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L’antipatica » 2007 » Marzo

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29 Marzo 2007

I testimoni di Geova


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Già è spiacevole abitare esattamente sopra il proprietario di un cane cretino, che non riconosce il giorno dalla notte e che piange ogni due per tre, figuratevi se lo si unisce alla visita degli immancabili testimoni di Geova.
Qualcuno mi spieghi: perché dovrei convertirmi per passare la mia vita in giacca e gonna nera rompendo le scatole agli altri? E’ una sorta di risarcimento, visto che per anni le hanno rotte abbondantemente alla sottoscritta? Non si potrebbe inventare qualcosa di diverso, che ne so, io con i piedi incrociati su una scrivania megagalattica che urlo ordini ad un gruppo di poveri impiegati? Sarebbe meraviglioso.

Ed invece la mia giornata è iniziata con un gran mal di testa a causa del continuo abbaiare per colpa di un fervente religioso del quale faremmo tutti volentieri a meno. Alla prossima riunione di condominio proporrò un bel cartello da appendere alla porta: “Questo stabile non gradisce materiale pubblicitario e testimoni di Geova. Vietato stazionare sotto i balconi se non sei in grado di modulare la voce evitando la rapida diffusione dei fatti tuoi: sembrano avventure straordinarie solo a te.”

26 Marzo 2007

Il desiderio di scrivere


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Vorrei trascorrere la serata qui, davanti al computer, dando vita a quella storia che da un paio di minuti mi gironzola nella testa, per scoprire se sarei in grado di prendere per mano un personaggio complesso come lo sterminatore di re, lo stesso che Martin ha tratteggiato con tutto il suo talento, e condurlo a spasso per situazioni nelle quali io sola desidero osservarlo.

Mi è stato detto che sono una scrittrice migliore della Hamilton, e nonostante sia restia a credervi ammetto che il complimento mi ha lusingata non poco. Certo… la Hamilton non è Martin. Perché volersi confrontare con lui, allora, e non accontentarsi? Per la semplice constatazione che avvicinarmi anche solo di sfuggita ad un mostro sacro qual è mi procurerebbe una soddisfazione immensa. O una cocente delusione nel caso in cui le distanze si dimostrassero ancora troppo ampie, è vero, ma sono sempre stata testarda ed il James di Martin non mi basta. Voglio di più. Sono una drogata delle cronache del ghiaccio e del fuoco. Ed anche di tea, ma ora non centra.

Invece, ahimè, questa sera ho prove, quindi adesso mi staccherò da questo monitor troppo luminoso e mi preparerò per andare a cena e poi fino a None, per scoprire quale sarà il mio ruolo in tutto questo.
No, non è scarso entusiasmo, recitare all’Alfieri è un sogno che ho accarezzato più volte, perdendolo un attimo prima del vederlo realizzato, però… però questa sera avrei voglia di scrivere.

Sono un’attrice in crisi. ;P

25 Marzo 2007

L’apprendista e l’assassino - X


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Sospira, chinando appena il capo e scuotendolo piano, atteggiando il volto ad una condiscendenza velata da una pazienza messa alla prova.
“Anche io possiedo di queste pessime abitudini, invero…”
Si inumidisce le labbra, tornando ad una postura completamente eretta.
“…sono i postumi di una cattiva educazione, temo.”

“Mi privi di ogni gratificazione… Speravo fosse colpa mia, in verità.”
Tenta di mantenere più a lungo la serietà raggiunta, ma è costretta nuovamente a capitolare, accentuando l’inclinazione della schiena nella chiara intenzione di sbilanciarsi.
Un gioco, solo un gioco, poi vi sarà tempo anche per la serietà e per quella risposta che non ha dimenticato e che desidera ancora.

La regge, per qualche attimo, in equilibrio; stufatosi del gioco, ben presto in verità, la riattirà a sè con una sorta di strattone.
“Mai detto che non lo fosse. Aggiungeremo anche questa al lungo elenco delle tue colpe…”
Tentenna, per qualche attimo, riflettendo sull’opportunità di completare la frase con le parole che gli erano giunte, originariamente, alle labbra; l’indecisione, nella volontà di non dar vita a lunghe pause, non può che essere, forzatamente, passeggera.
“…elenco che tua sorella pare non conoscere troppo bene, ho notato.”

L’idea di una lunga lista recante tutte le sue colpe la colpisce meno che non l’ultima parte della frase di lui: su quale argomento si è svolta la conversazione dopo che ha abbandonato la stanza? Dannazione, non sarebbe mai dovuta andar via!
Piccoli segni si formano tra le sopracciglia quando queste vengono corrugate, seguendo il percorso tortuoso dei penieri.
“Hai notato?”
Si limita a ripetere in tono interrogativo, rivolgendogli uno sguardo sospettoso.

“Già.”
Si concede uno sguardo circolare alla sala, una lunga occhiata che non vede assolutamente nulla, con il solo scopo di prendere tempo, guadagnare qualche attimo di pausa.
Le labbra, increspate da un sorriso appena soffuso, tornano ben presto a piegarsi, morbidamente, all’esigenza della parola.
“O intuito, sarebbe più corretto dire, dai numerosi rimproveri indirizzatimi per l’aver svegliato, nel cuore della notte, tutta una casa con urla disumane solo per dare una…”
Un’esitazione esagerata, squisitamente retorica.
“…dimostrazione eclatante quanto inutile.” e, sui due aggettivi, la voce si colora di una sfumatura appartenente a quella di Alissa, in una blanda imitazione apparentemente involontaria.
Lo sguardo torna, rapido, negli occhi di Vadania, improvvisamente carico della durezza spietata propria di un’ironia brutale.
“Una persona decisamente brillante, tua sorella. Se solo non traesse conclusioni tanto affrettate…”
Un sospiro di rammarico abbandona le labbra dell’assassino subito dopo le sue parole, sigillo impalpabile della sua spiegazione.

“Sa che sei stato tu? Non hai confermato i suoi sospetti, vero? Per gli dei, dimmi che non l’hai fatto…”
E’ una nota di pura angoscia quella che le sfugge dalle labbra: Alissa non avrebbe mai approvato che un individuo dal passato come quello di Lugaid frequentasse la loro casa, a maggior ragione dopo aver udito così bene le conseguenze del suo lavoro.
Fa per divincolarsi, una mano che sale a cingere la fronte.
“Alissa è molto più che brillante, se solo la smettesse di assomigliare così tanto a nostro padre potrebbe realizzare qualunque cosa”

Li ha confermati? Oh, sì che lo ha fatto.
“Credo sia così ferma nelle sue convinzioni da non aver bisogno di conferma alcuna.”
Scrolla le spalle con il medesimo gesto con il quale la scioglie dal suo abbraccio.
“E, in effetti, ha pienamente ragione.”
Una nuova pausa, studiata, lunga il tempo necessario per conferire il giusto peso alle parole che sta per dire.
“Quando dice che sono una persona pericolosa, intendo. Troppo pericolosa per starti accanto.”

Si volta a guardarlo, la mano che si stacca dalla fronte e si ferma a mezz’aria.
“Davvero? Ed io non lo sarei a sufficienza? Dimmi che la mia famiglia è in pericolo e consegnami un’altra dose di quel veleno, Lugaid, fallo e scopriremo ben presto chi di noi due è più pericoloso. Non ho scrupoli se è per una causa giusta, non dimenticarlo. Mai.”

Le posa l’indice destro sulle labbra prima che abbia terminato di parlare.
“Una giusta causa… quante remore morali.”
Si lascia sfuggire una risatina sommessa, cui seguono parole in tono pesante, grave più di quanto desiderasse.
“E’ più comodo che perseveri nelle sue convinzioni e non vi è bisogno che sappia tutto. Inoltre…”
Un sorriso torna a sfolgorare sulle sue labbra, mentre il tono si fa divertito, leggero.
“…in alcuni ambienti, potrebbe giovare ottimamente alla mia reputazione. Non certo un lavoro pulito, ma di grande effetto… al giorno d’oggi, si cerca più l’apparenza che la sostanza.”

“E più comodo per chi e, soprattutto, perché? Credi non sia in grado di accettare che la sua dolce sorellina si è dimostrata capace di un’azione come questa?”
Si lascia sfuggire una breve risata, giunta a proposito per celare il brivido che la percorre al solo ricordo.
“Non potrei immaginare causa migliore per la quale mettere mano al pugnale, o al veleno. Non rinnego quanto è accaduto”

Si lascia sfuggire un sorriso obliquo, che permane qualche attimo sulle sue labbra prima di sciogliersi in parole.
“Credo che, se sospettasse che io ho traviato la sua dolce sorellina, deciderebbe di farmi ammazzare il più in fretta possibile.”
Le parole sono cantilenanti, allegre, quasi insolenti, quasi come fossero pronunciate da una bocca diversa da quella appartenente al padrone delle mano che, ora, sta tornando a sfiorare il viso di Vadania.
“In ogni caso, non credi sia meglio non esasperare la sua capacità di sopportazione, per il momento?”

Allontana con la propria la mano di lui, rivolgendogli uno sguardo sgarbato.
“Ne parli come di qualcuno che ti accingi a raggirare… Non pensarci neppure. Se non altro perché non è così stupida da permettertelo. Piuttosto, accetta la nostra ospitalità per questa notte e immagina di poter dormire su un letto così soffice ogni volta che lo desideri, immagina di poter sentire quello stesso profumo e di svegliarti con quella stessa luce soffusa. ti sarà utile quando dovrai decidere tra una mano armata ed una disarmata.”
La voce si fa via via più suadente mentre le punte dei piedi divengono lentamente l’unico appoggio che si concede.

Esala un lungo sospiro, il volto atteggiato ad un’espressione di corrucciata rassegnazione palesemente esagerata. Quando torna a parlare, tuttavia, il tono è sommesso, carezzevole, le parole come un fluido denso e tiepido.
“Non posso dire di non apprezzare la ruvida schiettezza di un materasso poco più che comune, eppure, mia signora, la tua proposta mi alletta… Ah, mia madre mi diceva sempre di guardarmi dalle donne che offrono letti soffici e profumati. E, magari, anche tipiedi.”
Ed è un’occhiata profonda quella che, maliziosa seppur non lasciva, Lugaid scocca a Vadania; interpretabile a piacere, certo, ma non in molte declinazioni.
Eppure, quando le parole tornano a fluire dalle labbra dell’elfo, sono come stridio di vetri rotti, taglienti, crudeli, asciutte e graffianti.
“O, almeno, credo che me lo avrebbe detto, se non fossi stato venduto ad un uomo con una spiccata predilezione per i teneri, giovani elfi. Certo, c’è da dire che quel letto non era morbido, nè profumato, nè tiepido.”
Con un passo, scivola fuori dallo spazio di Vadania, il corpo che mantiene una postura morbida almeno quanto la mascella, serrata, gli rende difficoltoso parlare con il consueto tono di voce.
“Accetterò il tuo gentile invito, ad ogni modo.”
Un inchino, rigido, formale, quello di un servitore ad una nobildonna.

Deglutisce a vuoto, sentendo salire al volto un rossore che tenta di nascondere chinando il capo, ed è solo quando le parole di lui si spengono, come la fiammella della candela di cui resta solo l’acre odore del fumo, che giunge nuovamente a guardarlo, il capo che torna eretto ed una mano che si allunga in sua direzione, rigirando infine il palmo candido verso l’alto.
“Vieni, allora”
Lo invita, forse più esitante di quanto sarebbe opportuno e comprensibile.

Non proferisce parola mentre, con una lentezza che non è indolenza, solleva a sua volta una mano e la poggia, come si trattasse di sfiorare un delicato lavoro di cesello su foglia d’oro, sul palmo di Vadania. Il tempo di un respiro dopo, ha racchiuso la mano dell’elfa tra le dita, stringendo delicatamente.
Verrà, sì. Ma dove?

Passo dopo passo si muove all’indietro, trascinandolo nella sua stessa direzione senza che le proprie dita vadano mai a catturare quelle di lui. Quando la schiena si appoggia ad una delle porte è la mano libera che cerca la maniglia senza che lei stessa debba voltarsi. Uno scatto netto ed il lento persorso può proseguire.
Non c’è bisogno di spiegare a Lugaid dove si trovi.

Riesce a non deglutire a vuoto mentre segue Vadania, passo dopo passo, senza mai ridurre le distanze nè, tuttavia, lasciando che si dilatino. Mantiene lo sguardo, fisso, negli occhi di lei, utilizzando solo la visione periferica per orientarsi.
L’addestramento di una vita gli viene in soccorso per mantenere il respiro regolare e l’espressione impassibile, a meno di un leggero sorriso appena ammantato sulle labbra.

La stanza è quella che Lugaid già conosce, con l’ampio letto a baldacchino e pochi mobili ben disposti lungo le pareti perimetrali. Le tende sono richiuse, poiché la camera resta sempre pronta per la sua unica funzione.
Vadania prosegue verso il candelabro a sei braccia, indecisa se tentare o meno di liberare la propria mano, quindi, una volta raggiuntolo, prende una delle candele per poterla accendere alle fiamme del caminetto.

Scioglie, lentamente, la presa che trattiene la mano dell’elfa, senza tuttavia interrompere il contatto, nella precisa volontà di lasciarle la possibilità, se dovesse volerlo, di farlo lei stessa e riprendere possesso della sua estremità.
Rimane immobile, in attesa, lasciando scorrere lo sguardo attento lungo pareti e mobili ben conosciuti, evitando di proposito di soffermarsi sul baldacchino.
Il sorriso sulle sue labbra, inconsapevolmente, si allarga di una misura quasi impercettibile.

Ritrae la mano con la medesima lentezza di una carezza, voltandogli poi le spalle con una mezza giravolta prima di avviarsi verso il caminetto, la candela ancora tra le mani.
E’ solo quando vi si accuccia davanti, porgendosi perché lo stoppino possa prendere fuoco, che le sue labbra si schiudono dando spazio a parole che sembrano voler accompagnare lo scoppiettare delle fiamme.
“Non vuoi metterti comodo? Il sole è tramontato da parecchio tempo, ormai”

Silenzioso, felpato, si muove elastico dietro la sua preda, accucciandosi alle spalle di Vadania, le gambe sufficientemente allargate da consentirgli di avvicinarsi. Il contatto inizia, leggero, dalla schiena, entrambe le mani, giunte, che si appoggiano in corrispondenza della colonna vertebrale; un centimetro dopo l’altro, i palmi si poggiano e si spostano, scivolando, sui fianchi dell’elfa. Le mani indugiano, per qualche attimo, sulle anche di Vadania e quindi, superatele come avessero scavalcato la cime di due montagne, procedono più rapide sul suo ventre, andandosi ad intrecciare all’altezza dell’ombelico, immobili.
E’ in quel momento che le labbra, fattesi impudentemente vicine, le si poggiano leggere sul collo, muovendosi piano in una carezza che è, al contempo, tiepida e morbida. Un fuggevole attimo dopo, il contatto è interrotto e le labbra si sono portate in prossimità dell’orecchio per liberare i suoni che custodiscono, leggeri, appena arrochiti, al di sopra della soglia dell’udibilità.
“Temo di non avere i miei bagagli, con me. Inoltre, ritengo spetti alla padrona di casa il diritto di mettersi comoda, per prima.”

Immobile, senza sapere come comportarsi, lascia che la clessidra si liberi di un numero indefinibile di granelli di sabbia prima di posare una mano a terra, quasi avesse bisogno di uno slancio per potersi rialzare. Sorride forzatamente nel raggiugnere il candelabro per spartire tra tutti i lumi il fuoco raccolto, testimoniando la crescente tensione che la coglie.
Si sta prendendo gioco di lei? Sicuramente, la sta mettendo in difficoltà per cibarsi del piacevole sapore della provocazione e, dannazione, ci sta riuscendo alla perfezione.
“Manderò un servitore perché possa prenderti qualcosa di adatto. Abbiamo ancora gli abiti di mio padre…”

Si sposta pigramente, senza seguire un percorso rettilineo, rendendo indefinibile la propria meta finale. Giunto in prossimità del bordo del letto, gli volge le spalle con un mezzo giro e vi si lascia cadere seduto sopra, le mani all’indietro a sostenere una posa appena reclinata.
Arriccia le labbra, inspirando a fondo, senza curarsi di nascondere il dubbio nella voce.
“Gli abiti di tuo padre…?”
Solleva e riabbassa le spalle con un movimento che ne distende anche i tratti del viso.
“Come ritieni meglio.”
Volta poi il capo, di lato, spostando lo sguardo su una delle mani che ha posato sul letto, inerte sostegno al proprio peso.

Andò lei stessa, lasciandolo solo per qualche tempo, fino nelle stanze di suo padre, per prendere quanto occorreva loro: un paio di comodi pantaloni ed una casacca morbida che non recasse disturbo durante le ore notturne.
Uscire da quegli alloggi le costò non poco, carichi com’erano di mille ricordi, eppure non poteva permetersi di indugiare, non in quel momento. Il corridoio risultò buio e vuoto mentre lo percorreva a passo svelto, guardando diritto davanti a sé. Una volta tornata da lui non aveva fatto altro che consegnargli l’involto prima di ritirarsi in una piccola stanzetta adiacente, così da cambiarsi a sua volta. Eccoci, dunque, giunti al tempo presente.

Spesso, nel pensare ad un combattente, si pone l’accento tra il rapporto empatico che si crea tra questi e le sue armi. Un prolungamento del braccio, un’estensione di sè, quasi un arto sensibile.
E’ giusto, ovviamente. Le armi, le spade, i pugnali, gli aghi avvelenati, gli archi, le frecce, le balestre, persino le fionde debbono essere familiari, ad un Assassino, quanto le sue stesse dita. Non che queste ultime, di per sè, non siano qualificabili come armi, ovviamente.
Quasi nessuno, tuttavia, pensa alle vesti. Eppure, come chiunque abbia intrapreso la Libera Professione da un tempo ragionevole per poter esibire la propria stessa vita come un vanto non fa mistero di sapere, ciò che si indossa è altrettanto importante di ciò che si adopera come arma.
Una seconda pelle, una protezione ed assieme un ostacolo, una veste dev’essere esplorata a fondo, conosciuta, posseduta in ogni sua cucitura, ogni sua giunzione. Questo, incidentalmente, è il motivo per cui i Liberi Professionisti tendono a vestirsi sempre con lo stesso modello d’abito; più che mancanza di fantasia o di cura, è attaccamento alla vita e meticoloso puntiglio.
Padroneggiando in tal modo i propri vestiti, Lugaid non impiega che qualche attimo per liberarsene, lasciando correre le mani, veloci, in gesti essenziali e meccanici, ripetuti un numero di volte così elevato da rendere inutile l’assistenza degli occhi. Rivestirsi, ovviamente, non richiede, alla clessidra, un dispendio molto maggiore di granelli di sabbia; infilarsi un paio di pantaloni morbidi ed una casacca comoda non è certo un’operazione difficoltosa, cosicchè qualche attimo può essere dedicato ad un’attenta sistemazione delle proprie vesti che, piegate accuratamente, finiscono poggiate su una sedia.
Un sospiro precede la lunga occhiata che Lugaid rivolge a sè stesso, trovandosi, nel complesso, sopra la soglia dell’accettabilità. Dopo un breve attimo di esitazione, decide di scostare le coperte del lato destro del letto e di iniziare a saggiare la tanto vantata morbidezza del materasso, seduto, piuttosto rigidamente, la schiena poggiata alla testiera e le gambe che si intrufolato sotto le coltri.
Una veloce occhiata, il labbro inferiore intrappolato tra i denti, e Lugaid si concede di scivolare verso il basso, rannicchiandosi in posizione fetale sotto le coperte, gli occhi chiusi, lasciandosi avvolgere languidamente dalla morbidezza e dal profumo, misto, di pulito e di Vadania.

20 Marzo 2007

I binari del treno


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Mi capita spesso di passare sul ponte che sovrasta i binari della ferrovia. Un palo alto e verde grida la sua tarda età attraverso la ruggine che ha piano piano mangiato il colore originale, un bel grigio antracite del quale non resta che il ricordo; è lo stesso grigio corroso del cartello che vi è stato appeso, un angolo ormai piegato chissà quando e chissà perché. Stazione di Porta Nuova, sempre dritto, avvisa, smistamento, girare a destra.
Smistamento.
Leggo e respiro a fondo, sentendo una voglia irrefrenabile di raggiungere anch’io quel luogo nascosto ed immaginato, pronta ad andare oltre, ansiosa di varcare una frontiera.

15 Marzo 2007

Quando le cose davvero non vanno


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- quando apri gli occhi prima del trillo della sveglia

- quando devi andare a lavoro

- quando esci da lavoro e scopri di non avere addosso abiti adatti alla temperatura

- quando scendi dal pullman tre fermate prima per andare al supermercato e questo è chiuso

- quando arrivi a casa, apri il frigo e trovi dentro solo un panetto di burro da 250 grammi

- quando chiami il primo automunito della tua famiglia dicendogli che forse è il caso di fare la spesa e ti dice che sta facendo altro perché “ha promesso” (La prossima volta che mi verrà segnalata un’eccessiva magrezza chiederò una promessa anch’io… magari funziona per evitare il digiuno…)

- quando chiami il secondo automunito e ti dice che è già andato a comprare acqua e biscotti. Acqua, biscotti ed un panetto di burro… peccato Enrico VIII sia già morto, se no avrebbe cambiato stato di famiglia pur di sedere alla nostra tavola.

- quando chiedi di continuare un discorso che già sai non ti piacerà ed in effetti non ti piace

- quando il tuo forse ragazzo ti dice che è abituato a non vederti

- quando il tuo forse ragazzo deve andare in aereoporto prima che tu riesca a dirgli che le voci corrono

- quando ti senti uno zerbino e sai di essere meglio di così

- quando ti trovi a singhiozzare e non sai bene perché

- quando esci, amichevlmente, il venerdì con A. il sabato con B. e la domenica con C. e non solo non ne hai voglia, ma non sai neppure come definire la situazione

- quando devi pensare a cosa scrivere e cosa no sul tuo blog personale

- quando non sai che esami dare perché non ti hanno ancora consegnato il libretto

- quando il tuo progettato fine settimana alle terme si sgretola sotto i tuoi occhi perché causa motivi finanziari la tua amica ti ha dato pacco… e non puoi neppure prendertela

- quando senti che la tua laurea non servirà a nulla

- quando sei affetta da fame nervosa ed hai solo un panetto di burro

- quando ti iscrivi ad un forum ed aspetti per troppo tempo la mail con la password ed infine rinunci

- quando accedi sul tuo sito e scopri di aver perso i privilegi da amministratore 0_o

- quando hai troppi progetti e ti sembra di non concretizzare nulla.

Marica è brava, Marica è intelligente, Marica è bella, Marica ha talento… Marica è stufa. E stacca la spina.

14 Marzo 2007

L’apprendista e l’assassino - IX


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Abbassa le mani in un sospiro, un sopracciglio appena inarcato ed un’aria di stanca condiscendenza sul volto.
“Siete crudele, sapete.”
Alza le spalle, adagiandosi nuovamente contro lo schienale. Si inumidisce le labbra, prima di tornare alla parola.
“Tuttavia errate, se mi credete in possesso della facoltà di placare il suo animo.”
Si concede un sogghigno divertito, rapido come il ricordo di eventi non troppo remoti.
“Di norma, anzi, sembra che io la esasperi oltremodo.”
Esala ancora un sospiro, voltando pigramente il capo verso la porta. Quanto tempo lasciar passare, prima di raggiungerla? Come conciliare l’esigenza di abbracciarla, subito, con quella di spiegarle, di calmarla, di non saperla adirata con lui? Il labbro inferiore viene eletto a capro espiatorio e tormentato dai denti sull’onda di simili dubbi.

“Vadania è giovane ed impulsiva, voi siete adulto, Lugaid. Se lei non è in grado di compiere la scelta adeguata siate voi tanto saggio da prenderla per entrambi.”
Il cameriere posa il vassoio sul tavolino, venendo congedato con un grazioso cenno della mano: avrebbe pensato lei agli onori di casa. Quella che stava per essere pronunciata non era una conversazione adatta ad altre orecchie se non quelle dei due interlocutori.
“Torno a ripetervi che non apprezzo frequentiate mia sorella. E’ più influenzabile di quanto non sembri, ed è impulsiva. Avete scelto un gesto tanto eclatante quanto inutile, se solo aveste aspettato…”
Si lascia sfuggire un lungo sospiro, cuotendo poi il capo come per allontanare pensieri ormai inutili.
“Siete certo di non volermi tenere compagnia con una tazza di tea?”

“Consideratela un’inutile e sciocca prudenza. Una sorta di vizio professionale.”
Accompagna le parole con un cortese gesto di diniego, per poi tornare a portare le mani a sè, ferme.
“Neanche voi siete adulta, mia lady. Non abbastanza da attendere di avere un quadro completo prima di trarre ogni possibile conclusione, quantomeno.”
Sorride, alzandosi con finta pigrizia, palesando un’immaginaria fatica. Una volta nuovamente eretto, dedica qualche attimo al ripianamento di pieghe inesistenti nel tessuto della veste, silenzioso.
Lui avrebbe scelto? Ah, ma andiamo. Un professionista, far urlare tanto a lungo la sua vittima? Suvvia, non siamo ridicoli, non può fare a meno di pensare l’elfo. E le altre vite, spente in fil di spada? Ed il governatore?
Un sospiro ed un leggero dondolio del capo pongono fine a quella sequela di pensieri seccanti; lord Ember, lui sì che sapeva come comportarsi: commissionava l’informazione, la riceveva, la pagava. Puntualmente, regolarmente e senza intromettersi.
Un’occhiata, silenziosa, alla porta; quanto può essere adirata con lui Vadania?

Solleva la propria tazza, portandola alle labbra senza prenderne alcun sorso.
“Può darsi. Ma lei non è per voi. Non voglio che si accompagni a qualcuno di… pericoloso. Convenite di esserlo?”

“I vostri timori sono più che comprensibili. I vostri ragionamenti corretti.”
Per un solo, fugace attimo, è l’assassino ad affiorare sulle labbra di Lugaid in un sorriso gelidamente inespressivo, atono ed incolore.
“Non sono disposto ad andarmene.”
Una frase degna di un proclama, pronunciata con il tono piatto delle constatazioni banali, marginali.
Volta le spalle e si incammina senza aggiungere nient’altro, la mente già rivolta a problemi più grandi ed importanti: come scusarsi con Vadania? Bussare od entrare? In che modo tentare di parlarle?

“Perché?”
E’ solo la sua mano a postarsi, poggiando la tazza lì dov’era adagiata fino a poco prima, la voce tagliente di chi non ama esser contraddetto.
Le è rimasta solo Vadania, rappresentava tutto il suo mondo e non è disposta a saperla in pericolo lungo ogni passo della sua vita. Se sarà necessario sbatterà fuori da casa propria quel tronfio pseudonobile che intende imporre la sua volontà senza averne il diritto.

Si ferma, con un sospiro, quando è ormai giunto all’altezza della porta. Si appoggia con una spalla allo stipite, senza tuttavia voltarsi, scegliendo di parlare dando le spalle alla propria interlocutrice.
“Non è la domanda corretta, ma risponderò ugualmente. Perchè Vadania mi ha dato un motivo per non partire. Perchè Vadania è il mio motivo per non partire.”
Volta il capo di tre quarti, a sfiorare con il campo visivo Alissa.
“Perchè ho promesso.”
Si stacca, indolentemente, dallo stipite; spingere la porta e varcare la soglia sono parte di un solo movimento, rapido seppur non frettoloso.

“E’ arrabbiata con me, non con voi… le passerà. Tuttavia, riflettete su quanto ho detto…”
Le parole lo raggiungono con la sfumatira rara di chi è perfettamente sicuro di se stesso e sa che il destino, prima o poi, finirà per dargli ragione. Il rumore di una carrozza sul selciato disturba la quiete della stanza con insolita impertinenza. Vadania, non può essere che lei ad aver scelto quel percorso.

“Voi siete nel giusto.”
Le ultime parole, lasciate scivolare dalle labbra mentre già esce dalla stanza, muovendosi a passi rapidi lungo il percorso compiuto per giungere in quel punto della casa dall’ingresso, con la sicurezza che gli deriva dalla memoria.
E’ solo una volta giunto all’ingresso che una veloce occhiata gli rivela tre o quattro servitori incuriositi dall’insolita presenza che divengono ben presto interdetti, quando Lugaid si rivolge ad uno di loro domandando, in un tono carezzevolmente vellutato se Vadania abbia lasciato detto la sua destinazione.
Villa Vanquilosse.
Sotto gli occhi, ora esterrefatti, dei servitori, lo sconosciuto in nero si lascia andare ad un lungo sospiro, massaggiandosi lentamente le tempie.
Villa Vanquilosse ed Honderyll.
Repentinamente, Lugaid si volta per dirigersi verso l’ingresso subito dopo aver mormorato a mezza voce un ringraziamento; salire sulla carrozza e dare ordine di essere riportato, immediatamente, in città, è qualcosa che gli costa più di quanto non lasci trasparire alla solitudine che gli fa da compagna.
Bah.

Trentaquattro è il numero di passi necessari a coprire l’intero perimetro della sua stanza. Trentaquattro ripetuto per un’intera mattinata quando può fornire come risultato? Troppo, decisamente troppo. Eppure non può impedirsi di continuare, irrequieta, a percorrere quello stesso tragitto per l’ennesima volta. Il giorno precedente aveva raggiunto Honderyll, quasi vergognandosi per la sua intrusione, aveva passeggiato sola per il parco ed aveva colto qualche rosa prima di rientrare a palazzo ad un’ora confacente ad una persona arrabbiata qual era senz’altro. Eppure qualcosa sembrava mancarle, compagna della voce che le suggeriva insistentemente una domanda che avrebbe fatto meglio a non porsi: perché non l’aveva seguita? Ricorda perfettamente di aver pronunciato a voce alta e chiara la sua direzione, chiunque avrebbe potuto udirla; come se non bastasse era passata sotto la finestra di Alissa con andatura spedita e conseguente rumore. Perché, allora, non l’aveva raggiunta?

Un pittore qualunque, di quelli che sopravvivono modestamente vendendo il frutto della loro opera ed impartendo qualche lezione a giovani facoltosi, appena alzato si preoccuperebbe di un numero piuttosto limitato di cose: tele, colori, luce, umore.
Da quella che appare una semplice addizione puo` infatti scaturire l’arte. O l’Arte, se l’illuminazione sostiene il nostro, appena sveglio, artista.
Helian, il pittore giunto da poco in citta`, parimenti si cura di ben poco; e`, ora, al termine della mattinata, all’ultimo piano della propria casa, una stanza ampia in una penombra appena accennata, il pavimento coperto da un fine strato di segatura che si appiccica ai piedi nudi ed alle vesti, quando queste vengono a contatto con il terreno. Non si sta, tuttavia, occupando di pittura, ma, come spesso gli capita, di disegno. E di un disegno ben bizzarro, per di piu`.
Traccia nell’aria linee sottili e veloci come scrivesse, alla moda antica, su una tavoletta con uno stilo; o con due, dato che due bastoni regge, uno per mano. Sono, questa sorta di attrezzi, lunghi piu` o meno quanto una spada, sebbene il loro peso sia di gran lunga superiore, ed esattamente come una spada vengono adoperati, fendendo e tagliando, in un esercizio che, forse per la complessita`, forse per la durata, forse per il dispendio energetico che comporta, ha gia` generato rivoli non troppo sottili di sudore che brucia negli occhi dell’elfo, gli appiccica i capelli alla fronte e le vesti, fastidiosamente, al corpo.
Un momento di stasi, in equilibrio sulla gamba destra, la sinistra raccolta, i bastoni paralleli al terreno, verso destra; di nuovo lo scatto, il sibilo dell’aria offesa, un salto, ed un mulinellare apparentemente casuale, gestito da una mente che lavora, attenta, dietro ad un’espressione che pare di cera per quanto e` immutabile ed insensibile al cambiamento.
La porta, al piano terra, e`serrata; a quanti potrebbero far osservare che la presenza di qualcuno viene, in verita`, tradita da un certo profumo di stufato che esce da una finestra accostata e da una sorta di disordine ancora pregno di attivita` ben visibile dalla finestra, sarebbe fin troppo facile rispondere che e` Helian, il pittore, ad essere fuori casa. Non il senza nome, non l’Assassino.
Non Lugaid.

Non avrebbe fatto nulla, sarebbe rimasta chiusa nel suo piccolo mondo fatto di pennelli e pittura per tutto il giorno, trovando il modo per passare il tempo ed evitare di pensare a quanto stava accadendo.
Non agire, non fare nulla, non lasciarti guidare dall’impulso, continua a ripetersi pennellata dopo pennellata di quello che è ormai diventato un orribile quadro senza significato.

Ogni trasformazione, ogni nuova identità, ogni nuovo nome trasfonde qualcosa di sè in Lugaid; è sicuramente per questo che l’elfo è rimasto incantato, quasi ipnotizzato, davanti alla finestra, osservando le nuvole incendiate di rosso dalla luce bassa di un sole che si avvia a morire, spandendo sangue su ogni profilo sfiorato dai suoi raggi.
Morbide curve, intrecci di rosso su rosso, una fitta cascata fulva che incornicia due occhi verdi… occhi verdi?
Lugaid scuote rapidamente la testa constatando, con un sospiro, come sia inutile combattere contro i propri stessi desideri. Reprime una risata di scherno a sè stesso e si caccia le mani nelle tasche; un attimo dopo, sale i gradini a due a due, per raggiungere la propria stanza e cambiarsi d’abito.
Chissà se una visita serale è considerata educata?

Spostare i mobili non è difficile quando si ha a disposizione uno stuolo di servitori, lo è invece di più il ricordare i movimenti fatti tempo addietro e per una sola volta, ripetendoli meccanicamente, con velocità che si fa via via più elevata e fluidità tale da risultare quasi frutto della massima naturalezza.
I capelli rossi, baluginanti di riflessi dorati, danzano alle sue spalle raccolti in una lunga coda di cavallo, poche ciocche che aderiscono alla fronte a causa della fatica.
I piedi nudi vengono appena sfiorati da morbidi pantaloni neri, che proseguono con una camicia ampia e candida, legata in vita perché non le dia fastidio.
Serve a non pensare? Sì, serve.

Blu.
Un blu talmente scuro da falsare l’idea di linee e contorni, rendendo impossibile distinguere con chiarezza i contorni del corpo dell’elfo in movimento tra la folla che, come di consueto, ingombra le strade, di sera.
Perchè ha scelto il blu, poi? La domanda gli sorge spontanea, mentre si accomoda in una carrozza presa a nolo, subito dopo aver comunicato la sua -prevedibile- destinazione al conducente. Perchè il blu? E quanto mai guadagnerà un vetturino, con tariffe così sorprendentemente simili alle sue? Eppure, lui dovrebbe avere costi di gestione più alti…
Improvvisi, sono due altri colori a spazzare dalla sua mente simili pensieri: il rosso ramato ed il verde, smeraldo. Vadania.
Con un sospiro, passa tutto il tempo del viaggio a tormentarsi il labbro inferiore, riflettendo sulle parole da rivolgerle.
Ecco, le guardie all’ingresso. Il piazzale. La ghiaia sotto i suoi piedi. Un saluto cortese; dove si trova Lady Vadania Ember?

Uno, due, tre. Come si era spostata la gamba di Lugaid? Lasciando che si piegasse morbidamente o sostenendola e fendendo l’aria come la stesse attaccando?
Uno, due, tre, quattro, ancora lo stesso movimento, ogni volta con piccole variazioni fino a raggiungere la perfezione.
Nulla, in quel momento, avrebbe potuto spezzarne la concentrazione.

Il modo di fare di chi da per scontato che una sincera cortesia non possa trovare un rifiuto, il trovare parole pacate per domandare, un’inespressività grave, rotta solo da occhi che scintillano di un’intensità quasi ferina, animale.
O forse solo fortuna.
Sta di fatto che Lugaid è condotto, rapidamente, a quella che era la sala d’armi della casa, illuminata fiocamente da un numero di candele tale da sembrare studiato appositamente per generare una sottile penombra, quasi uniforme in tutta la sala, eccettuate le pozze di luce delle candele.
Occhi chiusi, il respiro armonizzato con il movimento, gesti intensi, carichi di intenzione, ripetuti; Lugaid si accorge di trattenere il respiro solo quando esala un lungo sospiro, per poi tornare ad inspirare avidamente aria.
Non parla, non si muove neanche, si limita a rimanere appoggiato allo stipite, le braccia conserte ed i piedi incrociati, ritagliandosi preziosi attimi per osservarla; Vadania.

Il rumore dei passi sul pavimento, l’atterraggio da alcuni salti inaspettatamente armonici per chi aveva asserito di non avere alcuna preparazione, tutto si sussegue in un silenzio quasi ovattato, come di colui che non solo gioca con i limiti del proprio corpo ma cerca di farlo senza generare il minimo rumore.

Palesarsi? O continuare, indulgere in quel piacere sottile, ombroso, fugace?
Crogiolandosi in un’indecisione che è, in verità, una scelta, Lugaid continua ad osservare Vadania come se volesse coglierne ogni più sottile tensione muscolare, sfiorandone il corpo con sguardi attenti, accarezzandone le linee ed accompagnandone i movimenti con il solo tocco, impalpabile, degli occhi.
E’ durante un momento di stasi che decide di mettere alla prova la sua concentrazione, un attimo durante il quale Vadania sia ferma, immobile. Basta un solo colpo di tosse, deciso, per saggiare la sua concentrazione.

Completamente avvolta da una bolla di tranquillità capace di traportarla in un mondo parallelo, offuscandone i sensi nella dimensione reale, Vadania pare non accorgersi del rumore prodotto da Lugaid o, forse, lo confonde con uno dei suoni che sono soliti provenire dalle stanze circostanti.
Una mano tocca il pavimento di legno.
Aiutato dalla flessibilità del materiale il corpo sembra avere naturale slancio mentre si libra leggero nell’aria un tempo al suo fianco, ricadendo sulle gambe ripiegate quasi fino ad accucciarsi al suolo.

Lugaid sospira, chiudendo gli occhi per un attimo. Si lascia, poi, lentamente, scivolare al suolo, la schiena appoggiata allo stipite e lo sguardo fisso su Vadania.
Un sorriso corre ad incurvargli le labbra quando scopre, in quella situazione, una certa specularità, una somiglianza sconcertante. Dovrebbe alzarsi, parlarle? Fra poco, fra un attimo; in fondo, che male può fare qualche altro respiro di tempo rubato per guardarla, per ammirarla?
Sospira, passandosi una mano sul volto; probabilmente Alissa ha ragione.

Un piede che scivola, un ginocchio che tocca terra con un suono tutt’altro che delicato ed il viso che si atteggia ad una smorfia che da poco spazio all’immaginazione.
Quando un occhio si sochiude non vi è il tempo di fare altro che di scattare all’indietro, nuovamente in piedi, nuovamente vigile.
“Tu?”
Gli chiede, senza trattenere una nota di risentimento.

Richiama le gambe, abbracciandole. Con un sospiro, appoggia il mento alle ginocchia, socchiudendo appena gli occhi.
“A quanto pare.”
Rimane in silenzio qualche attimo, senza accennare a muoversi. Prende poi un ampio respiro, come fosse la rincorsa per un salto, rinunciando solo all’ultimo momento, le parole che gli si strozzano in gola, dolorosamente.
Che cosa le passerà per la mente? Come dirle che la sua sola esigenza è, ora, abbracciarla? Rimane silente, senza staccare lo sguardo da Vadania.

“Bhe?”
Si terge la fronte con una delle maniche, sollevando il braccio fino a renderlo possibile.
“Non hai ancora smesso di intruffolarti nelle case altrui? Devi dirmi qualcosa?”
Abbasa lo guardo sul proprio ginocchio, piegando e distendendo la gamba più volte mentre cerca di riportar alla normalità i battiti del proprio cuore.

Il movimento è lento, apparentemente, seppur del tutto armonico; le braccia che si sciolgono dal loro cingere le gambe, le mani che si appoggiano per terra ed aiutano le gambe. In poco più di un respiro, Lugaid è nuovamente in piedi e decide di parlare solo dopo un profondo sospiro.
“Ho chiesto permesso.”
Si avvicina lentamente a Vadania, coniugando movimento e parola in un’unica fluida espressione.
“E sì, ho qualcosa da dirti; o da chiederti…”
Si morde il labbro inferiore, fermandosi quando è giunto alla distanza di un passo e mezzo da Vadania.
“Ma, prima, c’è una cosa. Prima di scusarmi, prima di sentire il tuo bruciante sarcasmo o il tuo disprezzo. Prima di dirti perchè ieri non ti ho seguita. Una sola cosa.”

Inclina lateralmente il capo, indecisa se allontanarsi o meno, incerta su cosa fare e su cosa dire. Infine, lottando con se stessa per mantenere l’immobilità, annuisce, gli occhi fissi nei suoi mentre ne attende le parole con inaspettata trepidazione.

Si avvicina, coprendo la distanza in un solo passo, fluido nella misura in cui non è rapido.
Le mani si poggiano sui fianchi dell’elfa, scorrendo poi sulla schiena, intracciandosi in un abbraccio che non vede parola, nè ritrosia per le condizioni in cui Vadania si trova, dopo l’allenamento.
Lugaid poggia il mento sul capo dell’elfa, immobile, poi, limitandosi a mantenere l’abbraccio. Sì, ora sì. Respiro dopo respiro, adesso può sentire i suoi pensieri farsi nuovamente lucidi, nuovamente taglienti, affilati.
Sospira, a lungo e tenuamente, lasciando che le spalle si rilassino e cadano nuovamente verso il basso, che la fronte si ripiani nuovamente, che le palpebre si abbassino lentamente.

Si irrigidisce, senza poterne spiegare il motivo, prima di appoggiarsi a lui e rilassarsi via via che la sabbia scivola lentamente oltre il restringimento della clessidra.
Deglutisce a vuoto, gli occhi chiusi mentre si chiede cosa stia per dirle.
Il respiro fatica a tornar regolare, forse a causa dell’allenamento estraneo ai suoi standerd o forse per la sua sola vicinanza.

Lugaid si ritira nel silenzio e nell’immobilità di pensiero; c’è qualcosa di stranamente confortante nell’indolenza, nel permanere passivamente, in modo stupefatto, nella medesima condizione, senza agire per cambiarla.
Estende, quindi, i suoi sensi per pura inerzia; percepisce il respiro di lei, la sua presenza contro il suo stesso corpo, il dilatarsi ritmico del suo petto contro il proprio, i suoi capelli contro la pelle del collo.
Non ha idea di quanto tempo sia esattamente passato da quando si scioglie dall’abbraccio, facendo un passo indietro per tornare a riportare una qualche distanza tra loro.
“Bene. Ieri non ti ho seguita. Mi hai lasciato solo con tua sorella -persona interessante, per altro- e te ne sei andata… Siete molto simili, in fondo. Quando venite contrariate, reagite con la medesima stizza.”
Tace, consapevole di aver, forse, dato il via ad un litigio furibondo.
Dovrebbe iniziare nuovamente a lavorare, per svagare la mente.

Si porta le mani alle braccia, come avesse improvvisamente freddo, e gli lancia uno sguardo obliquo senza celare la propria diffidenza.
“Non capisco dove tu voglia arrivare”
La voce risulta meno ferma di quanto vorrebbe, ed è solo dopo essersi schiarita la gola che torna a parlare cercando di infondere sicurezza alle proprie parole.
“Non mi hai seguita, lo so, me ne sono accorta. Ed io e mia sorella siamo simili quanto la notte ed il giorno, posso garantirtelo…”

“Non direi.”
Si lascia sfuggire un sogghigno divertito.
“Tu sei scappata quando lo scontro verbale è arrivato al suo apice, lei si è piuttosto stizzita quando le ho detto che non ti avrei lasciato perdere…”
Scrolla le spalle.
“Ma suppongo che tu abbia ragione. Io sono cresciuto come figlio unico, in effetti.”
Sospira, lasciando affondare le mani nelle tasche dei pantaloni ed esitando qualche attimo.
“Vuoi sapere perchè non ti ho seguita o preferisci che prima ti racconti il motivo per il quale ieri sono venuto qui? A meno che Honderyll non ti abbia già informata, è chiaro…”
Si morde il labbro inferiore, scrutando con una lunga occhiata l’elfa.
“O forse prima preferisci cambiarti d’abito?”

Abbassa lo sguardo sulla sua stessa persona, allargando le braccia nell’osservarsi per poi portarle nuovamente verso l’alto così da permettere alle mani di posarsi sui capelli ormai del tutto indomati.
“Sono impresentabile…”
Chiude gli occhi per un istante, sospirando.
“D’accordo, non impiegherò molto. Nel frattempo potresti…”
Si guarda attorno, come se stesse cercando un adeguato suggerimento.

Una battuta volgare quanto rapida a venire alle mente viene soffocata in un colpo moderato di tosse, subito seguito da poche parole.
“Non mi formalizzo eccessivamente, Vadania. In ogni caso…”
Sospira, preparandosi mentalmente ad un’attesa che teme decisamente lunga.
“…indicami dove aspettare, sarà più che sufficiente.”

“Non mi piace l’idea di saperti gironzolare per casa, Alissa rientrerà presto.”
Piega le labbra in una smorfia pensosa, per poi limitarsi a riportarle alla normalità accompagnate da una scrollata di spalle.
“Vieni con me, potrai aspettarmi in camera. Come ho detto, non impiegherò molto.”
Si avvia a passi rapidi verso la porta, voltandosi una sola volta per accertarsi di essere seguita.

Inarca le sopracciglia, limitandosi ad annuire leggermente, prima di mettersi in movimento.
Nella sua camera? Reprime un sorriso, immaginando l’espressione di Alissa nel trovarlo non in giro per casa, con in mano una tazza di tisana, ma nella stanza di Vadania, in attesa.
Si appresta dunque a seguire l’elfa, scegliendo di parlare solo qualche attimo dopo aver varcato la soglia.
“Niente male. Desideri continuare gli allenamenti?”

“Mi sono sempre tenuta in esercizio. Ora ho solo… modificato quanto ritenevo sufficiente in precedenza.”
Le scale salgono comode, adatte ad essere percorse con abiti complesi tanto nella confezione quanto nel portamento, segite da un corridoio delimitato a destra dal parapetto che affaccia sulle scale stesse e, infine, dopo un nuovo corridoio la cui ampiezza è severamente controlalta dalle altere figure appese alle pareti, una porta che Lugaid già conosce: quella che conduce agli alloggi di lei.
Abassa la maniglia con grazia, precedendolo all’interno non senza una certa inquetudine.
“Ecco, puoi restare qui…”
Quasi non gli da il tempo di rispondere che la sua figura si è già dileguata oltre una nuova porta, bianca e con ornamenti rossi ed oro.

Si capisce che sei davvero ricco quando, invece di avere una stanza da letto, hai degli appartamenti. Appartamenti dotati, incidentalmente, di un numero di stanze più alto di quello dell’intera casa di un povero assassino.
Che pensiero stupido, non può fare a meno di pensare Lugaid mentre si lascia cadere su una delle comode poltrone di cui è dotata l’anticamera; dopo qualche attimo, non soddisfatto, si alza e la ruota, in modo da poter tenere sotto controllo, contemporaneamente, la porta dietro la quale è scomparsa Vadania e la porta d’ingresso.
La sua esperienza in fatto di donne è piuttosto limitata, si trova a constatare. Sa, naturalmente, che in genere le loro anche possiedono un’escursione maggiore di quelle maschili e non è così sciocco da pensare che, dopo un adeguato addestramento, non possano divenire Professioniste competenti.
Tuttavia, pur scavando nelle proprie conoscenze, non è in grado di determinare quanto Vadania potrà impiegarci, se esclude, com’è ragionevole fare, le chiacchiere da taverna che vogliono il “non molto” femminile uguale all’”interminabilmente troppo” maschile.
Sospira, appoggiandosi allo schienale, le braccia incrociata; l’unica cosa da fare è attendere.

L’acqua fredda le fa venire la pelle d’oca mentre si immerge nella vasca da bagno. La stufa posta lì accanto libera nell’aria un po’ di calore ma non è in grado di scaldare una tale quantità d’acqua in tempi tanto brevi quando quelli che Vadania considererebbe accettabili.
Se non altro non potrà cedere alla tentazione di attardarsi, si trova a pensare tappandosi il naso prima di immergersi completamente.
Riemerge quasi con un grido, portandosi le braccia attorno al corpo come per trattenere un po’ di calore corporeo. Se andrà avanti così finirà per predere un malanno.
Tracorrono pochi minuti prima che i suoi piedi posino nuovamente sulla stoffa adagiata a protezione del pavimento, ed altrettanti le occorrono per asciugarsi e spazzolare i lunghi capelli, ora di una tolità tanto scusa da sembrare quasi corvina. Non c’è tempo per asciugarli, meglio raccoglierli e fissarli sul capo, così da non bagnare il retro dell’abito che sta per indossare.
Il bordeaux le ha semrpe donato, le era stato detto, chissà se si trattava solo di fandonie…
La porta si apre lentamente, lasciandola sbirciare da una fessura.

Se si avvede che la porta è stata aperta non fa nulla che lo dimostri, escludendo ogni movimento che non sia finalizzato a respirare o a spostare lo sguardo, alternativamente tra le due porte.
Se Vadania è già pronta, ha fatto in fretta, in effetti.

La fessura della porta si fa via via più ampia, consentendole di uscire allo scoperto. L’incarnato sembra ancora più pallido a causa del freddo, e lei stessa pare non nascondere il desiderio di calore avvicinandosi al caminetto con la massima rapidità che la cortesia le consente.
“Ti sei annoiato?”

Si prende tutto il tempo di un lungo attimo per osservarla con attenzione, prima di rispondere con voce pacata, priva di particolari intonazioni.
“Direi di no… sei stata piuttosto celere.”
Accavalla le gambe, sempre a braccia incrociate, comodamente appoggiato allo schienale della poltrona.
“Persona interessante, tua sorella…”
Lascia in sospeso la frase per qualche attimo, come seguendo un filo di pensiero inesprimibile.
“Dalle idee molto chiare e ben precise.”

Si volta, visibilmente preoccupata: “E’ stata qui?”
Le mani si allungano tentennanti verso il caminetto, come uno specchio dello stato d’animo che la abita in quel momento.

“Mi riferivo allo scorso pomeriggio.”
Lascia scivolare per un attimo lo sguardo sulle mani, pallide, di Vadania; un attimo dopo, i suoi occhi stanno scrutando una realtà che è lontana da quella della stanza, distante anche dal pomeriggio di cui sta parlando, apparentemente lontana e separata da tutto.
“Nutre molto affetto per te. Ritiene che io sia pericoloso per te, sai… se non fossi così egoista, le darei ragione e me ne andrei.”
Si inumidisce le labbra, apparentemente ignaro delle parole che ha appena pronunciato; o, forse, è solo disinteresse.
“Ma sono quello che sono, in fondo.”
Si riscuote improvvisamente, gli occhi che saettano, circolarmente, per la stanza, come una forma elaborata di sciabola concepita per guadanare spazio dall’avversario, prima di appuntarsi nuovamente su Vadania.
Apre la bocca, come per aggiungere qualcosa, richiudendola subito dopo, in silente attesa di una risposta da parte della sua interlocutrice; che sia lei ad introdurre l’argomento di cui le interessa parlare.

Le sopracciglia si sollevano quel tanto che basta a rendere evidente uno studiato disappunto.
“Se te ne andassi di certo avrebbe ragione. E’ restanto che è possibile smentire quanto gli altri ritengono somma verità. Se te ne andassi…”
aggiunge poi con un tono più basso, quasi un sussurro, la fronte che va ora a disegnarsi della curva dei suoi molti pensieri
“…se te ne andassi sarebbe stato meglio non conoscerti affatto. Sei pericoloso? Forse. Di certo non più di tanti altri che possono travolgerci prendendoci alla sprovvista”

Annuisce distrattamente, combattendo contro uno sguardo che si sfuoca, tendenzioso, per andare ad appuntarsi, ancora, in luoghi che sono solo della mente e non della realtà.
Si inumidisce le labbra, rinunciando a lottare contro sè stesso e concedendosi, di propria volontà, alla contemplazione di quel qualcosa di misterioso che lo stava attirando, poco prima, con tanta veemenza, solo per scoprire che quel pensiero misterioso si scioglie, come fumo nel vento, senza lasciare traccia di sè.
Lugaid si riscuote improvvisamente, quindi, scoprendo di essersi lasciato andare ad un nulla foschioso; dovrebbe dormire di più, probabilmente.
Parla tuttavia senza fretta, quasi non avvertisse il peso del silenzio.
“Come credo Honderyll ti abbia già informato, ieri sono stato in visita a villa Vanquilosse. E’ diversa da come la ricordavo…”
Con un sospiro, inverte la posizione delle gambe.
“Ad ogni modo, pare che Honderyll si sia convinto. O quasi, se non altro.”
Lascia trascorrere qualche attimo di silenzio. Ha, ne è consapevole, pronunciato nient’altro che frasi vuote, poco convinte ed ora che le vere parole che ha deciso di rivolgerle salgono alle labbra, il compito di pronunciarle sembra farsi più difficile, come dovesse sputare un sasso che gli è rimasto incastrato in gola.
Un sospiro dopo, una rincorsa metaforica, sta parlando quasi senza rendersene conto.
“Ho intenzione di incontrare Lord Vanquilosse. Domani.”

Vadania si irrigidisce istintivamente. Allarmata? Anche. Di certo preoccupata e confusa. Lo osserva da due grandi occhi verdi che non riescono a nascondere nessuno dei pensieri che la attraversano, svelando l’inganno tessuto dalla pacata solidità della voce.
“Un incontro che avrà quale esito, nei tuoi progetti? L’ultima volta lo desideravi morto… ma qualche giorno addietro avevi accarezzato una nuova possibilità. Quale sarà, dunque, la scelta definitiva?”

“Mh.”
Tace per non più di qualche secondo, prima di aggiungere, a mo’ di postilla, due sole parole.
“Domanda interessante.”
Argomenta accompagnando le proprie parole con il vagare distratto ed inconcludente di una mano, apparentemente impegnata più in fluide e morbide evoluzioni che non in gesti concreti, significanti.
“Vedi, la questione è complessa. Se lo uccidessi, probabilmente sarei ricercato in tutta la regione e dovrei fuggire, darmi alla macchia. Continuare la mia vita di sempre, insomma. Non ti dirò che il pensiero non mi alletti.”
Si inumidisce le labbra, concedendo qualche attimo di riposo alla mano.
“A meno che non accada durante un duello, naturalmente. O per cause apparentemente naturali. Ma, anche in quel caso, Honderyll mi darebbe la caccia, con tutta probabilità. Il risultato non sarebbe molto diverso, insomma, ma non sarebbe del tutto disprezzabile; in fondo, si tratterebbe di continuare a vivere come ho sempre fatto.”
Riporta la mano al proprio posto, tornando ad incrociare le braccia.
“Tuttavia…”
Allarga le braccia, sporgendosi appena in avanti sulla poltrona.
“Potrei invece rivelargli chi sono, esigere di essere riammesso nella linea di discendenza, diventare il Lord. Ma chi vuole diventarlo, poi? Aveva ben ragione tuo padre, quando parlava di un piedistallo rialzato da cui vedere meglio i problemi. Privilegi… bah.”
Alza le spalle, tornando ad appoggiare la schiena all’indietro, le braccia nuovamente conserte, il silenzio che sigilla le labbra.

Indietreggia di un passo, rabbrividendo quando un rivolo d’acqua le scivola lungo la schiena, tracciando un percorso che parte dalla morbida curva del collo.
“Non è una risposta, solo l’elenco di possibilità che già conoscevo”
Come un pendolo che va avanti ed indietro Vadania torna ad avvicinarsi ed a chiedersi, per un solo istante, se è sua facoltà spingere il futuro lungo una strada piuttosto che un’altra, se tra le sue mani può davvero trovarsi il potere di salvare una vita e, forse, una famiglia, così come già aveva cercato di fare con la propria.

“Lo so.”
Parla con la massima tranquillità, come se discorresse di cavalli, di un quadro o di un albero frondoso.
“La risposta, infatti, è mia. E tale rimarrà.”
Si lascia sfuggire un sorriso, a metà fra un ghigno ed un’espressione divertita.
“Fino a domani, se non altro.”

“Non puoi!!”
Chiude gli occhi, frenando l’impuso di serrare le mani a pugno e cercando una diplomazia che sa non appartenerle.
“Non sarebbe giusto”
Ribadisce, questa volta con più calma.
“Vuoi davvero condannarmi ad una notte di tormento e di domande senza risposta?”

“Se la metti così…”
Sospira, atteggiando il volto ad un fare rassegnato.
“Sì.”
Di nuovo, fulmineo, un sogghigno.
“Domani.”
Ripete, una sequenza di suoni spezzati, atti a celare la vera realtà; una risposta. Gli piacerebbe possederla, sì. Sapere che cosa fare, riavere le certezze che per una vita l’hanno sostenuto.
Domani, sì.

“Come sarebbe?”
Gli rivolge uno sguardo obliquo, avvicinandosi poi con passi felpati prima di sedersi ai piedi della poltrona, le mani sul velluto carminio dell’imbottitura.
“Devo forse provare ad indovinare? Qual’è, allora, lo stato d’animo con il quale ti avvii all’incontro? Lo aspettavi da tanto…”
La voce è bassa e suadente, un tentativo di strappargli oscuri segreti?

Inarca appena un sopracciglio, concedendosi un lungo momento di silenzio e riflessione, prima di fare alcunchè. Allunga, poi, una mano fin sulla testa di Vadania, scompigliandole i capelli in una sommessa risatina divertita.
“Domani.”
Sopprime, non senza una certa fatica, un sorriso di puro divertimento. La curiosità altrui è divertente, senza dubbio; stuzzicarla come una fiera in gabbia, tormentarla fino a che non si sia inferocita, stimolarla continuamente e pungerla, ogni qual volta si assopisca.
E, perchè no, prendere anche -un po’, non molto- in giro Vadania.
Un assassino, non può fare a meno di ragionare, dovrà pur avere qualche innocente passatempo, no?

Porta una mano sulla sua, sfiorandola con tocco gentile, lo sguardo che cerca gli occhi di lui nel riproporre, questa volta senza parole, la medesima domanda.
Se ha davvero un qualche potere su Lugaid e sulle sue decisioni forse questo è il momento di scoprirlo, si trova a pensare inclinando leggermente il capo in una posa tanto gradevole quanto leziosa.

Sospira, nel prendere tra le dita la mano di lei, attirandola alle labbra. Lascia che le labbra sfiorino la pelle per un solo attimo, prima di schiuderle e far sentire i denti, non senza tanta delicatezza da causare dolore, per un tempo che si protrae per qualche battito di cuore.
Sorrisi, moine, dimostrazioni di affetto. Tutto per salvare i Vanquilosse? No, probabilmente per salvare Honderyll. Buona tattica, Lugaid deve ammetterlo: Vadania è sicuramente portata per il gioco dell’intrigo e dell’inganno.
Tuttavia, il sorriso sulle labbra dell’elfo non tradisce alcuno dei pensieri che gli stanno attraversando la mente, in quel preciso momento ed anche il gesto con cui allontana da sè la mano di Vadania è, seppur fermo, cortese e delicato.
Una meravigliosa, grottesca, coincidenza, una fatalità che ha dato vita a quel momento, a quella situazione; eppure, eppure…
Parla dopo una lunga inspirazione, con un tono studiato, modulato per essere al tempo stesso gentile e pacato, venato di una certa stanchezza che, a conti fatti, non avverte affatto.
“Credo che sia giunto il momento che io torni in città.”

“Il sole è tramontato da poco, se consideri quanto è lungo il giorno. Tienimi compagnia ancora per un po’, se non ti spiace”
Lo guarda dalle lunghe ciglia arcuate, andando poi ad adagiare il capo sulla stessa poltrona sulla quale si trova assiso.
“Se lo ucciderai dovrai scappare. Vuoi davvero abbandonare la città in fuga come… come un qualsiasi ladro?”
No, non lo lascerà andar via ora, non prima di aver ascoltato ciascuno dei suoi pensieri, non senza avergli mostrato ciò che forse non è ancora in grado di vedere.

Torna ad adagiarsi, apparentemente rilassato, contro lo schienale della poltrona, pigramente assiso.
Si inumidisce le labbra con lenta, studiata tranquillità, quasi un felino che pregusta la preda che ha puntato; parla in un tono che è, al contempo, serico ed inflessibile, setoso e tagliente.
“Non sarebbe la prima volta. Sono, diciamo, i rischi del mestiere.”
Sposta la mano a cercare ancora il capo di lei, immergendo le dita nella massa di riccioli ancora scuri ed appesantiti dall’acqua con l’attenta cautela di chi ben sa quanto sia facile impigliarsi nei capelli lunghi, quando sono bagnati.

Chiude gli occhi, sospirando profondamente prima di replicare con parole che sembrano provenire da un luogo lontano nello spazio e nel tempo.
“Fuga significa solitudine. E’ questo che desideri per il tuo futuro? Divenire un assassino così abile da non fidarsi neppure della propria ombra? Credevo volessi qualcosa di diverso…”
Solo un accenno a quanto accaduto giorni addietro nella stanza della pittura. Un ricordo lasciato ondeggiare davanti ai suoi occhi così da offrirgli la possibilità di metterlo a fuoco o lasciarlo fuggire.

“Non dico che sia una vita amena, piena di tepore, gioia, felicità…”
La voce mantiene il tono consueto, arricchendosi di un qualcosa di indefinibile, una premurosa sollecitudine, sembrerebbe, nel sostenere la tesi prospettata da Vadania.
“Certo, è indubbio, una vita molto diversa dalla tua. Non dico che sia facile, naturalmente, ma di certo è piena di affetti… tua sorella, ad esempio.”
Scuote la testa, lasciando che la voce, questa volta, si colori di un’indifferenza che è pura finzione.
“O i Vanquilosse… Honderyll, in particolare. Persone a cui tenere e per cui preoccuparsi, persone per proteggere le quali faresti…”
E, dietro la seta, la frustata. Ammantata, delicata, in un tono affatto aspro.
“…di tutto. Tutto per salvarle, giusto?”
E’ non appena ha pronunciato quelle parole che fiorisce, all’altezza della bocca dello stomaco, un dolore sordo, accompagnato da un gusto amaro in bocca, difficile da ignorare; la doppia lama del gioco dell’allusione, è facile supporre.

Deglutisce a vuoto, scoprendosi paralizzata da una paura della quale non sa individuare la provenienza.
Schiudere le labbra per parlare le costa più fatica del richiuderle subito dopo. Come può spiegargli il rapporto che la lega ad Honderyll, e come può fargli ammettere che proprio quel nome sembra far nascere in lui una gelosia che non ha motivo d’essere? Non può rischiare che la scelta risulti sbagliate per uno sciocco malinteso, eppure non può neppure tradire un giuramento, la parola data, la fiducia che è stata riposta in lei.
“Non faresti altrettanto per difendere le persone che reputi care? Non vorresti sapere tua sorella felice?”
La parole accompagnano il lento movimento che la porta nuovamente in piedi, le ginocchia appoggiate al bordo della poltrona e le mani una per bracciolo, così da sbilanciarla appena. Il busto si piega necessariamente in avanti, il volto vicino al suo.
“Honderyll è l’unica persona che mi abbia sempre supportata, e l’unica della quale non debba avere timore: non è me che vuole, Lugaid”.

Non è lei che vuole.
L’elfo non reagisce, non muta espressione neanche quando lo stomaco esegue un’agile capriola, mozzandogli per un attimo il respiro.
Non è lei che vuole.
Inspira a fondo, l’indice destro alzato e lo sguardo defilato, obliquo, verso il basso; torna a guardare Vadania solo quando è sicuro che i suoi occhi siano inespressivi, in modo che non tradiscano alcuno dei suoi pensieri.
Trascura del tutto la seconda frase di Vadania, fingendo che non sia mai stata pronunciata, troppo concentrato nell’osservarla, a così breve distanza, mantenendo alta la maschera di impassibilità.
“Sì, vorrei che mia sorella fosse felice. E, per fare questo, probabilmente corteggerei anche il Signore dei sette Inferni, se fosse necessario.”
Che adesso il messaggio sia charo?

Non scatta all’indietro, contrariamente a quanto l’istinto le suggerisce, indiegnandosi ed accusandolo di aver travisato ogni suo gesto. Inaspettatamente, invece, le spalle si rilassano, il corpo perde la sua tensione facendola quasi cadere in avanti, la fronte che si appoggia a quella di lui.
“Tu non sei il signore dei sette inferni. Tu sei tu, e non sei freddo come vuoi dare a vedere, non lo sei affatto. Lo so, lo sento. Non ti sto corteggiando…”
Una pausa di indecisione, gli occhi che si schiudono per fermarsi nei suoi e poi la voce, flebile, ancora più flebile di quanto sia mai stata.
“…o forse sì, ma…”
…Ma non è per proteggere Honderyll? Menzogna su menzogna, ma allo stesso tempo il contrario non abbraccerebbe tutta la verità. No, non è solo per proteggere Honderyll, è anche per proteggere Lugaid.

Istintivamente si ritrae, affondando a forza nello schienale della poltrona, pur senza riuscire a sfuggire quel contatto che minaccia di minare la sua capacità di ragionare con lucidità; se mai può dire di averla posseduta, se non altro.
“Ma…?”
Inspira a fondo, facendo sibilare l’aria tra i denti.
“Ma non solo Honderyll, certo. I suoi genitori, i suoi servitori, persino la sua stessa casa, le sue fondamenta, i suoi muri, le opere d’arte custodite al suo interno. E le stalle, i cavalli…”
Lascia che la voce si spenga in un sospiro che accompagna le palpebre, abbassate fino a sigillare la vista.

“Non solo…”
prosegue la sua stessa frase, ricomponendosi mentre la voce si tinge di rammarico per quel contatto sfuggito.
“…le armi, gli arazzi, gli amici, il cortile delle carrozze, il fabbro che ha fabbricato il pugnale che ben conosci, la cuoca che fa ottimi dolci e soprattutto… soprattutto te.”
E’ una carezza impalpabile quella che segue il contorno del suo volto, così vicina alla sua pelle ed al contempo priva di qualsiasi contatto.

Un attimo di stasi. Un momento che si dilata, si gonfia fin quasi a scoppiare, cresce e si ingrandisce.
Poi, di scatto, la reazione; violenta, cattiva, crudele e brutale. Non nei gesti, no. Le mani rimangono incollate alla poltrona e non danno segno, nemmeno un fremito, di volersi sollevare. Anche il corpo rimane rilassato, tranquillo, calmo, scosso solo dalle impercettibili vibrazioni che la voce, fattasi più profonda e bassa, causa.
Ogni stilla di brutalità si trasfonde invece nella voce dell’elfo e nella sua espressione, pietrificata in un sopracciglio inarcato, gli occhi divenuti, sembrerebbe, opachi.
“Proteggere me?”
Una pausa, interrotta ben presto da nuove parole.
“Proteggere me. Ragazzina, io mi proteggo da solo da quando tu eri poco più che un’idea. Chi ti ha chiesto di proteggermi? Chi vuole… la tua protezione? E da chi? Dal mondo esterno, così cattivo? Da me stesso?”
Una breve risata, bassa, sprezzante.
“Desideri proteggermi? E forse vorresti salvarmi, portarmi alla redenzione? E’ dunque questo, il gioco con cui ti stai sollazzando? Non è molto diverso che giocare con le bambole, suppongo.”

Ricacciare indietro le lacrime è più difficile di quanto avesse immaginato. Aveva udito molte delle intonazioni della sua voce, ma mai la cattiveria. Fino ad ora.
Vorrebbe parlare, replicare, dire qualcosa a sua difesa ed invece si trova senza fiato, la mano che si allontana tremante dal suo viso, sfiorandolo inavvertitamente, per poi tornare nella posizione originaria, sul bracciolo di rosso velluto.

Si inumidisce le labbra, esalando un lungo, profondo sospiro. Quando torna a parlare, la voce è ancora scura, bassa, e tuttavia piatta, scevra di tutte le affilate, dolorose intonazioni che aveva indossato fino a poco prima.
“Stai decidendo per me. E, al posto delle foglie di Khala, stai usando te stessa.”
Inspira ed espira, lentamente, gli occhi chiusi.
“E io non voglio questo.”
Qualcosa che si spezza, che si rompe, che cade in un pozzo senza fondo, collocato da qualche parte tra il suo stomaco ed il suo diaframma, in uno spazio che non sapeva di avere. Un dolore infido, acuto e sordo al tempo stesso, un odore di bruciato che gli invade le narici ed un rumore di rami secchi spezzati che si rompono nelle orecchie.
Uccidere è più facile, senza dubbio.

“No, no…”
Il capo si muove in segno di diniego, sporcando di amarezza una voce che sembra essere nata per pronunciare parole cortesi.
“…non è per te che sto scegliendo, sto scegliendo per me. E sai cosa ti dico?”
I piedi tornano a posarsi per terra, liberandola dal vincolo dei braccioli.
“Hai ragione. Sono solo una sciocca ragazzina viziata ed egoista. Che diritto ho, io, di chiederti di restare?”
Stupido insensibile.

Apre gli occhi con ancor più lentezza di quella adoperata nel chiuderli; sceglie poi di inumidirsi le labbra, con una determinata lentezza. Il labbro superiore, un’inspirazione; il labbro inferiore, un’espirazione.
“Scegli per te, eppure cerchi di direzionare le mie azioni.”
Scuote piano la testa.
“Ti sei messa sul piatto della bilancia opposto a quello su cui pesa la vendetta, cercando di spostarne l’equilibrio.”
Le parole seguenti sfuggono alle labbra, prigioniere in fuga da un regime di detenzione imposto dalla mente.
“E ci sei riuscita, per di più.”
Subito altre parole escono dalle labbra, vuote, rumorose, nel tentativo di annegare quanto ha appena detto in un mare verboso.
“Non sei di certo sciocca; non sempre, quantomeno. Eppure…”
Scuote la testa, ancora.
“…pensi che ti nobiliti il sacrificarti per il bene altrui?”

“Credi di conquistarti la mia stima insultandomi? Stupido insensibile…”
Si era scordata quanto fosse liberatorio pronunciare ad alta voce i propri pensieri, ma in virtù di tale rinnovata scoperta le parole successiva non lasciano tempo alla riflessione prima di raggiungerlo come colpi diretti al suo orgoglio.
“…non mi sto vendendo per la salvezza di chicchessia, vi sono mille altri metodi per fermarti, Lugaid. Non sopravvalutarti.”

Non sopravvalutarti?
“Per proteggere me. Oltre ad Honderyll. Parole tue.”
Suoni che escono rotti, spezzati, quasi sputati fuori a forza, sormontati da un sopracciglio che si inarca, per compensare alla mancanza di risposta a quell’intimazione, quel deciso richiamo alla modestia. Decisamente un altro punto in comune tra le due sorelle; giudicano senza conoscere il quadro completo.
E’ solo dopo un attimo che la lingua si scioglie, riuscendo a comporre una frase che sia degna di questo nome; come ci riesca, quando ancora la respirazione sembra non voler obbedire ai suoi comandi, è del tutto un mistero.
“Hai detto tu stessa, poco fa, che il tuo scopo è la protezione. Rivolta a me, ad Honderyll, a tutti. Protezione, null’altro.”

Volge gli occhi al cielo, allondanandosi senza preoccuparsi di celare la propria frustrazione.
“Pensa ciò che vuoi.”
Si trattiene un solo istante prima di tornare a parlargli con voce così alta da sembrare quasi un grido.
“Dannazione, perché hai il maledettissimo talento di travisare le mie parole? Perché non puoi accettare il fatto che desidero semplicemente tu non te ne vada, perché devi arrivare ad insultarmi solo perché non sei in grado di accettare che qualcuno possa provare timore non di te ma per te, che possa volerti bene?”
E’ un involto di pergamena quello che gli ha lanciato contro? Qualsiasi cosa sia non se ne cura affatto.

Il movimento in cui l’elfo si produce, quando si alza, esprime la medesima ferocia di un felino che scatta nella caccia. Quasi come una corda tesa che, all’improvviso, si spezza, Lugaid è in piedi e non passa molto più tempo prima che copra la distanza che lo separa da Vadania, una mano che corre veloce al viso di lei, per accompagnarne lo sguardo ad incontrare gli occhi di lui.
Dimenticandosi anche di respirare, Lugaid esamina, solo ora, le sue azioni con una parte di coscienza differente dall’istinto. L’ha detto, in fondo.
L’ha detto.
Non si accorge di quando il pollice comincia, disertore, a sfiorare la guancia con cui è a contatto in un movimento lento e circolare e si avvede a malapena di quando le altre dita, a loro volta, appagano l’esigenza di sfiorare, scivolare, spingendosi lungo il profilo del volto, avventurandosi verso la gola, viaggiando alla volta del mento.
E’, invece, per scelta deliberata che le si avvicina, dopo un lungo sospiro, nell’intenzione di colmare il vuoto che separa le loro labbra.

Il sorriso che le apre le labbra è talgiente quasi quanto le sue parole, sibilate tra i denti con una cattiveria del tutto inedita.
“Sei venuto a riscuotere il tuo prezzo? A reclamare la tua vittima sacrificale? Accomodati, allora.”

Continua il movimento, dirigendo le labbra sulla punta del naso dell’elfa; scivola poi verso il basso, fino a quando le fronti non vengono a toccarsi.
“E…”
Tace, quando si accorge che la voce gli è uscita dalle labbra arrochita e non torna a parlare che dopo un lungo sospiro.
“…se fossi venuto solo a baciarti, per nessun altro motivo che non il desiderio ed il bisogno che ho di farlo?”
Il risultato, non puà fare a meno di sussurrargli una parte della sua mente decisamente ipercritica, non è proprio stato dei migliori, no. Pazienza.
“Potrei accomodarmi ugualmente?”

“La mia reazione non sarebbe dettata dalla medesima esigenza? Cosa cambia il perché del tuo avvinamento se non mutano i motivi che mi attribuisci?”
La vena del collo aumenta le sue pulsazioni, testimone dei battiti acelerati del cuore, mentre un sorriso sprezzante le si disegna sulle labbra come mera reazione a quel misto di timore e di aspettativa che la coglie.

Il pollice, rapido, sfiora le labbra di Vadania quando ancora le parole dell’elfa non sono sgorgate tutte, così da farle accentuare, in modo involontario, la carezza.
“Non hai detto di volermi bene?”
La voce, ora, sembra all’elfo ragionevolmente limpida.
Incidentalmente, come torna a fargli notare quella sorta di voce interiore, Lugaid si ricorda di tornare a respirare, forzatamente, inspirando ed espirando profondamente ed attribuendo -ovviamente, cos’altro potrebbe mai essere?- a tale, veniale, dimenticanza l’aumento delle proprie pulsazioni.

“Ti accontenti di così poco?”
E’ quasi una sfida, una frustata assestata con parole urticanti.
“Voglio bene anche a Honderyll, alla cuoca, al mio cavallo…”

“Smettila.”
Se è una frustata, l’unica parola stillata dalle labbra dell’elfo, è una frustata di pura seta. La voce, sussurrata, si srotola rapida nell’aria, con una durezza carezzevole, una morbidezza d’acciaio.
“Smettila.”
Di nuovo, la medesima parola. Questa volta, tuttavia, il tono è leggermente più roco, privo dell’ambivalenza precedente, soffice, nella sua mancata limpidezza.

Una breve risata le sfugge dalle labbra, bassa ed appena accennata.
“Perché?”
La pausa che si concede è puramente teatrale, volta ad interromperlo nel momento stesso in cui sta per tornare a parlare.
“Mi sto sacrificando, no? E’ questo che hai detto… come potrai mai essere sicuro del contrario?”
Si inumidisce le labbra, istintivamente, il mento ancora sollevato nella medesima posizioni nella quale l’ha condotta qualche minuto addietro.

Con un unico, fluido movimento, interrompe il contatto tra le fronti, ritraendosi. Dopo un’ultima, fugace, carezza, la mano segue il resto del corpo separandosi, seppur di mala voglia, da Vadania.
Si inumidisce le labbra, prima di parlare, guardandosi attorno con occhi che tradiscono, apparentemente, un certo stupore, quasi non si capacitasse del luogo in cui è capitato. Una lunga inspirazione, seguita da un’altrettanto lunga espirazione, precede le sue parole, pronunciate in tono neutro, sommesso e dimesso, privo di alcuna brillantezza, scevro di ogni riflesso.
“Credo che io debba andare, ora.”

E’ sull’ultima lettera che le labbra di lei lo raggiungono, i piedi che si tendono sulle punte e le mani poggiate contro il torace di lui.
Il contatto sembra volersi attardare mentre le palpebre si abbassano per un riflesso del tutto istintivo.
Non te ne andare, sembra voler gridare senza voce alcuna, schiudendo le labbra e baciandolo ancora.

Una mano che scivola fino al volto dell’elfa, l’altra che le cinge il fianco, vincolandola a sè. Il tempo che discioglie secondi su secondi in un fiume di pensieri senza alcun senso di esistere, privi di una qualunque coerenza logica.
Se è solo dopo qualche attimo che si accorge di voler rispondere e partecipare al bacio, è dopo un tempo appena più breve che diviene consapevole di come le sue labbra, in modo del tutto autonomo, abbiano di gran lunga preceduto la propria risoluzione.
Se è un grido senza voce, quello che gli giunge, è sicuramente una muta risposta quella in cui si produce.

Calde. Calde e morbide. Così le sembrano le labbra di lui mentre le sfiora in un gioco che non ha nulla di romantico, quasi un marchio di possesso, una minaccia con le fattezze di un bacio.
Quando il capo si china, separandola da lui, lo sguardo va invece a sollevarsi fino a raggiungere il suo, la voce bassa e leggermente esitante.
“Chiedimi scusa… per quanto hai detto”

Socchiude le palpebre, affondando il proprio sguardo in quello di Vadania, sostenendo il contatto d’occhi senza apparente difficoltà.
Si inumidisce le labbra, lentamente, parlando poi di scatto.
“Ti chiedo di scusarmi, per quanto ho detto.”
La successiva richiesta, così confusa da non poter essere tradotta in parole, rimane inespressa, impantanata in mille pensieri, muta, unico tizzone ardente in fondo agli occhi.

Si allontana, visibilmente sorpresa, le mani sul petto di lui e la schiena leggermente piegata all’indietro.
“L’hai fatto davvero… Voglio dire, ti sei scusato”
Scuote appena il capo, scoprendo sempre più faticoso nascondere il sorriso che le piega le labbra, fino a quando non è costretta a cedere le armi lasciandosi andare ad una sincera risata che le porta quasi le lacrime agli occhi.

14 Marzo 2007

Traballa il tavolo, mi compri un quotidiano?


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I nostri quotidiani hanno troppo spesso un’ormai usuale primato: quello dell’inutilità. Se questa constatazione appare tanto lampante da riultare banale diverso è il sentimento che ci coglie davanti all’annosa questione: dobbiamo protestare con gli enti che sprecano soldi, i nostri, per ricerche inutili o il biasimo deve rivolgersi piuttosto ai giornali che danno loro ampia risonanza?
Riucire a districarsi nella sovrainformazione quotidiana è ormai praticamente un lavoro: dalle settanta alle cento pagine in formato poster.
Che risulti difficile resistere alla tentazione di pubblicare un articolo a sette colonne sulle abitudini sessuali della starlette di turno può essere comprensibile, naturalmente, ma per difendere la non tanto piccola elité degli assennati urge trovare un compromesso. Proviamo ad avanzare qualche ipotesi. Gli innamorari del gossip potrebbero evitare di comprare giornali seri e dedicarsi esclusivamente a letture edificanti con almeno quattro vip mezzi nudi in copertina. Dal canto loro gli editori di quotidiani potrebbero impegnarsi a non privarci di tempo prezioso per un approfondimento a doppia pagina sul divorzio di Simona Ventura, a meno che questo non abbia un qualche risvolto sull’indice Mibtel.
Nessuno con un po’ di criterio può desiderare cento pagine di cretinate: ne sono più che sufficienti venti capaci di tenere informati i lettori su ciò che condiziona il mondo e, di conseguenza, la loro vita.
Passeggiare con un quotidiano sottobraccio ormai non fa più intellettuale, ma impiccione, e se vi sembro esageratamente caustica sappiate che la colpa è delle stelle: lo dice l’oroscopo. In ultima pagina.

13 Marzo 2007

Il mio primo bookring!


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Iniziamo dalle informazioni importanti: cosa sono i bookring? Siccome oltre ad essere antipatica sono anche un po’ pigra riporto la splendida spiegazione di bookcrossing-italia

I bookring… questi sconosciuti!

Per chi non riesce ad abbandonare un libro per strada, il BookCrossing non è comunque tabù: il sito italiano offre infatti la possibilità di partecipare ai BookRing o anche detti “Anelli”. Alcuni corsari registrano i propri libri e ne danno notizia sul sito, con l’obiettivo di creare un elenco di persone che a turno riceveranno il libro (il passaggio avviene per posta o per mano).

La caratteristica dell’Anello è quella che il libro viaggia, ma alla fine torna nelle mani di chi l’ha messo in giro, arricchito in più di un Diario di Bordo: una raccolta di note, foto e segnalibri, che ogni partecipante inserisce ad ogni passaggio.

Esiste anche una variante, diffusa tra i corsari: invece di rimandare il libro a chi ha lanciato l’Anello, l’ultima persona che legge il libro lo lascia in libertà. Questa variante prende il nome di BookRay. La differenza tra i due tipi di Anelli è che, nel primo caso, chi lancia il libro lo fa per riaverlo indietro con tutti i commenti e le osservazioni, mentre nel secondo uno desidera liberare un libro e che lo stesso venga prima letto da parte di corsari interessati. 

Delle volte i corsari lanciano un insieme di libri legati tra loro da un sottile filo rosso. Possono essere stati scritti dallo stesso autore, oppure parlare dello stesso argomento. In questo caso si lancia una BCBox (anche detta BookBox). Si tratta di una scatola che viene riempita di libri. La scatola passa da corsaro a corsaro, e chi la riceve estrae uno o più libri, e ne inserisce altrettanti. Alla fine del giro, la scatola che ritorna al corsaro lanciatore conterrà libri molto diversi da quelli di partenza.

OVVIAMENTE, non ho potuto resistere… ed ecco la mia prima proposta :)

Io non ho paura
di Niccolò Ammaniti

1987, l’estate più torrida del secolo. In uno sperduto paesino della campagna meridionale, mentre gli adulti se ne stanno chiusi all’ombra dei casolari, sei bambini esplorano la campagna bruciata dal sole. Tra di loro Michele, nove anni, che, nascosto tra le spighe, scoprirà un pauroso segreto, un segreto così grande e terribile da non potersi nemmeno raccontare. Si accorgerà che il male esiste, che è tragicamente rale e ha un volto peggiore del più brutto incubo che un bambino possa immaginare. Per affrontarlo dovrà fare ricorso a tutta la sua fantasia e innocenza, abbandonando per sempre il tempo dei giochi e della semplicità. (Fonte: quarta di copertina) Commento personale. Un libro narrato in prima persona, attraverso gli occhi di un bambino, così da fornirci una visione del mondo e di noi “grandi” filtrata dal velo deformante dell’ingenuità. Deformante… e se fosse invece il disincanto che permea i nostri pensieri di adulti ad impedirci di discernere con chiarezza il bene dal male? Si tratta, dunque, di un romanzo che invita ad una riscoperta del Peter Pan ormai sepolto nel nostro intimo? No, perché il mondo, per un bambino, può esser ancora più difficile. Un Ammaniti in splendida forma, che aspetta solo di prenderci per mano e condurci tra le pagine di questo suo piccolo capolavoro. Detto questo, sono curiosa di conoscere le impressioni che altri possono trarne :)

Il diario si trova qui

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9 Marzo 2007

Madrid - primo giorno


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Dal diario di viaggio…

1 marzo 2007

 Svegliarsi alle sette di mattina, dopo aver dormito - male - per sole cinque ore suppongo non abbia aiutato; no, decisamente non ha aiutato  nella ricerca dell’autostazione. In ogni caso la colpa non può essermi completamente imputata: come potevo sapere che era stata spostata causa lavori non meglio identificati?
Dopo un paio di telefonate di crescente disperazione, ed una guida ormai senza speranza, riesco finalmente a raggiungerla ed arrivo esattamene insieme al pullman: visto? Tutto calcolato!
Le due ore di viaggio sono tranquille, quasi noiose se avessi avuto la forza per dedicarmi ad una qualsiasi attività, invece quasi mi addormento e continuo a parlare del più e del meno con un André quasi nelle mie stesse condizioni.
Fra ci raggiunge per un pasto a base di panini e coca cola. Burger king è ancora peggio di quanto lo ricordassi.

L’aereoprto di Malpensa si articola su tre piani e nonostante la sua aestensione non mi colpisce come avrei pensato: il piano terra è spoglio e quasi vuoto, il secondo piano non ha negozi ed intrattenimenti ed il terzo, riservato ai punti di ristoro, non offre che tre poco invitanti alternative. Paradossalmente mi sembra meglio gestito ed organizzato il piccolo Orio al Serio.
Riunitici a Barbara e Chiara, che stavano pranzando a loro volta, ci mettiamo in coda per un complicato check in che farà impazzire l’addetta a furia di controlli ed inserimento dati. Per un attimo ho temuto che non le risultasse la prenotazione. Terminata la solita prassi del controllo bagagli giungiamo finalmente in una zona interessante: quella del duty free. Non c’è molto da comprare, ma se non altro passiamo il tempo giungendo rilassati al momento dell’imbarco.

Come da rito colgo anche l’occasione di sentire A. al telefono: volare mi agita, mi da l’idea della classica spada di Damocle che punta contro la mia testa senza poter prevedere se e quando calerà a picco. La sua voce, invece, mi tranquillizza anche qando gli argomenti sono ormai esauriti e non c’è più molto da dire.
Probabilmente la paura di volare è più che altro paura dell’andare oltre la linea della vita senza avere vicino qualcuno per il quale nutro un sentimento profondo. Paura della solitudine. E’ strano, detto da me, così amante del silenzio e della mia sola compagnia, così serena qando posso finalmente udire l’eco dei miei passi tra le mura di casa. Essere soli senza sentirsi soli, che utopia… eppure è la mia chimera.

L’aereomobile è all’incirca come gli altri con i quali ho volato fino ad ora: piccolo e con tre poltrone per lato, divise da un lungo corridoio. Se Ryanair si tinge dei toni del blu Iberia preferisce un più ospedaliero grigiastro, trasmettendo un’iea di anonimato non particolarmente adatta ad una grande compagnia aerea. Anche la posizione, nonostante il posto assegnato d’ufficio, è la solita: all’altezza dell’ala destra. La novità è invece relativa al finestrino che mi trovo a lato e che mi fa scoprire il piacere di osservare la terra dell’alto. I Pirenei appaiono come le montagne che si costruiscono a Natale attorno al presepe, con la cartapesta ed i colori che non si riescono mai a sfumare del tutto. Sembrano tante stelle marine gonfiate e dipinte.
Due ore di viaggio trascorse leggendo guide turistiche ed iniziando il bellissimo libro che mi ha regalato Francesca: finalmente, prendendo a prestito le parole di Kapuscinski, sono tornata a varcare una frontiera.

L’aereoporto di Madrid è enorme e molto bello, con strutture ondulate di colore arancione e nastri trasportatori un po’ inutili per chi parte pieno di energia ma dei quali si scoprirà l’utilità al ritorno, non appena le energie saranno diminuite fino a raggiungere il livello d’allarme.
Impieghiamo non poco per capire che la fermata della metropolitana non si trova al nostro terminal, dove i binari sono ancora in costruzione, ma al numero uno e che, quindi, è necessario servirsi di un sistema di navetta gratuita per raggiungerlo.
La metropolitana di Madrid è terribile: rovente, disordinata, intricata, male organizzata. Vi sono ben dodici linee, molte delle quali brevissime, e raggiungere una qualsiasi località è un gioco di continui interscambi; senza contare il perenne sovraffollamento: neppure a Milano è così difficile riuscire a salire su uno dei vagoni.

Arriviamo, finalmente, in hotel.
Il tre stelle prenotato si rivela con una stellina in più nonostante la vista decisamente terribile di cui si gode dalla nostra stanza. La porta a finestra, infatti, affaccia su un angusto cortiletto ricavato dalla congiunzione di quattro palazzi. Guardando verso l’alto è visibile solo un piccolo fazzoletto di cielo. C’è da essere felici di non soffrire di claustrofobia. Peccato, però, non sapere che tempo fa una volta svegliati.
La televisione è un diciannovepollici a schermo piatto ed accanto, sulla scrivania, si trova un computer portatile del quale faremo largo uso e per visitare i siti di nostro personale interesse e per cercare informazioni su locali e ristoranti dove sfamarci. Peccato per la tastiera a tasti sheckerati.

Dopo una doccia ed un po’ di riposo la sera trascorre nella ricerca di un locale interessante e, trovatolo, nella consumazione della cena al suo interno. Ordiniamo un piatto di affettati misti e delle tortillas che nulla hanno a che vedere con quelle messicane cui ci hanno abituato i ristoranti etnici; si tratta, piuttosto, di una frittata di patate tagliata a fette e così servita. Il tutto è annaffiato da una sangria dolcissima che subito mi conquista. Ne ordineremo una seconda caraffa dopo poco. Si tratta, insomma, di una prima sorpresa: chi l’avrebbe detto che proprio io, che non amo il vino, avrei deposto le armi con tanta solerzia? Di certo non vedo l’ora di sperimentarla nuovamente :)

Ecco, così, il nostro primo incontro con Madrid e con il suo ordine confusionario. Le strade brulicano di persone nonostante sia appena giovedì ed il giorno dopo appartenga a quelli lavorativi, nei quali la sveglia suona imperiosa. La polizia pattuglia ogni angolo e dirige il traffico con rigore, senza ammettere esitazioni, creando un alone di falsa sicurezza dal quale emerge l’idea di una città che ha paura, che non è ancora del tutto uscita dall’incubo degli attentati di Atocha. Eppure hanno reagito, i madrileni, in modo esemplare, prendendo in mano la questionesicurezza e facendone una priorità. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, nella torino olimpica. Un controllo, in breve, che sarebbe auspicabile lungo tutti i giorni dell’anno e non solo in relazione ad eventi speciali e che, è quasi banale, possa essere esteso ad altre delle nostre belle città, Roma in testa. Ed invece…
Madrid, al contempo, si afferma come città viva, in fermento, in continuo movimento. Un battito cardiaco accelerato ma regolare e pertanto profondamente differente da quello disordinato ed aritmico della ostra capitale.
L’impressione è che in Spagna abbiano fissato rigidi paletti che segnano il limite del consentito ma all’interno dei quali è possibile muoversi con la più grane libertà. Si tratta di paletti uniti l’uno all’altro con spesso filo spinato e corrente ad attraversarlo. Anche in Italia ci sono i medesimi paletti, ed i confini che delimitano sono persino più stretti. La differenza, quindi, non è tra libertà ed assenza di libertà ma tra realtà e apparenza: i paletti italiani non sono controllati, e quanto può essere facile oltrepassarli? Quanto è fittizia, qui, la matrice che incasella la vita su binari preconfezionati? E quanto è invece complesso superare i confini pattugliati con paura serpeggiante?
Dove si respira, davvero, libertà?

5 Marzo 2007

Madrid - qualche foto


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In attesa di un diario di viaggio degno di questo nome ecco qualche foto.

Trovate gli scatti esattamente a questa pagina web

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