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L’antipatica » 2007 » Gennaio

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26 Gennaio 2007

Il viaggio - Come l’occhio di un gatto (3 di 3)


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Vadania trattenne il fiato mentre il pulsare impazzito del cuore le rimbombava nel petto. A quale verità conducevano le parole di Gareth? Quel nome, Sell-en-morn, era solo un tentativo di derisione nato dai pettegolezzi e dalle dicerie riguardo all’allontanamento di suo padre dalla città. Nessuno sembrava tuttavia conoscerne il motivo e, soprattutto, nessuno fino ad allora sembrava disposto a raccontarglielo. Così, dopo anni di inutili domande, aveva deciso smettere di soffrire per una creatura che non aveva mai incontrato e delle cui azioni si era trovata a dover sopportare le odiose conseguenze. Per quanto le importava, in quello stesso momento poteva essere morto o in preda alla disperazione, non avrebbe mosso un dito per soccorrerlo. Era solo un fantasma di cui si favoleggiava senza sapere chi fosse davvero, e lei non voleva averne nulla a che fare, quale potesse essere il segreto che attorniava la sua torbida figura. Eppure…
Scosse il capo per allontanare ogni possibile congettura, servendosi della prudenza e del timore con cui avrebbe maneggiato una vecchia balestra puntata contro il proprio petto, nella speranza di non dover assaggiare il morso della freccia che ancora vi era incoccata.
Il braccio di Gareth era teso verso il cielo, le dita aperte a ventaglio sul perno di indice e pollice stretti attorno a una sfera dalle levigate rotondità. Una forma quasi invisibile per la sua colorazione di un nero più denso di quello della notte. Il suo fondersi con l’oscurità era tanto perfetto che Vadania non ne avrebbe colto la presenza se non fosse stato per la venatura lattea che la percorreva nel centro, come l’occhio di un gatto dai colori impossibili.
«Io possiedo la risposta ad ogni tua domanda, mia dolce Vadania… Ma ora continui a preferire la cecità fuggendo la luce che ti vanti di aver trovato - il braccio si piegò su se stesso avvicinando l’oggetto al volto della maga fino a ricoprirne interamente una delle iridi scure - sii gentile, porgimi una mano.»
La sferetta le roteò nel palmo, incurvato nella forma di una morbida coppa, creando con la venatura centrale un ipnotico gioco di vortici e spirali.
«Una ricompensa?»
«Un oggetto che non è più tempo io custodisca. L’ho portato con me per quasi un secolo ed ora lo consegno a chi ne è sempre stato il proprietario designato.»
«A nome di chi mi viene donato?»
«Non lo immagini?»
La mano si strinse attorno alla forma vitrea scagliandola con forza verso il mare aperto. L’acqua sussultò al contatto, sollevandosi in una corona di spruzzi.
Le gocce salate non ebbero il tempo di confondersi con le loro ondeggianti gemelle che la sfera oscura aveva invertito il proprio percorso, ubbidendo al repentino comando di Gareth il cui esile braccio si era subito sollevato per richiamarla a sé. «Bada a ciò che fai. Se rinunci ora, in futuro potrebbe non essere così semplice rientrarne in possesso.»
Vadania si strinse nelle spalle lasciandosi cullare dall’ansimare delle vele, persa nell’osservare le stelle di levante che accennavano ad impallidire in attesa dell’alba. «Non ho motivo di mutare la mia scelta, tutto ciò che riguarda mio… padre - tentennò - non riguarda me. Per me lui non esiste. Non è mai esistito. Riportami a Carnallia, lì mi aspetta l’inizio di un nuovo viaggio.»
«Rammenti, piccola mia, il commiato che ti riservai il giorno in cui confessasti di voler scoprire ciò che si nascondeva oltre i confini delle nostre terre?»
I primi bassi raggi del sole illuminarono il tenue sorriso che andò ad incurvarle le labbra: «non potrei mai dimenticare l’unico saluto incoraggiante. Mi dissi che non vi è nulla di più bello dell’attimo che precede a partenza, l’attimo in cui l’orizzonte del domani viene a farci visita per raccontare le sue promesse*  – il mento si abbassò verso la profondità delle acque e un intenso sospiro le riempì i polmoni, come linfa che veniva a rigenerare forza e tenacia. - Ciascuna meta che mi sono prefissa ha udito questa frase e incontrato un pensiero per te. Mi sei mancato.»
Gareth sembrò borbottare qualche incomprensibile risposta, finendo per schiarirsi la voce e dissimulare, con un colpo di tosse, il piacere che quelle parole gli avevano procurato. «Anch’io. Sì, anch’io lo ripeto spesso. E ricordo chi per la prima volta ha dato voce a questa frase, al riparo di un grande salice, facendo scivolare tra le mie mani un sacchetto di pelle morbida, appena consumata agli angoli inferiori. Dentro quel sacchetto era contenuta la pietra che poco fa hai rifiutato.»
Vadania sollevò il capo con uno scatto improvviso. Occhi di brace tornarono ad ardere nel volto dai lineamenti tirati. Come aveva osato Gareth dispensare proprio a lei gli insegnamenti dell’unica creatura che odiava con tutta se stessa? Parole velenose stavano per fendere l’aria come la lingua biforcuta di un serpente, ma furono soffocate sul nascere da nuove lusinghe pronunciate con tono gentile e carezzevole, simile ad un alito di vento che scompiglia i capelli gettandoli all’indietro con fare delicato. «Fa luce su te stessa, bambina, non attendere di perderti nella tenebra. Torna a casa.»
Ancora la promessa di un luogo da poter sentire proprio, di un rifugio dal quale osservare la pioggia improvvisarsi pianista sulle frondose chiome degli alberi; dal quale guardare oltre la finestra richiusa, abbracciando con i palmi una tazza fumante per rubarne il calore. Respirare a fondo l’intenso profumo delle erbe, occasionale amante dell’avvolgente aroma del legno bruciato. Odore di pace che si diffonde dal caminetto acceso, artista scoppiettante che dipinge tiepide dita rosso fuoco sul vetro rigato da sottili lacrime celesti. Ciò che desiderava le veniva ora offerto con tale semplicità da ridurre al silenzio la propria voce interiore, quel sussurro che fino ad allora le aveva consigliato di stare attenta, di non abbassare la guardia concedendosi a sogni impossibili. Ma questa nuova vita sembrava riuscire a sedurla, prendendo consistenza ad ogni particolare aggiunto dalla sua mente e dal parlare accattivante del vecchio. I pensieri continuarono a completarsi l’uno con l’altro fino a quando il riverbero delle fiamme sembrò divenire reale, condensandosi in un punto luminoso collocato appena al di sopra della linea dell’orizzonte. Brillò più intensamente per un lungo istante prima di sfrecciare verso la nave. Vadania socchiuse gli occhi e sollevò istintivamente una mano per proteggersi il volto. Troppo tardi: la luminescenza aveva trovato la sua fronte per poi scomparire in una sensazione di intenso bruciore. Un improvviso torpore la colse rendendo il suo corpo creta nelle mani di una volontà imprecisata. La distesa del mare divenne confusa, i contorni sfumarono l’uno nell’altro, diventando sempre più lontani, e gli occhi cedettero al peso delle palpebre facendola precipitare in un pozzo nero e senza fondo.

* Kundera, M. (1985) L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milano, Adelphi

26 Gennaio 2007

Il viaggio - Piume bianche e piume nere (2 di 3)


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L’alone diffuso attorno all’imprecisa falce lunare si rifletteva tenuemente sul lustro ponte di legno, dove le assi del pavimento collimavano perfettamente l’una all’altra, conferendogli l’apparenza di un irreale corridoio a cielo aperto. Nessuno scricchiolio accompagnava l’avanzare di Vadania in direzione della prua, ora rivolta verso l’increspato tappeto del mare. Da poco la tempesta aveva cessato di infuriare, ripiegando su più miti consigli, e Veronique non aspettava più sul molo, aveva seguito un uomo dalla corporatura robusta ed il camminare incerto: il Saggio di cui avevano atteso l’arrivo. Dopo aver posato una mano in quella di lui si era adeguata al suo passo, voltandosi frequentemente verso la nave, fino a che i suoi occhi non poterono più restituirle alcuna immagine da confrontare con quella impressa nei ricordi.
La maga tentò di restare in equilibrio quando un’onda più insolente si insinuò sotto la conca dell’imbarcazione, sollevandola in una danza dal ritmo irregolare. Poteva scorgere, poco distante, la sagoma del suo maestro: gli avambracci posati sulla balaustra costringevano la schiena ad incurvarsi, mentre il mantello grigio argento lo avvolgeva nella sua morbida tela. Nonostante lo sguardo accarezzasse le poche luci della città, che andavano sfumando in lontananza, la sua attenzione era rivolta altrove, e appena Vadania fu abbastanza vicina da poter udire le sue parole diede voce ai propri pensieri: «sei cresciuta, piccola figlia del vento.» Orgoglio e malinconia si mescolavano come l’acqua ad un vino cattivo, l’una attenuando l’acre sapore dell’altro. Così la purezza del compiacimento, simile al rinfrescante sapore dell’acqua sorgiva, era inquinata dal gusto amaro di ciò che poteva essere e non è stato. E se anni addietro avesse commesso un errore nel lasciarla partire?
«Ho imparato a camminare sulle mie gambe, maestro.»
«A volte camminare non è sufficiente.»
«Allora imparerò a volare.»
Gareth si raddrizzò, voltandosi completamente per appoggiare la schiena alla balaustra e poter guardare negli occhi la giovane elfa. I capelli color miele erano stati riordinati sotto il pesante cappuccio, nuovamente calato sul volto per nascondere ogni espressione, ma il suo tono risoluto e divertito allo stesso tempo invitava al sorriso, ed il vecchio non dubitò nemmeno per un istante che lei avesse potuto resistere a quella dolce debolezza.
«Potrei offrirti ali degne di un angelo, Vadania.»  «Credo di sapere dove trovare le mie ali; sicuramente so dove voglio cercarle - la mano sottile seguì il fluire dei pensieri, andando a sfiorare la sacca dove era riposta la pergamena vergata da Teramil - forse le piume saranno logore e nere come l’inchiostro, ma le avrò messe insieme una ad una ed apparterranno a me sola.»
Il silenzio accompagnò per lungo tempo il procedere della nave, sormontata dal nero setoso di uncielo privo di stelle. «Sei testarda, maga.»
«Testarda e curiosa. Chi è la bambina?»
«La figlia di Amariel, re umano della Nistallia orientale.»
La fronte di Vadania si corrugò dando respiro a facili dubbi: «per quale motivo un elfo si preoccupa della sorte una principessa umana?»
«I tuoi occhi ti ingannano, ella è umana solo per metà. Parte del sangue che le scorre nelle vene appartiene al nobile popolo: Veronique è una mezzelfa.»
La docile cantilena delle onde si esibì in un lungo assolo mentre i due si scambiarono un’occhiata intensa, pregna di domande e di risposte non pronunciate.
«Non crucciarti per lei, non avrai rimpianti, ma ora non chiedere altro a meno che tu non decida di tornare a Casa, con me. Una tua parola e la nave virerà verso occidente e ben presto della piccola isola di Carnallia dimenticherai persino l’esistenza.»
Vadania scosse il capo, ricambiando la ferma espressione dell’elfo con una frammista di paura e di incertezza, rivelando la piccola breccia che quell’invito aveva aperto nelle sue difese, uno spiraglio che Gareth non esitò a forzare con nuove e suadenti parole. «Combatti il rancore che offusca la tua mente e condiziona le tue scelte. Dimostra chi sei davvero imponendo la tua volontà sui ricordi, facendo prevalere il futuro sul passato. Non permettere al risentimento di nascondere il tuo sentiero.»
Le dita si strinsero con rabbia attorno al freddo stelo d’ottone, corrimano che accompagnava l’estremità frontale del veliero, facendo da mediatore tra gli slanciati fianchi di legno. «Non sono io l’ostacolo, ma voi con la vostra falsità ed il vostro disprezzo. Sono tornata non molto tempo addietro e non dubito tu ne sia a conoscenza, eppure non sei intervenuto quando mi è stato negato l’accesso oltre la prima cinta muraria - uno sguardo di accesa frustrazione riuscì ad ottenere il sopravvento su ogni altra emozione, guidando il palmo della mano nel suo sollevarsi e ridiscendere sull’appoggio metallico. - Mi hai impedito di rivedere mia madre!»
L’eco della voce si plasmò secondo il risuonare sordo del metallo, come dita alabastrine che si fanno strada in una folta capigliatura corvina: un tocco impetuoso e graffiante cui l’istante successivo subentrò il tono profondo e carezzevole del vecchio. «Venivi per sfoggiare il tuo nuovo pentacolo da Arcimago. Volevi vendetta, non pacificazione.»
«E hai voluto punirmi per questo!? - era una strega dagli occhi neri, occhi che soggiogavano ed accusavano senza offrire possibilità di redenzione - Sell-en-morn, erano anni che non udivo il suono di queste parole ma il dolore che provoca è rimasto invariato, come lo schioccare della frusta prima che il cuoio dispensi il suo bacio rossastro sulla schiena nuda. Mi hai fatto bere un nuovo sorso di veleno ed ora mi chiedi di tornare in quello stesso luogo a saggiarne nuovamente il sapore, presentandolo come la più sofisticata delle delizie? No Gareth, non sono così sciocca da prendere in considerazione una tale prospettiva.»
L’elfo non rispose al dardeggiare del suo sguardo, limitandosi a voltare il capo in direzione dell’orizzonte. Solo un sussurro trovò le sue labbra, sfuggendo al peso che le parole di Verdiana avevano rovesciato sulle sue spalle: «non hai mai osato chiedere il perché di tale appellativo. Hai paura, mia amata?»

(Continua…)

26 Gennaio 2007

Il viaggio - la maga il vecchio e la bambina (1 di 3)


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L’alone diffuso attorno all’imprecisa falce lunare si rifletteva tenuemente sul lustro ponte di legno, dove le assi del pavimento collimavano perfettamente l’una all’altra, conferendogli l’apparenza di un irreale corridoio a cielo aperto. Nessuno scricchiolio accompagnava l’avanzare di Vadania in direzione della prua, ora rivolta verso l’increspato tappeto del mare. Da poco la tempesta aveva cessato di infuriare, ripiegando su più miti consigli, e Veronique non aspettava più sul molo, aveva seguito un uomo dalla corporatura robusta ed il camminare incerto: il Saggio di cui avevano atteso l’arrivo. Dopo aver posato una mano in quella di lui si era adeguata al suo passo, voltandosi frequentemente verso la nave, fino a che i suoi occhi non poterono più restituirle alcuna immagine da confrontare con quella impressa nei ricordi.
La maga tentò di restare in equilibrio quando un’onda più insolente si insinuò sotto la conca dell’imbarcazione, sollevandola in una danza dal ritmo irregolare. Poteva scorgere, poco distante, la sagoma del suo maestro: gli avambracci posati sulla balaustra costringevano la schiena ad incurvarsi, mentre il mantello grigio argento lo avvolgeva nella sua morbida tela. Nonostante lo sguardo accarezzasse le poche luci della città, che andavano sfumando in lontananza, la sua attenzione era rivolta altrove, e appena Vadania fu abbastanza vicina da poter udire le sue parole diede voce ai propri pensieri: «sei cresciuta, piccola figlia del vento.» Orgoglio e malinconia si mescolavano come l’acqua ad un vino cattivo, l’una attenuando l’acre sapore dell’altro. Così la purezza del compiacimento, simile al rinfrescante sapore dell’acqua sorgiva, era inquinata dal gusto amaro di ciò che poteva essere e non è stato. E se anni addietro avesse commesso un errore nel lasciarla partire?
«Ho imparato a camminare sulle mie gambe, maestro.»
«A volte camminare non è sufficiente.»
«Allora imparerò a volare.»
Gareth si raddrizzò, voltandosi completamente per appoggiare la schiena alla balaustra e poter guardare negli occhi la giovane elfa. I capelli color miele erano stati riordinati sotto il pesante cappuccio, nuovamente calato sul volto per nascondere ogni espressione, ma il suo tono risoluto e divertito allo stesso tempo invitava al sorriso, ed il vecchio non dubitò nemmeno per un istante che lei avesse potuto resistere a quella dolce debolezza.
«Potrei offrirti ali degne di un angelo, Vadania.»  «Credo di sapere dove trovare le mie ali; sicuramente so dove voglio cercarle - la mano sottile seguì il fluire dei pensieri, andando a sfiorare la sacca dove era riposta la pergamena vergata da Teramil - forse le piume saranno logore e nere come l’inchiostro, ma le avrò messe insieme una ad una ed apparterranno a me sola.»
Il silenzio accompagnò per lungo tempo il procedere della nave, sormontata dal nero setoso di uncielo privo di stelle. «Sei testarda, maga.»
«Testarda e curiosa. Chi è la bambina?»
«La figlia di Amariel, re umano della Nistallia orientale.»
La fronte di Vadania si corrugò dando respiro a facili dubbi: «per quale motivo un elfo si preoccupa della sorte una principessa umana?»
«I tuoi occhi ti ingannano, ella è umana solo per metà. Parte del sangue che le scorre nelle vene appartiene al nobile popolo: Veronique è una mezzelfa.»
La docile cantilena delle onde si esibì in un lungo assolo mentre i due si scambiarono un’occhiata intensa, pregna di domande e di risposte non pronunciate.
«Non crucciarti per lei, non avrai rimpianti, ma ora non chiedere altro a meno che tu non decida di tornare a Casa, con me. Una tua parola e la nave virerà verso occidente e ben presto della piccola isola di Carnallia dimenticherai persino l’esistenza.»
Vadania scosse il capo, ricambiando la ferma espressione dell’elfo con una frammista di paura e di incertezza, rivelando la piccola breccia che quell’invito aveva aperto nelle sue difese, uno spiraglio che Gareth non esitò a forzare con nuove e suadenti parole. «Combatti il rancore che offusca la tua mente e condiziona le tue scelte. Dimostra chi sei davvero imponendo la tua volontà sui ricordi, facendo prevalere il futuro sul passato. Non permettere al risentimento di nascondere il tuo sentiero.»
Le dita si strinsero con rabbia attorno al freddo stelo d’ottone, corrimano che accompagnava l’estremità frontale del veliero, facendo da mediatore tra gli slanciati fianchi di legno. «Non sono io l’ostacolo, ma voi con la vostra falsità ed il vostro disprezzo. Sono tornata non molto tempo addietro e non dubito tu ne sia a conoscenza, eppure non sei intervenuto quando mi è stato negato l’accesso oltre la prima cinta muraria - uno sguardo di accesa frustrazione riuscì ad ottenere il sopravvento su ogni altra emozione, guidando il palmo della mano nel suo sollevarsi e ridiscendere sull’appoggio metallico. - Mi hai impedito di rivedere mia madre!»
L’eco della voce si plasmò secondo il risuonare sordo del metallo, come dita alabastrine che si fanno strada in una folta capigliatura corvina: un tocco impetuoso e graffiante cui l’istante successivo subentrò il tono profondo e carezzevole del vecchio. «Venivi per sfoggiare il tuo nuovo pentacolo da Arcimago. Volevi vendetta, non pacificazione.»
«E hai voluto punirmi per questo!? - era una strega dagli occhi neri, occhi che soggiogavano ed accusavano senza offrire possibilità di redenzione - Sell-en-morn, erano anni che non udivo il suono di queste parole ma il dolore che provoca è rimasto invariato, come lo schioccare della frusta prima che il cuoio dispensi il suo bacio rossastro sulla schiena nuda. Mi hai fatto bere un nuovo sorso di veleno ed ora mi chiedi di tornare in quello stesso luogo a saggiarne nuovamente il sapore, presentandolo come la più sofisticata delle delizie? No Gareth, non sono così sciocca da prendere in considerazione una tale prospettiva.»
L’elfo non rispose al dardeggiare del suo sguardo, limitandosi a voltare il capo in direzione dell’orizzonte. Solo un sussurro trovò le sue labbra, sfuggendo al peso che le parole di Verdiana avevano rovesciato sulle sue spalle: «non hai mai osato chiedere il perché di tale appellativo. Hai paura, mia amata?»

(Continua…)

26 Gennaio 2007

Il fiume


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Il vento le graffia il volto, fa vibrare la stoffa ed i capelli investendo le membra senza rispetto alcuno. Nessuna meta la trascina lungo il morbido declivio della collina, fin quando scorge in lontananza il luccichio dell’acqua. Il fiume, il suo fiume.
Rallenta il passo solo a poche decine di metri dalla riva, e poco oltre si ferma del tutto. Le gambe si piegano nell’atto del chinarsi, per accarezzare con mano insicura i resti secchi dell’estate ormai passata. Erano verdi una volta, ma adesso non ne resta che il ricordo.
“La sua donna”.
Infine si è legato a qualcuno, sapeva che prima o poi sarebbe capitato. Quante volte gli aveva ripetuto che non poteva sottrarsi per sempre ai sentimenti, che prima o poi ne sarebbe stato travolto e non avrebbe avuto facoltà di resistergli? Ed era successo, perché se ne stupiva tanto? Aveva avuto ragione. Un’altra donna era riuscita a penetrare così in profondità nel suo cuore da giungere a legarlo a sé, mentre lei non ne aveva che sfiorato l’aspra superficie per poi esserne respinta.
Maledice il giorno in cui aveva preso quel dannato ciondolo e maledice la notte precedente e il suo perdono. Perché era andata a cercarlo? Stupida!
Era così semplice prima, quando credeva davvero che il loro legame fosse fraterno, per qualsiasi problema era a lui che si sarebbe rivolta; qualsiasi pensiero, anche il più oscuro, a lui l’avrebbe confidato. Adesso però le cose erano cambiate, improvvisamente. Senza rendersene conto quel sentimento che aveva cercato di nascondere aveva trovato il suo giusto nome ed ora sembrava tutto così difficile, così pesante. La punta di uno stiletto premuta sul flesso solare, sul fulcro delle emozioni dolorose, di quelle sensazioni impossibili da accettare o da comprendere.
L’acqua esplode quando un sasso colpisce la sua superficie e gli occhi intravedono la seta grigia che ancora ricopre il braccio, teso nell’atto di scagliare la pietra. Lui non l’avrebbe mai indossata, troppo chiara, ma allora… Un pensiero sibilante si fa spazio nella sua mente, la stoffa inizia a bruciare sulla pelle, per chi era stata cercata e comprata?
Si alza in piedi e muove un passo in direzione del sentiero riflettente, le acque le lambiscono i piedi facendola rabbrividire. E’ ghiacciata, fredda come le sue ultime parole. L’acqua rovinerà la seta, ma non le importa. I passi la conducono verso il centro del fiume, facendola tremare per il freddo via via che il livello del rio gorgogliante s’innalza, rivestendola come una maschera di liquido cristallo. Si tuffa, immergendosi nelle sue profondità. Vi resta fino a quando il respiro non viene meno ed è costretta a riemergere, ansimando per la fatica.
Non è bastato a spegnere il fuoco, sono rimaste ancora ceneri fumose a consumarla con il loro suadente calore, ed ecco che l’acqua accarezza nuovamente il suo volto per un tempo indefinito, fino a quando non si distende, esausta, sulla riva del fiume. Il vento gelido la fa tremare e così si dimentica di tutto ciò che non è fermamente corporeo, pensa al freddo, alle scheletriche dita del vento intrecciate con l’essenza della morte.
Le ore scorrono senza una regolare scansione e frammenti di lunghi discorsi sovvengono alla memoria. I sentimenti, che sia davvero meglio negarli? Tetre conseguenze hanno sempre fatto corona all’accentuarsi dei battiti del cuore e all’apparente leggerezza della vita. Fatti e domande si scindono e si confrontano trasformandosi in cupe risposte.
Si immerge un’ultima volta nel fiume, ripulendosi dalla terra che si era plasmata secondo la linea delle gambe e della stoffa. Cerca di liberarne i capelli mentre il respiro si condensa in gonfie nuvole di fumo bianco, poco oltre le sue labbra. Il volto si arrossa: “che freddo…”, lo sguardo cerca la fattoria, la trova: “dovrei rientrare”, gli occhi si chiudono, sospira. Il sibilo del vento la fa tremare ancora: “devo tornare” si dice quasi con rassegnazione. Cinque dita si insinuano tra i capelli, discendendo lungo la fronte e gli occhi bagnati - “Non ho ceduto alle lacrime, e così continuerà ad essere” - proseguono sugli zigomi, il mento, il collo, il ciondolo.
Il ciondolo? Le mani tastano frettolosamente la gola alla ricerca della catenina d’argento cui pende il simbolo d’amore. Improvvisamente si fermano e gli occhi tornano ad aprirsi: “Santo Cielo, no!”

26 Gennaio 2007

Triste notte


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Il rombo basso e profondo del tuono attraversa la stanza facendo tremare le ampie finestre di vetro dipinto. L’aria satura del profumo dell’incenso che avevo bruciato la sera precedente, prima di abbandonarmi al piacere del sonno. Il mondo, oltre le tende damascate, si veste del cristallino chiarore della luna, fermandosi in forme di lucida pietra. Un senso di oppressione imminente le avvolge, accarezzandole con la propria mano guantata. Ma la città sembra dormire come tutte le altre notti, come accade da anni a questa parte. Eppure, eppure…
Rimango accovacciata sul letto ricco di sete e futili ornamenti, gli occhi fissi sulle opache iridescenze delle coltri scostate, giochi fanciulleschi della fiamma di una sola candela. Penso e non penso, lasciandomi cullare dall’aria frizzante della notte. Il vento mi sussurra parole sconnesse, sibilando tra gli alberi spogli, fantasmi della bellezza dell’estate che si sono lasciati alle spalle.
Chiudo gli occhi, reclinando la testa all’indietro, accompagnando un profondo sospiro che sembra voler ricordare la gioia che aveva attraversato la mia vita come un fiume in piena, ma tutto questo accadeva prima della guerra. I sorrisi dei bambini, i loro occhi scintillanti, le grida argentine di questi piccoli uomini che mi giravano attorno mentre fingevo di rimproverarli, non senza cercare, inutilmente, di trattenere un sorriso. Immagini sfocate. Volti, tanti volti che si sovrappongono l’uno all’altro fino a ricongiungersi in un’unica fisionomia. Occhi vivi come il bruno colore delle castagne, iridi scure che sembrano scavare oltre le rigide forme dietro le quali si muove la realtà, adornata di falsi gioielli e merletti ormai sfatti.
Basta poco, una mano che si allunga verso la vestaglia e mi trovo a camminare per il corridoio vuoto, schermando la fiamma della candela con la mano perché non si spenga.
Toc-toc.
Busso alla sua porta, due colpi netti. “Perché l’ho fatto? Devo andar via, allontanarmi da qui. Domani, domani le ombre che vedo saranno di nuovo lontane..”
Eppure rimango, la mano posata sulla maniglia mentre lentamente scivolo a terra, appoggiando le ginocchia al pavimento, gli occhi chiusi. Il piccolo candelabro mi scivola dalle mani lasciando che la fiamma tremante si spenga al contatto della pietra. Lo lascio lì dove si trova.
Mi rialzo, aiutandomi con la maniglia d’ottone che si abbassa lentamente, la porta si apre. Resto come impietrita, ferma sulla soglia senza sapere se varcarla o voltarle le spalle.
Un istante lungo quanto l’eternità e spingo l’uscio di legno bianco.
Il cuore perde un battito mentre osservo le tende leggere mosse dal vento, il letto rifatto come se nessuno vi avesse dormito. Se n’è andato.
Richiudo la porta avviandomi nuovamente verso i miei alloggi, due lacrime di ghiaccio a solcare le gote ed il buio che cala come un sipario di nero velluto sulla soglia richiusa. Un unico debole fascio di luce sembra colpire un oggetto metallico, dimenticato lì, come se non avesse più alcuna importanza.

26 Gennaio 2007

Giochi pericolosi - Il morso del ragno (3 di 3)


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L’antro affondava le proprie radici nelle fredde viscere dell’isola, saturo dell’odore di roccia e di terra umida. Molti i cunicoli che ne tagliavano il percorso componendosi in un intrico di complicati passaggi, quasi un’informe ragnatela letale per chiunque vi si fosse avventurato. Talvolta ponti di un friabile aggregato di terra e di minerali collegavano due creste di roccia: grigie ali di strapiombi dei quali si poteva solo immaginare la profondità. Tunnel ciechi e alte pareti davano ospitalità a muschi, attorniati da una timida luminescenza colorata, ed a funghi le cui spore erano portatrici di morte. Ma ben peggiori nemici si trovavano in agguato nelle profondità dell’Underdark. Ovunque lo sguardo si fosse posato, dagli alti soffitti all’asperità della pavimentazione, avrebbe trovato pericoli da evitare o da affrontare, fin’anche nel cuore del sottosuolo dove si innalzava il primo piccolo insediamento del clan dell’Amyn. E il palazzo del suo sovrano. Lì, superando una coppia di statue molto elaborate, Verdiana varcò l’accesso al tempio di Lloth, luogo sacro di cui già nel pomeriggio era stata ospite. Quando la vide, il Valuk sollevò una mano dal bracciolo del proprio scranno, posto a fronte dell’altare, salutandola informalmente “Ben trovata maga, come stai?”. In risposta ebbe un sorriso appena accennato, oltre alla studiata noncuranza con cui l’lefa avanzò verso il trono: “A volte un bagno bollente e qualche essenza profumata possono far miracoli, signore dei drow”.
“Confidi di uscirne illesa?” la incalzò, cambiando bruscamente il corso della conversazione; ma se lo scopo era quello di accentuarne il nervosismo ben scarse furono le soddisfazioni che ne trasse: la calma mostrata da Verdiana non si increspò, il suo passo non ebbe incertezze e un caldo sorriso continuò a disegnarle le labbra “Non confido in nulla che non sia la mia magia”.
Si trovava a poche spanne ora e Gyro poté sussurrare senza timore di non essere udito “Penso dovresti confidare anche nella tua capacità di andare avanti nonostante due ostacoli… entrambi potenziamente letali”. Ed ecco comparire negli occhi della maga quel bagliore di distaccato sarcasmo, quel riflesso insolente che la rendeva così diversa dalla creatura angelica che tutti conoscevano. Gyro non avrebbe saputo dare una giusta definizione di quell’ambigua natura, ma certo non avrebbe rinunciato al piacere che provava nel portarla alla luce ogni volta che gliene si presentava l’occasione.
“Ti sei dato alla filosofia ultimamente?”
“No, ma non so se la tua magia ti sarà bastante” replicò il Valuk con fredda lucidità “Vogliamo riprovare?”.
La maga si inumidì le labbra, respirando a fondo “Riproviamo”.
Gyro si alzò, scendendo con fluidità i due gradini che facevano da base al proprio seggio, e raggiunse la maga sollevando l’indice tra i suoi occhi e quelli di lei “Un consiglio, stavolta copri subito il tuo pentacolo”. La mano si richiuse su se stessa distendendosi poi con gesto aggraziato per indicare l’altare.
L’elfa deglutì a vuoto voltando il capo verso la propria meta gremita di nere creature. Il suo sguardo era opaco e Gyro si trovò a sperare, per la sua vita, che avesse ascoltato il consiglio, ma la mente di Verdiana era persa tra i ricordi delle ultime ore: immersa nell’acqua fumante aveva pensato e ripensato all’immagine dei servitori della dea, rivivendo infinite volte il momento in cui si erano arrampicati sulla sua veste. Si illudeva, così, di potersi abituare a a quella sgradevole sensazione, cercando di soffocare l’istinto che la spingeva ad allontanarsene… ma solo ora si rendeva conto di quanto fosse difficile davanti a creature in carne ed ossa e non più frutto dei ricordi.
Si sfilò il pentacolo, avvicinandolo alle labbra prima di riporlo nella sacca di cuoio che portava legata alla vita. Un ultimo sguardo andò all’indirizzo del drow, che mai aveva smesso di osservarla, per poi tornare sull’altare. Approssimandosi all’ara scorse con maggiore chiarezza la sagoma dei ragni, in numero superiore rispetto a prima, tutt’ora disposti in cerchi concentrici e apparentemente addormentati. Quelli più esterni, più piccoli, sembravano quasi fremere pregustando l’incontro.
Il petto dell’elfa si sollevò in un profondo respiro mentre la mano raggiungeva la fibbia argentea del mantello: un ovale sbalzato in modo tale da far risaltare l’iniziale del suo nome. Dita affusolate fecero scattare la chiusura lasciando cadere al suolo il bianco drappo di tessuto.
Il fermaglio raggiuse il pavimento con un acuto tintinnio che riescheggiò lungamente nella sala prima di placarsi. Sotto al mantello gli abiti della maga apparivano entremamente differenti da quelli abituali: una cascata di capelli dorati le ricadeva sulle spalle, allargandosi come una luminosa ragnatela in contrasto con l’abito scuro.
Tum-tum-tum-tum. Il cuore accelerò i propri battiti, mentre la stessa mano che aveva liberato la fibbia si allungava verso l’altare.
I ragni della cerchia esterna si ersero sulle zampe rivolgendosi minacciosi verso la maga, ed uno di essi, forse infastidito dal cadere del mantello, saltò sulla mano protesa che subito Verdiana cercò di rilassare, nascondendo la propria repulsione e spingendosi un po’ più avanti nel suo lento avanzare in direzione del pentacolo. Intuendo un possibile pericolo parte dei ragni balzarono sulla sua veste risalendola rapidamente, mentre i compagni della cerchia interna, visibilmente più grossi, iniziarono a fremere. Il grande ragno centrale divaricò le sue spantose zampe,  ricoprendo interamente il pentacolo. Movimento accentuato dalle poche candele collocate ai piedi dell’altare, che  sembrarono irradiare con maggiore intensità  la loro luce livida, creando uno spettacolo a totale favore della maga, perché potesse vedere con maggiore chiarezza la moltitudine di ragni che si estendeva davanti a lei.
La creatura sulla sua mano rimase immobile per qualche istante prima di iniziare a muoversi, trasmettendole una sensazione di disgusto, come se stesse per morderla. Verdiana chiuse gli occhi, chinando la testa in avanti con l’illusione di poter trovare un attimo di respiro in quel quadro infernale, ma non appena le sue dita raggiunsero la prima cerchia, superandola, la seconda si destò come un tutt’uno, impedendole di proseguire, mentre ancora i ragni si muovevano sulla sua veste, puntando alla nuca. Un respiro profondo le attraversò il petto, una volta ed un’altra ancora, mentre con la coda dell’occhio osservava non i ragni posti sull’altare, non quelli che risalivano i suoi indumenti, ma il volto di colui che possedeva il favore della dea ragno. Gli sguardi si incrociarono e il Valuk cercò di restare immobile senza tuttavia riuscirvi, l’incertezza della situazione lo affascinava quasi più dell’incoscente coraggio della sua ospite.
I ragni ormai intrecciavano le proprie zampe nei capelli di lei, che poteva sentire le loro estremità ossute sulla nuca, sulla fronte, sul collo….
Quando uno di essi le zampettò sulla guancia Verdiana serrò la bocca trattenendo un grido che non sarebbe stato nè di paura nè di supplica, ma se non fosse stato soffocato ancor prima di esser nato forse avrebbe rassomigliato l’urlo di un folle. Spinta dalla fretta di portare a termine quanto era in corso, la mano si avvicinò ancora alla meta ma il ragno che vi era posato affondò con brutalità i propri denti nella carne bianca, rallentando la maga per l’ennesima volta. Le candele aumentarono improvvisamente la luminosità ed il grosso ragno centrale serrò le zampe impedendole finanche la vista dell’oggetto che proteggeva. Verdiana mise a tacere l’istinto di estrarre il proprio pentacolo e di chiedere l’aiuto del suo dio perché disintegrasse quelle creature una ad una, come aveva fatto quella stessa mattina quando un ragno aveva osato sfiorare la superficie del simbolo a lui sacro. Ma dalle conseguenze di  un gesto tanto avventato e tanto oltragioso nulla avrebbe potuto salvarla, ben lo sapeva. Le dita continuarono a muoversi in una danza lenta e continua, contrastando l’intorpidimento che le stava facendo perdere sempre maggiore sensibilità. Il suo volto si sollevò verso il simulacro di Lloth ed un sussurro tanto flebile da non essere udito neppure dal Valuk ne attraversò le labbra “Resisterò alla presenza dei tuoi servitori, come tu comandi… Concedimi quanto bramo… “.
I ragni si fermarono un attimo come soprappensiero, in attesa di nuovi ordini che solo loro potevano sentire, tranne il piccolo ragno iniziale che continuò a morderle la mano con avido accanimento.
Lentamente dall’aracnide centrale parve delinearsi un volto di donna dai contorni tanto sfumati da poter essere appena intuiti, e questo bastò per mozzare il fiato dei due elfi che mai si sarebbero attesi un tale evolversi degli eventi. Gyro, sospettando un’illusione, si inchinò con sommo rispetto continuando a guardarsi prudentemente attorno: se solo di inganno si fosse trattato allora in quella stessa stanza si stava celando un’altra presenza, un pericolo che andava individuato ed eliminato al più presto. Non voleva che la sua posizione all’interno del clan potesse essere messa in discussione, soprattutto da voci riguardanti la presenza di un’elfa chiara all’interno del suo palazzo: qualcuno avrebbe potuto pensare ad un suo ambiguo collegamento con il mondo di superficie, o peggio ancora avrebbe potuto individuare in quell’elfa dai capelli d’oro una debolezza da poter sfruttare a proprio vantaggio; se i suoi sensi non fossero stati tesi nella ricerca dell’intruso quel pensiero avrebbe potuto farlo scoppiare in una fragorosa risata, “un’elfa di superficie… semplicemente ridicolo”. Ma se fosse riuscito a individuare il suo misterioso ospite allora la situazione si sarebbe capovolta, far comparire una falsa immagine della dea, e per di più in uno dei suoi sacri templi, era un chiaro atto di blasfemia punibile con la morte. L’intera vicenda avrebbe persino potuto volgere a suo vantaggio liberandolo da uno dei suoi nemici o garantendogli un favorevole compromesso.
Molti passi davanti a lui Verdiana chiudeva e riapriva ripetutamente gli occhi, lottando contro il pulsare delle tempie e l’abbassarsi della vista dovuti al veleno iniettatole dal ragno. Probabilmente si sarebbe posta gli stessi dubbi del Valuk se l’immagine di quel volto avesse cessato di riecheggiarle nella testa, ma la confusione ne appannava la mente rendendo difficilmente controllabile tutto ciò che le accadeva attorno. Le sue condizioni peggioravano via via che passava il tempo e ben presto fu colta da un acuto senso di vertigine che la fece barcollare in avanti. Il braccio superò la seconda cerchia di ragni, fin’ora immobile, e nel medesimo istante le candele si spensero, fulminee, abbandonadola nel buio più completo. La maga scosse il capo chiedendosi perché la sottile vista elfica non le fosse venuta in aiuto, privandola così di ogni riferimento visivo: tutto ciò che percepiva era il terribile bruciore della mano, che continuava a dolerle senza tregua, e l’insinuarsi viscido e strisciante dei ragni tra i suoi capelli e nelle vesti; ma ben presto anche questa sensazione svanì, annullata da un velo di torpore che la avvolse spogliandola di ogni sensibilità. Mantenere la lucidità iniziò a costarle sempre maggiore fatica, ed anche i contorni dei pochi oggetti che poteva distinguere presero a sfocarsi con crescente frequenza; solo due piccoli puntini rossi, là dove si trovava il ragno più grande, mantennero la propria nitidezza brillando costantemente senza mai offuscarsi.
 “…Gyro?” “…anche tu mi hai lasciata da sola?”
“Avanza”
La risposta giunse con voce quasi tremante per l’emozione ma riuscì comunque a rassicurare la maga, ed un candido braccio si abbassò verso il pentacolo. Bastò quel gesto per far scomparire gli inquetanti rubini che l’avevano fissata per lungo tempo, annullati da una luce di impareggiabile intensità che la investì, accecandola, per poi colmare ogni angolo della caverna scolpita. Un’energia di mostruosa intensità si sprigionò dal centro dell’altare impedendo l’avanzare dell’elfa e spazzando via i ragni ancora sul piano dell’ara. Verdiana cercò di riparare i propri occhi con il dorso della mano, percependo al contempo un vento impetuoso che veniva ad allontanarle i capelli dal volto, tirandoli ed scarmigliandoli, quasi dissolvendo le creature nascoste in quegli intrichi dorati. Il mantello bianco, ancora ai suoi piedi, venne trascinato fin nel fondo della sala dove la parete di pietra fermò la sua corsa. L’energia non dava cenno di diminuire ed anzi aumentò, accompagnata da un’esplosione di luce che anche ad occhi chiusi deformava i pensieri dell’elfa e del Valuk. Un lampo abbacinante attraversò le loro menti costringendo Gyro a sorreggersi al trono tentando di resistere all’aggressione luminosa, ma non fece in tempo a riaversi che un boato percosse la sala facendo tremare le pareti di pietra. Ogni cosa venne scagliata via da una forza indescrivibile: il cappuccio del Valuk si abbassò strappandogli la corona dal capo, mentre il mantello sferzava l’aria alle sue spalle segnandogli la gola con la chiusura in adamantite.
La luce fu tanto aggressiva da farlo scivolare in ginocchio con le mani alla testa: gli sembrava di impazzire mentre quel bianco lucrore penetrava nel suo essere costringendolo ad una dura prova di volontà.
Verdiana venne sbalzata a molti metri dall’altare, trovandosi, senza sapere come, con la schiena appoggiata ad un’elaborata scultura in pietra, d’istinto tentò di muoversi ma uno spasimo di dolore si irradiò dal fianco sinistro facendola desistere. L’urto le aveva provocato una profonda ferita all’anca dalla quale il sangue prese a fluire copiossamente, impregnandone le vesti dove ben presto sarebbe spiccata un’umida figura più nera della stoffa stessa.
Riaprire gli occhi fu una tortura nonostante un buio vuoto e riposante fosse tornato ad avvolgere il tempio: chiazze biancastre si sovrapponevano agli oggetti e brevi schegge di dolore lampeggiavano dagli occhi fino alle tempie. Due deboli candele delineavano il profilo dello scarno arredamento, completamente spostato dall’energia poderosa che ora pareva sparita insieme ai ragni. Solitario, al centro dell’altare vi era ancora il pentacolo nero; ma Verdiana non se ne accorse subito, la pietra su cui era appoggiata era fredda sotto la sua pelle, ed il desiderio di chiudere gli occhi e non riaprirli per lungo tempo sembrò avere il sopravvento.
Era tanto stanca… e debole, non chiedeva altro che di dormire profondamente, persa in un sonno senza sogni. Fu la voce deformata del Valuk a ridestarla “Verdiana, come stai?”. Una smorfia tremante disegnò i lineamenti scuri mentre riusciva ad alzarsi solo grazie alla forza di volontà, lottando contro quella luce che ancora rimbombava nella sua mente. Si avvicinò con cautela, dimentico della corona persa chissà dove e del cappuccio: dopo anni il suo volto era nuovamente visibile a qualcun’altro.
Appena le palpebre si sollevarono, richiamate dalla domanda dell’elfo, gli occhi della maga misero a fuoco una piattaforma di marmo sgombra da ogni creatura animata, ed al suo centro era posato quanto lei voleva ottenere: il pentacolo nero. Si voltò lentamente verso il drow, osservandone per la prima volta il profilo. Il viso era bello come quello di tutti gli appartenenti alla sua razza, incorniciato da capelli morbidi e setosi che scendevano fino alle spalle. Sembravano brillare nell’oscurità, ed erano esattamente come lei aveva immaginato ogni volta che un ciuffetto ribelle sfuggiva al pesante cappuccio. “Come… come se non fossi qui, signore dei drow…”
“Ti ricordi.. che ragno ti ha morso?”
La maga non rispose ma osservò nuovamente l’altare con la coda dell’occhio “ho pagato il mio prezzo? Posso..avvicinarmi ora?”
“Credo di sì, ma ricordati che devi curare la ferita, è necessario annullare gli effetti del veleno o non uscirai di qui… non appena avrai preso il pentacolo”.
Verdiana annuì. Un freddo intenso si stava impossessando del suo corpo e la morsa della nausea le attanagliava lo stomaco, tanto che dovette chiamare a raccolta le sue ultime forze per staccarsi dall’appoggio che la sorreggeva ed avanzale verso l’altare: lì l’attendeva il pentacolo dell’Arcimago drow. Evitò di sollevare lo sguardo sul bassorilievo della dea, come se lei fosse davvero lì e potesse leggere i suoi pensieri attraverso il pozzo scuro dei suoi occhi.
Tornò sui suoi passi, con il simbolo arcano stretto nella mano illesa tanto da far sbiancare i polpastrelli che lo cingevano “Ho ciò che volevo”
“Ora sta a te tenerlo, fin quando Lloth vorrà…” annuì il valuk, ottenendo in risposta un enigmatico sorriso. “Lloth non è la mia dea”, così avrebbe voluto rispondere l’alta, eppure tacque perché questo le suggerivano le sue seppur sopite facoltà mentali. Quasi prevedendone la risposta il Valuk la raggiunse, ed il suo susurro si confuse con l’eco dei passi “Almeno se vuoi tenerlo senza subirne la letale protezione. Ed ora mostrami la ferita.”, ma la maga ritrasse la mano dolorante “Allontaniamoci da qui, per favore…”.
“Devi curarti prima che il veleno prenda il sopravvento, o preferisci restare qui per l’eternità, ricordata come colei che morì vittoriosa?”
“Ho l’erba adatta nel cassetto del mio scrittoio…nel primo dei suoi cassetti… Mi sono informata per tempo, signore dei drow, non sono così incauta come tutto questo potrebbe far pensare”.
“Meglio…” Sorrise per quanto gli era possibile, ma la maga non udì le sue parole. Socchiuse gli occhi, barcollando appena, prima che i contorni dell’ambiente circostante si confondessero, mescolandosi l’uno all’altro in un vortice dal quale non riescì più a risalire. Una volta svegliatasi ricorderà solo un innaturale calore salire dalla mano ferita ed il buio avvolgerla con il suo morbido manto.
Sarebbe caduta al suolo, svenuta, se Gyro non l’avesse sollevata fino a prenderla in  braccio. Era leggera più di quanto si fosse immaginato e non ebbe difficoltà a sfilarle delicatamente il pentacolo dalle mani, riponendolo nella propria sacca, e neppure a coprirla con il suo candido mantello dopo averlo raccolto da terra.
Mentre in superficie il cielo si tingeva dei colori del tramonto nelle profondità dell’isola una figura si allontanava dal tempio di Lloth, dirigendosi velocemente verso la Torre dell’Alta Stregoneria dimentico anche della corona abbandonata a qualche metro dal trono…

26 Gennaio 2007

Giochi pericolosi - mettersi alla prova (2 di 3)


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Tenebra che domina, oggetti dai vaghi contorni che si fondono con il nero artificioso di una notte perenne; notte senza giorno e giorno gemello della notte; impercettibile mormorare di ciglia che sfiorano l’aria, ripetutamente, perché iridi oscure possano abituarsi all’assenza totale di ogni forma di luce. Granelli di sabbia attraversano l’armonico restringimento della clessidra, dominatrice e schiava del tempo, scandendo l’avanzare dell’invincibile nemico degli uomini.
Uno, due, tre, quattro. Secondi che già non sono più.
La tenebra sembra divenire meno invadente e un sorriso si affaccia alle labbra di un volto esangue, celando emozioni timorose ed impazienti al contempo.
Il signore dei drow avanzò con passi lenti verso quel volto, concedendogli il tempo necessario perché potesse abituarsi, senza fretta alcuna, alla sgradevole sensazione che da sempre faceva seguito alle sue improvvise convocazioni: il mondo che sembrava ripiegarsi su se stesso, distorcendosi e ricomponendosi in forme differenti, trasportando colui che ne era spettatore e protagonista nel luogo ove era stato richiamato. Giunto innanzi al proprio ospite Gyro si apprestò a salutarlo con fare gentile. Gli fu sufficiente un sussurro, “Ben trovata…”, perché la bianca figura si voltasse in sua direzione “Come avrei potuto rifiutare un invito sì cortese? Prima o poi riuscirò ad abituarmi a questi richiami improvvisi” Il rimprovero che traspariva dal tono vagamente irritato di quelle parole tramutò il velato sorriso del Valuk in una profonda ma breve risata.
“Come ti senti, Verdiana?”
“Come una maga troppo impegnata, e tu invece? Ti vedo in ottima forma, signore dei drow “
“Si, per ora pare vada bene. Per ora.”
“Per ora? Temi forse qualcosa o…qualcuno?” La maga sorrise, sorniona, lasciando intendere più di quanto le proprie labbra non avessero detto.
“Non dovrei? - socchiuse un occhio, ricambiando il sorriso - E’ il mio mondo. Nulla di preciso, nulla più del solito..”.
La bionda elfa mosse allora un passo in avanti sentendo la gola improvvisamente riarsa. Non poté che pensare con rammarico alla bottiglia di dolce idromele che faceva bella mostra di sé sul proprio scrittoio, alla torre dell’Alta Stregoneria, aperta ed ancora intoccata a causa della convocazione del Valuk “Non devo essere io a dirti quali sono i tuoi nemici “
“Infatti” Gyro annuì pigramente nel lasciare alla maga il compito di introdurre il motivo del loro incontro.
“Ma non credo tu mi abbia chiamata solo per discorrere con me, anche se un calice di vino avrebbe degnamente innaffiato il nostro colloquio”
“No certo. E rimandiamo il vino alla prossima occasione”
“Un vero peccato - sospirò con rassegnazione - ma direi di venire al dunque finalmente”
“Certo..”
Le pareti dell’ampia grotta in cui i due si trovavano erano completamente rivestite di marmo scuro e di granito, sul quale spiccavano elaborati decori scolpiti da imponenti blocchi di ossidiana. Due file di slanciate colonnine dai capitelli intarsiati in forma di ragno si guardavano l’un l’altra, creando una navata centrale fiocamente illuminata dalla sola luce delle candele disposte su un pavimento dove pietre di particolar pregio si componevano nella figura di un ragno di imponenti dimensioni. Il bianco sorriso, che mai si era spento sulle labbra di Gyro, tornò a manifestarsi con maggiore intensità mentre con gesto flemmatico indicava il sommo altare collocato in fondo alla navata a fronte di una gigantesca statua raffigurante la dea. Debolmente rischiarato dalla luce di due sole fiammelle, l’altare si presentava gremito di grossi ragni neri disposti in due circonferenze concentriche, imperniate su un aracnide di dimensioni maggiori il cui corpo sinistramente vellutato celava un oggetto alla vista della maga.
“Riesci a vedere?”
Verdiana vide e rabbrividì, lanciando uno sguardo sospettoso all’altare e poi al Valuk. La scena che si presentava ai suoi occhi le suggeriva pensieri poco rassicuranti, ma Gyro le avrebbe consegnato il pentacolo, così le aveva detto, e non vi era alcun motivo perché non dovesse rispettare il loro accordo.
I ragni restarono immobili quando la maga si avvicinò, senza superare quella che lei stessa considerava un’adeguata distanza di sicurezza. Gli aracnidi l’avevano sempre disgustata a tal punto da arrivare quasi ad immobilizzarla e non era certo quello il momento o il luogo adatto ad approfondirne la conoscenza; anzi, era sicura che quel momento non sarebbe mai giunto.
“Lo intravedo appena”
Il Valuk seguì con attenzione i movimenti esitanti dell’elfa, bevendo con gusto il timore che traspariva dal suo sguardo quando lei si spostò per poterlo guardare in volto  “Pensi di poter eludere le sue difese magiche? Cosa potrebbe accaderti?” chiese con interesse, ricevendone in cambio una risposta che aumentava la propria curiosità senza riuscire ad appagarla neppure in minima parte.
“Non so quali siano le conseguenze senza la presenza del suo proprietario legittimo. Ogni mago ha i propri sistemi per proteggere ciò che gli appartiene.”
“So che Amon, se non fosse stato nero come il mago, sarebbe stato colpito dalla protezione del pentacolo, ma non so come…”
Verdiana si spinse un passo più vicina all’altare riempiendo l’aria di un tiepido sussurro, come se i suoi non fossero che pensieri pronunciati a voce troppo alta “In tempo passato ho stretto tra le dita questo stesso pentacolo…” si voltò quindi verso il drow sorridendo velatamente, quasi provasse imbarazzo per quanto detto. Gyro non vi badò, incalzandola con un filo di emozione nella voce. Incuriosito dalla magia? Preoccupato per la maga?
“Ma credo Alixter fosse d’accordo allora…”
“Che sia dunque tu a prenderlo, signore dei drow, e a consegnarmelo racchiuso in un drappo di tessuto, così che io non debba sfiorarlo”
“Dovremmo privarci di uno spettacolo senza precedenti. Prego, e sii fiduciosa” stranamente le sorrise quasi con dolcezza, indicandole ancora una volta l’altare. L’elfa deglutì a vuoto, tentennado, i suoi sospetti stavano diventando troppo reali e la piega che la conversazione stava assumendo iniziava a piacerle sempre meno.
“Ma prima dimmi…” Gyro tentò di porre una nuova domanda senza tuttavia riuscire a catturare l’attenzione di Verdiana, scossa da quanto si stava profilando all’orizzonte “Per quanto possa sembrarti strano, morire per il morso di un ragno non è in cima alle mie aspirazioni”.
Le voci andarono così a sovrapporsi generando una singolare armonia di suoni. Quella bassa e profonda del drow danzava con la voce soave dell’elfa, rendendo omaggio all’innata musicalità che la natura ha donato ad entrambe le razze. L’improvviso silenzio che ne seguì fece sorridere il Valuk, spostatosi alle spalle della maga che ora appariva nuovamente padrona delle proprie emozioni
“Ti ascolto”
“Temi di più la protezione magica o i ragni?”
“La mia risposta ti stupirebbe”
“E’ così raro essere stupiti.. prego” Gyro continuò il suo fluido ruotare attorno alla giovane ospite, giungendole infine al fianco senza mai perdere contatto con i suoi occhi scuri.
Poco dopo fu lo sguardo di Verdiana ad abbandonare il suo, descrivendo nell’aria corposa del sottosuolo un semicerchio interrotto dalla vista del grigio altare.
“Sono immobili ora…”
“Ora, sì…”
“Ma non ho dubitato neppure per un istante della loro rapidità, al momento opportuno, e neppure del grande potere che li difende. - Gyro la osservava, immobile, i lineamenti del volto scaldati dal fantasma di un sorriso - Ora tu mi chiedi tra due forze magiche quale voglio sfidare…”
“No, dato che devi sfidarle entrambe. Ti chiedo quale temi di più.”
Verdiana si voltò improvvisamente senza riuscire a nascondere la propria sorpresa. Gli occhi lampeggiarono di incredulità imporporandosi del rosso vivo delle deboli lingue di fuoco che profilavano i corpi scultorei degli otto gargoyle, guardiani dalle espressioni contrite posti in posizione rialzata lungo il corridoio centrale. La levigata tensione della muscolatura suggeriva l’illusione di un movimento imminente come se si trattasse di esseri vivi posti a difesa della dea.
“Vuoi dire che dovrò essere io a sfilare il pentacolo dalle zampe del ragno centrale? Impossibile.”
“Hai risposto in maniera esauriente alla mia domanda”
Con un gesto rassicurante della mano, come una promessa, Gyro tornò a indicare l’altare per la terza volta accentuando il timore di Verdiana. Gli occhi dell’elfa si richiusero a testimonianza del suo rifiuto all’idea di trovarsi più vicina al simulacro di quanto non fosse in quel momento. Non era questo che aveva immaginato, non credeva sarebbe stato così difficile sottrarre il pentacolo dalle mani del popolo oscuro. La visione della polla le sovvenne alla memoria, vivida come non mai, sovrapponendosi all’immagine concreta del pentacolo che sembrava quasi ammiccarle dalla sua velenosa culla. Cosa fare adesso? Le emozioni rimbalzavano in lei scontrandosi ed alternandosi in un gioco di confusa indecisione: come due combattenti che si fronteggiavano in un duello all’ultimo sangue il desiderio di fuggire da quel luogo si misurava con la volontà di proseguire verso l’altare maggiore.
Avrebbe potuto dissertare per ore intere sui pro e sui i contro di ciascuna possibilità senza giungere ad escluderne alcuna. L’unica soluzione possibile sembrava essere quella di affidarsi al proprio istinto, come spesso aveva fatto in passato.
Non ci volle molto e la scelta fu compiuta, l’indecisione non era più ospite della sua mente…ora restava solo la paura.
Dischiuse le palpebre, ostentando una sicurezza che era lungi dal possedere mentre il piede destro la portava un passo più avanti. Solo un sussurro setoso e suadente accarezzò le orecchie del Valuk
“Rifletti su ciò che perderesti se la tua dea dovesse punirmi…e agisci di conseguenza”. Ecco l’unico pensiero che la tranquillizzasse davvero: Gyro non poteva lasciarla andare incontro ad una morte certa, avrebbe perduto per sempre un oggetto che sembrava essergli troppo caro per essere messo in gioco così stupidamente.
Ancora l’eco di un passo.
I ragni della circonferenza esterna, prima immobili, si destarono di scatto rivolgendosi minacciosi verso la maga ora davvero troppo vicina. Lo sguardo di Verdiana si fissò sui neri servitori della dea e solo una volontà ferrea poté frenare l’impulso di arretrare. “Sono un’incosciente”, pensò, ma la mano destra già si sollevava in direzione del piano marmoreo dell’altare, dal quale due ragni della cerchia esterna saltarono sulla sua veste risalendola rapidamente e strappandole un grido di paura. Gli occhi dei ragni interni iniziarono a brillare di un inquietante rosso vivo e il ragno centrale si sedette sul pentacolo rivendicandone il possesso.
Gli occhi di Verdiana si chiusero con forza mentre la mano libera raggiunse i lineamenti contratti del volto “Allontanali da me…” riuscì appena ad implorare, inconsapevole dell’impassibile esame cui il drow la stava sottoponendo.
Gyro intervenne solo quando un aracnide, risalendo la veste dell’elfa fino a raggiungerne il petto, si trovò a passare sul bianco pentacolo protetto da Solinari, dio della magia bianca, cadendo a terra privo di vita. “E’ una prova di Lloth. Copri con la mano libera il tuo pentacolo, non straziare i suoi servitori”.
Il cuore pulsante e il respiro lento e faticoso fecero da sfondo al sollevarsi delle palpebre che liberarono due perle di ossidiana nera incastonate in una bianca superficie d’adamante, occhi che il drow scoprì lucidi mentre la maga eseguiva tremante quanto le era stato suggerito. La sua speranza di essersi liberata dall’indesiderata presenza di quelle creature fu disillusa nel vedere il ragno superstite continuare a risalire la stoffa sottile, raggiunto da altri tre compagni della cerchia esterna. Le membra sottili si irrigidirono e lo sguardo raggiunse il drow per chiederne l’aiuto mentre due grosse lacrime salate sfuggirono al suo controllo, rigandole il volto. Gyro dovette trattenersi dall’avanzare in sua direzione andando invece ad incrociare lo sguardo del ragno centrale, quasi a leggerne i pensieri. Annuì impercettibilmente prima di porre fine all’agonia di Verdiana
“Ritira la mano che hai proteso sull’altare.. stasera ti sarà dato ciò che sai.. “
I ragni interni tornarono tranquilli mentre quelli che erano sulla veste della maga ridiscesero fino a prendere nuovamente posizione sull’altare, permettendole un frettoloso arretrare interrotto solamente da un’elegante colonnina di pietra. La schiena scivolò sulle argentee venature che spiccavano sul grigio intenso in cui quella sala era stata scolpita, fino a farla sedere sui talloni. Il volto affondato tra le dita non le permise di vedere Gyro tendere una mano verso di lei offrendole il proprio aiuto ma non le impedì di udirne le parole.
“Stasera, superati i ragni e la protezione.. ciò che brami sarà affidato alla tua custodia..”
“Voglio andar via, fino a questa sera non voglio più metter piede qui dentro…”
“Certo, coraggiosa Verdiana.. “
“Coraggiosa? Se lo fossi davvero non tremerei come ho fatto, alla vista di un ragno”
La maga sollevò appena il capo, asciugandosi con entrambi i palmi le ultime lacrime che era finalmente riuscita a dominare, e questo le permise di scorgere il braccio ancora proteso del Valuk, accettandone la gentilezza. Una risata nervosa accompagnò il suo rialzarsi, coprendo in parte il sussurro figlio delle labbra di Gyro, mentre la mano che stringeva la sua accentò la presa cercando di calmarla.
“Coraggioso non è chi reputa la propria vita inutile, ma chi riesce a superare la proprie paure” “…e questa sera dovrai essere davvero coraggiosa” non poté fare a meno di aggiungere nella silenziosa intimità dei propri pensieri.
“Forse, ma ora ho bisogno di un bel bagno caldo…e del mio caminetto acceso, alla torre - deglutì a vuoto, ancora scossa - a…a questa sera, signore dei Drow”
“Ti accompagno”
“Non è necessario, se non vuoi”
“Se non lo ritenessi necessario o se non volessi non te l’avrei proposto”
Verdiana annuì non possedendo le energie necessarie per replicare, sebbene le parole del drow non le fossero state di alcun conforto facendola sentire più debole e indifesa di quanto avrebbe voluto dare a vedere.
L’eco di rapidi passi sfumò in lontananza lasciando il silenzio come unico re di quei luoghi tanto temibili quanto affascinanti.

 

(Continua…)

26 Gennaio 2007

Giochi pericolosi - Il primo incontro (1 di 3)


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Il sole cocente, che avvolgeva ed imprigionava la superficie dell’isola, non poteva estendere i propri luminosi tentacoli nei labirintici territori dell’Amyn, dove la tenebra più assoluta recava conforto ai sensibili occhi del popolo drow.
La sotterranea sala del trono continuava ad essere immersa nel buio più completo, così come ogni altro luogo abitato dagli elfi di pelle ed animo oscuri.
“Bentrovata” La voce profonda del Valuk ruppe il silenzio, senza cogliere di sorpresa l’insolito ospite che anche questa volta aveva accolto il suo invito. Una flessuosa figura prese posto su uno dei seggi adornati da pregiati bassorilievi, e lo fece con tale naturalezza da far supporre un gesto ormai consueto “Non vuoi informarmi sull’esito dell’incontro di ieri?”. Una pallida mano comparve dal mantello, troppo chiaro per passare inosservato in quelle regioni tinte del colore dell’ebano, e si sollevò con gesto aggraziato per allontanare dalla fronte scoperta una ciocca di lunghi capelli.
Il signore dei drow avanzò lentamente nella sala, protraendo quel momento di sottile tensione che sempre precede l’appagamento di una curiosità “Vorresti vederlo?”. Un solo sorriso fu per lui una risposta sufficiente. Passò accanto alla candida figura, diretto verso il lato più oscuro della sala dove troneggiava uno dei molti altari minori dedicati a Lloth, la Dea Ragno.
Due occhi accesi dal potere dell’infravisione seguirono i suoi movimenti armonici, tentando di ricordare la loro esatta successione come appartenessero ad un rituale: Gyro aveva preso un piccolo calice immergendolo poco dopo in una vasca vischiosa; il liquido raccolto venne quindi versato con somma reverenza in un aureo contenitore collocato al centro del piccolo altare.
Solo allora una sua mano si protese verso l’ospite, invitandolo ad avvicinarsi mentre le labbra si schiusero per mormorare un’arcana litania drowish.
“Ora osserva quel che accadde ieri sera in questa sala”.
Senza attendere ulteriori inviti l’ospite si sporse in avanti osservando all’interno del piccolo specchio d’acqua.

***

Dai liquidi contorni della stanza emersero i volti dei tre consiglieri dell’Amyn. Tre menti di cui il Valuk si serviva per perseguire i propri scopi. Asraena, la Somma Sacerdotessa nelle grazie della Dea; Amon, il valente capitano dell’esercito drow e infine Alixter, l’ambiguo Arcimago dalla lingua pungente. Personalità spiccate e poco avvezze all’obbedienza, desiderose di salire i gradini della rigida gerarchia sociale senza badare alla scia di sangue lasciata alle proprie spalle. Ma ancora troppi erano i pericoli esterni che potevano attentare alla stabilità della corona, ora posata sul capo di Gyro, perché questo potesse tollerare che intrighi e vendette interne indebolissero le forze della casata reale. Di ciò il Valuk era ben consapevole, così come sapeva necessaria un’azione di polso, una punizione esemplare che avrebbe colpito la causa degli ultimi disordini: la rivalità tra la Somma Sacerdotessa e l’Arcimago. Un focolaio interessante che portava gli animi ad accendersi e le menti a restare sempre all’erta; uno stimolante diversivo durante i periodi di relativa tranquillità, ma anche una fastidiosa occupazione per colui che doveva badare sopra ogni cosa all’integrità della casata. Al proprio potere personale.
Le immagini scorsero silenziose mostrando il Valuk seduto su di un alto scranno, posto in posizione rialzata rispetto alla pavimentazione dalla quale lo separavano due gradini di marmo grigio. Alla sua destra Amon osservava, con malcelata soddisfazione, gli altri due consiglieri posare riluttanti il ginocchio a terra in segno di sottomissione al proprio re. Un’umiliazione che non avrebbero dimenticato per lungo tempo.
I ricordi si susseguirono veloci fino ad arrivare al momento atteso con maggior timore e trepidazione dallo spettatore d’onore. Piccole forme nere si staccarono dalle pareti, cadendo silenti sul pavimento ed avvicinandosi al Valuk sulle loro otto zampe.
Il mago annuì, parlando senza che l’ospite potesse udire le sue parole attraverso la polla, ed osservò con rabbia i movimenti del maestro di battaglia quando questo ridiscese lentamente i gradini che li dividevano. Alla bianca figura non fu possibile prevedere quanto fosse in procinto di avvenire: la mano dell’ Ul’Saruk si tese verso il mago, restando leggermente più in alto della sua testa come sempre protetta da un nero cappuccio. Gli sguardi si incrociarono e le labbra si mossero per formulare nuove e sempre mute parole. Con rapidità sorprendente i ragni, servitori della dea, si avvicinano al mago disegnando un cerchio trepidante attorno alla sua persona. Si fermarono un attimo prima di cominciare ad arrampicarsi in numero crescente sulla sua veste, facendosi strada verso il collo scoperto. Attaccarono con violenza il sottile cordoncino di cuoio che legava il pentacolo, simbolo del suo status di mago. Ecco quanto il Valuk voleva.
Senza che Alixter potesse reagire la mano di Amon aveva stretto il prezioso ciondolo tra le dita, strappando con un colpo secco  quanto restava del suo sostegno.

***

“L’ha strappato!” Il grido sorpreso per quell’inaspettata visione dissipò l’effetto dell’incantesimo “E’ un oggetto che va quasi venerato, nessuno può permettersi di trattarlo in questo modo!”
“Già, eccesso di zelo. In realtà speravo rimanesse un po’…fulminato - sorrise - pazienza. Però il tuo rancore non dovrà mai esprimersi ufficialmente contro questo fatto, perché tu non hai mai visto questi eventi”
“Quali eventi?”
Gyro sorrise alla studiata ingenuità della risposta, sicuro che nulla di quanto accaduto avrebbe abbandonato la segretezza di quella stanza. La figura ammantata di bianco si guardò lentamente attorno ricercando il nero pentacolo protagonista della visione, quella stella a cinque punte di cui voleva essere custode fino al momento della riconsegna “Quando potrò averlo?”
Il Valuk congiunse le punte delle dita appena sotto il mento, estasiato da come i suoi piani stessero volgendo al meglio. “Presto, anche domani. Non possiamo interrompere così una punizione”
“Per domani avrà un posto sicuro nelle mie stanze, e una nuova catena cui essere appeso - Il cappuccio del mantello si sollevò a coprire le fattezze del volto – Ora è per me tempo di andare. A domani, signore dei drow”
Si scambiarono un ultimo sorriso d’intesa prima che un denso fumo bianco avvolgesse la misteriosa figura portandola ovunque essa avesse voluto.

 

(Continua…)

26 Gennaio 2007

Il profumo del tea


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Aveva gli occhi chiusi mentre raccontava. Le palpebre non si erano alzate neppure per un istante nè s’era mossa alcun’altra parte del suo corpo. Stava lì, immobile, e parlava alternando lunghe pause a frasi concitate, come se temesse che i ricordi le sarebbero scivolati tra le dita avvizzite se non li avesse spinti immediatamente all’esterno.
I sottili lembi di carne che ne proteggevano le iridi si erano trasformate in immaginari teli bianchi sui quali un proiettore cinematografico, nero e rumoroso come quelli degli anni ’50, faceva scorrere le immagini di un film di cui lei stessa era protagonista assoluta: il lugometraggio di una vita intera, da epurarsi delle sue scene più terribili, più intime, da quei ricordi di cui si è gelosi e non si vuole condividere con alcuno, tantomeno con chi ha la sfrontatezza di bussare alla tua porta chiedendoti di tuffarti nel passato.
«Vorrei sapere com’era la guerra,» così le aveva detto quella bimbetta alta poco più di un metro osservandola da due grandi occhi castani.
«Voi siete molto più vecchia di me, voi sapete.»
La donna inarcò un sopracciglio: si sarebbe potuta dire risentita per la sfacciataggine con cui quella mocciosetta l’aveva chiamata “vecchia”. Aveva detto “vecchia” senza neppure sapere cosa significasse. La vecchiaia non è altro che la summa di tutti i dolori e gli sbagli del passato, ed i momenti felici… Bhè quelli erano pochi, lo erano sempre stati. Eppure tutti si nascondevano dietro a falsi sorrisi ed ipocrite parole, la chiamavano “anziana” come se un sostantivo differente potesse cambiare la sostanza. Ebbene, si sbagliavano. Lei era vecchia e quella bambina aveva trovato il coraggio o l’incoscienza di dirglielo chiaramente e per questo , solo per questo, avrebbe avuto la sua risposta. Si scostò dalla porta per far entrare quel piccolo angelo dal caschetto biondo ed un tacquino in mano: «il tempo passa per tutti, bambina. Vieni avanti, entra.».
E lei entrò. Prima estranea a varcare quella soglia dopo anni di solitudine e penombra.
Due ore dopo la bimba era ancora lì, seduta al tavolo con la vecchia signora dagli occhi chiusi e dai tanti ricordi, e si muoveva nervosa sulla sedia impagliata vergognandosi di violare, con il suo fissare quasi morboso, l’altrui desiderio di isolarsi. Posò il libretto d’appunti sulla dozzinale tovaglia di plastica, azzurra come la tazza da cui il profumo dolce del tea saliva a solleticarle le nari: improvvisamente le sembrava ingiusto rubare i ricordi  della vecchia signora per comprimerli in parole scritte, che il poco tempo di trascrizione avrebbe violentato e ridotto ad uno sbiadito riflesso della loro sconvolgente intensità.
Decise dunque di acoltare e basta, con lo sguardo immerso nelle sfumature ambrate del tea e l’udito troppo sensibile all’incrinansi di quella voce consumata dal tempo.
Anche oggi quella bambina,  ormai alta molto più di un metro e dai capelli lunghi e ancora biondi, sembra persa negli abissi di quel liquido dolce e amaro. Lo guarda stringendo forte tra le dita una tazza bianco panna, per rubarne un po’ di calore da trasmettere a quella stanzetta bianco intonaco e argento metallo: il metallo sfaccettato di un letto di ospedale dove una vita si sta spegnando.

26 Gennaio 2007

L’ispirazione


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Qualche giorno fa, come ho detto, ho trovato un vecchio cd di backup, frutto di una delle tante formattazioni che hanno visto protagonista il mio pc. Come una vecchietta nostalgica mi sono dedicata alla rilettura di ciò che avevo scritto in passato, di quei frammenti dei quali una parte sono stati inseriti tra queste pagine. Ciò che mi stpisce e mi rattrista, però, è la consapevolezza di non riuscire più a scrivere con quella stessa intensità.

Qual è il problema? Perché le parole sembrano abbandonarmi e la fluidità del discorso svanire?

Ho l’impressione che i miei scritti degli ultimi due anni possano essere tranquillamente gettati nel cestino senza che nessuno ne senta la mancanza, ed io meno che mai.

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