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25 Febbraio 2007

L’apprendista e l’assassino - VIII


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Richiude le labbra, improvvisamente senza parole. Deve forse rivelargli che aveva voglia di vederlo a sua volta, nonostante tutto, e che ha mobilitato tutta la città per cercarlo non solo perché voleva passare almeno mezza giornata per fargli tutte le proprie mille rimostranze? Doveva dirgli che temeva volesse non prestar fede alla sua parola?
Dannazione, odiava non riuscire a rispondere a tono.
“Non si direbbe… qui avresti avuto un alloggio a tua disposizione…”
Parole che non suonano convincenti neppure alle sue stesse orecchie.

“Lo so.”
Fluido come l’acqua, leggero come l’aria, quello di Lugaid è un movimento unico, compatto ed armonico, che lo porta ad avvicinarsi a Vadania, cingendole la vita con un braccio.
“Ma…”
Ha bisogno di una casa che sia solo sua? Vuole avere il proprio spazio? Non desidera rischiare di stancarla, tediarla?
Richiude la bocca, senza essere capace di dire nulla, accentuando appena la stretta che la lega a lui. Torna alla parola solo dopo averle sfiorato la fronte con le labbra, delicatamente, quasi timidamente.
“E’ così. Avevo davvero voglia di vederti.”
Che banalità. Eppure, come può la verità, in questo caso, non essere banale, scontata? Come può esistere una realtà in cui lui, Lugaid, non desidera averla tra le braccia?

Si scioglie dall’abbraccio, arretrando ulteriormente di qualche passo, gli occhi che lo fissano con malcelato risentimento.
“Non cercare di manipolarmi con qualche moina: voglio sapere esattamente - esattamente, mi sono spiegata? - cos’hai in mente di fare.”

Inspira profondamente, abbassando le palpebre; quando espira, a fondo, porta entrambe le mani sul volto, a massaggiarsi gli occhi chiusi.
“Honderyll sembra del tutto convinto, ora, ma credo sia necessario dargli ancora qualche tempo.”
E se la voce è quella, naturale, di Lugaid, dell’assassino è sicuramente la lucida freddezza con la quale l’elfo ha analizzato la situazione, quasi che non dipendesse, dalle mosse che farà in un immediato futuro, tutta la sua esistenza.
“Per abituarsi all’idea, intendo dire. Dovrò poi affrontare suo padre… una questione che va studiata nei dettagli perchè non manchi della giusta teatralità. Con la sua genitrice, invece, temo di non avere desiderio nè intenzione di convenire. E poi…”
Allarga le braccia, gli occhi nuovamente aperti.
“E poi si vedrà. Non dipende solo da me.”
Si stringe nelle spalle con il medesimo gesto con il quale fa ricadere le mani lungo i fianchi, concedendosi qualche attimo di pausa.
“Per il momento, pensavo di rimanere nella mia nuova abitazione -ti dirò il nome del pittore che la abita, così potrai rinunciare alle tue spie- in modo tale da non recare disturbo a nessuno.”
Fa un rapido sunto mentale; ha dimenticato qualcosa? No, non manca nulla, più o meno. Ad esclusione, certo, della voglia che prova di stringerla, di quanto, si è accorto solo ora che le è tanto vicino da respirarne il profumo, gli manchi quella piccola presenza.
Eppure non lascia che i suoi pensieri raggiungano le labbra, frenando un nuovo impulso ad abbracciarla, tradito solo da un pizzicore sulla pelle e da una repentina contrazione delle mani.

Annuisce, rilassandosi nonostante le sue parole sembrino esprimere l’esatto contrario.
“Come desideri. E’ un peccato, però: Casa Ember avrebbe accolto con…” sollievo? “…gioia una nuova presenza maschile.”
Gli sorride, non del tutto convinta, avviandosi verso la porta dalla quale è uscita solo poco prima, voltandosi verso di lui una sola volta per fargli cenno di seguirla.
“La legge dell’ospitalità vuole che ti offra del cibo, la mia aggiunge anche un buon calice di vino. Vieni”

Apre la bocca per replicare, richiudendola subito dopo in favore di un leggero movimento del capo, un annuire leggero che precede solo di un attimo l’incamminarsi dell’elfo dietro Vadania. Quando le sue labbra tornano a schiudersi è per dar vita a dei suoni, un pensiero che, seppur laterale e poco importante, nutre già da qualche tempo.
“Dovresti presentarmi a tua sorella. Non credi?”
Non specifica in che qualifica e quanta parte di verità dire, lasciando a lei il privilegio e l’onere di calibrare l’esatta parte di realtà da mescere nella menzogna, un calice agrodolce da servire ad Alissa.

Si volta di scatto, quasi rischiando di scontrarsi con lui.
“Non è il momento. Non considererebbe con favore una tua visita… non in questo momento. Lei…”
Si inumidisce le labbra, visibilmente nervosa
“…lei è molto intuitiva…”
“Lo sono davvero.”
Un’aggraziata figura vestita di taffetà nero fa capolino da una delle porte, le mani nascoste nelle ampie maniche dell’abito ed i capelli d’oro appenna appuntati alla nuca, lasciando ricadere la lunga chioma sulle spalle e sulla schiena, in netto contrasto con il colore scuro dell’abito.
Bella ed eterea, Alissa rivolge alla sorella per uno sguardo lungo e penetrante prima di dedicare la sua attenzione al nuovo venuto cui, meccanicamente, rivolge un sorriso ed un cenno del capo.
“Ci conosciamo?”

Prima di rispondere, Lugaid si prende tutto il tempo di voltarsi verso la nuova arrivata e, senza indulgere nelle lunghe occhiate che la curiosità esigerebbe, assetata di somiglianze con la sorella, si inchina in silenzio, in un saluto che è solo gestuale, se non meno sincero. Si raddrizza, poi, senza impettirsi, mantenendo una posa del tutto rilassata; un sorriso sincero fiorisce sulle labbra, prima che queste si schiudano per parlare.
Alissa.
Lugaid non commette neanche per un attimo l’errore di sottovalutarla, di considerarla indifesa, senza artigli; ha, su di lei, le informazioni che le ha dato Vadania, poche in verità, ma ha soprattutto il suo sesto senso che lo informa di qualcosa di imminente, incombente.
Parla con tono cortese, fermo ma morbido, privo di alcun accento particolare.
“Forse, mia signora. Se il vostro intuito, tanto affilato, vi suggerisce di sì, non possiamo che prendere in considerazione questa eventualità. Il nome con cui mi sentirete chiamare da Vadania, a meno che non mi stia, come di frequente accade, rimproverando di qualcosa, è Lugaid.”
Una breve pausa, necessaria a null’altro che a separare due frasi.
“Così non si potrà dire che partiate svantaggiate non conoscendo il mio nome, mentre io, com’è naturale, conosco il vostro.”
Sì, sarà tremendo abituarsi alle buone maniere.

Muove qualche passo un avanti, uscendo dal quadro della porta.
“La persona per salvare la quale mia sorella ha rinunciato alla sua fuga. O per la quale essa è fuggita? Per quanto sottile, il mio intuito non mi ha ancora informata di questo. Volete essere voi a rimediare?”
La sicurezza che ostenta, non come costruzione manierista ma in quanto dono di cui è intrisa la sua stessa persona, non viene meno neppure quando Vadania si porta tra i due, scoccandole un’occhiata poco amichevole.
“Ai miei ospiti penso io, non è necessario che tu ti scomodi. Soprattutto se il tuo intervento si risolve nel richiamare spiacevoli eventi del passato.”
La rabbia che esprime è forse accentuata da quel vago rossore che le imporpora le guance? Si potrebbe scommettere sia proprio così.

“La persona la quale ha rinunciato alla sua fuga per salvare vostra sorella.”
Il sorriso che le scocca è del tutto divertito, senza alcuna traccia di un disagio che, effettivamente, non prova. Crescere fra sangue, veleni e gente che non desidera altro che piantarti un coltello fra le scapole, si trova a riflettere l’elfo, ti fa considerare sotto un’altra luce gli scontri verbali, per quanto sottili. O, forse, lo stare affrontando la sua famiglia gli sta donando una certa serenità o, quantomeno, un certo relativismo.
Lugaid scaccia simili, oziosi, pensieri nel momento in cui riprende a parlare, con il medesimo tono cortese, non curandosi di celare una nota di divertimento.
“Anche se, è doveroso dirlo, non sono tanto importante da fuggire quanto da partire; e, conoscendone il carattere, forse sono io che debbo essere salvato da vostra sorella.”
Un sorriso obliquo gli inclina per un attimo le labbra, quando l’idea si visualizza nella sua mente.

Ignora la seconda parte della frase, concedendosi solo un sorriso tanto fugace da lasciare il dubbio che sia apparso veramente.
“Restare per salvare Vadania? Cosa dovrebbe temere una figlia degli Ember? E, soprattutto, cosa potresti fare, tu, per salvarla?”
Occhi indagatori di un verde intenso, l’unica caratteristica che sembra accomunare le due sorelle, altrimenti profondamente diverse quasi da non sembrare tali.

“L’ironia, se non la fede, ci salverà tutti.”
Proclama, con un sorriso divertito che non accenna a spegnersi. Quanta serietà, quanta contezza.
Lugaid voleva scherzare, naturalmente. In fondo, non è che uno sconosciuto di basso rango e poca importanza.
Che cosa potrebbe mai fare, lui?
Su questo pensiero, gli angoli della bocca si inarcano impercettibilmente di più.

Il volto di Alissa sembra illuminarsi di una nota di misurato divertimento.
“Vadania aveva ragione almeno su questo: non è gentile far aspettare un ospite in anticamera e non offrirgli modo di ristorarsi. Prego, vogliate seguirmi nel mio salotto, saremo lieti di avervi come ospite.”
Gli volta le spalle, senza poter vedere i polsi di Vadania che si uniscono e si separano mentre gli indici disegnano nell’aria un ampio ‘’no'’ all’indirizzo di Lugaid, rimarcato dal movimento silenzioso delle labbra e da un’espressione che non nasconde il concitato suggerimento.
Ci mancava solo questo, sembra pensare la giovane elfa, senza sapere chi dei due risulti meno preparato all’incontro.

Si lascia sfuggire un risolino leggero alla vista di Vadania.
Parla senza voltarsi verso Alissa, non avendo bisogno di guardarla per seguirne i movimenti, e tende una mano verso Vadania, il palmo verso l’alto.
“Non posso che essere restio a farvi sprecare il vostro prezioso tempo, mia Signora, ma non posso, in verita`, rifiutare a cuor leggero il vostro invito.”
Una fugace strizzata d’occhio a Vadania chiude la frase.
Nella tana della leonessa; la cosa si fa divertente.

Alissa lo osserva da oltre una spalla, sorridendo appena.
“Non spreco mai il mio tempo. E voi, ser…”
Si volta, trovandosi esattamente nello specchio della porta ed esprimento con tono casuale una constatazione che casuale non è. Sa perfettamente chi si trova davanti, ed allo stesso tempo sa, o pensa di sapere, quale sarebbe stato il giudizio del suo amato padre.
“Temo di non conoscere il vostro nome.”

Si lascia andare ad un sospiro leggero, incorniciato da un sorriso pallido, leggero. China appena il capo, dissimulando la sua allegria in un cenno cortese.
Alissa. Persona interessante, senza dubbio, decisamente stimolante.
Quando alza il capo, il sorriso si è trasferito agli occhi, le labbra piegate in un’espressione di educata cortesia.
“Temo, mia signora, di aver già contribuito, con il mio comportamento disdiscevole, a mettere vostra sorella in una luce che non merita.”
Si volta verso Vadania, il sorriso che si allarga appena di più.
“Lascerò quindi che sia lei a compiere le presentazioni. Formali.”
Tace, accennando appena all’elfa dai capelli di fuoco; a lei la parola, a lei la scelta su quanto dire.

Lo sguardo di Vadania è tutt’altro che amichevole mentre saetta dall’uno all’altro, il capo che si piega in un formale cenno d’assenso.
“Sorella cara, è mio piacere presentarti Lugaid Vanquillose Loine di Lymes, figlio un tempo scomparso di lord Elender di Vanquillose di Lymes. I motivi che l’hanno finalmente ricondotto alla sua famiglia sono molti e complessi ma…”
“Non ne dubito”.
La interrompe con tutta la cortesia che la buona educazione le impone, rendendo il suo gesto, almeno in apparenza, tutt’altro che sgarbato.
“Ma non mi interessano i nomi acquisiti da pochi giorni, non sono che l’abito nuovo pronto a sgualcirsi alla prima occasione. Cercherò di porre altrimenti la mia domanda, sperando che altre e più semplici parole mi siano di conforto ed aiuto.”
Lo sguardo torna sulla figura di nero abbigliata e la mano si solleva, contemporaneamente, in direzione di Vadania, fermandone sul nascere la risposta che già le schiude le labbra.
“Chi siete?”

Sorride, ancora, compiaciuto; parla con divertita cortesia, rivolto ad Alissa, ma senza lesinare qualche occhiata, fugace, a Vadania. Cerca forse approvazione? No, si rende conto mentre, con un sorriso che sale fino agli occhi, torna a voltarsi verso Alissa; semplice voglia di guardarla.
“La persona che corteggia vostra sorella. Con alterne fortune.”
Una sola frase, rapida come il baluginio di una lama, lasciata quasi cadere; quando riprende a parlare, è come se non l’avesse mai detto.
“Ho avuto il privilegio di poter indossare molti abiti ed avere molti nomi. Sono stato Jacobius, il copista; Helian, il pittore; Valanil, il fattorino. Huine, l’ombra.”
Un sorriso increspa fulmineamente le labbra, subito dopo aver aggiunto le ultime parole; quando riprende a parlare, il tono si colora di un caldo accento delle marche del sud.
“Senza dimenticare Noqualmë Uialen di Kyle. E Nualma, il servitore.”
China appena il capo, in un grazioso cenno.
“Sono e non sono. Solo una cosa è certa.”
Allarga le braccia, abbassando gli occhi al proprio vestito.
“Il nero mi dona particolarmente.”
Un sorriso, sfolgorante; quale sarà la prossima sfida? Quale la prossima domanda? A quando il prossimo attacco?

Un sopracciglio inarcato è la massima risposta che riesce ad ottenere mentre Alissa volta le spalle ai due, precedendoli lungo l’ampio corridoio.
“Sono estremamente curiosa di scoprire quali sono le occupazioni in cui il vostro talento si esprime al meglio. Oltre alla sartoria, naturalmente.”
E’ forse ironia quella che sente? Il suo profumo è tanto impalpabile da non poterne individuare con certezza la presenza pur essendo indubbio il gioco che l’elfa sta portanto avanti: un gioco di mezze frasi e sottointesi accennati.

“Temo solo quella, mia signora.”
Segue con passo felpato, quasi felino, Alissa, adattando la propria andatura a quella dell’elfa, in modo da rimanerle, costantemente, due passi più indietro.
“Già in tenera età mi scoprii abile nel taglio e nel cucito. Più nel primo che nel secondo, in effetti, ma alle naturali inclinazioni non si comanda…”
Scrolla le spalle in un gesto di puro calcolo, pur nella consapevolezza che Alissa non potrà vederlo; è ormai assorbito nel divertimento che quella continua scherma gli procura, quasi drogato dalla sfida verbale ed intellettuale.

“Lord Ember era solito curare personalmente i propri libri paga. Li custodiva scrupolosamente come si conviene, questo è ovvio, tanto che una sola persona era ed è tutt’ora a conoscenza della loro esistenza. Volete indovinarne il nome?”
Si ferma avanti ad una grande porta, sorridendo all’indirizzo di Lugaid tradendo solo in parte la propria soddisfazione. Un colpo basso? Forse.
Senza distogliere lo sguardo solleva una mano per colpire delicatamente il battente, così che uno dei servitori possa aprire la strada alle loro signorie.

Non lascia che il sorriso si spenga, nè che il tono si appassisca; tuttavia, mentre parla, richiama alla mente quante transazioni ha concluso di persona con Lord Ember, quanti nomi differenti gli ha fornito, quante notizie, di lui, potrebbe aver conosciuto. La risposta gli farebbe contrarre la mascella, se non stesse già parlando.
“Non saprei, mia Signora. Ricordo, certo, il suo segretario personale, sollecito nel portare il calice di vino che, come di consueto, chiudeva ogni incontro con il Lord vostro padre.”
Un sospiro, come se si dovesse trovare a dire un’ovvietà necessaria.
“Tuttavia non ho mai ritenuto di mia pertinenza la contabilità privata di vostro padre, nè lui ha mai creduto opportuno informarmene. Nè, in fondo, ho mai avuto altri motivi per interessarmi della questione.”
Lascia che il sorriso divenga, specchio del tono, per un solo attimo famelico, quasi feroce, per poi tornare alla cordiale apertura di poco prima.
Bella mossa, non c’è che dire; l’incontro si sta prospettando decisamente più interessante di quanto non si fosse annunciato. Di solito, in queste situazioni, c’è sempre il morto.
Un sospiro preannuncia un leggero accentuarsi del sorriso dell’elfo. Purchè non sia lui, non dovrebbero esserci problemi.

La porta si apre, rivelando un grazioso salottino ornato di strumenti musicali di varia foggia e natura, alcuni si direbbero provenire da luoghi tanto lontani da non poter avere neppure un nome.
“Appurato che conosco ciascuno dei vostri nomi e dei servigi che avete reso alla mia famiglia… gradite un tea? Abbiamo ottimi biscotti appena sfornati.”
Sono più esemplari i suoi gesti da perfetta padrona di casa od il suo lasciar trasparire tra le righe sempre più di quanto le sole parole non dicano?

Il sorriso che sfavilla sul volto dell’elfo incornicia parole che sgorgano argentine dalle sue labbra, in un’amabile correzione di quanto Alissa ha appena detto.
“Appurato che conoscete molti dei miei nomi e qualcuno dei servigi che ho reso alla vostra famiglia…”
Una breve pausa, un leggero dondolio del capo.
“Grazie, credo che non prendero` nulla, in effetti.”
Un’altra pausa, spesa tutta nell’osservare con manifesta attenzione la stanza, lasciando scivolare gli occhi sulle pareti ingombre di strumenti, pizzicandone le corde con lo sguardo, percuotendone le membrane con la sola curiosita`.
“La sala della musica?”

Le labbra si assottigliano impercettibilmente per poi distendersi nuovamente in un sorriso accomodante.
“Non potrei arredare diversamente il mio piccolo salotto. Prego, accomodatevi, Ser Lugaid.”
Se fosse o meno una provocazione, il chiamarlo ser anziché Lord, non viene lasciato trasparire da alcuna delle movenze delle quali si veste come fossero le sete più preziose. E’ solo quando sta per adagiarsi su una comoda poltrona che lo sguardo torna verso la porta, interrompendola.
“Vadania, vieni avanti. Non è gentile restare ferme sulla porta. Non ti preoccupare, non desidero oltragiare il nostro ospite con insolita scortesia, anche se ha imperdonabilmente rifiutato il mio tea.”
I capelli fulvi si muovono seguendo lo spotamento del capo, la fronte disegnata dei profondi pensieri che la attraversano in quel momento.
“il mio ospite, Alissa, il mio ospite.”

Come impermeabile al rimprovero, per nulla velato, di Alissa, Lugaid si accomoda di fronte alla sua nuova ospite senza permettere al proprio sorriso di incrinarsi.
Si inserisce nella discussione tra le due sorelle, incurante, come se le sue parole fendessero il silenzio.
“Il vostro piccolo salotto, dite?”
Ancora, volta manifestamente il capo in un palese studio degli strumenti che ornano la sala. Nualma, il servitore, non ha mai visitato questi quartieri.
“In un momento in cui la conversazione non mi sarà sembrata starvi tanto a cuore, mia dama, temo che vi chiederò di darmi un saggio della vostra abilità, sperando che vorrete acconsentire.”
Accavalla le gambe, appoggiandosi comodamente allo schienale; in silenzio, attende che l’elfa riprenda a guidare la conversazione verso i lidi cui desidera approdare.

“Non mi sembra di avervi invitato a tornare o ad intrattenervi a lungo.”
Una breve occhiata all’indirizzo di Vadania, che nel frattempo ha preso posto accanto alla finestra, ed un fuggevole sorriso che le incurva le labbra.
“Non ancora, quanto meno.”
La breve pausa che segue le occore per richiamare un servitore e dare ordine di preparare tea per tre. Nel caso Lugaid cambiasse idea, si premura di aggiungere, continuando poi a rivolgersi all’inatteso ospite non appena udito l’attutito richiudersi della porta.
“Ammetto di essere molto curiosa, Lugaid - posso chiamarvi così? - Ditemi, vi capita spesso di turbare il sonno di un intero palazzo con grida tanto acute? Da quanto so di voi non pensavo amaste a tal punto la… teatralità.”

Scrolla le spalle, noncurante.
“Oh, a volte sì, a volte no. La teatralità è un’arma affilata quasi quanto la buona educazione, non ho certo bisogno di dirvelo…”
Appoggia le mani sulle ginocchia, inspirando ed espirando a fondo, prima di tornare a parlare.
“Inoltre, bisogna sempre considerare lo scopo primario di ogni azione.”
Accenna un nuovo sorriso, concedendosi un’apparente distrazione, lo sguardo attratto dai numerosi strumenti musicali.

Il silenzio si fa quasi opprimente prima che Alissa torni a parlare, con espressione più grave di quanto lei stessa vorrebbe.
“Non sono così spregiudicata da apprezzare chi per vivere svolge un tale mestiere. Le difficoltà della vita non sono una scusante, o per lo meno non lo sono più quando si giunge ad avere una possibilità di scelta. Potete essere un Vanquillose o finanche l’ultimo discendente della dinastia regnante, non mi interessa: non è il vostro nome che vi da lustro bensì le vostre azioni… e queste vi rendono quanto meno opaco ai miei occhi. Non apprezzo che vi intratteniate con mia sorella.”

“Oh, lo immagino bene!”
Esclama convinto, deciso, senza tuttavia che dalla sua espressione scompaia un sorriso diffuso, quasi impalpabile eppure presente.
“Sono perfettamente conscio di quanto opaco io possa apparire a coloro che commissionano i miei servigi, credendo che il denaro ripulisca loro le mani. O ai loro figli.”
Scrolla le spalle.
“Ad ogni modo, mi duole mancare del vostro apprezzamento. Cercherò di farmene una ragione.”

“Adesso basta”
La voce di Vadania li raggiunge, secca e glaciale come l’acciaio temprato.
“Smettetela di parlare come se io non fossi qui. Farò esattamente ciò che voglio, che chiediate o meno il mio parere, pertanto, signori…”
Come non cogliere la nota ironica in quella sola parola e in quante la seguono?
“…spero vogliate scusarmi se sento l’esigenza di ritirarmi nelle mie stanze.”
Non si premura di accennare alcun inchino mentre volta le spalle ai due, furente tanto con l’uno quanto con l’altro, avviandosi a passi decisi verso la porta.
Un sorriso di vaga soddisfazione è l’unica reazione di Alissa, bellisima ed immobile sulla sua poltrona preferita.

Sospira, chiudendo gli occhi e portandosi le mani alle tempie. Lascia che la voce filtri così, da dietro dita che, lentamente, massaggiano la fronte con un movimento circolare.
“Credo, mia Lady, che io debba scusarmi con voi ed andare a cercare di non farmi uccidere da quella tigre che è vostra sorella da adirata.”

Parla nel medesimo istante nel quale la porta si apre per lasciar uscire Vadania ed entrare un servitore in livrea biancoblu, con un grande vasoio d’argento sorretto da entrambe le mani.
“Temo di non potervelo permettere. Se la calmaste la mia piccola recita non sarebbe valsa a nulla e, come vi dicevo pocanzi, non sono solita perder il mio tempo.”

Abbassa le mani in un sospiro, un sopracciglio appena inarcato ed un’aria di stanca condiscendenza sul volto.
“Siete crudele, sapete.”
Alza le spalle, adagiandosi nuovamente contro lo schienale. Si inumidisce le labbra, prima di tornare alla parola.
“Tuttavia errate, se mi credete in possesso della facoltà di placare il suo animo.”
Si concede un sogghigno divertito, rapido come il ricordo di eventi non troppo remoti.
“Di norma, anzi, sembra che io la esasperi oltremodo.”
Esala ancora un sospiro, voltando pigramente il capo verso la porta. Quanto tempo lasciar passare, prima di raggiungerla? Come conciliare l’esigenza di abbracciarla, subito, con quella di spiegarle, di calmarla, di non saperla adirata con lui? Il labbro inferiore viene eletto a capro espiatorio e tormentato dai denti sull’onda di simili dubbi.

22 Febbraio 2007

L’apprendista e l’assassino - VII


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Lo sguardo di Honderyll si sposta dall’uno all’altra.
“Sei già stata qui”
Osserva con amarezza, a metà tra una domanda ed un’accusa mentre lei ha già mosso alcuni passi all’indietro.

“Sì, certo.”
Parla da sopra la spalla mentre si muove con disinvoltura per la cucina, recuperando due bicchieri ed un’otre d’acqua.
“Non essere…”
Si interrompe, fissando assorto la credenza, come se gli stesse parlando in una lingua che alcun altro può udire. Scrolla poi le spalle, rimettendo via i due bicchieri che aveva già preparato e cercandone altri due con espressione assorta.
Parla lasciando cadere le parole una per una, impegnato più che altro nella sua ricerca.
“Non essere noioso… Ah!”
Ritrae la mano con due bicchieri dalla foggia leggermente più raffinata di quella dei precedenti: il servizio buono, si direbbe.
Riprende a parlare mentre valuta la pulizia delle stoviglie con un’occhiata sommaria in controluce.
“Tengo anche lezioni e…”
Si interrompe di nuovo quando, soddisfatto dall’ispezione ai bicchieri, li riempie entrambi d’acqua; subito ne afferra uno, sorbendo un primo, soddisfatto, sorso.
Cosa c’è di meglio dell’acqua fresca, quando si ha sete?
“Gradisci?”
Porge il bicchiere ad Honderyll, nascondendo la propria espressione in un nuovo, abbondante, sorso.

Rapida, la mano di Vadania afferra il bicchiere, portandolo alle proprie labbra prima che vi sia la possibilità di pronunciare una sola sillaba.
Lo inclina lentamente, guardando Lugaid dritto negli occhi e prendendo il tempo necessario per pensare alla prossima mossa: la situazione le stava sfuggendo di mano, degenerando in una lotta fisica alla quale difficilmente avrebbe potuto mettere fine.
“Volevo migliorare nell’uso del pugnale.”
Spiega infine, mentendo con fin troppa facilità, gli occhi che ancora non si volgono verso il suo reale interlocutore, quasi una sfida ad essere smentita.
“E mi è stato consigliato di rivolgermi a lui. Il resto è stato un concatenarsi di coincidenze. Avrei dovuto parlartene prima, mi scuso.”
Solo allora gli porge il bicchiere, gentilmente accettato.
“Avete davvero disogno di dimostrare chi è il più forte tra voi prima di iniziare a parlare civilmente? In fin dei conti” Si stringe nelle spalle, ignorando l’espressione accigliata di Honderyll “potreste essere utili l’uno all’altro, e ve ne rendereste conto se solo la smetteste di mostrarvi i denti.”

Sospira, accettando il bicchiere dalle mani di Vadania e poggiandolo sul piano della cucina; coraggiosa, ma, come sempre, stupida. Fortunatamente, non c’era nè sonnifero nè veleno.
Alle parole dell’elfa, inarca un sopracciglio, pensoso. Risponde in tono leggero, dando l’impressione di non aver riflettuto a lungo, prima di tradurre in suoni le proprie idee.
“Non credo di aver bisogno di dimostrare chi, fra noi due, se la cava meglio in uno scontro.”
Una lunga pausa, concatenata ad una lunga inspirazione.
“Ma non credo neanche che lui desideri credermi.”
Scrolla le spalle, ancora una volta.
“In fondo, forse al posto suo farei la stessa cosa. Non ho prove, non ho fatti concreti; arrivo ed annuncio di voler bruciare la sua casa. Oh, sì… e abbraccio la sua -quasi- futura moglie.”
Si stiracchia, indolentemente.
“Non credo che rinuncerà all’opportunità di darmi una lezione. A prescindere da quanto mi annoi la cosa.”

Arrossisce senza volerlo, trovandosi a sbottare più per il fastidio che questo le provoca che per la continua, sottile provocazione di cui Lugaid fa uso nei confronti del fratello.
“Tu non brucerai nessuna casa! Dannazione, la vuoi smettere?”
Sì, stava decisamente perdendo la pazienza.
“In uno scontro può accadere di tutto, Lugaid, anche di sbagliarsi sul proprio avversario”
Lo stava difendendo? Maledizione, decisamente non era ciò aveva in mente.
“Se evitas..”
“Basta!”
La voce di Honderyll la interrompe con il tono di chi è da tempo avvezzo al comando, calmo ed allo stesso tempo autorevole, riducendola ad un furente silenzio.
“Mi minacci platealmente, ti prendi gioco di me, insulti il mio nome… e pretendi che mi limiti a sorriderti? O magari credevi che ti invitassi ad accomodarti nel mio salotto? Sei arrabbiato. Lo sono anch’io. Ma non starò a guardare mentre trami di dare fuoco a ciò cui tengo, e non hai bisogno di provocazioni di così bassa lega per indurmi a venire alle armi. Che sia chiaro: non sono io a cercare lo scontro.
Mi ero quasi illuso…”
E’ quasi una risata quella che gli sgorda dalla gola, producendo ul lieve tremolio delle spalle.
“…cosa importa? Quando mai abbiamo libertà di scelta?”
Reinfodera l’arma, scuotendo appena il capo.

Sopprime a fatica uno sbadiglio, sperando che lo interpretino come un ostentato segno di noia, più che come un segnale di stanchezza, come effettivamente è.
“Non darò fuoco a nulla. Ho promesso.”
Scrolla le spalle, concedendosi di socchiudere un solo attimo gli occhi, ricercando nuove energie con cui dissimulare il proprio stato.
“Ad essere sinceri, questa mattina, prima di sapere di certune manie di fuga…” ed uno sguardo obliquo viene scoccato, rapido, verso Vadania “…stavo preparandomi a partire. Non credo di aver più motivi per rimanere, a questo punto”

L’elfa sembra trattenersi a stento dal proiettarsi in avanti, il capo che si solleva in un rapido scatto.
“Non puoi! Non…”
Il grido iniziale di spegne, senza che la frase possa trovare completamento, sfociando in un mordere doloroso l’angolo della propria bocca. Erano passate solo poche ore da che era stata lei stessa a cacciarlo, intimandogli di starle lontana. Cos’era, allora, quel senso di vuoto che le si agitava dentro?
“Non andare…”
Non un’imposizione ma una semplice richiesta che strappa ad Honderyll un sorriso che può, con buona approssimazione, essere definito di sorpresa. Vadania non ha mai chiesto: di solito pretende e si appropria di ciò che vuole con o senza il consenso degli interessati.
Si tratta decisamente di un’interessante novità.

Inspira, chiudendo gli occhi per un attimo e riaprendoli solo quando torna ad espirare. Ogni centimetro di pelle gli sta urlando di chiudere quella discussione prima che si faccia ancora più difficile.
Apre la bocca per rispondere, richiudendola poi senza essere riuscito a dire nulla. Gli sta veramente chiedendo di non andare? Eppure, sa bene di essere stata lei stessa…
Lascia che un sorriso gli affiori sulle labbra, assieme ad una risata che si fa sempre più convinta. Stende una mano, scompigliando di nuovo i capelli dell’elfa.

“Niente roghi, niente più insulti che giungano alle mie orecchie, niente piani di battaglia o di tortura. Lascia stare i Vanquillose ed io lascerò stare te. E porterò Nymelia a casa.”
E’ la voce di Honderyll a sovrapporsi alla risata di Lugaid, piegandola verso la serietà di un argomento che non potrebbe stargli più a cuore. Poi, un breve sguardo verso Vadania sembra addolcirne lo sguardo.
“Ha un debole per te…”
Un’affermazione leggera, che non vuole avere implicazioni ma che la piccola elfa si sforza di negare animatamente.
Cosa davvero stiano pensando, tutti e tre, è perso nel marasma di sentimenti contrastanti che sembra avvolgerli e trasportarli in un universo parallelo e solo in parte unito a quello dove si trovavano fino al giorno precedente.

“Sarò io a lasciar stare te.”
Si morde il labbro inferiore, esalando un leggero sospiro.
“Falla sistemare nella terza stanza nell’ala est. Era la sua, prima…”
Lascia che la voce si spenga lentamente; quando riprende a parlare, ha trovato una nuova stabilità, almeno apparente.
“Cerca Yelin, la sua bambola. Le parlava quando aveva qualche problema e non voleva dirlo a nessuno… dovrebbe essere in uno dei bauli nella stanza verde, al secondo piano.”
Non riesce a trattenere un sorriso amaro al ricordo di immagini rubate da una porta semichiusa; deglutisce per scacciare il groppo alla gola.
“E tienile lontano tuo padre. Per favore.”
Inspira a fondo, portando una mano alla fronte quando una fitta di emicrania minaccia di volergli spaccare in due la testa.
Adesso sarebbe il momento giusto per rimanere da solo. O con Vadania, al massimo.

Honderyll annuisce gravemente trovandosi a riflettere, tra sé e sé, sulla somiglianza caratteriale di Lugaid con il padre che disprezza. Se le cose fossero andate diversamente si sarebbero capiti alla perfezione. Sciocco! Si rimprovera l’istante successivo, non sai ancora se è davvero tuo fratello, non iniziare a scrollarti dalle spalle pesi che probabilmente ti apparterranno per tutta la vita.
“Lo farò.”
Volge lo sguardo verso la porta tornando a guardarlo con una strana espressione in volto, quella propria di chi vorrebbe fidarsi ma teme di peccare d’ingenuità come capita a molti fin troppo spesso.
“Cancella i miei dubbi, fammi credere che sei mio fratello, e ti tratterò come tale.”
Una frase tanto semplice per implicazioni così complesse… Ah, il paradosso.
“Vadania”
Le posa delicatamente una mano sulla spalla.
“Tua sorella era molto preoccupata, andiamo a rassicurarla.”

Ritraendo la mano, azzarda una carezza sul volto di Vadania. Tentare? Partire?
Troppi dubbi, troppe domande. Troppe incertezze.
Sospira, accennando all’elfa la porta con il capo.

“Non ne approfitterai per andartene?”
“Ho un motivo per rimanere?”
“…sì.”
Botta e risposta così rapidi da dare l’impressione di un dialogo provato e riprovato infinite volte.
Un sorriso obliquo ed una fugace strizzata d’occhio, in risposta, la convince a muovere qualche passo per seguire quello che sarà il suo accompagnatore, già immerso in pensieri di ben altra natura come, ad esempio, il numero di soldati che può radunare per meglio proteggere la propria abitazione. Non si è mai troppo pudenti.
Sulla soglia della cucina Vadania si volta un ultima volta, puntando l’indice contro Lugaid.
“Se te ne andrai, ti verrò a cercare.”
Una minaccia, decisamente una minaccia.

Un colore rosso simile al sangue; decisamente troppo vivo. Forse sarebbe meglio scurirlo… ma come dare le tonalità bronzee necessarie?
Mani esperte mischiano tempera, diluiscono, scuriscono, schiariscono, in una miriade di esperimenti tale che è solo per miracolo che il colore raggiunge una tonalità apprezzabile. Il pennello si intinge, poi, esitante, per andare a depositare in tratti rapidi il colore sulla tela.
Helian, il pittore, può ammirare soddisfatto il proprio lavoro, mentre due occhi verdi, incorniciati da una matassa di riccioli rossi, restituiscono lo sguardo dalla tela.
Somigliante, anche se non troppo.
Sono ormai passati sette giorni da quando l’ha vista per l’ultima volta. Sei giorni da che è arrivato l’invito. Cinque dal momento in cui Jacobius, il copista, è svanito nel nulla, lasciando deserta la sua casa.
Helian sbuffa rumorosamente, abbandonando lo studio e la sua luce calda, sfuggendo allo sguardo che, dal quadro, gli arriva fin troppo penetrante.
Due giorni dopo, nessuno potrebbe riconoscere la persona uscita dalla dimora modesta, seppur spaziosa, del pittore.
Un servitore di spicco di un ricco nobile venuto a commissionare un ritratto, si direbbe dal suo abbigliamento: privo dei consueti ornamenti che tanto amano gli aristocratici, il vestito, nero, è stato sicuramente cucito su misura e la stoffa, tanto scura da avere riflessi violacei, non fa che rimandare al corvino dei capelli e all’ametista degli occhi.
Una scelta che non può essere casuale, senza dubbio. Non casuale e costosa, per di più. Il particolare della spada che porta fissata al fianco, inoltre, identifica una persona di un certo rango, avvezza a tale privilegio.
Non vi è nessuna meraviglia, quindi, per chi dovesse seguirlo, nel vederlo raggiungere il parcheggio delle carrozze e nel comunicare al vetturino, con voce che non tradisce alcuna emozione, la sua destinazione.
Villa Vanquilosse, e in fretta.

Una carrozza in arrivo, gli ha comunicato il valletto, inchinandosi profondamente prima di attendere gli ordini del suo nobile padrone.
Honderyll veste una semplice quanto vaporosa camicia bianca, terminante in pantaloni stretti e di pregiata fattura, realizzati con lo scopo di non impedirne i movimenti quando, come in quell’occasione, era solito allenarsi nell’uso della spada. Davanti a lui un giovane dai lunghi capelli biondi lo osserva, mollemente appoggiato alla propria arma; un sorriso gli aleggia sul volto, come se potesse leggere i pensieri direttamente nella mente dell’amico.
L’erede dei Vanquilosse accarezza lentamente lo sbuffo di tessuto che dal collo giunge quasi fino allo sterno, corrucciando le labbra per un momento prima di dar ordine di scortare l’ospite fino a quella stessa stanza.
Una carroza sconosciuta? Non può essere che lui.

Lugaid è pallido. Sa di esserlo, senza alcun dubbio; merito del lungo addestramento, certo, che gli ha insegnato a controllare e monitorare ogni parte di sè, ma istinto, soprattutto.
La mascella contratta che non vuole saperne di rilassarsi, segue rigidamente il valletto, scoprendo modificati i corridoi che la sua infanzia aveva scolpito nei ricordi; meno alti, meno imponenti, meno lunghi. Ugualmente spaventosi.
Entra così nella sala dall’allenamento, senza comunicare al valletto alcun titolo con cui essere annunciato, facendo persino fatica a deglutire.
Tutto è cambiato, eppure nulla lo è. Quanto traspare di quello che sente sul suo volto? Quanta parte dell’angoscia che lo sta divorando affiora dai suoi occhi?
Un sospiro ed un inchino, rigido, ad Honderyll, nel più completo silenzio. Lui lo ha invitato, che sia lui a parlare.

“Bengiunto”
La voce che lo raggiunge è calma e pacata, forse appena incerca a causa di una terza presenza che, nei suoi piani, non avrebbe dovuto trovarsi lì. Si stringe nelle spalle, voltandosi a guardare il biondo senza poter trattenere, dopo un solo istante, un’aperto sorriso subito ricambiato.
“Firilion, ti presento Lugaid. Lugaid, questo è un mio caro amico: Firilion.”
Si volta nuovamente in direzione del fratello, abbandonando parte della gioia fanciullesca che l’aveva abitato fino a poco prima.
“Che tu sia il benvenuto in questa casa. Sono lieto che tu abbia accettato il mio invito, seppure con un preavviso così breve…”
Lascia la frase in sospeso senza tuttavia dargli il tempo di replicare alla pungolatura non troppo nascosta.
“D’altra parte potrebbe essere meglio così: dubito che sarei riuscito a trattenere Vadania dal precipitarsi qui.”

Maledizione. Ha usato il suo nome.
“Firilion.”
China appena il capo nella direzione dell’elfo biondo, fino a pochi momenti prima sconosciuto. Un amico con cui allenarsi alla spada, che tenerezza. Bah.
Come riscosso da quel nome, Lugaid torna in piena allerta, ricominciando la solita cantilena mentale a base di improperi rivolti a sè stesso per essersi distratto così facilmente.
Gli basta una sola occhiata, esperta, per registrare dimensioni, arredamento, vie di fuga ed armi visibili presenti nella stanza; alcuni hanno bisogno di bere qualcosa, per sentirsi a loro agio, altri di sedersi. Lugaid di conoscere uscite e struttura dell’ambiente in cui si trova.
“Tutto si può dire di lei, tranne che non abbia un carattere impulsivo, o che si dia per vinto facilmente, quando cerca qualcosa. O qualcuno.”
E Lugaid preferisce non pensare al numero di spie che si trova sulle sue tracce in quel preciso momento. Prosegue in tono cortese, spostando lo sguardo da un interlocutore all’altro.
“Ho interrotto il vostro allenamento? Devo proprio essere dotato di un pessimo tempismo… continuate, vi prego. Io mi limiterò ad assistere.”
Un sorriso divertito gli balena per un attimo sul volto, illuminando gli occhi per un fuggevole istante.
“Chissà che non impari qualcosa.”

“Temo di essere troppo stanco per potervi accontentare”
Firilion gli rivolge il sorriso incuriosito di chi avrebbe molte domande da porre ma, per ovvie ragioni, non può fare altro che trattenersi. Dopo essersi raddrizzato gli si avvicina lentamente, porgendogli la spada dalla parte dell’elsa.
“combattete voi, in mia vece.”
Una breve pausa ed un’aggiunta fugace seguita, in rapiada successione, dalla rassicurazione espressa da Honderyll nel suo solito tono fermo e rassicurante.
“Non potrei mai frappormi tra due fratelli.”
“E’ una persona di fiducia.”
Quasi un avvertimento a non osare dir nulla di offensivo.

Non oserebbe…
Idiota. Imprudente idiota, imbecille, razza di stupido presuntuoso.
Lugaid afferra la spada con un sorriso cortese e con un cenno di ringraziamento del capo, dirigendosi poi di fronte ad Honderyll. Il sorriso non abbandona le sue labbra neanche quando porta la spada di piatto, davanti al volto, nel saluto classico della scherma.
Razza di pallone gonfiato. Il suo segreto. Il suo segreto!
La voce cola dalle labbra come la più dolce delle ambrosie.
“Spero che non vorrai esagerare, non sono particolarmente affezionato al dolore fisico.”
Si pone in una guardia non perfetta, in attesa.

Il biondo, comodamente assiso su una poltrona accanto alla porta, si trova a scuotere lentamente il capo.
“Avevi ragione, è come se il vecchio ritratto di tuo padre si fosse improvvisamente rianimato… sembra impossibile…”
Parla tra sé e sé, stupito ed allo stesso tempo nervosamente impaziente.
“Firilion.”
Una sola parola di Honderyll, ed è sufficiente perché l’amico taccia, sollevando le mani in cenno di scusa.
“Chiedo venia, mi sono lasciato coinvolgere troppo…”
Il silenzio torna a calare mentre le spade si preparano a cantare l’una contro l’altra.
“Andiamo Lugaid, sai fare meglio di così…”
Come dimenticare di trovarsi davanti ad una delle poche persone capaci di disarmarlo?

“Lo so.”
Risponde asciutto, secco, la voce improvvisamente priva dal miele che la ricopriva.
“Pensi di potermi impegnare più di così?”
Un sorriso, tagliente.
Ed è un sorriso che ottiene per risposta, un sorriso ed un cenno a farsi sotto.
Tipico; dai ad una persona sana un titolo, un mucchio di soldi ed una spada e otterrai un presuntuoso che si diverte combattendo.
La risposta di Lugaid è uno scatto felino, rapido, potenzialmente mortale; avrebbe potuto aprirgli la gola e ritrarsi prima che Honderyll avesse avuto il tempo di tentare un movimento, invece si limita a sfiorargli lo sbuffo della camicia con la punta della spada, per poi tornare indietro, rapido, a distanza di sicurezza, nuovamente in guardia.
Attento, giovane Lord; giocando con un assassino si rischia di essere uccisi.

Inclina il capo, portando la mano libera allo sbuffo della camicia. Dapprima lo sfiora solamente, per poi tirarlo verso l’esterno, strappandolo e gettandolo lontano.
“Non ti piace? Neanche a me, a dire il vero, ma è stato un regalo di Vadania, ed è stato un piacere accettarlo.”
Si muove lentamente, sorridendo ancora, mantenendo la posizione di guardia ed esibendosi in una serie di finte e di brevi affondi senza intenzione di metterlo seriamente in difficoltà.

“O sarebbe stato un problema tentare di non farlo?”
Un altro scatto, la lama che cala con violenza su quella di Honderyll, spalancandogli la guardia; oh, quanti sorridenti punti vitali scoperti!
Lugaid si ritrae, infastidito, rimanendo a distanza di sicurezza, chiuso in difesa.
“Trovo noioso questo gioco… sarei incline a smettere.”
Si raddrizza, lasciando ricadere la spada lungo il fianco; la cosa lo ha stancato, decisamente.

Sorpresa.
Difficilmente si potrebbe descrivere altrimenti l’espressione dipinta sul volto di Honderyll al vanificarsi della sua guardia.
Non era mai capitato, mai, che qualcuno lo ridicolizzasse così ed in così poco tempo.
Il fischio dammirazione che li raggiunge, proveniente dall’unico spettatore, sembra essere il segnale di inizio di una gara che è lungi dal suo termine.
La sequenza di affondi e fendenti che segue è pressochè perfetta, una danza armonica in cui la facilità di movimento è tale da nascondere del tutto lo sforzo che gli costa mantenere la concentrazione in una circostanza tale circostanza.
E’ vero, non era passato molto tempo da quando aveva confessato a Firilion la sorprendente somiglianza che legava Lugaid al padre che voleva uccidere, ma questo pensiero non poteva essere una scusa accettabile per una resa completa ed umiliante.
Non era questione di orgoglio, ma di rispetto, quello che non avrebbe mai guadagnato abbassando la spada ora.

Oh, non male, decisamente no.
Costretto, d’improvviso, a riportare l’attenzione al suo avversario, recupera, paradossalmente serenità. Assorbito nela sequenza di parate, affondi, finte, contenimenti, riesce ad estraniarsi da ciò che esula dal qui e dall’ora, da tutto ciò che non riguarda la punta della spada che si trova di fronte.
Finalmente, può fare ciò che meglio gli riesce, seppur non al meglio delle sue possibilità; ha ormai perso il conto delle volte in cui si è trattenuto dall’affondare e preferisce non pensare al numero di spiragli che ha intravisto, di imprecisioni da poter sfruttare, di momenti in cui poter volgere lo sguardo a proprio, definitivo, favore.
Honderyll è bravo. Un talento naturale che è stato coltivato accuratamente, costantemente, con un’attenzione maniacale; proprio questo rende ancora più difficile il non andare fino in fondo, il non concludere mai, trattenendosi nel regno del possibile, senza mettere alla prova le proprie intuizioni.
Per la prima volta in vita sua, infine, decide di agire per non agire. Controllarsi sta divenendo sempre più difficile ed il progressivo aumentare del ritmo dello scontro rischia di infrangere il suo autocontrollo; duellare con lui dimenticando di trovarsi di fronte un Vanquilosse, poi, sta divenendo impossibile. Deglutisce a vuoto.
Coglie il momento del successivo affondo di Honderyll per un trucco decisamente sporco: la lama del fratello non è ancora arrivata a fine corsa che quella di Lugaid si abbatte sulla sua con violenza, di piatto, il medio della lama contro il debole di quella di Honderyll; rapido, parte dello stesso movimento circolare, il piede si alza, andando a schiacciare sotto lo stivale la lama.
Il resto è rapidità; la lama di Lugaid incontra il pavimento, abbandonata, quando l’elfo è già scattato, come una molla, con un colpo di gomito diretto allo sterno di Honderyll. Pericoloso, sporco, decisamente sleale; nonchè particolarmente doloroso e leggermente brutale.
Un trucchetto adorabile, secondo il punto di vista di Lugaid.

Sbilanciato, accusa il colpo muovendo qualche passo all’indietro, la mano che va meccanicamente a massaggiare la parte dolente mentre la spada giace, per la seconda volta, al suolo.
“Non è la prima volta che mi disarmi con una mossa sleale, inizio a pensare che sia un’abitudine…”
La frase, lasciata in sospeso, non reca traccia di risentimento. E’ semmai una sana curiosità ad animare i gesti e l’espressione dell’elfo.
“…posso usarlo come scusa per giustificare la mia pessima figura, suppongo.”

Arretra rapidamente, scrollando solo le spalle come risposta.
E’, all’improvviso, un’altra questione ad occupargli la mente e la volontà, come se quel duello avesse ristabilito il suo equilibrio, lasciando spazio ad una pluralità di pensieri agili, come di consueto.
Come sia riuscito a non uccidere un Vanquilosse, incrociando con lui la spada, è un interrogativo che preferisce scacciare dalla mente il più in fretta possibile.
La voce esce in tono neutro, senza altre sfumature che non una nota di cordialità e tuttavia reale, piena, non artefatta come di consueto, dotata di tutte le sue naturali armoniche.
“Nymelia è qui?”

Annuisce, tradendo una certa aspettativa.
“In quelle che sono tornate ad essere le sue stanze. E’ con la sua nuova dama di compagnia e, naturalmente, con la sua bambola. Temo che il cambiamento l’abbia disorientata. Vuoi incontrarla?”
Un colpo di tosse dalla poltrona, un’esitazione di Honderyll, un lieve strascichio delle parole ed, infine, nuove sillabe che si librano nella stanza delle armi.
“Dovremo attraversare il palazzo… non so chi potremmo incontrare”

Deglutisce a vuoto. Una, due volte. Ed una terza, subito dopo un sospiro.
Quanto tempo è passato, dall’ultima volta in cui l’ha vista? Quanti anni sono sfilati, rapidi, uno dietro l’altro? Quasi inconsapevolmente, Lugaid si trova ad abbassare lo sguardo su sè stesso; troppi.
Non saprebbe riconoscerlo, no. Non più.
“Credo che le lascerò il tempo di abituarsi alla sua nuova condizione.”
La voce è uscita troppo roca per i suoi gusti, decisamente non era il tono che avrebbe scelto, se ne avesse avuto la possibilità.
Il sospetto di avere paura, di temere un possibile incontro casuale, viene allontanato dalla mente dell’elfo con un fastidio ed una meticolosità che non possono che segnalarne una certa qual fondatezza.
Uno sguardo inconsapevole vola alle finestre; andarsene, il più in fretta possibile.
“E credo anche di dover andare, ora. Se non altro, a dire a Vadania di smettere di sprecare il suo oro.”
Un mezzo inchino, rigido, di chi non attende risposta; si è comportato fin troppo bene, in fondo.

“Stai scappando.”
Niente derisione o cattiveria, niente provocazione. Una constatazione.
“Sei qui per prendere il posto che ti spetta oppure no, Lugaid? Perché se la risposta è sì dovrai presto affrontare altro che non una passeggiata per il palazzo.”
Si china per raccogliere le spade, con l’intenzione di rimetterle sulla rastrelliera dalla quale sono mancanti.
“Salutami Vadania, dille che passerò da lei questa sera stessa. E… grazie per essere venuto fino a qui. E’ difficile anche per me, abituarmi…”
Imbarazzo? Di più: sincero imbarazzo.

“Sì.”
Un’ammissione semplice, concreta.
“Affronterò chi devo affrontare, possibilmente con una spada in pugno.”
Alza frettolosamente le mani, in un segno di resa.
“Preferisco che lo sappia mentre stiamo duellando…”
Un sogghigno divertito si allarga, incontrollato, sulle labbra dell’elfo al solo pensiero.
“…se non altro, potrò spaventarlo meglio con un’espressione debitamente feroce.”
Si concede un attimo per immaginare l’espressione sul volto del genitore, lasciandosi poi sfuggire un risolino; tanto vale prenderla sul ridere, a questo punto.
“Non appena avrà finito di rimproverarmi, te la saluterò senza dubbio.”
Silenzio, sui ringraziamenti finali, calando un velo di discrezione su una parte di discorso che imbarazza entrambi.
Vuole davvero il posto che gli spetta? No, assolutamente. Vuole una persona, non un titolo o delle ricchezze; sospira, chiedendosi quanto mai potrà ancora scivolare nella stupidità.
Impossibile dirlo.

“Gli anni l’hanno piegato più di quanto potresti immaginare, anche se tenta di nasconderlo e non vi riesce troppo male.”
La risposta gli giunge dalle labbra del biondo fino ad ora tenutosi in disparte.
“Che soddisfazione potresti trarre dal combattere con qualcuno così marcatamente più debole di te? Honderyll dice che sei venuto per ucciderlo… faresti un favore a molti, persino a lui stesso. Eppure…”
Scuote lentamente il capo, portando lo sguardo sull’amico in movimento tanto naturale da sembrare dettato da un’abitudine ormai consolidata.

“Eppure non è stato lui ad essere venduto perchè era inadatto. Non è stato lui ad essere usato come pagamento.”
Questa volta, la voce si è ridotta ad un sussurro, roco, irato, incendiario, avvelenato da una nota del disgusto che gli provoca il solo ricordo. Il capo si volta, di scatto, verso il biondo.
“Non sei stato tu.”
E quindi verso Honderyll.
“O tu.”
Serra la mandibola, strozzando in gola tutte le parole che gli verrebbero, altrimenti, naturali. Come osano? Come possono solamente pensare di capire che cosa prova? Come possono credere di sapere in quale modo lui possa trarre soddisfazione? Credono forse di sapere che cosa ha passato? Non sarà per le loro parole se non lo ucciderà come il cane che è.
Un inchino rigido, più profondo del precedente, pone fine alla conversazione; uscire precipitosamente dalla stanza, dirigersi ad ampie falcate alla carrozza e comunicare la nuova destinazione, villa Ember, sono attimi frammentati, uniti con la malagrazia del vetro spezzato.
E’ solo quando il cocchiere gli annuncia, con un’insistenza ed un tono che gli suggeriscono una pluralità di tentativi precedenti, di essere arrivati a destinazione, che Lugaid si riscuote. Vadania, sì. Ha bisogno di vederla, ora.
Bisogno.

Gli occhi ridotti a due fessure, Vadania sta ascoltando con attenzione quanto hanno da riferirle due dei suoi sedicenti informatori.
Di Lugaid nessuna traccia, nessun nuovo pittore giunto in città corrisponde alla fisionomia del ritratto che ha loro fornito. Hanno ispezionato minuziosamente ogni casa, pedinato ogni uomo, chiesto a chiunque potesse sapere qualcosa. Certo, avrebbero continuato a cercare, ma era il momento di estendere la loro opera oltre le mura cittadine, se sua signoria lo riteneva opportuno.
Lungi dal farsi amabilmente raggirare Vadania aveva offerto loro un calice di vino dallo strano sapore, chiedendo poi di conferire direttamente con colui che chiamavano capo. Naturalmente, avrebbe saputo se le stavano mentendo…

Impossibile non riconoscere l’elfo che sta smontando dalla carrozza, congedandosi dal vetturino con poche parole ed un sacchettino di monete.
Non è biondo, certo, e la sua camminata è ora sciolta, sicura; eppure il volto, su cui non alberga neanche l’ombra di un sorriso stolido, è identico e gli occhi sono sicuramente gli stessi, anche se incastonati in un’espressione seria, ferma, e dotati di una strana intensità. Anche la voce è del tutto simile, pur scevra di quell’esitante timidezza e più ricca, dotata di una tranquillità e pacatezza che appare autorevole, non esitante.
E’ Lualma, il giovane elfo sempliciotto che ha prestato servizio per qualche tempo in quella casa, eppure non è lui.
Quel che è certo, invece, è che desidera vedere Vadania e il suo tono, cortese, non sembra voler ammettere repliche; così, mentre un servitore si affretta ad annunciare, secondo le istruzioni del nuovo venuto, ‘un cucchiaino più lungo’, Lugaid viene fatto entrare ed accomodare su un confortevole divano posto nella sala d’ingresso per meglio consentirgli di annoiarsi attendendo che la giovane Signora si renda disponibile a riceverlo. Il suo viso, impassibile, non tradisce impazienza.
Impazienza.
Proprio questa, invece, sta corrodendo il suo animo, assieme al desiderio di vedere Vadania. Gli manca, senza dubbio, e gli manca la droga che è la sensazione del corpo di lei contro il suo, il sentire il suo abbraccio attorno alla vita. Lo avrebbe sgridato, rimproverato; avrebbe urlato e forse gli avrebbe tenuto il broncio.
Eppure lui l’avrebbe abbracciata, tenuta stretta e avrebbe respirato, di nuovo, il profumo dei suoi capelli. Quanto a lungo lei glielo avesse concesso.

Lo spostamento d’aria dovuto alla corsa fa ondeggiare all’indietro la chioma rossa e ribelle, liberandola dal nastro che la domava fino a poco prima ed inducendo lo stesso a librarsi nel vuoto fino a posarsi, vinto, su uno degli ultimi scalini.
Una delle porte che affaccia sulla sala d’ingresso si spalanca, lasciando entrare una piccola dama sconvenientemente abbigliata con pantaloni e camicia bianca. Senza arrestarsi, Vadania gli getta le braccia al collo, quasi travolgendolo per via dell’impeto con il quale lo affronta, nascondendo il volto nell’incavo della sua gola per alcuni lunghi istanti.
E’ solo dopo averlo così abbracciato che si scosta altrettanto bruscamente, uno sguardo di rimprovero dipinto sul volto, cercando di colpirlo all’altezza dello stomaco.

E’ l’istinto che fa contrarre gli addominali a Lugaid ed è ancora una reazione del tutto involontaria l’arretrare per evitare che il colpo vada a segno.
Eppure è uno squisito atto di volontà il portarsi di nuovo avanti di poco, per evitare solo in parte il colpo dell’elfa e farlo arrivare, comunque, a contatto. Una volontà sgorgata da una ragione ancora intorpidita ed istupidita, stordita dall’entrata di Vadania ed illanguidita da quell’abbraccio che sembra aver del tutto spento i processi mentali di Lugaid.
“Honderyll ti manda i suoi saluti… credo abbia intenzione di farti visita, questa sera.”
Detto con assoluta noncuranza, seppur una certa rigidezza tradisca la contrazione allo stomaco patita nel momento in cui ha pronunciato quelle parole; Honderyll, già.

Aggrotta le sopracciglia, allontanandosi di un passo ma solo per poterlo squadrare da capo a piedi.
“Attendeva la visita di un caro amico, stamane, se non vi sono stati imprevisti non si farà vivo almeno per tre o quattro giorni.”
Si stringe nelle spalle, come per accantonare la questione.
“Voleva solo provocarti.”

“Oh.”
Aggrotta le sopracciglia, esaminando velocemente i dubbi e le domande che gli si accavallano in mente.
“Devi riferirti a Firilion, sì.”
Non ha ancora terminato di parlare che tutta la questione gli è scivolata di mente, accantonata con la promessa di ripensarci in seguito, più tardi.
Sorride appena, concedendosi una lunga occhiata con la quale carezza e sfiora i lineamenti dell’elfa, ripassandoli lentamente in un tocco del tutto immateriale.
“Non sono scappato.”
Semplicemente, una constatazione.

“Firilion? Come lo sai?”
Avanza, minacciosa, le mani posate sui fianchi in una posa che non promette nulla di buono.
E’ lì, ora, è vero, ma quanto tempo ha passato cercandolo e quanti eventi si sono susseguiti nel frattempo? Due giovani fanciulle sole in una casa presa di mira da un folle assassino… in troppi si sono calati su questa storia come avvoltoi, non è stato facile imporsi, non è stato facile tenere tutti a bada. No, non è stato facile.
“Scappato o scomparso non sono altro che sinonimi, a volte.”

Scrolla le spalle, noncurante.
“Arrivo ora da casa Vanquilosse. L’ho conosciuto, anche se solo superficialmente.”
Si inumidisce le labbra, sciogliendo lentamente le spalle. Ostile, senza dubbio. Bèh, se l’era aspettato. Parla con un tono che non è condiscente per esplicita intenzione, pur mantenendosi su una neutralità priva di particolari sfumature o colori.
“Con il lavoro che faccio, rimanere in una casa non sicura significa candidarsi ad avere la gola tagliata.”
Inspira ed espira, concedendosi un sorriso pallido.
“E mi pareva che l’indizio fosse sufficientemente chiaro…”
Lascia che la frase si spenga, calcolando qualche attimo di tempo; riprende a parlare, rapidamente, quando ritiene che Vadania stia per aprire nuovamente bocca, battendola sul tempo.
“Sono stati dieci giorni molto lunghi. Avevo voglia di vederti.”

Richiude le labbra, improvvisamente senza parole. Deve forse rivelargli che aveva voglia di vederlo a sua volta, nonostante tutto, e che ha mobilitato tutta la città per cercarlo non solo perché voleva passare almeno mezza giornata per fargli tutte le proprie mille rimostranze? Doveva dirgli che temeva volesse non prestar fede alla sua parola?
Dannazione, odiava non riuscire a rispondere a tono.
“Non si direbbe… qui avresti avuto un alloggio a tua disposizione…”
Parole che non suonano convincenti neppure alle sue stesse orecchie.

20 Febbraio 2007

L’apprendista e l’assassino - VI


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“Te lo ripeto un’altra volta, allontanati da qui”
Avvertimento che suona ridicolo alle sue stesse orecchie: se solo volesse Lugaid potrebbe sfilarle il pugnale e portarla a realizzare tramite la lama il desiderio nutrito poco prima.
Un movimento del capo ed allontana i capelli che le erano dispettosamente ricaduti sul volto, senza poter smettere di chiedersi perché l’elfo indugi prima di andarsene. La natura umana non fa dimostrarsi misteriosa: l’aveva implorato di restare e le aveva voltato le spalle ed ora, che gli stava indicando la porta, non dava cenno di volerla finalmente lasciare in pace.
Cosa diamine voleva da lei?
“Mi hai sentita?”

Si morde il labbro inferiore, pensoso. Attaccarla ora? Rispondere?
Rispondere e solo dopo attaccare, eventualmente. Sospira.
“No.”
Si sforza di non esitare, continuando a parlare.
“Ti ho offerto di andarmene in silenzio, per evitare di farti del male, ancora. Hai sputato sulla mia offerta. Adesso non ho intenzione di lasciarti.”
Assottiglia lo sguardo, pronto. Se dovesse attaccarlo, non vorrebbe certo farsi ferire per una banale distrazione.
“Non ho intenzione di lasciarti.”
Ripete scandendo le parole lentamente.
“Ho intenzione di infastidirti, assillarti, annoiarti, tormentarti. Corteggiarti. Fino a che non vorrai passare la vita con me.”
Si inumidisce le labbra, non ancora del tutto conscio di quanto ha detto. Ma l’ha detto, davvero?
Non è possibile; apre la bocca, per aggiungere qualcosa e la richiude, nell’impossibilità di trovare le parole: come spiegarle quello che prova? Torna a concentrarsi sul pugnale, per evitare di pensare ad altro.

“Cosa ti fa credere che vorrò farlo?”
Cattiva, impetuosa, insincera.
“Ti dai troppa importanza, Lugaid, decisamente troppa. Credi addirittura di essere la persona che mi ha fatto del male.
Stupido!
Hai rappresentato le mani che la mia volontà non possedevano e credi di aver aperto una porta che in verità era già spalancata. Non hai fatto nulla se non eseguire un incarico che io - io! - ti ho impartito. Ho scelto addirittura le modalità di questa morte ed ora tu vuoi prendertene la responsabilità.
No, oh no… non te lo permetto.
Vorrei, adesso, aver scelto una morte meno cruenta? Sì, ma non cambia alcunché.
Merito e colpa, errori e vittorie mi appartengono tutti.”
Rinsalda la stretta sull’elsa, muovendo un passo in direzione laterale fino a trovarsi spalle alla finestra.
“La mia parola ha un valore, Lugaid, e così le mie promesse… Non tutto è così semplice come immagini”

Il mutamento è repentino: la postura si raddrizza, le spalle rilassate e le mani lasciate libere di cadere lungo i fianchi. Lo sguardo è tornato quello consueto, privo di quella febbrile attenzione di un assassino pronto a scattare, di un guerriero pronto a combattere.
“Nulla. Se non vorrai farlo, dovrò convenire che avrai preso la decisione migliore, per te.”
Si guarda attorno, come non capisse esattamente in che luogo si trova. Un risolino amaro precede le sue parole.
“Non sono, diciamo, la scelta che giudicherei migliore, per te, se dovessi valutare imparzialmente la questione. Tutt’altro.”
Scrolla le spalle, cedendo alla tentazione di rivolgere uno sguardo verso la porta.
“E sì, mi prendo la responsabilità di averti consegnato il veleno e di averti assecondata. Non essere, ti prego, tanto arrogante da negarmi la possibilità di scegliere.
Anche se, naturalmente, merito, colpa, errori e vittorie sono tue, naturalmente.”
Tace per un attimo, riaprendo poi la bocca per rispondere. La richiude di scatto, concedendosi di scrollare la testa, il sorriso sulle labbra. Mormora quasi fra sè e sè.
“Semplice come immagino…”
Sospirando, si volta verso la porta, dando le spalle all’elfa; si incammina lentamente, il labbro inferiore, ancora, torturato tra i denti.

Lasciarlo andar via, immobile nel luogo dove si trovava, era stata una delle azioni più difficili mai compiute. L’aveva pregato di restare così a lungo, e con tale enfasi, che non aveva potuto trattenersi dallo scagliarsi contro di lui quando tutto era esploso come una bolla di sapone.
Raccogliere pochi abiti ed oggetti e calarsi giù dalla finestra, invece, era stato facile. Più di quanto si aspettasse, meno di quanto non lo sia, ora, il risveglio dopo una notte trascorsa all’agghiaccio.
Allunga le braccia verso l’alto, stirando i muscoli indolenziti ed ignorando i primi morsi della fame. Non ha riposato a lungo e neppure bene: camminare fino alla città aveva impegnato buona parte delle ore notturne, e cercare un luogo sicuro dove riposare per il poco tempo che le restava aveva rubato più tempo del previsto. Anche quando si era sdraiata nella rientranza di un vicolo, tuttavia, non era riuscita a chiudere occhio se non quando il sole stava già pensando di sorgere.
Le sue parole…
Come poteva averle pronunciate per davvero?
E come doveva interpretarle? Poco importava, doveva semplicemente cancellarle e fingere di non averle mai udite. Aveva stretto un patto con Honderyll ed anche se ora non era più suo interesse rispettarlo non avrebbe potuto mancare alla sua parte dell’accordo. Sarebbe andata fino in fondo, anche se questo non l’avrebbe di certo portata alla felicità.
Sospira lasciando che il capo si appoggi al muro retrostante, osservando i passanti con occhi che sembrano del tutto inespressivi, persi in uno spazio distante dal qui ed ora.

Casa.
Lugaid non può che sospirare, seduto al tavolo della cucina, la testa presa fra le mani.
Casa.
Certo, il non aver chiuso occhio potrebbe inficiare non poco la sua capacità di giudizio, nè è consapevole, tuttavia non gli sembra possibile altra soluzione.
Era giunto, maledizione, per uccidere, per cogliere il sapore dolce della vendetta. Come aveva potuto ridursi così? Quanto aveva riflettuto prima di intraprendere quella decisione? Quanti dubbi superati, quanto il suo equilibrio ne aveva risentito?
Certo, il suo aspetto gli aveva guadagnato una resa piuttosto facile di Telivia, quando le aveva comunicato la sua decisione; partire, sì. Andarsene, lontano da quella città, lontano da un passato che ancora non era pronto ad affrontare, lontano da lei, che tutte le sue difese aveva superato e che aveva vaporizzato una stabilità raggiunta in anni lunghi e faticosi.
Un Professionista come lui è sempre richiesto, non può fare a meno di considerare; quanta difficoltà potrà mai avere nel rifarsi una vita? I soldi non gli mancheranno, no.
Maledizione. Perchè se le sedie si trovano sempre a portata di piede? E perchè preparare tutto per il viaggio è così difficile?
Eppure, quanto altro tempo può aspettare?
Quanto può attendere, prima di cambiare idea?

Alzarsi e camminare per le strade senza una meta la fa sentire una sciocca.
Non è abituata a ciondolare da una parte all’altra: ha sempre avuto uno scopo, un obiettivo, una meta da raggiugnere. Ed ora? Niente.
Forse qualcuno la starà già cercando, forse sua sorella si sarà accorta già da ore della scomparsa ed avrà mobilitato l’intera città per cercarla. Si stringe nelle spalle, apatica, sollevando il cappuccio del mantello per nascondere l’inconfondibile capigliatura. Che la cerchino pure, non la troveranno se non lo vorrà.
Passa accanto alla taverna dov’è iniziato tutto, concedendosi una pausa per osservarne l’esterno prima di varcarne la soglia con esasperata lentezza. Sceglie un tavolo accanto alla finestra socchiusa, riparandosi dallo spiffero grazie al tessuto pesante che la ricopre. Solo il tempo di un’abbondante colazione e tornerà in strada. Non ci vorrà molto.

Tutto pronto, o quasi. Entro un paio di giorni, sarà pronto ad andarsene.
Eppure, Lugaid non si sente affatto meglio. E’ fame, quella che sente? Oppure è solo incomprensibile sofferenza? Dovrebbe uccidere qualcuno per farsela passare, di solito funziona.
Senza neanche avere il tempo di accorgersene, è uscito per strada; una coppa di vino speziato, ha detto. Sospira, lasciando che i piedi lo guidino senza meta. Mai nessuno che cerchi rissa, quando serve.
Un sospiro, e sta varcando la soglia di una taverna, senza neanche pensare al perchè lo stia facendo. Vuole davvero annegarsi nel vino?

Quando la figura di Lugaid compare nel quadro della porta le occorre una forza di volontà che non pensava di avere, terminando a fatica il gesto che porta alla sua bocca il pezzo di pane poco prima strappato.
Si cala ulteriormente il cappuccio sul volto sperando di non tradirsi per un’inezia, un piccolo dettaglio senza importanza. Lo sguardo vaga verso la finestra, chiedendosi quanto potrebbe essere veloce nello scavalcarla per poter scappar via, raggiungendo poi la porta dopo aver percorso la sala in un arco immaginario: forse le converrebbe attendere che lui si distragga ed avviarsi come se nulla fosse verso l’uscita. Forse…

Fame, sì, sembra di sì.
Il vino, tuttavia, non gli sembra una buona idea; solitamente slega i pensieri e porta a farsi ancor più male, tutto da soli.
La decisione, presa relativamente in fretta, porta Lugaid a lasciarsi cadere su una delle sedie che circondano un tavolo in prossimità della finestra. Quanti avventori ci sono? Quanti di loro hanno un atteggiamento sospetto? Quali via di fuga? Quali oggetti sono utilizzabili come armi? Una vita di addestramento andata in fumo, considera amaramente quando si avvede di non avere una sola risposta a queste domande.
Sospirando, si passa entrambe le mani sul volto, sfregando nel tentativo di cacciare via la stanchezza e di ritrovare la lucidità; forse avrebbe fatto meglio a non uscire di casa, forse non avrebbe dovuto…
Una voce che lo fa sobbalzare, l’oste che lo sguarda stranito, forse chiedendosi quale strano cliente gli sia mai capitato e se abbia i soldi per pagarlo; di bene in meglio.
Ordinare qualcosa da mangiare non gli occupa troppo tempo, nè alcun interesse. Dovrà sostenersi, il viaggio sarà lungo.
Sospira, un’ennesima volta, le palpebre abbassate e le mani che corrono a massaggiare gli occhi; non partirà mai troppo in fretta.

Sposta la sedia all’indietro perché le sia facile alzarsi in caso di bisogno ed il cibo raggiunge la sua bocca, insapore, come se i movimenti proseguissero a dispetto della vacuità dei pensieri.
Lo osserva insistentemente, avendo cura di spostare il capo perché l’immobilità non la tradisca; nonostante la differente inclinazione del cappuccio il suo sguardo non cambia tuttavia direzione se non quando, non senza un certo chiasso, un piccolo gruppo di uomini fa il suo ingresso parlando degli eventi svoltisi la sera precedente nella bella villa degli Ember. Ora che anche la piccola è scomparsa, commentano tra una risata ed una battuta volgare, non resterà che aspettare: chi altri se non l’assassino si farà avanti per cibarsi al macabro banchetto?
Deglutisce a vuoto, prendendo un sorso di vino con mano che trema lievemente, lo sguardo che si sposta dalle tre corpulente figure, commercianti si direbbe dagli abiti, al volto di Lugaid, le orecchie che non smettono di tendersi verso le voci grasse e indifferenti.

Buffo come una vita spesa ad addestrarsi torni utile quando meno ce lo si aspetta.
Senza che sia passato un solo battito di ciglia, Lugaid ha registrato parecchie informazioni; innanzitutto, il nobile tutore è morto. Novità da poco, in effetti.
In secondo luogo, Vadania è sparita.
Infine, l’accento dei mercanti pare del posto. Ed è proprio quest’ultima informazione che, nell’immediato, gli torna più utile, consentendogli di mascherare la voce dandole un accento delle marche meridionali poco marcato, come di qualcuno che, per professione, cerchi di liberarsene. Un collega errante, insomma.
I toni, poi sono quelli divertiti ed incuriositi di una persona troppo presa dal lavoro per non accogliere un’occasione di pettegolezzo con alcuni colleghi; l’angoscia che gli ha stretto il respiro e che gli ha reso ciechi gli occhi non traspare da alcuna parola, mentre si rivolge loro, senza vederli davvero, offrendo loro vino in cambio di notizie.
Che diamine è successo?

I tre sembrano cordiali e decisamente poco sospettosi. Probabilmente stanno pensando a come far fruttare la conoscenza con un elfo proveniente da luoghi così distanti. Potrebbe essere un buon aggancio per allargare i propri affari, con ampi margini di guadagno per ambo le parti, s’intende.
Sorseggiando grandi calici di vino e boccali di birra non si lasciano pregare e raccontano al nuovo venuto le voci diffusesi in mattinata, senza poter aggiugnere altro a quanto loro stessi hanno udito lungo la strada che dal mercato li ha condotti fino alla taverna.
Elender e Honderyll de Vanquillosse stanno setacciando la città da cima a fondo con i loro soldati e gli armigeri di casa Ember, ed anche la guardia cittadina sembra dedicarsi al solo scopo del ritrovamento della ragazza. Probabilmente sarà stata rapita dall’assassino di quel brav’uomo del suo tutore… pare abbia sofferto enormemente, poveretto. Sarà difficile ritrovarla.
Pare che abbiano portato in caserma un certo pittore per poterlo interrogare, la piccola alloggiava da lui quand’era in città, ma sono certi che non ne caveranno un ragno dal buco: magari non è morta ma solo fuggita con un garzone di stalla, chi può saperlo? A quell’età… era sempre stata un po’ troppo vivace.

Lo sforzo che deve compiere per non afflosciarsi sulla sedia non è dei più leggeri; quello che gli richiede il continuare a sorridere, nonostante tutto, lo scava profondamente, assestandogli un dolore difficilmente descrivibile.
Ad ogni modo, bandisce l’indugio dai suoi comportamenti, trattenendosi quanto è conveniente farlo per non destare alcun sospetto, per poi eclissarsi rapidamente, dopo aver pagato generosamente. Quante ore può aver avuto di vantaggio? Si sarà fermata a risposare? Quante tracce può aver lasciato? Che cosa può esserle successo?
Se non tradisse la sua copertura, si lascerebbe andare ad una bestemmia ringhiata tra i denti, probabilmente; invece si ferma poco dopo essere uscito dalla taverna, appoggiato ad un muro.
Ora è venuto il momento di far funzionare il cervello e di fare qualche conto. Prima di ogni altra cosa, è necessario pensare.

Il sospiro che ne schiude le labbra è lento e profondo, compagno dell’incertezza che sembra immobilizzarla per più di qualche istante. Dove può nascondersi, per non essere trovata? Il maestro pittore potrà dire ben poco, non si era mai interessato ai suoi spostamenti ed è dunque improbabile che possa rivelare informazioni preziose. Tuttavia, si trova a riflettere mentre scivola via dalla sedia, una moneta posata sul tavolo e lunghi passi mossi in direzione della porta, tuttavia un piccolo ritratto potrebbe essere mostrato alla gente comune, ed allora qualcuno potrebbe riconoscerla per davvero. Telivia. Sarebbe stata pericolosa, avrebbe potuto rivelare di averla vista nella casa del copista e nel giro di un istante Lugaid si sarebbe trovato la casa invasa dalle guardie… Non vi era nulla di compromettente, in quella piccola abitazione, le aveva detto, ma poteva credergli davvero? Honderyll si dimostrava decisamente poco tollerante quando si trattava di lei, e Lugaid non aveva dato prova di possedere un carattere migliore.
Ma perché non potevano lasciarla in pace neppure quand’era lontana? Dannazione!
La porta si richiude alle sue spalle con un suono secco, capace di coprire lo scricchiolare dei primi passi compiuto sullo scomodo selciato.
Quale direzione avrà preso Lugaid?
Imbocca un vicolo, uno qualsiasi, cercando di non attirare l’attenzione e svoltando in stradine sempre più piccole e tortuose diretta verso la via dei copisti.

Sì.
Nel momento in cui il pensiero torna ad essere focalizzato, lucido e determinato, anche le gambe di Lugaid tornano a muoversi precise, elastiche, ad ampie falcate dirette verso casa.
Circa 8 ore di ritardo; un’enormità. Tuttavia, l’elfo non può che definirsi in vantaggio, in possesso di alcune informazioni fondamentali sconosciute agli altri inseguitori.
Lui sa muoversi nei bassifondi e Vadania non passerebbe inosservata in un gineceo colmo delle più stupende figlie della razza elfica.
Lui sa che Vadania non è stata rapita dall’assassino; in effetti, è un’informazione quasi ovvia dato che si trova ad essere proprio quell’assassino.
Lui sa che era sconvolta e che, quindi, potrebbe aver preso una qualunque direzione.
Lui non sa dove si trovi in quel momento; il che, in effetti, è un problema non da poco.
Lasciando fare ai piedi, la mente di Lugaid elabora elenchi di cose da spostare, di persone da pagare, di equipaggiamento da recuperare e di domande da fare per ritrovare al più presto Vadania.
La sua Vadania.
Al pensiero, scacciato comunque in tutta fretta dalla mente, i passi si fanno ancora più rapidi, nel bisogno di coprire rapidamente la distanza che lo separa dalla propria casa.

Si apposta all’imbocco di una stradina laterale, sedendosi e restando immobile quanto più possibile, nell’ombra, osservando l’ingresso della casa del copista per accertarsi che nulla di inopportuno si stia verificando.
Il tempo scorre lento, lasciando che la noia diventi una compagna fedele, allontanata solo quando, di tanto in tanto, qualcuno si trova a passare per il vicolo imponendole di voltare il capo e mettere mano al pugnale per prudenza.

Armi.
Qualche documento, oggetti di chiara utilità quotidiana (veleni, droghe, antidoti), denaro, corde.
Rapido, più rapido; i suoi informatori potrebbero già essere stati raggiunti e resi inutilizzabili dalla sua diletta famiglia.
Fiondarsi fuori dalla porta e richiudersela alle spalle è un tutt’uno; sarà salva? Deve esserlo.

Verderlo uscire e seguirlo sono un unico gesto, dettato dall’istinto più che da qualsiasi pensiero.
Stupida, si rimprovera, se ne accorgerà, scoprirà di essere pedinato e la tua fuga terminerà ancora prima di iniziare. Volevi stare da sola, no? Ed allora perché non vai a cercarti un angolino tranquillo e non chiudi gli occhi? Potresti persino entrare in casa sua e restare lì, non tornerà fino a sera, probabilmente… Già, ma se qualcuno mi scoprisse? Lugaid si troverebbe in guai troppo seri persino per lui. No, non è una buona soluzione.
Metro dopo metro si tiene in disparte, rischiando di perderlo di vista per più di una volta quando tratti troppo ampi di strada giungono a dividerli.
Cosa si muove in quella testa dai lunghi capelli neri? Non può amarla per davvero, non deve…

Bene, il primo informatore della lista non è stato toccato. Ancora.
Lugaid si ferma di botto davanti alla porta in legno, pericolante, di una stamberga mal ridotta. Atteggia il volto ad un sorriso cortese e si schiarisce la voce, prima di annunciarsi in tono umile e, si direbbe quasi, servile.
Un attimo dopo, con un calcio, ha spalancato la porta.
Qualche urlo soffocato ed un gran trambusto; null’altro esce da quelle pareti per parecchio tempo.
“Non puoi non sapere dov’è. E la mia pazienza ha un limite. Molto basso, incidentalmente.”
La voce di Lugaid fende il sottofondo rumoroso come una lama di luce potrebbe squarciare le tenebre. Crudele, fredda, ad un volume troppo contenuto per non stillare promesse di sofferenza e dolore, trova risposta in un pigolio di lamenti e preghiere troppo confuso per poter essere inteso.
Il Lugaid che esce ad ampi passi dal cumulo di assi che passa per una costruzione ha un’espressione più cupa di quanto non si sarebbe creduto possibile, rannuvolata; eppure, ora si sente meglio.
Sfogarsi, di tanto in tanto, fa bene; ci rifletterà su, non appena l’avrà trovata.

Si stringe nel mantello, mettendo a tacere la paura che le provoca l’immaginare cosa sia accaduto tra quelle mura. I vicoli si fanno sempre più stretti e bui mano a mano che i passi dell’elfo la conducono in luoghi nei quali non ha mai messo piede. Se dovesse perderlo di vista, adesso, non giurerebbe di poterne uscire viva… ma ha sempre il suo pugnale, giusto? Le basta affidarsi ad esso, sentire il freddo dell’acciaio sotto le dita, per sentirsi subito meglio.

Secondo informatore fuggito. Terzo già scoperto.
Maledizione.
Lugaid non può che fermarsi, le spalle appogiate ad un muro, lasciandosi scivolare verso il basso, seduto sui talloni. Se la testa china ed il respiro lento potrebbero far pensare ad un momento di stasi, in realtà la mente dell’elfo non è mai stata così attiva.
Quante persone gli rimangono con cui parlare? Due, forse tre, nella migliore delle ipotesi. Questo significa che, con tutta probabilità, Vadania è salva. E questo è un bene?
Sì, certo, significa che non le è accaduto nulla.
No, non può sgozzare chi avesse osato toccarla e non ha una traccia concreta per arrivare a lei. A ben pensarci, non è sicuro neanche che sia in città… avrebbe potuto prendere una qualsiasi altra direzione. Potrebbe dirigersi verso casa sua e cercare delle tracce, ma verrebbe probabilmente scoperto.
Dannazione.
Altre due persone, forse tre; il capo di Lugaid torna a sollevarsi in un ampio sospiro. In fretta, per trovarla. Com’è possibile che nessuno l’abbia vista?
Come può, lei, passare inosservata?

Vederlo così l’ha quasi spita ad uscire allo scoperto, mettendo fine a questa farsa dall’agro sapore. Restare sola, guardare senza essere osservata e, al contempo, decidere cosa fare quando avranno finalmente smesso di cercarla.
Non sa ancora se tornerà a casa o se cercherà qualcun altro disposto ad insegnarle, sa che deve prestare fede al patto che ha stretto, sempre che la situazione non cambi così radicalmente da consentirle di annullarlo, e sa che la vita da ricca signora non è quella che ha scelto, sa che ha bisogno di porre un freno al meccanismo che ha messo in moto ma non sa come. E’ come nel gioco del domino: disponi le tessere una accanto all’altra lasciandole immobili, ma basta che una sola venga sfiorata, è sufficiente che una sola di esse cada perché anche le altre precipitino di conseguenza in una catena senza fine.

Si rialza, faticosamente, spolverandosi sommariamente la veste. Un sospiro, uno sguardo al cielo, una stretta fessura tra le costruzioni, e si rimette in cammino, scortato da un umore sempre più cupo.
La prima, o la seconda, nell’ordine in cui Lugaid aveva intenzione di interpellarle, delle persone rimastegli, tuttavia, sembra correre direttamente nelle fauci del lupo.
Non ancora. Non ancora. Qualche attimo… ora.
Nel momento in cui gli passa di fianco, di corsa, Lugaid scatta come potrebbe fare una belva inferocita; una mano aperta, al collo, per comprimere la trachea, l’altra a mano aperta, tesa come una lancia, che affonda dolorsamente nel fianco.
Basta poco ed il pallido ometto, insipido, viene scaraventato brutalmente contro il muro e lì inchiodato.
“Actalion. Salve. Che tu sappia, come guardano i tuoi figli alla possibilità di divenire orfani?”
Un assassino potrebbe uscire di casa senz’armi, ma mai senza frasi ad effetto; fanno una buona metà del lavoro, anche se non si direbbe.

Rumore di zoccoli che picchiano sul selciato, all’andatura più rapida che le strette stradine consentono, il nitrire di un cavallo e redini che vengono tirate.
Un isolato più distante, lo stesso dal quale era poco prima comparso Actalion, Honderyll si ferma, seguito da pochi soldati, socchiudendo gli occhi alla vista della mano dell’elfo sollevata a cingere la gola della sua preda.
“Fermatevi entrambi, in nome della legge”
Il tono è quello deciso di chi è abituato al comando, così facilmente utilizzato da consentirgli di scendere al contempo dal baio nero come la notte.
Sguainare la spada ed iniziare ad avvicinarsi non sono che una diretta conseguenza.

Questa volta, la bestemmia giunge puntuale, rabbiosa e sibilata; sei, sette… troppi. Certo, la scarsa dimensione del vicolo potrebbe aiutare.
“Se sai qualcosa, curati di non dirla. O potresti trovarti senza famiglia.”
Sussurra in tono dolce, lasciando la presa; è solo lo sguardo a tradire i suoi istinti, volando, rapido come una freccia, a trafiggere Honderyll con un odio che, se potesse, ucciderebbe.
Ora, tuttavia, non ha tempo per gli affari di famiglia; deve trovarla, in fretta. Può perdere tempo tentando di seminarli tra i vicoli?
Maledizione.
Ma perchè, quel giorno, non è rimasto a letto? Questo il pensiero che sorge spontaneo, mentre inizia ad arretrare, cercando di valutare la soluzione capace di fargli perdere meno tempo possibile.

“Non un altro passo!”
Gli intima, avvicinandosi rapidamente, la spada puntata, subito seguito dalle guardie che lo accompagnano.
“Chi non ha nulla da nascondere non fugge. Dimmi il tuo nome e metti le mani bene in vista”
Lo sguardo che gli viene rivolto è d’intensità pari al suo e le somiglianze tra i due non sembrano volersi fermare a questo.
Uno davanti all’altro, si fronteggiano, mente e corpo, per raggiungere il medesimo fine.

Stupido idiota.
“Chi intima, solitamente, deve qualificarsi. Il vostro nome, la vostra famiglia ed il titolo che vi attribuisce l’autorità per ordinarmi di fare una qualsiasi cosa?”
Potrebbe ancora fuggire, ne è ben conscio. Eppure… la tentazione di gettarsi contro di lui e di farsi uccidere lo morde per un attimo. No, no. Deve trovarla, innanzitutto.
Sospira, ancora una volta; quanto tempo sta perdendo? Quanto?

“Honderyll Vanquilosse Loine di Lymes, primo figlio di lord Elender di Vanquillosse di Lymes, membro dell’alto consiglio e protettore di queste terre. Ed ora solleva le mani fino al capo e pronuncia il tuo nome perché io possa udirlo come tu hai udito il mio”
E’ ormai a poco più di una lunghezza di spada: ancora un passo e potrebbe arrivare a minacciarlo direttamente.
L’arma, una lunga lama di pregiata fattura, sembra non pesare tra le sue dita, conferendogli una classe ed una dignità rara persino tra gli elfi. Lo sguardo non ha lasciato quello di lui neppure per un istante, rivelando una rabbia identica se non più grande rispetto a quella di Lugaid.
“Non ho tempo da perdere, rispondi o mi vedrò costretto a spiacevoli azioni. E tu”
indica con un rapido cenno del capo l’ometto che si era di poco scostato da Lugaid non appena la presa sulla gola si era sufficientemente allentata.
“avvicinati: ho delle domande da porti, non rammenti?”
E’ ironia quella che accompagna il sorriso poco amichevole che gli balena per un istante sulle labbra?

Troppo, troppo vicino.
La pelle di Lugaid formicola urlando il pericolo imminente, ogni singolo campanello d’allarme tintinnante nella sua testa.
Ancora qualche passo ed uno dei due potrebbe finire male, la situazione è decisamente troppo tesa per poter essere gestita agevolmente. Uno dei due, sì. La considerazione strappa all’elfo un sogghigno divertito. Honderyll sarà stato allevato per essere Lord, naturalmente; una vita spesa nell’addestramento alla scherma e al vincere duelli.
Lugaid, per contro, ha speso una vita addestrandosi ad uccidere; e questo potrebbe conferirgli un vantaggio non leggero.
Ad ogni modo, la decisione è semplice da prendere. Le mani si sollevano rapide, conferendo all’elfo lo slancio necessario per una piroetta all’indietro; atterrato sulle mani, la prosecuzione è lesta a seguire, con un altro mezzo giro per riportare l’elfo alla posizione di partenza.
Eppure, prima di girare i tacchi e sparire a tutta velocità tra i vicoli, non può trattenersi da un’ultima frase, velenosa, intrisa d’odio.
“Secondo figlio di Lord Elender. O primo di riserva, che dir si voglia. Vi lascio a discorrere in tutta tranquillità, signori.”

E’ difficile stabilire se sia maggiore la sorpresa di Honderyll, del suo seguito o quella di Vadania, ancora nascosta poco distante, ma con una buona approssimazione potremmo considerare Actalioncome colui che per primo riesce a cogliere la situazione, piegandola abilmente a proprio vantaggio.
“Mio signore, si sta prendendo gioco di voi!”
Si rivolge ad un nobile comandante che ha già rinfoderato la spada per correre dietro a quel teppistello che crede di poter infangare la memoria di suo fratello e della sua famiglia restando impunito. Scoprirà che la realtà è diversa.
“Berjan, di guardia; gli altri: accerchiatelo”
Muoversi tra i vicoli non è certo facile per chi non vi è abituato ma l’agilità è dalla sua così che, quasi miracolosamente, riesce a non perderlo di vista.
I soldati seguono i comandi impartiti, lasciando l’ometto con uno solo di loro mentre gli altri si spostano rapidi nel tentativo di superare l’elfo e bloccargli le possibili vie di fuga.
Più defilata Vadania segue la scena, muovendosi con l’attimo di ritardo che le occorre per sfoderare il pugnale.

Oh, ma per favore.
Una tattica banale, priva di fantasia… avrebbe potuto, ad esempio, dichiarare lo ’schema ventidue c’, almeno sarebbe stato apprezzato lo sforzo creativo.
Lugaid scatta verso destra, aumentando l’andatura per recuperare il vantaggio che gli occorre; si sta gettando dritto nella trappola. Apparentemente, almeno.
Arriva sul soldato che dovrebbe chiudergli la via senza che questi abbia avuto il tempo di sfoderare l’arma; l’azione, seguita in lontananza, è quasi incomprensibile.
Una repentina frenata dell’elfo, unita ad una boccaccia, disorientano il soldato per l’attimo necessario a che Lugaid possa colpirlo violentemente alla giugulare; niente di mortale, si intende, ma in grado di mettere una persona fuori combattimento per qualche minuto. Il tempo di un respiro dopo, l’elfo si è già rimesso in corsa, dopo aver recuperato la spada che avrebbe dovuto fermarlo. L’accerchiamento è spezzato.
Ora, ovviamente, viene la parte più difficile: non sparire alla vista di Honderyll, in modo da farsi seguire, e al contempo seminare tutti i suoi soldati -cosa, questa, non troppo difficile, in verità.
Continuando con questa intenzione e concedendosi solo di immaginare quante dita dovrà tagliare al suo caro fratello minore per farsi dire quanto sa di Vadania, continua a correre zigzgando senza fermarsi; il pensiero è così seducente che quando arriva in un cortile sudicio, sporco e degradato e si volta per affrontare Honderyll, ha ancora sulle labbra un’ombra di sorriso.
Si trova a ringraziare mentalmente tutte le ore spese in allenamento, quando constata il non eccessivo affanno del proprio respiro; bene, ora è tempo di divertirsi.

Non si è ancora fermato che la spada è già sguainata, pronta a colpire.
“Come hai osato anche solo sfiorare la memoria di mio fratello?”
L’attacco arriva repentino, un arco orizzontale che cerca di raggiungerlo con il filo dell’arma: non un avvertimento ma il reale tentativo di fargli del male.

Non male, decisamente. Al di sopra della media e non di poco, certo.
Il movimento di Lugaid è armonioso, compatto e senza sbavature, nella sua rapidità; un arretramento, una torsione per mettersi fuori bersaglio e darsi l’opportunità, assieme, di impugnare la lama che ha poc’anzi recuperato.
Honderyll può costituire una minaccia seria per ogni spadaccino, quand’anche fosse più dotato del normale. I guerrieri più talentuosi con cui Lugaid si sia mai scontrato potrebbero incontrare delle difficoltà, addirittura.
Oh, che sciocco. Avrebbero potuto, se non fossero morti. Nemmeno a dirlo, Lugaid è più bravo. Niente di personale in questo, semplice allenamento, addestramento ed esperienza in quantità tale da far invidia a diversi colleghi.
“Oh. E cosa avresti detto se avessi menzionato quella cagna maculata di tua madre?”
Il sorriso è di gentile, terribile insolenza; l’intenzione, ora, chiara.
Non lo ucciderà, no. Ha promesso, in fondo.

Il secondo affondo arriva poco più in alto della vita, puntando a superare la guardia di lui mentre si muove tra le asperità del terreno come se danzasse.
“Ti direi che non tieni a sufficienza alla tua vita. Cosa volevi da quell’uomo?”
Una domanda pronunciata tra i denti, spinto dalla necessità di trovare colei per la quale era sceso fino in città, dominato dalla volontà di trovarle e di sapere cosa le era accaduto. Era opera sua la morte del tutore? O era di qualcun altro il merito e la colpa?
“Rispondi!”

Di nuovo, evita senza necessità di incrociare le lame.
Preferisce, invece, affidarsi alla voce, che muta e cambia, assumento un accento delle marche del sud che dovrebbe essere ben noto ad Honderyll.
Sperando che abbia buona memoria, quantomeno.
“Trovarla. E tu…”
Inspira, evitando un nuovo affondo. Se continua di questo passo, dovrà rispondere, prima o poi.
“Tu mi stai facendo perdere tempo, lord Honderyll.”
Se continua con la sua cocciuta ostinazione, le parole saranno sostituite dal canto delle lame; non ha intenzione di ucciderlo, ma neanche di farsi fare la pelle. E, inoltre, disarmarlo e mandarlo con il fondoschiena per terra sta divenendo un’idea pericolosamente allettante.

“Tu?!”
Il volto si atteggia a sincera sorpresa, fermando la mano quel tanto che basta ad esprime a voce il proprio pensiero.
“Dimmi immediatamente cosa le hai fatto o te lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: non vedrai l’alba di domani.”
La sinistra corre alla vita, estrendo una lama corta più simile ad un pugnale che ad una spada, con la sola eccezione dell’elsa forgiata a coppa per poter essere utilizzata come difesa dell’arto o come arma per colpire l’avversario, a seconda della necessità.
La spada lunga si esibisce in un ampio fendente che dal basso risale rapidamente, con l’intento di bloccare la spada di lui aprendo al contempo la strada alla seconda lama che, in perfetta armonia, attende di scattare in avanti per mordere la carne lasciata scoperta.

Impetuoso.
Sarà un buon marito, se non lo costringerà ad ucciderlo.
“Buona tecnica di spada, pessima di ascolto. Se ne sono alla ricerca, ti pare sensato che sia stato io a farle qualcosa?”
Danzando in accordo al fratello, Lugaid se ne tiene lontano. Evita di estrarre il pugnale che porta con sè per evitare che la situazione degeneri in uno scontro frontale; ha promesso, ha promesso.
Eppure, in un attimo di frustrazione, agisce; un ennesimo, finto arretramento è l’occasione per lasciare Honderyll libero di prodursi in un’accurata estensione, orgoglio di ogni maestro di scherma. Quindi arriva il colpo basso, il trucco sporco: uno scatto sulla sinistra -per tenersi lontano dalla corta lama del fratello- ed un colpo di spada, assestato sul polso dell’elfo, tanto forte da rischiare di rompere, dato di piatto per non amputare.
Una mossa utile per disarmare, più che altro.
A vibrare il colpo mortale è la voce, carica dell’odio viscerale che solo un bambino può nutrire, un sentimento bruciante, che porta al limite della follia, coltivato, affilato e forgiato in anni di solitudine.
“Togliti dalla mia strada. Continua a cercarla e togliti dalla mia strada. Se la dovessi ritrovare, la manderò da te e sparirò. Ma, per gli dei…”
Le parole escono una ad una, quasi sillabate.
“…non farmi perdere tempo.”

Un grido di dolore gli sfugge, subito trasformato in rabbia mentre la mano disarmata arretra subito difesa dalla gemella.

“Basta!”
Una voce cristallina squarcia il silenzio, raggiungendoli in un grido proveniente dall’altra parte della strada.
Una figura ansimante li osserva da due penetranti occhi verdi, un pugnale stretto al petto e ciuffi di un rosso venato di sfumatre bronzee che le sfuggono dal pesante cappuccio ormai del tutto inutile.
Non appena il contatto visivo dei due si interrompe, forse per aver riconosciuto la voce, lo sguardo di lei va all’arma abbandonata a terra ed un moto di ripensamento la coglie, facendole voltare nuovamente le spalle e scappar via.
Come il domino, esattamente come il domino.

Lascia cadere la spada, scoccando una sola occhiata ad Honderyll.
Quante probabilità ci sono di ritrovarla in tempi brevi, in città? Non senza prudenza, supera il fratello, lanciandosi all’inseguimento di Vadania.
L’ha vista. E’ nel suo territorio. Tiene troppo a lei per perderla.
Rapido, più rapido, per raggiungerla prima che sparisca ancora.
Questi e molti altri, simili e dissimili, pensieri si accavallano nella mente di Lugaid, spezzettati e frantumati, ritmati dal contatto leggero dei suoi piedi con il selciato.
Fermati, ti prego.

Honderyll lo segue quasi fosse legato a lui con una corda, ed ora che ha chi lo guida lungo la strada più rapida gli pare quasi agevole muoversi tra quei vicoli stretti, o forse è il semplice desiderio di raggiungere Vadania prima del pericoloso sconosciuto a muovere le sue membra come se fossero dotate di vita propria.
La giovane elfa si muove rapida, scegliendo percorsi difficili e tortuosi: bivi, curve nascoste, stradine tanto vicine l’una all’altra che è sufficiente un istante di distrazione per non saper dire quale di esse è stata imboccata.
Se un tempo aveva stimato sia l’uno che l’altro ora prova una delusione tanto grande da sembrare insormontabile. No, non tornerà a casa, non vi tornerà mai più.

La tattica di Lugaid è semplice, quasi elementare: ridurre a poco a poco la distanza con Vadania, per poi coprire ciò che gli manca con uno scatto repentino.
L’occasione gli viene da una sorte stranamente benevola che porta Vadania in una zona ben conosciuta dall’elfo; al successivo bivio, Lugaid prende una strada diversa, imprimendo tutta la velocità possibile ai propri passi.
I suoi sforzi, tuttavia, vengono premiati quando si trova a sbucare in un vicolo praticamente a ridosso di Vadania. Se i suoi riflessi evitano la collisione, le mani si stendono, rapide a bloccare l’elfa, fermandone i polsi.
“Tu…”
Hai messo la mia sicurezza in pericolo; Lugaid deglutisce a vuoto.
“Tu…”
Hai rischiato di farmi ammazzare; un profondo sospiro.
“Tu… sei salva.”
E’ quasi un sospiro di sollievo, le forze che vengono stranamente meno e l’assurdo desiderio di dormire che si fa strada in lui.
Salva.
Honderyll sta arrivando, probabilmente infuriato.
Salva.
E’ ancora armato? Probabilmente sì. Riuscirà ad evitarlo, in quella posizione? Difficile a dirsi.
Salva.
Sì, salva. Che cos’altro importa?

La punta della spada morde il collo di Lugaid in modo più accidentale che volontario. Mano sinistra, lato destro del collo. Frutto di allenamenti lunghi e difficili ma, evidentemente, di una qualche utilità. Ruota attorno a lui senza scostare l’arma, facendola scivolare fino alla gola lasciando una sorrile striatura rossastra che pare quasi una vendetta per il colpo subito poco prima. La mano ancora dolorante va a stringersi sul polso dell’elfa, strattonandola verso di sé ed incontrando un’inaspettata resistenza.
Vadania lo osserva, in preda al terrore, le gambe divaricate ed in posizione asimmetrica così da rendere più salda la propria posizione nel timore che la lama possa scivolare troppo in profondità. Lugaid no, per favore, non lui…
Deglutisce a vuoto, la bocca improvvisamente riarsa, incontrando non poca difficoltà nella scelta delle parole.
“Allontana quell’arma, Honderyll e…”
Si gira in direzione di Lugaid rivolgendogli uno sguardo colmo di troppi significati per poterne isolare uno solamente.
“…lasciami i polsi, per favore…”
Lo sguardo saetta nuovamente dall’uno all’altro, temendo reazioni di cui, in futuro, potrebbero pentirsi entrambi.
“Ho una spiegazione, ma non posso parlartene così… abbassa la spada, Honderyll, non farti pregare, non è come pensi…”
E’ quasi un corriso di scherno quello che compare sul volto del nobile elfo mentre la lama si stacca lentamente dalla gola di Lugaid. La stretta sul polso di lei si fa al contempo più salda, fino a costringerla a reprimere un gemito in una smorfia, tirando ancora in sua direzione per sottrarla alla presa di quel truffatore di bassa lega.

Seppur riluttante, allenta la presa, fino a lasciare i polsi di Vadania.
E` solo in quel momento che si avvede della linea di fuoco che gli stria il collo; due dita rapidamente portate a verificare la situazione e tornate, come sentinelle che abbiano subito un attacco, rosse di sangue, gli strappano un sospiro esasperato. Dilettanti. Ma perche` nessuno insegna piu` a non versare sangue inutilmente? Se proprio bisogna ferire, che almeno lo si faccia a morte, diamine.
Torna, ad ogni modo, a raddrizzarsi, cedendo alla tentazione di stiracchiarsi appena; potrebbe, ora, sparire. Honderyll e` abile, certo, ma se si dovesse ricominciare a correre nei vicoli, per quanto avrebbe potuto tener dietro a lui?
Eppure, mentre guarda Vadania, Lugaid si chiede se davvero sarebbe capace di andarsene, ora; puo` davvero lasciarla per sempre, cosi`?
Infastidito dal suo stesso comportamento, decide, almeno per il momento, di non fare nulla; che cosa possono contare pochi attimi in piu`? Quanto possono valere quando non vi e` il tempo di dire tutto cio` che deve essere detto?
Sospira, lasciando ricadere le mani, inerti, lungo i fianchi.
Da quanto tempo non chiude occhio?

Vadania si trova proiettata all’indietro con forza tale da non poter fare altro che assecondare il movimento, sfiorando al contempo con le proprie le dita dell’assassino in una carezza fugace. Una richiesta, una promessa, un invito ad essere paziente?
Le ampie spalle di Honderyll, ora, coprono parte della sua visuale impedendole di scorgere l’intera figura di Lugaid.
L’arma ancora puntata contro il fratello, seppur più distante, e l’altra mano stretta attorno al polso di lei, il nobile elfo parla senza guardarla in volto.
“La mia lama è lontana. Parla, se credi.”
E’ un mormorio simile a quello di un grosso felino arrabbiato, pronto a saltare sulla preda al minimo cenno, anelante, addiruttura, che lui muova un passo falso per porter nuovamente ingaggiare duello.
“Non qui, ci sono troppe orecchie. Spostiamoci in un posto più sicuro e, per gli dei, abbassa quella stupida spada e lasciami andare!”
Il tono di Vadania tradisce la rabbia che le formicola sulla pelle, dettandone ogni gesto ed ogni espressione. Tira il polso verso di sé senza trovare soddisfazione, ritrando la mano libera un attimo prima che raggiunga il pugnale nuovamente riposto nel fodero. Dannazione, come odiava dover avere buon senso…
“D’accordo!” Cede “Ma almeno andiamo da un’altra parte.”

Scrolla le spalle, apparentemente annoiato.
Ma è davvero noia quella che sente? Le membra pesanti per il riposo mancato e la scarica di adrenalina che la sola vista di Vadania gli ha causato. La corsa, il duello, l’essere in presenza di Honderyll. Quante cose, tutte assieme, gli stanno accadendo?
Troppe per non perdere interesse nella sua stessa situazione: incidentalmente, questo quanto gli rivela dell’attaccamento alla sua stessa vita? Lugaid accantona frettolosamente il pensiero.
“Casa mia non è più sicura.”
Il cielo è azzurro.
La pioggia estiva a volte è tiepida.
Una constatazione neutra, del tutto insignificante, lasciata scivolare dalle labbra con tono noncurante.

Honderyll si limita ad una breve e bassa risata, come se trovasse l’ipotesi addirittura ridicola.
Sono le unghie di Vadania, conficcatesi nella sua carne, a spegnerne il sorriso, costringendolo ad aggrottare le sopracciglia ed a distogliere per un istante lo sguardo dal suo ipotetico rivale.
“Casa tua andrà benissimo…”
Vadania si sposta in modo tale da poter guardare Lugaid in volto, accennando un sorriso imbarazzato che subito scompare.
“…ti seguo”

Alza le spalle, producendosi solo in un borbottio.
Se proprio insistono…
Con un sospiro, rialza il capo, guardandosi alternativamente a destra e a sinistra, per ritrovare l’orientamento. Dedica, infine, uno sguardo perplesso al cielo, per verificare la posizione del sole.
“Di là.”
Parlare ed iniziare a camminare sono parte di un’unica azione, repentina pur nella sua lentezza. Il passo non è per nulla affrettato, l’andatura regolata su una falcata media e costante; tra tanto correre, sono finiti a non più di una ventina di minuti dalla via dei copisti.
Nella speranza che non brulichi di soldati.

Affiancati l’uno all’altro la somiglianza appare ancora più evidente. Non fosse per l’abbigliamento e per il portamento con il quale ciascuno di essi è diventato tutt’uno non si faticherebbe a riconoscere una qualche forma di parentela.
Nel mezzo, Vadania.
Indecisa, con il cuore che le batte forte nel petto e l’impressione di essere troppo piccola ed indifesa per trovarsi tra due fuochi per lei così intensi. In qualsiasi direzione vada ha l’impressione che finirà per bruciarsi.
Un tocco, esitante, portato avanti con i soli polpastrelli, è quando Lugaid percepisce dopo poco lungo il dorso della propria mano.

Lento, richiama le dita, sollevandole per incontrare quelle dell’elfa, intrecciarvisi in movimenti apparentemente casuali e sciogliersi poco dopo.
Honderyll è troppo nervoso per i suoi gusti. E troppo armato, per di più.
Sospira e ferma il passo solo quando si trovano a dover sbucare nella via dei copisti, trafficata come di consueto.
“A meno che tu non voglia avere mezza città alla porta di casa mia, consiglierei di mettere via quell’affare.”
Una leggera insolenza gratuita, il non nominarla ‘arma’; il maestro d’armi di casa Vanquilosse ripete ancora che un’arma è tale solo nelle mani di qualcuno in grado di usarla? Un po’ infantile, certo, ma divertente, bisogna ammetterlo.
Ed è proprio un sogghigno quello che spunta sulle labbra di Lugaid mentre controlla attentamente il via vai affaccendato sulla strada principale, registrando con il solo udito le azioni di Honderyll; chissà quanta parte delle sue decisioni costituiscono le unghie di Vadania?
Si muove senza avvisare i suoi due compagni di viaggio, attraversando la strada e proseguendo per qualche metro tra la folla, adeguandosi all’andatura del flusso di gente; non molto tempo dopo, tuttavia, è con un sospiro di sollievo che si sottrae alla calca, svoltando nel vicolo su cui si affaccia la sua casa.
Quantomeno non c’è mezzo battaglione di soldati assetati di sangue ad aspettarlo, rileva mentre fa girare la chiave nella serratura e spalanca la porta. Non ha, tuttavia, ancora parlato quando, rapido, raggiunge la cucina e si lascia cadere su una sedia.
Un bagno caldo e qualche ora di sonno.
Ed una città, lontana, sconosciuta, dove poter lavorare in pace.
Sono forse irrealizzabili i sogni di un assassino?

Ferma Honderyll posandogli le mani sul petto e respingendolo all’indietro quando, con malcelata intenzione, si muove in direzione della sedia posta accanto a Lugaid. Uno sguardo ed un cenno di lei e sembra tutto estremamente chiaro: li vuole ai capi opposti del tavolo, il più lontano possibile l’uno dall’altro, ed è solo quando ciò si realizza che comincia lentamente a parlare, lasciando che alle parole preceda un lungo sospiro.
Le labbra riarse, sembra incapace persino di inumidirle tanta è la tensione di cui si fanno testimoni.
“Quanto hai sentito nel vicolo è vero.”
Appoggiata alla credenza, in posizione intermedia tra l’uno e l’altro, li osserva alternativamente per soffermarsi, al dissolversi di quei pochi suoni, sul volto del suo amico di sempre. Sembra così sciocca, quella frase, così semplice, così inopportuna…. eppure non saprebbe come altro rivelare una verità che l’ha tormentato per così lungo tempo.
“Non sei il primo erede di tuo padre, non hai responsabilità, nessun obbligo, nessun vincolo. Sei… libero. O potresti esserlo”
Segue lo sguardo sospettoso di lui fino a Lugaid, sondando le reazioni di entrambi senza celare in cervosismo che striscia lungo il suo corpo in una sensazione di freddo angoscioso e spiacevole.
Il momento della verità… ne sta vivendo un po’ troppi, ultimamente.

Tanti anni spesi ad immaginare quello stesso discorso ora danno strani frutti; l’immobilità è uno di questi. L’avvicinarsi dell’inevitabile non gli causa reazioni, riuscendo a malapena a far germogliare qualche pensiero dalla sua mente arida.
Forse il trauma è stato tanto forte da narcotizzarlo, drogarlo e renderlo insensibile? Forse sta urlando senza rendersene conto? O magari è la sua mente, la sua stessa mente che sta sfornando decine di idee contrapposte le une alle altre?
No. Si limita a spostare lo sguardo da Vadania ad Honderyll, per poi riportarlo sull’elfa; un solo, quasi impercettibile, cenno, per invitarla ad andare avanti.
Che si diverta fino in fondo.

“Lugaid?”
Interpellarlo direttamente potrebbe far precipitare la situazione più rapidamente di quanto vorrebbe, ma non fa in tempo a comporre tale pensiero che le sue labbra hano già dato voce al nome di lui.
Gli si avvicina con passi cauti, posandogli una mano sulla spalla come in una muta richiesta di pace.
Honderyll, dall’altra parte del tavolo, si è alzato in piedi, squadrandolo da capo a piedi come se lo vedesse per la prima volta.
“Com’è possibile? Perché… perché adesso?”

Non riesce a non farsi sfuggire un sorriso, quando rivolge uno sguardo obliquo a Vadania.
Con una lentezza squisitamente calcolata, si alza in piedi, simulando uno sforzo che in realtà non gli è proprio; prima di staccare lo sguardo da lei, non resiste al non  scompigliarle i capelli, ancora una volta.
Si volta, infine, con un profondo sospiro verso Honderyll, squadrandolo da capo a piedi, in silenzio. Fino ad ora non è andato male, crede; deve solo trovare una frase ad effetto, per non rovinare l’atmosfera. Qualcosa che possa rispondere parzialmente alle domande di lui e che sia in grado, al contempo, di assestargli una stoccata mortale.
“Mi hai chiesto il mio nome, il nome della mia famiglia ed il mio titolo, prima.”
Si inumidisce le labbra, in un momento di pausa che pare essere speso nel valutare le parole. Non può che parlare con un tono sommesso, pacato, ed al contempo vivo, come la fiamma che serpeggia, pronta a mordere, sotto la cenere.
“Tecnicamente, la mia stessa famiglia mi ha strappato il nome che mi ha imposto; non sono nessuno. Ma, una volta, ero conosciuto con il nome di Lugaid. Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes, terzo con questo nome, primo figlio di Elender Vanquilosse, Lord dell’Alto consiglio e protettore di queste terre.”
Ed ora, silenzio. Tenterà qualcosa? Forse gli si scaglierà addosso; in quel caso, purtroppo per lui, troverà Lugaid pronto.
E’ pur sempre suo fratello maggiore, in fondo. Dovrà impartirgli una lezione.

E’ per ricacciare verso il basso il nodo che gli stringe la gola che Honderyll deglutisce almeno due volte, inumidendosi le labbra tra un tentativo e l’altro, tornando a parlare solo dopo una lunga attesa e meditazione.
Le parole danzano leggere per la stanza, pacate e serie come se non si trattasse d’altro che di un affare delicato e pertanto da trattare con la massima cautela.
“Come posso esserne sicuro?”
A dispetto di tutto, anche del sospetto che muove le sue azioni, una lieve nota di speranza sembra cercare spazio nei profondi occhi color zaffiro, incupendosi per un istante soltanto quando vede l’elfa scivolare tra Lugaid ed il tavolo, cingendogli delicatamente la vita prima di nascondersi contro il suo petto.

Prende tempo, prima di rispondere.
Tempo per sorridere, per immergere una mano tra i capelli di Vadania e per chinarsi a poggiarvi sopra un bacio delicato. Tempo per assaporare la sensazione di lei, contro di lui.
“Non ne hai modo.”
Le labbra, impertinenti, sembrano voler spezzare ed interrompere quel momento. Un sospiro dopo, è lo stesso Lugaid a sforzarsi per aggiungere qualche altra informazione alla sua laconicità.
“Potresti chiedere a tuo padre perchè l’uomo vestito di nero con il fiato pesante non è mai tornato ad esigere la seconda rata del pagamento.”
Stringe inconsapevolmente più a sè Vadania, nella breve pausa che precede la nuova frase, lapidaria e secca.
“Incidentalmente, potresti fargli sapere che ha usato me, come compenso.”
E non più altro, a tal proposito, uscirà dalle sue labbra. Le parole seguenti sono infatti leggere, quasi futili.
“Oppure potresti domandare a tua madre perchè non ha fatto nulla. Tuttavia, non nego di essere ansioso di porre loro io stesso domande di tale portata… e, il fatto che io abbia ragione, ammettendo ottimistamente che si tradiscano in qualche modo, non proverebbe comunque che io sia colui del quale si sta parlando.”
E’ forse una nota di rigidità che traspare dalla voce, dalla scelta quasi ampollosa, per il suo solito, delle parole e dall’arricchirsi dello stile?
Lugaid si inumidisce frettolosamente le labbra; più controllo, ci vuole più controllo.
“No, non puoi esserne sicuro.”

Si lascia cadere sulla sedia, pesantemente, come se le novità fossero davvero troppe, per lui.
I gomiti si posano sulle ginocchia divaricate mentre le mani si chiudono l’una sull’altra in un gesto pensoso.
“Ammettedo che tu sia davvero chi dici di essere, ammettendo che… che gli eventi siano quelli che hai descritto” Si interrompe, prendendo fiato, “perché tornare dopo così tanto tempo?”
Si morde il labbro inferiore, liberandolo solo quando lo sguardo torna su Vadania, ancora stretta in quell’abbraccio che lo infastidisce tanto da rendergli quasi impossibile il concedere fiducia a quell’ipotetico fratello comparso dal nulla.
“E’ opera tua, Vadania?”
Chiede, con tono di voce sommesso e tanto pesante da non lasciare dubbi su ciò cui si riferisce.

“Per uccidervi.”
La risposta giunge rapida eppure non leggera, un colpo d’artigliera pulito e preciso. Perchè ha usato un tono tanto grave? C’era odio nelle sue parole? Sì, certamente. Come è possibile che i suoni usciti dalle sue labbra dischiuse non si siano caricati di quel sentimento tanto rovente, e gelido al tempo stesso, che dimora nel suo animo da tanto tempo da essere divenuto parte di lui?
Tuttavia, non può fare a meno di ammettere con sè stesso, c’era anche fastidio. Fastidio per essere considerato una marionetta. Fastidio per avere la seccante impressione di esserlo, almeno in parte. Fastidio per l’attacco, non certo implicito, rivolto a Vadania.
Quest’ultima considerazione non può fare a meno di strappare a Lugaid un sorriso grottesco, lo sguardo che si sposta, autonomamente, su Vadania; se lei se ne accorgesse, reagirebbe infastidita? Probabile.
L’elfo scrolla le spalle, costringendosi ad abbandonare simili riflessioni; quanto tempo è passato da quando ha parlato?
“Per trafiggere tuo padre, sgozzare tua madre ed inchiodare te, vivo, sulla porta della tua dimora in fiamme. Per spazzare via i Vanquilosse, una volta per sempre.”
E lo avrebbe fatto. Ancora ora, mentre elenca in tono neutro le azioni che solo qualche settimana prima aveva dato per scontate, una leggera contrazione allo stomaco gli segnala quanto piacere potrebbe procurargli una tale devastazione selvaggia, quanto avidamente una parte di sè lo desideri.
Il tono di voce non lascia spazio a dubbi, quasi parlasse di qualcosa già successo; liscio e freddo come una pietra tombale, uno strano miscuglio di seta ed unghie spezzate, senza alcun appiglio al dubbio.
Lo avrebbe fatto, sì. Eppure…
“Devi a lei la tua vita. Ed altrettanto i tuoi amati genitori. Ma non pensare…”
La trasformazione è repentina; come un’eruzione incontenibile, l’odio affiora sul volto dell’elfo tramite il filtro dell’assassino, come follia lucida forgiata dalla ragione, distorcendone la voce in un dolce, flautato sussurro, un canto di sirena che promette morte ad ogni sillaba, le labbra curvate nel sorriso cortese, urbano, di una divinità che stia, con assoluta noncuranza, per straziare un’anima. Per tutta la durata dell’eternità.
“Non pensare, neanche per un attimo, che io rinunci alla mia vendetta. Li ucciderò riprendendomi ciò che è mio, li torturerò ogni singolo giorno, riempirò i loro polmoni dell’acqua nera del terrore, li lascerò affogare nella pazzia. E, quando mi tenderanno una mano, li spingerò a fondo.”
Inspira a fondo, quasi avesse consumato più energie in una sola frase che durante la giornata spesa a correre.
Con un consueto mutamento, il volto torna a distendersi e la voce diviene quasi allegra, brillante, gaia e spensierata, incorniciata da un sorriso aperto.
“Dimenticavo, che sciocco! Rivoglio anche mia sorella. A casa.”
Quanto è meno pericoloso del precedente quest’ultimo atteggiamento? E quanto non è, nelle intenzioni, una sentenza inappellabile, il ruggito sommesso e quasi affettuoso di un predatore che informa, in piena serenità d’animo, di quale sia la sua natura e quali le sue intenzioni, un’ovvietà scontata e banale?
Sua sorella.
Un’irrigidirsi della stretta con cui tiene Vadania, un solo attimo di cedimento, è l’unico testimone di quanto non gli costi, davvero, quel momento. China il capo, gli occhi socchiusi, per posare un nuovo bacio leggero sui capelli dell’elfa.
E per sentirne il profumo, in verità.

Le prime due parole riescono a contrarre simultaneamente le mani di Honderyll e quelle di Vadania, le une posate sul tavolo, le altre sul petto dell’elfo.
La rossa si irrigidisce visibilmente, sentendo il pericolo arrivare e trovandosi al contempo incapace di reagire: non può essere così stolto, non può proseguire davvero con il suo piano, non è possibile…
Quando nuove parole tornano a fendere l’aria Vadania fa per allontanarsi da lui, inorridita, cercando il modo di fermarlo. La stretta attorno alle sue spalle, tuttavia, la trattiene, bloccandone le braccia ed impedendole altri movimenti se non quelli delle gambe, mirati al vano tentativo di fargli perdere l’equilibrio o di distrarlo.
Il vederla dibattersi porta Honderyll ad estrarre nuovamente la spada, puntandola contro Lugaid nel momento stesso in cui gli viene rivelata l’identità di colei che ha allontanato, così a lungo, la vendetta che pesa sulle sue spalle e su quelle della sua famiglia.
Resta immobile come una statua, e così anche Vadania, in un momento che pare sospeso nel tempo.
Le parole amare di Lugaid rimettono in moto la clessidra, ridando vita alle membra e disegnando i volti con un’espressione di sconcerto tratteggiata a linee nette ed inconfondibili.
“Non otterrai nulla di tutto questo…” la voce profonda lascia la frase in sospeso, come se non riuscisse a pronunciare quello stesso nome che era abituato a leggere su una lapide. Crede che sia lui? Oh, forse. Sicuramente è qualcuno convinto di essere suo fratello, che questo rappresenti o meno l’effettiva verità.
“Ed ora lasciala andare, non apprezza in tuo abbraccio, non senti? Lasciala e risolviamo la questione tra noi.”

“Mh.”
Lugaid da palesemente segno di valutare, con attenzione, la proposta; quasi con noncuranza, allarga le braccia, consentendo una nuova libertà di movimento a Vadania.
“Non molto equilibrato, si direbbe. Tu vuoi uccidermi, io ho promesso di recarti al massimo un po’ di dolore.”
Noia. Noia infinita e fastidio.
E la sgradevole sensazione di avere davanti a sè una copia di suo padre. Di colui che gli ha distrutto la vita. Del cane che lo ha venduto.
Eppure, non un solo sentimento traspare dall’espressione dell’elfo, atteggiata ad una neutra cordialità; è, se ne rende conto, uno stato d’animo, questo, ben più pericoloso dell’ira. E’ la maschera dell’assassino che Honderyll sta guardando e sono i suoi occhi a scrutare il giovane lord; forse non sa cosa stia rischiando.
Un sospiro scaccia simili pensieri.
“Vadania, puoi iniziare ad accompagnare il figlio di lord Vanquilosse alla sala d’allenamento, per favore? Berrò un po’ d’acqua e sarò subito da voi.”
Freddezza e distacco che gli vengono naturali; passata il primo trauma emotivo, Honderyll è ridiventato un elfo. Che, forse, tutta la sua vendetta sia esagerata? Possibile che anche suo padre non si possa rivelare, semplicemente, uno sciocco tronfio da non tenere in considerazione alcuna?
No, non suo padre. Lord Vanquilosse.
Con un cenno del capo, indica ai due la porta della cucina.

Lo sguardo di Honderyll si sposta dall’uno all’altra.
“Sei già stata qui”
Osserva con amarezza, a metà tra una domanda ed un’accusa mentre lei ha già mosso alcuni passi all’indietro.

17 Febbraio 2007

Vestiti e grandi occasioni


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Chi ha scritto che l’abito non fa il monaco probabilmente non si è mai laureato.
Già, perché trovare un abito adatto per quell’evento, importante almeno per il protagonista di turno, è quanto di più faticoso si possa affrontare. Se Ercole fosse stato Ercolina una delle prove sarebbe stata senza dubbio questa: immagina di dover parlare davanti ad un gruppo di uomini annoiati che emetteranno una sentenza su quanto dirai. Fatto? Bene, ora scegli cosa indossare.
Terrificante.
Si tratta, insomma, di uno di quei momenti in cui desiderare ardentemente essere un uomo: di quanti colori può essere una cravatta? Sei o sette? Bene, il solo grigio degli abiti per signora deve avere qualcosa come centocinquanta sfumature di colore.
“No signorina, la giacca è grigio perla mentre la camicia mi è rimasta solo grigio fumo di Londra e grigio nebbia padana. Se vuole, però, dovrei avere un grigio topo cinese nella nuova collezione.”
Quando, finalmente, hai trovato qualcosa che ti aggrada è d’obbligo domandarsi se questo soddisfi la prima imprescindibile necessità: sembrare il dirigente e non la segretaria. Nel dubbio la maggior parte delle fanciulle decide di optare per il classico: pantalone e giacca neri (antracite, fango, notte, continuate voi), camicia bianca e trampoli ai piedi per sembrare più alte. Via una, avanti un’altra.
Il problema nasce quando dalla sala lauree si passa al bar.
“Che me lo porta un panino al prosciutto?”
“Veramente non lavoro qui”
“Davvero?”
Sono soddisfazioni.
Infine, coprite occhi ed orecchie ai bambini, il parrucchiere.
Tre ore e mezza per un colore più taglio più piega. Ancora una mezz’ora e sarebbero passati i vigili per il cambio di residenza.
Sette (sette!) dossier di campioni di colore per le tinte: un incubo, una punizione per qualcosa commesso in un’altra vita.
Cinque interruzioni per telefonate di varia natura da parte della bionda armata di forbici.
E poi hanno anche il coraggio di chiederti se il risultato va bene. E’ naturale che vada bene, basta poter pagare e scappare il più lontano possibile. Secondo me è una tattica studiata in punta di phon.
Fatto sta che adesso mi trovo con delle meches color evidenziatore, un taglio che non mi piace, un vestito che mi fa sembrare la segretaria (grigio perla con corpetto color grigio chiaro e sottocorpetto grigio luce), scarpe grigio fango con tacco basso e tanta, tanta voglia che finisca tutto in fretta.
Ma qualcuno mi chiamerà mai dottoressa?

17 Febbraio 2007

Madrid! L’avventura comincia


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Quasi non sembra vero ma la partenza per Madrid è del tutto sicura. Abbiamo:

- Volo con Iberia prenotato

- Hotel bloccato (con doccia idromassaggio *_* E non sia mai che riesca a riscuotere una promessa che “qualcuno” mi ha fatto qualche tempo fa… e che non centra con la doccia, giusto per chiarire ;P)

- Obiettivi definiti: arte, arte, arte ed alcol ;P

Cosa chiedere di meglio? Magari un programma di visita, ma sta arrivando… Questa sì che è piacevole attesa ;)

14 Febbraio 2007

I giorni veramente importanti


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A volte segui un percorso per anni.
Quando tutto finisce sei così abituato a camminare che la sola idea di sapere che la strada è vicina al termine, nascosto dietro all’ultima curva, ti infonde una sensazione di sgomento che stupisce persino te stesso.
Cosa succederà, dopo?
La stradina un po’ disconnessa si trasformerà in un’autostrada o terminerà, alla moda italiana, a picco su un dirupo, uno scavo archeologico o al limitare del campo di qualche contadino che non vuole rinunciare alla propria terra?
I giorni veramente importanti sono pochi: la nascita e poi la sequenza di feste religiose che, fosse anche solo per convenzione sociale, segnano la nostra crescita. Poi? Il matrimonio, certo, per chi ci arriva. Il giorno del diploma che ormai danno a tutti ed è pura formalità. I diciotto anni: la maturità, il diritto di votare, di guidare, di entrare in un cinema a luci rosse e quello di bere alcolici fino a non poterne più. La possibilità di decidere della propria vita.
Si tratta, tuttavia, di risultati intrinsechi alla natura umana ed alla condizione di cittadino occidentale: tutti compiranno diciotto anni, il novantanove percento si diplomerà, due su tre arriveranno alla cresima e così via. Sono banali traguardi che si susseguono l’uno all’altro senza avere un reale significato di tipo personale.
Tra qualche giorno e per la prima volta in vita mia raggiungerò qualcosa per la quale sono l’unica reponabile, l’unica artefice. Un tratto distintivo piccolo e forse inutile ma che mi resterà incollato addosso per ogni singolo anno a venire.
Uno di quei giorni che non potrò mai dimenticare. Un giorno importante.

13 Febbraio 2007

L’apprendista e l’assassino - V


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Solleva lentamente il capo in sua direzione, i capelli che le coprono parte del volto dandole la fisionomia di uno spettro.
“Voglio la mia vendetta più di qualsiasi altra cosa al mondo, è la mia certezza di un futuro migliore… Ma tu cosa potresti guadagnare dalle due morti che chiedi? Vuoi davvero che io scelga? Ed allora lo farò. Scelgo di macchiarmi del suo sangue, e scelgo di vederti tessere una rete di allenze che ti consenta di tornare senza timori, scelgo di vederti come erede di tuo padre ancora in vita, scelgo di guardarti giorno dopo giorno ed evento dopo evento e scelgo di non separarmi dal mio maestro. Questo è ciò che scelgo. E tu, Lugaid, qual è la tua scelta?”

Il suo maestro; ovvio, certo.
Stupido.
“Darti ascolto.”
Non una semplice presa di posizione. Darle ascolto.
Sospira, chiudendo gli occhi; stupido, stupido.

E’ timore quello che impedisce al suo sorriso di farsi più deciso?
No, deve aver sentito male, non è possibile che sia bastato davvero così poco per convincerlo ad uscire allo scoperto, a palesare la sua presenza ed a restare con lei senza bisogno di ombre e bugie.
“Vuoi dire che farai davvero come ti ho suggerito? Non ti stai prendendo gioco di me?”
Muove qualche passo in avanti, sempre a ridosso del tavolo, timorosa, una mano che sale al petto mentre la notte calante allunga le ombre ed accentua i contrasti rendendo il volto di lui ancora più enigmatico.
“Non mi stai illudendo per poi fuggire da un giorno all’altro con le mani sporche di sangue, vero? Perché se così fosse preferisco saperlo, preferisco non affrontare la delusione che questo mi causerebbe”

Con quella che sembra studiata lentezza, alza lo sguardo su Vadania, parlando solo dopo averne sfiorato con gli occhi ogni lineamento, in tutta calma.
“Non mi sto prendendo gioco di te. Rimarrò. E ti farò da maestro, se è quello che desideri.”
E’ forse una nota acida, quella che ha potuto percepire nella sua stessa voce? Si inumidisce le labbra, preferendo non pensarci.
“E, se proprio dovessi decidere di andarmene, saresti la prima a saperlo.”
Non distogliere lo sguardo gli richide non poco sforzo, tuttavia l’elfo resiste alla tentazione di abbassare gli occhi. Come pure a quella di sporgersi, per sfiorarla.
No.
Non ancora.

Il sollievo la pervade come un’onda che parte dal basso, solleticandole le labbra per schiuderle in un ampio sorriso e raggiungendo un attimo dopo lo sguardo, illuminandolo di una luce che probabilmente Lugaid non aveva mai visto in lei prima d’ora.
Non gli da il tempo di reagire che le sue braccia si protendono in avanti, cingendogli il collo mentre il resto del corpo non ha ancora deciso come comportarsi, sbilanciandola e sbilanciandolo a sua volta giungendo addirittura, per la foga, ad inclinare all’indietro la sedia sulla quale si trova.

Un attimo. Un solo attimo di indecisione.
E’ tutto quanto gli occorre per spingere in avanti il peso del corpo, contrastando così la spinta di Vadania per evitare di cadere all’indietro. Le braccia, al contempo, portatesi in avanti per aiutare l’equilibrio, si intrecciano dietro la schiena dell’elfa per non limitarsi, come di consueto, ad una stretta blanda e delicata, ma anzi attirando Vadania a sè.
Al contempo, è un dolore sordo quello che lo assale alla bocca dello stomaco, spezzandogli atrocemente il respiro; quanto ha capito delle sue parole? E quanto delle parole non dette? Lentamente, tuttavia, la sensazione e la consapevolezza del contatto si fanno strada in lui, soffocando a poco a poco simili pensieri, rendendoli inerti, intiepidendoli fino a farli dissolvere.
Un altro momento.
Se ne preoccuperà un’altra volta.

Ne accompagna il movimento sedendoglisi in braccio, la stretta che si fa sempre più decisa ed il volto nascosto nell’incavo del suo collo.
Solo dopo un tempo che non saprebbe quantificare torna a guardarlo, ancora raggiante, posandogli un bacio sulla guancia per poi tornare ad abbracciarlo ancora, dimentica di qualsiasi altro pensiero.
“Verrai a casa con me, o resterai qui? Dovremo inventare una storia credibile e avrai bisogno di conoscere alcune persone, ti serviranno abiti, e armi, e qualc… oh, al diavolo, l’importante è che tu sia qui.”
Il capo si muove piano contro di lui, con fare carezzevole, quasi un gatto intento ad esprimere la propria appagante soddisfazione.

Sgomento.
Sgomento e stupore.
Sgomento e stupore e perplessita`.
Sgomento e stupore e perplessita` e… diavolo, e` solo una bambina!
Una mano scivola su Vadania fino a cingerle il fianco mentre l’altra, con movimenti parimenti lenti alla prima, si immerge tra i rossi riccioli, accarezzandole delicatamente il capo, nella duplice intenzione di toccarla e di non interferire con il movimento tanto piacevole -e foriero di qualche brivido- che avverte, senza vedere, contro di se`.
E` solo dopo essersi voltato lentamente ed aver chinato il collo per poter raggiungere, con le labbra, la testa di lei che parla, ancora immerso in un ribelle mare rosso che pare solleticarlo senza posa, con un tono che e` di poco al di la` del sussurro, quasi che dovesse confidare un qualche segreto irripetibile a quella chioma.
“E io che pensavo di presentarmi a casa e di dargli una sonora batosta, spada alla mano…”
Si lascia sfuggire un risolino.
“Non sarebbe piu` semplice?”

“Poi dovresti fuggire, e cosa ti resterebbe?”
Si stacca da lui, guardandolo con occhi che tradiscono le emozioni che prova in quel momento: la gioia di saperlo ancora lì, la strana sensazione di smarrimento per quella che è stata un’irruzione improvvisa nella sua vita, l’indecisione riguardo al passo successivo.
Gioca con le punte dei suoi lunghi capelli neri, andando poi a riordinare una ciocca dispettosa dietro il lobo dell’orecchio nel medesimo istante in cui ricomincia a parlare.
“Devi assolutamente conoscere Honderyll. Domani, tra due giorni, questa sera stessa… quando? Voi incontrarlo con tua sorella o preferisci affrontarli uno alla volta? Cosa gli dirai? E dove? Preferisci un luogo aperto o l’intimità di una piccola sala?”
Domande, domande, domande, che sgorgano come un fiume in piena e sembrano non volersi più arrestare.

Sposta indolentemente una mano fino al volto di lei, non semplicemente alzandola ed appoggiandola nuovamente, ma lasciandola scorrere, sfiorando ed accarezzando, fino ad indugiare un poco piu` di quanto sarebbe opportuno sul collo, poco prima di raggiungere la guancia.
“Tra tre giorni. In un salotto del primo piano della tua casa, senza che lui sappia nulla.”
Si inumidisce le labbra, prima di aggiungere, a mo’ di lapide tombale.
“Tra tre giorni, due giorni dopo la morte del tuo tutore.”

Un lungo brivido le percorre la schiena, non sa dire se per le lugubri parole o per la lenta carezza, ciò che è certo è il senso di disagio che si insinua in lei portandola a muoversi nervosamente nella posizione in cui si trova, lo sguardo che si sposta rapido dal suo volto alla parete retrostante per poi tornare nuovamente su di lui ed, infine, abbassarsi.
Ancora silenzio, rotto solo dal penoso sospiro di chi non è certo dell’accordo siglato.
Era tutto più facile, prima, quando poteva fancasticare su come e quando avrebbe privato della vita l’elfo che le aveva fatto conoscere l’odio, senza tuttavia trovarsi a brandire l’arma che avrebbe reso reali i suoi sogni ad occhi aperti; ora, invece, avere un’esistenza tra le mani la rende debole ed insicura come non era mai stata. Merita davvero la morte? Giunge persino a porsi questa sciocca domanda e la risposta, limpida fino all’attimo addietro, appare annebbiata e confusa.
“Ripetimi cosa avrebbe fatto di me ed Alissa…”

Rimane immobile, una mano sul fianco ed una sul volto di lei, per non aggiungere tensione a tensione. Sospira, gravemente, inumidendosi le labbra e riflettendo su come rispondere alla domanda che le labbra dell’elfa non hanno trasfuso in suoni.
“Un matrimonio, un paio di mesi ed un tragico incidente.”
Si avvicina, lentamente cosicche` lei si possa scostare, fino a poggiare la propria fronte sulla sua.
“Potresti sposarti ugualmente e tentare di cacciarlo… forse non sarebbe ugualmente definitivo, ma potrebbe funzionare.”
Parole che gli hanno riempito la bocca di un gusto amaro, seccandogli le labbra e rendendo la lingua simile ad un involto di stoffa; sposarsi, certo. E divenire la riverita moglie di suo fratello.

Torna a guardarlo per quanto lo permette la vicinanza.
“La sentenza è definitiva: morrà, ed il suo ultimo sguardo sarà per il mio volto. Voglio che sappia chi sta facendo precipitare la sua anima all’inferno.”
Il sangue sembra ribollirle nelle vene mentre le ultime parole abbandonano le sue labbra a favore delle orecchie dell’elfo, in una sensazione straniante a tal punto da aprirle sul volto un sorriso più simile ad una smorfia.
“Se tornerai nella posizione che ti spetta non ci sarà bisogno d’altro.”

Un sospiro, ancora.
Parlare, tacere? Esprimere cosi` i propri dubbi, i propri desideri o consegnarli ad un oblio dannato, venato di rimpianto?
Ah, che esagerazione melodrammatica! Dopo essersi assestato un vigoroso rimprovero mentale, Lugaid prende l’unica decisione che, al momento, pare praticabile: tacere ed attendere; un momento propizio, che tutto finisca, che le cose si aggiustino e che se ne possa riparlare.
Cosi`, scegliendo di tacere, le fronti ancora a contatto, chiude gli occhi; il pollice che si muove, lento, ad accarezzarle il volto e l’altra mano che accentua, di poco, la stretta.
Ecco la vera scelta, l’annegare tutto nell’attimo contingente, lo smettere di pensare. Lei.

“Dimmi cosa devo fare”
Deglutisce a vuoto, desiderando allontanarsi ma non osando farlo, come se temesse di vedere il ripensamento dipinto sul volto di Lugaid.
Si stava fidando di lei, poteva forse mandare tutto in frantumi solo per l’irrazionale esigenza di avere maggiore spazio attorno?
E’ paura quella che prova; improvviso e dirompente timore per ciò che sta per fare, per ciò che sente, per ciò che potrebbe e non potrebbe avvenire, e si scopre ad odiare profondamente i mille interrogativi che costellano la sua mente costringendola ad ammettere che no, non ha il controllo della situazione e forse nemmeno di se stessa.
“Voglio che tutto finisca al più presto…”

Lentamente, come se gli costasse un certo sforzo -e, in effetti, non è senza fatica che allontana le mani dall’elfa e torna a raddrizzarsi, riportando indietro la fronte- torna a calarsi nel ruolo dell’assassino, considerando attentamente la domanda di Vadania.
“Veleno.”
Una sola parola, una sentenza definitiva, pronunciata in tono asciutto; e, nel medesimo tono, concisamente, l’elfo passa ad elencare le proprietà della sostanza che aveva in mente.
“Andrà a dormire presto, sentendosi affaticato, e non si risveglierà più. Un disgraziato caso di morte nel sonno, fortunatamente indolore. Forse.”
Si chiede quanto debba aggiungere, optando poi per una linea di condotta sincera.
“Volendo, potrebbe patire atroci sofferenze, paralizzato nel letto ed incapace di urlare il proprio dolore. Sta a te scegliere.”
Di nuovo, la responsabilità consegnata a Vadania. Quanto è giusto infliggerle questo castigo? Quanto è corretto caricarla di un tale peso?
Benvenuta nel mondo reale.

“Voglio che sappia.”
La risposta arriva quasi immediata, senza che abbia davvero il tempo per pensare alle conseguenze; a dispetto di questo la solennità che da essa trapela ha qualcosa di adulto, la medesima inflessione che era solito usare il padre di Vadania quando riteneva una decisione doverosa, quasi che il senso dell’onore del genitore si fosse corrotto, mescolandosi all’orgoglio e percorrendo strade differenti, senza poter tuttavia scomparire.
“Voglio che sappiano tutti, devono aver paura al solo pensiero di ciò che potrebbe accadere loro se qualcosa dovesse colpire gli ultimi eredi degli Ember”

“Vuoi qualcosa di rumoroso…”
Gli occhi di Lugaid si assottigliano, lo sguardo perso in un punto fuori dallo spazio.
“…qualcosa che lo faccia urlare orribilmente…”
Lascia che la frase si spenga lentamente; all’improvviso, poi, torna a voltare lo sguardo verso Vadania, un sorriso obliquo sulle labbra.
“Si`, dovrei avere qualcosa di adatto.”
Sospira, poggiando una leggera carezza sul fianco dell’elfa.
Ormai, la decisione e` presa.

“Semplicemente qualcosa di manifesto. Di eclatante.”
E’ poco più di un sussurro, anima impalpabile di una volontà vacillante.
“Non lasciarmi… non lasciarmi in quest’attesa opprimente, dimmi cosa dovrò fare così che possa prepararmi.”
Chiude gli occhi, rovesciando il capo all’indietro dimentica di tutto ciò che la circonta: la cucina, l’ampio tavolo di legno scuro, il pavimento che preme contro le suole degli stivali, tutto scompare per un lungo istante.
“Dimmelo prima che cambi idea.”

Rapida, una mano corre al volto di Vadania, immobile su una guancia; è poi l’elfo a muoversi, sfiorando il lato opposto del viso dell’elfa con le labbra, in un casto bacio che è, nel suo lieve contatto, appena accennato.
Parla senza aver staccato le labbra dalle pelle di Vadania, cosicchè ogni suono da esse cesellato, come ogni parola sgorgata in un tenue mormorio, sia l’occasione per una nuova carezza, un volatile contatto.
“Dovrai fargli assumere il contenuto di una fiala. In un piatto, in una bevanda, non ha importanza. Quindi sarà fatto.”
Una lieve pausa, le labbra che stazionano a contatto con il volto dell’elfa.
“Vuoi che ci sia anche io?”
Una domanda rapida, apparentemente semplice, lasciata cadere quasi per caso; se solo sapesse quanto è importante questa risposta.

“No!”
Torna a guardarlo con la stessa rapidità con la quale sarebbe scattata davanti ad una minaccia.
“No” ripetere ancora, questa volta più lentamente “Non credo di poter arrivare in fondo se ti avrò davanti. Eppure saperti vicino mi darebbe… sicurezza, credo. Non lo so”
Scuote ripetutamente il capo, posando una mano sulla sua per allontanarla gentilmente dal proprio volto, rifuggendo ogni contatto com’è solita fare quando si sente confusa.
“Non lo so.”

Asseconda il gesto dell’elfa, lasciando ricadere al proprio fianco la mano, inerte. Si morde appena il labbro inferiore, riflettendo a fondo sul problema, lucidamente, come si trattasse di uno degli innumerevoli aspetti del suo lavoro.
In effetti, non è troppo lontano dal vero.
“Potrei rimanere nascosto, diciamo… nel tuo studio? Sapresti dove trovarmi e non sarei davanti a te.”
Una soluzione ragionevole, in fondo; certo, quanto più facile sarebbe fare di persona il lavoro.
Dannati principianti.

“No.”
Lo interrompe ancora prima che finisca di parlare.
“Io ho deciso ed io devo agire, da sola. Dammi la fiala.”
Quale strana sensazione quella di sostituirsi a dio decidendo della vita e della morte di altri, quale particolare sapore assume ora la vendetta… amaro come il veleno che sta per somministrare quando avrebbe invece desiderato veder scorrere fiumi di sangue, per appagare la sua sete, per macchiarvisi come atto di empia purificazione, come rito di passaggio che non le avrebbe consentito di tornare più indietro, mai più.

Senza aggiungere altro, la scosta, ricavando, gentilmente seppur fermamente, lo spazio per alzarsi; incamminarsi verso la porta e sparire, silenzioso, nel corridoio, sembrano parti di un rompicapo grottesco, disciolto in una realtà alterata, allucinata.
Quando l’elfo torna, regge in mano, con la familiarità di chi è avvezzo a maneggiare morte distillata in poche gocce, una piccola fiala.
“Non esiste antidoto.”
La informa asciutto, consegnandole il minuto oggetto.
“E’ l’equivalente di una coltellata al cuore. Solo più sottile, meno visibile ed enormemente più dolorosa…”
Esita qualche attimo; cosa potrebbe dirle, che non scateni una reazione piccata? Sospira, cercando di sciogliere la tensione.
“Stai attenta.”

Il sorriso tirato che gli rivolge è degno compagno del tremore che muove la sua mano quando si spinge in avanti, pallida come le magnolie del rosa più tenue, per prendere la fiala tanto bramata.
“Ci proverò.”
Si inumidisce le labbra come per cancellare il tentativo fallito di sdrammatizzare una situazione che le infonde un profondo senso di disagio.
“Lo sentirò gridare?”

Inspira a fondo. Principianti; uccidere per una questione personale va fatto nel modo più rapido possibile, scenograficamente, certo, ma senza mai perdere di vista lo scopo primario. Forse avrebbe fatto meglio a pensarci da solo, in fondo.
“Lo si sentirà da oltre il muro di cinta, probabilmente.”
Scrolla le spalle, con la noia di chi parla di un argomento che non presenti nessun pregio d’interesse ai suoi occhi.
“E’ doloroso.”
Ripete per l’ennesima volta quella parola. Dolore. Ma quanto può averne mai provato Vadania, nella sua breve vita, per capire ciò di cui sta parlando? Riesce ad essere consapevole di quanto devastante potrà essere quel veleno?
Scrolla le spalle, ancora una volta.

Ritrae la mano lasciadosi cadere a terra, seduta sui talloni ed il volto chinato. Il cuore le martella nel petto con tale forza da farle male ed una lieve sensazione di nausea pare non volerla più abbandonare. Sta veramente facendo ciò che sta facendo?
Il mondo è pieno di uomini e donne che tenteranno di tagliare la sua strada, può forse eliminarli tutti? Ed è giusto elevare qualcuno, per quanto meschino, ad esempio per tutti gli altri?
Il respiro sempre più rapido la costringe a concentrare tutte le sue energie nel tentativo di regolarizzarlo, lasciando che dalle sue labbra sfuggano parole che mai avrebbe pronunciato altrimenti.
“Cosa devo fare…?”

Si lascia cadere su una sedia, prendendosi il tempo di stiracchiarsi tranquillamente ed indolentemente, prima di rispondere.
“Lo chiedi ad un assassino?”
Si lascia sfuggire una risatina.
“Laciar fare il lavoro a me, è ovvio. Sono io il professionista. Tuttavia…”
Esala un sospiro di rassegnazione palesemente esagerato.
“…se proprio vuoi provvedere tu stessa, non dovrebbe essere difficile fargli ingerire il veleno.”
Una pausa, utilizzata per inumidirsi le labbra e guardare fuori dalla finestra, chiedendosi se non sia presto per avvertire i primi morsi della fame.
“Diversamente, puoi fare come tuo padre.”
Si morde il labbro inferiore, riportando lo sguardo su Vadania; ma perchè vuole una risposta da lui? Non è un sacerdote, è un professionista dell’omicidio, diamine!
“Sposati, elevati ad un rango per lui irraggiungibile e spendi la tua vita tenendolo d’occhio e guardandoti le spalle.”
Annuisce fra sè e sè, come se una voce interiore avesse operato una precisazione inappuntabile.
“Certo… magari un po’ meglio di tuo padre. Guardarti le spalle, intendo.”

*** 

Il giorno si sta spegnendo dietro l’orizzonte quando il contenuto della fiala viene fatto cadere silenziosamente nel calice d’oro, il preferito di Rjion, mischiato al pregiato vino rosso dei suoi stessi vigneti. Il colore del sangue sembra richiamare allegoricamente altro sangue, allargandosi al suolo quando la caraffa contenente il liquido prezioso viene accidentalmente infranta contro il pavimento di marmo.
Nessun altro potrà berne.
Questo è quanto Vadania desidera, e poco importano le parole velenose che le vengono rivolte per il suo comportamento maldestro: ben più venefiche si dimostreranno le sue azioni silenziose.

Un’ombra non ha cuore, nè mente.
Non ha pensieri, sentimenti, riflessioni, dubbi; non prova dolore. Questo, almeno, è quanto le ombre trovano comodo che si pensi di loro. Parola di ombra.
E poco più di un’ombra sembra Lugaid, nascosto tra altre ombre, sorelle ed amiche, quelle del bosco nella tenuta degli Ember.
Avrà avuto il coraggio di farlo? La stretta sul pugnale della mano pallida dell’elfo si chiude per un solo attimo, al pensiero. Silente, in attesa, si concede solo qualche sorso d’acqua da una borraccia; la notte, ancora giovane, verrà violentata da urla disumane?
Sospira, un’ennesima volta.
La sua finestra. Potrebbe raggiungerla in fretta, e…
L’elfo rabbrividisce, involontariamente, al sentire il primo urlo strozzato che fende il silenzio della notte lasciando dietro di sè, mirabile a dirsi, un silenzio fatto non dei naturali rumori della natura assopita, ma di una totale assenza di suono, quasi che persino le piante stiano trattenendo il respiro per l’orrore di quanto si sta consumando.
Un secondo urlo.
Il veleno sta ormai bruciando i nervi dell’elfo, consumandoli come un nero fuoco avido di vita. Quante altre volte Lugaid ha utilizzato quella sostanza? Poche, senza dubbio. Una morte tanto dolorosa si paga come un’extra sulla tariffa, in effetti. Tuttavia…
Ancora, le stelle, di una brillantenzza gelida, non possono non aver sentito questo.
E’ deciso, ormai; forse dovrebbe tornare a casa? O, magari, raggiungere Vadania? E’ saggio? E’ prudente? Non sarebbe rischioso arrampicarsi, fino alla sua finestra? E per cosa? Per vederla un solo attimo? Lugaid non può fare a meno di darsi dello stupido.
Ancora, si attribuisce rabbiosamente dell’imbecille, mentre si guarda attorno con circospezione ed è solo quando esce allo scoperto, dirigendosi di soppiatto verso la casa, che prorompe in una fiumana di insulti silenziosi all’indirizzo di sè stesso.

L’angolo dello studio da pittura è buio e vuoto, l’ideale per nascondersi lontano da tutto e da tutti. Seduta a terra, il capo cascosto tra le ginocchia, Vadania comprime le mani sulle orecchie nel vano tentativo di isolarsi da quelle grida che la raggiungono come un’accusa.
Il tremore delle membra pare inarrestabile e gli occhi sono dilatati dall’orrore. Un drappo scuro la ricopre, macchiato qua e là del colore lasciato dalla tela sulla quale era adagiato fino a poco prima. Un fagotto di abiti e membra sottili che vorrebbe scomparire e riapparire il più distande possibile, in un’altra città, un’altra terra, un altro universo.
Quale opinione può avere di se stessa ora che indugia lontano da ciò che lei stessa ha realizzato? Dovrebbe recarsi nelle camere di lui, dove i migliori dottori staranno già cercando di salvare la vita dell’elfo o dovrebbe cercare di mettere in atto una seconda vendetta che è al contempo atto di pietà, ponendo fine alle sofferenze da lei stessa causate? Le possibilità si accavallano l’una all’altra nella sua mente, senza consentirle di portarne a termine alcuna, ed è incredibile, ai suoi occhi, quanto possa essere doloroso il sapere del dolore altrui.

Scivolare, come un ladro, rasente all’edificio; arrampicarsi, difficoltosamente, fino alla finestra della sua camera da letto, ringraziando le urla per aver distratto quasi tutti gli abitanti della casa.
Ed infine forzare quella maledetta serratura, così resistente -o forse sono le sue dita ad essersi fatte incapaci, goffe?
Il tempo di un sospiro e i piedi dell’elfo sono poggiati sul pavimento della stanza, gli occhi che febbrilmente cercano la presenza dell’elfa; rendersi conto che non è lì e varcare la soglia che porta allo studio è quasi un tutt’uno, così come è subitanea la fitta che lo coglie quando la scorge in quella condizione.
Perchè? Perchè ha permesso che accadesse?
Rapido e silenzioso, si avvicina di un paio di passi, inginocchiandosi poi di fronte all’elfa, per trovarsi alla sua stessa altezza.

Non si accorge della nuova presenza se non per la luce che si fa improvvisamente più cupa, schermata dal corpo di Lugaid ora così vicino.
Deglutisce a vuoto, senza dar cenno di muoversi o di voler dire alcunché.

Con una lentezza dettata dalla precisa volontà di non spaventare Vadania, oltre che dall’apparente incapacità di agire con una maggiore decisione, insinua una mano sotto il telo, arrivando a sfiorare quello che sembra, al tatto delicato delle dita, un piede dell’elfa. Centimetro dopo centimetro, risale lungo la gamba, le dita nella parodia delle zampe di quell’essere apparentemente senziente che è la mano, trascinando con sè il telo. E’ solo quando è arrivato al ginocchio che la mano si separa dall’elfa, continuando a scoprirla, sollevando la copertura di stoffa che si era data per difesa.
Un sorriso leggero, venato dall’amarezza di chi ha già visto molte e molte volte la sofferenza con la quale, ora, si trova a dover fare i conti Vadania, non si scompone eccessivamente per una sola parola, sussurrata e quasi soffiata, comprensibile più dal movimento delle labbra che per l’effettivo suono disciolto nell’aria.
“Ciao.”

Ciao? Ciao?? Ciao. L’ha salutata con un semplice ciao. D’altra parte quali parole possono essere più neutre? Ciò che sta udendo è il frutto del proprio odio, non certo della mano di colui che si trova davanti, chi può biasimare se non se stessa per quella sola pallida parola che le viene ora rivolta?
Schiude le labbra senza dire nulla, il busto che si raddrizza appena mentre le mani premono tanto forte sulle orecchie da sembrare prossime a volerle penetrare nella testa. Nella sua percezione la stanza ondeggia come una nave in piena tempesta, rendendo difficile mettere perfettamente a fuoco persino i contorni del volto dell’elfo.
Più che impaurita sembra completamente smarrita, priva della volontà di muovere finanche un solo muscolo.

Si sporge di un poco in avanti, andando a sfiorarle fugacemente la fronte con le labbra, mentre un dito solitario disegna il profilo del suo volto con uno sfioramento appena accennato.
Un attimo dopo, si è di nuovo ritratto, intento nella rapida valutazione del rischio; dandosi per l’ennesima volta dell’idiota, si siede vicino a Vadania, in modo da esserle a contatto. Torna a calare il telo, in modo da coprire entrambi, e rimane in silenzio, dedicandosi solo ad ascoltare il respiro dell’elfa, il rumore da lui stesso provocato contro la stoffa, il sospiro del vento contro le finestre; le urla vengono ignorate dalla forza dell’abitudine, rimpicciolite e nascoste in un angolo della sua mente.
In silenzio, siede accanto all’elfa, resistendo alla tentazione di cingerle le spalle con un braccio, apparentemente inerte, in verità del tutto concentrato sulla sua interlocutrice silenziosa, pronto a cogliere un qualunque segnale. Quanto forte potrà essere?

“non avrebbe avuto scrupoli, non ne avrebbe avuti, non ne avrebbe avuti, non ne avrebbe avuti, no, non ne avrebbe, non ne avrebbe avuti…”
La bassa cantilena si esprime in un sussurro quasi inudibile ed in parte coperto dalle grida laceranti che sembrano superare ogni barriera.
La presenza di Lugaid scatena sentimenti contrastanti: una parte di lei vorrebbe piegarsi verso l’assassino e perdersi tra le sue braccia nella vana speranza che, almeno lì, la sofferenza non possa più raggiungerla, la parte restante è invece mossa dal desiderio di scappare il più distante possibile perché nessuno possa vederla così com’è ora.
“…Ed io… sono come lui. Come lui? Come lui, come lui, come lui”
La voce che cresce ad ogni parola.

“La verità è che siamo tutti uguali.”
Un sussurro, apparentemente sottile e fragile al confronto con il crescendo dell’elfa. Superate di getto le ultime remore, cinge con un braccio Vadania, attirandola a sè.
“Tutti uguali. Tutti innocenti e tutti colpevoli.”
L’altra mano va ad immergersi tra i suoi capelli, fino a rimanerne intrappolata; come trasmetterle la sua serenità? L’accettazione dell’omicidio, la sostanziale indifferenza di fronte alla vita che agonizza e si spegne?
Non può, se ne rende conto alla perfezione. Lei è diversa. Lei odia, ma ha scrupoli. Un sospiro ed una smorfia dolorosa che non riesce a trattenere -smorfia che, per fortuna, non verrà scorta da occhio alcuno- anticipano di un attimo la logica conclusione: è venuta al contatto con il suo mondo e ne è stata bruciata. Non lo accetterà mai; non dopo aver provato di persona, in una versione edulcorata, cosa significa essere Jacobius il copista, Huine l’ombra dei vicoli, Alaiquil il vento che taglia. Lugaid, l’assassino.
Chiude gli occhi, per scacciare simili pensieri, concentrandosi solo su Vadania; d’altronde, per quale altro motivo sarebbe salito fin lassù?

Si sottrae ancora prima che la guancia tocchi il petto di lui, annaspando rabbiosamente al di sotto del telo prima di riuscire a liberarsene ed a scagliarlo lontano.
“Tutti uguali?”
Non si preoccupa di essere udita, forse per il bisogno di sfogarsi o forse per semplice incurio, ma mentre torna in posizione eretta le sue parole sgorgano in un grido che pare non voler risparmiare fiato ai suoi polmoni.
“Chi, chi può decidere chi è innocente e chi è colpevole?”
Volge lo sguardo verso il cavalletto un istante prima di spingerlo a terra: “come puoi dire che sono innocente?”
e’ la volta dei pennelli, e dei colori, scagliati ovunque senza il minimo riguardo con il solo desiderio di generare caos e fare rumore, accompagnando grida cariche di tanta disperazione da poter rivaleggiare con quelle provenienti dal piano sottostante.
“E’ la mia mano, la mia volontà, è la mia colpa, l’ho voluta, l’ho cercata, l’ho accarezzata ed ora la ascolto come musica che si insinua in ogni fessura con il solo scopo di raggiungere le mie orecchie per cantare la mia vittoria. Ho vinto Lugaid, senti? Era quello che volevo, ho vinto! Ne ho decretato la morte e quanto è ancora più crudele il desiderare che tutto termini il più in fretta possibile, il volerlo privare dei suoi ultimi strazianti istanti di vita è misericordioso o semplicemente insensibie? E’ il fastidio che mi muove o la pietà?”

Ha cura di lasciare che un nuovo urlo, carico di devastante sofferenza, separi le loro parole; parla poi, non prima di aver riservato un’occhiata -un sopracciglio inarcato- ai colori per terra, con calma, in un tono neutro e sommesso, in voluta contrapposizione al gridare dell’elfa.
“Azzarderei il fastidio.”
Ancora un lamento ferale di sofferenza, strozzato da un singulto.
“Decisamente non si riesce a dormire, in questa casa.”
Si stiracchia indolentemente; interrompendo a metà il gesto e tornando, di scatto, in posizione seduta, ma composta, rapido come potrebbe esserlo lo schiocco di una frusta.
Parimenti ad uno scudiscio sono le sue parole, sommesse eppure dure, senza traccia di pietà, compassione o commiserazione, asciutte e rapide, lame non ancora bagnate di sangue e, per questo, crudelmente fameliche.
“Nessuno può deciderlo perchè non ha senso farlo. Sì, l’hai ucciso tu. Tua è la mano che ha generato queste urla. E, novità, l’autocommiserazione non è inclusa nel prezzo. Dovresti invece pensare a quanto ti piacesse attribuirti pose da adulta, pienamente responsabile… guardati, guardati ora che è terminato il gioco. Benvenuta nella realtà.”
Si alza di scatto; una sottile miscela di rimorso, disgusto, fastidio e noia sta minando il suo equilibrio più di quanto non sia consigliabile.
Torna ad aggiungere una singola parola in un tono che è nuovamente neutro, senza inflessioni, quasi dimesso.
“Vado.”
Qualche attimo di esitazione e poi i passi, che si muovono verso la soglia.

“Vengo con te”
Più una domanda che un’affermazione, quasi una supplica. Le grida acute che ancora lacerano l’aria sembrano mandarla completamente fuori di senno, penetrandole nelle orecchie con acuta disperazione ed impedendole di ragionare correttamente.
Lo raggiunge quasi fluttuando, il vestito chiaro macchiato di porpora in una parodia malriuscita del carminio del sangue. E’ già voltato di spalle quando le sue braccia lo cingono in una presa che pare più di lotta che un abbraccio: le mani si insinuano oltre la vita, piegando verso l’alto fino a posarsi sulle spalle di lui, il volto nascosto tra le scapole.

Respiro. Lento, forzato.
Lei… lei.
Meccanicamente, come se le mani non avessero peso -o, al contrario, ne avessero troppo- spinge le proprie dita a sfiorare quelle di lei, ad intrecciarsi lentamente, per un tempo che non riesce a definire con precisione.
“Noteranno la tua assenza…”
La voce, soffocata, della ragione supera i desideri dell’elfo, riversandosi da labbra ostili, che la riducono ad un sussurro. Noterebbero la sua assenza, sì; eppure, quanto poco gli importa, ora?

“Non posso restare qui, non posso ascoltare ancora. Portami via, portami subito via…”
Ha veramente riflettuto prima di pronunciare quelle parole? Vuole veramente allontanarsi con una persona capace di ascoltare quelle grida senza mostrare alcun sentimento?
Non ha importanza, non ora quando tutto ciò che conta è ritrovare un nuovo ed amabile silenzio.
La pace.

Veloci, andarsene seguendo la via percorsa dell’elfo, attraversando la finestra, calandosi giù fino a terra e poi sgattaiolando silenziosamente fino al muro? Oppure travestirsi ed uscire dalla porta principale ostentando la propria presenza e lasciando che le congetture altrui riempiano il vuoto di motivi dichiarati?
O, ancora, compiere la scelta più saggia e lasciare Vadania in quella stanza, magari facendo cessare, di persona, le grida? Forse una freccia ben mirata attraverso una finestra… bah!
Lugaid non si volta, del tutto privo della volontà di interrompere quel bizzarro contatto, scegliendo di parlare rapidamente, a bassa voce. Vadania se la sente di scendere lungo il muro? Ha la freddezza necessaria per recitare la parte dell’incolpevole esasperata? Pensa di riuscire ad essere furtiva quanto basta per non farsi scoprire?
Vuole davvero andare via con lui?

Un lungo lamento le sfugge dalle labbra quando le grida non danno cenno di placarsi, continuando la loro macabra danza.
Si stacca da lui con i nervi quasi a fior di pelle, la muscolatura tesa fino allo spasimo e le mani aperte come se quel suono le risultasse intollerabile a livello fisico ancor prima che mentale.
“Non posso sopportarlo ancora, impazzirò, sento che impazzirò″

Uno sguardo obliquo fuori della finestra, per azzardare un cancolo del tempo passato.
“Durerà ancora parecchio.”
Il commento è asciutto, impersonale, del tutto neutro. Come ogni sentenza che si rispetti, d’altro canto. Inspira, tentando di trovare parole che rendano giustizia ai suoi pensieri, senza travisarne il significato; nella consapevolezza di stare miseramente fallendo, parla scandendo lentamente ogni parola.
“Cosa ti disturba tanto? L’aver causato sofferenza ad un altro? L’esserti scoperta… un mostro?”
Quello che lui è da, ormai, anni ed anni; e lei se ne renderà conto, prima o poi.
“L’aver estirpato una vita? Il non aver valutata con sufficiente attenzione l’atto, prima di compierlo? O, forse, è solo paura? Ti trovi sul ciglio del baratro della possibilità e lo temi? Ti disgusta ciò che potresti diventare? O ti terrorizza l’avere in mano la possibilità di essere quel che vuoi?”

“Non lo so, non lo so!! Non lo so!!! Quante domande tutte insieme quando non riesco neppure a mettere in fila un solo pensiero coerente”
Si muove per la stanza come se volesse fare qulacosa, qualsiasi cosa, tornando sui suoi passi l’instante successivo, incapace di compiere movimenti diversi dall’affondare le dita tra i folti capelli, stringendo e tirandoli quasi fino a strapparli.

Ora basta.
E’ un movimento unico, fluido, nato per uccidere con eleganza, per troncare rapidamente il respiro e, con esso, la vita. Uno scatto armonico, la contrazione coordinata di ogni muscolo del corpo dell’elfo, in un’armonia che è frutto, sì, di naturale predisposizione, ma di predisposizione allenata fino allo sfinimento.
“Ora basta.”
Se la voce è sussurrata, il tono è duro, pesante come un macigno.
E’ davvero il momento di smetterla; ad infondere maggior vigore alla parola è la gestualità dell’elfo che, raggiunta Vadania, la intrappola tra le sue braccia, scuotendola.
Ora, ora potrebbe bastare. Passerebbe per persona dura, insensibile, una lama pensante, un rude Assassino. Che male ci sarebbe?
Perchè allora una mano si stacca, scivolando rapida e leggera verso il volto di lei? Perchè le sue labbra si avvicinano tanto da sentire la morbidezza ed il tepore di quelle di Vadania? Perchè sta facendo quello che sta facendo? E perchè ha un sapore così oscenamente irresistibile?
Quando si stacca, tuttavia, è dapprima capace di una sola parola.
“Domande.”
Quelle che la sua mente nutre, come serpi in seno pronte a divorarla; no, questo non è opportuno dirlo. Fortunatamente, altri pensieri si fanno strada tra i dubbi ed altri suoni si scavano la strada fino alle labbra.
“Sì, molte domande. Per cercare di farti capire, per aiutarti a comprendere, per darti l’aiuto che mi è possibile offrirti. Per smetterla di vederti così, come non avrei mai voluto vederti.”
Maledizione. La prossima volta, andrà ad ubriacarsi in taverna e racconterà a tutti la sua agenda di lavoro; di sicuro, sarà meno imbarazzante.

La sopresa si manifesta nell’evidente sgranarsi degli occhi, accompagnato da rapidi passi all’indietro mentre la mano destra sale alle labbra, sfiorandole appena.
Una nuova testimonianza d’agonia, più lunga ed acuta delle precedenti, le fa distogliere lo sguardo come diretta conseguenza dell’abbassarsi del capo e del corpo tutto. Scivola a terra prendendosi la testa tra le mani. Basta, basta, perché tutto sembra tormentarla così profondamente? Cosa vogliono tutti da lei, perché non possono lasciarla semplicemente in pace? Silenzio, silenzio, silenzio ed oblio, ecco ciò di cui ha sete.
Forse dovrebbe assumere a sua volte gocce di un pietoso veleno ed allontanarsi da una vita che non fa altro che spaventarla. E’ forse imputabile a lei il modo nel quale i suoi occhi la guardano? E’ lei la colpevole? L’ha forse istigato a guardarla come… - come ha detto? - Come non avrebbe voluto?

Sospira, il capo chinato e gli occhi chiusi, immobile nel flusso del tempo, lasciando che i secondi gli scivolino addosso senza scalfirlo. Avanza poi lentamente, un passo alla volta, inginocchiandosi di fronte a Vadania, in silenzio.
Lugaid. Da quanto tempo non pensava a sè stesso con questo nome? E Vadania. Eppure, non può fare altro che lasciare allo sguardo il compito che le sue mani agognano, sfiorando e carezzando con gli occhi, toccando con la sola pressione di lunghe occhiate indugianti sui lineamenti dell’elfa.
“Non ho alcuna medicina da darti.”
E’ stato lui a parlare? Mah, pare di sì; e, allora, tanto vale ascoltare quelle parole che gli sembrano estranee, bizzarre.
“Non sei un’assassina. Non lo sarai mai e non avresti dovuto diventarlo. Per questo avrei voluto pensarci io.”
Si alza con estrema lentezza, come se fosse molto più anziano della sua età, come se una stanchezza spossante lo stesse consumando; sì, è stanco.
“Passerà. Verrai a patti con quello che hai fatto, dimenticherai, ti indurirari… passerà, comunque.”
E Lugaid lo pensa davvero. E’ giovane, prima o poi riuscirà a convivere con quello che ha fatto. In fondo, nessuno mantiene la propria innocenza per sempre. Si gira sui tacchi, per non darle modo di vedere il labbro inferiore tormentato tra i denti; si incammina, parlando senza voltarsi, lasciando cadere una sola parola quasi con distrazione.
“Addio.”

“Noooo!”
Il palmo della mano batte contro il pavimento, imperioso ed in contrasto con il tono della sua voce, spezzata e vibrante.
“Non puoi andartene così, non adesso, noi… noi avevamo un accordo, non puoi scappare via come un codardo ora che i giochi sono quasi fatti, non… non puoi, perché ti ho dato la mia fiducia e non puoi restituirmela in frantumi, adesso. Ma è così, vero? Non ho risposte per te ed è più facile andarsene. Vai, allora, sparisci alla mia vista, non rimettere mai più piede in casa mia, fuggi come il ladro che non vorresti essere e non posare mai più il tuo sguardo su di me.”
Solo il tempo di riprendere fiato, la mano che torna a colpire la piatta superficie di legno.
“Fuori!”

“Piccola, sciocca, idiota.”
Ogni parola è sputata fuori, tagliente, brutale, sussurrata come solo l’ira può fare. Si volta di scatto, gli occhi ridotti a due fessure.
“Vedi quello che sono? Porto la morte, cammino tra la sofferenza senza curarmene, posso uccidere senza rimorso. Lo vedi?”
L’ultima domanda sarebbe urlata, se non fosse un sussurro rabbioso.
“E sono egoista. Se dessi ascolto ai miei desideri rimarrei qui, farei di tutto per tenerti avvinta a me e non ti lascerei più andare. Fiducia.”
Un leggero tono di disgusto si insinua tra le sue parole.
“Fiducia, sì. Lo vedi cosa posso farti? Ti è piaciuto un assaggio del mio mondo? Cosa pensi che ti accadrebbe, di questo passo?”
Allarga le mani, incapace di fare altro se non inspirare avidamente aria ed espellerla quasi completamente.
“Me ne vado per non distruggerti. Perchè non sarei capace di stare lontano da te.”
Si volta di nuovo, la stanchezza che abbassa la voce al tono precedente.
“Non credere che non mi costi.”

“E così ti arroghi il diritto di decidere per me…”
Si alza lentamente, vestendosi di una calma che è carica di rabbia e frustrazione.
“…credi di sapere tutto ed invece non sai niente. Chiami me ‘piccola, sciocca, idiota’ quando invece dovresti pronunciare quelle parole guardando il tuo stesso volto in uno spechio.”
Un passo dopo l’altro, le braccia lungo i fianchi terminanti in minute e pallide mani strette a pugno, gli si avvicina senza abbandonare il suo sguardo tagliente ma incapace di ferirla.
“Cosa diamine credi di sapere riguardo a ciò che voglio? Cosa ti induce a pensare di potermi indicare la strada migliore per me? Perché dovrei seguire ciò che tu hai deciso senza tener conto dei miei sentimenti e dei miei desideri? E’ la mia vita o è la tua?
Ed allora perché sei tu a decidere?”
Un passo, uno solamente e la vicinanza si fa pericolosa.
“Sparisci dalla mia vista, Lugaid, va’ ad annegare il tuo dolore in un boccale di vino speziato e medita su quanto tale scelta ti renda generoso, un uomo migliore, un uomo nuovo. Pensa all’egoismo che ti sei lasciato alle spalle con questo solo piccolo gesto. Ne avrai di che lodarti molte notti… non lasciare aspettare questi piacevoli pensieri, corri da loro.”
La rapidità di quanto segue sembra esaurire le ultime energie di quel corpo sottile ed apparentemente fragile, inducendolo ad una rapidità che non può essere frutto d’altro che dalla rabbia provata in quel momento. Lo spinge all’indietro allontanandosi lei stessa nella direzione opposta, il pugnale che compare tra le sue mani come il trucco di un illusionista.
“Ed ora fuori di qui.”

Il gesto più altruistico che abbia mai fatto. E gli viene rigettato in volto.
Adesso, la misura è colma.
Senza parlare, senza emettere alcun suono, sposta lo sguardo sul pugnale, per poi riportarlo sul volto di lei.
Un sorriso pallido sulle labbra ed un cenno, un solo cenno di una mano, un invito a farsi avanti, la mano armata e la volontà di uccidere.
Adesso, la misura è colma.
Vuole attaccarlo? Vuole ucciderlo? Si accomodi. Lui agirà come sempre: la disarmerà, la atterrerà, la bloccherà a terra e le chiederà di passare la vita con lui. Egoismo, sano egoismo: la vuole, la desidera, perchè dovrebbe rinunciare a lei? E se dovesse rifiutare, sdegnosamente per di più? Ci penserà allora.
Adesso, sì, adesso la misura è colma.

Ha senso attaccarlo ora? Potrebbe essere il gesto più stupido della sua breve vita, eppure la sicurezza che legge sul volto di lui è così fastidiosa da riuscire addirittura ad aumentare la rabbia che già le fa ribollire il sague.
Se potesse fidarsi ancora allora sì, lo attaccherebbe in una muta richiesta di aiuto, nel tentativo di non pensare a nulla se non ai movimenti da compiere ad a quelli da bloccare. Non avrebbe bisogno di riflettere sulla scelta da compiere perché questa sarebbe connaturata al suo stesso modo d’essere, ma ora no, ora tutto appare diverso, lontano, un enorme sbaglio del quale non ha ancora compreso i confini.
Non abbandona la posizione di guardia, rivolgendogli uno sguardo carico d’astio senza tuttavia muoversi oltre un lento ondeggiare da destra a sinistra e viceversa.

Nessun problema.
Lugaid non fa che cogliere il momento di stasi che precede l’invertirsi dell’ondeggiamento; normalmente, un’azione di questo tipo preluderebbe ad una morte rapida ed indolore.
E invece sarà un movimento preciso, che terminerà sul polso di Vadania, in una presa che, comprimendo i tendini, provocherà uno spasmo leggero, quel tanto che basta per farle scivolare l’arma di mano. E poi? E poi la chiudera e la stringerà a terra e già le parole stazionano sotto le sue labbra, pronte ad essere pronunciate: “Ti piacerebbe passare la vita con me?”
Forse. A ripensarci, sembrano stupide; deciderà sul momento.

8 Febbraio 2007

L’apprendista e l’assassino - IV


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Per non cadere malamente si trova costretta a posare il gomito sul letto, in reazione alla spinta assestatale, così da garantirsi un appoggio più saldo pur rendendo così del tutto impossibile raggiundere l’arma.
Per un solo istante quella che le balena sul volto è pura sorpresa. Delle scuse? Il cuore accelera i suoi battiti mentre lo sguardo torna ad essere cupamente diffidente e la presa sul suo dito non da cenno di allentarsi. Non parla, ma neppure si muove, restando in attesa di quanto ha da dirle.

Che altro dirle, se non la verità? Inspira, il dolore che proviene dal dito quasi attutito dallo stato di realtà alterata, allucinata in cui si trova.
“Non ti dirò che mio fratello non ha nulla a che fare con…” -una leggera esitazione- “…con quello che è successo. Non ci crederesti e non sarebbe la verità.”
Un sospiro, rapido, la lingua che inumidisce le labbra, secche.
“Tuttavia, lui non può ergersi a causa, nè a scopo. In ogni caso, non avrei dovuto farlo. Perdonami.”
Le ultime parole gli scivolano dalle labbra rapide e, al tempo stesso, pesanti, come fossero di pietra.

Libera il suo dito non perché si fidi improvvisamente di lui, tutt’altro, ma per l’assoluta impossibilità del tattenersi dal rispondergli a tono.
La mano libera, contemporaneamente, si solleva, allontanando la sua dalle vicinanze del proprio volto.
“Naturalmente”
Gli sibila contro, stillando veleno ad ogni sillaba.
“E’ terribile quanto hai fatto: prendersi gioco di una stupida, sciocca ragazzina ricca. Credi di avermi turbata con ‘’quello che è successo'’? Credi pensassi ad un lungo futuro al tuo fianco o temi forse di avere rotto l’idillio che poteva unirmi al tuo amato congiunto? Se ti scusi, a dispetto delle tue parole, lui rappresenta esattamente questo: la causa e lo scopo.”
Le parole fluiscono così naturali che quasi non le sembra di mentire, lasciando che la rabbia vada a coprire la realtà per concentrarsi su altri punti per lei indiscutibilmente più importanti.
“Sei sicuro sia per questo che ti stai scusando? O lo stai forse facendo per aver lasciato in casa mia colui che ho progettato così a lungo di uccidere? Riprova, Lugaid. Chiedimi scusa per qualcosa che valga davvero la pena di essere, o non essere, perdonato.”

Lascia che sulle labbra affiori un sorriso duro quanto l’acciaio temprato e non meno pericoloso.
“Ti ho riportato il vestito.”
Il tono e` gentile e definitivo allo stesso tempo; se di lama si tratta, e` quella pietosa che assesta il colpo di grazia, non quella del torturatore.
“Mi scuso per il comportamento che ho tenuto perche` ho chiesto la tua fiducia e l’ho tradita. Quanto al tuo tutore…”
Indugia qualche attimo, apparentemente completamente assorbito dal proprio dito.
“…sei esattamente quello che hai detto; una sciocca ragazzina ricca che crede di poter uccidere senza subirne le conseguenze, che crede che strappare la vita altrui sia un gioco, un diletto, un atto naturale quanto il respirare.”
Alza una mano a prevenire la sua risposta.
“Lo so, e` stata una decisione sofferta. E non la contesto.”
Scandisce le ultime parole, attendendo poi qualche attimo perche` l’elfa ne afferri il significato. Il tono si fa improvvisamente piatto; e` l’assassino che parla, un professionista che espone le conclusioni della sua analisi.
“Quello, invece, su cui ho qualcosa da eccepire e` il modo. Troppo rischioso ed avventato; potrebbe non essere lui l’unico problema da eliminare e potrebbero esistere piu` bersagli da colpire in contemporanea. Hai pensato a questo? Le foglie di Kalah sono rilevabili da un buon cerusico; anche se puoi considerarti al di fuori di ogni ragionevole sospetto, non credi che questo darebbe ad altri cani l’opportunita` di fiutare l’odore della preda? Infine, tua sorella; la ritieni stupida? In quanti sanno della tua animosita` verso di lui? Credi che potrebbe mai perdonarti?”
Scuote la testa, prendendo fiato dopo la lunga tirata.
“Preferirei che tu non corressi il rischio di farti ammazzare da qualcuno con meno scrupoli di chi cerchi, ora, di eliminare.”

“Se davvero tieni a che questo avvenga…”
I suoi occhi si assottigliano mentre la mano tenta ancora di eludere la sorveglianza di lui, valutando quando possa essere rischioso allungarsi verso il tavolino ed il pugnale. Non le piace essere disarmata ed a così poca distanza da Lugaid, decisamente no.
“…allora fa’ il tuo lavoro. Dimmi il tuo prezzo e cerca informazioni per me così come hai fatto per mio padre.”

Lugaid non risponde subito all’elfa; lentamente, invece, dissolve la presa che impedisce a Vadania di afferrare il pugnale, concedendosi al contempo un sospiro.
Annuisce, poi, lentamente, senza curarsi della sincerità con cui il suo volto esprime il dubbio, improvvisamente rafforzatosi, che non sia stata una decisione opportuna, quella che lo ha portato ad essere in quellla stanza, in quel momento.

Il silenzio è di chi non ha nulla da obiettare, si trova a pensare Vadania avendo così conferma di tutti i suoi dubbi e timori. Una semplice lite familiare, per di più senza motivo, e lei si era trovata nel mezzo; ed ora la certezza che era stato lui a distruggere i suoi piani, fonte di frustrazione appena mitigata dall’intuizione che no, non era sul libro paga della sua futura vittima.
Sguscia via dalla scomoda posizione in cui si trova, portandosi spalle al muro e pugnale tra le dita.
“La mano che gli farà esalare l’ultimo respiro sarà la mia. Rompi anche solo una delle clausole del nostro patto e dovrai fuggire da ben più di una lama esperta: sono certa che qualcuno dei tuoi fratelli nerovestiti non aspetta altro che di vendicarsi di qualche torto… Bada, dunque, a tenere le tue mani lontane dalla sua gola…”
Prende una breve pausa, puntanto un dito contro di lui con fare minaccioso
“…e le tue labbra dalle mie fino a che non avrai risolto le tue beghe domestiche.”

Come una lama che scatta, mortale, gli occhi dell’elfo si sollevano a cercare Vadania; il silenzio a cui l’elfo si costringe è rotto solo dal rumore dell’aria che viene avidamente inspirata dal naso. Quando parla, lo fa con tono di chi debba compiere uno sforzo sovrumano per muovere la mascella e le labbra ad articolare suoni comprensibili.
“Tu. Tu parli di beghe familiari. Bella sorpresa, farmi trovare il mio caro fratello…”
Inspira ed espira di nuovo, costrinendosi a tenere basso il tono di voce; riprende quindi in un sussurro rapido e mordace.
“Avevi promesso che non ti saresti più intromessa. Non voglio avere contatti con i Vanquilosse e non mi piace che si decida per me.”
Le ultime parole suonano come una caricatura grottesca di quelle che l’elfa gli ha rivolto non troppo tempo addietro.

“Non essere ridicolo. Doveva essere lontano da qui chilometri e chilometri, non potevo sapere sarebbe tornato prima. In ogni caso non era mio interesse farvi incontrare…”
Volge gli occhi al cielo, lasciandosi sfuggire un sospiro d’esasperazione.
“…non prima di averti abbondantemente parlato di lui, quanto meno. E non mi dire che il tuo odio è tanto cieco da potersi rivolgere verso chi non era neppure nato al momento del tuo incidente. Lo consideri un usurpatore? E’ questo il problema? E allora torna indietro e prenditi ciò che è tuo! Ti consegnerebbe ogni suo avere in cambio di una tela ed un po’ pace. Dannazione quanto siete simili a volte! Cocciuti, testardi, permalosi…”
E’ quasi senza accorgersene che, parola dopo parola, finisce per avvicinarglisi nuovamente, il pugnale ancora stretto al petto ed uno sguardo sprezzante sul volto.

“Già.”
Risponde subito, caustico.
“Incidente. L’incidente di un padre che non desiderava un figlio malato, debole, fragile. L’incidente di una madre che ha chiuso gli occhi per anni. L’incidente di un bambino venduto.”
Se le parole potessero uccidere, queste lo farebbero; sfonderebbero gli eleganti vetri delle finestre, sfrecciando -piene d’odio e livore- verso la dimora dei Vanquilosse. E quivi tormenterebbero, torturerebbero, metterebbero a ferro e fuoco ogni angolo della casa, per quanto sono intrise di risentimento e di qualcosa di troppo simile alla sofferenza per essere placato da un lucido ragionare.
“Ma, naturalmente, tu non volevi. Bèh, io non ho voluto baciarti per ferire mio fratello, ma tu non mi credi. Permetterai che io abbia qualche dubbio, quindi, sulla bontà delle tue intenzioni?”
Il sarcasmo che trasuda da ogni singolo suono emesso dalle sue labbra e l’impegno profuso nel rendere brucianti le sue parole gli impedisce, forse, di rendersi conto di quanto non abbia appena rivelato.

La sofferenza nascosta in quelle parole la colpisce così duramente da farle sfuggire l’arma di mano mentre arretra inconsciamente. Il pugnale va a conficcarsi nel liscio pavimento di legno, ondeggiando con un suono sordo e vibrante che va via via spegnendosi senza che alcuna parola sopraggiunga a colmarne il vuoto.
Due passi in avanti, come a bilanciare quello poco prima mosso in senso inverso, la portano ad un soffio da lui. Il capo si muove lentamente in segno di diniego, come se non potesse accettare le parole or ora udite.
“No, lei… No, deve esserci un errore, quando parla di te è ancora, ancora…”
Una mano va a sfiorargli i capelli accompagnando queste stesse parole, scivolendo poi con le dita a lato del collo, fino alla nuca, stringendolo in un delicato abbraccio.
“Dei…”

Resiste alla tentazione di approfittare del momento; con un gesto lento che, con una bizzarra lucidità distaccata, non può che giudicare impacciato e goffo, appoggia le mani sulle spalle di Vadania. Non senza prima aver esitato, i pollici a sfiorarle delicatamente il collo, spinge delicatamente, sciogliendosi dall’abbraccio.
“Credo…”
Un leggero colpo di tosse, per schiarirsi la voce.
“Ritengo sia opportuno che io torni a casa; sperando, naturalmente, di riuscire ad arrivarci tutto intero.”
Non trattiene un sogghigno divertito alle sue stesse parole. Apre la bocca per aggiungere qualcosa, richiudendola subito dopo; si limita, a conclusione, a sfiorare con una mano incerta una guancia dell’elfa.

“Questo spetta a me deciderlo. Ti ho assoldato, no? E allora resta. Ancora per un po’, almeno. Sdraiati, chiudi gli occhi e parlami di te. Per favore…”

Si siede a sua volta, la schiena appoggiata contro la testiera del letto ed una gamba ripegata in posizione perfettamente orizzontale mentre l’altra, come dotata di vita propria, ondeggia a lato del letto con il piede che sfiora il pavimento ad intervalli regolari.
Lo osserva lungo tutto il racconto, senza proferire parola alcuna quasi temesse che anche solo una minima interruzione avrebbe potuto intettompere un racconto che lui non avrebbe più voluto riprendere.
Si inumidisce meccanicamente le labbra quando gli occhi d’ametista catturano i suoi, attendendo a lungo prima di rispondere, meditando come raramente le capita su ogni singola parola che sta per lasciare le sue labbra.
Porta sul materasso anche l’altra gamba, avvicinandosi lentamente all’elfo che pare ora così diverso da quello che aveva conosciuto. Sposta all’indietro una ciocca di capelli ricadutagli sul volto per poi posare il capo sul suo petto, una mano vicina al proprio profilo e l’altra utilizzata per sorreggersi. Ascolta i battiti del suo cuore sentendolo stranamente lenti, quasi la vita lo stesse abbandonando.
“Perché ti turba che abbia scelto te?”
Le dita si muovono in una lenta spontanea carezza, rassicurante almeno nelle intenzioni.

“Sapevo che non sarei dovuto tornare…”
La voce che si spegne lentamente in quella che non sembra una risposta, pur essendolo; oppure che lo sembra, non avendone l’intenzione.
Un sospiro. Un accenno di ripresa di consapevolezza della situazione sembra affiorare negli occhi dell’elfo, spegnendosi spontaneamente come una fiamma senz’aria.
Non ancora.
Si inumidisce le labbra, tentando di assemblare qualche parola coerente, una mano che si solleva a posarsi, morbida, sui ricci dell’elfa. Apre la bocca per parlare e la richiude, la mente stranamente vuota, galleggiante in un mare freddo e scuro, ostile.

“Hai già incontrato tua sorella?”
Gli chiede in un soffio, chiudendo gli occhi mentre si sistema più comodamente.
Forse si tratta della frase sbagliata o più probabilmente non dovrebbe restargli ancora vicino, d’altra parte fino a poco fa l’avrebbe volentieri trafitto con un pugnale se solo avesse potuto, ma ora…
Ha il cuore troppo tenero, decisamente. Dovrà lavorarci sù.
Magari dall’indomani.

Risponde dopo qualche attimo, come se una voce inudibile avesse dovuto spiegargli la domanda.
“No.”
Tace, tutta la sua attenzione apparentemente assorbita dall’insinuare le proprie dita tra i capelli dell’elfa, massaggiandone piano il capo. Chiude gli occhi e, con un sospiro, sembra tornare alla coscienza di sè, ricacciando indietro pensieri e ricordi che lo avevano ingabbiato; quando solleva nuovamente le palpebre, lo sguardo è tornato ad essere il suo e le labbra, subito inumidite, parlano nuovamente con la solita voce.
“Credo sia opportuno che io vada, ora.”
Non accenna tuttavia a muoversi, come se la constatazione appena fatta non lo riguardasse direttamente.

“Sì, credo sarebbe opportuno”
Risponde ad occhi chiusi mentre la sua mano scivola verso l’alto, cingendogli il collo, la stanchezza che inizia a fare capolino tra le sue difese.
“Io so dove si trova.”
Si limita poi ad informarlo, come se stesse parlando di una banale formalità. Se vorrà sapere altro non dovrà fare altro che chiedere, se vorrà incontrarla ora sa di poterlo fare. In quale altro modo potrebbe intervenire, ora? Per quanto odi farlo non le resta che attendere.

Deglutisce a vuoto. In fondo, non era un’informazione troppo complessa da ottenere; per un certo tempo, anche Lugaid aveva tenuto traccia degli spostamenti della sorella, salvo poi doversi trovare a rinunciare a causa della distanza e dei frequenti cambi di residenza. Avrebbe potuto facilmente rintracciarla, probabilmente. Tuttavia…
“Grazie.”
Un sussurro sottile, che fa da accompagnamento ad un leggero sfioramento della fronte con il pollice della mano ormai immersa in un mare rosso in tempesta.
Con un gesto che si sorprende di trovare naturale, malgrado l’evidente non comodità della contorsione, raggiunge la mano di Vadania che gli ha cinto il collo ed insinua le proprie dita tra quelle di lei, accarezzandole delicatamente, quasi fossero sottili steli di cristallo che minacciano di spezzarsi.

“shhh”
L’invito a tacere lo raggiunge in un sussurro, accompagnato da poche parole a metà tra il sonno e la veglia.
“Non ringraziarmi, voglio che tu la incontri… Le farà bene, saperlo. Potresti aiutarla tanto…”
Il mondo perde i propri contorni diventando un gorgo incontrollato di suoni ovattati, di respiri e di frusciare leggero di stoffe mentre accompagna il movimento di lui spingendo nuovamente la mano verso il basso fino a fermarla a lato del proprio volto, le dita ancora intrecciate.

Si trova a sorridere, inconsapevolmente, quando abbassa lo sguardo sul volto dell’elfa. Prende il controllo del movimento delle due mani, giunte, avvicinando la propria al volto di lei, fino a sfiorarla lentamente, lunghe carezze che si intrecciano in arabeschi senza alcun senso, prima di dissolversi in un nuovo gioco di sottili sfioramenti, di tocchi appena accennati.
Apre la bocca per aggiungere qualcosa e la richiude dopo poco, limitandosi a guardare Vadania scivolare verso il sonno.

La giovane elfa si lascia cullare dal buio silenzioso che la attornia, concedendosi un istante di oblio da tutto quanto è accaduto nel giro di pochi giorni. E’ in quel momento che le labbra dell’assassino si posano sulle sue, strappadole un moto di sorpresa subito controllato. Deglutisce a vuoto, gli occhi ancora richiusi ed il corpo immobile nella finzione del sonno. Probabilmente è questo a tradirla, o forse la colpa è da attribuire all’accelerare del battito del suo cuore, specchio dello strano turbamento che la coglie.
Quale che sia la verità le pare quasi di sentire su di sé l’obliquo sorriso di Lugaid, un angolo leggermente più sollevato del gemello.
Un respiro dopo è davvero difficile non reagire quando i denti di lui catturano dispettosamente il suo labbro inferiore,giocandovi dolcemente per poi tornare indietro in un bacio che assomiglia ad una carezza.
E’ opportuno inalberarsi e cacciarlo fuori dalla propria stanza gridando e richiamando l’attenzione delle guardie? Per un istante ne ha la tentazione, ma quale vantaggio ne trarrebbe? E come potrebbe, poi, aiutarlo a vincere quella tristezza che ha visto lì, nelle profondità dei suoi occhi?
Ricambiare, allora? La sola idea le strappa un mezzo sorriso intriso di velenosa ironia. Assolutamente impensabile.
Dannazione, quanto sarebbe tutto più facile se fosse stata più accorta fin dall’inizio?
E’ quando l’elfo fa per sgusciare via dal suo abbraccio che la dita si stringono, quasi una contrazione involontaria, ad un lembo della sua camicia con la silenziosa intenzione di trattenerlo.

Una presa tanto delicata da risultare inevadibile. Maledizione. Un secondo tentativo, meno lieve del primo, ottiene i medesimi risultati.
Lugaid sospira, rassegnato, un’altra carezza al capo dell’elfa; immobile per un numero imprecisato di battiti del cuore, ascolta le tenebre e scruta il silenzio, in una mascolanza di sensi e sensazioni. Mordendosi il labbro inferiore, si china su un orecchio dell’elfa, esitando qualche attimo prima di rivolgerle un sussurro quasi impercettibile.
“La porta e` aperta.”
Per un Assassino, questo basterebbe. Una porta aperta significa poca riservatezza, possibilita` di essere scoperti in qualsiasi momento, nessuna protezione, poco tempo per reagire in caso di emergenza. Certamente, Vadania non e` uno dei Pietosi Cerusici e il mugolio soffocato che emette in risposta ne e` la prova.
Del tutto rassegnato, Lugaid si lascia scivolare verso il basso, un braccio che si insinua tra il letto e Vadania attirandola in un abbraccio.
Dovrebbe, ne e` consapevole, attendere fino a quando lei non si sia addormentata per poi defilarsi con la massima rapidita` possibile; dovrebbe. Concedendosi attimi dietro attimi dopo attimi, l’elfo indugia a prendere una decisione che e` non solo inevitabile, ma ormai non piu` procrastinabile.
Chiude gli occhi, chinandosi sui capelli di lei ed inspirandone avidamente il profumo.
Ancora un momento.
Solo uno.

La nebbia della reverie si dissipa con la lentezza che riserviamo ai sogni piacevoli, quelli nei quali amiamo attardarci fino a che la vita non ci richiama prepotentemente a sé, gelosa della placida serenità che la notte può riservare.
Paradossalmente la prima azione dell’elfa è un profondo sbadiglio, appena attenuto dalle membra che si tendono per allontanare il torpore che ancora le lega. Poi, come se ricordasse improvvisamente qualcosa, si porta a sedere con una rapidità insospettata a quest’ora dal giorno, guardandosi attorno con movimenti ansiosi.
Appurato di essere completamente sola, almeno tra quelle mura, posa i piedi a lato del letto per correre rapidamente fino al suo studio: la porta si spalanaca ad un suo gesto, volto ad abbassare la maniglia e spingere al contempo.

Lontano dalla casa della nobile famiglia, l’elfo è ancora profondamente immerso nel suo sonno ristoratore; sfuggito alla presa dell’elfa ed alla sorveglianza delle guardie solo a tarda notte, giunto a casa spossato, si è lasciato nuovamente cadere vestito sul letto.
Accompagnato solo dal leggero eco del flebile respiro dell’elfo, il silenzio danza nella casa vuota attorno alle lame di luce che provengono dalle imposte; tutto pare giacere addormentato.

Una mattinata tranquilla, fatta di qualche imprevisto e poca frenesia nonostante la partenza imminente.
Nel tardo pomeriggio Vadania è nuovamente nella casa del maestro, un pennello in mano, una tela davanti agli occhi e troppi confusi pensieri nella mente.
No, non sarebbe andata a cercarlo.
Non ancora.

Qualche ora dopo il momento in cui abbiamo appurato il profondo sonno dell’elfo, una mosca si leva in volo dalla cucina. Ondeggiando pigramente, attraversa il corridoio e sosta sul corrimano delle scale. Quivi ronza per qualche attimo, riprendendo poi il volo irregolare verso i piani alti. Il silenzio che alberga nella casa è tale che il rumore provocato dal suo ronzio è avvertibile distintamente dalla camera dell’elfo, vuota.
Lugaid, in effetti, non è più in casa e la porta d’ingresso, chiusa, sigilla un’abitazione occupata da ombra e silenzio, destinata a permanere nella medesima situazione fino a sera tarda, inoltrata.

La sera trascorre tranquilla, frantumando pigmenti e mescolandoli ad un’opportuna quantità d’acqua per raggiungere la giusta consistenza del colore.
I capelli raccolti e le maniche arrotolate fino al gomito, la piccola stanza che ha eletto a proprio studio risuona esclusivamente di questi piccoli suoni e di una ballata elfica cantata a mezza voce.

“Ai! laurië lantar lassi súrinen”
Un sassolino sibila nell’aria, andando ad impattare sulla finestra della stanza in cui sta dipigendo l’elfa.
“yéni únótimë ve rámar aldaron!”
Un secondo sasso di piccole dimensioni sfreccia verso la finestra, scagliato dalla mano precisa di un Lugaid in condizioni che definire ‘poco presentabili’ sarebbe migliorare di molto.
“Yéni ve lintë yuldar avánier”
Un terzo sasso ed un quarto, in rapida successione, gli ultimi. Senza alcuna voglia di chinarsi per prenderne altri, l’elfo si domanda distrattamente, nella pausa tra una strofa e l’altra, se la sua voce non sia meno limpida, solida e stabile di quanto non creda.
“mi oromardi lissë-miruvóreva”
Con le mani ancor più livide del consueto per il freddo ed i vestiti inzuppati da un rovescio di pioggia, l’elfo si tiene con la sinistra il fianco destro, offeso da un taglio poco più che superficiale tamponato alla meno peggio che ha, tuttavia, creato una chiazza più scura sui vestiti; fortunatamente, un’opportuna scelta di colori non la rende visibile se non a distanza ravvicinata.
“Andúnë pella, Vardo tellumar”
Un sospiro, nella pausa tra un verso ed il seguente; un bagno caldo, una fasciatura, del cibo ed una tisana, ecco che cosa gli avrebbe davvero giovato.
“nu luini yassen tintilar i eleni
ómaryo airetári-lírinen.”
Termina gli ultimi due versi, scegliendo poi il silenzio. Certo, avrebbe potuto entrare, dirsi un messo e farla chiamare dal maestro. O, magari, avrebbe potuto stordirlo e procedere alla stanza. Oppure… ah! Ma quale altra soluzione sarebbe potuta essere più originale, in fondo?

Corruga la fronte dopo quello che non può che essere un richiamo. Sassi contro la finestra. Bha.
Riordina i propri attrezzi per poi scendere in tutta calma la scala di legno, avviandosi alla porta dopo un’occhiata distratta al maestro, chino su alcune carte ricolme di numeri. Conti da pagare, probabilmente.
La rigida temperature le fa rimpiangere di non aver preso qualcosa con cui coprirsi, ma le è sufficiente portare le sue stesse braccia attorno al corpo per provare quel briciolo di sollievo che le consente di prodecere. Segue il muro perimetrale restandovi accostata, fino a sbucare oltre l’angolo sul quale affaccia la sua stanza. Si appoggia con la spalla alla parete di mattoni, il capo leggermente piegato verso l’esterno.
“Ti mancavo, nevvero?”
Lo apostrofa con voce leggera e tono conteso tra ironia e divertimento.

Si volta con la tranquillità che riserverebbe ad una domanda accademica, postagli nel tepore e nella riservatezza della sua sala da allenamento.
“Oh, immensamente.”
Sospira, celando la fatica che gli costa tenersi in piedi sulle gambe; non è necessario svelare tutto, no?
“Ho novità.”
Si limita a fare la sua comunicazione, asciutto. Resiste alla tentazione di girare i tacchi e tornarsene a casa, giudicando di poter resistere ancora qualche attimo nella finzione.

Gli occhi dell’elfa si assottigliano mentre lo sguardo si sposta lungo la figura di colui che si trova davanti. Gli abiti lisi e sporchi gli aderiscono al corpo a causa dell’acqua che sembra inzupparli, il volto appare stanco, quasi uno specchio della fatica che trapela dalla postura e dai tremiti che ti tanto in tanto lo scuotono.
Si sofferma, avvicinandoglisi fino a trovarsi ad un passo da lui, sulla mano affondata nei vestiti dismessi ormai da troppo tempo perché possa essere solo un caso.
Senza dir nulla lascia che un braccio passi al di sotto il suo, cingendogli la schiena per offrirgli un appoggio.
“Vieni, entriamo in casa…” Si limita a rispondere, lo sguardo basso per non rivelare il senso di colpa che le stringe, chissà per quale motivo, la bocca dello stomaco.

Con un movimento improvviso, si scosta dall’elfa. Le sopracciglia aggrottate, senza alcuna voglia di svelare quanto gli sia costata la ricerca di informazioni, inspira a fondo prima di parlare.
“Credo…”
Si inumidisce le labbra, sforzandosi di fermare la voce; spiegarle che deve medicarsi e che difficilmente, nella casa di un pittore, potrà trovare quanto gli occorre, è giudicato del tutto superfluo. Inoltre, non sarebbe disprezzabile che lei smettesse di vederlo ogni qual volta è in difficoltà, si costringe ad aggiungere, quasi una nota a margine.
Inspira ed espira, tornando a parlare solo dopo aver ripreso tanta padronanza di sè quanta gliene occorre per parlare in tono neutro.
“Mi troverai a casa.”
Laconico, si gira e si incammina lentamente, l’andatura rigida, la mente costretta a concentrarsi su qualcosa di concreto; forse se tagliasse per quel vicolo, potrebbe risparmiare qualche minuto di strada.

“Stupido elfo testardo…”
E’ poco più di un sussurro emesso tra i denti mentre si trova ad aumentare il passo per non perderlo di vista, il vento freddo che gioca con gli abiti leggeri ed i capelli sfuggiti al nastro che li lega.

Continua a camminare rigidamente, privo della consueta scioltezza; non zoppicare gli costa uno sforzo notevole e continue fitte che si irradiano dal fianco, quando la ferita pare riprendere a sanguinare.
Circa quaranta minuti dopo, per un tragitto che avrebbe richiesto la metà del tempo, percorso di buon passo, l’elfo si può appoggiare alla porta di casa. Costringendo alla flessibilità le dita recupera, non senza difficoltà, la chiave e la gira rumorosamente nella toppa; per evitare di usare una mano che sente viscida di sangue, si appoggia con la spalla alla porta e spinge, senza curarsi di richiudersela alle spalle.
Gli ultimi metri, quelli che lo separano da una stanza da bagno tanto desiderata quanto simbolo di riposo, sono i più faticosi, quasi che la determinazione che lo ha mantenuto in piedi si fosse esaurita, spenta improvvisamente.

Lo segue come un’ombra, premurandosi di richiudere la porta lasciata spalancata e procedendo rapidamente lungo le scale fino a superarlo, diretta alla sua camera da letto. Scosta la tenda blu che funge da porta, per poi afferrare una coperta e tornare verso di lui, decisa, questa volta, a non lasciarsi mettere da parte per quello che sembra solo orgoglio fuoriluogo.
“Smettila!”
Gli sussurra, semplicemente, posandogli il drappo caldo sulle spalle e tornando ad offrirgli il proprio aiuto.

Non rifiuta la coperta, non trovando energie sufficienti per mettersi a discutere. In questo momento, se ne rende perfettamente conto con una parte di sè che è rimasta ben lucida, è d’obbligo pulire e bendare la ferita sostituendo i brandelli di veste che ha usato come fasciatura temporanea.
Continua ad avanzare, testardamente, la mascella troppo contratta per poter rispondere. E’ solo quando, finalmente, varca la porta del suo bagno che, afferrata una pezza di lino, si lascia vincere dalla stanchezza, crollando su uno sgabello; si scrolla, subito dopo, di dosso la coperta, incurante di come finisca sul pavimento.
“Gradirei, se possibile, un po’ di riservatezza.”
Il tono ironico è velato dalla stanchezza e dall’incertezza della voce traspare un accenno di quel dolore che, ormai da troppo tempo, lo sta tormentando. Vorrebbe costringere l’elfa ad andarsene, prima di procedere con la medicazione, ma, se ne rende conto, non può sprecare tempo.
Aprendo e sfilando faticosamente gli strati di vesti bagnate dalla pioggia, dovrà svelare la stoffa indurita dal sangue ormai secco, la ferita tamponata da pezze sporche ed il taglio, bruciante seppur non grave.
Con un sospiro, attende tutto il tempo possibile prima di iniziare la sua lenta svestizione.

“Non essere infantile.”
Si avvicina alla stufa, accendendola ed avvicinandovi uno dei secchi d’acqua posti lì accanto, coperti da dischi di metallo costruiti, parrebbe, appositamente. Solo allora si china davanti a lui, scostandogli gentilmente ma fermamente le mani.
“Fammi vedere. Mio padre amava la caccia…”

“Lo so.”
Che sia il tepore della coperta, di nuovo poggiata sulle sue spalle nude o, forse, la consapevolezza di trovarsi nuovamente a casa ad aver fatto riprendere colore all’elfo? Di certo, la voce appare più ferma, anche se ugualmente stanca.
Di certo non nuovo a ferite di entità anche peggiore, Lugaid tenta di provvedere da sè alle proprie necessità, frustrato in questo tentativo dalla snervante ed impersonale efficienza di Vadania, il cui non alzare mai gli occhi a cercare quelli dell’elfo è da attribuire all’impegno profuso nel pulire, medicare e bendare il taglio. Apparentemente, quantomeno; di certo, la cosa strappa all’elfo un sorriso obliquo.
Dopo una dolorosa scrollata di spalle, Lugaid si rassegna a vedersi assegnato un ruolo di pressochè totale inutilità. Per riempire il vuoto, inizia a riferire, dettagliatamente, quanto scoperto nel corso della giornata.
“Il vostro amabilissimo tutore ha delle frequentazioni decisamente bizzarre.”
Aveva esordito così, di punto in bianco. Per poi raccontare di come avesse scoperto, persuadendo con il peso della retorica, da un paio di elementi poco raccomandabili che il lord tutore delle sorelle Ember è in stretti rapporti con due nobili di casate minori, poveri di risorse economiche quanto di scrupoli sui metodi per rimpinguare le casse di famiglia; i classici cani al guinzaglio.
Pare, inoltre, che il tutore si rechi una volta a settimana ad un appuntamento -nei desideri- segreto con un illustre esponente della nobiltà cittadina particolarmente addentro nella politica della regione e vicino al Governatore; di certo, un soggetto del genere è un ottimo emissario, un ottimo collegamento. Ma di chi?
Lugaid sospira, allargando le braccia; dopo una pausa ed una smorfia di dolore, continua a riferire.
“Di sicuro, lui è tra i pochi convinti che tu e tua sorella siate più utili vive e sposate, che non defunte; a quanto pare, sembra che poco dopo il matrimonio vi debba capitare una sorta di incidente…”
Conclude la frase con un vago gesto della mano, per poi riassumere i fatti velocemente.
“Forse non è un pedone, ma un alfiere. Non è lui che dispone gli altri pezzi, nè lui che attua le strategie. Per questo dovrà essere l’ultimo ad essere eliminato. A questo proposito non voglio sentire obiezioni: potrai occuparti di persona del tuo tutore, ma gli altri sono fuori dalla tua portata.”
Sospira, sciogliendo lentamente le spalle; decisamente meglio.
“Ora… vorresti farmi compagnia per cena?”

Assimila tutto quanto le viene detto con un gelido distacco, come se si trattasse della vita di qualcun altro invece che della sua. Pensieri sgradevoli le vengono alla mente con pericolosa insistenza, forse approfittando della stanchezza che inizia a serpeggiarle nelle membra come sangue avvelenato.
Dopo aver dato un ultimo giro alla benda, ed averla fissata con cura, si rialza in piedi traendo un profondo sospiro.
“Naturalmente. Ce la fai a raggiungere da solo la tua camera? Ti porterò qualcosa lì”
Lo sguardo fugge ancora lontano, verso la porta. Nella sua famiglia c’è la pessima abitudine di morire giovani e non certo di morte naturale. Perché, allora, attendere che siano gli altri a giocare con una vita che non appartiene loro?
Evita accuratamente di rispondere ad ogni altra asserzione, compresa quella che dovrebbe vederla spettatrice mentre i suoi nemici cadono uno ad uno.
Non resterà a guardare. Ma non c’è bisogno che lui lo sappia.

Inarca un sopracciglio, sbuffando contrariato.
“Posso anche scendere in cucina.”
Si alza, lentamente, serrando la mascella quando si trova a dover ignorare il lieve giramento di testa che lo assale. E’ tuttavia qualcos’altro che attira la sua attenzione: sguardo sfuggente, improvvisa laconicità, docilità; la reazione alle notizie o qualche pensiero che non deve essere espresso ad alta voce?
Sospira, incamminandosi poi verso la porta senza aggiungere null’altro. Forse dovrà agire prima del previsto, per evitare problemi.

“No”.
Lo ferma prima che possa oltrepassare la porta, prendendolo per un braccio per poterlo agilmente oltrepassare.
“Vai in camera, ti raggiungo tra un secondo.”
Non attende la sua risposta mentre scende le scale con passo svelto, quasi una breve corsa, i capelli rossi che si sollevano leggermente alle sue spalle.
Odia con tutta se stessa la situazione in cui si trova. Odia suo padre per averla lasciata improvvisamente, sua sorella per essere così calma e distaccata ed al contempo così forte, odia i Vanquillose che l’hanno fatta innamorare della propria famiglia fingendosi ciò che non sono, odia Lugaid per essersi ferito mentre stava lavorando per lei, odia Honderyll perché riesce ad essere così perfetto in un ruolo che non vuole e, soprattutto, odia se stessa per non essere in grado di prendere in mano la propria vita e darle la svolta che desidera. Si odia perché sempre in balia degli eventi, perché non sa fare altro che gridare ed agitarsi invece di agire e tacere. Si odia perché si sente stanca e non vuole.

Sospira, alzando gli occhi al soffitto. Ben presto, agli occhi segue l’intero volto, le braccia allargate, in una muta supplica ad una divinità benevola dispensatrice di pazienza.
Un sospiro esasperato precede il lento avviarsi verso la propria stanza e l’accomodarsi al letto; se il corpo può ora, finalmente, riposare, Lugaid non interrompe il lavoro costante d’affilatura dell’arma regina di ogni arsenale di un assassino che si rispetti.
Il caso, ed una buona dose di carisma personale, ha voluto che l’elfo sia venuto a sapere di una piccola relazione tra il nobile con cui si incontra il tutore e la moglie di uno dei suoi fittavoli. Un sorriso, inconsapevole e gelido, si allarga soddisfatto sulle sue labbra, mentre Lugaid rigira tra i pensieri quell’informazione come un prestigiatore potrebbe fare con una sfera di cristallo tra le dita.

Scosta la tenda con il vassoio, ricolmo di cibi e pietanze cui ha aggiunto una caraffa d’acqua ed una bottiglia di vino, facendo capolino nella stanza dell’elfo senza nascondere un’espressione scura in volto.
“Non vi è nulla di caldo, ci sarebbe voluto troppo tempo, ma ho messo al fuoco dell’acqua, dovrebbe giungere ad ebollizione quando avrai finito di cenare. Giusto in tempo, insomma.”
Posa il vassoio accanto a lui, in una posizione che consenta di essere facilmente raggiunta, andando poi ad accomodarsi sull’unico sgabello presente nella stanza, le gambe ripiegate sul petto.
“Il tuo rapporto è concluso?”
La domanda giunge quasi con non curanza, come se i pensieri dell’elfa fossere distanti da quel qui ed ora.

Si limita ad annuire, prendendo qualcosa dal vassoio ed iniziando a sbocconcellare.
“Credo di sì. E, per gli dei, potremmo girarci attorno per tutta la notte, ma preferisco chiederti che cosa stia germogliando sotto quei riccioli fulvi.”
Se il tono è allegro, quasi scherzoso, gli occhi non hanno abbandonato un attimo l’elfa, alla ricerca di ogni singolo cambiamento o mutamento d’espressione che possa rivelargli qualcosa sui suoi reali pensieri che, non dubita, non saranno quelli che gli rivelerà, se mai dovesse parlare.

Inspira profondamente, trattenendo il fiato per alcuni istanti prima di espirare fino all’ultima invisibile particella d’ossigeno. Poi, per la prima volta in tutta la serata, solleva lo sguardo su di lui. Uno sguardo fermo e deciso.
“sei licenziato.”
Uno, due, tre, quattro secondi, più o meno, sono quelli che la dividono dallo sporgere la schiena in avanti, la mano che si allunga verso il piatto del pane e lo sguardo che la accompagna.

Silenzio. Poi un risolino, che si tramuta ben presto in una risata argentina, incontenibile pur non essendo fragorosa. La testa reclinata e la gola aperta allo sgorgare del divertimento fatto suono.
Si costringe a smettere, spegnendo a poco a poco il riso, pur patendo di qualche singulto divertito; quando finalmente è tornato serio parla con un tono in cui brilla ancora il precedente divertimento.
“Non puoi. E, comunque, questo non risponde alla mia domanda, temo.”
Si versa in tutta tranquillità un bicchiere d’acqua.
Sciocchezze; come può licenziarlo, se non lo ha mai assunto? Ripensamenti giovanili. Adesso che si scontra con la realtà ritratta la prima intenzione; in fondo, rimane una ragazzina.
Quest’ultimo pensiero fa rabbuiare l’assassino, frapponendosi sulla strada che altri e più segreti moti della mente percorrono senza voler sentir ragioni.

Riporta lo sguardo su di lui, corrugando la fronte in un’espressione di evidente fastidio e raddrizzando la schiena: le è improvvisamente passata la fame.
Lo osserva, impassibile, fino a che la risata non ha esaurito il suo corso, sentendo crescere il risentimento ad ogni nuovo attacco di fastidiosa ilarità.
“Ti ho assoldato ieri. Non fingere di averlo dimenticato.”
Gli risponde infine, quando le risate sembrano essersi ormai sopite.
“So quello che faccio. Non voglio te”
Assumere un nuovo professionista, meno coinvolto, meno coinvolgente. Può essere esattamente questa la soluzione da tentare.
“Cosa germoglia nella mia testa non è affar tuo. Come ultimo servigio potresti consigliarmi un tuo collega, se ti senti sufficientemente freddo da giudicare con mente lucida.”
Parlare e muoversi per la stanza non sono che il naturale accompnamento l’uno dell’altro, terminando in un gesto che avvicina a Lugaid un nuovo telo di stoffa calda e pesante.
“Non hai freddo senza camicia?”

Scrolla le spalle, in silente quanto paziente attesa. Era quello che desiderava, in fondo; presto dovrà arrivare il sollievo a sostituire quello che, nè è sicuro, è solo risentimento da orgoglio professionale deluso.
“Sono bravo nel mio lavoro e, per quanto tu possa pagare, correrai sempre il rischio che uno dei miei… diciamo colleghi, si riveli attratto dall’oro che può derivare da quella che potremmo definire ‘parte avversa’. Dall’oro e dal potere.”
Perchè il sollievo ci mette così tanto ad arrivare?
“Preferirei che tu non ti mettessi in condizione di farti ammazzare, in effetti. Inoltre, posso sempre decidere di fare qualche straordinario.”
Si lascia andare ad un sorriso urbano che vorrebbe nascondere dello scherno; che cosa voglia celare, a sua volta, lo scherno, non è dato saperlo.
“Ma non credo di poterti imporre nulla, se questa è la tua decisione. Sbaglio? Una volta ti ho minacciata per indurti a sfogarti e a parlare sinceramente…”
Si morde il labbro inferiore, prendendo un ampio respiro; il sollievo sembra tardare più del solito.
“Ora ti chiedo, qual’è la motivazione?”

Abbassa il capo, lasciando ricadere davanti a lei un lungo sipario di capelli, concedendosi il tempo di pensare a cosa e quanto sia bene esprimere dei propri pensieri.
La fronte appoggiata alle ginocchia, non muove nessun mscolo quando ricomincia a parlare, con voce bassa ma ferma.
“Voglio qualcuno del quale non debba preoccuparmi. Se la situazione è davvero così pericolosa voglio qualcuno che sia facilmente sostituibile.”
Solleva il capo senza curarsi di allontanare il reticolo di fili fulvi che le disegna lo sguardo.
“Sono io che pago, e quindi sono io a decidere. E tocca a me scegliere quali rischi correre e quali no. Termina la tua cena.”

Oh.
Eppure, se anche la mente dell’assassino sembra improvvisamente svuotata di ogni pensiero, le parole affiorano spontanee alle sue labbra.
“Ti affezioni troppo ai tuoi giocattoli.”
Un risolino, nel vedersi bambolina di nero vestita, protagonista di un ricevimento, cavaliere coraggioso o perfido nemico, a seconda delle trame immaginarie.
“E se ti dicessi che, in verità, preferirei tornare sano e salvo a casa? E che…”
Arrivati sul punto, si morde un labbro inferiore; sulla cima, la strada è in discesa e le parole sgorgherebbero rapide. Ma quali parole?
“…che avrò bisogno del tuo aiuto, se non altro per il primo lavoro, e che sarà del tutto senza rischi?”
E’ nel momento stesso in cui pronuncia quelle parole che, come una folgorazione, il piano si dispiega dinnanzi all’assassino. Oh, del tutto senza rischi; e piuttosto divertente, inoltre.

Si allontana i capelli dal volto, rivolgendogli uno sguardo sospettoso.
“Spiega meglio cosa intendi e lo prenderò in considerazione, ma…”
si inumidisce le labbra, senza poter evitare di chiedersi cosa lui le stia nascondendo.
“…dammi un solo motivo per sospettare che tu non mi abbia detto la verità e ti troverai fuori da tutta questa storia. Nel giro di un battito di ciglia. Inoltre, io non mi affeziono mai.”
Si stringe nelle spalle, evitando di approfondire il suo pensiero.

“No, naturalmente… un cuore freddo come il tuo non si scalda per nessuna ragione.”
Un sorriso divertito viene nascosto dal bicchiere d’acqua, subito portato alle labbra. Quando torna a parlare, tuttavia, il tono di Lugaid è tornato neutro, quello di un assassino al lavoro.
“Il nobile di cui ti ho parlato ha alcuni, diciamo, incontri con la moglie di un suo fittavolo. Ora, se per ipotesi tale fittavolo dovesse bere un paio di bicchieri di troppo e si trovasse con una falce in mano ed un sospetto nella mente…”
Scrolla le spalle, reputando ovvio il prosieguo del ragionamento.
“Non sarebbe una mossa conclusiva. Tuttavia, potrebbe essere utile per scoprire chi manovra il burattinaio del tuo tutore.”
Si lascia andare ad un sorriso gelido.
“Probabilmente il governatore, in effetti. Divertente, non credi?”
Intreccia le mani in grembo, la mente che, rapida, esegue una stima di quante morti potrebbe costare questa linea di condotta; appena giunto ad un numero, non riesce a reprimere un sorriso.

Lo sguardo dell’elfa si fa più smarrito di quanto lei stessa vorrebbe. Cosa intende dire Lugaid con questa manciata di parole?
“Ma perché… in che modo potrebbe…”
Richiude le labbra, come se avesse bisogno di tempo per riordinare i pensieri. Sta accadendo tutto troppo in fretta, decisamente troppo in fretta, e questo non è un bene.
“Potrebbe uccidere qualcuno che non ha colpa, se non quella di avere una moglie… opportunista. E non vedo in che modo questo potrebbe portare a scoprire dove conducono i fili legati alle membra di Rijlio, nè quale dovrebbe essere il mio ruolo in questa vicenda…”

“Mettiamo ben in chiaro una cosa.”
E’ una nota di risentimento quella che riverbera nella sua voce?
“Se io fossi uno di quei ‘professionisti facilmente sostituibili’ di cui tanto parli senza, evidentemente, sapere nulla, avvelenerei ed informerei il marito, aspetterei che entrasse in casa, ucciderei i sopravvissuti e brucerei la casa. Pratico, pulito, senza rischi.”
La voce si è fatta improvvisamente di metallo, screziato dell’azzurro della tempratura: una lama pronta ad uccidere; esistono forse dubbi che le cose andrebbero realmente così?
“Invece sto discutendo con te di metodi e strategie, quando potrei agire senza pormi troppi problemi. Quanto alla tua domanda…”
Inspira rumorosamente, prendendo un pezzo di pane in mano.
“Il tuo tutore riceve istruzioni da qualcuno.”
Gesticola con il pane, come se fosse davvero il nobile Rijlio, ridotto alle dimensioni di un pezzo da scacchiera; solleva ora il piatto e vi posa sopra il pane.
“Questo qualcuno è solo un tramite; trasmette istruzioni, ma non le concepisce. Ora, se il tramite fosse messo, diciamo, fuori gioco…”
Posa nuovamente il piatto sul vassoio, tornando a tenere in mano il pane.
“Sorgerebbe la necessità di creare un nuovo collegamento. E, nel farlo, il manovratore potrebbe venire alla luce. O, se non altro, darci indizi sufficienti per scoprirne l’identità; un movimento di quel tipo lascia sempre delle tracce.”
Inarca un sopracciglio, guardando il tozzo di pane che ha in mano; un sorriso rapido e lo addenta, masticando poi di gusto.
“Sarà divertente.”

“forse non ne so nulla, ma imparo in fretta”
Si sporge in avanti, rubando dal suo piatto un pezzo di carne fredda, semplice espediente per nascondere l’irritazione che le sue parole le hanno provocato. Troppa tensione, troppa attesa, troppi avvoltoi pronti a scendere in picchiata sui resti del banchetto. Lei, però, non ha nessuna intenzione di diventare una delle prede.
Mentre i denti strappano una piccola porzione di cibo la mente continua a lavorare alacremente, portandole sulle labbra un sorriso troppo spontaneo per non essere evidente. Sì, forse questa potrebbe essere la soluzione migliore. Se solo…
“Non mi hai ancora spiegato il mio ruolo in tutto questo”

Sorride urbanamente, fingendo di ignorare il tono delle parole dell’elfa. Disprezzo, forse?
“Tu sarai la mia innocente sorella, ovviamente. E dovrai far scivolare nel calice del fittavolo una sostanza che lo renda un po’ più facile all’ira. Non vorrei che un carattere mite rovinasse tutto il piano. O meglio…”
Scrolla le spalle.
“…questo sarebbe il tuo ruolo, se tu volessi partecipare. Diversamente, potrei fare tutto da solo, senza troppi problemi.”

“D’accordo.”
Gli risponde quasi immediatamente, pronta a lanciare nella voce e nello sguardo il proprio guanto di sfida.
“Ad una condizione.”
Si concede una lunga pausa, scrutando il volto di lui per leggerne l’eventuale reazione, allungandosi poi per la seconda volta verso il vassoio per rubare l’unico bicchiere che ha portato fin lì.
“Seguirò le tue direttive, ma solo se acconsentirai ad incontrare e ad avere una discussione quanto più civile possibile con tuo fratello.”
Prende un sorso d’acqua, la schiena dritta e lo sguardo deciso di quando ha ormai compiuto una scelta che nessuno potrà cambiare.
“Allora, ci stai?”
Il tono di voce carezzevole e vagamente derisorio sembra aver lasciato il passo ad un’intonazione più seria, quella con la quale si trattano gli affari importanti.

Stranamente, Lugaid non impiega più di qualche attimo a rispondere e lo fa con un sorriso perfetto sulle labbra, un’espressione che altro non può esprimere se non gioia. La voce, tuttavia, è di nuovo quella di acciaio su acciaio, dura, violenta ed omicida.
“Questo, mia cara, è esattamente ciò che intendevo richiederti come pagamento. O parte di esso, quantomeno.”
Sta ancora sorridendo, quando porta alle labbra una fetta di carne fredda.

Inarca un sopracciglio, sorpresa.
Si sarebbe aspettata reazioni di ogni tipo, ma questo…
“Cos’hai in mente? Perché mai vorresti parlare con lui?”
Domanda, improvvisamente sulla difensiva, lo sguardo che si affila come se volesse insinuarsi nelle profondità dei suoi pensieri.
Non le piace per nulla il sorriso nato sulle labbra di lui, ed ancor meno il tono freddo della sua voce. Dovrà prendere le opportune precauzioni perché non tenti di fargli del male… o per evtare che ci riesca, quanto meno.

“Questo non ti riguarda. Sono affari di famiglia, in effetti. Nello stesso modo in cui sembri tenere tanto a considerarmi solo una lama pensante, non hai il diritto di intrometterti.”
Il tono di voce ha abbandonato la precedente asprezza e, assieme, si è abbassato di volume.
Un sospiro di pura esasperazione verso se stesso è l’unico suono che forza le labbra di Lugaid dopo le sue parole; dannazione, quanta pochezza di professionalità.

“Se è ciò che vuoi…”
Si alza in piedi, riassettandosi le pieghe della lunga gonna per poi passare a srotolare le maniche ancora sollevate fino ai gomiti. Un espediente per non guardarlo? Probabile.
“…credo sia il caso ti lasci riposare almeno un po’. Posa il vassoio ai piedi del letto, quando avrai terminato, domattina tornerò di buon’ora per risistemarlo e medicarti nuovamente.”
Solleva lo sguardo su di lui solo per un istante prima di voltargli le spalle in un mezzo giro che le porta le mani al petto.
“Rifletterò sulla tua proposta. Non credo…”
Richiude le labbra, come se troppe parole stessero sfuggendo al suo controllo, quindi, scuotendo lentamente il capo, muove qualche passo in direzione della porta.

“No.”
Dannazione.
“No, non è quello che voglio.”
Sospira, chiudendo gli occhi per un attimo. Quanto può rovinare sè stesso, concedendosi per qualche attimo alla sincerità? Quanto può mentire, attribuendo questa fragilità alla stanchezza? Non sarebbe dovuto tornare, avrebbe dovuto dimenticare.
“Vorrei che tu ti sedessi vicino a me, che mi guardassi negli occhi quando parli, che noi due potessimo parlare sinceramente, senza far finta di essere assassino e cliente.”
Sbuffa, scostando di malagrazia il vassoio.
“Ma tu forse… mi disprezzi? Mi temi? Mi odi?”
Scuote la testa, lasciando per un attimo campo ad un sorriso amaro.
“Non ti dirò che stai sbagliando e ti seguirò su questa strada, se vorrai. Ma no.”
Una pausa del tutto istintiva, ma non per questo meno enfatica, prima di tornare a parlare.
“Non è questo, ciò che voglio.”

Il silenzio è interrotto solo dal rumore dei suoi passi, sussurrati scricchiolii del pavimento in accompagnamento al suo lento riavvicinarsi, subito sostituito dal frusciare delle stoffe quando si siede sulle coperte colorate. Sfila le scarpe dai piedi e si volta da un lato, la spalla appoggiata alla testiera del letto e le gambe raccolte al di sotto della gonna. Lo guarda, dapprima in silenzio, come se attendesse la seconda parte del suo sfogo, iniziando poi a parlare con un evidente sforzo di volontà volto a mantenere un tono di voce fermo e misurato.
“Non ti disprezzo e non ti temo. Sono arrabbiata, perché se non fosse per te in questo momento indosserei un accollato abito nero, lo stesso cucito per la morte di mio padre, e sarei accando ad un feretro per una lunga, piacevole veglia. Sarebbe stato sciocco? Forse. Non mi avrebbe permesso di vedere il fondo della vicenda? Vero. Mi avrebbe fornito l’occasione che cerco?” si concede una breve, amara risata. “Vero, ma come posso spiegarti che non voglio vendicare la morte di mio padre ma desidero esclusivamente offrire a mia sorella una vita?”

“Molto altruistico.”
Ah, dannazione, no! Lugaid chiude gli occhi, scuotendo appena la testa; lasciamo da parte il tono sarcastico affiorato alle sue labbra tanto spontaneamente, si inumidisce le labbra, tornando poi a parlare con voce neutra, sussurrata eppure viva, non spenta.
“Non mi hai mai detto se lei ti ha mai confidato esplicitamente cosa desideri. E, in ogni caso, mi duole di farti notare una falla, nel tuo ragionamento…”
Una breve pausa, a raccogliere le idee; come può non capire un intrigo tanto semplice? O, forse, appare semplice a chi ormai vive di clandestinità e respira affari tramati nell’ombra? Lugaid scaccia con forza il pensiero.
“Sposare voi è la strada facile, ma non l’unica via. Un giudice corrotto e un’improvvisa, sconvolgente, mancanza di eredi di sangue della famiglia potrebbero portare allo stesso risultato; difficile, dispendioso e rischioso, ma non impossibile. Non ‘vedere il fondo della vicenda’ rischia di donarti un coltello tra le scapole; e così a tua sorella.”
Sospira, esasperato.
“Capisci quello che dico, sì? Morta, defunta, trapassata. E tutto perchè hai strappato una foglia credendola radice.”

Scuote il capo, gli occhi chiusi e le mani strette attorno al corpo come se avesse improvvisamente freddo. Come fa a non capire? Come può non pensarla capace di ideare a sua volta un piano alternativo? La sua mente sa andare un passo oltre il qui ed ora. Dannazione, perché si ostina a considerarla una ragazzina?
“Non se sarò io a scegliere la prossima persona cui andremo in custodia. Non se quella persona sarà legalmente interessata a mantenere vivi i miei interessi; non se è già sufficientemente ricco da non avere bisogno del mio oro. Non se mi vuole bene.”
Si inumidisce le labbra, uno stato d’ansia che prende lentamente possesso di lei senza permetterle di capire se ha detto troppo o troppo poco, se lui ha capito o se è meglio non abbia capito affatto.

Oh. Buon piano; eppure, le alternative scorrono rapide nella sua mente, difficile a realizzarsi.
Sospira.
“Credi che un tutore benevolo sia un ostacolo insormontabile?”
Si morde un labbro inferiore, riflettendo per qualche attimo.
“Riesco a pensare solo ai Vanquilosse. Honderyll è ancora troppo giovane, il Lord suo padre…”
Scrolla le spalle, lasciando trapelare il fastidio che gli causa l’argomento.
“…non così affidabile come potrebbe sembrare. Lady Loine, decisamente troppo debole.”
Non si cura di nascondere il disgusto che prova parlando della propria genitrice.
Un sospiro, la mano si solleva, andando a picchiettare pensosamente l’indice sulle labbra.
“Honderyll, vero?”
Parola e movimento, fusi in un tutt’uno; il nome che esce dalle labbra mentre gli occhi dell’elfo si sollevano in quelli di Vadania, cercando di leggervi una risposta prima ancora che venga pronunciata.
“Rischioso. Ma immagino tu abbia valutato attentamente le condizioni.”
Aggrotta di poco le sopracciglia, senza interrompere lo studio delle espressioni dell’elfa.

Si inumidisce le labbra, questa volta senza riuscire a distogliere lo sguardo.
“Credo tu non abbia capito. La persona cui penso sarà in una posizione tale da risultare esattamente questo: un ostacolo insormontabile.”
Torna ancora a mordersi il labbro inferiore, tormentandolo con istintiva crudeltà mentre un lieve tremito la scuote.

Inarca un sopracciglio, allungando timidamente una mano verso l’elfa. La ferma a metà cammino, cedendo alla tentazione di ritirarla; scatta, poi, all’improvviso -per non darsi l’opportunità di ripensarci, in avanti, poggiandola su una guancia di lei, accarezzandola piano. Altrettanto rapidamente si sporge in avanti, poggiando le proprie labbra sulla sua fronte; non può fare a meno di reprimere il brivido leggero di quando è conscio di trovarsi in pericolo: ha forse sbagliato? Non c’è molto tempo per parlarne.
“Non è quindi uno dei Vanquilosse. Mi do per vinto…”
Sorride tenuamente.
“…non so a chi altri pensare. Un lontano parente, magari?”

Chiude gli occhi, senza reagire ed appoggiando il capo al muro, quasi la stanchezza per la conversazione la stesse sopraffacendo.
“Un parente, esattamente. Ma non lontano, e non vecchio. Acquisito, direi. E…”
Trae un lungo respito, come se stesse prendendo coraggio, parlando poi tutto d’un fiato.
“…dovresti dare maggior credito al tuo intuito.”
E’ solo allora che torna a guardarlo, irrigidendosi senza sapere se temere o meno la sua reazione.

La mano si irrigidisce e, subitaneamente, viene ritratta, per evitare a Vadania un contatto sgradevole.
Si inumidisce le labbra, tacendo qualche attimo prima di tornare a parlare.
“Buona idea, sì.”
Chiude la bocca, evitando di aggiungere altre sciocchezze; la riapre, poi, tornando a richiuderla. Sciocco.
“Non ti tratterrò oltre. Prendi qualcosa con cui coprirti, se devi tornare a casa. E fai attenzione.”
Due volte sciocco; è una bambina, diamine.

Di nuovo il silenzio.
Vadania si attarda a fissare il volto di lui, una strana espressione dipinta sul volto: delusione, azzarderebbe un ipotetico osservatore.
Dopo molti istanti si alza, bofonchiando qualcosa a proposito del non aver bisogno di raccomandazioni, ma è solo quando si trova in piedi, le scarpe nuovemente calzate, che qualcosa sembra scattare in lei. Si lascia ricadere sul letto, ruotando fino a poterlo guardare nuovamente in volto: “che fine hanno fatto il parlare sinceramenre, gli occhi negli occhi ed il non far finta di essere ciò che non siamo?
Tutte storie.”
Due parole che sembrano bruciare, pronunciate dopo una breve pausa mentre sta già tornando a girarsi per l’ennesima volta.

“Lui sarà Lord.”
Scandisce le parole una alla volta, senza eccessiva fretta; reprime la tentazione di trattenerla fisicamente, prendendole un braccio.
“E’ ricco, sarà influente, praticamente intoccabile.”
Si inumidisce le labbra.
“Ti vuole bene. Forse ti ama.”
Di nuovo, chiude la bocca di scatto. Torna ad aprirla e la chiude, ancora.
Sbotta all’improvviso, la voce che non si alza di volume.
“Che cosa ti aspetti che ti dica? Probabilmente è la scelta che potrà darti un futuro migliore.”

Non serve che la trattenga fisicamente: sono sufficienti le poche parole di lui per tirarla indietro come fosse legata da una corda, senza curarsi di fargli male quando posa una mano sulla sua gamba, la stessa del fianco ferito, mentre l’altra si posa sul materasso, dalla parte opposta. Il volto si avvicina al suo quasi fino a sfiorarne la fronte, le labbra ad un velo di distanza.
“Non hai capito nulla…”
E’ quasi un sibilo, carico di impotenza e frustrazione.
“Ma cosa ti importa? Non vuoi essere considerato una lama pensante e poi ti comporti esattamente così…”
Scivola all’indietro, con movimenti la cui fluidità non le impedisce di urtare pericolosamente il vassoio ancora posato sul letto.

Ahi.
Al diavolo. Al diavolo il dolore che sale dal fianco, al diavolo quella situazione, al diavolo lo scatto che sta per fare, per afferrarla e trattenerla, per non permetterle di andare via.
“Spiegami.”
Al diavolo anche lo sporgersi troppo in avanti, senza curarsi del vassoio o di qualsiasi altra cosa, al diavolo l’esagerazione, il posare le proprie labbra sul naso di lei, anche se il contatto è così piacevole, seppur strano, ed il soffermarsi del tutto inopportuno.

Si lascia sfuggire un breve grido di sorpresa quando due mani la afferrano saldamente, facendo da contrappeso alla direzione nella quale si sta muovendo.
“Cred…” si interrompe nell’istante esatto nel quale le labbra di lui la raggiungono, imporporandole il viso di un lieve rossore.
“Lugaid!”
Lo apostrofa, senza aggiungere altro.

Ah, dannatamente stupido, deve ammetterlo. Dovrà andarsene da quella città il più in fretta possibile.
“Se non capisco nulla, posso solo chiederti di spiegarmi.”
Inspira, inumidendosi le labbra. Lascia la presa, per permetterle di allontanarsi, se lo desidera, seppur manca di scostarsi da lei, una vicinanza sottolineata dal tono basso e sussurrato delle sue parole.

“Sarebbe una soluzione di comodo per entrambi.”
Accorda le parole al tono già utilizzato dall’assassino, portando lo sguardo lontano dai suoi occhi mentre il corpo, quasi fosse paralizzato, non da cenno di muoversi se non a metà del discorso.
“Non credo di poter dire di più, soprattutto dal momento che vuoi incontrarlo senza rivelarne il motivo neppure per accenni.”
Diamine, ma chi si crede di essere? Crede davvero sia sufficiente chiedere per ottenere una risposta? Dannazione! Quanto sarebbe più semplice se si fosse rivolta a qualcuno di diverso che non il figlio scomparso dei Vanquilosse? Se non fosse drammatico sembrerebbe ridicolo.

Rapida, una mano sale a sfiorarle una guancia con il dorso delle dita, un contatto che è poco più di soffio sulla pelle, per quanto è leggero.
“Mi servirà per arrivare a suo padre. Una copertura momentanea, della durata di qualche minuto. Null’altro.”
Ispira ed espira, a fondo; ha davvero pronunciato quelle parole? Le dita, intanto, si fermano sotto il mento dell’elfa, tirando gentilmente per riportare lo sguardo negli occhi di Lugaid.
“Per favore…”
Si inumidisce le labbra, ancora una volta, chiudendo per qualche secondo gli occhi prima di parlare.
“…per favore, non venire con me. Permettimi di fare il mio lavoro, lasciami sradicare la pianta e riserva per te solo una morte che significhi qualcosa.”
Anni ed anni di addestramento per poi ridursi a parlare in un tono sfacciatamente aperto e sincero, quasi di supplica. Se lo vedesse la sua maestra, lo ucciderebbe; per gli dei, se un suo allievo facesse una cosa del genere, lo frusterebbe senza pietà.

Si ritrae d’istinto, inorridita.
“No… non puoi, non puoi volerlo uccidere… no, prenditi la tua vendetta in altro modo, cerca un’altra strada, gioca la carta dell’astuzia invece che quella della lama. Imbocca questa via ed io ti insegnerò, ti aiuterò, ma non puoi abbassarti a tal punto, non puoi usare Honderyll per questo, non lo conosci neppure e vuoi renderlo tuo complice, e chiedi a me di fare altrettanto. No, no…”
Scuote il capo con meccanica lentezza, portando le mani sulle sue quasi volesse ribaltare le posizioni tra supplice e dispensatore di grazia.
“…no, non puoi chiedermi questo… Torna, Lugaid, torna e diventa primo erede della tua famiglia facendogli scontare ogni giorno ciò che hanno fatto, compi la tua vendetta con l’appoggio di tuo fratello, con il mio, riporta alla vita tua sorella e prendine il sorriso per le tue giornate, fa tutto questo ma no, non rubare una vita che non vuole ancora essere presa. Trova una vendetta più grande.”

L’invettiva dell’elfa non è arrivata alla metà che le dita di Lugaid si sono posate sulle sue labbra in un contatto che, nel suo protrarsi, è diventato carezza, seppur leggero come un soffio, impalpabile come un fugace bacio rubato.
“Ho detto di voler arrivare a lui, non di volerlo uccidere.”
Ma lo desidera. Lo desidera più di ogni altra cosa. Tuttavia, non sta certo mentendo: mai ha esplicitato le sue intenzioni, già fin troppo chiare. Anche se… no. Scaccia quasi con violenza il pensiero; la proposta di Vadania è seducente, dolce, allettante nella sua ingenua semplicità.
Come spiegarle una vita vuota? Come poterle far capire un’esistenza che perdura solo in funzione della vendetta? Un corpo che, malato, si risana e torna alla vita solo per eradicare la vita stessa.
Non è possibile; non può e non vuole esporla a tanto.
“E voglio raggiungerlo il modo teatrale, certo; che la sia la notizia stessa, ad ucciderlo.”
Abbozza un sorriso di sincero divertimento; oh, sì, sarà estremamente teatrale. E come ogni tragedia, si concluderà con una macchia purpurea che si allarga pigramente sul terreno.
Sospira, tornando con la mente e con le parole a quello che è il punto centrale del suo discorso o, almeno, quello che lui considera tale.
Sulle labbra fiorisce un sorriso profumato di stanchezza.
“La mancanza di discussione significa che lascerai che io faccia il mio lavoro? Mi permetterai di agire in sicurezza, velocemente e silenziosamente, senza farti partecipare? Mi consentirai di rendere sicura la morte del tuo tutore?”
Eviterà, con la sua presenza, di complicargli il lavoro? Capirà come sia meglio lasciar fare a chi ha dalla sua addestramento, abilità, capacità ed esperienza?

Si concede una lunga pausa, utilizzata non per pensare ma per meglio sottolineare la serietà e la sincera fermezza della minaccia che le brucia sulle labbra.
“Voglio essere messa a conoscenza di ogni minima mossa, voglio sapere chi, e dove, e quando. Tienimi all’oscuro di un solo, piccolo, insignificante particolare e dovrai pentirtene per tanto di quel tempo da desiderare di scappare più lontano di quanto sia possibile. Ricorda qual è il tuo compito: raccogliere informazioni ed insegnarmi. Nessuno ti ha chiesto di far scorrere del sangue.”
Parla ancora a contatto della sua mano, forse troppo concentrata sulle parole per badare anche al potere dei gesti. Così, in modo del tutto inaspettato, una situazione che l’avrebbe altrimenti messa in imbarazzo sembra passare inosservata se non per l’istintivo accentuarsi delle pulsazioni.
“Quanto al resto, se non vuoi fargli del male non c’è ragione che io non sia presente.”

“Quindici giorni.”
Ritrae la mano lentamente, mordendosi il labbro inferiore; dovrebbe smetterla di agire da stupido, sarebbe quantomeno apprezzabile.
“Il nobile di cui ti ho parlato nel modo in cui ti ho spiegato, il suo mandante. E un secondo, eventuale, burattinaio, se ci fosse.”
Scrolla le spalle.
“Torna in questa tra quindici giorni a partire da oggi, non prima, e riparleremo dei Vanquilosse. E del tuo tutore.”
Sospira, rassegnandosi all’inevitabile; un sopracciglio appena inarcato ed una smorfia divertita precedono le sue ultime parole.
“Ti va bene così?”

Inarca un sopracciglio, visibilmente restia ad acconsentire. Quante cose possono cambiare in quindici giorni? Ha conosciuto Lugaid meno di dieci albe addietro ed ora proprio lui le chiede di restare in disparte per un tempo ancora pià lungo.
Perché? Cosa comporta la sua presenza per non dover essere contemplata? Vi sono troppe domante che impediscono al suo capo di chinarsi in segno d’assenso senza dover prima chiedere ancora.
“La parte che avevi prospettato per me si è volatilizzata negli ultimi secondi?”

“Mh.”
Inspira a fondo; si aspettava quella domanda. Come può esprimere chiaramente i suoi pensieri senza urtare la suscettibilità dell’elfa? Esala un lungo sospiro, scurtandola attentamente. Tanto vale tentare.
“Sei testarda, supponente, arrogante, presuntuosa, prepotente.”
Bèh, forse non era il modo migliore per iniziare; di sicuro, però, è il più sincero.
“Ma rinuncio malvolentieri alla tua compagnia.”
Troppa, troppa sincerità. Che assassino da due soldi.
“Il fatto è, lo devi riconoscere, che non sei qualificata per questo lavoro. Se fossi uno dei miei Colleghi, ti direi, con franchezza, che non sei preparata. Io mi alleno da anni, ogni giorno, studio e fatico per poter essere uno dei migliori. Tu impari in fretta, sei sicuramente dotata, ma ti manca un addestramento che non si può esaurire in un giorno, in un mese o in un anno.”
Un altro sospiro.
“Non è questione d’età, ma di capacità. Non c’è nulla di male, naturalmente, ma la situazione è questa: preferisco lavorare da solo o, nel caso, con persone brave in questo lavoro. E’ più sicuro per te e, soprattutto, per me.”
Allarga le braccia, in un’imitazione di un gesto di resa.
“Ti prego di non prendertela. E’ la semplice verità, io so fare questo lavoro, tu no.”
La miccia è accesa e lo sguardo dell’elfo non può non posarsi sugli intrecci fulvi dei capelli dell’elfa; la speranza è che comprenda.

Sgrana gli occhi via via che le parole di Lugaid la raggiungono: testarda, supponente, arrogante, presuntuosa, prepotente… si direbbe che l’elfo stia parlando guardandosi allo specchio.
Le labbra corrucciate fanno da contorno a questi ed altri pensieri, tornando in posizione rilassata solo quando decide di muoversi rapida in avanti, l’avambraccio che punta alla gola dell’elfo con l’intento di spingerlo contro la testiera del letto in un gesto che è più un gioco che non il reale tentativo di fargli male.
“Non credo potrei perdonarti, se ti facessi uccidere.”
Gli sorride, quasi non potesse fare altrimenti.
“Desidero essere rassicurata ogni giorno sul tuo stato di salute, quale che ne sia il modo.”

Asseconda il movimento dell’elfa, appoggiandosi alla testiera del letto. La cinge poi, delicatamente, con le braccia, non accennando a volersi liberare.
“Ogni giorno…”
Si trova a ricambiare il sorriso, mentre un’idea balzana gli spunta in mente, facendosi largo tra gli altri pensieri.
“Ogni giorno. Quindici giorni, ricorda, qualunque sia la situazione.”

Socchiude un occhio, cercando di mettere a tacere la voce interiore che continua a sussurrarle di non lasciargli così ampia possibilità di manovra. Quindi, facendo maggiore pressione sulla gola di lui - un avvertimento? - annuisce lentamente.
“Quindici giorni in cui non avvicinerai tuo fratello o tuo padre, nè altri della tua famiglia. Promesso?”

Ah, ottima idea premunirsi contro ogni possibile sorpresa.
Inutile, in effetti, ma pur sempre ottima.
“Quindici giorni in cui non avvicinerò nessuno dei Vanquilosse intenzionalmente e li eviterò con cura, se per disgrazia dovessero capitare sulla mia strada.”
Un sorriso che nasce spontaneo e divertito, dalla situazione in cui si trova.
“Soddisfatta?”
Non accenna a volersi sottrarre alla pressione esercitata dall’elfa, nè, tantomeno, a liberare lei dalle sue braccia. Lascia, anzi, che il silenzio cali dopo le sue parole, prendendosi tutto il tempo necessario per scrutare il volto dell’elfa, catturando e liberando il suo sguardo in una danza che ripassa ora i lineamenti di Vadania ora la forma del naso e delle labbra ora i sottili fili rossi che le scendono sul volto.

“Sì”
Ammette con evidente riluttanza, pensando freneticamente ad ogni possibile clausola possa esserle sfuggita.
“Abbiamo trovato un accordo, a quanto pare.”
Resta immobile, apparentemente incurante della propria posizione, senza riuscire a togliersi dalla mente quel particolare, quel frammento che sicuramente ancora le manca ma che non riesce a vedere.

“Incredibile, ma vero.”
Commenta divertito, accentuando appena un poco di più la stretta su di lei.
Il tono è ancora allegro quando torna a parlare, non prima di aver inarcato un sopracciglio; un’elfa di buona famiglia dovrebbe porre più attenzione ai propri gesti, in fondo.
“Ora, Vadania, non che trovi la tua compagnia disprezzabile, tutt’altro; tuttavia…”
Accenna, con un solo movimento degli occhi scintillanti di un sorriso che le labbra appena accennano, alla loro posizione.

Segue il suo sguardo, come se non avesse immediatamente compreso, per poi riportare i propri occhi su di lui e liberarlo dalla stretta con movimenti rapidi ma impacciati dall’imbarazzo, le palpebre che si abbassano seguendo il movimento delle iridi smeraldine.
Dannazione, pensa mentre fa pressione sulle sue spalle per allontanarsi, possibile che non riesca mai ad avere la situazione completamente sotto controllo?
“Ti stavo minacciando, non conta.”
Asserisce in tono che non pare del tutto convinto neppure alle sue orecchie, lottando contro il rossore che sembra salirle al volto in una vampata.

Si sporge in avanti, rapido, a sfiorare la fronte di lei con le labbra, in un’impari lotta sostenuta con i suoi capelli.
La risposta giunge in un sussurro appena accennato, accompagnato dalle mani che si sciolgono, liberando l’elfa, senza però evitare di concedersi, nel tornare a fianco di Lugaid, una fugace carezza al viso ed al profilo di lei.
“Lo so. Buonanotte, Vadania.”

Schiude e richiude le labbra, scegliendo di non dire altro.
La notte è ormai fonda e non le piace l’idea di tornare verso la casa del pittore negli abiti che indossa e senza un mantello. Soprattutto, non le piace l’idea di essere disarmata. Dovrà tenerlo a mente per il futuro: mai considerare inutile una lama appesa al proprio fianco. Passare in rassegna le proprie possibiltà e scendere dal letto sono un unico movimento, fluido quanto può esserlo evitando al contempo un vassoio ancora in bilico e l’inciampare nello scomoda stoffa della gonna.
Quanto cerca di fare dopo non è difficile da raccontare: assicurarsi che la medicazione non abbia sofferto della sua irruenza, prendere una camicia pulita perché lui possa indossarla, porgli accando coperte e quant’altro potrebbe essergli utile, prendere il vassoio e portarlo in cucina dopo aver lasciato alla portata di lui solo la brocca d’acqua ed il bicchiere per servirsene.
Tutto questo, passo dopo passo, guardandosi attorno come se non dovesse mai più vedere quella che per un giorno solamente era stata la sua casa, richiudendosi poi la porta alle spalle con una delicatezza che nulla può contro il cigolare dei cardini non oliati da ormai troppo tempo.

Se una ferita era stata inferta al fianco di Lugaid, l’umore dell’elfo sembrava non aver tratto altro che giovamento dalle ultime ore: l’occasione di poter lavorare bene, come lui sa fare, gli aveva messo addosso una strana allegria, subito dirottata in una seria analisi dei suoi bersagli.
L’assassino passa cosi` in casa tre giorni, concedendosi, come unica distrazione, una veloce passeggiata notturna, fino alla casa del pittore, per depositare sul davanzale di una certa finestra una rosa, ancora in bocciolo.
Sono passati quattro giorni dall’ultima volta che ha parlato con Vadania quando iniziano i fatti di sangue che, brutalmente, sconvolgono la cittadinanza: dapprima e` la volta nel nobile Iolan, vicino al governo della citta` e, incidentalmente, in affari con un certo tutore; una brutta storia, come si sente raccontare in giro.
Iolan, a quanto pare, intratteneva una relazione poco ortodossa con la moglie di un fittavolo: sembra che costui, ebbro di gelosia e, soprattutto, di alcool, li abbia scoperti e abbia provveduto, in modo abbastanza sanguinoso, a sanare il tradimento; certo, qualcuno potrebbe trovare eccessivo uccidere entrambi a colpi di falce ed essere mortalmente ferito a sua volta, certamente nella collutazione con il nobile, ma nessuno potrebbe pensare a null’altro che ad una sconveniente vicenda finita male. Le voci di un’ombra nera vista aggirarsi nei pressi non vengono, ovviamente, tenute in alcun conto.
La verita`, naturalmente, e` un tantino diversa: trovato il nobile Iolan ancora in vita, Lugaid ha ritenuto di estorcergli tutte le informazioni necessarie, prima di porre fine alle sue sofferenze. Quella notte, mentre si avvicina alla casa di un certo pittore con una rosa in mano, il sorriso che aleggia sulle sue labbra sembra intimorire piu` di una spada sguainata.
Tre giorni dopo il funerale del nobile, nove giorni da quando Lugaid e Vadania si sono separati con la promessa di rivedersi, un’altra tragedia scuote il governo cittadino: il venerabile Aulian, cugino di primo grado del Governatore, viene assassinato dal suo segretario particolare. Le guardie, accorse alle grida dell’uomo e trovatolo come pazzo, brandente un pugnale coperto del sangue ancora caldo del suo padrone, lo eliminano immediatamente.
Sono le voci che corrono indiscriminate al mercato, tuttavia, a rivelare un’interessante parte di verita`: sembra che un’ombra nera sia stata nuovamente avvistata e, se a chi era piu` vicino al nobile Aulian pare impossibile che il suo uomo piu` fedele si sia macchiato di un tale delitto, sembra che l’uomo, il presunto omicida, fosse stato drogato e reso pazzo da un veleno. Esiste dunque un assassino? E ha appena commesso un errore?
La risposta sembra giungere quattro giorni dopo, due mancanti al nuovo incontro tra Vadania e Lugaid, quando un audace attentato alla vita del governatore viene sventato dagli uomini della sua guardia; pare, stando a quanto si mormora, che l’assassino abbia incontrato una resistenza fuori dalla norma dall’aggredito, abile spadaccino, ed abbia quindi dato tempo alle guardie di agguantarlo: il folle ha osato fare il passo piu` lungo della gamba.
Purtroppo, per una sfortunata coincidenza, il giorno dopo il governatore viene colto da un attacco di cuore, sicuramente per le forti emozioni scatenate dall’attentato e muore, dopo una breve agonia, nel suo letto, circondato da familiari dolenti e medici impotenti. L’assassino viene linciato dalle guardie, inferocite, senza che alcuno sia riuscito ad estorcergli alcuna informazione; se non altro, la minaccia e` stroncata.
Durante tutto questo via vai di voci, i boccioli di rosa non si sono mai interrotti: uno per notte, tredici in tutto, precedono una rosa gia` schiusa, dal gambo lungo, pegno dell’ultima notte prima del giorno deputato all’incontro.
E il quindicesimo giorno cosi` trova Lugaid: in vita, senza un solo graffio, sorridente ed allegro; seduto sconvenientemente in cucina, le gambe incrociate, posate sul tavolo, sorseggia pigramente una tazza di infuso, in paziente attesa.

Il nervosismo le crepita addosso in modo quasi palpabile, colorando di una strana sfumatura i suoi gesti ed il suo stesso atteggiamento.
Non riesce a sentirsi per nulla tranquilla mentre varca la soglia dello studio da copista nel quale Lugaid ha deciso di vivere, ed è ancora meno tranquilla quando il profumo di cibo appena cucinato la porta a raggiungere la cucina.
Quindici giorni possono trascorrere con la lentezza di anni interi quando non si deve che indugiare, da spettatori, in un uggioso far niente.
Il quadro dipinto per non pensare - se solo lui potesse vederlo! - riflette come uno specchio dell’anima le sensazione e l’indefinibile miscuglio di sentimenti che hanno annerito il suo essere via via che le rosse notizie giungevano dal mercato, dalle taverne o per altri canali parimenti inattendibili.
Il momento della verità, della rivelazione, l’ha sempre spaventata, in un modo del tutto irrazionale ed allo stesso tempo inevitabile.
Si ferma sulla soglia, solleticandosi il mento con quello che sembra essere un petalo di rosa.
“Il tramonto del sedicesimo giorno è prossimo a giungere…”

Una risata sommessa accompagna un leggero scuotimeno di testa dell’elfo. Quando posa i suoi occhi su Vadania, tuttavia, e` un sorriso enigmatico quello che gli affiora sulle labbra.
“Temo di aver terminato le rose… un fiordaliso, magari?”
Il sorriso si allarga quasi impercettibilmente, mentre lo sguardo scruta attento la sua interlocutrice; si`, sembra stia bene.

“O qualche interessante dettaglio. Sono un’indifesa fanciulla piuttosto strana da corteggiare: ai fiori preferisco le informazioni. Una per petalo, se preferisci, o tutte senza doverne tenere il conto. Alcuni sostengono che la Gola sia un peccato, ma i peccatori devono essere perdonati. Racconta, Lugaid, dimmi perché sono rimasta in disparte così a lungo e regala un sorriso alle mie labbra”
Il confine tra serietà e divertimento è tanto sottile da non risultare bene individuabile tra le venature iridescenti della voce, mescolate a quelle parimenti confuse dello sguardo e dei movimenti. Si sposta con grazia verso una delle sedie, la più distante da lui, accomodandovisi senza essere invitata a farlo.
Gioco o realtà? Forse entrambi ora che deve impegnarsi ad allontanare il sollievo causato dal vederlo in piena salute: non deve lasciarsi distrarre, vi sono faccende importanti che meritano tutta la sua concentrazione.

Recupera a sua volta, una sedia, accomodandosi, rilassato; non si cura di nascondere la pigra soddisfazione che domina il suo animo, la compiacenza verso se` stesso di un cacciatore che si e` riscoperto capace.
Il racconto prosegue normalmente con la droga somministrata al fittavolo, la strage da lui commessa, l’informazione ricavata dal nobile e la sua veloce eliminazione. La parte che riguarda l’eliminazione del nobile Aulian e`, sostanzialmente, la stessa versione circolata nelle taverne, con qualche piccola aggiunta: non imprudenza o scarsa avvedutezza, ma un preciso intento ed un piano ben congegnato lo hanno portato a farsi scorgere non una, ma diverse volte.
L’omicidio del Governatore e` la parte di narrazione che impegna piu` tempo e vede Lugaid prodigarsi in piu` dettagli: la necessita` di nascondere la propria identita`, l’avvelenamento con una droga lenta seppur mortale ed irrilevabile, il cammuffarsi tra le guardie.
Termina il racconto appoggiandosi allo schienale, lo sguardo assorto sulle punte dei propri piedi, nel silenzio che ritiene necessario all’elfa per assorbire le informazioni che le ha comunicato.

Scuote lentamente il capo, sembrando improvvisamente più piccola per quel gesto dal sapore infantile che sembra voler negare l’evidenza.
“Lo sosteneva così calorosamente… L’ho incontrato, qualche volta, mi ha arruffato i capelli ed ha riso quando gli ho sporto la mano come un’adulta…”
Raccoglie le gambe sotto di sé e deglutisce a vuoto, senza sapere se per l’amarezza dell’epilogo od il timore di quanto accadrà dopo.
“Sei sicuro?”
Gli domanda infine, esitante, come se desiderasse una rassicurazione che, ormai, non ha più alcun valore.
Un sospiro seguirà alla risposta di lui, quasi esalasse con esso l’ultima goccia di vitalità che ancora le rimane.

Si limita ad annuire lentamente, unico cenno concesso all’elfa. Reprime la tentazione di avvicinarsi, di ridurre la distanza, conscio della sua necessita` di mantenere un certo spazio tra loro, almeno per il momento.
“Sta a te, ora.”
Parole fugaci, rapide, che si spengono velocemete nell’aria come fossero inghiottite dal silenzio. Vorra` continuare? Ora che e` venuta a contatto con la realta`, con la sua realta`, che cosa pensera` di lui?
E perche`, perche` non puo` rimanere indifferente alla sua opinione?

Annuisce di rimando, non del tutto convinta di ciò che sta per fare.
“D’accordo, allora. Immagino di dover essere soddisfatta…”
Una breve pausa spezza in due la frase, lasciandole il tempo di distogliere lo sguardo da lui portandolo su una bricca di vino che campeggia solitaria sulla tavola.
“… qual è la prossima mossa? Rijlion Non attenderà certo a lungo prima di approntare un piano di riserva.”

Si inumidisce le labbra, inspirando a fondo prima di parlare; delicatezza, ci va delicatezza.
“Ucciderlo.”
Appunto.
“Potrebbe rendersi conto di quanto successo e fuggire. Potrebbe tentare un gesto disperato, potrebbe decidere di proseguire con le sue gambe. L’unico modo definitivo e` eliminare il problema, alla radice.”
Si morde il labbro inferiore, esitando qualche attimo.
“Vuoi che… provveda io?”
Sarebbe facile. E rapido, per di piu`; ormai conosce bene quella casa.
Tuttavia, teme la sua risposta; qualunque essa sia. Se decidera` di doverlo uccidere di persona, potrebbe rovinarsi, incrinarsi, non resistere e mutare, irrimediabilmente; e` davvero disposto a mettere in pericolo non la sua vita, ma la sua stessa essenza?
D’altra parte, potrebbe decidere di lasciare a lui il compito. In questo caso, la distanza che li separa non potrebbe che approfondirsi, quando lei si dovesse accorgere dell’abisso in cui lui si trova.
Si`, teme la risposta. E, tuttavia, non puo` esimersi dall’offrirle un’opportunita` di non entrare in tutto questo.

Lo sguardo che gli rivolge è di sospetto, quello proprio di chi non comprende gli invisibili equilibri tra le forze in campo.
“Non sono più preparata ora di quanto lo fossi quindici albe fa. Mi hai parlato di un lungo e difficile addestramento, hai insistito riguardo alla sua necessità, ed ora ci troviamo a contare i minuti che separano Rijlion dalla sua scelta. Cos’è che mi sfugge a tal punto da non consentirmi di comprendere il tuo gioco?”
Le gambe tornano in una posizione più conveniente, pronte a rispondere all’eventuale necessità di alzarsi in piedi con rinnovata rapidità.

Sembra considerare con infinita attenzione la domanda dell’elfa. Risponde solo dopo aver preso un lungo sospiro, gli occhi chiusi che tornano ad aprirsi solo dopo le prime parole.
“Non eri pronta per agire così in fretta, sbrigando lavori di quella difficoltà.”
Si inumidisce le labbra, prendendo tempo.
“Con lui è diverso. Conosci le sue abitudini, conosci la casa, conosci il tuo bersaglio… potresti sbrigartela in fretta.”
Scrolla le spalle, lo sguardo che si risolleva, con l’inevitabile lentezza di una sciabolata, verso il volto e gli occhi di Vadania.
“Sei certa di volerlo fare? Hai considerato quale peso affogherebbe e trascinerebbe a fondo il tuo essere? Nessuno, neanche uno come me, mente a sè stesso sull’importanza di una vita. Questa è la domanda a cui devi rispondere.”
Tace, improvvisamente, incapace di spiegare oltre quelli che sono, in fondo, solo gli strati superficiali della psiche di qualcuno che fa della della propria vita la negazione della vita altrui; rispetterà la sua decisione ed annuirà, qualsiasi sia la sua scelta.
Eppure, quanto desidererebbe macchiarsi ancora di questo delitto.

“Ho forse meno colpa per le vite che hai strappato su mio desiderio? O su quelle di coloro che si sono solo trovati ad attraversare la mia strada in questo frangente?”
Si alza definitivamente in piedi, raggiungendo la porta d’uscita per poi tornare sui suoi passi, fino alla credenze ed ancora oltre, come se non avesse una meta ben definita.
Desidera più di ogni altra cosa il poter realizzare la sua piccola appagante vendetta, ma l’interessamento di Lugaid non può che farle pensare alla negazione di quel gesto come l’unica arma ora in suo possesso, la sola merce di scambio che possiede. Forse non si tratta d’altro che di una sciocca convinzione, ma forse no.
“Sono trascorsi quindici giorni”
Ricorda ancora.
“E non sono la sola ad avere una questione in sospeso, come intendi comportarti?” 

“No, non hai meno colpa. Eppure, la tua mano non si è macchiata questo, questo… è diverso.”
Conclude frettolosamente, mordendosi poi le labbra, come adirato per le parole che ha appena pronunciato.
Sospira, poi, tornando a parlare in tono neutro, senza particolare enfasi.
“Probabilmente, dopo la morte del tuo tutore sarà d’obbligo, per Lord Vanquilosse, presentarti le sue condoglianze; probabilmente, non avrò bisogno di suo figlio. Ho intenzione di fargli male. Con le parole e con la spada. Ucciderlo?”
Si lascia sfuggire una risata roca.
“Mi crederesti se ti dicessi che non ne ho voglia? Desidero strappare la sua vita, certo. La sua e quella della sua consorte. Tuttavia, se non sarò costretto a fare diversamente, potrei anche decidere di dargli una morte lenta e dolorosa, consumata in lunghi giorni di impietosa coscienza.”
Una verità parziale; quella completa, purtroppo, non è appannaggio neanche di Lugaid. Non più, almeno.

Appoggia una mano alla liscia superficie del tavolo, osservandone le venature con maniacale attenzione, le labbra tormentate come manifestazione esteriore di un duello più aspro combattuto nell’intimità della sua mente.
“Prendi una vendetta ancora più lenta, segui ciò che già ti ho consigliato in passato. Torna, Lugaid. Torna ed io rinuncerò al mio proposito. Torna e metterò a tua disposizione quanto ti sarà necessario.”
La voce lo raggiunge con un tono lento e ragionato, testimone dell’alto prezzo che hanno per lei quelle poche parole.

Sospira. Come sarebbe facile dirle di sì, in questo momento.
Smette di tormentarsi il labbro inferiore nello stesso istante in cui si rende conto del gesto.
Quanto tempo passa prima che ricominci a parlare? E’ davvero impossibile da calcolare, la mente che salta da un pensiero all’altro, il respiro irregolare ed il battito incostante.
“Non li ucciderò se non mi costringeranno a farlo. Se…”
…sei tu a chiedermelo. L’elfo, tuttavia, non pronuncia queste parole, richiudendo la bocca, interrotta a metà di un suono strozzato.
Riprende dopo non molto, ignorando l’accaduto, fingendo di non aver cancellato una sentenza scritta da decenni con un tratto improvviso.
“Ma non tornerò; non credo, almeno.”
Sorride amaramente, cercando di non dar peso al sapore sgradevole delle parole che sta per pronunciare. Tuttavia è necessario farlo.
“E non ti chiederò, come fosse uno scambio, di rinunciare ad ammazzare Rijlion; graziarlo, ucciderlo, lasciarlo a me. Tocca a te scegliere.”
Termini crudi ed il nome; ora è il momento di decidere.
Eppure, anche ora, Lugaid non può non scoccare occhiate furtive all’elfa; archiviando con un sospiro che è solo mentale la sua ritrosia ad avvicinarsi a lui.

Solleva lentamente il capo in sua direzione, i capelli che le coprono parte del volto dandole la fisionomia di uno spettro.
“Voglio la mia vendetta più di qualsiasi altra cosa al mondo, è la mia certezza di un futuro migliore… Ma tu cosa potresti guadagnare dalle due morti che chiedi? Vuoi davvero che io scelga? Ed allora lo farò. Scelgo di macchiarmi del suo sangue, e scelgo di vederti tessere una rete di allenze che ti consenta di tornare senza timori, scelgo di vederti come erede di tuo padre ancora in vita, scelgo di guardarti giorno dopo giorno ed evento dopo evento e scelgo di non separarmi dal mio maestro. Questo è ciò che scelgo. E tu, Lugaid, qual è la tua scelta?”

7 Febbraio 2007

L’angolo della cassiera frustrata - III


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Iclienti e gli universi paralleli

Il magico mondo delle riduzioni

Cliente: “Salve, ho trovato una riduzione sul giornale, per quando è valida?”

Cassiera: “Deve leggere cosa c’è scritto sul tagliando.”

Cliente: “C’è scritto dall’8 al 15 febbraio”

Cassiera: “Bene, allora è valida dall’8 al 15 febbraio”

Cliente: (come se gli avessero appena rivelato l’esistenza di una sorgente miracolosa nel salotto di casa propria) “Oh, bene, grazie mille! Davvero gentilissima!!”

Cassiera: s’immagini, per così poco. Mi hanno insegnato in prima elementare, sa?”

I numeri e i giorni

Cliente: “Salve, ho trovato una riduzione sul giornale, per quando è valida”

Cassiera: “Deve leggere cosa c’è scritto sul tagliando.”

Cliente: “C’è scritto dall’8 al 15 febbraio”

Cassiera: “Bene, allora è valida dall’8 al 15 febbraio”

Cliente: “Quindi il 10 è valida?”

Cassiera: mi rendo conto della complessità del concetto, non facciamo il passo più lungo della gamba e proviamo ad esemplificare. Ipotizziamo che tu debba andare in vacanza.  Quando tua moglie ti  comunica che il viaggio si terrà dall’otto al quindici di  agosto significa che il 10 sarai al mare con la pancia rossa come un’anguria o che ti rispediranno a casa in viaggio astrale per poi fartiricomparire direttamente in aereoporto il quindici mattina? Ecco, qui cambiano solo i mesi, ma il sistema è lo stesso. Meglio che ti faccia un disegnino?

6 Febbraio 2007

Il Destino


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Ali di carta spiegate al vento mentre la vita scorreva veloce sotto ai miei piedi. Conoscevo il mondo, il destino degli uomini in ogni angolo delle terre abitate, muovevo le loro vite per diletto come un bambino dispone i soldatini sul campo di battaglia. Troppo lontana per udirne le voci, troppo cieca per leggere il dolore straziante disegnato in quegli occhi dalle iridi colorate. A volte riuscivo a schiudere le loro labbra in un sorriso, ma allora non ne conoscevo il significato profondo, le sensazioni che vi erano legate ed il piacere di esserne una delle cause. Pensavo solo al mio monotono giocare, giorno dopo giorno, confinata su un frammento di roccia galleggiante nell’azzurro del cielo infinito.
Mi distraevo, di tanto in tanto, ammirando le forme cristalline che venivano a deliziarmi con i loro bagliori cangianti, riflesso della luce degli otto soli maggiori: uno per ciascuno dei mondi abitati. Continuavo a fissarle, incantata, fino a quando l’eco della mia risata si dissolveva seguendole nel loro divenire via via più indistinte, dileguandosi oltre l’orizzonte, nascondendosi ai miei occhi. Allora restavo ore, o forse giorni, potrebbero essere stati persino anni - è possibile racchiudere la dimensione in cui mi trovavo nella gabbia senza chiave del tempo? - a scrutare la direzione in cui forse ancora si stavano muovendo: esploravano il cielo guardando, con i loro corpi sfaccettati, le sagome regolari di stelle e pianeti per me irraggiungibili.
Alcuni uomini non credono nella mia esistenza, ma i folletti del settimo mondo erano soliti cantare una ballata, accompagnata dal suono soave del liuto, i cui versi svelano i segreti della mia nascita.

In origine ero una ninfa, custode del lago d’argento, divenuta immortale dopo essermi immersa nelle sue magiche acque, sorte condivisa da due sole altre creature: una fata dai capelli di giada ed il detentore del sacro calice benedetto dagli dei.
Di tale calice sono la progenie.
In esso era possibile scoprire il futuro, osservarlo affiorare sull’algida superficie del liquido che vi albergava. Possedeva il potere di amplificare la percezione delle energie, essenze impalpabili che attraversano l’universo come fili di seta e si intrecciano in reti, invisibili anche agli occhi allenati degli abitanti del mondo fatato.
La luna lasciava scorrere i suoi raggi d’adamante sulla limpida superficie del lago, unica luce ad accompagnare la mia lunga meditazione notturna. Sedevo in punta ad una delle alte sporgenze alabastrine, sulla sommità del Colle Bianco, accanto al calice che mi era stato affidato per quel giorno solamente. Appena sorto il sole sarebbe tornato nelle mani del suo sacro proprietario, ma ora era lì e potevo usarlo per muovermi attraverso i differenti piani astrali, godendo delle mille diversità che vi scorgevo.
La curiosità mi allettò più del buonsenso, ed ecco il sopraggiungere suadente del sonno, pronto ad avvolgermi senza preavviso come un manto di nero velluto. Così, cullata dal suo morbido abbraccio, non vidi il calice ondeggiare, invvertitamente colpito da una pallida mano. Urtò il duro suolo di pietra ed il liquido incantato, infranta la protezione cristallina, si espanse fino a bagnare le mie esili membra al pari di una lenta carezza. Al suo tocco anche la candida pietra su cui ero distesa smetteva di essere tale, trasformandosi in un frammento di sogno. L’equilibrio di quel piccolo angolo di mondo si era ormai irrimediabilmente dissolto, e neppure il piatto fragore della roccia che andava rompendosi riuscì a svegliarmi.
La piccola isola in cui mi trovavo iniziò a muoversi, sospinta da venti invisibili, come galleggiasse su correnti marine.
Mentre mi allontanavo il liquido incantato si era fuso alla mia essenza, conducendomi nella sua strana dimensione; o forse sono io ad averlo accolto in me, poco importa. Da allora non siamo esistiti che come un unico essere. Ha riversato nel mio corpo le sue capacità privandomi di parte della mia umanità. Da quell’istante non ho più avuto sentimenti ma ho letto il futuro, decidendo l’avvenire di ogni creatura vivente senza tuttavia poterne comprendere le conseguenze; senza sapere cosa significasse vivere.
La ballata si conclude con una nota, lunga, carica di tristezza. Sale nell’aria fino a dissolversi nelle onde leggere del silenzio e porta con sé il mio nome, quel che io ero. Destino.

L’onnipotenza rappresentava per me una realtà, ma cos’è il potere se attorniato dal nulla? Una prigione senza tempo, una gabbia dorata dalla quale evadere non appena il coraggio, o l’incoscienza, si fanno abbastanza salde da condurre a una reazione di cui si ignorano gli effetti.
Ero io, ma non solo: ero anche strumento dell’Universo. La distruzione del calice aveva generato un proprio sostituto, quasi rispondendo ad un misterioso istinto di sopravvivenza, ma non sapevo ciò che sarebbe accatuto se avessi posto fine alla mia esistenza.
Mi condusse, il mio lento peregrinare, in prossimità di un pianeta scosso da inafferrabili correnti, persino la sua melodia risultava del tutto particolare, crepitante, simile a quella prodotta da troppe voci impegnate a surclassarsi l’un l’altra.
Mi sono affacciata fino al limite del mio precario equilibrio. Mi sentivo stranamente attratta da quella sfera brulicante, non riuscivo a comprendere, a discernere le componenti di quel caos dilagante. La mia Vista sembrava aver smarrito la sua chiarezza, non capivo, e questo mi faceva riscoprire sentimenti ormai dimenticati. Nello spazio di un battito di ciglia ricordai la curiosità, la meraviglia, il timore, la frustrazione. Mi sentivo di nuovo, nostalgicamente, umana.
Ancora un istante e sarà troppo tardi. Così mi sono detta, prima di spiccare il balzo.
Da allora vivo nel mondo degli uomini, figlia della terra e costretta a lottare per la mia stessa sopravvivenza,  in balia dell’incomprensione, della rabbia, della gioia, del dolore. A volte piango. Piango a lungo sotto le coperte, soprattutto di notte, per espiare, così penso, tutto il male che un tempo ho inflitto, priva di consapevolezza.
Io, Destino, sono ora legata alle leggi create dai mortali così come loro, un tempo, erano legati alle mie.
In mia vece, sull’angolo di roccia ancora perso nell’immensità del cielo, non è rimasto che il vuoto. Un vuoto che si chiama Caso.
Un vuoto che è libertà. La mia nuova fede.

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