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L’antipatica » 2007 » Marzo

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9 Marzo 2007

Madrid - primo giorno


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Dal diario di viaggio…

1 marzo 2007

 Svegliarsi alle sette di mattina, dopo aver dormito - male - per sole cinque ore suppongo non abbia aiutato; no, decisamente non ha aiutato  nella ricerca dell’autostazione. In ogni caso la colpa non può essermi completamente imputata: come potevo sapere che era stata spostata causa lavori non meglio identificati?
Dopo un paio di telefonate di crescente disperazione, ed una guida ormai senza speranza, riesco finalmente a raggiungerla ed arrivo esattamene insieme al pullman: visto? Tutto calcolato!
Le due ore di viaggio sono tranquille, quasi noiose se avessi avuto la forza per dedicarmi ad una qualsiasi attività, invece quasi mi addormento e continuo a parlare del più e del meno con un André quasi nelle mie stesse condizioni.
Fra ci raggiunge per un pasto a base di panini e coca cola. Burger king è ancora peggio di quanto lo ricordassi.

L’aereoprto di Malpensa si articola su tre piani e nonostante la sua aestensione non mi colpisce come avrei pensato: il piano terra è spoglio e quasi vuoto, il secondo piano non ha negozi ed intrattenimenti ed il terzo, riservato ai punti di ristoro, non offre che tre poco invitanti alternative. Paradossalmente mi sembra meglio gestito ed organizzato il piccolo Orio al Serio.
Riunitici a Barbara e Chiara, che stavano pranzando a loro volta, ci mettiamo in coda per un complicato check in che farà impazzire l’addetta a furia di controlli ed inserimento dati. Per un attimo ho temuto che non le risultasse la prenotazione. Terminata la solita prassi del controllo bagagli giungiamo finalmente in una zona interessante: quella del duty free. Non c’è molto da comprare, ma se non altro passiamo il tempo giungendo rilassati al momento dell’imbarco.

Come da rito colgo anche l’occasione di sentire A. al telefono: volare mi agita, mi da l’idea della classica spada di Damocle che punta contro la mia testa senza poter prevedere se e quando calerà a picco. La sua voce, invece, mi tranquillizza anche qando gli argomenti sono ormai esauriti e non c’è più molto da dire.
Probabilmente la paura di volare è più che altro paura dell’andare oltre la linea della vita senza avere vicino qualcuno per il quale nutro un sentimento profondo. Paura della solitudine. E’ strano, detto da me, così amante del silenzio e della mia sola compagnia, così serena qando posso finalmente udire l’eco dei miei passi tra le mura di casa. Essere soli senza sentirsi soli, che utopia… eppure è la mia chimera.

L’aereomobile è all’incirca come gli altri con i quali ho volato fino ad ora: piccolo e con tre poltrone per lato, divise da un lungo corridoio. Se Ryanair si tinge dei toni del blu Iberia preferisce un più ospedaliero grigiastro, trasmettendo un’iea di anonimato non particolarmente adatta ad una grande compagnia aerea. Anche la posizione, nonostante il posto assegnato d’ufficio, è la solita: all’altezza dell’ala destra. La novità è invece relativa al finestrino che mi trovo a lato e che mi fa scoprire il piacere di osservare la terra dell’alto. I Pirenei appaiono come le montagne che si costruiscono a Natale attorno al presepe, con la cartapesta ed i colori che non si riescono mai a sfumare del tutto. Sembrano tante stelle marine gonfiate e dipinte.
Due ore di viaggio trascorse leggendo guide turistiche ed iniziando il bellissimo libro che mi ha regalato Francesca: finalmente, prendendo a prestito le parole di Kapuscinski, sono tornata a varcare una frontiera.

L’aereoporto di Madrid è enorme e molto bello, con strutture ondulate di colore arancione e nastri trasportatori un po’ inutili per chi parte pieno di energia ma dei quali si scoprirà l’utilità al ritorno, non appena le energie saranno diminuite fino a raggiungere il livello d’allarme.
Impieghiamo non poco per capire che la fermata della metropolitana non si trova al nostro terminal, dove i binari sono ancora in costruzione, ma al numero uno e che, quindi, è necessario servirsi di un sistema di navetta gratuita per raggiungerlo.
La metropolitana di Madrid è terribile: rovente, disordinata, intricata, male organizzata. Vi sono ben dodici linee, molte delle quali brevissime, e raggiungere una qualsiasi località è un gioco di continui interscambi; senza contare il perenne sovraffollamento: neppure a Milano è così difficile riuscire a salire su uno dei vagoni.

Arriviamo, finalmente, in hotel.
Il tre stelle prenotato si rivela con una stellina in più nonostante la vista decisamente terribile di cui si gode dalla nostra stanza. La porta a finestra, infatti, affaccia su un angusto cortiletto ricavato dalla congiunzione di quattro palazzi. Guardando verso l’alto è visibile solo un piccolo fazzoletto di cielo. C’è da essere felici di non soffrire di claustrofobia. Peccato, però, non sapere che tempo fa una volta svegliati.
La televisione è un diciannovepollici a schermo piatto ed accanto, sulla scrivania, si trova un computer portatile del quale faremo largo uso e per visitare i siti di nostro personale interesse e per cercare informazioni su locali e ristoranti dove sfamarci. Peccato per la tastiera a tasti sheckerati.

Dopo una doccia ed un po’ di riposo la sera trascorre nella ricerca di un locale interessante e, trovatolo, nella consumazione della cena al suo interno. Ordiniamo un piatto di affettati misti e delle tortillas che nulla hanno a che vedere con quelle messicane cui ci hanno abituato i ristoranti etnici; si tratta, piuttosto, di una frittata di patate tagliata a fette e così servita. Il tutto è annaffiato da una sangria dolcissima che subito mi conquista. Ne ordineremo una seconda caraffa dopo poco. Si tratta, insomma, di una prima sorpresa: chi l’avrebbe detto che proprio io, che non amo il vino, avrei deposto le armi con tanta solerzia? Di certo non vedo l’ora di sperimentarla nuovamente :)

Ecco, così, il nostro primo incontro con Madrid e con il suo ordine confusionario. Le strade brulicano di persone nonostante sia appena giovedì ed il giorno dopo appartenga a quelli lavorativi, nei quali la sveglia suona imperiosa. La polizia pattuglia ogni angolo e dirige il traffico con rigore, senza ammettere esitazioni, creando un alone di falsa sicurezza dal quale emerge l’idea di una città che ha paura, che non è ancora del tutto uscita dall’incubo degli attentati di Atocha. Eppure hanno reagito, i madrileni, in modo esemplare, prendendo in mano la questionesicurezza e facendone una priorità. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, nella torino olimpica. Un controllo, in breve, che sarebbe auspicabile lungo tutti i giorni dell’anno e non solo in relazione ad eventi speciali e che, è quasi banale, possa essere esteso ad altre delle nostre belle città, Roma in testa. Ed invece…
Madrid, al contempo, si afferma come città viva, in fermento, in continuo movimento. Un battito cardiaco accelerato ma regolare e pertanto profondamente differente da quello disordinato ed aritmico della ostra capitale.
L’impressione è che in Spagna abbiano fissato rigidi paletti che segnano il limite del consentito ma all’interno dei quali è possibile muoversi con la più grane libertà. Si tratta di paletti uniti l’uno all’altro con spesso filo spinato e corrente ad attraversarlo. Anche in Italia ci sono i medesimi paletti, ed i confini che delimitano sono persino più stretti. La differenza, quindi, non è tra libertà ed assenza di libertà ma tra realtà e apparenza: i paletti italiani non sono controllati, e quanto può essere facile oltrepassarli? Quanto è fittizia, qui, la matrice che incasella la vita su binari preconfezionati? E quanto è invece complesso superare i confini pattugliati con paura serpeggiante?
Dove si respira, davvero, libertà?