“Bene. Allora. Non mi va di parlarne. Naturalmente potresti propormi un patto: una domanda a testa e… non prenderti il disturbo di mentire: per quanto improbabile ho anch’io conoscenze interessanti.”

Un sospiro sfugge dalle labbra dell’assassino, la mente rivolta ad una droga che provoca il mutismo per qualche ora, un sorriso divertito che sboccia e subito appassisce, sostituito da una contrizione troppo accentuata per essere reale.
“Voi, nobile Lilian, mi imponete dure condizioni di resa. Ebbene, per lo stufato s’ha da fare, senza dubbio.”
Si lascia sfuggire un risolino, muovendosi per superarla nel momento esatto in cui ricomincia a parlare.
“Puoi iniziare ad apparecchiare la tavola, mentre io mi do una rinfrescata. Ti consiglio di mangiare, tuttavia, poi…”
Un piede messo di traverso, improvviso, lo fa incespicare. L’equilibrio è ben presto ritrovato, pur se con una certa malagrazia. L’elfo si volta con studiata lentezza verso Lilian, un sorriso sulle labbra che sembra di autentico divertimento; la voce, tuttavia, risuona piatta.
“…poichè, dicevo, l’allenamento non sarà leggero. Affatto.”
Una risata e l’elfo sembra dileguarsi per le scale, scese con la scivolosa rapidità di un’ombra.
No, l’allenamento non sarà leggero nè facile; sogghigna, mentre si chiude la porta del bagno alle spalle, già pregustando la meritata pulizia.

Quando lo vede inciampare nasconde un sorriso di trionfo, senza tuttavia riuscire a celare completamente la propria soddisfazione per essere riuscita a coglierlo di sorpresa; un’altra volta.
Annuisce compitamente, richiudendo la porta della stanza degli allenamenti dopo aver lanciato una lunga occhiata tutt’intorno.
Ridiscesa in cucina l’ispezione del mattino le risulta utile per trovare con rapidità le stoviglie necessarie ad apparecchiare. Sulla tavola sono presto posati una ciotola con le relative posate ed un bicchiere, accompagnati da una brocca d’acqua fresca e dalla pentola dello stufato, adagiata sopra ad una pezza di stoffa ripiegata in quattro parti, così che non scaldi eccessivamente il sottostante ripiano di legno.
Il tempo inpiegato dall’elfo per la sua pulizia personale le permette di tornare nella propria stanza, portando al piano di sotto la colazione intoccata. Pone sul tavolo il piatto di carne fredda, riordinando invece negli appositi ripiani le brocche, la marmellata ed il miele.
Per più di una volta deve ritirare la mano dall’anta oltre la quale è conservata la tisana della sera precedente: non le è dato sapere se sia la stessa che contiene in sonnifero e più che ripagare l’elfo con la sua stessa moneta preferirebbe capire cosa lo ha spinto a compiere quello sgradevole gesto.

L’elfo esce dal bagno in tutta tranquillità, un telo di lino avvolto attorno alle anche e si dirige alla camera che ha ospitato l’elfa per la notte. Qualche attimo dopo si è rivestito, scegliendo, questa volta, un colore ocra chiaro applicato alla stessa foggia di vesti precedentemente indossate con la sola aggiunta, questa volta, di una cintura e di un paio di scarpe leggere. Le mani affondate nelle tasche, scende allegramente le scale, giungendo in cucina. Non saluta l’elfa e, se ha notato come la tavola sia apparecchiata per lui solo, non sembra darlo a vedere; afferra invece la ciotola e recupera un mestolo, passando subito a servirsi una porzione di stufato. Quando ha riempito i tre quarti della ciotola torna a sedersi, ponendo nei movimenti un’attenzione che pare esagerata in confronto alla difficoltà del compito.
Finalmente accomodatosi al tavolo, assaggia la punta di un cucchiaio di stufato, passando quella che pare un’infinità di tempo a degustare una minuscola porzione di cibo. Scrolla poi le spalle, come se la cosa avesse improvvisamente smesso di interessarlo.
“Tu non mangi?”
Parla all’improvviso, senza neanche aver alzato gli occhi sulla sua interlocutrice e senza tuttavia negarsi un sorriso morbido e poco accennato quanto apparentemente spontaneo.
Una domanda a testa, si era detto.

“No, io non mangio. Andrò a comprare qualcosa per me non appena mi avrai restituito i miei averi.”
Lo fissa, stranamente silenziosa, andando a sedersi con grazia al lato opposto del tavolo. Cosa la sua mente stia architettando non è probabilmente ben chiaro neppure a lei ma ciò che è certo, non occorre un genio per comprenderlo, è che deve assolutamente trovare un modo per imporre la propria volontà prima che la situazione le sfugga di mano.

Inarca appena un sopracciglio; l’elfa non ha approfittato del vantaggio tattico che le stava offrendo. Forse è orgoglio. Forse è ingenuità. O forse dovrebbe mangiare, preoccuparsi di meno e divertirsi di più.
Sogghigna, mentre quest’ultimo pensiero gli attraversa la mente. Prima di parlare, si pulisce con affettata attenzione le labbra.
“Orbene… prima domanda. Suppongo che tocchi a me.”
Sospira, come se trovasse faticoso esplicitare i propri pensieri.
“Vuoi imparare a difenderti o ad uccidere? Ed esiste differenza?”

Posa le mani sul tavolo, tormentandosi le dita come se non sapesse esattamente come rispondere. Fissa lungamente lo sguardo su di lui, per poi abbassarlo senza tuttavia fissarlo realmente in una direzione precisa.
“Ti stai prendendo gioco di me o si tratta di una domanda seria, questa volta?” Corruga la fronte prima di trarre un breve sospiro, quasi come se continuare le costasse non poca fatica.
“Proverò a cercare, tra le molte parole che hai pronunciato, la vera domanda che avevi intenzione di pormi: se si cerca di uccidere qualcuno affrontandolo in onorevole duello è necessario sapersi difendere, se lo si vuole semplicemente eliminare è sufficiente essere abbastanza bravi per scivolargli alle spalle quando meno se lo aspetta. Mi sono già posta questa domanda, e non una sola volta: sarei capace di prendere un uomo alle spalle spingendogli una lama tra le scapole senza neppure guardarlo negli occhi? Potrei far scattare la balestra per colpire in piena fronte un uomo che sta amichevolmente conversando con l’amante? Sarei in grado di sopravvivere dopo aver allungato alla mia vittima un calice di vino avvelenato?”
Si inumidisce le labbra, sorridendo amaramente: “Non lo so con certezza, ma… no, non voglio uccidere nessuno, l’idea mi turba. Allo stesso tempo, se si rivelerà necessario, sì, sarei capace di portare la morte sulle ali del silenzio. Credo che si chiami odio, pertanto, voglio imparare a superare la guarda del rivale ed a muovermi silenziosamente, come te. Cos’è più importante?” Si stringe nelle spalle “Dipende da quale delle due abilità mi servirà prima, e non potrò saperlo fino a che non dovrò utilizzarle. Perché, purtroppo, dovrò utilizzarle.”

“Mh.”
Un leggero mugolio di assenso, una veloce scrollata di spalle e l’elfo ricomincia a mangiare.
“E in che situazione saresti?”
Tiene il cucchiaio fra indice e pollice, puntato verso l’alto.
“Ma, soprattutto, chi sei?”

Lo sguardo prende vita all’improvviso, come se la diffidenza fosse tornata ad aprirle gli occhi ed a mettere in moto il suo cervello: “Ah-ah-ah.” Lo ammonisce. “Una domanda a testa, ricordi?”
Si lascia scivolare all’indietro, contro lo schienale della sedia, posando le gambe accavallate sul sedile di quella accanto.
“Perché quella tisana, ieri sera? Non sarai così stupido da pensare che questo non abbia conseguenze, vero?”
Soffia verso l’alto, allontanando dagli occhi una riccio sfuggito al controllo del nastro per capelli, senza che la sua attenzione si distolga per un solo istante dal suo volto opalino.

“Buona domanda.”
Lascia il cucchiaio nella ciotola, ormai praticamente vuota, appoggiando i piedi, con una pigra voluttà del tutto inappropriata ad un elfo, al tavolo, la schiena appoggiata comodamente allo schienale.
“Sintetizzando, per non doverti uccidere di noia, un test ed una lezione.”
Una breve pausa, come a radunare i pensieri che sta per esporre.
“Non amo perdere il mio tempo. Se sei ancora qui, è perchè sei davvero interessata in ciò che chiedi. O, quantomeno, sei tanto testarda da non capire quand’è il momento di lasciar perdere… pericoloso, ma interessante, senza dubbio. Inoltre, volevo capire fino a che punto una piccola nobile elfa ben educata può essere ostinata.”
Esala un sospiro, intrecciando le mani all’altezza dello stomaco, lo sguardo che va a sfiorare le punte dei piedi.
“Sottovaluti troppo la crudeltà, o la stupidità, di chi ti sta di fronte. Se fosse stato veleno saresti morta. Te ne rendi conto, sì? A prescindere da quanto possa essere conveniente tenerti in vita, non pensare che questo possa essere sufficiente a salvarti. Ritenerlo, al di là di ogni dubbio, ti potrebbe portare alla morte… l’orgoglio e la cocciutaggine possono portare lontano, ma a volte conducono direttamente un paio di metri sotto terra.”
Scrolla le spalle, senza spostare lo sguardo dalle scarpette.
“Se qualcuno ti sfida, rispondere è pericoloso…”
Volta di scatto il capo, un sorriso divertito sulle labbra.
“…ma non farlo è indice di debolezza di carattere, in effetti. Ora… vorresti dirmi chi sei?”
Lo sguardo non abbandona l’elfa, sembrando sfiorarne e carezzarne ogni lineamento, ogni ciocca di capelli, intrecciati in evoluzioni senza fine.

“Se non si può vivere come si desidera allora si è già morti. Sdraiati sottoterra o camminandovi al di sopra, cosa importa?” Posa nuovamente i piedi sul pavimento, togliendo qualche invisibile piega dalla camicia prima di iniziare a sparecchiare, dapprima spostando gli oggetti più distanti da lui e poi avvicinandosi via via.
“No, non voglio.”
Posa la pentola accanto alla stufa allontanando la mano rapidamente, come se il metallo non avesse perso sufficiente calore nonostante il tempo trascorso lontano dal fuoco. Solo allora si volta a guardarlo, come se considerasse chiuso il discorso riguardante la sua identità: “possiamo continuare a parlare allenandoci. Non sono una cameriera e non voglio perdere tempo.” Una breve pausa separa la frase successiva, pronunciata con distacco troppo marcato per essere realmente sentito: “In caso contrario potrei sempre rivolgermi a qualcun’altro.”

“Sì, certo, potresti. E questo mi da indiscutibilmente un vantaggio… io non ti obbligo, di conseguenza sarai costretta a seguire i miei ritmi ed il ritmo di allenamenti che ti imporrò. Temo di dover insistere, ad ogni modo.”
Ha parlato senza lasciare che le parole dell’elfa si spegnessero completamente, seppur con tono gentile.
“Chi sei?”

L’irritazione permea le sue parole, rendendole più acute del consueto.
“Perché mai è così importante?!”
Sbotta, fissandolo con occhi accesi dall’impazienza e dal timore.

Sospira, pazientemente, come se dovesse spiegare qualcosa di ovvio, palese.
“Perchè, diversamente, non potrai chiedermi chi sono sperando di ottenere una risposta. E, se non lo farai, non ti fiderai mai di me.”
Scrolla le spalle, come se quel discorso lapalissiano lo tediasse oltremodo.
“Se mai accadrà, si intende. Questo, in effetti, farà la differenza fra ciò che diventerai; una piccola istruita in arti sconvenienti o…”
Si lascia sfuggire un sogghigno divertito.
“…una persona che sa difendersi. O uccidere, che dir si voglia.”

I palmi delle mani colpiscono il tavolo con impeto, mentre il volto della giovane elfa si avvicina a quello dell’assassino fermandosi ad una spanna dai suoi occhi d’ametista.
“Avevi detto che avrei potuto non risponderti” E’ un’accusa esplicita e pronunciata con direzza. “Ed ora vieni meno alla tua parola. Se ti dicessi chi sono nella migliore delle ipotesi mi rispediresti a casa e nella peggiore conoscerei l’umidità della tua cantina. No, non ti metterò a parte della mia identità. E non basta un nome, neppure il tuo, perché io possa avere fiducia in te e mangiare alla tua tavola: tu mi hai drogata contro la mia volontà e questo non puoi cancellarlo. Le azioni hanno delle conseguenze, non bastano otto ore e quattro sorrisi per cancellare tutto. Non osare mai più decidere per me. Mai. Ed ora, se volessi davvero dimostrare che la mia fiducia ti interessa, potresti essere tu a dirmi per primo chi sei, senza pretendere nulla in cambio. Per una volta, una sola volta, ammetti di aver sbagliato e fa ammenda senza giocare all’eroe tenebroso”

Una mano che, lenta, si va a sollevare per velare uno sbadiglio. La posizione che non muta, escludendo il movimento della mano.
“Io sono Jacobius, il copista. Sono un elfo di campagna che scrive bene e che si mantiene dignitosamente con il suo lavoro; il mio sogno è vedere uno stuolo di giovani apprendisti scrivani, su al secondo piano, ma mi mancano i fondi per aprire la scuola. Certo, sono un po’ svampito, ma per fortuna posso contare sulla saggezza e sui consigli di Telivia, umana di mezz’età con quattro figli -Martin, Leon, Laetis e Aeris. Viene due o tre volte la settimana; cucina qualcosa e fa spesso la cresta sulla spesa, anche se non in modo esagerato, ma, se non altro, pulisce dignitosamente. E, tra parentesi, ficca il naso dappertutto… il che spiega la necessità di non tenere armi in casa; o indumenti troppo preziosi in bella vista. Tu, invece…”
Solo il tempo di prendere fiato, prima di tornare a parlare rapidamente.
“…sei Lianna, la figlia di mia sorella maggiore, Velouna e di un nostro vicino di casa, Feris. Sei sempre stata abituata a chiamarmi ‘zio’ o ‘fratello’, a causa della non ingente differenza d’età; i tuoi genitori ti hanno spedito dal parente di città per farti avere un’istruzione, procurarti un marito, farti vivere un’avventura o, più probabilmente, perchè parlavi troppo ed eri decisamente fastidiosa. Per il momento abiti qui, in una delle due stanze che hai visto… non vorrai continuare a dormire nel mio letto, vero? Ho un bagno solo, confido che non sarà un problema. Sei figlia unica, tra l’altro, e questo spiega in parte il tuo brutto carattere.”
Si inumidisce le labbra, gli occhi fissi a studiare eventuali reazioni della sua interlocutrice. Quasi per caso, come se le parole gli fossero scivolate di bocca, parla infine in quello che è poco più di un sussurro.
“Lugaid. Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes, terzo con questo nome.”

Trattiene il fiato, come se quelle parole l’avessero paralizzata. Gli occhi sgranati lo guardano come si potrebbe fare con un fantasma e l’incarnato sembra aver abbandonato ogni colore mentre una mano si allunga esitante verso il suo volto per poi, infine, ritrarsi raggiungendo le labbra socchiuse.
“No, non è possibile… Io… Io ho cantato alla commemorazione della tua… della sua scomparsa, quindici, no: sedici, sedici lune fa. Non… cosa diamine… perché?”
Vanquilosse Loine di Lymes… per gli dei…

“Bùh.”
Non trattiene un sogghigno divertito; il momento in cui il volto ritorna serio e quello in cui l’elfo si trova in piedi paiono tanto vicini da essere quasi coincidenti. All’apparenza completamente disinteressato a ciò che aveva animato fino a quel momento la discussione, l’identità dell’elfa e la fiducia reciproca, si dirige verso la porta della cucina.
“Jacobius, il copista.”
Si ferma, una volta raggiunto lo stipite, a cui si appoggia, ancora dando le spalle alla sua interlocutrice.
“Tra un paio d’ore arriverà Telivia con delle lenzuola pulite adatte ad una fanciulla. Per allora, suppongo che tu voglia almeno sistemare grossolanamente la stanza.”
Senza attendere risposta si stacca dallo stipite con indolenza per procedere, con tranquilla lentezza, nel corridoio, verso le scale.

Lo segue, come in trance, scuotendo lentamente il capo senza riuscire a capire la reale portata di quanto le è stato appena rivelato. Mille domande rimbalzano incotrollate nella sua mente, intrecciandosi alle molte storie sentite nel passato ed al ricordo per le tante lacrime che ha visto versare anche a distanza di anni dalla scomparsa. La sua famiglia lo amava molto, era la loro speranza, e non si erano mai rassegnata all’idea di una morte prematura. Come se non bastasse, i Vanquilosse erano amici della sua famiglia da generazioni, così che l’idea di trovarsi nella casa del primogenito scomparso le sembrava ancora più strana ed innaturale. Aveva cantato e pregato gli dei di avere cura della sua anima ed ora eccolo lì, con un coltello alla cintura e l’indifferenza necessaria ad uccidere un uomo in un vicolo buio.
Come doveva comportarsi, adesso? No, non rivelare la sua scoperta: avrebbe avuto effetti deleteri su di lui e sui suoi parenti, incrinando equilibri che si erano ormai rinsaldati. Cos’altro, dunque? L’idea le sovvenne nel momento stesso in cui il battente di legno si aprì a rivelare una stanza di modeste dimensioni, provvista di poco più che letto e cassettone. Le tende vennero scostate e le finestre aperte, così da cambiare l’aria mentre i mobili venivano spostati la polvere allontanata. Poche scatole di pergamene cambiarono collocazione, venendo portate al piano di sotto, ed all’arrivo della domestica buona parte del lavoro era già stato svolto nonostante l’elfa continuasse a ripetere di non aver mai fatto nulla del genere e, pertanto, di necessitare dell’aiuto di suo “fratello” in queste faticose incombenze.
L’arrivo di Telivia fu chiassoso ed allegro nonostante il timore, ora che vi era una fanciulla in casa, di vedere ridotte le sue ore di servizio, timore presto fugato da una Lilian lieta di farle sapere che non aveva nessuna intenzione di impegnarsi nelle faccende domestiche.
Attese il momento adatto per quasi un’ora, ma alla fine la sua pazienza venne premiata: Telivia si avvicinò a Jacob per conferire con lui riguardo alla spesa della settimana. La piccola elfa si intruffolò nel discorso asserendo che avrebbe dedicato un po’ di tempo ad un lungo giro della città. Aveva già indossato il mantello e, dopo essere salita in punta di piedi per sfiorare con un rapido bacio la guancia del fratello, si dileguò oltre la porta senza badare alla risposta giuntale ormai attutita dalla lontananza.
Cosa fece, quel pomeriggio, è facile da raccontare: in prima battuta si recò dal maestro pittore dal quale i suoi familiari l’avevano autorizzata a prendere lezioni e presso il quale pensavano abitasse; il vecchio Amilioll ne aveva approfittato per rinpinguare le proprie finanze, percependo un cospiquo stipensio dalla famiglia dell’elfa per affinare il suo talento e dall’elfa stessa per non affinarlo affatto ed offrirle una facile copertura.
Non appena giunta nello studio dedicò qualche tempo a lavarsi e vestirsi come si conviene ad una giovane dama, concedendosi anche un pasto sostanzioso poiché la fame iniziava a far sentire la propria voce. Avvolta in un nuovo ricco mantello chiamò una carrozza e si fece accompagnare fino ad una grande villa fuori città, presso la quale rese visita ad alcuni dei suoi cari amici di famiglia: i Vanquilosse.
Tornò a sera ormai inoltrata, compiendo in giro inverso: dapprima sostò presso la casa del pittore per indossare nuovamente i suoi vecchi abiti, concedendosi una cena veloce presso una delle taverne, per poi fare ritorno a casa di Jacob portando con sé del vino ed un sacchetto di vaniglia che le era stato offerto da Lady Loine al momento del commiato.
Era intenzionata a fargliene dono, se li avesse voluti accettare.

Siede, al buio ed in silenzio, in cucina. Appoggiato allo schienale della sedia, i piedi sul tavolo, accavallati. Del tutto immobile, gli occhi socchiusi persi su un paricolare di nessuna rilevanza dell’intonaco del muro che ha di fronte a sé, è, in realtà, immerso in riflessioni di ben ovvia natura.
L’elfa era aristocratica, questo era ovvio. Di una certa importanza, per di più; quella famiglia non avrebbe mai permesso di far cantare, alla veglia in onore del caro primogenito scomparso, una qualche rampolla di una casata minore. Già la veglia… scaccia il pensiero con una rabbia che traspare dall’esterno, incrinando la sua apparente immobilità.
Con uno sforzo di volontà, torna a concentrarsi sul fatto che l’elfa e` uscita, gia` da diverse ore; il timore di aver faticato inutilmente per rimettere a posto una stanza destinata, ora, all’abbandono: ecco ciò che vorrebbe guidasse le sue preoccupazioni. Tuttavia… un altro pensiero scacciato con fastidio, accompagnato da un profondo sospiro.
Rinunciando alla riflessione, l’elfo torna a svuotare la mente, in un’esercizio sorprendentemente simile alla meditazione; immobilità e silenzio lo avvolgo nuovamente, come coperte che non tengono caldo, nell’attesa del ritorno dell’elfa.
Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes.
Bah.

Il cigolio della porta accompagna il suo ingresso in casa. Maledizione, si era dimenticata di quel rumoroso particolare! Non essendovi più modo per nascondere la propria presenza decise di raggiungere la cucina, e da lì le camere superiori, come se non fosse scomparsa per un’intero pomeriggio, contando sul fatto che l’elfo fosse già sotto le coperte da qualche tempo.
La tenda si scosta con un lieve frusciare ed un tremolio di sorpresa la coglie quando i suoi occhi, accesi dai bagliori rossastri dell’infravisione, incontrano il corpo immobile Lugaid. Si costringe a trattenere il lieve tremito proprio di chi vede la tempesta in avvicinamento, e la teme, chiedendosi se quell’oggi lui sia riuscito a seguirla nonostante tutto.
“Buonasera. Ti ho portato un regalo.”
Sussurra infine, come se un tono più alto potesse disturbare non sono il silenzio ma anche il buio profondo che li avvolge.

La mente dell’elfo torna a popolarsi di pensieri, uscendo da quello stato quasi di trance in cui era scivolata; il primo, prepotente, e` il sollievo, ricacciato indietro e nascosto con ostinazione.
“Un regalo.” Il tono e` piatto ed inespressivo, come se stesse ripetendo le parole dell’elfa senza davvero comprenderle. Quando torna a parlare, lo fa coniugando movimento e parola, le gambe che si stiracchiano e tornano a poggiarsi a terra.
“Non era necessario. E da dove proviene, questo regalo?”
Il tono della domanda e` neutro, con una sfumatura di leggera acidita` e come di ira trattenuta, covante come le braci sotto la cenere.

I muscoli del collo si contraggono e si rilassano mentre la giovane elfa deglutisce a vuoto cercando il coraggio per rispondere a quella apparentemente semplice domanda.
Ancora non è sufficiente e si trova costretta ad inumidirsi minuziosamente le labbra mentre posa davanti a lui la bottiglia di vino ed il sacchettino di stoffa dorata.
“Mi hai… mi hai seguita?”

L’elfo concede agli oggetti riportati indietro dall’elfa una sola veloce occhiata, a sopracciglia aggrottate, affrettandosi poi a distogliere lo sguardo, quasi come infastidito dalla loro sola vista.
“Una domanda oltremodo sciocca, non credi?”
Non da cenno di volersi alzare in piedi, malgrado, ora, sia seduto compostamente.

Tamburella sul tavolo con le dita, due volte, e la terza solleva contemporaneamente lo sguardo su di lui, come volesse sfidarlo.
“D’accordo.”
Apparentemente sicura di se torna a parlare senza che alcuna incrinatura della voce riveli il suo reale stato d’animo.
“Proviene dalla tenuta della tua famiglia”

Muto, come stordito dalla notizia, si inumidisce le labbra con la punta della lingua. Inspira ed espira, a fondo, una prima volta. Quindi una seconda.
Il pensiero di aver avuto ragione -un dono ad un’elfa qualsiasi? Non era possibile.- sulle origini della sua interlocutrice non lo solleva per nulla. Allunga una mano, in un movimento lento quanto impacciati sono divenuti i suoi pensieri ad afferrare la bottiglia; la porta vicino a se`, tentando di decifrarne la natura senza alcun successo, la mente impegnata in altri pensieri che non una valutazione enologica.
Si alza di scatto, la presa sulla bottiglia serrata tanto da far sbiancare le dita e tremare il braccio; il primo istinto e` quello di lanciarla contro un muro, facendola esplodere in mille frammenti e versandone il prezioso contenuto a terra, urlando tutti i pensieri che gli strozzano la mente al buio e a quella piccola, sciocca elfa.
Addestramento ed abitudine a soffocare gli eccessi, non consoni alla sopravvivenza, hanno pero` la meglio. L’elfo pesa senza delicatezza la bottiglia sul tavolo, costringendosi a smettere di guardarla.
Senza parlare, supera il tavolo e l’elfa, cui non rivolge la parola, dirigendosi verso le scale; sarebbe salito ad allenarsi, senza dubbio.

Sente il sangue defluirle dal volto mentre la lotta che l’elfo sta combattendo con se stesso esprime la sua natura conflittuale nello sguardo e nell’improvviso irrigidirsi del corpo, solitamente flessuoso ed elegante.
lo insegue lungo le scale, cercando di tenerne il passo.
“Per favore, parlami. Non ho detto nulla, te lo giuro, volevo solo rivedere il tuo ritratto, vorrei capire, io… mi dispiace, tu eri così…. ed io, io ho pensato… oh per favore, per favore, parlami, anche se è per insultarmi, per favore!”

Le mani affondate nelle tasche, l’elfo continua a salire senza una parola. E` solo quando e` arrivato al primo piano che le sue labbra si schiudono, lasciando uscire una voce piatta ed incolore, senza tuttavia che i suoi occhi si spostino sull’elfa.
“Vai a dormire. Domani sara` una giornata faticosa.”
Senza interrompere il passo o curarsi di essere o meno seguito, continua a salire verso l’ampia sala da allenamento.

Si zittisce, senza tuttavia rinunciare a seguirlo fino alla sommità dell’ultima scala. Attende che sia entrato nella stanza degli allenamenti, quasi sperasse in un invito, prima di posare la schiena al muro esterno per poi lasciarsi scivolare lentamente verso il basso fino a sedersi a terra, le gambe ripiegate al petto. Il mantello resta scomposto alle sue spalle, costringendola a slacciarne la fibbia prima di posare la fronte sulle ginocchia, in attesa che passi la tempesta.

Priva di una porta, la sala rimane aperta; tuttavia, non giunge alcun’altra parola dall’elfo. L’allenamento in cui si imbarca e` progressivo e, se inizia con movimenti di una lentezza esasperante, diviene, dopo qualche tempo, fatto di tecniche esplosive, palesemente offensive, quasi che l’iniziale lentezza sel fisico facesse da contrappeso all’agitarsi dei pensieri; significa forse che, ora che e` il corpo a scattare, la mente dell’elfo si e` placata? Impossibile capirlo dalla sua espressione, immutabile.

Resta in attesa, seduta accanto alla porta per non non sa quanto, limitandosi a allungare, di tanto in tanto, alcuni sguardi oltre l’ingresso della stanza. Quando la danza dell’elfo si fa più serrata e veloce non può trattenere un sorriso di involontaria ammirazione, soffermandosi a guardarlo da quella scomoda posizione per un tempo più lungo di quanto vorrebbe.

Lunghe litanie di secondi, secondi che si fanno minuti, minuti che divengono ore? Quanto senso ha misurare il tempo secondo criteri così staccati dalla realtà? Lugaid, invero, segna lo scorrere del tempo con il sudore e la fatica che gli si accumula nei muscoli, riflesso fedele della durezza della lotta sostenuta non già contro gli immaginari avversari per i quali è stata creata la danza di guerra in cui pare assorto, ma contro i propri draghi interiori, nemici tanto più pericolosi quanto in possesso di tutte le stesse armi di colui che dall’interno divorano.
E’ solo quando anche il respiro si fa doloroso che l’elfo interrompe il proprio allenamento; Lilian è ancora ferma ad osservare? Non se ne cura; come se non esistesse imbocca rapido la via delle scale, diretto al consueto bagno caldo.

I suoi occhi restano fissi sulla schiena di lui fino a che i capelli corvini non svaniscono oltre la porta del bagno. Solo allora gli occhi sgranati da cerbiatto si richiudono accompagnati da un sospiro. Conta fino a dieci, cercando inutilmente di riordinare le idee nella sua mente, e, infine, fa perno su una mano per rimettersi in piedi, lottando contro la muscolatura dolente per la troppa immobilità.
Non presta attenzione al mantello lasciato lì dove si trova, persa in più complessi ed intricati pensieri, spostandosi silenziosamente fino alla stanza dell’elfo per tornare nuovamente al pavimento, la schiena senza nessun appoggio se non quello fallace della pesante tenda blu. L’unica possibilità di superarla, a meno di parlarle, è il calpestarla.

L’acqua è fredda. L’elfo, in effetti, non si ricorda di averla scaldata o di averla versata dentro la tinozza, nè di avervi aggiunto i sali; eppure, riflette mentre si alza lentamente in piedi, deve averlo fatto, a giudicare dall’umidità ancora presente nella stanza e dall’odore, una nota ben distinguibile in sottofondo, che satura l’ambienta.
Scavalca il bordo della vasca senza curarsi di gocciolare per terra, recuperando un ampio telo di lino in cui avvolgersi, legato ai fianchi; è con l’ausilio di un secondo telo che si friziona sommariamente, scostando la tenda ed uscendo.
Non può fare a meno di fermarsi di botto, esalando un leggero sospiro; senza poi dire null’altro, scosta la tenda, lasciando scivolare una sola parola in tono piatto, pesante come una pietra.
“Scostati.”

Solleva lo sguardo su di lui, il mento posato nuovamente sulle ginocchia accostate, muovendo lentamente il capo in segno di diniego.
“Vadania Ember Sovelis di Quarion. Non scappare.”
Il suo vero nome si libra nell’aria con la corposità di una voluta di fumo, portando la memoria ad eventi non molto lontani.
Il nome della sua famiglia è annoverata negli annali dell’alto nobiltà da così tanto tempo che le tracce del suo fondatore vengono considerate ormai perdute. Da sempre sulla bocca di tutti, gli Ember erano conosciuti per il loro rigore e per la loro tenacia nel perseguire le cause che ritenevano giuste ed onorevoli. Molti erano morti prematuramente con armi in pugno o con una lama tra le scapole, colpevoli di aver inseguito ideali così scomodi da attirare le ire di troppi. Il padre di Vadania non faceva eccezione: credeva nella bontà di un progetto di pace così ambizioso da aver attirato l’attezione del Governatore.
In poco tempo aveva avuto accesso alle sale del potere giungendo sino al concilio ristretto: una carriera folgorante.
Fu quando i suoi sforzi erano ad un passo dall’avere soddisfazione che qualche abile mente decise di eliminarlo dalla scena. L’agguato era stato organizzato
in modo tale da vestire suo padre con il drappo carminio dei coraggiosi: l’imboscata parve avere come vittima il Governatore, così che il suo più fedele collaboratore non potè fare altro che snudare la spada per difenderlo e morire al suo posto. Chi mai avrebbe potuto insinuare che, in realtà, la vittima designata fosse un’altra?
Da quel momento il progetto venne accantonato ed il saggio Governatore badò a ripagare le due figlie di Quarion con ricchezze e titoli nobiliari che facevano bella mostra di sé intarsiati in scudi di legno ora appesi all’ingresso della grande villa vuota.

Wow. Niente di meno.
La mente dell’elfo si produce in rapidi calcoli, i tasselli del puzzle che vanno rapidamente al proprio posto, quasi necessità li spingesse.
“Mh.”
Decisamente più addestrato dell’elfa a dissimulare i propri pensieri, tutto ciò che Lugaid si concede è un morbido mugolio.
“Straordinario. Ora, con tutta la cortesia che si addice ad una dama del vostro rango, mia lady, vi devo chiedere di levarvi di mezzo. Invero, vorrei rivestirmi.”
Accenna con il capo, ad un’imprecisata direzione alle sue spalle, una chiara esortazione a liberare il passaggio.

Apre la bocca, per poi richiuderla l’istante successivo distogliendo lo sguardo e rialzandosi in un unico gesto. I capelli scivolano in avanti mentre il capo si abbassa nell’intento di nascondere il rossore che le imporpora il viso ora che ha preso improvvisamente coscienza della situazione.
“Ti aspetto qui” boffonchia, muovendo qualche passo lungo il corridoio, le mani che vanno ad unirsi all’altezza delle labbra.

In contrasto con la lentezza che solitamente impronta i movimenti dell’elfo, non ci vuole più di qualche minuto perchè sia nuovamente presentabile. Appena richiusosi la tenda alle spalle, lancia da una parte il telo di lino, rivestendosi nuovamente di un pantalone e di una casacca, della tonalità del buio più fitto; sembrano, questi vestiti, come incantati nel loro assecondare e quasi prevenire i movimenti dell’elfo, ubbidienti servitori che rendono i movimenti di Lugaid più sciolti e più liberi di quanto qualsiasi altro vestito vistogli addosso da Vadania abbia mai fatto.
Scosta la tenda dello stretto necessario per scivolarle accanto in un fruscio di stoffa su stoffa, imboccando il corridoio senza rivolgere più che un cenno con il capo all’elfa, quando i due si trovano affiancati; se i passi portano l’elfo verso le scale, la mente è già alla cucina e ai due oggetti che ivi si trovano, ancora sul tavolo.

Resta a fissarlo per alcuni istanti trovandosi poi a dover allungare il passo per raggiungerlo, a metà delle scale, tacendo nel timore di dire qualcosa di sbagliato.

Raggiunge con il consueto passo la cucina, dove si industria nel recuperare un’alta pentola; con un movimento rapido, senza più tradire in alcun atteggiamento i pensieri che si agitano dentro la sua mente, la stappa e ne versa il contenuto nella pentola. Veloce, vi aggiunge un paio di pizzichi della vaniglia contenuta nel sacchetto, per poi poggiare la pentola sulla stufa, nel punto dove il calore è massimo.
Spostarsi per procurarsi un mestolo e due tazze è l’occasione per prendere, dalla credenza, qualche altra spezia di varia natura, che va, veloce, ad aggiungere alla pentola; quando il mestolo si immerge ed inizia a mescolare il liquido scuro, un forte odore di speziato di cannella si sprigiona fino a saturare la cucina.
Lunghi minuti di silenzio -rotto unicamente dal rumore del mestolo che gira, lento, nel vino- dopo, l’elfo sposta di lato la pentola, ministrando poi nelle due coppe abbondanti porzioni del liquido caldo e scuro. Con una rapidità inconsueta per le sue abitudini, si volta e raggiunge il tavolo, accomodandosi sulla solita sedia, una tazza davanti a sè ed una poco più avanti, sul suo stesso lato.

Scosta la sedia facendola inavvertitamente stridere contro il pavimento di pietra levigata. Trae quindi un profondo sospiro, come se sentisse il desiderio di calmarsi ma non sapesse bene come riuscirvi, espirando dalle labbra socchiuse, immobile.
Un istante più tardi sembra aver ripreso un certo controllo di sé e si accomoda con grazia davanti alla tazza, spostando lo sguardo dal liquido fumante all’elfo senza tuttavia riuscire a nascondere l’espressione incerta che le dipinge il volto. Tace, mentre la paura inizia a risalirle in un brivido freddo lungo la schiena.

Senza curarsi neanche troppo dell’elfa, almeno all’apparenza, porta alle labbra la propria tazza; sorbisce un generoso sorso della bevanda, socchiudendo gli occhi quando questa scivola lungo la gola, fino al ventre, irradiando una piacevole sensazione di calore. Continua a bere, a sorsi moderati e leggeri, gli occhi inchiodati su colei che ha davanti, pur senza vederla.
“Potresti assumere metà dei Liberi Professionisti di questa città e pagare l’altra metà perchè non faccia nulla.”
E’ una constatazione, un’osservazione precisa, come di qualcuno che stia esaminando il libro mastro delle ricchezze di una nobile famiglia e tragga delle logiche conclusioni.

“E tu non potresti?” scuote appena il capo, andando a posare una mano sulla calda superficie di ceramica.
“Se si decide la morte di un uomo bisogna avere il coraggio di guardarlo negli occhi mentre la vita lo abbandona. Così diceva mio padre. Non andavamo molto d’accordo, suppongo di essere…” si interrompe, rivolgendogli un sorriso sardonico “…immagino non sia di grande importanza, ciò che conta è che almeno in questo aveva ragione, e non sarei diversa da chi l’ha ucciso se giocassi alla burattinaia che dispensa denaro. Naturalmente” aggiunge “posso pagare i tuoi servigi per il mio addestramento. Ti ho sempre detto che avresti potuto mercanteggiare con me. Non solo: posso parlarti della tua famiglia, se lo desideri; conosco bene i tuoi genitori ed i tuoi fratelli. Oppure posso tacere, aspettando che sia tu a chiedermelo perché, non ho dubbi, me lo chiederai. E’ solo questione di tempo.”
Solleva la tazza in un gesto automatico, trovandosi nella situazione di non voler bere e, allo stesso tempo, di non poterla riappoggiare sul tavolo intoccata. Decide dunque di sfiorarne il bordo con le labbra, senza entrare a contatto con il liquido scuro, incerta sulla risposta che l’elfo finirà per darle, certa di aver appena detto quanto di più sbagliato fosse possibile, come sempre.

Un dardeggiare di sguardi ed una subitanea tensione, peraltro subito disciolta in un nuovo sorso: è tutto quanto l’elfo si concede, come reazione visibile, alle parole della sua interlocutrice, i soli occhi, per un attimo divenuti taglienti come l’acciaio ed altrettanto freddi, lasciano trasparire, per un solo attimo un qualche pensiero.
Inspira a fondo, poi, come preparandosi ad esporre un lungo elenco.
“No, non potrei. Io non sono la mia famiglia, nè loro sanno di me. So bene come la pensava tuo padre. Della mia famiglia so tutto quello che mi serve sapere, ed anche di più.”
Sbotta, infine, esasperato.
“E ora bevi, per gli dei! Se avessi voluto ucciderti, saresti già fredda.”

Allontana la tazza dalle labbra, sconcertata: “Per gli dei, no, so bene che non mi avresti uccisa… è il sonnifero che mi rende irritabile per parecchie ore dopo il risveglio. Inoltre, ad ogni dose l’irritazione aumenta e si estende nel tempo. Non vorrei essere nei panni di un potenziale recidivo” Inclina lateralmente il capo, sollevando il bianco recipiente come a voler proporre un brindisi: “è una prova di fiducia? Berrò. Ma bada a non esaurire stupidamente la mia pazienza.”
Nasconde un sorriso nella tazza, per non rovinare l’effetto delle parole finalmente pronunciate con rinnovata sicurezza, e ne trae un lungo sorso.
Il retrogusto pungente del vino si mescola a quello esotico delle spezie, strappandole una smorfia a metà tra il disgusto e la curiosità per un sapore mai provato: non le è solitamente permesso bere vino, meno che mai arricchito da altre sostanze. La dama che gliene ha fatto dono immaginava la vaniglia per suo uso personale ed il vino per il maestro del quale è ospite.
L’elfa si trova a riflettere su quanto detto dal suo interlocutore per cercare un appiglio da sfruttare così da chiedere nuove informazioni sul perché della sua condizione, ma è qualcos’altro ad attirare improvvisamente la sua attenzione. Come una scossa elettrica le parole dell’elfo trovano la giusta collocazione, facendole raddrizzare il busto un uno scatto improvviso, allo stesso modo del predatore che ode il frusciante spostarsi della preda.
“Cosa vuol dire che sai come la pensava mio padre?”

28 Gennaio 2007

Il ballo della Morte – questione di prospettiva


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Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Disclaimer: Quando incontro un personaggio come Jean Claude non posso fare a meno di chiedermi cosa pensa, cosa prova, quali sono le se ambizioni, cosa nascondono i suoi sguardi… e diciamocelo, il nostro vampiro di fiducia non è certo un personaggino semplice ed a due dimensioni. Questa Fanfic nasce da tutte queste riflessioni, insieme ad una provvidenziale rilettura di alcune pagine de “il ballo della morte” e di una notte troppo calda per prendere sonno.
In breve: ho voluto rileggere LA scena de “il ballo della morte” vestendo i panni di Jean Claude. Non è stato facile, perché i dialoghi sono quelli originali e rispettarli inframmezzandoli con i pensieri di un altro personaggio che non sia Anita avrebbe potuto portare a delle forzature che, onestamente, non so se sono riuscita ad eliminare del tutto.
Spero vi piaccia, o se non altro che apprezziate l’impegno.

I personaggi, come sempre, sono proprietà di Laurell K. Hamilton, io li ho solo presi in prestito perché non posso fare a meno di loro :)

Spoiler su “Il ballo della morte” capitoli 38 e 39.

Fulgidi bagliori sfuggono al calice di cristallo, dove sono rimasti alcuni sorsi di pregiato vino rosso. Quando si è un vampiro sembra quasi un peccato aprire una bottiglia costosa: non se ne può bere se non una piccola parte. Non ci si può ubriacare, si è costretti a trascorrere l’esistenza in uno stato di perpetua coscienza. Niente evasione, niente fughe dalla realtà, niente pace fugace per chi condivide la notte dei morti viventi.
Forse è a questo che si riferisce chi la chiama dannazione eterna, e forse è proprio per questo che molti vampiri finiscono per annegare in deliri di onnipotenza, in banchetti senza regole di sangue e carne: la follia è l’alcool di chi non può concedersi alcool.
Rovescio la testa all’indietro, contro lo schienale della poltrona sulla quale sono seduto ormai da troppo tempo. E’ incredibile quanto si possa essere comodi in posizioni improbabili: una gamba quasi ripiegata sul petto, con il tallone che affonda in punta all’imbottito sedile, e l’altra a cavallo del bracciolo con il piede che ondeggia avanti ed indietro. Una delle mani ne segue i movimenti da sopra al ginocchio, mentre la sua gemella sorregge con la punta delle dita la corolla del calice: fiore di fragile beltà il cui lungo stelo sfiora il pavimento, naturale proseguimento del braccio mollemente abbandonato in quella stessa direzione.
Anita e Richard, Richard ed Anita.
Sono usciti dalla porta di questa stessa stanza alla ricerca di potere, o di giustizia, o di cos’altro ritengono tanto importante da arrivare a stringere un patto con il diavolo. Non è affatto gentile che proprio lei mi consideri in questo modo, ma cosa importa? Le emozioni variano nel tempo e questo non mi è nemico: vi sarà un giorno in cui respirerò il suo profumo tra le lenzuola del mio letto.
Sono pensieri pericolosi, e quando iniziano a serpeggiare nella mente non vi è nulla di meglio che aria e solitudine. Una passeggiata al chiaro di luna, ecco ciò che mi occorre.

***

«ma petite! Cos’è successo?» Non riesco a nascondere la sorpresa: il lupanare dovrebbe essere al suo culmine, allora perché lei è qui, accucciata accanto alla mia porta, e perché le sue spalle sussultano come se fosse in preda a violenti singhiozzi? «Richard non è morto. Altrimenti l’avrei percepito.»
Si gira senza preoccuparsi di mostrare quella che sembra più di semplice disperazione. L’esperienza mi insegna che con ma petite è meglio comprendere la situazione prima di fare alcunché, ma nonostante questo la mia immobilità non è naturale, bensì il frutto di un’aspra lotta contro il desiderio di avvicinarmi per stringerla tra le braccia, cullandola, e di asciugare le calde lacrime che le rigano il volto; prima d’ora solo una donna è stata capace di farmi sentire così… ma con lei era diverso, quando la stringevo sentivo le sue braccia incrociarsi sul retro del mio collo ed il suo corpo aderire al mio, con Anita tutto ciò in cui posso sperare è che mi allontani misurando la violenza.
Si asciuga le lacrime con il dorso delle mani, apparentemente così fragile come non avrei mai pensato di vederla: «non è morto, tutt’altro.»
«Allora cosa c’è che non va?» Muovo qualche passo in avanti e mi inginocchio accanto a lei senza tuttavia sfiorarla se non con lo sguardo: la catenina con il crocifisso è in bella mostra e non voglio che inizi ad ardere, facendola scappare via proprio ora che è venuta spontaneamente a cercarmi.
«Il tuo crocifisso, ma petite.»
Lo strappa con violenza mandandolo a rimbalzare contro il muro del palazzo antistante: «Contento?»
Socchiudo gli occhi, osservandola, questo comportamento non è da lei, eppure non sembra essere accaduto nulla che possa giustificarlo, a meno che non sia successo qualcosa di inatteso durante il lupanare: «Richard è vivo e Marcus è morto, vero?»
Annuisce, lasciandomi ancora senza una vera risposta: «Allora perché piangi, ma petite? Non credo di averti mai vista piangere.»
«Non sto piangendo.»
Accenno un sorriso, scoprendomi nonostante tutto sollevato: dura e indipendente anche a costo di negare l’evidenza. Se questo non è cambiato qualsiasi cosa sia accaduta è in grado di affrontarla.
Raccolgo una lacrima con un dito, mostrandogliela come se fosse una risposta più che eloquente. Me la avvicino alle labbra, leccandola con la punta della lingua senza che i miei occhi abbandonino il suo volto neppure per un istante. Com’è bella. Anche così… Forse soprattutto così.
«Sembra che tu abbia il cuore spezzato, ma petite.»
Tutto il pianto che aveva trattenuto fino ad ora sembra esplodere come un fiume in piena; mi sarei atteso una risposta tagliante, una minaccia, persino una pistola puntata contro il petto, ma di certo non questo. Le sue labbra si aprono per permetterle di respirare con la bocca tra un singulto è l’altro, senza che riesca davvero a controllarsi, e quando si china in avanti, abbracciandosi, non fa in tempo a terminare il movimento che si lascia sfuggire un suono di disgusto, raddrizzando la schiena con uno scatto improvviso e protendendo le braccia in mia direzione. Vuole che l’abbracci?
«Mon Dieu! Cos’è successo?»
Rispondo al suo invito, posandole una mano sul gomito mentre la attiro a me, ma senza la minima coerenza mi respinge.
«Ti sporcheresti tutto.»
Fisso il fluido vischioso che mi è rimasto appiccicato alla mano: lo conosco, è quello prodotto dai licantropi, ma… «Come mai ti sei avvicinata tanto a un lupo mannaro che si stava trasformando?» La risposta mi attraversa il volto come un fulmine a ciel sereno: «Richard! Hai assistito alla sua trasformazione.»
Annuisce. «Mi stava addosso quando si è trasformato. È stato… Oh, Dio, oh, Dio, oh, Dio…»
Non posso sopportare di vederla così, posso guardare stragi, morti, violenza, ma non Anita in questo stato. In un modo o nell’altro riesce a far emergere quello che di umano ancora c’è dentro di me, i sentimenti dell’uomo che ero. Faccio per abbracciarla ma ancora mi respinge: «Vuoi rovinarti i vestiti?»
I vestiti? Torno a sfiorarle le braccia cercando di trasmetterle un contatto rassicurante.
«ma petite, va tutto bene, ma petite, va tutto bene.»
Mi guarda a labbra serrate, cercando di trattenersi, ma questa volta non riesce a vincere su quello che le brucia dentro: «no, non va bene per niente!» Annulla tutte le sue difese, abbandonandosi contro il mio petto in un istintivo atto di fiducia che mi fa quasi barcollare per la sorpresa. Le passo un braccio attorno alle spalle, mentre l’altra mano affonda nei suoi capelli accarezzandole la nuca. Sento le sue unghie artigliarmi la camicia in un gesto frammisto di rabbia e dolore mentre mi confida quanto è accaduto: «ha mangiato Marcus, lo ha mangiato».
«È un lupo mannaro, ma petite. È normale che lo facciano,» cerco di calmarla spiegandole come in questo non vi sia nulla di strano, ma a quanto sembra le mie doti si esprimono meglio in altre circostanze: scoppia a ridere contro il mio petto, senza lasciarmi andare, senza allontanarsi, finendo per ridere, piangere e tossire insieme.
Non è frequente che il mio cuore acceleri i suoi battiti, ma questa è una di quelle volte: la tengo stretta, cullandola, sussurrandole frasi gentili nella lingua più tranquillizzante che conosca: in un francese dei secoli passati, lo stesso con il quale Baudelaire e Rimbaud urlavano al mondo il dramma delle proprie esistenze. Tutto ciò che per me conta, in questo particolare momento, ce l’ho tra le braccia.
Le lascio il tempo di cui ha bisogno. Ogni singolo istante, questa notte, è per lei. Solo quando la sento rilassarsi completamente, esausta e senza più lacrime, le scosto i capelli dalla fronte, posandovi un bacio leggero.
«Puoi alzarti, ma petite?»
«Credo di sì.»
Si appoggia a me, rimettendosi in piedi e allontanandosi un poco, probabilmente per dimostrarmi che può evitare l’umiliazione d’essere portata in braccio. Le sorrido con dolcezza mentre tira su con il naso fissando il disastro che è diventato il mio abbigliamento.
«Adesso abbiamo bisogno di un bagno tutti e due»
«Questo non sarà un problema,» le rispondo, ed il sorriso si fa decisamente più allusivo.
«Ti prego, Jean-Claude, niente allusioni sessuali prima che mi sia lavata.»
«Certo, ma petite. È stato rozzo da parte mia in una circostanza come questa. Scusami.»
Idiot! A volte non mi capacito della mia stupidità: parlare di sesso dopo che ha pianto tra le mie braccia come se non avesse mai visto un giorno peggiore, esiste forse qualcosa di più inopportuno? Voglio in ogni momento la stessa fiducia che mi ha accordato questa notte, e starò molto attento a non perderla.
Devo essermi attardato troppo a lungo in questi pensieri perché la vedo aggrottare le sopracciglia come se cercasse di leggermi dentro: «se hai in mente qualcosa non voglio saperlo. Stanotte non sono in grado di affrontare i tuoi intrighi tenebrosi, okay?»
Mi inchino in segno d’assenso, sorridendole senza smettere di guardarla. Non mi capita spesso di parlare con lei in questo modo, ho quasi il timore che da un momento all’altro si ricordi cosa pensa di quelli come me e se ne vada chissà dove, magari dalla sua amica avvocato o dalla detective che di tanto in tanto ho sentito nominare.

***

Le tengo la porta perché possa entrare nella camera da letto, invitandola a precedermi con un fluido gesto della mano. Non voglio provocarla, ma non posso trattenermi da quelle piccole galanterie che fanno ormai parte di me.
La osservo mentre si guarda attorno, fermandosi non appena l’alto letto a baldacchino entra nella sua visuale.
«Davvero niente male,» commenta, e nonostante l’apparente indifferenza non posso fare a meno di trattenere un sorriso soddisfatto: l’ha notato.
«Le lenzuola andavano cambiate e tu ti lamenti continuamente che uso sempre gli stessi colori.»
Sposta lo sguardo da me al letto, scuotendo appena il capo: «giuro che non lo farò più.»
Annuisco compostamente, guadagnando il bagno senza aggiungere altro: «ti preparo la vasca.»
Il suono ovattato della porta che si chiude alle mie spalle mi strappa un breve quanto intenso sospiro: sterminatrice e bambina, soldatino di piombo e bambola di porcellana, mi sembra quasi di sentire sulla lingua il sapore di questo connubio particolare ed inconsueto come quello di una spezia afrodisiaca.
Mi sporgo fino a raggiungere il rubinetto della vasca di marmo nero, per aprirlo e posizionarlo alla giusta temperatura. La camicia mi si è quasi incollata alla pelle, ho bisogno di toglierla e di lavarmi almeno sommariamente. Accompagnato dallo scrosciare dell’acqua la sfilo e, cercando di non perdere tempo, la getto nella cesta degli abiti sporchi, approfittando dei pochi minuti che seguono per pulirmi nel lavandino. Mi libero anche degli stivali, così che quando la vasca è finalmente colma sono nuovamente presentabile e pronto a tornare in camera da letto. Lo faccio senza riflettere, un comportamento meccanico, tenendo gli stivali in una mano e l’asciugamano che ho usato nell’altra. Anita è seduta a terra lontano da tutto, come se temesse di poter sporcare qualcosa, ed è solo quando i suoi occhi si fissano sul mio petto che mi accorgo di non aver indossato null’altro.
La sua mano è sollevata a coprire la bocca, così che posso scorgere solo in parte la sua espressione, eppure il corpo urla un sentimento di angoscia così intensa che chiunque potrebbe percepirlo anche senza facoltà soprannaturali.
Dopo un lungo momento di incertezza schiudo le labbra per scusarmi, ma le richiudo l’istante successivo preferendo invece non rimarcare la mia spiacevole distrazione: «mi sono dato una sciacquata nel lavandino mentre la vasca si riempiva.» Le sorrido, camminando sulla moquette bianca per raggiungerla, sforzandomi di assumere una postura quanto più neutra possibile. «Temo di avere usato l’ultimo asciugamano pulito. Vado a prenderne altri.»
Sembra non riuscire a rispondere, e quel «perfetto» appena sussurrato le costa un visibile sforzo. Si alza rapidamente quando sono ormai ad un solo passo, precedendo la mia offerta di aiuto. Sorrido ancora, questa volta di sollievo, per poi spostarmi così da lasciarla passare.

Ho scelto per lei le note calde e pungenti del sandalo, così adeguate alla sua personalità, ma quando la raggiungo portando con me un vassoio ricco di shampoo, sapone, sali ed oli da bagno non si è ancora immersa nell’acqua: si fissa nello specchio come se faticasse a riconoscersi. Poso il necessaire sul tavolino accanto alla vasca, producendo volutamente un piccolo rumore. Sposta lo sguardo nel medesimo istante guardandomi attraverso il vetro appannato, come una marionetta mossa dai fili del suo padrone… Quale paragone inesatto.
«Esci, così posso svestirmi.»
«Ci sono volute due persone per vestirti, ma petite. Sicura non ti serva aiuto per spogliarti?»
La osservo facendomi violenza nel costringermi a mantenere lo sguardo fisso sul suo volto, senza scendere ad accarezzarne le armoniche sinuosità del corpo. E’ stato un piacere scegliere quel vestito per lei, guardarlo stringersi attorno alla sulla sua figura e saperlo accarezzare angoli che le mie mani bramano raggiungere. Ora, al pensiero di vederlo scivolare lentamente dal collo e dalla vita sottile, sempre più giù, fino al soffice tappeto, una qualsiasi concessione mi porterebbe a rompere quella promessa pronunciata solo pochi minuti addietro. Niente allusioni sessuali, così ho detto, e con questo pensiero atteggio il viso alla più totale inespressività, ammantandomi di pacatezza e completa innocenza.
Il sorriso che vedo comparirle in volto mi scalda il cuore, anche se le sue radici affondano nella mia poca credibilità in questo nuovo ruolo da bravo ragazzo: d’altra parte ma petite ha già un boyscout nella sua vita, non ha nessun bisogno di un altro paladino dei sani principi pronto a spezzarle il cuore. Eppure… Eppure non posso fare a meno di chiedermi se dopo tutto questo tornerà ancora da Richard. Se soffre tanto è perché lo ama, e se lo ama non lo abbandonerà così facilmente. Il fato voglia che quanto ha visto serva almeno a riplasmare la sua definizione di bene e male, sfumando quel confine così netto, così alto ed invalicabile, da essere riuscito a tenermi sempre a debita distanza.
Il suo sospiro interrompe il flusso dei miei pensieri: «basta che slacci le due cinghie sulla schiena. Per il resto credo di potermela cavare. Ma niente scherzi!»
Posa le mani sul reggiseno, sapendolo allacciato a una delle due cinghie mentre l’altra regge il resto del costume.
Eseguo, esalando un sospiro del quale non saprei spiegare la vera natura: non è frustrazione, non è desiderio e non è neppure rassegnazione. Comprensione, forse, ma anche questo sarebbe inesatto.
Senza neppure una carezza slaccio anche la seconda fibbia, arretrando di un passo mentre le restituisco lo sguardo attraverso lo specchio: «Niente scherzi, ma petite,» annuisco, indietreggiando lentamente fino a scomparire dallo specchio ed oltre la porta, chiudendola davanti a me per concederle la giusta intimità di un bagno ristoratore.

Camminare avanti e indietro per la stanza, avvicinarsi alla libreria per aprire un volume qualsiasi e leggerne solo le prime frasi, scoprire di non averne memorizzato neppure una parola e rimetterlo a posto, accarezzarsi il mento come se si fosse in preda ai più profondi pensieri per poi tornare a guardare, inesorabilmente, la stessa porta richiusa; cosa sono qualche decina di minuti in confronto all’eternità? Un foulard di seta che compare e scompare tra le mani di un illusionista, un pugno di sabbia che in un istante è tornato a confondersi nella polvere della strada; eppure, quando ciò che si desidera è così vicino ed al contempo così lontano, pochi secondi possono assumere il peso di anni interi. Dimenticherò mai questa notte?
Quando busso debolmente alla porta, reggendo sul palmo della mano due morbidi asciugamani rossi, la lancetta dell’orologio ha quasi compiuto un giro completo: «ma petite, posso entrare?»
«Entra pure.» E’ il suo solito tono di voce.
Non appena superato il battente arretro di qualche passo, richiudendolo con il dorso e scoprendomi quasi ipnotizzato dalla scena che mi si presenta davanti: ma petite è ancora immersa nella vasca e solo le spalle ed il capo emergono dalla nuvola di soffice schiuma che la ricopre. Il nero dei capelli ne mette in risalto gli occhi, facendoli sembrare ancora più grandi e scuri in contrasto al pallore dell’incarnato.
Accenno un sorriso, cercando di cancellare ogni sfumatura ambigua dal sussurro che la raggiunge: «non dobbiamo far uscire l’aria calda.»
«Direi di no,» conviene, socchiudendo gli occhi in un fare ancora più sensuale per il suo non rendersi conto dell’effetto che ha su di me.
«Dove vuoi che metta gli asciugamani? Qui?» Faccio per posarli sul cassettone, ma la sua risposta arriva immediata: «non ci arrivo.»
«Qui allora?» Avanzo ancora verso di lei, posandoli sullo sgabello, incapace di allontanare lo sguardo da quello che posso immaginare nascosto al di sotto della schiuma.
«Sono ancora troppo lontani.» Richiama la mia attenzione, come se stesse cercando di innescare un gioco di cui non vorrà conoscere la fine. Potrei dirle che non sarà un problema se bagnerà il pavimento nel raggiungerli, potrei avvicinare lentamente lo sgabello e uscire da quella stanza così come sono entrato, ed invece raccolgo nuovamente i teli di spugna avvicinandomi ancora, fino a sedermi sul bordo della vasca posandoli sulla moquette nera.
«Vanno bene qui?» La voce lascia la mia gola un po’ più roca di quanto vorrei, mentre lo sguardo non cerca il volto di Anita ma resta concentrato su quelle bolle bianche e delicate che come un lenzuolo leggero suggeriscono e negano.
«Forse sono un po’ troppo vicini,» obietta senza che abbia il tempo per curarmene. Con le dita sono già andato a sfiorare la schiuma lungo il bordo della vasca: «ti senti meglio adesso, ma petite?»
«Ricordi cosa ho detto? Niente allusioni sessuali.»
«Ricordo che hai detto niente allusioni sessuali prima di esserti lavata.» Sorrido, abbandonando definitivamente quella recita che stava divenendo troppo difficile da sostenere. «E adesso sei pulita.»
«Prendi sempre le cose alla lettera, vero?» Sospira, e sono certo che potrei vedere il suo capo scuotersi se non avessi già ruotato il busto, la mano ancora immersa nell’acqua, mettendo in evidenza, nella tensione del corpo, l’armonico disegno della muscolatura, interrotto solamente dalle cicatrici bianche e lisce là dove la frusta mi aveva baciato per l’eternità.
Il suo desiderio mi formicola improvviso sulla pelle, caldo ed intenso allo stesso modo di un fuoco che divampa nella notte. Non è la prima volta, ma è una scommessa che continuo a perdere ad un passo dalla vittoria. Mi giro nuovamente ad osservarla, riservandole sguardi e movenze che hanno fatto impazzire centinaia di donne prima di lei: le dita bagnate disegnano sul torace lunghe linee diagonali, brillanti alla luce artificiale della stanza, scendendo ad accarezzare la cicatrice a forma di crocifisso che entrambi condividiamo, come un marchio che ci accomuna e che ci unisce al di là della nostra volontà, scivolando ancora più giù, fino al ventre, ed iniziando a giocare maliziosamente con la strisciolina di peli neri che sfugge al controllo dei pantaloni.
Mi mordo il labbro inferiore quando la vedo chiudere gli occhi, sospirante, non resistendo alla tentazione di curvarmi su di lei, il braccio sinistro appoggiato vicino alla sua spalla ed il destro sul lato opposto della vasca.
«Che c’è, ma petite, stai per svenire?» E’ solo un delicato sussurro, seducente come la carezza della seta sulla pelle nuda.
Riapre gli occhi, rivelando nello sguardo e nel corpo la sorpresa di vedermi così vicino: «io non svengo,» si affretta a puntualizzare.
«Mi fa piacere.» Mi avvicino ancora, dischiudendo le labbra per sfiorare delicatamente le sue. Non appena le bocche si incontrano la sento emettere un suono a metà tra il piacere e la consapevolezza, e subito un sussulto la scuote vanificando al contempo il mio precario equilibrio e l’atmosfera provocante che avevo sottilmente costruito. Le rovino addosso, sprofondando completamente nell’acqua fino a ricoprire con il mio il suo corpo nudo, riemergendo l’istante successivo sul finire del grido che la sorpresa o la paura le ha strappato. Non riesco a capacitarmi di quanto accaduto e mi limito ad inspirare e trattenere il fiato, sbigottito, mentre i capelli mi aderiscono in larghe ciocche al viso ed alle spalle lasciando scivolare sul petto carezzevoli rivoli d’acqua. Almeno per un attimo non posso mantenere la maschera di distaccato controllo che indosso costantemente, lasciando trapelare, negli occhi spalancati e nelle labbra vagamente socchiuse, tutto lo sconcerto che provo in quel momento.
Non ho il tempo di pronunciare neppure una sillaba che torna all’attacco, respingendomi ancora più lontano fino a costringermi ad alzarmi in piedi, gocciolante.
La vedo rannicchiarsi contro il bordo della vasca, e lo sguardo che mi rivolge è così furioso che non posso fare a meno di scuotere il capo accompagnandomi con una tiepida risata di rassegnazione. «Sono un seduttore da quasi trecento anni, Anita. Perché sono così goffo soltanto con te?»
«Forse è un segno.»
«Può darsi,» non mi trattengo dal replicare, mestamente. Parrebbe davvero che il destino si stia divertendo a giocare con me come il gatto col topo, allettandomi per poi lasciarmi ricadere in una realtà fredda e vuota. La desidero, non posso fare a meno di pensare. E lei desidera me. Questa consapevolezza improvvisa mi fa sollevare impercettibilmente il volto, colpendomi con la stessa evidenza di un lampo nell’oscurità della notte. Nonostante l’espressione corrucciata posso percepire il desiderio lottare contro la sua stessa volontà, in una continua sfida che i sensi lanciano alla ragione.
«Come fai a essere così attraente anche se so cosa sei?»
La sua voce mi raggiunge mentre mi inginocchio nell’acqua, continuando ad immergermi lentamente fino a che la schiuma non arriva ad avere la meglio sul tessuto scuro dei pantaloni. Solo il busto è ancora visibile, dando quell’impressione di nudità che sento provocarle un brivido al basso ventre.
In una reazione istintiva si porta le ginocchia al petto, cingendole con le braccia in un atto di difesa infantile quanto attraente. Mi avvicino, facendo ondeggiare l’acqua che ancora ci separa, fino a sfiorarle le gambe con il tessuto ruvido dei jeans. Il lieve contatto le fa chinare la testa tra le ginocchia, senza tuttavia impedire al suo cuore di pulsare così intensamente che ne posso percepire il ritmo sulla mia stessa lingua.
Resto in silenzio per alcuni istanti come se avessi bisogno a mia volta di placare il turbinio di sensazioni che i nostri corpi sprigionano, e solo nel momento il cui sono certo di saper mantenere il controllo che mi è proprio, e che le devo, mi curvo nuovamente sulla sua persona posando le mani sul bordo della vasca, a destra e a sinistra delle sue spalle. Con il viso vado a sfiorarle delicatamente i capelli bagnati, offrendole con poche parole sussurrate all’orecchio la possibilità di tirarsi indietro, come sempre, e sono così certo della risposta da non lasciar quasi trasparire il desiderio di una diversa.
«Dimmi di andarmene, ma petite, e me ne andrò.»
Solleva lentamente la testa soffermandosi a guardare le gocce d’acqua che scorrono sul mio petto, osservandole con la stessa espressione che è mia quando mi attardo a guardare il sangue che scivola sulla sua pelle. I suoi occhi ingannatori trasmettono un bisogno così travolgente da riuscire quasi ad appannare le iridi color del cioccolato, o è forse il vapore ad essere divenuto così denso da confondere i miei sensi come quelli di un qualsiasi umano?
Nessuna parola, tuttavia, avrebbe potuto prepararmi al movimento esitante del suo corpo, alle mani che si staccano dalle gambe avanzando fino a sfiorarmi i fianchi, incerte come se temessero di scottarsi, ed al viso che si sporge in avanti avvicinandosi al mio senza celare un retrogusto di timore e insicurezza: «non andartene».
La confusione mi si dipinge sul volto senza che possa fare nulla per impedirlo: non-andartene, mi ripeto ancora, una manciata di suoni che aprono un numero imprecisato di futuri possibili. Mi ha chiesto di restarle accanto per confortarla e continuare all’infinito il seducente gioco del negarsi o posso davvero sfiorarla, baciarla, amarla?
La sensazione della lingua che mi accarezza il ventre, leggera, mi da insieme un brivido e la risposta che cerco. Chiudo gli occhi in un tremito abbandonandomi alla dolce sensazione che mi pervade: è come un’onda che parte dal basso per poi risalire fino alla testa, offuscando ogni pensiero coerente che ancora mi gravita nella mente.
Le labbra che sento aderire alla pelle, la loro lieve pressione ed il risucchio che cattura le gocce che ancora mi bagnano il corpo: quasi non riesco a credere che stia accadendo davvero. Lo sciabordio dell’acqua contro le pareti della vasca e l’accresciuto peso che mi grava sui fianchi mi fa comprendere, come puro riflesso, che la mia piccola amata ha trovato il coraggio di sollevarsi sulle ginocchia. Il desiderio di vederla è più forte persino del piacere che ancora mi attraversa le vene, e la meraviglia del poterla osservare così, con il seno nudo ancora coperto di acqua e schiuma, è tale da farmi tremare le mani quando vado a sfiorarle delicatamente le spalle. Sento l’indecisione fermarle lo sguardo, calamitandolo poco al di sopra della cintura dei miei pantaloni, ma il fato non può farmi questo, non può strapparmela dalle dita anche questa volta, non così: ho bisogno di lei, ho disperatamente bisogno di lei per poter dire di essere completo. Anche se solo per una notte, ma petite, resta con me. Potrei arrivare a pronunciare ad alta voce quest’ultimo pensiero per l’amore provo in questo momento: sterminatrice fino in fondo, non ha avuto bisogno di alcun paletto per trafiggermi il cuore.
Solleva esitante lo sguardo ed il fiato mi si mozza in gola: «sei così bella, ma petite,» le sussurro con delicatezza, andando a posare l’indice sulle sue labbra prima che possa protestare. «Sei bella. Su questo sono sincero.»
Il dito prosegue la sua esplorazione, accarezzando le labbra su cui è posato per poi scendere sul mento ed arrivare su una spalla, mentre il suo gemello ed opposto lo imita, raggiungendolo nella carezza che procede lungo la schiena fino a fermarsi sui fianchi, in una posizione del tutto simmetrica alla sua.
Mi guarda con una timidezza che non avrei mai immaginato, scoprendosi senza fiato nel porre quell’unica domanda per la quale, allo stesso tempo, non ci sono risposte e ce ne sono troppe: «e adesso?»
«Quello che vuoi, ma petite.»
Ho paura persino di sorriderle, temendo che possa fraintendere e spezzare l’incanto; invece comincia a massaggiarmi i fianchi, i muscoli, aprendo le mani e allargando le dita per poi risalire lungo le costole. La imito, ed il sospiro che riesco a strapparle mi ripaga di tutto l’autocontrollo che sto imponendo a me stesso. Quando mi fermo proprio sotto il seno, sfiorandone l’attaccatura con un tocco lieve come quello di una piuma, sento il suo corpo rispondere ed il mio fare altrettanto, come in un gioco di specchi.
La sua immobilità accelera i battiti del mio cuore, in una compensazione che fa di due metà un solo essere. I suoi occhi sono fissi nei miei, come se questa volta fosse lei a voler leggere dentro di me, affondando oltre l’apparenza, raggiungendo quelle profondità in cui forse sono nascoste le risposte a tutte le nostre domande, e quando le sue mani risalgono sfiorandomi i capezzoli percepisco distintamente il suo respiro affannato nella tensione dell’attesa.
Sfioro le sue rotondità, con la stessa ammirazione che uno scultore dedicherebbe alla sua opera più bella, bevendo il gemito che le sfugge dalle labbra poco prima che la mia bocca si posi sulla pelle candida e liscia, baciandola e baciandola ancora quasi fino ad asciugarla.
Mi soffermo con il volto ad un respiro dal suo seno sporgendo la lingua per sfiorare il capezzolo già indurito, vedendola tremare quando le labbra vi si chiudono sopra per succhiarlo, con studiata lentezza, e lasciandomi inebriare della consapevolezza di trovarmi sul filo del rasoio quando mi spingo fino a farle sentire la pressione delle zanne.
Staccarsi da lei e scivolare nuovamente a sedere sui talloni non è che un unico gesto: voglio guardarla, così, dal basso verso l’alto, per assaporarla da ogni angolatura possibile, per imprimere quest’immagine nella mente e non dimenticarla mai più. C’è qualcosa che mi attanaglia la bocca dello stomaco, in tutto questo, qualcosa che minaccia di farmi diventare un essere di puro istinto. Sesso e istinto: c’è davvero differenza?
Si china su di me in un sipario di capelli lunghi e scuri, baciandomi sulla bocca e stringendo delicatamente tra i denti il labbro inferiore, tirandolo verso di sé e tormentandolo fino a che la mia bocca non cede, socchiudendosi in una resa incondizionata. Le sue mani sul mio volto sono fresche e leggere mentre la lingua stuzzica la mia, come se volesse rimarcare che anche in questa circostanza è solo lei a comandare.
La lotta per il potere: non vi è nulla di più eccitante.
Esco dall’acqua con un suono a metà tra un gemito ed un grido, abbracciandola e quasi travolgendola mentre torniamo ad immergerci nell’acqua a posizioni ribaltate: io il predatore e lei la preda. Il bacio si fa ancora più profondo, senza concedere tregua o tempo per riflettere, ed ogni movimento diventa il frutto della passione e della lussuria. Sento il suo cuore rimbombarmi nelle orecchie, il sangue che le scorre nelle vene come invitante miele speziato: basterebbe un rapido movimento e potrei cibare la mia fame di lei.
Non vi è nulla di peggio che vedere il proprio autocontrollo ledersi e spezzarsi come i fili di una corda troppo tesa, sentendosi divisi tra il desiderio di appagare la propria bramosia e quello di non trasformarsi nei mostri che molti ci accusano di essere, ma anche questo non sarebbe sufficiente a fermarmi se non fosse unito alla consapevolezza che lasciarmi andare, ora, significherebbe perderla per sempre.
Mi stacco da lei non appena riaffiorati in superficie, appoggiandomi ansimante al bordo della vasca.
Sesso, sangue, e lei. Deglutisco a vuoto, sforzandomi di allontanare dalla mente il ricordo del suo calore e della vita che arde prorompente nel suo intimo: «le mie più profonde scuse, ma petite. Mi hai quasi fatto perdere il controllo.» M’immergo di nuovo, restando appoggiato al bordo: «non sono venuto qui per nutrirmi, ma petite. Mi dispiace.»
Poche parole e pochi gesti, ma sono sufficienti perché possa alzarmi sentendomi nuovamente padrone della situazione. «Me ne vado, ma petite,» sospiro, insoddisfatto. «Tu mi privi dell’autocontrollo che ho conquistato con tanta difficoltà. Soltanto tu ci riesci, soltanto tu.»
Potrebbe limitarsi all’immobilità, ed invece mi si avvicina, spostandosi sulle ginocchia senza smettere di guardarmi: «non andartene.»
E’ quasi una supplica, o forse uno scherzo, o più probabilmente vuole mettermi alla prova in chissà quale strano modo, tutto può essere plausibile tranne che voglia veramente la mia compagnia. Non mi fido di lei. O forse di me.
È la paura di farle male che mi blocca?
I jeans aderiscono ancor più alle gambe laddove i suoi palmi vanno a posarsi, precedendo le unghie che affondano nel tessuto che fascia la muscolatura delle cosce, ed i suoi occhi cercano ancora i miei, il volto pericolosamente prossimo a zone che il pudore le ha sempre impedito persino di nominare.
Si inumidisce le labbra e con il solo accompagnamento del mio silenzio, carico della medesima incertezza, solleva una delle mani per sfiorare la zip che preme sul rigonfiamento visibile al di sotto dei pantaloni.. Basta quel lieve tocco perché la tensione si liberi in un gemito soffocato: non so cosa fare.
«Niente zanne, niente sangue.» Elenca le sue regole mentre la mano è ancora lì e la voce sembra aver abbandonato la mia gola ed i pensieri la mente.
Annuisco, riflettendo con la lucidità di un nottambulo che non distingue sogno e realtà, aprendo e chiudendo le labbra due volte prima di riuscire ad articolare una frase di senso compiuto. «Come la mia signora desidera.»
Quando la guancia prende il posto della mano la confusione si trasforma in bramosia. La sensazione che mi pervade è talmente intensa da farmi chiudere gli occhi, rovesciando la testa all’indietro non appena suoi movimenti si trasformano, divenendo quelli di una gatta che si sfrega contro il suo padrone in cerca di coccole ed attenzioni. E’ così che mi vede quando si aggrappa al bordo dei jeans per aiutarsi a rimettersi in piedi.
Le mie mani sono sui suoi fianchi nel momento esatto in cui riacquista la posizione eretta, ma lo sguardo scende ancora più in basso, risalendo poco dopo, per accompagnare il sorriso con cui le prometto di trasformare in realtà tutte le sue fantasie, portandole al limite per intrecciarle, solo allora, ai nuovi desideri che ancora non pensa di avere, e condurle un passo più in là, dove non crede sia possibile arrivare.
Da uno strattone ai jeans: «via,» e non posso che obbedire, sfilandoli e gettandoli sulla moquette. Sento il suo sguardo formicolarmi sulla pelle come una carezza calda ed invitante. Quali pensieri tengono impegnata la sua mente e le sue mani? Cos’è che ancora la trattiene dall’iniziare a danzare dopo l’invito tanto atteso? E’ come essere tornati indietro di due secoli quando ogni gesto, persino il movimento di una mano o un discreto cenno del capo, erano ambite gocce di miele stillate con parsimonia e per questo ancora più preziose. Oggi tutto è concesso con troppa facilità, ed il gusto della conquista è tanto insipido quant’è sottile il piacere che se ne ricava.
Quando ricomincia a parlare lo fa con voce rauca e strozzata, sottolineando ciò che il suo sguardo ha già avuto modo di appurare.
«Non sei circonciso».
«No, ma petite. È un problema?» Inarco un sopracciglio, divertito ed incuriosito allo stesso tempo, ma non mi è dato aggiungere altro: cinque dita inaspettatamente audaci mi avvolgono, stringendo con una delicatezza che sembra moltiplicare all’infinito il piacere che mi scuote. Sono costretto a chiudere gli occhi posando le mani sulle sue spalle per sorreggermi.
«No, non è un problema.»
E’ provocazione quella che vela le sue parole? La attiro bruscamente a me, aderendo contro il suo corpo fino a che non sento le sue braccia circondarmi il torace, quasi le gambe non riescano più a sorreggerla rendendo necessario un più saldo sostegno.
La sensazione delle sue labbra contro il mio petto è quella di un tepore che si diffonde lentamente in tutto il corpo, ed il merito non è certo del vapore che ancora appanna vetri e specchi creando l’illusione di una realtà diversa da quella che conosciamo, dai contorni più confusi e dalle tinte tenui e sfocate dell’estasi. Si alza in punta di piedi alternando alle labbra la morbidezza della lingua, accompagnatrice silenziosa dei baci che mi ricoprono le spalle ed il collo fino a raggiungere il mento e, poco più su, la bocca. Le labbra si sfiorano in una carezza quasi innocente, trasmettendo non solo passione e desiderio ma soprattutto tenerezza. Amore.
Le mani abbandonano la mia schiena, tornando sul petto per poi scorrere fin dietro al collo. Si allunga in punta di piedi tendendo la muscolatura al limite del possibile, premendo il bacino contro il mio fino a strapparmi un gemito gutturale.
Come le due estremità della bilancia, che salgono e scendono in opposizione l’una all’altra, scivolo contro di lei trovandomi infine in ginocchio, le mani che accompagnano il movimento soffermandosi sulle natiche alte e sode. Gioco con il suo ombellico baciandolo e leccandolo e spostandomi sempre più in basso. La dita sfiorano le gambe tornite disegnando complicate figure senza senso fino a raggiungere il centro della sua femminilità.
«Che stai facendo?» Ansima, tra il timore ed il piacere, costringendomi ad allontanare il volto dal suo ventre quel tanto che basta per poter parlare: «prova a indovinare. Hai tre possibilità, ma petite.» La voce è simile ad un sussurro, carica del medesimo divertimento che mi fa brillare gli occhi mentre la invito a divaricare le gambe. Accarezzo le sue labbra più desiderate dapprima sfiorandole appena, per poi aumentare d’intensità concentrandomi laddove è più sensibile.
«Credo che le gambe non mi reggano.»
«Quando arriverà il momento ti sosterrò io, ma petite.» Le lecco un fianco, scendendo a baciarle una coscia nel momento stesso in cui affondo in lei con indice e medio. Il sospiro che mi raggiunge è quanto di più appagante oda da anni.
Non smetto di baciarla e di muovermi in lei, risalendo lentamente con le labbra fino ad unire al movimento della mano quello della lingua. Respiro a fondo il suo profumo ed il ritmo delle carezze si accorda a quello dei baci, lento ed indugiante, stuzzicante. Quando affondo le dita con maggiore decisione le sfugge un grido, ed il tremito che la scuote fa vibrare corde così profonde da indurmi ad abbandonare la sofficità della sua carne per rialzarmi in piedi: voglio guardarla mentre sono dentro di lei, voglio osservare il suo volto mentre ogni residuo di autocontrollo la abbandona.
Torna a stringere la mia erezione come se avesse in mente chissà cosa, ma non posso rischiare di perdermi nella piacevole sensazione che le sue dita mi trasmettono: voglio essere io a condurre il gioco, questa è la mia danza. Mi sfilo dalle sue mani con una risata più tremula di quanto vorrei, rivelando il turbamento che ancora mi confonde e che mi fa sentire come un adolescente alla sua prima cotta.
La abbraccio con trasporto, muovendomi contro di lei laddove prima l’avevo accarezzata, ubriacandomi del profumo dei suoi capelli e dei brevi sospiri che sfuggono alle sue labbra, provocandola per portarla fino al limite e rallentare improvvisamente, prossimo a fermarmi, ripetendo un crudele percorso di appagamento negato.
«Ti prego,» sussurra infine, le palpebre abbassate e la bocca socchiusa in un totale abbandono. Torno ad insinuare un ginocchio tra le sue gambe, invitandola ad allargarle prima di penetrare cautamente in lei. Ancora prima di rendermene conto sto entrando ed uscendo dal suo corpo con esasperata lentezza.
E’ mia.
A dispetto di tutto.
Contro ogni previsione, schiaffeggiando una storia che sembrava già scritta, negando la mancanza di fiducia che fino a poco fa incrinava il nostro rapporto, cancellando mesi e mesi di rifiuti, ecco, è mia, mia, finalmente mia, solo mia, e farò di tutto per proteggerla: è la mia amante, la mia donna, il mio punto debole, il mio cuore e la mia vita. E’ la mia felicità.
«Lo desideravo da tanto tempo, ma petite, da tantissimo tempo.»
Mi concedo di osservarla senza nascondere nulla delle emozioni che mi attraversano, un fascio di sentimenti così strettamente legati da perdere il senso della propria solitaria esistenza. Come sarebbe la nostra vita se non fossi un vampiro? Se quella notte non avessero gettato sulle mie spalle il peso dell’eternità, se lei fosse vissuta nel mio tempo o io fossi nato nel suo, se il soprannaturale non ci avesse reclamati, imperioso, saremmo potuti essere felice come mille altre coppie fiere della propria mediocrità?

«Non sono fragile,» spezza i miei pensieri con un’implicita richiesta, sollevando il mento per accostare la bocca alla mia in un bacio così violento da rischiare di ferirsi contro le zanne aguzze.
La sollevo perché mi cinga i fianchi con le gambe prima di inginocchiarmi, senza smettere di baciarla mentre la spingo contro il bordo della vasca. Il sapore dolciastro del sangue riempie le nostre bocche accrescendo l’intensità di ciò che provo, fino ad assumere la forma di un dolore più psicologico che fisico tanta è la voglia che ho di lei. Affondo nel suo corpo con foga sempre maggiore via via che i suoi gemiti riempiono il silenzio rimbombandomi nelle profondità della mente.
Sento le sue dita insinuarmisi tra i capelli, appropriandosi di una ciocca scura per giocarvi senza troppo riguardo, forse cercando di sfogare la tensione che fa da preludio all’esplosione del piacere. Mi guarda intensamente senza che dia segno di fermarmi, spezzando talvolta il ritmo con un movimento circolare che la fa palpitare attorno a me.
Senza una reale consapevolezza ne lecco le labbra dischiuse, raccogliendo il sangue che le cola dagli angoli della bocca, sommando l’ebbrezza che ne deriva a quella bollente del sesso.
Rallentare il ritmo è un atto di volontà tanto grande che mi pare di dilaniare me stesso, annullando la voce dei sensi in favore di quella della ragione: carne e mente in competizione per il controllo del corpo, e muscoli e nervi come campo di battaglia che giunge a tendersi fino allo spasimo, ma di fronte all’abbandono di lei, sempre più evidente, sempre più intenso, sempre più libero da impedimenti e da remore morali, anche il mio controllo si scioglie come neve al sole, ed i movimenti si fanno incontrollati, meno ritmici, imprevedibili mentre affondo sempre più forte e sempre più in fretta, come se abbracciarla ed essere dentro di lei non mi bastasse, come se desiderassi una fusione completa per farla mia nel corpo e nell’anima. Un matrimonio carnale che possa unirci per l’eternità.
Mi proietto mentalmente nella sua direzione, accarezzandola non solo con la solidità della carne ma anche con l’impalpabilità del pensiero: fare l’amore con un vampiro vuol dire usare molto più dei cinque sensi dei quali gli umani sono così irragionevolmente orgogliosi, e quando l’orgasmo la sorprende la sensazione è quella di una fiamma fredda che le divampa sulla pelle, portandola a gemere ed urlare così come avevo desiderato ascoltarla. Chiudo gli occhi e mi abbandono ai suoi sospiri come farei con la musica più soave ed emozionante.
E’ mia. Non posso smettere di pensarlo, ancora ed ancora mentre le unghie smaltate mi si conficcano nella schiena fino a bagnarsi di sangue, per poi allontanarsi, probabilmente temendo di farmi male, in un ultimo sprazzo di consapevolezza prima dell’abbandono totale.

Respiro profondamente per più di qualche volta, rimanendo immobile mentre il ritmo delle contrazioni si placa lentamente. La sollevo senza lasciarla, come potrei fare con una bambola priva di peso, ed uscito dalla vasca mi inginocchio sulla moquette per adagiarla sulla schiena. Solo allora mi sfilo da lei, sorridendo quando il suo sguardo lascia, forse per timidezza, i miei occhi, finendo per raggiungere l’erezione inappagata.
«Non sei venuto.»
«Non ho aspettato tanto a lungo per finire così in fretta.»
Il divertimento è palese nel tono della voce e nell’espressione con la quale mi piego per baciare uno dei graffi che le arrossano le braccia, facendo poi scorrere la lingua sulle mie stesse labbra sporche di sangue: deve essersi ferita qualche minuto fa.
«Se lo hai fatto per me, lo apprezzo,» sussurro, modulando la voce in una carezza, «ma se lo hai fatto per non farmi male non era necessario, perché un po’ di dolore non mi dispiace.»
«Neanche a me.»
Mi avvicino nuovamente al suo volto, guardandola con occhi traboccanti di dolcezza: «l’ho notato.»
La sua bocca si schiude ma non fa in tempo a parlare: ne prendo possesso in bacio lungo ed intenso. Il seno preme contro il mio petto quando inarca la schiena, ed è allora che mi stacco da lei per scivolare sul dorso: «voglio guardarti mentre ti muovi, ma petite. Ti voglio sopra di me.»
L’esitazione dura lo spazio di un battito di ciglia ed il respiro seguente mi è seduta sopra, aiutandosi con le mani per accostare la punta della mia virilità alla sua apertura più intima. Spinge, ed il mondo sembra scomparire.
Deglutisco a vuoto, le labbra leggermente dischiuse mentre ne sfioro i fianchi senza smettere di guardarla, seguendo la linea sinuosa che termina al seno. Lo sfioro con delicatezza, muovendo i palmi aperti contro i capezzoli induriti fino a che non si sporge in avanti, gli occhi lucidi per il desiderio; solo allora la carezza aumenta la sua pressione e le mani si chiudono a coppa, accompagnando il suadente sussurro che la raggiunge: «muoviti per me, Anita.»
Sentire il suo peso, vederla ondeggiare, percorrerne liberamente il corpo con le mani e con lo sguardo, è un sogno ancora così irreale da costringermi ad inumidirmi le labbra improvvisamente riarse. I suoi occhi sono fissi sul grande specchio che occupa uno degli angoli della stanza: osserva le sue anche andare avanti ed indietro in un crescendo di emozioni sempre più intense.
Cerco il suo sguardo attraverso la superficie riflettente: «ma petite», la chiamo, «guardami negli occhi, e che sia tra noi come avrebbe potuto essere sempre.»
Scuote la testa. «Non posso.»
«Devi lasciarmi entrare nella tua mente, come mi hai lasciato entrare nel tuo corpo.»
Sollevo il bacino verso l’alto penetrandola ancora più in profondità, inaspettatamente, rendendole difficile emettere qualcosa di diverso da un bisbiglio strozzato: «non so come.»
«Amami, Anita, amami.»
Solo allora i suoi occhi abbandonano lo specchio, spostandosi in un ampia parabola che percorre il pavimento, raggiungendo i miei con un’intensità che mi toglie il fiato: «Ti amo.»
«Allora lasciami entrare, ma petite, lascia che ti ami.»
Catturo il suo sguardo legandolo al mio, avvolgendolo con mille fili di seta prima di aprirle le profondità della mia mente. La trascino verso il basso ed il suo abbandono la fa cadere nell’oceano incandescente del mio essere, giungendo ad una fusione tale da non rendere possibile distinguere ciò che sono io da ciò che è lei. Sono nel suo corpo e nella sua mente: stimolo i suoi sensi ed i suoi pensieri al contempo.
La reticenza che ancora le impedisce un abbandono totale scompare nell’istante esatto nel quale l’orgasmo la coglie, in un’accelerazione improvvisa, cancellando il suo essere di singola persona per rimodellarlo in una forma più ampia e complessa. Sento il suo corpo nel mio ed il mio nel suo, non esiste più una definizione diversa da un noi che eccede la somma delle nostre persone. Questo è il sesso, e chi non ha mai provato nulla di simile si è limitato a sfiorare una pallida ombra di ciò che potrebbe essere.
Spazio e tempo si fondono in un istante al di fuori da ogni definizione, cristallizzandosi in un eterno qui ed ora, un punto luminoso privo di dimensioni, infinito ed impenetrabile, strappandomi un grido che si attorciglia scompostamente a quello più acuto di lei.

Non so dire quanto tempo è trascorso quando, ormai spossata, si abbandona su di me sfiorandomi gentilmente le braccia. Nessuna parola osa a spezzare il silenzio per un imprecisato numero di minuti, fino a quando non si lascia scivolare via, rannicchiandosi su un fianco. Lascio che lo faccia non senza una certa reticenza: mi piaceva sentire il suo calore attorno a me, mi faceva sentire… sereno.
«Non puoi più trattenermi con lo sguardo. Anche se te lo permettessi, potrei spezzare il legame in qualunque momento.»
«Sì, ma petite.»
«Ti disturba?»
Rubo una ciocca dei suoi capelli, passandola tra le dita in un movimento che concilia i pensieri. Potrei rispondere in mille modi differenti e non saprebbe che sto mentendo, ma decido di riservarle la sola verità.
«Diciamo che mi disturba meno di quanto avrebbe potuto disturbarmi qualche ora fa.»
Si alza su un gomito per potermi fissare diritto in volto, improvvisamente guardinga: «che significa? Che dopo aver fatto sesso con te non sono più pericolosa?»
«Tu sarai sempre pericolosa, ma petite.» Le concedo un sorriso indecifrabile, per poi sollevare il busto andando a sfiorarle le labbra in un bacio delicato. Imito quindi la sua posizione, girandomi su un fianco ed appoggiandomi ad un braccio così da sollevarmi a sufficienza per poter parlare.
«Un tempo avresti potuto spaccarmi il cuore con un paletto o con un proiettile,» le accarezzo una mano raccogliendola poco dopo per portarmela alle labbra, «adesso me lo hai tolto con queste mani delicate e col profumo del tuo corpo.» Ne bacio il dorso con estrema delicatezza, trasmettendole tutto il rispetto che provo per lei, per ogni parte di lei.
Lo sguardo che le rivolgo attirandola a me è allusivo e suadente, «vieni, ma petite, goditi la tua conquista.» Torna a sdraiarsi contro il mio torace, ma non si lascia incantare e tira indietro la testa per evitare il bacio che sto per darle: «non sei affatto conquistato», puntualizza con una decisione che non ammette repliche.
«Neanche tu, ma petite.» Le accarezzo la schiena con entrambe le mani dando voce a quei pensieri che già da tempo mi solleticano. «Sto cominciando a rendermi conto che non lo sarai mai e che questo è l’afrodisiaco più potente.»
«Una sfida eterna.»
Sì, «per tutta l’eternità»

28 Gennaio 2007

La notte del vampiro - capitolo 4


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Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

4. L’interrogatorio

 

Esco dalla pista di pattinaggio con un colorito verdastro e tremante di freddo. Ecco trovato un altro difetto del mio abbigliamento: non è adatto a controllare cadaveri abbandonati in palazzetti dello sport e posti simili.
Dolph mi si avvicina per sapere se ho scoperto qualcosa di nuovo, ma non posso far altro che scuotere il capo. «Confermo quello che già sospettavi: ci sono tracce di morsi sul collo ed i polsi le sono stati tagliati. Ha mandato lo sterno completamente in frantumi e deve aver proseguito a mani nude: la posizione scomposta delle ossa lo conferma.»
«La stessa tecnica del primo omicidio, con in più il taglio dei polsi. Perché credi l’abbia fatto?»
«Per poter tracciare il cerchio,» indico con il braccio in direzione dell’evidente striscia rossastra badando a non girare la testa, «non avrebbe potuto creare un disegno così regolare in nessun’altro modo.»
«Dunque l’ha prima uccisa, quindi le ha tagliato i polsi per far gocciolare il sangue sul ghiaccio, ed infine si è nutrito di lei per poi prenderle il cuore. Cristo Santo Anita, come diavolo fai a farti vedere in giro con gente del genere?»
«Non sono miei amici,» ribatto, piccata, «sto solo cercando informazioni su questo maledetto assassino, e se i vampiri sono gli unici a sapere qualcosa allora mi devo adeguare. Ho crocifisso, munizioni e pugnali d’argento sempre a portata di mano, non preoccuparti più del necessario, so badare a me stessa.»
Decisa e sicura, brava Anita: è così che si fa!
Quando mi sento chiamare da dietro le spalle mi volto d’istinto, trovandomi nuovamente a guardare il corpo straziato. Mi piego su me stessa tentando di trattenere il conato di vomito che mi assale, imprecando quando sento la mano di Dolph posarsi sulla mia spalla. «Per l’amor del cielo, falla coprire.»
«Sta arrivando il sacco. Ti faccio portare un antiemetico ed un po’ d’acqua? Forse è meglio che tu vada a riposare, continueremo da soli con l’interrogatorio del ragazzo.»
«…il ragazzo?»
«Testimone oculare, ma non credo sappia molto di vampiri e mostri simili.»
Lo guardo con un occhio ancora socchiuso, come se il solo allentare la tensione dei lineamenti potesse far tornare quella spiacevole sensazione. Se non altro questa volta non vomiterò sul cadavere. L’averlo fatto è uno degli episodi più imbarazzanti di tutta la mia carriera.
«Sputa il rospo: dimmi chi è il ragazzo e chi era la vittima, non mi rispedirai a casa prima di avermi detto tutto quello che devo sapere.»
«Ti stai facendo coinvolgere troppo, non sei un agente, questo non è il tuo caso.»
Gli indico la pista: «davvero? Non si direbbe.»
Indurisce la mandibola e resta in silenzio per qualche istante prima di rispondere, ancora reticente: «la vittima si chiama Lilian McPerson, 16 anni, abitava a qualche chilometro di distanza da qui e si stava allenando per i mondiali di pattinaggio artistico che si terranno il mese prossimo. Frequentava il secondo anno di college a St. Louis. Fidanzata con il capitano della squadra di rugby e ragazza pon-pon. Se non fosse in quello stato penserei alla vendetta di un’adolescente gelosa, ma a quanto pare non aveva rapporti difficili con nessuno, era l’incarnazione della brava ragazza. Ecco l’acqua,» si interrompe, porgendomi il bicchiere di plastica bianca che l’agente Finning gli aveva portato. «Bevi.»
Ho voglia di sedermi sulla panca che costeggia la pista e di nascondere il volto tra le mani gridando a quel pazzo assassino che non vedo l’ora di piantargli un intero caricatore dritto nel cuore, ma rischierebbe di essere considerata una crisi di nervi e servirebbe solo a farmi allontanare dal caso. Avere a che fare con i cadaveri è stressante, ma, ehi, sono la sterminatrice, io non ho tentennamenti davanti alla scena di un crimine. Certo, e domani pioveranno confetti rosa.
In un modo o nell’altro riesco a mantenermi in piedi, prendendo un sorso d’acqua e facendo cenno a Dolph di andare avanti.
Sospira, girando alcune pagine del suo taccuino come se cercasse dati più precisi di quelli che ricorda: «aveva prenotato la pista con scarso anticipo: non era una sessione di prove programmata, così il suo allenatore non era presente. I genitori sono partiti ieri per un viaggio d’affari ed ha approfittato della loro assenza per uscire di casa ed allenarsi anche a tarda sera. Con lei c’era solo il ragazzo che le faceva da partner in gara: Jonathan Crawley. Durante l’esercizio di coppia un intruso si è portato fino a bordo pista e li ha poi raggiunti camminando sul ghiaccio. La ragazza gli si è avvicinata intimandogli di andarsene, probabilmente credeva in una manovra di spionaggio delle altre concorrenti, ma non è riuscita a finire la frase che quel tizio l’ha presa per la gola. Il nostro giovane eroe si è fatto avanti per liberarla, ma quando ha visto i canini sporgenti se l’è data a gambe levate, lasciando che la ragazza se la cavasse da sola scalciando ed urlando. Dice di averci chiamato immediatamente, ma quando siamo arrivati abbiamo trovato quello che hai visto anche tu»
«Tutto questo lo sappiamo dal ragazzo?»
Dolph annuisce. Credo che abbia esaurito la sua riserva di parole dell’intera settimana, non è mai stato un tipo loquace.
«Dov’è adesso? Mi piacerebbe fare una chiacchierata con lui»
«E’ nello spogliatoio femminile insieme all’agente Sawing ed alla madre. Stavamo accertando che non nascondesse niente, ma gli abbiamo concesso una pausa quando sei arrivata.»
Mi guardo attorno cercando la porta d’accesso alle stanze degli atleti: «pausa finita, andiamo a rincuorarlo e a farci dire tutto quello che sa.»
«Ma petite»
C.azzo, mi ero dimenticata dell’allegra combriccola che avevo portato con me.
«Ma petite,» ripete ancora, come se mezz’ora fa non gli avessi rigorosamente vietato di chiamarmi così davanti alla polizia. La risposta gli arriva in malo modo, manifestando tutto il fastidio che provo: «cosa vuoi?»
«Essere utile. Posso percepire le menzogne, e il tuo amico poliziotto sospetta che il ragazzo ne stia dicendo.»
Dolph si limita a guardarlo con aria truce, immagino non gli faccia piacere sapere che qualcuno può leggere così bene le vibrazioni della sua voce.
«E’ vero?» Gli chiedo.
«E’ sconvolto, ed è un ragazzino,» sentenzia spazientito, «probabilmente non riesce a ricordare bene tutti i particolari. Alcuni elementi utili alla ricostruzione dei fatti non sono affatto chiari, li ha modificati più volte tra una risposta e l’altra. Non credo gli importi molto se il vampiro è entrato da destra o da sinistra: in questo momento la sua migliore amica è in un lago di sangue, otterremo da lui più chiarezza dandogli il tempo per pensare.»
«Bene. Jean Claude, metti la museruola ai tuoi degni compari e vieni con noi.»
Mi avvio, ma anche questa volta non riesco a muovere più di un passo che vengo fermata. La mano dell’agente Storr si chiude sul mio braccio nonostante sappia della mia scarsa pazienza verso il contatto fisico, soprattutto se si tratta di un contatto minaccioso.
«Anita,» mi guarda negli occhi come se volesse passare il suo pensiero direttamente nel mio cervello, «vuoi davvero portargli davanti un vampiro? Dopo quello che ha passato per causa di questi… esseri?»
Poso una mano sulla sua, invitandolo gentilmente ad allentare la presa: «dobbiamo sapere. E Jean Claude può farsi passare da umano.
«Ci serve, Dolph. A sedici anni si possono nascondere informazioni importanti pensando di fare un gran bene, ma io e te sappiamo che non è così. Se non ci dice tutto potrebbe incorrere in guai legali molto seri.»
D’accordo, le beghe giudiziarie del ragazzino in questo momento sono l’ultimo dei miei pensieri, ma una ragazza deve pur ricorrere a qualche trucco per avere la meglio su uomini grandi e grossi, non siete d’accordo?

Lo spogliatoio è piuttosto ampio: una doppia fila di armadietti in metallo giallo ricopre le pareti e ne occupa la parte centrale dividendolo in due corridoi paralleli. Panche di legno completano l’arredamento e sulla parete di fondo si apre un vano senza porta che da accesso al locale delle docce. Pratico e informale, come tutte le palestre.
Jonathan è avvolto in una coperta di lana. Regge tra le mani una tazza con il manico a forma di mazza da hockey e non da segno di voler allontanare lo sguardo dal liquido fumante. La madre gli accarezza i capelli mentre si preme un fazzolettino sulle labbra. Se il figlio è ancora sotto shock lei è già passata alla fase pianto a catinelle, o almeno così parrebbe dagli occhi rossi e dal cestino pieno di fazzolettini usati. Proprio quello che ci vuole.
Sospiro, sarà una lunga notte.
Il poliziotto che li affianca tiene le gambe leggermente divaricate e le braccia conserte, sembra appena uscito da un film di Bruce Willis: è il ritratto personificato del poliziotto in allerta, ma è la donna a spostare per prima lo sguardo su di noi, scoppiando in lacrime e stringendo tra le braccia il figlio ancora del tutto assente.
«Signora Crawley,» esordisce Dolph, «le presento Mss Blake, la nostra esperta di soprannaturale.»
Le tendo la mano ma non vengo corrisposta: si limita ad annuire al di sotto delle ciglia bionde e si lascia andare ad una nuova crisi di pianto. Jean Claude è alle mie spalle e non posso fare a meno di lanciargli un’occhiata furtiva: che sia lui a spaventarla? No, impossibile: sembra talmente umano che nessuno potrebbe scoprire l’inganno.
«Farò del mio meglio per aiutarvi, Mrs Crawley,» la rassicuro mentre torno a guardarla, «non è facile superare un’aggressione, molto spesso le conseguenze si ripercuotono anche sui familiari delle vittime. Vi consiglierò un bravo terapeuta, potrebbe esservi utile.»
Annuisce ancora, ma non sono sicura che abbia davvero ascoltato quello che le ho detto. Si stringe il figlio al petto rischiando di far rovesciare il contenuto della tazza che il ragazzo non ha ancora assaggiato. Storr prende in mano la situazione con il suo solito senso pratico: «accetti il consiglio, signora, ed ora lasci che l’agente Sawing l’accompagni fuori per prendere un po’ d’aria: è molto pallida, le farà bene.»
Con una frase piena di tatto è riuscito a evitare quello che temevamo tutti: un interrogatorio, per quanto edulcorato e innocuo, sotto gli occhi di una madre. Credo non ci sia nulla di peggio. Ora è troppo sconvolta, ma sono certa che non appena avrà riassunto un po’ di padronanza di sé sarà pronta a puntare il dito contro di noi e a rinfacciarci ogni singola domanda che avremo posto al suo adorato bambino. Meglio che non sappia cosa le sue giovani orecchie stanno per ascoltare.
Non fa resistenza, e barcollando sui tacchi alti si lascia sorreggere per un braccio fino alla porta. Non appena il battente si richiude mi posiziono in ginocchio davanti al ragazzo. Ha iniziato a dondolare avanti e indietro come un automa, così gli prendo la tazza dalle mani e la poso a terra accanto a me.
«Jonathan, puoi sentirmi? Sono Anita. Vorrei che mi raccontassi cos’è accaduto poco fa. Voglio aiutarti a trovare… a vendicare…» Scuoto il capo, cercando di ristabilire il collegamento tra lingua e cervello: «a identificare la creatura che hai incontrato questa notte.» Concludo con un sorriso rassicurate. Vorrei posare una mano sulla sua per fargli sentire un contatto amichevole, ma dopo un’aggressione non tutti lo gradiscono e lui mi sembra un po’ troppo scosso per tentare.
Dolph si siede a qualche metro da noi come un qualsiasi osservatore: non ha intenzione di intervenire. Anche Jean-Claude sceglie di non avvicinarsi, ponendosi a debita distanza, in una posizione tale da essere visibile sia a Dolph che a me. Immagino possa percepire la nostra diffidenza e non voglia accentuarla. Un punto per lui.
«Non vuoi che la polizia lo catturi una volta per tutte? Coraggio, dimmi qualcosa.»
Jonathan chiude gli occhi, deglutendo visibilmente. Quando li riapre sembra essere tornato in sé quanto basta per poter parlare. Mi racconta tutto per filo e per segno, si perde in particolari che non sembrano essere di nessuna importanza ma non lo fermiamo, ride convulsamente quando ci dice che il pezzo che stavano ballando l’aveva scelto Lilian, che aveva insistito fino ad arrivare a litigare con l’allenatore per poterlo ballare. Voleva a tutti i costi le note di Thriller. Profetico, no? Già. Come dargli torto?
«Bene Jonathan, grazie. Ed ora dimmi: Lilian ti parlava mai dei vampiri? Hai detto di essere il suo migliore amico, ti ha mai detto di avere incontrato qualcuno di loro o ti ha accennato a qualcosa che li riguardasse?»
«No,» scuote il capo freneticamente, «no, mai! Lei… lei li disprezzava, non avrebbe mai messo a repentaglio la sua anima come hanno fatto loro.»
«Era cattolica? Non portava crocifissi al collo.»
«Andava in chiesa ogni domenica, con sua madre, era molto credente. Non portava nessuna collana perché durante gli allenamenti bisogna togliere tutto: orologi, catenine, braccialetti. E’ per non rischiare di farsi male.»
I suoi genitori saranno sollevati all’idea che mentre veniva strangolata non ci fossero catenine a graffiarla. A volte mi verrebbe voglia di schiaffeggiare chiunque si inventi queste genialate. Meglio con un polso rotto o priva di vita? Mai, e dico mai, togliersi il crocifisso. E’ una regola elementare che andrebbe rispettata da tutti. Una volta ci si batteva per insegnare nelle scuole l’educazione sessuale, adesso dovremmo insistere per un po’ di sana educazione anti-vampiri.
«Per quale motivo stavate provando in tarda serata? Le gare sono tra più di un mese»
«E’ vero, ma all’inizio non dovevamo prendervi parte: solo le prime tre coppie passano il turno e noi ci eravamo classificati quarti. Lilian era molto dispiaciuta, si era allenata tanto. Poi Janis, la ragazza che è arrivata al secondo posto, si è fatta male. E’ stato un brutto incidente ed ora è in clinica con la gamba destra ingessata: non potrà pattinare per almeno due mesi più i tempi per la fisioterapia. Così dicono i dottori.»
Tira su col naso, abbassando lo sguardo sulla tazza che prontamente gli porgo.
«Grazie.» Ne prende un sorso. «Così ci siamo trovati improvvisamente tra i finalisti, ma eravamo indietro con la preparazione: pensavamo di non avere un’altra occasione fino al prossimo anno. Quelle prove ci servivano, altrimenti non avremmo mai avuto alcuna possibilità di vincita, e lei lo desiderava così tanto. Oh avreste dovuto vederla: ce la metteva tutta, era la migliore, davvero. Se avesse avuto un ballerino più capace di certo sarebbe arrivata al professionismo in un battito di ciglia. Lei era… era Lilian.»
Posa il mento sul petto mentre lacrime silenziose iniziano a rigargli le guance. Anche per lui la fase di shock può dirsi conclusa.
Mi rialzo sciogliendo i muscoli irrigiditi delle gambe, sono rimasta troppo a lungo nella stessa posizione. «Troveremo chi vi ha fatto questo. Ora bevi la tua tisana prima che si raffreddi del tutto.»
Mi avvicino ai due defilati osservatori.
«Cosa ne pensi?» Storr non perde tempo.
«C’è qualcosa che non va: perché il vampiro ha ucciso solo lei? Avrebbe potuto facilmente massacrarli entrambi e non lasciare scomodi testimoni. Voleva la ragazza, ma perché?» Sposto lo sguardo su Jean-Claude come se mi aspettassi una risposta a questa domanda.
«Il ragazzo sa più di quanto dice, ma petite, e mente. Non crede che la sua amica fosse una fervida credente»
«La vittima non era cristiana?»
«Non ho detto questo. Semplicemente il ragazzo non ne è così sicuro, nonostante, a quanto pare, la sua amica fosse un’assidua frequentatrice della parrocchia. Non leggo i suoi pensieri, posso solo dirti se dice la verità»
Si stringe nelle spalle, come se non si trattasse d’altro che di un piccolo contrattempo sulla strada della sua giustizia. Maledizione a lui, come fa ad essere così distaccato dopo aver visto il corpo senza vita di una ragazzina? Forse quando troveremo mister vampiro cattivo non gli ricorderò le leggi che impediscono di uccidere i succhiasangue: li lascerò massacrarsi a vicenda e poi richiederò un mandato di esecuzione per chi dei due riuscirà a sopravvivere.
«Va bene,» cerco di concentrarmi sul momento presente, «proviamo a scoprire qualcosa d’altro: avete già aperto il suo armadietto?»
Dolph annuisce, indicandomi uno degli sportelli semichiusi: «non sembra esserci nulla di strano: magliette di ricambio, qualche libro e qualche quaderno, sembra quello che si potrebbe trovare nello zainetto di qualsiasi adolescente, ma l’esperta di soprannaturale sei tu, tocca a te dirmi se c’è qualcosa che non va»
Apro lo sportello dipinto sentendomi come un ladro che fruga nei cassetti di uno sconosciuto: mi sembra di violare la privacy della ragazza, ma di certo non verrà a rendermi conto di questo. Dolph ha ragione, non c’è nulla di particolarmente indicativo: un quaderno di matematica, uno di letteratura inglese ed uno dalla bella copertina rigida ed i fogli ancora intonsi, probabilmente sarebbe dovuto diventare il suo diario. Ci sono anche un libro di poesie, qualche asciugamano ed un cambio per quando avrebbe terminato l’allenamento. Nulla di strano, insomma.
Sto per rimettere tutto a posto quando una voce mi ferma, è quella di Jean-Claude. Perché si è avvicinato così tanto senza che lo sentissi? Dannazione, odio quando capita.
«Qualcosa non va?»
Non sorride e non parla, il che può essere solo un vantaggio. Si limita a prendere dalle mie mani uno dei quaderni per mostrarmelo dal lato del dorsetto.
«E’ nero. Ed è vuoto, qual è il problema?»
«Guarda meglio, ma petite, guardalo spostandolo al di sotto di una luce diretta. L’illuminazione al neon non aiuta, dovrai sforzare i tuoi dolcissimi occhi, ma sono certo che non ti sfuggirà.»
«Da’ qui,» poso sulla panca quanto stavo per riordinare, riprendendo il quaderno con una certa ansia: un indizio è sempre un indizio, ma quando si brancola nel buio può diventare la tanto agognata luce al fondo di un tunnel.
L’agente Storr si è portato vicino al ragazzo per non lasciarlo da solo ma continua a guardare in nostra direzione: sa che se dovessi scoprire qualcosa di significativo non mancherei di informarlo, ed infatti non si sbaglia. «Dolph, posso prendere questo quaderno?»
«Cosa c’è scritto di importante?» Si alza, gorgogliando non so cosa nella ricetrasmittente prima di raggiungerci. «Sai che non posso lasciarti portar via nulla.»
«Guarda.»
Sposto il quaderno davanti a noi, facendo in modo che la copertina nera rifranga ripetutamente la luce.
«Ci sono dei simboli disegnati»
«Esatto. Simboli Sortiarius. E’ una setta di streghe, credono di poter forgiare il destino grazie alla magia.»
«Ne conosci qualcuna?»
«La sola che conoscevo è morta. E nel caso te lo stessi chiedendo la risposta è no: non l’ho uccisa io, ci ha pensato la sua stessa follia, ma posso cercare di scoprire qualcosa di più sul perché Lilian McPerson, l’emblema della brava ragazza, avesse uno dei loro grimori nascosto nella borsa di scuola.»
Riccioli brizzolati che ben conosco fanno capolino dalla porta proprio mentre chiedo nuovamente a Dolph il permesso di portarlo con me, per mostrarlo ad una studiosa di mia conoscenza.
«Ehi, Anita, vuoi forse iniziare a tenere un diario? Potresti scrivere un best seller e poi farlo pubblicare in ventisette stati. Anita Blake: la cacciatrice di vampiri. Suona bene. Quando sarai ricca e famosa ti ricorderai ancora del tuo poliziotto preferito?»
«Certo Zerbrowski, di lui mi ricorderò sicuramente. Di te invece non so.»
Si porta le mani al petto simulando un dolore lancinante: «la tua ingratitudine mi uccide…»
Non mi è dato scoprire quanto sarebbe durata la sua sceneggiata: «Zerbrowski!» Lo apostrofa Dolph, «riporta il ragazzo alla madre, possono andare a casa. Non allarmarla, ma dille che potremmo avere ancora bisogno di parlare con lui. Per questa sera non è il caso di insistere oltre.»
«Agli ordini capo,» obbedisce da buon poliziotto ma senza perdere il suo stile da attore consumato. Mi fa l’occhiolino portandosi una mano al cappello in un improbabile saluto militare: «mia amata, non sognarmi troppo questa notte.»
«Solo nei miei incubi, e salutami quella santa di moglie.»
Zerbrowski è fatto così, e se non ci fosse lui con il suo umorismo dissacrante probabilmente le scene del crimine sarebbero ancora più tetre di quanto già non siano. Talvolta l’ironia è l’unica arma per non somatizzare troppo i dettagli cruenti che siamo obbligati a vedere.
Dolph aspetta che la porta si sia richiusa, lasciando nella stanza soltanto me, lui e Jean-Claude: «Lo rivoglio entro ventiquattr’ore, non dimenticartene. Non posso far sparire gli effetti personali della vittima per troppo tempo. Domani i genitori torneranno dal viaggio e vorranno gli oggetti della figlia.»
«Ti ho mai consegnato qualcosa in ritardo?»
«Bada che non ci sia una prima volta.»
Uscita dalla stanza non posso fare a meno di sfogliare il grimorio ancora una volta prima di riporlo nella tasca del cappotto che tra poco potrò reindossare. Qui il mio lavoro è finito, ma la notte no, mi aspetta una visita al luogo dove spero di poter incontrare chi ha fatto tutto questo. Potrei rivelarlo a Dolph e portare con me una squadra di aitanti poliziotti, ma nessuno di loro è adeguatamente equipaggiato, senza pallottole d’argento verrebbero falciati uno ad uno ed io ho già troppe morti sulla coscienza.
Jean-Claude mi sfila il cappotto dalle mani e quando lo apre davanti a me sembra un lord ansioso di aiutare la sua Maria Antonietta. Peccato per lui che io sia dalla parte di Lady Oscar: pantaloni, scarpe comode ed armi affilate. Glielo tolgo dalle mani e lo indosso senza alcuna difficoltà: se sono in grado di colpire un bersaglio a venti metri di distanza saprò ben vestirmi da sola. «Andiamo, Dartagnan, abbiamo un altro appuntamento questa notte.»

28 Gennaio 2007

La notte del vampiro - Capitolo 3


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Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

3. Ice rink star

 

«Ricapitoliamo: vi siete messi in testa di pattugliare l’intero territorio alla ricerca dei nuovi vampiri arrivati dall’Europa. Non appena rintracciati passate subito alle minacce, per poi chiedere loro se preferiscono morire o riconoscere Jean-Claude come Master. Un vero atto di democraticità.»
«Esatto, è il nostro compito.»
La voce di Irina giunge dal sedile posteriore della mia auto, dove siede compostamente accanto a Fernand. Non sembra cogliere l’ironia delle mie parole, o forse è troppo intimorita dal trovarsi nella stessa auto con la sterminatrice per accorgersene, in ogni caso farglielo notare mi sembra quanto meno scortese. Se vuole credere nella democraticità della loro combriccola chi sono io per disilluderla? Mi limito dunque a guardarla dallo specchietto retrovisore scorgendola nel suo lungo e seducente abito nero. I capelli biondi spiccano per contrasto sul tessuto che le riveste le spalle, incorniciando i lineamenti pallidi e regolari, non è la divisa che una ragazzina userebbe per andare a scuola ma è sempre meglio di quello che indossava fino a poco prima. C’è da sperare che la sua bellezza faccia girare la testa a Zerbrowski quel tanto che basta perché non faccia battute sui miei accompagnatori. Zerbrowski è uno dei poliziotti che lavorano per Dolph alla Spook Squad, ufficialmente chiamata Regional Preternatural Investigation Team, cioè RPIT: una serie di nomi e sigle per definire la sezione peggio equipaggiata di tutta la polizia, quella che si occupa di crimini soprannaturali e che di tanto in tanto, cioè più spesso di quanto vorrei, richiede il mio parere di esperta. L’ispezionare cadaveri in pessime condizioni è uno dei tanti lati negativi del mio lavoro.
«Ma ieri sera non tutto è andato come previsto,» continuo, «uno dei nuovi arrivati si è rifiutato si seguirvi, è scappato e voi l’avete inseguito fino a trovarvi in una stradina senza uscita. Avete lottato ed avete avuto la peggio…»
«Ma petite, non ferire in questo modo il loro amor proprio, sii comprensiva.»
Jean-Claude è allungato sul sedile del passeggero, dove cerca ancora di destreggiarsi con la cintura di sicurezza che solo con una certa fatica l’ho convinto ad indossare: d’altra parte come si può dire ad un vampiro che quella striscia di plastica serve a salvargli la vita? Fatto sta che lo volevo legato, se non per la sua almeno per la mia sicurezza.
«Il nostro amico cattivo,» proseguo, pressoché ignorandolo ed alzando di un tono la voce, «ha ferito a morte Fernand e preso Irina in ostaggio per avere una possibile copertura durante la fuga. Arrivato nei pressi del Mississipi l’ha tramortita ed è scappato definitivamente. Fin qui è tutto giusto?»
«Lo è,» conferma Fernand, esitante, «quel vampiro era molto forte, doveva essere antico. Non credo che sa soli saremmo in grado di batterlo.»
«Inizia a sperare di sbagliarti, perché è proprio quello che tenteremo di fare questa notte. Era il suo nascondiglio che stavate cercando mentre vi aspettavamo?»
«Così il master ci aveva ordinato. E abbiamo avuto fortuna, crediamo di sapere dove si nasconde: è una cripta sotterranea nel cimitero monumentale, a ridosso del fiume, ma non siamo scesi a controllare.» Il timbro di voce di Irina è più fermo di quello del suo compagno, ma entrambi non riescono a nascondere il timore per la mia reazione. Se avessero sorpreso il vampiro nel suo antro ora forse ci troveremmo con un cadavere in meno. O con due in più, chi può dirlo? La vita non si fa con i se e con i ma.
«Mi accompagnerete fin lì, questa notte, ma non siete obbligati a seguirmi dentro la cripta.»
Anzi, forse mi sentirei più sicura non avendo attorno altri denti aguzzi. Trasportandone ben tre paia sulla mia macchina reputo tuttavia più prudente mantenere per me quest’ultima acuta osservazione.
La fiammella della speranza si è appena accesa nei loro occhi che Jean-Claude è già pronto a soffiarvi sopra per spegnerla: «verranno, e verrò anch’io. Se è davvero pericoloso come dicono allora ti servirà tutto l’aiuto che potremo darti.»
«Perché dovrei fidarmi di te?»
Gli lancio un’occhiata tanto fugace quanto sospettosa, per poi tornare a guardare la strada.
«Perché anch’io ho da amministrare la mia giustizia: chi mina la mia autorità deve pagarne il prezzo. Non lo voglio vivo più di quanto lo voglia tu, ma petite. Il mio scopo è puramente utilitaristico. Nonostante questo il poterti essere utile rende il compito ancora più gradevole, potrei persino sperare in una ricompensa.»
Il suo sorriso appena accennato spalanca la porta dell’immaginazione verso pensieri perversi e azioni che si osano compiere soltanto al buio: come diamine ci riesce? Forse dovrei smetterla di temere soltanto i suoi occhi.
In realtà ho da poco scoperto di essere immune allo sguardo ipnotico dei vampiri, ma non ne comprendo ancora a pieno il motivo e preferisco non correre inutili rischi: meglio usare troppa cautela piuttosto che troppo poca.
«Per ucciderlo è necessaria l’autorizzazione di un tribunale,» gli faccio notare meccanicamente, «altrimenti si tratta di omicidio.»
La legge c’è e va rispettata, almeno la maggior parte delle volte. Se sarà possibile seguiremo alla lettera la prassi, in caso contrario cercheremo solo di portare a casa la pelle.
Svolto a destra e scorgo le prime sirene della polizia.
Solita prassi: mostrare il cartellino, avvisare l’agente Rudolph Storr, detto Dolph, che sono arriva e lasciare la macchina in mezzo alla strada in totale assenza di un vero parcheggio. Se non altro posso essere sicura che non mi faranno la multa.
Sceso dalla macchina Fernand torreggia su tutti noi con il suo metro e novanta d’altezza. Solo Dolph potrebbe competere. Il cranio nero e rasato riflette le luci delle volanti, rendendolo inquietante nel suo bell’abito scuro. Nonostante questo è l’unico che conserva una parvenza di normalità mentre aiuta la sua compagna ad uscire dalla macchina e le porge il braccio per sostenerla. Anche Jean-Claude tenta la medesima mossa ma il mio sguardo è talmente eloquente da farlo desistere in tempo record.
«Restatemi vicini, non fate domande, non parlate, non mordete e non ipnotizzate nessuno. Mi sono spiegata?»
Annuiscono.
«Fantastico. Allora seguitemi, e cercate di non dare nell’occhio.»
L’American Ice Rink, il palaghiaccio, è una costruzione prefabbricata ad un piano, bianca e con grandi insegne rosse. Rosso è anche l’ingresso sporgente costruito in vetro e metallo. Niente di raffinato o di particolarmente notevole: qui si viene per sudare e fare sport, non per ammirare un’opera d’arte.
Non appena entrati Dolph mi viene incontro. Il dubbio riguardo ai miei accompagnatori gli si legge in volto, su quella lunga ruga che gli disegna la fronte.
«Mi stanno aiutando,» rispondo ancora prima che inizi a parlare, incalzandolo poi con domande di carattere pratico: «dov’è la vittima? Ci sono stati altri messaggi?»
Si sposta di lato, lasciandomi libera la visuale che da sulla pista da pattinaggio: «guarda tu stessa.»
La superficie di ghiaccio lascia intravedere in trasparenza la grande scritta colorata con il nome del complesso sportivo. Proprio lì in mezzo giace scomposto un corpo femminile più piccolo del mio. I capelli scuri sono legati in una coda di cavallo ed ai piedi porta pattini la cui pelle bianca è ormai crepata dall’usura. Il maglioncino di lana azzurra reca il logo della locale squadra di pattinaggio artistico, lo so perché anch’io, quand’ero al college, avevo una compagna che ne faceva parte. Non avanzo più di qualche passo che Dolph mi ferma prendendomi per un braccio: «vuoi che li faccia mettere sotto stretta osservazione mentre sei al lavoro?»
Non ho bisogno di chiedere a chi si stia riferendo: «no, non sarà necessario. Se puoi evita misure troppo drastiche, tienili sotto controllo con discrezione.»
Abbiamo sussurrato, ma non so dire con certezza se ci abbiano sentito o meno e, in tutta franchezza, non mi interessa particolarmente.
Tutta la mia attenzione è rivolta verso la superficie che circonda il corpo. Il carminio del sangue spicca sul ghiaccio assumendo una tonalità più vivida di quanto non sia in realtà, mettendo in rilievo il cerchio che è stato disegnato attorno alla ragazza e poi ancora, sulla destra, il mio nome, appena distinguibile tanto il liquido si è allargato sulla superficie ghiacciata senza potersi rapprendere. Il cuore, come nel caso della prima vittima, giace ormai freddo accanto all’ultima lettera.
Sento la rabbia montarmi dentro mentre indosso i guanti di lattice che uso per lavorare ed i pattini che mi sono stati consegnati per poter raggiungere il corpo.
I poliziotti seri insegnano che non bisogna prendere nessun caso come una questione personale. Vorrei sapere se si sono mai trovati a leggere il proprio nome vicino ad un cadavere martoriato.
Il freddo avrebbe potuto conservare la vittima rendendo il mio lavoro meno terribile del solito, ma il petto squarciato non aiuta: quel mostro l’ha praticamente sventrata per impadronirsi del cuore.
Ora che sono più vicina posso osservare i lineamenti con maggiore chiarezza: non deve avere più di sedici o diciassette anni. Le scosto i capelli che le sono ricaduti sul volto, risistemandola mentre cerco sul collo e nell’incavo delle braccia i segni lasciati dai canini. Quando guardo il vuoto macilento del suo petto mi sento quasi mancare, e non servono poteri paranormali per sapere che quest’immagine verrà a trovarmi per più di una notte.

«Ricapitoliamo: vi siete messi in testa di pattugliare l’intero territorio alla ricerca dei nuovi vampiri arrivati dall’Europa. Non appena rintracciati passate subito alle minacce, per poi chiedere loro se preferiscono morire o riconoscere Jean-Claude come Master. Un vero atto di democraticità.» «Esatto, è il nostro compito.» La voce di Irina giunge dal sedile posteriore della mia auto, dove siede compostamente accanto a Fernand. Non sembra cogliere l’ironia delle mie parole, o forse è troppo intimorita dal trovarsi nella stessa auto con la sterminatrice per accorgersene, in ogni caso farglielo notare mi sembra quanto meno scortese. Se vuole credere nella democraticità della loro combriccola chi sono io per disilluderla? Mi limito dunque a guardarla dallo specchietto retrovisore scorgendola nel suo lungo e seducente abito nero. I capelli biondi spiccano per contrasto sul tessuto che le riveste le spalle, incorniciando i lineamenti pallidi e regolari, non è la divisa che una ragazzina userebbe per andare a scuola ma è sempre meglio di quello che indossava fino a poco prima. C’è da sperare che la sua bellezza faccia girare la testa a Zerbrowski quel tanto che basta perché non faccia battute sui miei accompagnatori. Zerbrowski è uno dei poliziotti che lavorano per Dolph alla Spook Squad, ufficialmente chiamata Regional Preternatural Investigation Team, cioè RPIT: una serie di nomi e sigle per definire la sezione peggio equipaggiata di tutta la polizia, quella che si occupa di crimini soprannaturali e che di tanto in tanto, cioè più spesso di quanto vorrei, richiede il mio parere di esperta. L’ispezionare cadaveri in pessime condizioni è uno dei tanti lati negativi del mio lavoro.«Ma ieri sera non tutto è andato come previsto,» continuo, «uno dei nuovi arrivati si è rifiutato si seguirvi, è scappato e voi l’avete inseguito fino a trovarvi in una stradina senza uscita. Avete lottato ed avete avuto la peggio…»«, non ferire in questo modo il loro amor proprio, sii comprensiva.» Jean-Claude è allungato sul sedile del passeggero, dove cerca ancora di destreggiarsi con la cintura di sicurezza che solo con una certa fatica l’ho convinto ad indossare: d’altra parte come si può dire ad un vampiro che quella striscia di plastica serve a salvargli la vita? Fatto sta che lo volevo legato, se non per la sua almeno per la mia sicurezza.«Il nostro amico cattivo,» proseguo, pressoché ignorandolo ed alzando di un tono la voce, «ha ferito a morte Fernand e preso Irina in ostaggio per avere una possibile copertura durante la fuga. Arrivato nei pressi del Mississipi l’ha tramortita ed è scappato definitivamente. Fin qui è tutto giusto?»«Lo è,» conferma Fernand, esitante, «quel vampiro era molto forte, doveva essere antico. Non credo che sa soli saremmo in grado di batterlo.»«Inizia a sperare di sbagliarti, perché è proprio quello che tenteremo di fare questa notte. Era il suo nascondiglio che stavate cercando mentre vi aspettavamo?»«Così il master ci aveva ordinato. E abbiamo avuto fortuna, crediamo di sapere dove si nasconde: è una cripta sotterranea nel cimitero monumentale, a ridosso del fiume, ma non siamo scesi a controllare.» Il timbro di voce di Irina è più fermo di quello del suo compagno, ma entrambi non riescono a nascondere il timore per la mia reazione. Se avessero sorpreso il vampiro nel suo antro ora forse ci troveremmo con un cadavere in meno. O con due in più, chi può dirlo? La vita non si fa con i se e con i ma.«Mi accompagnerete fin lì, questa notte, ma non siete obbligati a seguirmi dentro la cripta.» Anzi, forse mi sentirei più sicura non avendo attorno altri denti aguzzi. Trasportandone ben tre paia sulla mia macchina reputo tuttavia più prudente mantenere per me quest’ultima acuta osservazione. La fiammella della speranza si è appena accesa nei loro occhi che Jean-Claude è già pronto a soffiarvi sopra per spegnerla: «verranno, e verrò anch’io. Se è davvero pericoloso come dicono allora ti servirà tutto l’aiuto che potremo darti.»«Perché dovrei fidarmi di te?» Gli lancio un’occhiata tanto fugace quanto sospettosa, per poi tornare a guardare la strada.«Perché anch’io ho da amministrare la mia giustizia: chi mina la mia autorità deve pagarne il prezzo. Non lo voglio vivo più di quanto lo voglia tu, ma petite. Il mio scopo è puramente utilitaristico. Nonostante questo il poterti essere utile rende il compito ancora più gradevole, potrei persino sperare in una ricompensa.» Il suo sorriso appena accennato spalanca la porta dell’immaginazione verso pensieri perversi e azioni che si osano compiere soltanto al buio: come diamine ci riesce? Forse dovrei smetterla di temere soltanto i suoi occhi. In realtà ho da poco scoperto di essere immune allo sguardo ipnotico dei vampiri, ma non ne comprendo ancora a pieno il motivo e preferisco non correre inutili rischi: meglio usare troppa cautela piuttosto che troppo poca.«Per ucciderlo è necessaria l’autorizzazione di un tribunale,» gli faccio notare meccanicamente, «altrimenti si tratta di omicidio.»La legge c’è e va rispettata, almeno la maggior parte delle volte. Se sarà possibile seguiremo alla lettera la prassi, in caso contrario cercheremo solo di portare a casa la pelle.Svolto a destra e scorgo le prime sirene della polizia. Solita prassi: mostrare il cartellino, avvisare l’agente Rudolph Storr, detto Dolph, che sono arriva e lasciare la macchina in mezzo alla strada in totale assenza di un vero parcheggio. Se non altro posso essere sicura che non mi faranno la multa.Sceso dalla macchina Fernand torreggia su tutti noi con il suo metro e novanta d’altezza. Solo Dolph potrebbe competere. Il cranio nero e rasato riflette le luci delle volanti, rendendolo inquietante nel suo bell’abito scuro. Nonostante questo è l’unico che conserva una parvenza di normalità mentre aiuta la sua compagna ad uscire dalla macchina e le porge il braccio per sostenerla. Anche Jean-Claude tenta la medesima mossa ma il mio sguardo è talmente eloquente da farlo desistere in tempo record. «Restatemi vicini, non fate domande, non parlate, non mordete e non ipnotizzate nessuno. Mi sono spiegata?»Annuiscono.«Fantastico. Allora seguitemi, e cercate di non dare nell’occhio.»L’American Ice Rink, il palaghiaccio, è una costruzione prefabbricata ad un piano, bianca e con grandi insegne rosse. Rosso è anche l’ingresso sporgente costruito in vetro e metallo. Niente di raffinato o di particolarmente notevole: qui si viene per sudare e fare sport, non per ammirare un’opera d’arte.Non appena entrati Dolph mi viene incontro. Il dubbio riguardo ai miei accompagnatori gli si legge in volto, su quella lunga ruga che gli disegna la fronte.«Mi stanno aiutando,» rispondo ancora prima che inizi a parlare, incalzandolo poi con domande di carattere pratico: «dov’è la vittima? Ci sono stati altri messaggi?»Si sposta di lato, lasciandomi libera la visuale che da sulla pista da pattinaggio: «guarda tu stessa.»La superficie di ghiaccio lascia intravedere in trasparenza la grande scritta colorata con il nome del complesso sportivo. Proprio lì in mezzo giace scomposto un corpo femminile più piccolo del mio. I capelli scuri sono legati in una coda di cavallo ed ai piedi porta pattini la cui pelle bianca è ormai crepata dall’usura. Il maglioncino di lana azzurra reca il logo della locale squadra di pattinaggio artistico, lo so perché anch’io, quand’ero al college, avevo una compagna che ne faceva parte. Non avanzo più di qualche passo che Dolph mi ferma prendendomi per un braccio: «vuoi che li faccia mettere sotto stretta osservazione mentre sei al lavoro?»Non ho bisogno di chiedere a chi si stia riferendo: «no, non sarà necessario. Se puoi evita misure troppo drastiche, tienili sotto controllo con discrezione.»Abbiamo sussurrato, ma non so dire con certezza se ci abbiano sentito o meno e, in tutta franchezza, non mi interessa particolarmente. Tutta la mia attenzione è rivolta verso la superficie che circonda il corpo. Il carminio del sangue spicca sul ghiaccio assumendo una tonalità più vivida di quanto non sia in realtà, mettendo in rilievo il cerchio che è stato disegnato attorno alla ragazza e poi ancora, sulla destra, il mio nome, appena distinguibile tanto il liquido si è allargato sulla superficie ghiacciata senza potersi rapprendere. Il cuore, come nel caso della prima vittima, giace ormai freddo accanto all’ultima lettera.Sento la rabbia montarmi dentro mentre indosso i guanti di lattice che uso per lavorare ed i pattini che mi sono stati consegnati per poter raggiungere il corpo. I poliziotti seri insegnano che non bisogna prendere nessun caso come una questione personale. Vorrei sapere se si sono mai trovati a leggere il proprio nome vicino ad un cadavere martoriato.Il freddo avrebbe potuto conservare la vittima rendendo il mio lavoro meno terribile del solito, ma il petto squarciato non aiuta: quel mostro l’ha praticamente sventrata per impadronirsi del cuore. Ora che sono più vicina posso osservare i lineamenti con maggiore chiarezza: non deve avere più di sedici o diciassette anni. Le scosto i capelli che le sono ricaduti sul volto, risistemandola mentre cerco sul collo e nell’incavo delle braccia i segni lasciati dai canini. Quando guardo il vuoto macilento del suo petto mi sento quasi mancare, e non servono poteri paranormali per sapere che quest’immagine verrà a trovarmi per più di una notte.

«Ricapitoliamo: vi siete messi in testa di pattugliare l’intero territorio alla ricerca dei nuovi vampiri arrivati dall’Europa. Non appena rintracciati passate subito alle minacce, per poi chiedere loro se preferiscono morire o riconoscere Jean-Claude come Master. Un vero atto di democraticità.» «Esatto, è il nostro compito.» La voce di Irina giunge dal sedile posteriore della mia auto, dove siede compostamente accanto a Fernand. Non sembra cogliere l’ironia delle mie parole, o forse è troppo intimorita dal trovarsi nella stessa auto con la sterminatrice per accorgersene, in ogni caso farglielo notare mi sembra quanto meno scortese. Se vuole credere nella democraticità della loro combriccola chi sono io per disilluderla? Mi limito dunque a guardarla dallo specchietto retrovisore scorgendola nel suo lungo e seducente abito nero. I capelli biondi spiccano per contrasto sul tessuto che le riveste le spalle, incorniciando i lineamenti pallidi e regolari, non è la divisa che una ragazzina userebbe per andare a scuola ma è sempre meglio di quello che indossava fino a poco prima. C’è da sperare che la sua bellezza faccia girare la testa a Zerbrowski quel tanto che basta perché non faccia battute sui miei accompagnatori. Zerbrowski è uno dei poliziotti che lavorano per Dolph alla Spook Squad, ufficialmente chiamata Regional Preternatural Investigation Team, cioè RPIT: una serie di nomi e sigle per definire la sezione peggio equipaggiata di tutta la polizia, quella che si occupa di crimini soprannaturali e che di tanto in tanto, cioè più spesso di quanto vorrei, richiede il mio parere di esperta. L’ispezionare cadaveri in pessime condizioni è uno dei tanti lati negativi del mio lavoro.«Ma ieri sera non tutto è andato come previsto,» continuo, «uno dei nuovi arrivati si è rifiutato si seguirvi, è scappato e voi l’avete inseguito fino a trovarvi in una stradina senza uscita. Avete lottato ed avete avuto la peggio…»«, non ferire in questo modo il loro amor proprio, sii comprensiva.» Jean-Claude è allungato sul sedile del passeggero, dove cerca ancora di destreggiarsi con la cintura di sicurezza che solo con una certa fatica l’ho convinto ad indossare: d’altra parte come si può dire ad un vampiro che quella striscia di plastica serve a salvargli la vita? Fatto sta che lo volevo legato, se non per la sua almeno per la mia sicurezza.«Il nostro amico cattivo,» proseguo, pressoché ignorandolo ed alzando di un tono la voce, «ha ferito a morte Fernand e preso Irina in ostaggio per avere una possibile copertura durante la fuga. Arrivato nei pressi del Mississipi l’ha tramortita ed è scappato definitivamente. Fin qui è tutto giusto?»«Lo è,» conferma Fernand, esitante, «quel vampiro era molto forte, doveva essere antico. Non credo che sa soli saremmo in grado di batterlo.»«Inizia a sperare di sbagliarti, perché è proprio quello che tenteremo di fare questa notte. Era il suo nascondiglio che stavate cercando mentre vi aspettavamo?»«Così il master ci aveva ordinato. E abbiamo avuto fortuna, crediamo di sapere dove si nasconde: è una cripta sotterranea nel cimitero monumentale, a ridosso del fiume, ma non siamo scesi a controllare.» Il timbro di voce di Irina è più fermo di quello del suo compagno, ma entrambi non riescono a nascondere il timore per la mia reazione. Se avessero sorpreso il vampiro nel suo antro ora forse ci troveremmo con un cadavere in meno. O con due in più, chi può dirlo? La vita non si fa con i se e con i ma.«Mi accompagnerete fin lì, questa notte, ma non siete obbligati a seguirmi dentro la cripta.» Anzi, forse mi sentirei più sicura non avendo attorno altri denti aguzzi. Trasportandone ben tre paia sulla mia macchina reputo tuttavia più prudente mantenere per me quest’ultima acuta osservazione. La fiammella della speranza si è appena accesa nei loro occhi che Jean-Claude è già pronto a soffiarvi sopra per spegnerla: «verranno, e verrò anch’io. Se è davvero pericoloso come dicono allora ti servirà tutto l’aiuto che potremo darti.»«Perché dovrei fidarmi di te?» Gli lancio un’occhiata tanto fugace quanto sospettosa, per poi tornare a guardare la strada.«Perché anch’io ho da amministrare la mia giustizia: chi mina la mia autorità deve pagarne il prezzo. Non lo voglio vivo più di quanto lo voglia tu, ma petite. Il mio scopo è puramente utilitaristico. Nonostante questo il poterti essere utile rende il compito ancora più gradevole, potrei persino sperare in una ricompensa.» Il suo sorriso appena accennato spalanca la porta dell’immaginazione verso pensieri perversi e azioni che si osano compiere soltanto al buio: come diamine ci riesce? Forse dovrei smetterla di temere soltanto i suoi occhi. In realtà ho da poco scoperto di essere immune allo sguardo ipnotico dei vampiri, ma non ne comprendo ancora a pieno il motivo e preferisco non correre inutili rischi: meglio usare troppa cautela piuttosto che troppo poca.«Per ucciderlo è necessaria l’autorizzazione di un tribunale,» gli faccio notare meccanicamente, «altrimenti si tratta di omicidio.»La legge c’è e va rispettata, almeno la maggior parte delle volte. Se sarà possibile seguiremo alla lettera la prassi, in caso contrario cercheremo solo di portare a casa la pelle.Svolto a destra e scorgo le prime sirene della polizia. Solita prassi: mostrare il cartellino, avvisare l’agente Rudolph Storr, detto Dolph, che sono arriva e lasciare la macchina in mezzo alla strada in totale assenza di un vero parcheggio. Se non altro posso essere sicura che non mi faranno la multa.Sceso dalla macchina Fernand torreggia su tutti noi con il suo metro e novanta d’altezza. Solo Dolph potrebbe competere. Il cranio nero e rasato riflette le luci delle volanti, rendendolo inquietante nel suo bell’abito scuro. Nonostante questo è l’unico che conserva una parvenza di normalità mentre aiuta la sua compagna ad uscire dalla macchina e le porge il braccio per sostenerla. Anche Jean-Claude tenta la medesima mossa ma il mio sguardo è talmente eloquente da farlo desistere in tempo record. «Restatemi vicini, non fate domande, non parlate, non mordete e non ipnotizzate nessuno. Mi sono spiegata?»Annuiscono.«Fantastico. Allora seguitemi, e cercate di non dare nell’occhio.»L’American Ice Rink, il palaghiaccio, è una costruzione prefabbricata ad un piano, bianca e con grandi insegne rosse. Rosso è anche l’ingresso sporgente costruito in vetro e metallo. Niente di raffinato o di particolarmente notevole: qui si viene per sudare e fare sport, non per ammirare un’opera d’arte.Non appena entrati Dolph mi viene incontro. Il dubbio riguardo ai miei accompagnatori gli si legge in volto, su quella lunga ruga che gli disegna la fronte.«Mi stanno aiutando,» rispondo ancora prima che inizi a parlare, incalzandolo poi con domande di carattere pratico: «dov’è la vittima? Ci sono stati altri messaggi?»Si sposta di lato, lasciandomi libera la visuale che da sulla pista da pattinaggio: «guarda tu stessa.»La superficie di ghiaccio lascia intravedere in trasparenza la grande scritta colorata con il nome del complesso sportivo. Proprio lì in mezzo giace scomposto un corpo femminile più piccolo del mio. I capelli scuri sono legati in una coda di cavallo ed ai piedi porta pattini la cui pelle bianca è ormai crepata dall’usura. Il maglioncino di lana azzurra reca il logo della locale squadra di pattinaggio artistico, lo so perché anch’io, quand’ero al college, avevo una compagna che ne faceva parte. Non avanzo più di qualche passo che Dolph mi ferma prendendomi per un braccio: «vuoi che li faccia mettere sotto stretta osservazione mentre sei al lavoro?»Non ho bisogno di chiedere a chi si stia riferendo: «no, non sarà necessario. Se puoi evita misure troppo drastiche, tienili sotto controllo con discrezione.»Abbiamo sussurrato, ma non so dire con certezza se ci abbiano sentito o meno e, in tutta franchezza, non mi interessa particolarmente. Tutta la mia attenzione è rivolta verso la superficie che circonda il corpo. Il carminio del sangue spicca sul ghiaccio assumendo una tonalità più vivida di quanto non sia in realtà, mettendo in rilievo il cerchio che è stato disegnato attorno alla ragazza e poi ancora, sulla destra, il mio nome, appena distinguibile tanto il liquido si è allargato sulla superficie ghiacciata senza potersi rapprendere. Il cuore, come nel caso della prima vittima, giace ormai freddo accanto all’ultima lettera.Sento la rabbia montarmi dentro mentre indosso i guanti di lattice che uso per lavorare ed i pattini che mi sono stati consegnati per poter raggiungere il corpo. I poliziotti seri insegnano che non bisogna prendere nessun caso come una questione personale. Vorrei sapere se si sono mai trovati a leggere il proprio nome vicino ad un cadavere martoriato.Il freddo avrebbe potuto conservare la vittima rendendo il mio lavoro meno terribile del solito, ma il petto squarciato non aiuta: quel mostro l’ha praticamente sventrata per impadronirsi del cuore. Ora che sono più vicina posso osservare i lineamenti con maggiore chiarezza: non deve avere più di sedici o diciassette anni. Le scosto i capelli che le sono ricaduti sul volto, risistemandola mentre cerco sul collo e nell’incavo delle braccia i segni lasciati dai canini. Quando guardo il vuoto macilento del suo petto mi sento quasi mancare, e non servono poteri paranormali per sapere che quest’immagine verrà a trovarmi per più di una notte.

28 Gennaio 2007

La notte del vampiro - Capitolo 2


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Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

2. Imprevisti al Guilty Pleasures

 

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.
Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.
Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.
Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.
«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso».
Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare.
Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: prego, signori, lasciate i vostri cappotti, ombrelli, anelli, collane e… i vestiti? No, quelli potete tenerli. Per adesso.
Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»
«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»
Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»
«Altrimenti? »
«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»
Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento.
«Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria.
«Cristo, non stavi scherzando?»
Muovo la testa in segno di diniego.
«Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso». Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare. Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: . Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»«Altrimenti? »«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento. «Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria. «Cristo, non stavi scherzando?»Muovo la testa in segno di diniego. «Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso». Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare. Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: . Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»«Altrimenti? »«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento. «Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria. «Cristo, non stavi scherzando?»Muovo la testa in segno di diniego. «Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

***

L’anticamera è avvolta nella penombra risultando poco più illuminata di quanto non sia il locale vero e proprio. Le pareti sono dipinte di nero, per aumentare l’aria lugubre insieme al sottile senso di inquietudine ed eccitazione di cui il Guilty Pleasures ha fatto il proprio punto di forza.
Un’umana dai lunghi capelli biondi prende in consegna il mio crocifisso, lasciandomi in cambio un bigliettino con su stampato il numero 32. Non mi sembra uno scambio equo, ma dubito di riuscire a convincerla del mio punto di vista. Le consegno anche sciarpa e cappotto: tutto ciò che mi può servire in caso di pericolo è ben nascosto sulla mia persona.
Tra me e il centro della festa resta solo un tripudio di tende in cangiante taftà bordeaux, della stessa tonalità con la quale sono rivestite anche tutte le pareti interne del locale. Sembra di essere in una grossa confezione di fiori. O in una bara.
Traggo un lungo respiro per infondermi coraggio e supero il ricco tessuto con lo stesso spirito di Dante tra le due sponde dell’Acheronte, con l’unica differenza che il suo Caronte, sarei pronta a scommettere, era meno pericoloso del mio.
Davanti ai miei occhi un numero indefinito di tavolini di lucido metallo occupa lo spazio antistante al palco, lasciando posto, sulla sinistra, all’ampio bancone del bar. Nei bicchieri della maggior parte degli astanti vedo un liquido rosso all’apparenza così simile al sangue da farmi rivoltare lo stomaco. Bloody Mary, ci giurerei, così come giurerei che la maggior parte dei presenti si sta crogiolando all’idea di quel rosso acceso che scivola nella propria gola.
Il chiacchiericcio è continuo e persino fastidioso: il palco è vuoto non fosse per le volute di fumo che da lì si spandono in tutta la sala, creando una densa nebbiolina che offusca la vista contribuendo ad esaltare il tanto ricercato torpore dei sensi.
«Ma petite,» una voce calda e sensuale supera la cortina di suoni raggiungendomi con la consistenza di una carezza. Mi volto quasi sobbalzando. Non l’ho sentito arrivare e non credo che la colpa sia da attribuire solo all’incessante brusio.
Sono più agitata di quanto vorrei e rimpiango di non essermi vestita diversamente: la gonnellina blu è improvvisamente diventata troppo leggera e troppo corta, ed anche il top che indosso non sembra più così perfetto, come l’aveva definito Ronnie quando mi aveva convinta prima a comprarlo e poi ad indossarlo. Ronnie è la mia migliore amica, e da qualche tempo a questa parte deve avermi eletta sua Barbie vivente considerato tutto il tempo che passa a scegliere per me abiti deliziosi e assolutamente inopportuni. Ok, avrei potuto rifiutare di indossarli, ma il gusto di Ronnie è impeccabile, sono le situazioni in cui riesco sempre a cacciarmi ad essere inadatte. Se non altro il morbido golfino di lana riesce a nascondere i pugnali legati su entrambi gli avambracci e la pistola ben posizionata nella fondina.
Jean-Claude accenna un lieve inchino mentre i suoi occhi maliziosi mi percorrono da capo a piedi: «E’ un vero piacere vederti, questa sera. E’ una delle rare occasioni in cui la realtà supera la fantasia.»
«Il nostro è un incontro di lavoro,» puntualizzo, «e non vedo l’ora di poter raggiungere qualsiasi altro posto non abbia liquido rosso dentro i bicchieri o sulle labbra di chicchessia.»
Forse sono stata troppo dura, ma è meglio mettere subito tutto in chiaro.
«Quanta fretta, ma petite,» sorride, ambiguo, come potrebbe fare un gatto che studia la preda, «la risposta che cerchi sta per arrivare, proprio in questo momento c’è chi sta indagando per noi.»
«Com’è possibile che tu non sappia il nome di quel vampiro? Sei il Master della città o è solo una gigantesca presa in giro?» Lo attacco senza averne motivo. E’ l’unica persona che può veramente essermi di qualche aiuto ed io non so fare altro che stuzzicare il suo autocontrollo. Fantastico, non me lo sono ancora davvero tolto dalla testa.
Allarga leggermente le braccia lasciando che i pizzi della camicia danzino attorno alle sue mani pallide e perfette. «Avvicinati,» mi invita con fare suadente.
«Perché tu possa ipnotizzarmi più facilmente? No, grazie.»
«Sei già stata tra le mie braccia e non ti è accaduto nulla, sarà così anche questa volta. Persino i sussurri possono giungere ad un orecchio attento, e nonostante non chieda di meglio che un incontro privato ora non ne ho il tempo: lo spettacolo sta per continuare.
«Scegli, ma petite: vuoi domare la tua impazienza o accettare la dolce tortura delle mie braccia?»
Mi tirerei indietro solo per cancellare la soddisfazione che gli si dipinge sul volto mentre muovo un passo in sua direzione, ma più velocemente di quanto mi aspettasi le sue braccia mi cingono ed il suo potere inizia a formicolarmi sulla pelle. Lo respingo, d’istinto, ma il posare le mani sul suo petto non fa altro che aggiungere disagio alla strana sensazione che già mi avvolge. Trattengo il respiro quando la sua stretta si fa più salda, impedendomi di allontanarmi, quasi mi manca l’aria. Non posso raggiungere la browning, rigorosamente caricata con pallottole d’argento, ma forse posso riuscire ad estrarre uno dei pugnali.
«Non farlo. Attireresti l’attenzione, mentre qui si recita solo il caldo saluto di una serva umana al suo master.»
«Bastardo,» sibilo, «mi stai usando per rafforzare il tuo potere»
«Anche,» mi interrompe con tono divertito, «ma non solo. Talvolta bisogna piegare il capo alla prudenza, soprattutto quando la situazione europea è tanto difficile da affollare il nuovo continente di vampiri sconosciuti.» La voce di Jean-Claude è poco più di un soffio, un brivido freddo che mi attraversa la schiena facendomi quasi tremare. Non ho mai conosciuto nessun’altro capace di usare la voce in questo modo.
Scuoto il capo, tentando di concentrarmi su quello che sta dicendo invece che su come lo sta dicendo.
«Stai cercando di farmi capire che qualcuno potrebbe sfidare la tua autorità?»
«No, sto dicendo che l’Europa non è così tollerante come l’America. Molti hanno chiesto asilo nel nuovo mondo nel timore di una repentina messa al bando, ma fin’ora non vi sono stati accenni di ribellione: non sarebbe il momento opportuno. Con ogni probabilità la maggior parte di loro sta solamente tentando di allentare vincoli troppo stretti intessuti nel vecchio continente.» Mentre parla le sue labbra mi sfiorano la guancia scendendo poi lungo il collo e lentamente mi spinge all’indietro, come se volesse farmi perdere l’equilibrio, costringendomi ad aggrapparmi a lui per non cadere.
«Prova a sfiorarmi con le zanne e sei un vampiro morto»
Ride, morbido come il velluto: «non ti arrendi mai, ma petite
«Mai,» confermo, vestendomi di una fermezza che subito si perde in un tremito quando il respiro, caldo e regolare, torna a solleticarmi l’orecchio in un sussurro. «Avremo modo di appurarlo, ma ora concedimi di accompagnarti al tuo tavolo: il pubblico mi reclama, e reclama lo spettacolo per cui è giunto fin qui.»
Annuisco silenziosamente, lasciando che mi conduca fino all’appartato tavolino che è stato preparato per me. E’ l’unico ad avere un cartoncino piegato a metà con la scritta riservato: il Guilty Pleasures è troppo raffinato per accettare prenotazioni, se non in casi eccezionali come tentativi di ricatti, di seduzione, omicidi o altri allegri passatempi del genere. Non ditemi che sono prevenuta: l’ultima volta che ho sentito parlare di tavoli riservati ho rischiato la vita giocando a nascondino con l’allora master della città. Credo che questo sia sufficiente a giustificare il mio costante stato di allerta.
Jean-Claude si allontana ancheggiando morbidamente, uno spettacolo a mio uso e consumo?, ma non prima di essersi esibito in una reverenza che sembra uscire direttamente da un quadro dell’ottocento: se solo i fratelli Lumiere fossero vissuti qualche secolo prima sarebbe potuto diventare una star del cinema invece che un vampiro, ed io non mi troverei in questa situazione. Scherzi del destino.

***

Lo spettacolo ha raggiunto il suo massimo potere ipnotico ed il pubblico è talmente coinvolto da non avere occhi che per il ballerino che si muove suadente sul palco.
Mantenere un salutare distacco, necessario ad evitare che la mente venga travolta nel gorgo empatico della passione, è tutt’altro che facile, ma non voglio rischiare di perdere il contatto con la realtà neppure per un istante ed è per questo che tengo entrambe le mani posate in grembo e ben strette a pugno: sono pronta a conficcarmi le unghie nella carne fino a sanguinare pur di non ritrovarmi in balia di un vampiro. Il dolore in questi casi è sempre un’ottima soluzione, quando il corpo si ribella ad una sensazione spiacevole è più difficile che l’ipnosi riesca a prendere il sopravvento.
Fortuna vuole che questa sera il mio lato masochista possa restare latente: un vampiro mai visto prima mi sfiora la spalla invitandomi a seguirlo. Indossa l’uniforme del servizio di sorveglianza: pantaloni di pelle, una maglietta nera sulla quale spicca in rosso la scritta security ed un cartellino col nome, Michael, appuntato sul petto. Se è uno dei nuovi assunti spero sia più perspicace del vecchio Buzz.
Ci allontaniamo dal centro della pista e non appena il rumore si attenua mi comunica con tono fin troppo professionale che Jean-Claude mi manda a chiamare. Bene, forse l’informatore che stava aspettando è finalmente arrivato.
Michael si dimostra un tipo di poche parole: quando giungiamo alla destra del bar si limita a scostare le tende nel punto giusto, rivelando una porta di legno tarlato. Bussa due volte e il battente si apre quasi immediatamente introducendoci in un ufficio dagli arredi estremamente caratteristici: le tende che rivestono le pareti sono di quel nero denso e luminoso che solo il raso e la seta riescono a conservare, lasciando che ogni altro oggetto vi si rifletta e vi si confonda come in un gioco di specchi. Il colore della notte e dell’oscurità è l’unico ammesso qui dentro, con la sola eccezione dei candelabri, eleganti svolazzi d’argento posti sulla scrivania dalla lucida laccatura e sopra il caminetto che sporge dirimpetto alla porta. Mi chiedo se questa stanza abbia il solo scopo di mettere in soggezione gli ospiti o se venga davvero utilizzata per lavoro: non c’è neppure l’ombra di un’impronta o di un foglio dattiloscritto a rovinarne la perfezione.
Un tappeto di lavorazione orientale copre il parquet, accogliendo sulla sua superficie un basso tavolino e due poltrone ora occupate da una donna troppo svestita e da un uomo di colore. Sono due vampiri, questo è indubbio, di un centinaio d’anni o poco più. Sembrano appena usciti da una scena sadomaso ma non ho il tempo per fare commenti. Jean-Claude si schiarisce la gola da dietro allo scrittoio richiamando la mia attenzione: «ma petite, permettimi di presentarti Irina e Fernand. Si stanno occupando di rintracciare tutti i vampiri recentemente sbarcati a St. Louis, ma ieri notte non tutto è andato come speravamo.»
«Hanno incontrato il nostro uomo?»
«Puoi chiederlo direttamente a loro.»
Mi rivolge uno dei suoi sorrisi migliori, indicando i suoi ospiti con un gesto che ricorda più la morbidezza dei felini che i movimenti delle membra umane: «hanno l’ordine di rispondere ad ogni tuo interrogativo.»
Annuisco, cercando di assumere lo sguardo truce che tante volte ho scorto negli occhi di Dolph durante uno dei suoi interminabili interrogatori. Certo, l’abbigliamento che indosso non gioca a mio favore, ma paragonato a quello dei presenti mi sento quasi un’educanda.
«Fissiamo due o tre regole: niente giri di parole e nessun discorso interminabile. Uno dei vostri mi sta cercando…»
«Non è uno dei nostri, ma petite, se lo fosse a quest’ora sarebbe già morto. Hai la mia parola.»
Quanto conta la parola di un vampiro? Non ho una risposta a questa domanda così mi limito a liquidare la questione con un gesto infastidito.
«D’accordo, non è uno dei vostri, ma mi sta cercando ed invece di venire a bussare alla mia porta, come farebbe qualsiasi persona educata, preferisce strappare il cuore dal petto di un giovane innocente. Se è la stessa persona che avete incontrato ieri voglio ogni minima informazione in vostro possesso, e soprattutto voglio sapere dove posso trovarlo».
Le occhiate impaurite che i due si stanno lanciando l’un l’altro mi danno un profondo senso d’orgoglio: wow, sono stata convincente, e dire che mi sono anche trattenuta dall’usare termini scortesi come “mostri”, “succhiasangue” ed altri epiteti coloriti.
«Allora?» Li incalzo, e questa volta è Fernand a rispondermi.
«Pensiamo possa essere lo stesso vampiro»
«Vai avanti»
«Avevamo finito il nostro turno e ci eravamo concessi qualche minuto di pausa prima di tornare al locale…»
Sono così concentrata sul racconto che quasi non sento il cicaleccio del cercapersone. E mer.da, possibile che ci sia bisogno di me sempre quando sono impegnata? Lancio uno sguardo al display riconoscendo il numero di Dolph.
«Posso usare il telefono?»
«Accomodati, ma petite,» mi invita Jean-Claude, spostando all’indietro la sedia per liberare lo spazio antistante all’apparecchio telefonico. Si tratta di uno di quei vecchi modelli, con la cornetta appesa ad una doppia forcina ed i numeri collocati su una struttura di plastica circolare, è un’immagine che ancora permane nei ricordi a causa del suono tutto particolare, antico, che si assapora utilizzandolo.
Inarco un sopracciglio senza dir nulla e mi limito a comporre frettolosamente il numero.
«Dolph, sono Anita, cos’è successo?»
Se non fossi in una stanza piena di vampiri chiuderei gli occhi, ma vista la situazione reputo più prudente limitarmi ad un profondo respiro: «ok, tra un quarto d’ora sarò lì.»
Un altro omicidio, dannazione, e sempre della stessa mano. Mi dirigo verso la porta facendo segno a Michael di togliersi dalla mia strada: «trovate qualcosa da mettervi addosso, un mantello o qualsiasi altro indumento senza cinghie e reti, il nostro amico ha colpito ancora. Mi racconterete il seguito in auto.»
Mi volto un’ultima volta lanciando loro un’occhiata significativa: «dobbiamo andare all’American Ice Rink. Adesso.»
«No, ma petite.» La voce di Jean-Claude mi raggiunge piatta e priva di intonazione: «Non manderò i miei vampiri sul luogo di un omicidio del quale la polizia sospetta di noi. Non da soli.»
«Fa come ti pare,» è quasi un ringhio, «ma bada a non starmi tra i piedi».
Mi sbatto la porta alle spalle, enfatizzando la rabbia che improvvisamente provo: un altro omicidio, un’altra vita spezzata, ancora una tomba sulla quale una famiglia si raccoglierà in lacrime.

28 Gennaio 2007

La notte del vampiro - Capitolo 1


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1. Sangue e cioccolata

 

«Te lo ripeterò solo una volta: se ti azzardi ad allungare le mani te le taglio. Di netto. Mi sono spiegata?»
«Magnificamente, ma petite
Mi risponde con il suo solito sorriso, così affascinante e seducente da far venire voglia di puntargli contro la pistola, giusto per essere certi che sia del tutto inoffensivo. Inarca un sopracciglio quasi mi leggesse nel pensiero: «hai la mia parola, Anita, non ti succederà nulla. Non questa notte.»
Porcaccia miseria, crede davvero di rassicurarmi? Volgo gli occhi al cielo mentre infilo la chiave nella serratura della porta: «non aspettare che ti ringrazi.»
«Non devo? Eppure mi sembrava di aver compreso avessi bisogno del mio aiuto.»
Un punto per lui. In effetti non l’avevo chiamato nel pieno della notte solo per un’amichevole chiacchierata: a quell’ora mi sarei dovuta trovare già da tempo sotto un cumulo di spesse coperte e con la sveglia in procinto di suonare, ma gli eventi avevano preso una brutta piega ed i miei riposanti programmi erano irrimediabilmente saltati.
Getto chiavi e cappotto sul divano color latte, sentendo la porta chiudersi alle nostre spalle.
«Vino?»
«Una cioccolata, se non ti dispiace.»
Mi volto a guardarlo, ma dove crede di essere: al bar? E poi da quand’è che i vampiri possono bere cioccolata? Che il cielo ci illumini, con Jean-Claude se ne scopre sempre una nuova. «Ma certo,» lo assecondo, «cioccolata sia, vuoi anche due fragoline di bosco come accompagnamento?» Non può non aver colto il tono ironico delle mie parole, ma evidentemente vuole che sconti la richiesta di aiuto con il totale annichilimento dei miei nervi: «se fosse possibile, non chiederei di meglio.»
E’ appoggiato mollemente alla parete, le mani nascoste nelle tasche dei pantaloni. Porta ancora indosso il solo cappotto sopra la camicia bianca ricca di pizzi e merletti. La maggior parte degli uomini inorridirebbe, temendo di sembrare effeminata per il solo prendere in considerazione l’indossarla, ma lui no, lui sembra sentirsi perfettamente a suo agio e non si può dargli torto. I bottoni aperti lasciano intravedere il torace bel modellato, attirando lo sguardo mentre il bavero alzato gli accarezza il collo, rendendolo decisamente desiderabile. Quando solleva un sopracciglio mi accorgo di essermi soffermata a guardarlo con troppa insistenza e cerco di recuperare una parvenza di autocontrollo: «dovrai accontentarti di qualche biscotto. Primo sportello accanto al frigorifero, lì troverai anche la cioccolata. Visto che ho chiesto il tuo aiuto tanto vale approfittarne fin da subito.» Se vuole trastullarsi con il cibo della mia dispensa non sarò io a fermarlo, basta che tenga i suoi denti lontani dal mio collo.
La sua risata mi accarezza leggera mentre gli volto le spalle, non capisco come faccia a restare tanto impassibile nonostante il mio atteggiamento decisamente poco gentile. Forse dovrei iniziare a comportarmi diversamente, ma non sono sicura di saper rispettare i limiti che mi sono posta se iniziassi a trattarlo da… umano. Deglutisco a vuoto, tutto sommato è meglio continuare così.
Premo il pulsante della macchina del caffé concentrandomi sul liquido nero che piano piano va a riempire la caraffa di vetro. Jean-Claude si accosta ai fornelli, osservandomi con divertita curiosità mentre cerco di evitare il suo sguardo. Si sfila il cappotto posandolo su uno sgabello e facendosi pericolosamente vicino, ignorando la mia mano che va istintivamente a controllare la pistola infilata nella cintura dei jeans. Posa sul ripiano di marmo cioccolata e biscotti, aprendo poi il frigo per cercare del latte: «ai tuoi ordini, ma petite.»
Sorride ancora, sembra terribilmente di buon umore questa notte, ma sarei pronta a scommettere che ben presto muterà espressione: ciò che sto per mostrargli è tutt’altro che entusiasmante.
Lo lascio alla difficile decisione del pentolino più adatto, allontanandomi in compagnia di una fumante tazza di caffè: «non credo ti convenga,» tento di scherzare mentre mi siedo a gambe incrociate davanti alla tv.
La cassetta è già nel videoregistratore ed ho tutto il tempo di riavvolgere il lungo nastro magnetico. Mi chiedo cosa dirà dopo averlo visto, se saprà e se vorrà fornirmi le informazioni che mi servono. Può il master della città cooperare con la giustizia?
Lo sento fermarsi al mio fianco, silenzioso come un gatto. Mi tende la mano invitandomi ad alzarmi, ma la sua offerta è presto rifiutata mentre mi rimetto in piedi senza bisogno d’aiuto: «non sono invalida, Jean-Claude, posso alzarmi da sola.»
«Lo vedo,» risponde, accarezzandomi con uno sguardo che è come un piacevole getto d’acqua calda. Non faccio in tempo a riprendermi che precede ogni mia prevedibile protesta, accomodandosi sul divano mentre mi mostra la tazza intoccata: «ed ora che entrambi abbiamo di che scaldarci possiamo venire al dunque, ma petite? L’alba si avvicina.»
L’implicazione delle sue parole è piuttosto evidente e non senza apprensione gli porgo il telecomando. Da quando Dolph mi ha mostrato il video mi sono sforzata di riguardarlo, ma senza fortuna quanto ad indizi.
«Siedimi accanto, ma petite,» mi invita dolcemente allungando verso di me una mano che dovrà tuttavia riabbassare anche questa volta: «no,» rispondo scuotendo il capo, «non ho nessuna intenzione di rivedere quel video. Anzi, elimina del tutto l’audio: grazie a Dio non è necessario.»
Mi allontano dal divano andando a posizionarmi dietro alla tv, così da usarla da appoggio per la tazza di caffé ormai dimezzata. Posizione splendida, non solo evito di guardare lo schermo ma posso anche osservare le reazioni di Jean-Claude, elemento non trascurabile.
Ne seguo i movimenti mentre abbassa lo sguardo sul telecomando: «è così terribile, ma petite
«Se avessi voluto raccontartelo l’avrei fatto, Jean-Claude, premi quel tasto e fatti una tua opinione.»
Inarca un sopracciglio, forse chiedendosi cosa mi abbia turbata tanto, ma fa come gli ho detto e tanto mi basta.

Il video è in bianco e nero, come lo sono tutti quelli catturati dalle videocamere di sorveglianza. Sembra un supermercato, probabilmente uno di quelli aperti tutta la notte. Un ragazzino è appollaiato su una sedia davanti alla cassa, sta leggendo un fumetto quando le porte scorrevoli si aprono facendo entrare un uomo decisamente alto. I capelli sembrano neri, ma per quello che si riesce a capire potrebbero essere anche di un castano molto scuro, in ogni caso coprono i lineamenti tanto da renderlo irriconoscibile. Il commesso nasconde il fumetto come se fosse stato colto in fallo e subito si avvicina per poter essere utile, strappando all’uomo un sorriso che non promette nulla di buono.
Non parlano, non ne hanno il tempo, il movimento è talmente rapido da sembrare il gioco di un illusionista particolarmente dotato: l’istante precedente la mano del cliente è distesa lungo il fianco mentre nel successivo cinge in una morsa la gola del ragazzo, sollevandolo da terra come un umano non potrebbe mai fare. L’agonia non è lunga: il collo si spezza per la pressione esercitata decretando una morte senza riserve.
Gli occhi di Jean-Claude di assottigliano mentre in video il corpo senza vita viene deposto a terra e la sua divisa squarciata all’altezza del petto. Il cliente si vi si china sopra, ma il bancone copre parte della scena e per molti lunghi minuti non si comprende ciò che sta accendo. Quando torna ad alzarsi la mano destra è bagnata di un liquido lucido e vischioso che gocciola sulla moquette via via che si avvicina al bancone, oltrepassandolo fino a trovarsi al posto poco prima occupato dal giovane. Con un unico gesto del braccio spazza via quanto vi era posato ricavando una superficie perfettamente libera e dolorosamente bianca: un foglio anomalo per un messaggio anomalo. Porta la mano gocciolante sul piano, tracciando con meticolosità ogni singola lettera. Una A ed una N sono le sole visibili, tutto il resto è coperto dal suo corpo. Ammira per qualche secondo la sua opera per poi abbandonarvi accanto la fonte dell’aberrante inchiostro. Occorre un attimo per comprendere di cosa si tratti, un istante in cui non si può far altro che rifiutare la consapevolezza che piano piano si fa strada nella mente, allontanando i conati di vomito che stringono lo stomaco senza che ci si possa opporre.
Il cuore del ragazzo giace immobile sulla sinistra dello schermo, mentre l’assassino concede alla telecamera il più ferale dei sorrisi rivelando i canini insanguinati: aveva provveduto anche a nutrirsi.

Jean-Claude ha già puntato il telecomando in direzione del registratore con l’intenzione di spegnerlo, probabilmente crede di aver visto abbastanza da poter intuire cosa voglio da lui. L’uomo del video è però più svelto: scivolando oltre il bancone lascia finalmente la sua scritta in balia dell’occhio della telecamera.
«Anita… Anita Black?» Jean-Claude distoglie gli occhi dallo schermo per riportarli su di me: «credo tu abbia un problema, ma petite
«Grazie per avermelo fatto notare, mi era sfuggito,» ribatto sarcastica, «perché credi che ti abbia chiamato? Conosci quell’essere? E’ un vampiro.»
Annuisce senza tradire alcuna emozione, vestendosi di quella maschera impassibile che riserva alle situazioni difficili: «sì, è un vampiro, ma non uno dei miei,» risponde con semplicità, facendo scattare il nastro all’indietro per fermarlo sul primo piano dell’uomo.
«Nessuna idea, nessun indizio, nessuna offerta d’aiuto?» Inizio ad innervosirmi: odio chi mi guarda con passività, vera o presunta che sia: «hai letto cosa c’è scritto su quel bancone? E’ il mio nome, Jean-Claude, quel vampiro voleva dirmi qualcosa ed io non ho ancora capito cosa diavolo vuole da me. Quel ragazzo è morto per causa mia ed io sono qui a guardare quello stupido video senza che mi venga in mente una buona idea per individuare e fermare qual pazzo criminale!»
«Calmati, ma petite, calmati.» Si era alzato avvicinandosi così tanto da potermi sfiorare le spalle con le mani pallide e delicate: «cercherò di scoprire il suo nome». Detto questo si allontana in direzione della porta facendomi improvvisamente sentire la mancanza di quel tocco rassicurante. Rassicurante? Da quando definisco i vampiri rassicuranti? Devo essere impazzita. Scuoto il capo e lo sguardo cade sulla tazza di cioccolata ancora colma: «non l’hai bevuta.»
«Lo sai che non posso.»
«E allora perché l’hai chiesta?»
«Per sembrare più umano, ma petite
Non posso fare a meno di abbozzare un sorriso, restando stranamente senza parole «Grazie, Jean-Claude.»
«Buon riposo ma petite, ti aspetto domani al Guilty Pleasures.»
Non faccio in tempo a rispondere che si chiude la porta alle spalle lasciandomi a bocca aperta «Al Guilty? Razza di viscido uomo zannuto!» Mi lascio scappare un ringhio sommesso sollevando la tazza per portarla al lavandino. «Perché non bevi la cioccolata… che razza di domanda idiota.»

27 Gennaio 2007

Eliandill Backgound


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Le regole non le erano mai piaciute, meno che mai quelle che la tenevano per ore immobile nella stessa posizione per cercare di tirar fuori qualcosa di vagamente ascoltabile da un’arpa o da un liuto. Avevano provato anche a farle suonare un clarinetto, una volta, ma i risultati erano stati tanto disastrosi che il maestro aveva fatto finta di non vedere quand’era sgattaiolata oltre la radura, poco più di mezz’ora dopo. Dovevano rassegnarsi: non aveva ereditato neppure una briciola del talento di sua madre. Era intonata, certo, ma nulla di più. Stranamente questo non le dispiaceva: le dava modo di restare in disparte durante le feste e le cerimonie ufficiali, senza preoccuparsi che qualcuno la invitasse a dimostrare la sua bravura o che attirasse l’attenzione su di lei lodandola per chissà quale merito.
Eliandill era caparbia, indipendente, determinata ed assolutamente incontrollabile. Trascorreva le sue giornate fuggendo ai doveri imposti ai giovani elfi suoi coetanei, nascondendosi nelle zone verdi comprese all’interno delle invalicabili difese di Eredania. Nella sua ingenuità ciò che davvero non riusciva a sopportare, tuttavia, era di non essere ancora riuscita a scovare il modo per oltrepassare le difese naturali e magiche che la proteggevano e, allo stesso tempo, sembravano costringerla in un mondo parallelo a quello esterno, dove persino lo scorrere del tempo risultava differente: la brama di vita era come una malattia che la stava lentamente divorando. Trascorreva ore cercando di muoversi tra gli alberi il più silenziosamente possibile, per sorprendere uno dei tanti animali che abitavano i giardini o per cercare di seguire, senza essere scoperta, le pattuglie che controllavano i confini della città. Prima o poi qualcuno si sarebbe dimenticato di sigillare maniacalmente l’uscita, ed allora…
A poco a poco i soldati si abituarono a vederla gironzolare attorno agli stretti varchi d’accesso ed alcuni, appena terminato il turno di guardia, finivano per lasciarsi coinvolgere dai suoi sogni ad occhi aperti, sorridendo e scuotendo il capo davanti alla smania di libertà della gioventù. Da grande sarebbe diventata un temibile soldato, proprio come suo padre, e sarebbe potuta uscire dalla città con divisa, spada e tutto il resto, ormai aveva deciso, ma era necessario iniziare subito il suo addestramento, altrimenti sarebbe diventata troppo grande e l’avrebbero costretta a passare la vita cantando canzoni alle stelle, come fanno i lupi davanti alla luna piena: bisognava battere sul tempo sua madre ed i suoi insegnanti; così disse, e la sua freschezza era tanto contagiosa che pochi giorni dopo le venne donato in gran segreto un arco decorato con fregi bianchi e oro, con il quale poteva allenarsi lontano da sguardi indiscreti.
Fu Meliandrill a procurarglielo, prendendola sotto la propria protezione e insegnandole ad usarlo con una certa abilità.
Con gli anni aumentarono gli impegni dovuti alla sua istruzione, aprendole nuovi orizzonti e cambiando radicalmente le sue prospettive future. Le lezioni di lettura e scrittura le permisero di accedere ad un mondo incantato, quello dei libri, dove le storie che aveva sempre immaginato prendevano corpo l’una dopo l’altra, facendole divorare intere pagine con una voracità inaspettata. Aveva finalmente trovato qualcosa capace di saziare la sua fame d’avventura, ma non era ancora tutto: Maestro Aemir, che le aveva impartito le nozioni base di magia, era rimasto sorpreso dalla facilità con la quale riusciva a cogliere le sottili sfumature dell’Arte ed in poco tempo Eliandill si trovò, per la prima volta, al centro dell’attenzione. Pensò addirittura di fingere di non capire pur di allontanare da sé lo sguardo liquido del Maestro, ma la verità era che adorava sentirlo parlare della Trama magica e di come essa si comportasse, sarebbe rimasta per giorni ad ascoltare storie sui grandi maghi del passato e del presente.
Alla teoria seguì la pratica, ore ed ore di luci fatue, meditazioni, esercizi di una monotonia mortale. Certo, bisognava apprenderli ed erano utili per eseguire quanto veniva successivamente richiesto, ma sarebbe stato sufficiente dedicarvi la metà del tempo. Cosa vi era di così complicato?
Nuovamente angustiata dalla noia non si accorgeva che quelle stesse parole venivano rivolte a lei durante le lezioni di musica: cosa vi è, in fondo, di così complicato?
I metodi di insegnamento erano, ne era certa, completamente sbagliati e scarsamente flessibili: non serviva a nulla pensare di avere talento se non si aveva occasione di dimostrarlo, quale che potesse essere l’esito finale.
Avrebbe accettato anche l’insuccesso se solo le fosse stata data l’opportunità di gestire personalmente il proprio ritmo d’apprendimento.
Prese, sempre più spesso, a sgattaiolare nella biblioteca privata del maestro, leggendo decine di tomi dei quali non capiva nulla ma che la motivavano più di qualsiasi altra promessa: ancora qualche anno, ancora qualche sforzo, ancora una notte trascorsa a ripetere e ripetere interi alfabeti e formule magiche per essere sicura che, al momento opportuno, non sarebbe stata tradita da uno sciocco errore di pronuncia o dal venir meno della memoria, ancora una pagina, ed un’altra, e la sua sete di Conoscenza avrebbe avuto sollievo.
Fu proprio durante una notte come questa, mentre era china su un tomo dalla copertina di consunto cuoio verde, che passi concitati la fecero sobbalzare.
Spense la candela appena in tempo, ma non fu sufficiente: la porta si aprì mostrando la figura accigliata di Mastro Aemir.
Seguì una lite furibonda, durante la quale i due contendenti si ferirono a colpi di provata delusione e incapacità d’insegnamento. Così le luci vennero accese a giorno, i suoi genitori convocati ed il libro rimesso a posto nonostante le veementi proteste: le sarebbe toccata una punizione, una esemplare, le dissero, ma di certo non si sarebbe lasciata spaventare da una stupida minaccia. Se le avessero tolto la magia avrebbe usato il ricatto più antico del mondo: avrebbe smesso di mangiare, avrebbe finto di stare male, avrebbe lasciato che il suo metro e sessanta non raggiungesse i quaranta chili ed avrebbe portato la sua pelle di porcellana verso il colore grigiastro della malattia. Avrebbe vinto lei. Non sarebbero riusciti a sottrarla al fascino delle Arti Arcane.
La punizione non arrivò, non ve ne fu il tempo.
La città venne attaccata dai Grigi e fu il caos: il mondo esterno irruppe oltre le difese di Eredania con violenza e crudeltà, tingendosi di rosso sangue e del grigio polveroso della distruzione e di quello scintillante delle armi inutilmente brandite. La situazione si faceva più critica via via che passava il tempo ed Eliandill non aveva capacità sufficienti per poter essere davvero di una qualche utilità: la battaglia era riservata ai grandi del suo tempo e non poteva fare altro che restare in disparte nelle fila di coloro che andavano protetti.
L’idea che qualcuno dovesse perdere la vita per difendere la sua, tuttavia, le risultava tanto insopportabile da spingerla a cercare un modo per esorcizzare la paura e l’orrore dei combattimenti. Vincendo la timorosa immobilità iniziò a svolgere le mansioni più diverse: aiutò a sistemare le provviste di cibo, pulì armi e imparò a costruire frecce, rese omaggio ai caduti e osservò tutto con attenzione, imprimendo nella sua mente quelle immagini che non potranno mai più abbandonarla.
L’arrivo di rinforzi da Deeland fu sconvolgente, nel bene e nel male: da un lato gli armati umani portavano nuova speranza, dall’altro si vestivano di usi e costumi del tutto diversi dai suoi; le loro voci erano più alte, il corpo più imponente e sui loro volti vi erano corti ed ispidi peli a formare quella che nel loro linguaggio veniva chiamata barba. Ancor più che dai guerrieri umani, tuttavia, fu colpita dalle voci che presero a circolare a proposito degli eletti di Tyra: maghi di grande conoscenza, il cui potere avrebbe riconsegnato la città nelle mani dei suoi legittimi abitanti.
Eliandill sentì rafforzarsi la sua fede nella dea, che pregò con sempre maggiore intensità così come già accadeva per il Padre degli elfi.
Quando lo scudo magico a difesa del territorio venne infine ripristinato, ciò che seguì fu un inestricabile intreccio di sollievo e disperazione. Nel pieno dell’azione non vi è spazio per complicazioni inerenti il futuro e tutto ciò a cui è opportuno pensare è il presente. Quando, invece, subentrano la lentezza della ricostruzione ed il conto dei caduti la città non può che ammantarsi di una pesante cappa di dolore e di tristezza, divenendo simile ad un grande monumento di commemorazione agli eroi.
Eliandill si trovò a scoprire l’amore per la sua terra nel momento stesso in cui questa le veniva restituita in macerie. L’impegno che profuse nella ricostruzione fu encomiabile, tanto più che la sua presenza tra la gente comune, durante l’assedio, le aveva procurato non poche amicizie, e non era ora inconsueto che i momenti di lavoro passati fianco a fianco con i maghi superstiti venissero utilizzati per narrare vecchie storie di magia, fornire suggerimenti sugli errori da lei commessi o per rispondere alle sue infinite domande sull’Arte.
Mese dopo mese la vita tornò, per quanto possibile, alla normalità, rendendole ancora più intollerabile l’idea di restare ad Eredania per trascorrervi il resto della propria esistenza. Decise dunque di provare a cercare altrove la propria serenità, unendosi alla prima delegazione in partenza per una delle grandi città del continente. Il fato scelse per lei la perla dell’ovest: Mildorne.
Il viaggio fu relativamente tranquillo seppure vadano annoverati alcuni incontri poco piacevoli ma rapidamente superati anche grazie, questo la rese ebbra di gioia, ad alcuni incantesimi che aveva lanciato lei stessa.
Il gruppo si divise davanti alle porte della città, lasciandola per la prima volta senza una vera meta da raggiungere: prima aveva inseguito la libertà, poi la sopravvivenza, ed ora? Doveva trovare un biblioteca, una scuola di magia o qualsiasi luogo di studio, era ovvio, ma dove, da che parte?
Un sospiro le sollevò ed abbassò il petto mentre si accingeva a chiedere ad un passante le prime informazioni.

Descrizione:

Capelli scuri come la pece fanno contrasto con il pallore dell’incarnato, evidenziando grandi occhi verdi e profondi. Le iridi, screziate d’oro, si tingono spesso di malinconica inquetudine, rivelando forse più di quanto lei stessa vorrebbe.
Il suo aspetto è allincirca quello di una ragazzina di 17 anni umani, esile ed aggraziata, orgogliosa delle sue lunghe orecchie e del sangue elfico che le scorre nelle vene.
Indossa abiti semplici e comodi, adatti a percorrere lunghe distanze seguendo il suo desiderio di novità e rinnovamento. L’unico vezzo è un nastro che usa per legare i lunghi capelli in modo tale che non la infastidiscano durante il giorno.

Curiosissima, ama osservare le persone cercando di coglierne le manie e le particolarità. Non parla molto ma non per questo disdegna conversazioni che sappiano stimolare il suo interesse ed è assolutamente incapace di resistere ad un duello verbale.

Odia il vento, l’odore cannella, i luoghi troppo rumorosi e chi parla ad alta voce; si sente infastidita da chiunque le si avvicini troppo.
Trascorrerebbe ore passeggiando in qualsiasi luogo la natura è padrona, sia esso un ordinato giardino o una rigogliosa foresta, non ama le calzature e cammina a piedi nudi ogni qualvolta le è possibile; ha una predilezione per il colore verde ed in funzione di un particolare ricordo adora il profumo dei campi durante la mietitura.

26 Gennaio 2007

Il viaggio - Come l’occhio di un gatto (3 di 3)


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Vadania trattenne il fiato mentre il pulsare impazzito del cuore le rimbombava nel petto. A quale verità conducevano le parole di Gareth? Quel nome, Sell-en-morn, era solo un tentativo di derisione nato dai pettegolezzi e dalle dicerie riguardo all’allontanamento di suo padre dalla città. Nessuno sembrava tuttavia conoscerne il motivo e, soprattutto, nessuno fino ad allora sembrava disposto a raccontarglielo. Così, dopo anni di inutili domande, aveva deciso smettere di soffrire per una creatura che non aveva mai incontrato e delle cui azioni si era trovata a dover sopportare le odiose conseguenze. Per quanto le importava, in quello stesso momento poteva essere morto o in preda alla disperazione, non avrebbe mosso un dito per soccorrerlo. Era solo un fantasma di cui si favoleggiava senza sapere chi fosse davvero, e lei non voleva averne nulla a che fare, quale potesse essere il segreto che attorniava la sua torbida figura. Eppure…
Scosse il capo per allontanare ogni possibile congettura, servendosi della prudenza e del timore con cui avrebbe maneggiato una vecchia balestra puntata contro il proprio petto, nella speranza di non dover assaggiare il morso della freccia che ancora vi era incoccata.
Il braccio di Gareth era teso verso il cielo, le dita aperte a ventaglio sul perno di indice e pollice stretti attorno a una sfera dalle levigate rotondità. Una forma quasi invisibile per la sua colorazione di un nero più denso di quello della notte. Il suo fondersi con l’oscurità era tanto perfetto che Vadania non ne avrebbe colto la presenza se non fosse stato per la venatura lattea che la percorreva nel centro, come l’occhio di un gatto dai colori impossibili.
«Io possiedo la risposta ad ogni tua domanda, mia dolce Vadania… Ma ora continui a preferire la cecità fuggendo la luce che ti vanti di aver trovato - il braccio si piegò su se stesso avvicinando l’oggetto al volto della maga fino a ricoprirne interamente una delle iridi scure - sii gentile, porgimi una mano.»
La sferetta le roteò nel palmo, incurvato nella forma di una morbida coppa, creando con la venatura centrale un ipnotico gioco di vortici e spirali.
«Una ricompensa?»
«Un oggetto che non è più tempo io custodisca. L’ho portato con me per quasi un secolo ed ora lo consegno a chi ne è sempre stato il proprietario designato.»
«A nome di chi mi viene donato?»
«Non lo immagini?»
La mano si strinse attorno alla forma vitrea scagliandola con forza verso il mare aperto. L’acqua sussultò al contatto, sollevandosi in una corona di spruzzi.
Le gocce salate non ebbero il tempo di confondersi con le loro ondeggianti gemelle che la sfera oscura aveva invertito il proprio percorso, ubbidendo al repentino comando di Gareth il cui esile braccio si era subito sollevato per richiamarla a sé. «Bada a ciò che fai. Se rinunci ora, in futuro potrebbe non essere così semplice rientrarne in possesso.»
Vadania si strinse nelle spalle lasciandosi cullare dall’ansimare delle vele, persa nell’osservare le stelle di levante che accennavano ad impallidire in attesa dell’alba. «Non ho motivo di mutare la mia scelta, tutto ciò che riguarda mio… padre - tentennò - non riguarda me. Per me lui non esiste. Non è mai esistito. Riportami a Carnallia, lì mi aspetta l’inizio di un nuovo viaggio.»
«Rammenti, piccola mia, il commiato che ti riservai il giorno in cui confessasti di voler scoprire ciò che si nascondeva oltre i confini delle nostre terre?»
I primi bassi raggi del sole illuminarono il tenue sorriso che andò ad incurvarle le labbra: «non potrei mai dimenticare l’unico saluto incoraggiante. Mi dissi che non vi è nulla di più bello dell’attimo che precede a partenza, l’attimo in cui l’orizzonte del domani viene a farci visita per raccontare le sue promesse*  – il mento si abbassò verso la profondità delle acque e un intenso sospiro le riempì i polmoni, come linfa che veniva a rigenerare forza e tenacia. - Ciascuna meta che mi sono prefissa ha udito questa frase e incontrato un pensiero per te. Mi sei mancato.»
Gareth sembrò borbottare qualche incomprensibile risposta, finendo per schiarirsi la voce e dissimulare, con un colpo di tosse, il piacere che quelle parole gli avevano procurato. «Anch’io. Sì, anch’io lo ripeto spesso. E ricordo chi per la prima volta ha dato voce a questa frase, al riparo di un grande salice, facendo scivolare tra le mie mani un sacchetto di pelle morbida, appena consumata agli angoli inferiori. Dentro quel sacchetto era contenuta la pietra che poco fa hai rifiutato.»
Vadania sollevò il capo con uno scatto improvviso. Occhi di brace tornarono ad ardere nel volto dai lineamenti tirati. Come aveva osato Gareth dispensare proprio a lei gli insegnamenti dell’unica creatura che odiava con tutta se stessa? Parole velenose stavano per fendere l’aria come la lingua biforcuta di un serpente, ma furono soffocate sul nascere da nuove lusinghe pronunciate con tono gentile e carezzevole, simile ad un alito di vento che scompiglia i capelli gettandoli all’indietro con fare delicato. «Fa luce su te stessa, bambina, non attendere di perderti nella tenebra. Torna a casa.»
Ancora la promessa di un luogo da poter sentire proprio, di un rifugio dal quale osservare la pioggia improvvisarsi pianista sulle frondose chiome degli alberi; dal quale guardare oltre la finestra richiusa, abbracciando con i palmi una tazza fumante per rubarne il calore. Respirare a fondo l’intenso profumo delle erbe, occasionale amante dell’avvolgente aroma del legno bruciato. Odore di pace che si diffonde dal caminetto acceso, artista scoppiettante che dipinge tiepide dita rosso fuoco sul vetro rigato da sottili lacrime celesti. Ciò che desiderava le veniva ora offerto con tale semplicità da ridurre al silenzio la propria voce interiore, quel sussurro che fino ad allora le aveva consigliato di stare attenta, di non abbassare la guardia concedendosi a sogni impossibili. Ma questa nuova vita sembrava riuscire a sedurla, prendendo consistenza ad ogni particolare aggiunto dalla sua mente e dal parlare accattivante del vecchio. I pensieri continuarono a completarsi l’uno con l’altro fino a quando il riverbero delle fiamme sembrò divenire reale, condensandosi in un punto luminoso collocato appena al di sopra della linea dell’orizzonte. Brillò più intensamente per un lungo istante prima di sfrecciare verso la nave. Vadania socchiuse gli occhi e sollevò istintivamente una mano per proteggersi il volto. Troppo tardi: la luminescenza aveva trovato la sua fronte per poi scomparire in una sensazione di intenso bruciore. Un improvviso torpore la colse rendendo il suo corpo creta nelle mani di una volontà imprecisata. La distesa del mare divenne confusa, i contorni sfumarono l’uno nell’altro, diventando sempre più lontani, e gli occhi cedettero al peso delle palpebre facendola precipitare in un pozzo nero e senza fondo.

* Kundera, M. (1985) L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milano, Adelphi

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