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27 Aprile 2007

L’amante - M. Duras


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copertina romanzo

Ho chiuso pocanzi l’ultima pagina di questo breve romanzo ed è complicato, ora, mettere in forma di parole le sensazioni che ne ho ricavato, di cui mi sono cibata lungo la lettura.
Forse dovrei parlare dello stile, tanto incantevole da sembrare poesia; o forse dovrei dedicarmi all’indagine di quel finale che non so ancora se definire commovente o artefatto. La verità è che mi spaventa. Mi spaventa l’idea che sia davvero possibile amare qualcuno per tutta la vita, anche se è distante e non ama a sua volta. Ho bisogno di sapere che nella realtà non può accadere.
Al di là delle mie personali osservazioni emotive, il romanzo mi è piaciuto solo a tratti, lasciandomi l’impressione di un’eccessiva ridondanza, non motivata da particolari esigenze narrative. Probabilmente un buon editor ridurrebbe queste 120 pagine a poco più di 50… E cancellerebbe tutta la magia. Oppure no. Non lo sapremo mai.
Sicuramente non ho amato alcuni brani che la protagonista riserva ad un piangersi addosso quanto meno irritante, come se invece di vivere si limitasse a lasciarsi vivere, facendo scorrere sul suo corpo ed attraverso la mente tutto quanto incrocia la sua strada. Frutto della somma di più di uno stereotipo è inoltre il fratello maggiore, stupido e violento, mentre il più giovane viene purtroppo lasciato ai margini della vicenda nonostante i tratti, solo abbozzati, da personaggio profondo e decisamente promettente.
La figura di maggiore impatto va dunque cercata altrove, nell’uomo innamorato, nel cinese che cerca tra le parole della sua amante bambina la forza necessaria a lottare per un futuro a due, contro tutti e contro tutto, senza trovarne neppure una goccia. Mi commuove, mi fa pena.
L’amante sembra essere così il romanzo dell’assenza: di valori, di riferimenti, di sentimenti, di prospettive, di coraggio; i suoi eroi sono non eroi, i suoi spazi non descritti, le vicende non dette ma lasciate trasparire dal gioco dei sentimenti, un gioco nel quale il lettore viene chiamato a protagonista assoluto, per completare con la propria immaginazione ciò che l’autrice non dice.
Un libro da leggere? Sì, nonostante tutto.

23 Aprile 2007

Sotto la luce della luna V


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“Io no certo, non mi pare abbia particolari attrattive. Senza contare che sono innegabilmente più brava, quella smorfiosa non ha nulla da insegnarmi.”
Superò la porta, seguendolo ed indicando un tavolo poco distante.
“Ecco, ti aspetterò qui e passerò il tempo tenendoti d’occhio. Non farmi aspettare troppo”
Si morsicò il labbro, attuando quanto aveva anticipato, irritata con se stessa per non essere ancora riuscita ad attirare sufficientemente la sua attenzione, o forse per essere ancora distante dal provocarlo a tal punto da scatenare nuovamente il suo delizioso potere. Sarebbe stato meraviglioso provare ancora quella sensazione, quasi meglio che… no, aveva smesso, aveva promesso che non avrebbe lasciato nuovamente la retta via e non poteva deludere il Mastro. Eppure… chissà cosa sarebbe accaduto in tali circostanze…

Sospiro` stancamente, avvicinandosi a quella che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni, la sua accompagnatrice. Chino` la testa in segno di saluto non appena la vide alzare gli occhi dal libro che focalizzava la sua attenzione e, colmata ancora la distanza di un passo, si chino` per poterle parlare piu` agevolmente a bassa voce.
“Temo di non aver fatto in tempo a salutarti…” questa mattina? Ma quanto tempo era effettivamente passato? L’esitazione danzo` sulle labbra dell’elfo per non piu` di un attimo. “…nella sala comune. Presumo che ci sara` tempo in abbondanza per le presentazioni e per le chiacchiere, se acconsentirai ad accompagnarmi a recuperare alcuni effetti personali. Il Maestro ha gia` acconsentito.”
Chiuse le labbra, inspirando a fondo, il Dono quieto e dormiente, assopito in un angolo della sua mente e del suo corpo, sperando di essere risultato abbastanza convincente.
In effetti, non aveva detto che la verita`, a ben guardare.

23 Aprile 2007

La lontananza


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Si tratta davvero solo di chilometri?

23 Aprile 2007

Quando si dice una giornata impegnativa


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Sono stremata =_=

La mia giornata è iniziata alle otto di questa mattina, quando la sveglia è suonata implacabile. Da quel momento in avanti è stato tutto un susseguire di attività, alcune gradevoli ed altre meno. Le scarpe scelte, ad esempio, non  lo sono state affatto.
Mi sono sistemata per bene: giacca, trucco, mi sono addirittura pettinata ;P e poi via, verso il tanto temuto colloquio con la mia titolare nonché mia responsabile.
Le ho spiegato che mi sono laureata e che mi piacerebbe fare qualcosa di più stimolante e di maggiormente inerente i miei studi. Mi è parsa piuttosto interessata alla mio propormi… non resta che stare a vedere :) Già lo so, diventerò presto una piccola donna in carriera ;P (Sarebbe anche ora)
Dopodiché ho parlato con il capo più grosso (in tutti i sensi), che mi ha amorevolmente delegato un altro compito. Non è meraviglioso crescere ed avere più responsabilità?
Perché questa frase non mi convince?

L’arrivo in università è stato interrotto da una gitarella in libreria, dove ho deciso di iniziare un percorso da insegnante seria, e mi sono procurata un libro con una serie di esercizi di improvvisazione per il teatro. Dalla serie: fantasia meno quattro. A volte capita.

La prima lezione è andata meglio di quanto mi aspettassi, pensare che non volevo neppure seguirlo, questo corso… ed invece :)
Il docente è molto simpatico e cordiale, anche se fa un po’ effetto pensare che ha solo sei anni più di me, mi viene voglia di dargli del tu ^^’ La parte tragica è che vuole farci vedere dei film in lingue improbabili e senza sottotitoli. Va bhe, per lui questo ed altro ;P Lui non lo sa ancora ma sto pensando di eleggerlo a mio relatore per la tesi. Non è meraviglioso? Avermi tra i piedi ogni settimana… cambierà mestiere o mi chiederà di sposarlo ;P

La lezione di pubblicità, invece, mi ha davvero davvero deluso =_= Non mi piace per nulla, come materia, ormai è assodato, così com’è assodato che devo assolutamente sostenere quell’esame. Quasi quasi mi presenterò da non frequentante, non saprei, devo decidere. i certo c’è troppa gente per i miei gusti: senza contare che le galline starnazzanti non mi sono mai piaciute.

Giungiamo al tramonto, con le prove di Eterea che hanno visto finalmente sistemato il finale dello spettacolo ed una data per la registrazione delle poesie. Il tre maggio non mi è mai sembrato così vicino 0_o

Altro progetto che va in porto: il servizio televisivo dalla fiera del libro. La lettura e i giovani sarà la nostra splendida tematica :)

Sono troppo impegnata, sono decisamente troppo impegnata. E tesa. Devo trovare un’attività con cui sfogarmi un po’. A dire il vero un’idea già l’avrei, ma manca una componente essenziale. Dovrò provvedere.

Buona nooooooootteeeeeeeeee ^__*

21 Aprile 2007

Buone notizie


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Ieri sera stavo tornando da lavoro, in macchina, dopo una di quelle giornate nelle quali mi chiedo ripetutamente se sia stato davvero un bene chiudere i manicomi. A farmi compagnia c’era l’immancabile radio, questa volta sintonizzata su una stazione a caso, senza badare troppo alla frequenza.
Il presentatore era un tizio simpatico e si prestava a far da spalla ad un aspirante cabarettista dalla dubbia comicità, uno di quelli che di certo non sentirò mai più nominare. Bombardava gli ascoltatori con una raffica di battute stantie e rideva da solo, forse sperando in una qualche forma di contagio, lo stesso per il quale gli sbadigli non vengono mai da soli e delle ciliegie una tira l’altra.
Dopo qualche tempo si è - finalmente - calmato per assumere un tono da giornalista scafato ed ha iniziato un’improbabile rassegna stampa sulle stranezze della giornata. Tra le tante sciocchezze cui ha dato voce almeno una merita una certa attenzione: a quanto pare, aprite le orecchie, una ricerca americana ha portato ad un’incredibile scoperta che salverà l’umore mi miliardi di persone.
Qualunque essere umano ha vissuto un momento in cui tutto sembra girare per il verso sbagliato: amore, soldi, lavoro, famiglia, un disastro. A coronamento dell’idillio, naturalmente, subentra sempre qualche malanno, dando l’impressione che la sfortuna si stia accanendo con insolita ferocia. Un clima da incubo.
A dispetto delle impressioni più superficiali, tuttavia, la colpa non deve essere attribuita alla sfortuna, il vero colpevole, infatti, è un altro: il vostro ex. Sì, proprio quello che vi ha mollato ed ora se la sta certamente spassando chissà dove, o che voi avete mollato ma che continua a perseguitarvi.
La scienza è categorica: chi soffre per amore si ammala più spesso.
Depressi di tutto il mondo unitevi, è stato trovato qualcuno cui dare la colpa.

20 Aprile 2007

Un incipit a caso


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Vi sono notti nelle quali la luna è ormai ridotta ad una sottile falce orizzontale, con le punte che sfumano e si allungano verso l’alto a formare un simbolo di arcana bellezza. Chi solleva lo sguardo al cielo, per caso o per fortuna, non può che restarne affascinato a tal punto da soffermarsi per un breve attimo di contemplazione.
Non si tratta di un fenomeno sporadico, niente affatto, ed i più lo considerano al pari di una delle tante stranezze del mondo.
I più.
Gli altri, invece, sanno.
Sanno che la falce orizzontale compare durante la notte delle streghe.

15 Aprile 2007

Sotto la luce della luna IV


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Non occorse molto tempo prima che il Maestro si voltasse in loro direzione, rivolgendogli un caldo sorriso soddisfatto.
L’istante successivo aveva già battuto le mani per richiamare l’attenzione dei presenti.
“Prego, prego, entrate, vi stavamo aspettando.”

Ah, che meraviglia! Una stanza piena di maghi, una fame divorante e finire al centro dell’attenzione.
Belthil si irrigidì, non curandosi di nascondere il subitaneo incupimento del volto. Le mani, nel mentre, erano affondate nelle tasche della veste in una vuota minaccia, mirando solo a stringersi attorno alla sua affilata via di fuga. Senza Potere a cui avere la tentazione di attingere per guarirsi, sarebbe stato molto più semplice.

“Vai avanti”
Lo incitò Varima, alle sue spalle, mentre il maestro lo stava predentando con fare solenne e senza nascondere un certo compiacimento.
“Da oggi Belthil farà parte della congrega. Siate cauti nel rivolgervi a lui, è ancora spaesato, come potrete comprendere, ed è un portatore del Fuoco, un Prescelto.”
Dopo aver accarezzato la lunga barba sembrò ricordare improvvisamente qualcosa.
“Oh, dimenticavo. Sarai affamato, prego, serviti a tua discrezione”
Disse, indicando con un ampio gesto del braccio, sottolineato dall’ondeggiare delle ampie maniche della veste, un tavolo preparato con cibarie di varia natura, acqua e vino, oltre ad alcuni oggetti riposti su un piatto di materiale pregiato e baluginante.

Parte della congrega, ma certo!
Belthil annuì compitamente, esattamente come gli era stato consigliato e chinò il capo, prima di dirigersi con passo rigido verso il tavolo che gli era stato indicato; le dita, nella tasca, avevano lavorato alacremente e, ora, un margine affilato del coccio di vetro risultava scoperto e macchiato di sangue.
Volevano tentarlo, certo. Farlo nutrire, così poi da poter sperimentare su di lui; ma gli avrebbe riservato un’amara sorpresa, sì. Avrebbe deciso da solo che cosa fare della sua vita e, sicuramente, il trascorrerla come cavia non gli si addiceva per nulla.
Arrivato al tavolo, evitò accuratamente anche di guardare verso il vassoio, fingendo di dedicarsi unicamente al cibo. Quando tirò fuori dalla tasca la mano destra, questa nascondeva la sua ultima risorsa; avrebbe dovuto fare attenzione, dare un colpo deciso e vigoroso, senza timore. E, inoltre, avrebbe dovuto evitare che gli altri se ne accorgessero; quanto più tempo sarebbe passato, tanto minori sarebbero state le loro speranze di averlo vivo.
Maledetti, maledetti tutti loro.

Mbhè, ed io? Si chiese la maga, guardando il tavolo appositamente imbandito.
Cosa c’era di meglio del tornare da una missione ed essere bellamente ignorata? Quel ragazzo veniva braccato da anni con chissà quali mezzi, lei, da sola, era riuscita a condurlo dove le era stato chiesto, facendolo poi schiodare dalla sua stanza senza usare le maniere forti e qual era la ricompensa? Uno stupido, gelido, imperscutabile silenzio.
Per la prossima missione suicida avrebbero dovuto trovare qualcun altro perche lei, potevano giurarlo, non sarebbe stata più disponibile.
Incrociò le braccia sul petto e con un broncio tutt’altro che difficile da interpretare, superando il nuovo arrivato con una leggera spinta della spalla, andò ad accomodarsi al tavolo accanto a quello dove avrebbe ben presto l’elfo avrebbe preso posto.

In un gesto lento quando, sperava, indifferente, appoggiò il coccio di vetro al polso sinistro nel momento stesso in cui si sedette. Poteva andare bene: avrebbe tenuto la mano sinistra sotto la tavola e nessuno avrebbe notato niente fino a quando non fosse stato troppo tardi.
Le dita gli tremarono leggermente, mentre si serravano sul vetro; sentendosi gli occhi addosso, decise di prendere tempo, trasferendo quella che considerava la sua ultima speranza nella mano sinistra, portando la destra ad una caraffa e riempiendosi la coppa d’acqua. Non bevve, ovviamente: non l’avrebbe mai fatto, senza prima accertarsi dell’assenza di veleno, ma ne fece l’atto, portando il liquido a fior di labbra; il vedere, tuttavia, una leggera e vivida traccia rossa sul manico della caraffa gli fece decidere di procedere rapidamente, per evitare di essere scoperto.
Riportò dunque la mano sotto il tavolo, in un gesto casuale, nelle intenzioni, dedicandosi apparentemente allo studio dei cibi a sua disposizione. Serrò, di nuovo, la presa sul coccio di vetro, tentando di calmare il respiro ed arrestare il tremore.
Un movimento rapido, una pressione adeguata, ed una lenta attesa, sarebbe stato sufficiente: non lo avrebbero torturato per un’altra notte, no.

Era bella, Elaine, con lunghi capelli castani ed occhi da gatta.
Quando gli si avvicinò non ebbe nessuna incertezza, nessun ripensamento: si sedette davanti a lui, sollevando al contempo una mano per far scature una fiammella di fuoco magico come se non le costasse alcuno sforzo.
“Sei completamente privo di energia. Perché? Non puoi aver esaurito tutto il tuo potere in una sola notte. Ero solo una bambina quando sono arrivata qui, eppure la mattina successiva la mia aura brillava ancora, seppure debolmente. Non dimenticherò mai quei giorni…”
Lo sguardo si spostò sul bicchiere, pieno ma intoccato, ed un sopracciglio si sollevò in segno di comprensione.
“Permetti?”
Chiese, indicandolo
“Così potrai bere tranquillamente.”

Ora.
Un grugnito -che sperò potesse essere scambiato per una risposta scortese- ed un brivido di dolore, mentre la mascella si serrava, per un solo attimo. Il vetro lacerò la pelle ed affondò nella carne; fu doloroso, ma neanche così tanto. In fondo, si aspettava di peggio.
Percepì la testa girargli, per un attimo, stordito probabilmente dalla stanchezza, dato che, calcolò, la perdita di sangue non poteva certo essere così ingente fin da subito. Evitò accuratamente di riportare la mano destra sul tavolo, sospettandola macchiata.
“Evidentemente, avevi già allora più talento di me.”
Ah, sciocchezze. Ma aveva bisogno di prendere tempo, mentre il suo corpo si indeboliva sempre più.
“Bevi pure.”
Si concesse un sorriso appannato, tentando di dimenticare la ferita che pulsava dolorosamente.
“Io non ho sete.”

Accadde tutto nello spazio di un battito di ciglia.
“Bugiardo… ” disse Elaine, prendendo il bicchiere e portandoselo alle labbra, e nel mentre le prime gocce di sangue iniziarono a colare sul pavimento, catturando l’attenzione di Varima, intenta a tormentare l’unghia del proprio pollice e ad osservare con attenzione il dolce quadretto.
Occhi non attenti avrebbero quasi potuto intendere come un salto temporale il passaggio da quel momento a quello successivo, quando la sedia cadde all’indietro, in uno schiocco simile a quello delle spade di legno che si colpiscono l’un l’altra, e lei gli era già addosso.

Aveva creduto di barcollare e, per un attimo, il mondo aveva perso i suoi contorni definiti, divenendo una macchia di colore confusa, dinamica. Anche le sensazioni si erano mischiate: l’udito aveva percepito del legno che cadeva, un trambusto, il sottile tintinnio del vetro che scivolava a terra, il rumore del proprio corpo sbattuto sul pavimento; il tatto lo aveva avvertito di una massa dura, fredda, ruvida che incombeva sul suo volto. Fu il senso dell’equilibrio che, pur messo a dura prova, gli comunicò di essere sdraiato a terra.
Era stanco; percepì distintamente qualcosa che si chiudeva sul suo polso ferito, procurandogli una nuova fitta di dolore e sapeva che avrebbe dovuto abbassare lo sguardo, controllare, verificare. Eppure, mentre una parte consistente della sua mente e del suo essere sondavano, inutilmente, nelle sue profondità alla ricerca di una stilla di Potere utile per arrestare l’emorragia, Belthil seppe di non averne la voglia, oltre che la forza, e di desiderare solo di scivolare in un sonno che si era negato per troppo tempo.
Stava per ricongiungersi ai suoi antenati. O, forse, coloro che, come lui, possedevano il Dono si scioglievano semplicemente nella Trama?
***
Era ancora immerso in una tiepida sensazione di distacco, quando sul suo viso apparve una smorfia di frustrazione.
Aveva fallito.
Lentamente, con un’anormale consapevolezza, attese di emergere del tutto da quello stato in cui si trovava a galleggiare, concentrandosi solo sulla respirazione.
Non era più del tutto privo di Potere, eppure la sua fame non era certo placata; il polso non gli faceva male e non era più viscido di sangue. Contrasse le dita e voltò il capo, per esaminare la stanza; socchiuse gli occhi, appena riaperti, quando la luce, proveniente dalle finestre, lo abbagliò.
Dopo qualche attimo, tuttavia, fu in grado di distinguere una sagoma, dapprima nera, in controluce, cui si andavano ad aggiungere particolari man mano che si abituava alla luminosità.
Il mento rivolto verso l’alto, il profilo netto, la curva del seno che si muoveva in concomitanza con il respiro, il disegno dei fianchi, intuibile sotto la veste.
Varima.
Belthil aprì la bocca per parlare, richiudendola subito dopo, quando si accorse di aver bisogno di un colpo di tosse sommesso, prima di poter parlare.
“Sembra che tu lo sia davvero. La mia balia, intendo.”

“Solo perché mi hanno obbligata. E non prendere l’abitudine di questi gesti plateali, è faticoso minacciare qualcuno che vuole morire.”
Si staccò dalla finestra con riluttanza, stiracchiando la muscolatura contratta delle braccia e della schiena, muovendosi lentamente fino a raggiungere la sedia posta accanto al letto.
“Hai dormito a lungo, è stato noioso guardarti per tutte queste ore. Non parli e ti muovi poco, a volte ho pensato avessi trovato un altro modo per andar via. Per gli dei, mi manca solo il doverti inseguire per chissà quale piano astrale di voi cerini”

“Non credo ci sia possibile.”
Sospirò, tentando di raddrizzarsi.
“Non lo è a me, se non altro.”
Chiuse gli occhi per sopprimere un accesso di emicrania, respirando profondamente.
“Non mi farò rinchiudere in quella stanza un’altra notte. Ma potremmo fare un patto: chiunque lo desideri potrà studiarmi, sezionarmi o che altro… dopo che sarò morto.”
Si sistemò, appoggiando la schiena alla testiera del letto, in modo da rimanere seduto.
Per gli dei, quanto ancora sarebbe dovuta durare quella tortura?

“Sì, mi sembra una buona proposta”
Voltò la sedia, sedendovisi a cavalcioni ed appoggiando il mento sugli avambracci incrociati sulla sommità dello schienale. Non smise mai di sorridere, senza celare il profondo divertimento che quella situazione le stava riservando.
“Prometto di renderne partecipi amici e nemici non appena mi sarà possibile. Vuoi dirmi altro che possa usare per deriderti e rovinare la tua reputazione? Adoro avere nuove armi con cui ricattare i novellini, e sono certa che mi darai molta soddisfazione non appena avrai capito ciò che ti viene detto invece di quanto hai deciso di dover sentire.”

Inspirò ed espirò a fondo, socchiudendo appena gli occhi quando la testa ricominciò a pulsare.
“Novellini…”
Si lasciò sfuggire una risata rauca; al suo confronto, più di un arcimago poteva dirsi un novellino. Quanti avevano mai sperimentato quello che per lui era naturale, parte di sè?
“Vediamo un po’. Invece di un gentile invito per lettera sono stato braccato, cacciato, rintracciato e costretto a venire in questo posto. Non mi è stata offerta alcuna scelta. Mi avete fatto passare una notte intera…”
Scrollò appena il capo, in un gesto che gli causò una serie di fitte, ridondanti, come un’eco che rimbalzasse dentro il cranio.
“Tecnicamente, questo è un rapimento con uno sgradevole accenno di tortura. Non ho idea del perchè ancora non sia su un tavolo a fissare i miei visceri, ma non ho intenzione di aspettare quel momento. Nè di tornare in quella stanza.”

“Cos’ha quella stanza che non va? Se ne avessi avuta una normale avresti tentato di bruciare qualsiasi cosa ti fosse capitata sotto tiro, non potevamo rischiare. Senza contare che non c’era nessuno adatto a tenerti a bada. A ben guardare, avresti potuto rischiare per davvero la vivisezione, non tutti i maghi della congrega sono degli agnellini, sai? Ragione di più per non essere inerme.”
Il pugnale tornò a balenarle tra le dita, puntando verso di lui in un gesto che da minaccioso si trasformò presto in un invito.
“Coraggio.”

Occhieggiò per un attimo il pugnale, rifiutandolo poi con un gesto.
“Diventerebbe un comune pezzo di ferro per un giorno intero, più o meno.”
Sospirò, portando entrambe le mani in grembo.
“Immagina…”
Unì le mani, a coppa.
“Una stanza chiusa, ad eccezione di una finestra protetta da una grata. Entraci. E riempila d’acqua.”
Scosse la testa, in un gesto improvviso quanto repentino fu il suo pentimento per averlo fatto.
“Non c’era magia, in quella stanza. Neanche una goccia di Potere.”
Chiuse gli occhi, reclinando il capo; si prese qualche attimo di tempo, prima di parlare nuovamente.
“Non credo che tu possa capire… puoi andare a dire al Maestro che accetto il suo invito, se non ha intenzione di lasciarmi andare?”
Era spossato; forse, non rimaneva che arrendersi.

“Se non hai intenzione di fuggire potrò rinunciare alla sua magia per un giorno, non ho altre missioni di cui occuparmi. Pare tu sia una priorità assoluta, novellino.”
Il corpo simase tanto immobile da farla apparire come una statua nel mentre che le parole continuavano a sgorgarle dalle labbra con il suo solito tono indisponente.
“E per evitare l’insorgere di brutte abitudini, forse è meglio che io non ti faccia da cameriera e che sia tu a dirlo al Maestro, eh?”

Non rispose, bandendo ogni indugio. Se era lei ad offrirgli quel potere, perchè no?
Alzò una mano, avvicinando le punte delle dita alla lama; si fermò un attimo prima di toccarla, rabbrividendo sommessamente al percepire, in modo diretto, ora, il suo potere.
Il Dono gli si agitò in corpo, famelico, e si protese lungo le sue ossa, le sue carni, fuoriuscendo dalla pelle alla ricerca di quel Potere a cui anelava.
Toccò la lama.
Per un solo, lungo attimo non successe assolutamente nulla. Poi, come una diga che si spalanchi improvvisamente, con una violenza che lo fece sussultare, la sua fame si avventò sull’arma. Non fu delicato, non fu sottile o impercettibile; fu brutale, al contrario, rabbioso e prepotente. Come quando si era trovato a spaccare violentemente i ripiani nella stanza, la sera prima, come un ubriacio che sfonda la finestra di una taverna, come un amante che strappi le vesti dal corpo dell’amata.
Richiuse di scatto la bocca, quando si accorse di averla tenuta aperta, domandandosi quali suoni si fosse lasciato sfuggire, e rivolse gli occhi, ora nuovamente animati da uno scintillio che pareva vivo, a Varima. Non fece in tempo a lasciarsi sfuggire un sorriso che l’onda di Potere lo percorse violentemente, da capo a piedi, in un lampo di fugace chiarore dorato, durato tanto brevemente da essere stato quasi impercettibile alla vista. Ora, ora che il Dono aveva cancellato i segni della stanchezza e del lungo sonno, si stiracchiò languidamente, godendosi quella rinnovata sensazione di tepore e si accinse, con agile tranquillità, a rimettersi in piedi.

Soppesò il proprio pugnale, rigirandolo tra le mani senza accennare a riporlo nel fodero, la fronte vagamente corrugata.
“Dovrei rivalutare le armi.”

“Purchè tu faccia attenzione.”
Si stiracchiò indolentemente, in piedi, spostando poi lo sguardo sulla porta; in una rapida occhiata, tornò ad abbracciare con gli occhi Varima, accennando all’ucita.
“Mi fai strada?”

Si alzò in piedi con uno sbadiglio, riponendo l’arma alla cintura anziché nel suo fodero.
“Quanta impazienza, c’è forse qualcosa che dovrei sapere? Fare attenzione mi annoia, ma al contempo mi riesce piuttosto bene, non dimenticarlo se hai in mente qualche brutto scherzo.”
Un cenno della mano, la maniglia della porta in bella mostra, che altro c’era da aspettare?

Scrollò le spalle, avviandosi a passo svelto. La conversazione languì decisamente lungo il corridoio e Belthil fu più che altro impegnato nel tentare di orientarsi nel via vai di cunicoli, porte, e passaggi decisamente troppo simili a sè stessi. Gli risultò più facile memorizzare la posizione di alcune aure magiche residue che avvertiva come un soffio sulla pelle quando vi passava vicino e si limitò, per tutto il tragitto, a seguire le indicazioni di Varima.
Quando lei gli ingiunse di fermarsi, non potè trattenere un sospiro. Aveva abbastanza potere, in corpo, da scatenare un’esplosione pari a quella del giorno in cui era arrivato e, anche se con una fonte adeguata avrebbe potuto fare molto di meglio, quello era tutto ciò di cui disponeva. E non era abbastanza.
Poggiò una mano sulla maniglia della porta, riflettendo attentamente su quanto aveva da dire e su ciò che avrebbero potuto rispondergli, per contro. Mordendosi appena il labbro inferiore, bussò rapidamente, prima di girare la maniglia e spingere; inutile rimandare.

Rapida, la mano di lei andò a posarsi sulla sua, impedendogli di concludere il gesto.
“Sapevo che gli elfi erano arroganti e spocchiosi, ma non pensavo fino a questo punto. Non ti hanno insegnato che pima di entrare in una stanza chiusa bisogna aspettare il permesso?”
Non ebbe il tempo per rispondere che una voce pacata li raggiunse, invitando il proprio ospite a farsi avanti.

Si limitò ad alzare le sopracciglia in direzione di Varima ed entrò. Si concesse lo stupore di un sopracciglio inarcato e di un’espressione che, per un attimo, fu assolutamente ebete nel constatare come la stanza fosse del tutto, assolutamente, tappezzata di libri, alcuni dei quali rilucevano di magia. Per qualcuno che il destino aveva costretto a frequentare solo le sguarnite librerie che alcuni maestri rendevano pubbliche, condannato a tentare di sottrarre libri a coloro che volevano sottrarre a lui il suo segreto, quella visione poteva ben lasciare interdetti.
Si costrinse, tuttavia, a riportare la propria attenzione su colui al quale desiderava parlare, socchiudendo appena le palpebre sugli occhi scintillanti; una precauzione inutile, invero: se davvero possedeva il Dono, avrebbe potuto sentire la sua aura palpitare di Potere.
“Sono venuto per chiedere, ancora, di essere rimandato a casa.”
Si inumidì le labbra, affrettandosi a colmare il silenzio che aveva seguito le sue parole pronunciate all’improvviso.
“E, se questo, come credo, non mi verrà concesso, per comunicare che, senza le mie cose, rimaste in città, non ho intenzione di rimanere qui.”
Chissà come si sentiva trascurato il suo libro degli incantesimi, ormai.

“Casa… La consideri davvero tale? Eppure non è molto che vi abiti, e neppure possiede tutti gli elementi che dovrebbe avere per aiutare una persona come te, come noi, a mantenere vivo il nostro dono. Il luogo in cui ti trovi sarà una casa migliore.”
Lo invitò a sedersi con un cenno, richiudendo al contempo il libro al quale si stava dedicando fino a poco prima, mettendolo da parte senza più rivolgergli una sola occhiata.
“Potrei mandare qualcuno a raccoglierle per te…”
Lasciò la frase volutamente in sospeso, come per valutare la sua possibile reazione.

“Casa è dove sono i miei possedimenti; non ho abitato per molto tempo nessun luogo in particolare…”
Scrollò le spalle, senza riuscire a nascondere un sogghigno divertito, tentando di non lasciar trapelare tutto il fastidio che gli causava il solo pensiero di qualcuno intento a frugare fra le sue cose.
“E vorrei suggerire di mandare Varima. Ma la sua arma è inerte e la sua vendetta sarebbe terribile, temo. Inoltre…”
Aggrottò le sopracciglia per un attimo.
“…il pensiero che qualcuno maneggi il mio Libro non mi sorride affatto.”

La breve risata che lo scosse sembrava provenire dalla profondità del suo spirito, manifestando lo stesso divertimento che poteva catturare un nonno alla prima deliziosa sciocchezza pronunciata dal nipote.
“Varima non è mai priva di armi, figliolo. E’ molto più di quanto non sembri.”
Una breve pausa gli concesse di riflettere ancora per qualche istante prima di tornare a prendere la parola.
“Va bene, andrai, ma porterai qualcun’altro con te. Non hai avuto modo di conoscere molti tra noi, mi rendo conto, ma se lo vorrai potrai scegliere il tuo accompagnatore.”

Si morse il labbro inferiore, riflettendo per qualche momento sull’opportunità che gli si presentava.
“Andrà bene chiunque non si tiri indietro nel darmi una mano.”
Accennò con il capo alla donna, di cui avvertiva la presenza dietro di sè.
“Lei, quindi, è esclusa.”

“Ehi!”
La mano del vecchio si sollevò, spegnendo sul nascere la protesta dell’umana.
“Chi, dunque?”
Chiese, senza mai lasciare con gli occhi il volto dell’elfo, con uno sguardo che sembrava capace di sondarne le profondità dell’animo.

“Oh.”
Belthil diede mostra di pensarci per piu` di qualche attimo. Apri` la bocca per parlare e la richiuse subito dopo, scrollando le spalle.
“Andra` bene chiunque abbia memorizzato degli incantesimi di trasporto e non si spaventi nell’eventualita` in cui ci fossero da portare dei pesi.”
Si lascio` sfuggire un sorriso timido con cui sperava di velare le sue intenzioni. Mentire, lo sapeva, gli riusciva particolarmente bene e non poteva negare di avere un certo talento; in fondo, era uno degli stratagemmi che lo avevano tenuto in vita fino ad allora. E che, forse, gli avrebbe donato nuovamente la liberta`.

“Elaine?”
Suggerì, la mano ancora sollevata contro Varima, in segno intimidatorio, e lo sguardo penetrante che mai si era staccato dal suo volto.

Belthil si impose di controllare la mascella, per impedirle di contrarsi, mentre tornava ad atteggiare il volto in una smorfia pensosa. Sentiva su di sè lo sguardo dell’anziano maestro come una solida pressione sul suo volto, in risposta alla quale il Dono si agitò, facendo rimescolare il Potere che gli scaldava il sangue di un tepore seducente.
“Non posso dire di conoscerla… se soddisfa gli ovvi requisiti che ho elencato ed eviterà di piazzarmi un pugnale nella schiena non appena mi sarò voltato…”
Si inumidì le labbra con la punta della lingua, esitando qualche attimo.
“Suppongo andrà bene.”

La mano ridiscese verso lo scrittoio, posandosi sulla liscia superficie di legno.
“Bene, vai a cercarla, allora, e chiedile se è disponibile ad accompagnarti. Non è mia abitudine costringere altri ad agire secondo il mio volere o quello altrui, se non è strettamente necessario.”
Lo sguardo si spostò su Varima, che tornò ad imbronciare le labbra già prontamente schiuse.

“Strettamente necessario.”
Belthil inarcò un sopracciglio, incerto; rinunciò, dopo una breve esitazione, a lasciarsi sfuggire la risposta tagliente che aveva pensato.
“Cercarla… sì.”
Si accigliò per un solo attimo, aprendo e richiudendo la bocca, prima di decidersi a parlare.
“E posso sapere da che parte? Non credo di sapermi orientare così agilmente, là fuori.”
Mentì ancora, più agilmente di prima. Avrebbe potuto cercare il sapore della sua aura; credeva di ricordarselo e, in fondo, se davvero possedeva il Dono, credeva che sarebbe stato in grado di trovarla, con un’adeguata concentrazione. Ma perchè svelare tutte le sue capacità così in fretta, in fondo?

Si strinse nelle spalle, l’attenzione nuovamente rivolta al libro che stava leggendo poco prima.
“Trova qualcuno che ti aiuti a carcarla, dunque.”

Belthil si alzò, sospirando appena. Non si prese la briga di rispondere e si congedò inchinandosi leggermente, prima di uscire dalla stanza e fermarsi, la schiena appoggiata al muro, di fianco alla porta da cui era appena uscito.
Si voltò verso Varima, quando questa uscì, riservandole una lunga occhiata che non scese mai sotto il mento della donna.
“Idee?”
Non che gli interessasse eccessivamente, in fondo; il suo Potere, il suo arto invisibile, andando a tentoni aveva già trovato una traccia promettente. Aveva, tuttavia, bisogno di dissimulare quella conoscenza, di nascondere la sua capacità.

Sollevò entrambe le mani nel gesto proprio di chi afferma di essere estraneo a qualsiasi vicenda, l’espressione del volto atteggiata alla più plateale innocenza.
“Io sono quella che potrebbe pugnalarti alla schiena, ricordi?”

Inarcò un sopracciglio, lasciando affiorare sul volto, per un solo attimo, una smorfia.
“No, tu sei quella che si rifiuterebbe di trasportare pesi per aiutarmi.”
Sospira, sollevando le mani a massaggiarsi, piano, le tempie.
“Hai idea di dove potrebbe essere?”
A destra, poco più in basso del piano su cui si trovavano, per la precisione. Ma non era necessario che lei lo sapesse, no?

“Ti stanti dimenticando un particolare”
Gli si parò davanti, posando le mani sui fianchi prima di tornare a muoverle, indicandosi per poter meglio sottolineare quanto stava dicendo: “io so plasmare le forze arcane, nel caso te ne fossi dimenticato, non ho bisogno di portare pesi, mi basta fare in modo che mi seguano.”

“Già.”
Scrollò le spalle, guardando prima a destra, poi a sinistra, con estrema lentezza.
“Devono essere i tuoi vestiti, allora.”
Tornò a posare il suo sguardo sul volto di lei, gli occhi accesi da un luccichio lontano, di Potere, e vicino, del sogghigno divertito che gli era passato sulle labbra.
“E’ troppo difficile infilarcisi sotto. Ora…”
Si staccò dal muro con un colpo di reni, lo sguardo rivolto a sinistra, le labbra arricciate.
“…io andrei da quella parte.”
Rapidamente, si diresse verso destra, sgusciando tra Varima ed il muro.

“Hai passato troppo tempo nel corpo di un vecchio, forse hai perso la mano.”
Lo seguì ad un passo di distanza, le mani intrecciate dietro la schiena ed una scintilla di divertimento nello sguardo.
“Di qua, dici?”

“Credi?”
Sollevò una mano, senza voltarsi, le dita unite, distese, con il dorso che guardava verso la donna.
“Devi proprio avere ragione.”
Tornò ad abbassare nuovamente la mano, riportandola lungo il fianco.
“Una direzione vale l’altra, per me. Tanto vale andare a caso, ti pare? Se non altro, farò un giro turistico di questo posto.”
Ecco, adesso si muoveva; lentamente, verso l’alto, probabilmente in volo. Ma la direzione continuava ad essere quella giusta. Sorrise, fra sè.

“Credo.
Sento i miei vestiti troppo distintamente perché possa essere altrimenti”
Sorrise obliquamente, chiedendosi se sarebbe stato saggio provocarlo a tal punto da costringerlo a fare ancora sfoggio del suo potere: sentirlo turbinare attorno a sé era… inebriante.
“Per avere maggiori possibilità di fuga? Non riuscirai mai…”

“Naturalmente, naturalmente.”
Tacque, continuando a camminare. Imboccò, in rapida successione, due biforcazioni, prima a destra e poi a sinistra, senza mai mutare l’andatura. La sentiva muoversi, non distante, al piano di sopra.
Aprì la bocca per aggiungere qualcosa e la richiuse, come se il silenzio stesso gli avesse ricacciato in gola parole con cui non voleva essere lacerato. Stava ripetendo il tentativo, quando una corrente d’aria fresca gli sfiorò una guancia, in una carezza fugace e sottile. Una corrente d’aria che odorava di pietra e di chiuso; scale, senza dubbio.
Grazie agli dei, quella storia stava per finire.

Odiava camminargli alle spalle in silenzio: così si comportavono i cani, non le persone, e lei di certo camminava su due gambe.
Deglutì ed increspò le labbra prima di aumentare il passo fino ad affiancarlo.
“Cosa si prova?”
Gli chiese, semplicemente.

Ignorò la domanda, in un primo momento, fino a quando non si trovò ad affacciarsi sulle scale. Maestose, consunte dal tempo, dai gradini stretti e fitti… Belthil abbandonò ben presto il proposito di imprimersene nella mente una descrizione accurata, cassando le proprie velleità di scrittore.
“A riuscire a risultare eleganti con quasi ogni vestito? Una bella sensazione, grazie.”
Scrutò, con un’espressione che sperava apparisse di dubbio concentrato, un punto indefinito verso l’alto, riservando poi la stessa attenzione al pavimento, poco più avanti rispetto ai propri piedi.
“Ti chiederei se preferisci sopra o sotto…” si strinse nelle spalle, accennando a muovere un passo “ma credo che, in ogni caso, sceglierei di salire. Suggerimenti?”
Si voltò, di tre quarti, per poterla includere nel suo campo visivo.

“Sì, di cambiare la tua dote con quella di sembrare elegante senza, è certamente più interessante. D’altra parte bisogna sapersi accontentare, suppongo.”
Il sorriso che le sfuggì dalle labbra era di palese divertimento, come se non potesse fare a meno di rispondere a tono a ciascuna delle provocazioni che le venivano rivolte.
“Sopra, quindi, un elfo che ama imporsi, oltre a non rispondere. Una vera sfida.”

“La mamma mi diceva sempre che alle donne piacciono le persone volitive.”
Iniziò a salire, lentamente, senza curarsi di guardare verso Varima, sospettando che un sorriso le campeggiasse sulle labbra.
“Cosa c’è a questo piano?”

“Forse avresti fatto meglio ad ascoltare il papà.”
Si guardò attorno, indecisa se rispondere o meno, per poi trarre un profondo sospiro prima di spiegare con voce fintamente annoiata.
“Camere delle torture, ruote del dolore, campi antimagia e qualche altro magnifico attrezzino. Grazie per esservi giunto di tua spontanea volontà.”

“Non sapevo che le tue stanze fossero qui.”
Si lasciò sfuggire un sogghigno divertito, superando con lunghi passi elastici i gradini che lo dividevano dall’accesso al piano superiore, chiuso da una porta. Belthil inarcò appena un sopracciglio, poggiando una mano sul legno. Lei era dall’altra parte, poteva sentirlo con chiarezza. E non era sola, a giudicare dalle altre aure di cui poteva sentire la consistenza.
Dodici, forse tredici persone, disposte in una formazione regolare. Si morse il labbro inferiore, inspirando a fondo, prima di spingere la porta. Veloce, Varima non doveva dubitare alcunchè.
Di nuovo, a distanza di poco, barcollò sotto il peso dell’abbraccio di scaffali e scaffali di libri; sarebbe stato un peccato, bruciare tutto.

“Nella mia stanza c’è di meglio, tesoro.”
Sbirciò oltre la porta, lasciandosi sfuggire un breve sbuffo quando individuò colei che stavano cercando.
“Direi che l’hai trovata”
Constatò con tono infastidito.

“Mh…”
Inarco` un sopracciglio, riservandosi di studiare diversi volti, prima di soffermarsi su quello che, fin da subito, prima che la porta fosse aperta, sapeva essere di colei che stava cercando. Di certo, non faceva nulla, come lui, per nascondersi: non tentava neanche di occultare la radianza naturale della magia che aveva in corpo, ne` operava alcun tentativo di dissimularla.
Bah. Che ognuno tenesse il profilo che sentiva piu` adatto.
“Si`, suppongo di si`. Devo essere stato particolarmente fortunato.”
Parlo` con tono accademico, come di uno studioso che osservasse un fenomeno a lui totalmente estraneo.
“Suppongo che le si dovra` parlare.”
Senza attendere un replica da Varima -replica che, ne era convinto, sarebbe giunta ugualmente con puntuale indisponenza- avanzo` nella stanza, rendendo il piu` silenziosi possibile i propri passi, avvicinandosi a colei che costituiva il suo passaggio per la liberta`.

14 Aprile 2007

Sotto la luce della luna III


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Quale graziosa giornata, che gradevole compito quello che le era stato appena affidato. Senza neppure domandarle il motivo del suo ritardo, o informazioni sulla sua salute, le era stato chiesto di scortare il nuovo arrivato fino alla sala comune, perché potesse cibarsi e conoscere il resto della congrega.
Non era assolutamente delizioso? Gli faranno compiti cenni del capo e magari gli chiederanno di riscaldare il pane, mentre si trova nei paraggi.
Un idillio difficilmente perdibile, indubbiamente.
Aprì la porta con cautela, guardando a destra ed a sinistra prima di spalancarla con un colpo del piede.
“Buongiorno, mio diletto, spero che tu sia pronto, mi hai privata di una notte di sonno e spero tu non voglia replicare con la colazione.”

Varima.
Ottimo.
Belthil inspirò a fondo, spostando silenzioso il peso sull’altra gamba, gli occhi trafitti da un fastidioso bruciore. Doveva rimanere concentrato, fino a quando lei non si fosse diretta verso l’angolo della stanza in cui si era costruito il fortino, fino a quando non gli avesse dato le spalle.
Ancora qualche passo, ancora qualche respiro; l’elfo strinse l’arma di fortuna nella mano, traendone un bizzarro sollievo.

Si appoggiò allo stipite della porta, portanto istintivamente la mano sul fianco. Sarebbe potuto essere un movimento nato dall’intenzione di provocare o sgridare, se non fosse stato per l’espressione vagamente contratta del volto che spingevano a cercare altrove una reale motivazione.
“Per favore, non ho voglia di giocare con il tuo istinto da elfo braccato. Voglio solo portarti in una grande stanza, con tanti altri maghi, così che tu possa mangiare ed accertarti che non vogliamo farti del male. Prometto persino di non punirti per tutto il caos che hai combinato, contento?”
L’attimo di silenzio che seguì le occorse per trarre un profondo sospiro, osservando con circospezione quella specie di tumulo che sorgeva sul lato opposto della stanza. Corrucciò le labbra, muovendo un passo in avanti e provando a cambiare tattica.
“Il maestro non è il solo altro Portatore, c’è anche un’altra ragazza, una mezz’elfa. Non vorresti conoscerla? So che ti sei nascosto lì sotto…”

Una stanza e tanti maghi, eh?
Come no.
Istintivamente, Belthil flettè le ginocchia, pronto a scattare; se pure era vero che Varima aveva passato la notte confinata nella città in cui lui aveva posto la sua ultima residenza, era di certo più riposata e, probabilmente, si era nutrita.
Bastò quel pensiero a scatenare una nuova ondata di nausea, che l’elfo dovette scacciare ad occhi chiusi, i denti affondati nelle labbra secche, la lingua che, rasposa, gli ingombrava la bocca. Aveva sete.
Scosse la testa, sforzandosi di tornare a ragionare con lucidità: a causa della sua disattenzione, rischiava di perdere il momento giusto. Trattenne il respiro, un attimo prima di saettare fuori dal suo nascondiglio, l’arma improvvisata stretta in mano e protesa in avanti, il volto privo di qualunque espressione, ogni stilla di energia residua concentrata nel non farsi sopraffare dalla nausea.
Ce l’avrebbe fatta, sì. Sarebbe fuggito.

Si fermò nel momento stesso che l’arma prese a balenargli in pugno, muovendo prudentemente un passo all’indietro.
“Mi stai facendo supporre che sia io, il bersaglio di tutto questo. Che abbiano terminato le stanze? Bhe, sappi che non ti cederò la mia… al massimo potremmo dividerla, ma non se continuerai ad essere tanto violento.”

Una risata gutturale si spense in un gemito di dolore; la gola era decisamente troppo riarsa per quel genere di sollecitazioni. Parlò, tuttavia, incurante di quanto rauche potessero risultare le parole.
“Una proposta più che gentile a cui mi è terribilmente difficile dire di no. Tuttavia…”
Un passo, rapido, in avanti, per accorciare le distanze, gli causò un nuovo attacco di nausea ed il campo visivo gli si restrinse, per un attimo, in un anello circondando da sfavillanti puntini bianchi. Sperò non se ne fosse accorta.
“…se potessi farti da parte e lasciarmi andare, potrei trovare il modo di mostrarti tutta la mia riconoscenza.”
Soppresse l’istinto di inumidirsi le labbra, un gesto che, in quell’occasione, sarebbe risultata un’inutile tortura.
“Rose, forse? O, magari, Iris? Orchidee, piuttosto?”

“Margherite, semmai. Sono una ragazza romantica.”
La mano corse al pugnale, estraendo una lama sporca di strane macchie e striature scure, senza tuttavia assumere alcuna posizione di difesa o di attacco.
“Non hai idea di quanto desideri spedirti in un luogo così lontano da renderti impossibile il tornare indietro. Un luogo nel quale il Maestro non ti possa scovare… Ipotesi quanto meno improbabile, tra l’altro, vista la quantità di tracce che lasci costantemente alle tue spalle. Avevi ragione, ieri notte c’era qualcun altro attorno a noi… non è stato facile convincerli che non avevo idea di dove fossi.”

“C’è sempre qualcun altro.”
Scrollò le spalle, iniziando a spostarsi lentamente, circolarmente, con il chiaro e preciso intento di girarle attorno, fino a trovarsi con la porta alle spalle.
“Vada per le margherite, allora… ora, possiamo evitare di abbracciarci, per salutarci?”

Si spostò di lato a sua volta, finendo per ridurre lo spazio volto a separli, stringendo i denti quando il movimento, improvviso per paura di un possibile scatto di lui, le procurò una nuova fitta al fianco. Non ebbe bisogno di guardare verso il basso per sapere che la ferita si era riaperta, imbrattando la blusa di lino nero.
“Odio essere buona…”
Sibilò, impossibilitata a fare altrimenti, per poi tornare lentamente ad un tono normale.
“…ma il renderti carne da macello per chiunque incontrerai lungo la tua strada non mi sembra un’idea allettante. Capisco la tua reticenza, anche se non lo ammetterò mai in pubblico, sia ben chiaro, ma la tua vita può forse essere peggio di quanto non sia stata fino ad ora? Siam… sono, sono in tanti, qui, ad essere stati salvati, recuperati, ricondotta ad un’esistenza normale, l’unica carta d’accesso è il potere, il potere e la fedeltà alla congrega. Uccidendoti, o facendoti uccidere, non otterremmo nulla, prova a riflettere, quale che sia il nostro scopo ci sei molto più utile da vivo.”

“Fammi uscire. Fammi fuggire e, forse potrei anche iniziare a fidarmi. Ma non ti assicuro null…”
Lo aveva fatto di nuovo, senza accorgersene. Aveva richiamato a sè il Dono e l’improvviso vuoto, la mancanza, la terribile, allucinante vacuità che avvertiva dove invece il Potere avrebbe dovuto ribollire, lo piegarono più di quanto non fossero riuscite a fare la nottata insonne e la sete. Un conato gli spaccò lo stomaco, vuoto.
Lottando per mantenersi presente, un ronzio sempre più forte nelle orecchie, si afflosciò a terra, le ultime forze, residue, impiegate nell’assurdo tentativo di mantenere alta un’arma che, ora, minacciava addirittura di scivolargli dalle dita.

In un istante gli fu accanto, pronta a sorreggerlo.
“Cosa diamine ti sta succedendo? Non sarà un trucco, vero?”
Il grado di fiducia, a quanto pareva, era del tutto reciproco.
“Sono qui proprio per ciò che hai detto, per farti uscire, ma non posso farti fuggire, questo no.”

“Maledetti… tutti voi, siate maledetti.”
Inspirò pesantemente abbozzando una futile resistenza, ritraendosi da Varima.
“Nel nome di Mystra, siate maledetti. Mi avete tenuto una notte intera qui dentro. Adesso quale altra tortura vorrete elargirmi? Passerete a straziarmi le carni?”
Percepiva la sua stessa voce andare e venire, lontana, mentre chiudeva gli occhi e si concentrava per distogliere la propria attenzione dal punto, dolorosamente vuoto, che sanciva la totale mancanza del suo Dono.
“O, magari, mi terrete ancora in questo posto dannato, per divertirvi?”
Un’ondata di ritorno di nausea ed un sapore acido in bocca lo facero tacere poco prima di aver terminato del tutto la frase.

“Non lanciare maledizioni a vuoto, ragazzo. Nessuno vuole torturarti, non qui tra noi se non altro. Se solo fossi un po’ più chiaro invece di blaterare parole senza senso potrei riuscire a capire cosa diamine stai dicendo. Io non possiedo questo tuo dono, capisco solo che non stai affatto bene. Usciamo di qui…”
Un attimo di incertezza frammetò lo scorrere delle sue parole, per poi tornare a fluire normalmente una scrollata di spalle dopo.
“…in fin dei conti è quello che sono venuta a fare: portarti fuori. Avanti, appoggiati a me.”
Ripose il pugnale nel fodero di cuoio legato alla coscia, trovandosi a stringere tra le dita la sfera di cui aveva fatto ampio uso la sera precedente.
“Solo per precauzione, spero non te ne avrai a male.”

Gli occhi chiusi, le labbra secche, la lingua come un involto di stoffa.
Eppure, era fuori. Come si era ritrovato seduto sul pavimento, appoggiato alla parete? Non ne aveva idea. E non gli importava.
Trasse un ampio respiro, il Dono vivo, presente, attivo, di nuovo suo. Sì.
Ostacolato, ora, solo dalla fatica del corpo -quanto tempo aveva passato, cercando di riprendersi?- si rialzò in piedi, puntellandosi al muro. Non si poteva certo dire che le sue condizioni fossero ottimali, ma, almeno, aveva di nuovo quella parte imprescindibile di sè.
“Va bene. Fammi strada.”
No, non andava bene per nulla. Eppure, adesso che i pensieri avevano ripreso un flusso più o meno regolare, si rendeva conto di non avere altra scelta.
In fondo, aveva ancora la sua via di fuga.

“Finalmente!”
Si alzò a sua volta, trovandosi costretta ad appoggiarsi al muro con la mano libera quando la vista iniziò ad annebbiarsi, punteggiandosi di macchie troppo chiare per essere dovute all’illuminazione del corridoio.
“Dritto davanti a te, precedimi”
Aggiunse quindi, abbandonando il tono mordace di cui faceva sempre largo uso, e sforzandosi di non distogliere lo sguardo da lui neppure per il tempo necessario a guardare la mano che si stava lentamente allontanando dal fianco. Non aveva bisogno della vista per sapere ciò che il tatto già le stava suggerendo, il viscido umidore che sentiva non poteva essere che sangue. Non era mai stata brava nelle fasciature, in effetti.

Non accennò a muoversi, un sopracciglio appena inarcato, impegnato nella valutazione della situazione.
“Sei ferita.”
Commentò asciutto, ben conscio di essere scivolato nell’ovvietà. Soffocò un sospiro, mentre scartava, ad una ad una, le alternative che gli sorgevano in mente; in fondo, lo aveva portato fuori da quell’inferno. E tuttavia, quanto era saggio fare ciò che aveva in mente?
Stese la mano verso di lei, il palmo verso l’alto.
“Dammi il pugnale. O quel talismano che non indossi.”
Sperò di aver preso la decisione giusta.

“No, sto solo fingendo per indurti a compiere un passo falso. Giù le mani dai miei talismani, cer…”
Essere interrotta non le piacque affatto, ed ancora meno le piacquero le parole che vennero rivolte, come se fossero dirette ad una sciocca senza alcun motivo d’essere reticente.
“Sì, sì, mi pare comprensibile. Allora tieni tu il pugnale e porgimi la lama, se ti fa sentire meglio.”
“Non mi fa sentire meglio. Mi farebbe sentire meglio condurti nella sala comune ed andare a cambiare la fasciatura. Se non ti dispiace…”
Il gesto del braccio risultò tanto eloquente da concludere esso stesso quanto iniziato dalle parole.

Sospirò, esasperato. Subito dopo, un sogghigno gli increspò le labbra.
“Suppongo che, se provassi ad infilarti una mano sotto la blusa, mi ritroverei monco.”
No, non gli piaceva affatto quanto stava per fare: significava trovarsi quasi del tutto indifeso, ancora più affamato -di una fame che difficilmente si poteva descrivere- ed orribilmente stanco. Chiuse gli occhi per un attimo, riesaminando tutte le sue prospettive. Non gli venne in mente nulla di meglio.
Avvicinò di poco la mano alla donna, coniugando gesto e verbo, pronunciato in un tono libero da peculiari colorazioni.
“Appoggia la mano qui. O toccami anche solo la punta delle dita.”
Quello sarebbe stato il suo ultimo tentativo; creare un vago senso di gratitudine nei suoi nemici era la sua ultima carta e, per giocarla, era disposto a sacrificare quel po’ di potere che ancora gli era rimasto. Ma tutto aveva un limite, per gli dei.

“Ci conosciamo da così poco e già vuoi arrivare sotto i miei vestiti? Lo so, lo so, sono irresistibile, ma dovrai controllarti.”
La pietra già usata durante la sera precedente passò alla mano destra, mentre la sinistra si avvicinava a quella di lui non senza una certa esitazione.
“Fa una mossa avventata, una sola, e sceglierò di affrontare l’ira del Maestro.”
Niente più scherzi: non avrebbe potuto essere più seria.

Guardò per un solo attimo la pietra, chiedendosi quale genere di incantesimo ne generasse il potere; se avesse sbagliato ipotesi, probabilmente avrebbe sprecato le sue ultime energie.
Non rispose a Varima, ad ogni modo, e chiuse gli occhi. Normalmente avrebbe potuto farlo senza difficoltà, ma una notte di sonno mancato e la stanchezza che gli attanagliava il corpo e la mente gli avrebbero reso di gran lunga più difficile il compito; scacciando simili dubbi, diresse al proprio pensiero al Dono.
Non vi furono lampi, esplosioni o getti di fiamme bianche; come l’affiorare di un tenue rossore su un volto pallido, la tenue luminosità dorata che avvolgeva, ora, la mano dell’elfo era sorta dall’interno, come se la luce di una torcia fosse filtrata attraverso una coltre. Vi furono, in verità, un paio di tenui scintille, di un dorato appena più vivo, sulla punta delle dita, dove i piccoli tagli causati dal vetro si rimarginavano senza lasciare alcuna cicatrice.
Gli aveva chiesto qualcosa? Forse che cosa stesse facendo? Come poteva pretendere che, proprio ora, si mettesse a discutere? Non immaginava quanto potesse costargli mantenere quella concentrazione? Ma, d’altronde, come avrebbe potuto capire? Tutti i maghi ben conoscevano la sensazione della Trama che si faceva energia, magia all’interno del loro corpo e, tramite questo, veniva materializzata; quanti di loro avevano mai sperimentato l’opposta sensazione?
Liberò il proprio Dono. Certo, se le avesse sfiorato la ferita sarebbe stato più delicato: a volte, in quel modo, poteva fare male. Ormai, tuttavia, era tardi: già avvertiva l’onda tiepida di Potere che risaliva all’interno della maga, il sapore dell’energia che le aveva liberato in corpo, un assaggio di Magia allo stato puro, informe, libera.
Si lasciò sfuggire un gemito soffocato, quando anche l’ultima stilla di energia lo abbandonò; ora era davvero affamato.

Il bagliore che andò ad illuminare la mano dell’elfo le fece aggrottare le sopracciglia, spingendola a chiedere spiegazioni che non giunsero alle sue orecchie. Stava per interrompere il contatto delle dita quando una strana vibrazione si fece strada in lei, percorrendola senza che potesse impedirlo.
Il petto si sollevò e le labbra si schiusero, schiave di una sensazione che non credeva possibile. Poteva percepire i filamenti della trama, allo stesso modo di quand’era impegnata nel richiamare il più complesso dei suoi incantesimi, ma, simultaneamente, affiorava una sensazione abbandonata da tempo, quella nata dalla manipilazione di una forza differente, che si componeva degli infiniti frammenti estranei alla trama stessa. Senza di essi il grande velo magico non sarebbe potuto esistere, ma allo stesso tempo ne rappresentava la negazione.
Boccheggiò, senza fiato, confusa e senza orientamento in questa dimensione mentale che rasentava la completezza e, pertanto, l’appiattimento della differenza in favore dell’annullamento.

Ritrasse la mano lentamente, il respiro non affrettato, ma più pesante, lo sguardo, acceso dal mezzo sorriso che campeggiava sulle labbra, posato sulla maga.
Attese qualche attimo, dandole tempo di riprendere il controllo; sapeva, sapeva fin troppo bene, quanto fosse facile smarrirsi in quel Potere.
“Ti precedo.”
Girò sui tacchi, avanzando lentamente. Aveva parlato con noncuranza, malgrado la sua fame fosse cresciuta a dismisura. Il suo corpo, ogni sua fibra, urlava a gran voce la richiesta di nutrimento. Ah, dannazione.

La realtà tornò lentamente a circondarla, ripristinando la normalità dei suoi sensi e del suo respiro. Mosse un passo in avanti, fermandosi quando si accorse dell’assenza dell’ormai costante dolore al fianco. Possibile che…
Lo raggiunse con una breve corsa, posandogli una mano sulla spalla.
“A cosa ti sarebbero serviti il mio amuleto ed il mio pugnale?”

“Ho fame.” si limitò a rispondere, asciutto.
Era profumata di magia; gli occhi socchiusi, evitò di voltare lo sguardo per non farsi indurre in tentazione dal pentacolo che, lo sentiva distintamente, le pendeva al collo.
“E sete. Possiamo andare?”

Annuì, indicandogli il corridoio e prendendo a camminargli al fianco, le unghie tintinnanti sull’elsa del pugnale, come fosse preda di chissà quale indecisione.
“Perché mi hai guarita?”

Non fermò il passo, dedicandole solo un’occhiata obliqua quanto fugace, prima di risponderle, lo sguardo di nuovo fisso dinnanzi a sè.
Ricerca, volontariamente, un tono grave, accentuato dalla voce roca e dalla laconicità cui il dolore che gli causa ogni sillaba lo invita.
“Per entrare sotto i tuoi vestiti.”
Un solo attimo di pausa, per tornare poi a parlare.
“E per sperare che il tuo innato senso di gratitudine ti spinga a lasciarmi fuggire da questo posto.”
Costringe le gambe, leggermente doloranti, ad aumentare appena l’andatura, ormai ansioso di arrivare lì dove lo stanno conducendo. Quale tortura hanno in mente, per continuare, dopo quell’orribile stanza?

“I vestiti possono essere scomodi, in alcune circostanze, e la gratitudine non è il sentimento giusto per indurmi ad aprire la porta d’uscita; la rabbia, forse.”
La lama del pugnale saetta davanti a lui con inaspettata rapidità.
“Non ho inteso se occorre ancora.”

Gli occhi che si assottigliarono, le labbra che si schiusero, la lingua che le ripassò, pur riarsa dalla sete. Tutti i segni di un affamato che guardi un succulento piatto di stufato si manifestarono, nell’arco di un attimo, sul volto dell’elfo, soppressi frettolosamente dalla volontà di non lasciar trasparire nulla.
Bah, un’allusione al sesso. Forse -e Belthil si trovò a dover sopprimere un sogghigno- crede di essere più saporita della libertà. Umani.
“No.”
Rispose a fatica, il Dono che gli fece contrarre dolorosamente lo stomaco; scivolò in un silenzio che, sperava, potesse essere interpretato come ostile. Aveva bisogno di concentrarsi, per tenere a freno il proprio bisogno di Potere; non poteva permettersi di dare, lui stesso, quell’arma ai suoi nemici.

Si strinse nelle spalle, riponendo l’arma nella sua custodia prima di tornare a guidarlo lungo i molti corridoi di quella che considerava la propria casa. Era evidente che qualcosa non andava e che il malessere che lo attanagliava dentro la stanza era svanito solo in parte, ma che altro avrebbe dovuto fare? Non era certo un’indovina.
***
La porta della sala comune era piccola e discreta come tutte le altre; un ipotetico nemico avrebbe avuto bisogno di una mappa dettagliata per riuscire ad individuare gli obiettivi veramente rilevanti in quell’intrico di cuniculi e di porte tutte uguali. Sembrava quasi un labirinto, un luogo in cui perdersi per l’eternità.
“Eccoci arrivati, mio diletto. Cerca di salutare compitamente e non farmi fare brutte figure, siamo intesi?”
Il sorriso che gli rivolse lasciava ampio margine all’estenazione della curiosità e dell’aspettativa che stava provando, tanto che non resistette all’idea di avvicinarglisi ancora, come non potesse impedirsi di giocare col fuoco, fermandosi solo un istante prima di scottarsi, le labbra vicine al suo orecchio.
“Grazie” modulò nella forma di un sussurro tanto curato da apparire quasi la formula di un incantesimo.

Si limitò ad annuire distrattamente, registrando con una parte della mente il brivido sottile che quei suoni, appena soffiati, gli avevano fatto nascere alla base del collo.
Poteva percepire da dov’era la pulsazione magica che si celava dietro quella porta; oggetti, libri, incantesimi. Magia. Potere. Nutrimento intimo e profondo che lo richiamava a sè.
Si morse la lingua per cercare, nel dolore, di recuperare il controllo.
Quando la porta fu aperta, tuttavia, la sensazione fu tanto forte da farlo barcollare per un attimo; distingueva, ora, le diverse aure, in multiformità colorata e variegata che gli ricordava, per somma, il Potere che lui era capace di racchiudere in sè.
Fame. Aveva fame, sì.
Del tutto incurante dell’aspetto della sala o delle azioni dei suoi occupanti, si limitò ad attendere.

Non occorse molto tempo prima che il Maestro si voltasse in loro direzione, rivolgendogli un caldo sorriso soddisfatto.
L’istante successivo aveva già battuto le mani per richiamare l’attenzione dei presenti.
“Prego, prego, entrate, vi stavamo aspettando.”

13 Aprile 2007

Sotto la luce della luna II


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Seguì il suo occhieggiare con ampi movimenti del capo, guardandosi attorno così come lui non era in grado di fare.
“Stai forse cercando qualcuno? Due combattimenti nella stessa sera farebbero scalpore, questo è certo, ma se non ti dispiace preferirei evitarli.”
Girargli attorno con tale lentezza le diede una strana soddisfazione: adorava essere la cacciatrice, amava l’idea di poter fare di lui, almeno potenzialmente, qualsiasi cosa le fosse venuta in mente, ma, soprattutto, la intrigava il potere che aveva dovuto liberare per riuscirvi e quello che era contenuto nel suo corpo di elfo. Quali e quanti incantesimi avrebbe potuto attivare se l’avesse condotto dalla sua parte? Sarebbe diventata invincibile.
Un vero peccato che il Maestro avesse altri progetti, si trovò a pensare schioccando la lingua in un suono pieno di rincrescimento.
“Suppongo che se ti liberassi cercheresti di attaccarmi”

“Io? Quali brutti ambienti devi aver frequentato, mia signora, per essere così malfidente nei confronti del prossimo.”
Mentre rivolgeva un sorriso sfolgorante al nulla davanti a sè, si augurò che l’ironia delle sue parole fosse ben udibile.
Se solo fosse riuscito a privarla della pietra…

“E quali devi avere frequentato tu, per credere che ironia e battute ineleganti possano esserti di un qualche aiuto?”
Replicò, piccata, per poi sporgersi verso il suo orecchio in un sussurro.
“Dovremo trovare una soluzione alternativa. Se prometti di fare il bravo ti porterò subito da colui che ti ha chiamato a sé.”
Sorrise nel scivolare nuovamente davanti a lui, le mani che avevano seguito la linea delle spalle fino ad intrecciarsi dietro il suo collo.
“La tua corporatura è inusuale, per un elfo, scorre anche sangue umano nelle tue vene? Shhhhhh - avvicinò le labbra a quelle di lui, senza sfiorarle - avrai tempo per rispondere, ora fammi concentrare.”
Era forte la tentazione di sfruttarlo per incanalare il potere che le occorreva, ma sarebbe stato pericoloso, troppo, ed avrebbe condotto su di sé l’ira del Maestro. Un’idea decisamente da scartare, purtroppo, dovette constatare nel distanziarsi dal volto di lui.

Socchiuse gli occhi, non riuscendo a privare il volto di un sorriso divertito.
Ma certo, le piaceva giocare e lui, naturalmente, avrebbe giocato.
Concentrarsi in quella situazione gli risultò particolarmente ostico, eppure rifiutò di chiudere gli occhi, preferendo tenere lo sguardo ben fisso sul volto di lei, mentre regolarizzava il respiro.
Aveva in mente qualcosa di complicato e, probabilmente, di pericoloso, ma non era disposto a lasciarsi portare chissà dove; inoltre, questa volta aveva un vantaggio: sapeva che sapore aveva il suo potere.
Si concentrò sulla respirazione, dilatando ed esplorando quella sensazione che era tornata a farsi sentire nel ventre, poco sotto l’ombelico; impedì al Potere di riversarsi nei suoi nervi, lo controllò, lo costrinse ad attendere, passivo, famelico.
Sorrise, quando fu pronto; quello scherzetto si preannunciava piuttosto divertente.

Richiamare alla mente il giardino della Torre fu facile e quasi scontato: dove altro sarebbero potuti comparire per non destare sospetti?
Tornare a sfiorare le sottili linee della trama le trasmise una sensazione di piacevole ebbrezza nella quale avrebbe potuto perdersi se solo non fosse stata attenta. Teletrasportare due corpi come se fossero uno non sarebbe stato agevole, non per chi non possedeva un vero talento, un talento come il suo. Poco importava se alcuni le rimproveravano l’assenza di modestia: non aveva tempo per le regole sociali.
Abbassò le palpebre ed accentuò il contatto tra i corpi, le labbra che si schiudevano e richiudevano in una danza dalle parole silenti.

Varima. Sicuramente pensava di conoscere la Magia, di sapere come controllare la Trama, di possedere a fondo la sensazione seducente, quasi sensuale che il Potere procurava.
Sbagliava, sbagliavano tutti. Nessuno che non possedesse il suo Dono poteva capire, nessuno che non fosse stato maledetto dagli Dei avrebbe mai potuto comprendere a pieno cosa significasse.
Si costrinse ad ignorare i brividi che salivano, lenti, ad ogni sillaba da lei pronunciata, mentre la Trama, piegata a così breve distanza, riverberava in lui di potere; ancora qualche attimo, doveva trattenersi ancora un po’, quanto bastava perchè lei fosse andata oltre, troppo lontana per potersi fermare.
Rabbrividì ancora, in modo violento, quando avvertì il potere di lei formicolargli sulla pelle, a partire dal punto in cui i due corpi si univano; ancora, quell’energia fredda, strisciante, che gli intorpidiva quasi la pelle, rendendola insensibile.
Attese, attese per quello che gli sembrava un’eternità, mentre l’incantesimo veniva chiuso e l’energia, come un’onda, iniziò a corrergli sul corpo; un attimo prima di esserne completamente ricoperto, un battito di ciglia prima che la magia entrasse in lui e mutasse la realtà, utilizzò il Dono.
Con una sensazione quasi dolorosa, un calor bianco accecante gli ruggì lungo i nervi, affiorando sulla pelle, un lampo bianco; azzannò la magia di lei come una belva famelica, la squarciò, la fece a pezzi, la costrinse ad entrare in lui, prosciugandola. Schiuse la bocca, per un ansito incontrollato, mentre il suo Potere terminava quell’atto di cannibalismo arcano.
Aveva chiuso gli occhi, se ne rendeva conto; era stato involontario eppure incontrollabile. Qualcuno, molto tempo prima, aveva persino riso dei gemiti inarticolati che gli erano sfuggiti dalle labbra mentre compiva quell’atto di intimo nutrimento del Dono che risiedeva in lui, ne aveva riso e, infine, ne era morto.
Sospirò, tentando di controllare nuovamente la respirazione, ora divenuta veloce, e di calmare le pulsazioni, tanto forti e rapide da poterle percepire nei timpani. Quando aprì gli occhi, con studiata lentezza, non ebbe bisogno di uno specchio per sapere che i bagliori dorati di cui erano screziati i suoi occhi verdi -li supponeva un retaggio materno- erano sottolineati ed esaltati da un brillio pronunciato, una spia di quanto potere risiedesse ora nel suo corpo.

L’istante precedente la magia l’avvolgeva come un crescente vortice freddo, riempendola del suo potere e della sua ebbrezza, ed il successivo tutto sembrava essersi dissolto, lasciandole un profondo senso di vuoto.
No, non era accaduto con tale rapidità: aveva sentito qualcosa attrarre il suo Potere, aveva lottato per mantenerne il controllo e non si era risparmiata per riuscire a portare a termine quanto aveva iniziato, eppure non era servito a nulla, non era stata sufficientemente ferma nell’imporsi ed aveva fallito. Nutrirsi del potere altrui… per gli dei, doveva essere meraviglioso, perché non le era stata concessa la medesima possibilità?
Aprì lentamente gli occhi, pur non riuscendo a deglutire se non dopo un certo numero di tentativi, la respirazione acelerata e le membra scosse da un lieve brivido freddo.
Le labbra erano divenute improvvisamente secche, così che la lingua dovette correre in suo soccorso, inumidendole con la minuzia nata dall’esigenza di prendere tempo e pensare. Prima d’ora non le era mai sfuggito il controllo sulla Trama, era sempre stata impeccabile e mai, mai, aveva rischiato di smarrirsi in essa.
Poco fa, invece, era stato diverso e lo era tutt’ora.
Non aveva portato a termine l’incantesimo e questo la rendeva… inappagata. Inappagata e desiderosa di perdersi in quel potere che avrebbe dovuto invece voler dominare.
Quanto tempo era trascorso da quando l’energia si era chetata? Un lieve scuotersi del capo ed un sorriso obliquo la riportarono al presente, lo sguardo fisso in quello di lui come in attesa di una qualsiasi esternazione verbale.

“Suppongo…”
Si interruppe, prendendo un ampio respiro. Non era ancora riuscito a calmare i battiti ed il suo petto si alzava e si abbassava ancora troppo velocemente per i suoi gusti, ma non poteva certo lasciarsi sfuggire quell’attimo; ora, lui lo sapeva, lei era vulnerabile.
“Suppongo che la sorte di questa città non ti importi eccessivamente. Quindi mi pare inutile minacciarti di ridurla in cenere.”
Aveva parlato in tono pacato, calmo, eliminando dalla sua voce ogni accenno dell’estatica euforia in cui una quantità di Potere come quella che gli strisciava indolente sotto la pelle poteva indurlo. Non si preoccupò eccessivamente dell’abbassamento di tonalità della voce, nè di come questa si fosse leggermente arrochita; spesso, dopo, gli succedeva ed entro qualche minuto sarebbe tornata normale.
Si inumidì le labbra, senza abbassare lo sguardo, in un gesto straordinariamente simile a quello di lei.
“Quindi, temo, dovrò minacciare te. Quella pietra è un oggetto interessante, ma, se fossi in te, mi chiederei per quanto ancora potrà farti da scudo. Quindi, ti propongo un accordo, un patto del tutto ragionevole.”
Continuò a parlare senza interruzioni, cesellando nell’aria le parole una ad una, senza dar spazio ad un silenzio che, riteneva, le avrebbe dato modo di recuperare in pieno la lucidità.
“Tu tornerai da questo Maestro e gli dirai che, purtroppo, sono morto in uno sfortunato incidente. Io me ne andrò il più lontano possibile da qui. Forse manderà qualcun altro, forse no, se saprai essere convincente. Mi sembra la soluzione migliore, no?”
No, non lo era. La soluzione migliore sarebbe stata incenerirla all’istante, riversando su di lei ogni stilla del Potere che ora gli bruciava in corpo. E lo avrebbe fatto, senza dubbio, il compito resogli anche più facile da quel contatto non ancora interrotto, se solo avesse potuto.
Eppure non gli mancava molto. Era stanco, questo sì; controllare il suo Dono richiedeva una quantità notevole di energia, ma presto, mai troppo in fretta, sarebbe riuscito a dirigere di nuovo le correnti che lo attraversavano, sarebbe riuscito a governare la forza che fluiva assieme al sangue, assieme al respiro, assieme ai pensieri.

“Ragionevole, certo. Potrei quasi ucciderti davvero, per rendere la storiella più credibile, ma non credo funzionerebbe. E se anche fossi così stupida da accettare, dimmi, quale sorte hai in mente per te stesso?”
Si allontana da lui, sciogliendolo da quell’abbraccio che non ha ora più motivo di prolungarsi.
“Potrei passare ore a parlarti di noi e delle meraviglie che il maestro potrà insegnarti, ma la verità è che non mi ascolteresti, ed io non sono una balia, tantomeno la tua. Preparati, mio sciocco ragazzo dai superpoteri, perché non ho intenzione di fallire nella mia missione. E non perché mi importi della tua salvezza, sia ben chiaro, solo perché ne va della mia reputazione.”
Parlare e muovere le mani al contempo, eseguendo uno ad uno i gesti rituali per dare nuovamente vita all’incantesimo, sembra non costarle alcuna fatica, al contrario: appare quasi impaziente di richiamare nuovamente a sé il potere della trama.
“Spero che il Maestro non sia già andato a dormire, tesoro, perché stai per visitare le sue deliziose stanze private”

Aprì la bocca, stupefatto.
Di nuovo? Voleva provarci… di nuovo? Le sue labbra cesellarono, nell’aria, un’imprecazione degna di un nano delle montagne. Non sarebbe riuscito ad assorbire ancora una quantità così elevata di magia, non così in fretta. E avrebbe preferito, se possibile, non essere teletrasportato a metà; doveva essere, a pensarci, un’esperienza quanto mai sgradevole.
Inspirò concentrando tutte le sue energie nell’unico tentativo possibile e si rese conto, quando non gli mancava che qualche attimo, che avrebbe fallito: ancora, la fredda energia della maga aveva preso a spiraleggiargli addosso e lui dovette troncare bruscamente ogni tentativo di evocare nuovamente il Potere, per evitare che la risonanza fra le due forme di magia lo devastasse.
Dannazione.
Chiuse gli occhi, per tentare di attenuare la vertigine che, lo sapeva, avrebbe comportato l’incantesimo, quando avesse piegato lo spazio attorno a lui. E così, gli ricordò un angolo della sua mente, stava viaggiando verso le stanze private del Maestro.
Sperò che fosse vero. E che lui si trovasse lì. Perchè, in quel caso, avrebbe assaggiato subito, direttamente, quel potere a cui, sicuramente, anelava.
Non riuscì a nascondere un sogghigno, mentre la magia già stava operando il suo effetto.

La stanza era ampia ma arredata semplicemente, con rigore quasi monacale, recando come unico vezzo un lungo e spesso tendaggio in fine broccato. Davanti ad esso, in concomitanza con la finestra ora coperta, uno scrittoio di legno scuro ospitava una creatura d’età indefinibile, con lunghi capelli bianchi ed occhi di un castano più rosso di quello assunto in autunno delle castagne.
Le sue braccia erano incrociate e la schiena appoggiata alla poltrona sulla quale sedeva: sembrava quasi lo stesse aspettando, come se le vibrazioni della magia l’avessero in qualche modo messo in allerta.

“Addio.”
O, quantomeno, quella fu la parola che avrebbe voluto pronunciare. Probabilmente emise solo un inelegante e scomposto grugnito, mentre costringeva la forza che albergava in lui a muoversi e a fluire, correndo lungo ogni fibra del suo essere in una contrazione generale che gli strappò un sospiro di piacere.
C’era di che essere soddisfatti di sè: nessuno, nessuno avrebbe mai potuto sopravvivere a tutto quell’impeto, persino la pietra si sarebbe dovuta piegare. L’elfo sorrise ancora, combattendo contro una spossatezza accentuata dal vuoto che ora percepiva dentro di sè.
Maledetti, tutti quanti.

Il getto bianco e blu, incandescente come fosse la pura essenza del fuoco, sembrò invadere la stanza senza che il Maesto ne venisse in alcun modo colpito. Le coperte del letto presero ad ardere, con una velocità tale da risultare impossibile per fiamme normali, e solo il tendaggio impedì ai vetri della finestra di colpirlo alle spalle dopo essere fragorosamente esplosi.
L’elfo inarcò le sopracciglia, concedendo al suo ospite il tempo dell’esultanza prima di concentrarsi a sua volta, riassorbendo il potere liberato come fosse l’azione più naturale e meno faticosa che potesse compiere.
La magia che teneva in vita il fuoco andò così spegnendosi rapidamete, lasciando in suo ricoro solo l’acre odore del fumo.
“Benvenuto.”
Lo salutò dunque con tono scevro da inimicizia, come se poco prima non fosse accaduto alcunché.

“Oh.”
Avrebbe preferito una lunga, articolata, fantasiosa e colorita imprecazione, ma preferì, invece, guardarsi attorno, cercando una via di fuga. Quasi con sorpresa, scoprì che la magia che gli teneva bloccati gli arti si era finalmente dissolta e, pur avendo gambe e braccia del tutto indolenzite, poteva finalmente muoversi.
Mosse più di un passo all’indietro, istintivamente, mentre gli occhi saettavano lungo il perimetro della stanza cui poteva aver accesso con piccoli movimenti del capo, in modo da non perdere di vista l’altro abitante della stanza.
Quanto tempo poteva passare prima che gli altri fossero allarmati da quello che era successo ed arrivassero in massa? Una porta, una via di fuga: non chiedeva altro.

“Accomodati, Belthil. Sono felice tu sia finalmente arrivato, e mi dispiaccio per i modi un po’ bruschi con i quali ti abbiamo raggiunto. Suppongo sarebbe stato difficile convincerti diversamente.”
Una mano andò lentamente a sollevarsi, sfregando le dita le une contro le altre prima di aprirsi come la corolla di un fiore, il palmo all’insù, per contenere una fiamma del tutto simile a quelle che era capace di evocare lui stesso.
“Sei tra amici”

Finalmente.
Dopo anni infiniti, aveva trovato un gruppo di persone desiderose di aiutarlo, di consigliarlo, di guidarlo e proteggerlo. Oh, ma guarda. Ringraziando il cielo, fidarsi del prossimo era ciò che meglio gli riusciva e una sana abitudine che lo aveva tenuto in vita fino a quel momento.
Come no.
“Naturalmente.”
Belthil continuò ad arretrare, circospetto.
“Quindi posso andarmene anche subito, vero?”
Certo, a quanto pareva, anche il vecchio che aveva davanti possedeva il Dono. Ma le apparenze potevano ingannare e, se anche queste non lo avessero fatto, non significa assolutamente nulla.
“Senza essere fermato, ostacolato o braccato di nuovo?”
Quante energie gli rimanevano? Poche, quella giornata era stata fin troppo lunga. E quanto Potere abitava ancora in lui? Serrò la mascella, constatandone la pochezza. La finestra. Avrebbe potuto usarla per fuggire, di certo, se solo il vecchio non si fosse trovato sulla sua linea. Ed erano rumori di passi, quelli che percepiva? Grida concitate? Stava per essere accerchiato?

“Credi, sinceramente, che andando via da qui nessuno cercherebbe più di impadronirsi del tuo corpo e del tuo potere?”
Lo scetticismo trapelò dalla sua voce tanto quanto dal suo sguardo.
“L’unico modo che abbiamo per non essere braccati è imparare ad accrescere e controllare il nostro potere. Scappare o restare e combattere. E vincere. Quale ti sembra la prospettiva migliore?”

“Mi sembra molto simile ad un no, come risposta.”
Belthil non trattenne l’ironia; se doveva finire male, tanto valeva prendersi almeno qualche piccolo, innocuo, piacere.
“Per il momento non sembrate molto diversi da chiunque altro ed il tavolo da laboratorio che mi prospettate è solo adorno di qualche bella parola; conosco anche io lo storia di Shandril Shessair, non c’è alcun bisogno di proclami trionfalistici.”
Si inumidì le labbra, cercando di prendere tempo e di ignorare la stanchezza.
“Preferirei continuare a vivere, vivere tutto intero intendo, e non sono sicuro che questo sia il posto migliore. Ma, davvero, grazie tante per l’invito.”
Le ultime parole furono stilettate grondanti ironia ad ogni sillaba. Avrebbero dovuto concepire un inganno migliore, decisamente.

“Nessun proclama trionfalistico. Ascolta ciò che ti sto dicendo, non quanto credi ti stia diceno. Non ho intenzione di lasciarti libero di sterminare i miei maghi, sempre che tu ne sia davvero in grado, ma non ho neppure intenzione di studiarti, come temi, non ne ho bisogno.”
I suoi occhi si velarono di una profonda malinconia, subito scacciata da una determinazione ancora più salda.
“Siamo così pochi, e così divisi… Non possiamo abbandonarci l’un l’altro al nostro destino. Accetta la mia ospitalità ed io ti insegnerò quanto ti occorre per diventare più forte, un luogo sicuro in cui stare e la possibilità di aiutare altri come noi.”

Espirò ed inspirò, a fondo.
“Ascolta quello che
io ti sto dicendo. Non voglio sterminare nessuno, desidero solo andarmene, recuperare le mie cose e sparire. E, fino a che non mi darai una qualche prova, non credere davvero che ti darò fiducia. Non è esattamente questo il modo in cui sono sopravvissuto e tu, in fondo…”
La voce gli si striò di un’ironia velenosa.
“…dovresti saperlo altrettanto bene.”

“Di quale prova hai bisogno, dunque?”

“Potrei dirti di trovare il modo di restituirmi un po’ del potere che ho speso. Ma, anche ammettendo che tu ci riesca… non credo ci sia una prova che riesca a convincermi.”

“Non resterà che darti tempo.”
Si alzò pesantemente, aiutandosi con una mano presto posata sul tavolo mentre l’altra, dopo essersi richiusa per estinguere le fiamme, non fece altro che volgere in sua direzione, attorniandolo con un anello infuocato pronto a restringersi al suo minimo comando.
“Intendila come una misura precauzionale, nel caso tentassi di ferire qualcuno mentre ti accompagno ai tuoi alloggi.”

Inarcò un sopracciglio, raddrizzandosi con una lentezza del tutto calcolata.
“Ho il Dono, non l’abitudine di usarlo per sfregiare indiscriminatamente chiunque mi capiti a tiro.”
E non era del tutto vero. Aveva utilizzato il suo potere più volte di quante potesse ricordare per ferire, offendere, uccidere. Certo, sempre per proteggersi contro minacce effettive o potenziali che fossero. D’altro canto, non era necessario che lui lo sapesse, no?
“E spero che i miei cosiddetti alloggi siano confortevoli, almeno.”
Una smargiassata gratuita mentre terminava, andando a tentoni con l’arto invisibile ed impalpabile che era il suo Potere, di sondare l’anello che lo aveva circondato. Al diavolo, sembrava impenetrabile, impossibile da assorbire.
Sospirò, rendendosi conto di come, almeno, questo gli desse una possibilità di fuga, seppur destinata a rivelarsi estrema.

“Hanno le medesime comodità degli alloggi degli altri membri della congrega. Sei uno di noi, hai poteri speciali, ma allo stesso tempo sei come tutti gli altri. Non aspettarti trattamenti di favore riguardo ad altro che non siano i miei insegnamenti.”
Con una lentezza capace di esprimere una solennità che cancellava del tutto la debolezza, il Maestro prese ad indicargli la via.

Respirò a fondo. Una, due volte. Gli occhi chiusi, il corpo teso come una corda di violino, le mani serrate tanto che, se avesse avuto leunghie più lunghe, probabilmente si sarebbe ferito. Che cosa aveva detto? Non se lo ricordava, con esattezza. Si era scusato per qualcosa, sì.
Ora la porta era chiusa? Flettè le gambe, fino a trovarsi seduto per terra, le braccia che circondavano le ginocchia, la testa china, solo il rumore di un respiro sempre più affannoso. No, per gli dei; quella era tortura.
La nausea salì veloce.
Dopo un tempo indefinibile, Belthil stava esaminando la sua prigione, spostandosi lentamente, per non mettersi alla prova più del necessario. Aveva aperto la finestra, ma quella zona maledetta si estendeva al di fuori, al di là di quanto potesse sporgersi da dietro quelle maledette sbarre, apparentemente non scassinabili. Maledizione.
In preda alla frustrazione, sferrò un pugno alla parete di pietra; fu scosso da un brivido e lo stomaco gli si contrasse. Si lasciò di nuovo scivolare a terra, combattendo il malessere con tutte le proprie forze.
Reclinò la testa contro il muro, gli occhi chiusi. Aveva lavorato con metodo, senza lasciarsi tempo per pensare alla stanchezza, alla fame o alla sete, ma il suo piccolo rifugio era perfetto. Il materasso aveva fornito un’ottima muraglia, chiudendo, una volta opportunamente piegato, un angolo; alle fortificazioni avevano generosamente provveduto gli scaffali, lo scrittoio, la sedia e quant’altro era riuscito a smontare, spaccare o riutilizzare. Aveva risparmiato solo i libri, impilati in un angolo lontano, intonsi. L’arcobaleno che la prima luce del giorno faceva sfavillare sul pavimento di pietra attraverso quello che era rimasto dei vetri della finestra gli strappò un sorriso. Istintivamente serrò la presa sui lunghi cocci di vetro, tenuti assieme da una serie di strisce di stoffa punteggiate di sangue: un piccolo prezzo da pagare per avere qualcosa di simile ad un’arma; oltre alla piccola ed affilata via di fuga estrema che teneva in tasca, si intende.
Lo sferragliare della serratura lo fece scattare in piedi, nel bagno in cui, contrariamente a quanto le apparenze potevano indicare, si era nascosto. Che entrasse, quel vecchio, a prenderlo: lì dentro sarebbe stato un uomo normale, senza alcun potere. E, allora, avrebbe colpito.

11 Aprile 2007

Sotto la luce della luna


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** Altra giocata per passare il tempo. Normal mio, corsivo di André **
Nuvole rade filtravano il tenue chiarore della luna, elegante guerriera nell’impari lotta con le luci del villaggio, quasi volessero proteggere le sue orecchie dal vociare dei radi campanelli di persone che occupavano la piazza antistante il Grande Palazzo.
Poco oltre, sul parapetto della scala che porta alla parte bassa della città, anche i sensi di una figura sottile sembravano tendersi per ascoltare i medesimi suoni.

“Man hlaruva rávëa súrë
ve tauri lillassië,
ninqui carcar yarra
isilmë ilcalassë,
isilmë pícalassë,
isilmë lantalassë
ve loicolícuma;
raumo nurrua,
undumë rúma?”
Lente parole ne inseguivano altre, in un cantilenare spiraleggiante che si alzava, nitido, stagliandosi contro nuvole notturne lattee di luce lunare.
La voce a cui i suoni appartengono si sposta, scivola sulle pietre, sulla scalinata, liquida sull’eternità scolpita.
La figura a cui la voce appartiene camminava lenta, scendendo un gradino alla volta, attenta, si direbbe, più a mantenere il proprio canto nel sottile limbo che separa il suono dal brusio, l’udibile dal confuso, che non a dove poggiava effettivamente i piedi.

Passi inseguivano altri passi, senza badare al rumore prodotto, diretti verso chissà quale luogo e chissà perché. Il frusciare del nero mantello era quasi inudibile, superato dalla voce cantilenante e dai rumori della notte.
L’arco perfetto delle sopracciglia accentuò la sua curva armonica dando spazio ad evidente perplessità, se per l’impossibilità di comprendere o per aver ben compreso non è dato sapere.

Una un lento sospiro segnò l’interruzione del poema e, assieme, del lento avanzare; un sospiro quasi di dolore mentre la schiena, curva, si raddrizzava faticosamente per immergere nella luminosità lattea spiovente un viso segnato, brunito e rugoso come il cuoio di cui sembrava fatta la pelle non poteva certo essere. Bianca luminosità scintillò delicata sulla pelle anziana, tirata sugli zigomi, accendendo di un bagliore delicato gli occhi rivolti verso l’alto.
Ancora un cambiamento, nuovamente segnato da una lieve esalazione che si stava quasi per tramutare in un colpo di tosse; le gambe ricominciarono ad avanzare scendendo i gradini, mentre le labbra riprendevano a cesellare nuovi suoni nascosti, questa volta, appena sopra la soglia del mormorio.

Si sarebbe potuta fermare a sua volta, ma sarebbe parso quanto meno sospetto. Così, dopo un’esitazione che nessun occhio umano avrebbe potuto cogliere, i piedi presero a muoversi con rinnovata agilità fino a portarla alla base della scala.
Appena voltato l’angolo, trepidante, si fermò appoggiando la schiena al muro e badando ad attendere nel più completo silenzio.
E se l’uomo che la stava or ora raggiungendo non fosse stato colui che aveva cercato così a lungo? Avrebbe dovuto consegnarlo al sonno eterno, così era stato scritto, ma non erano questi i pensieri adatti ad occupare la mente in un simile momento: di certo non vi erano stati errori.

Finita una nuova stanza, l’uomo non seppe trattenere un nuovo accesso di tosse, durato abbastanza a lungo perchè i piedi, al suo termine, si siano trovati ai piedi della scala. Un sospiro precede di poco un borbottio allegro rivolto alle proprie giunture, mentre la testa, ornata di pochi, ormai radi, capelli bianchi, si voltava alternativamente a destra e a sinistra, cercando, socchiudendo gli occhi e allungando il collo rugoso in modo sorprendentemente simile ad un rapace, di scrutare nel buio.
Destra.
Presa la decisione, l’uomo si incamminò ad un passo quantomeno incerto, colmo di quell’esitazione che il vino infonde nella gioventù e l’artrite nella vecchiaia. Tra se e sè, instancabile, continuava un borbottio sommesso.

“Una canzone molto graziosa, buon uomo. Sarete così gentile da soddisfare la mia curiosità e dirmi di cosa narra?”
Spuntò alle sue spalle, sorridendo accattivante, interpretando la strada scelta dal vecchio come conferma del suo voler evitare l’incontro.
Il cappuccio era ancora sollevato a coprirle il volto quando le braccia divennero conserte in un gesto apparentemente innocuo.

Voltarsi, quando si ha una certa età, non è un lusso che richieda un breve tempo. Il vecchio si girò laboriosamente, impiegando più di un passo a muoversi, un’espressione confusa sul volto che, ben presto, si dissolse.
Quale meraviglia!
Un giovane!
Con il sorriso raggiante di colui che ama parlare senza tregua per ore, ma, ultimamente, si sia trovato decisamente a corto di pubblico, annuì compitamente, unendo la punta delle dita delle mani e chinando appena il capo.
“Voi, forse…”
Si schiarisce appena la voce, eliminando un fastidioso gracchio, pur non assumendo, in nulla, il tono utilizzato poc’anzi durante la declamazione.
“Voi forse non conoscete il Poema dell’ultima Arca? Una volta, lo ricordo bene, lo si insegnava in tutte le scuole. A questo proposito, ricordo che il mio maestro si curava di dirci che una mente ben allenata è una mente ricca. Quindi questi versi ci erano stati fatti imparare, assieme, naturalmente, al poema dell’addio e… e ad altri, sì. Il poema dell’addio è, anche, meritevole di essere recitato in una notte come questa. Ormai quasi nessuno usa più parole tanto elevate per esprimere il dolore della separazione. Vi basta andare al mercato per rendervene conto… avete visto la terza bancarella sulla sinistra? Le sue insalate sono le più care della città; inoltre, mi dicono, la sorella del garzone è famosa, in certi ambienti…”
Una diga spalancata, un flusso inarrestabile, l’anziano oratore procedette a dare il meglio di sè per intrattenere il suo interlocutore, le pause per riprendere fiato ridotte al minimo necessario, gli accessi di tosse -mai come in tale occasione provvidenziali- quasi del tutto scomparsi.
Un flagello per i timpani e per la pazienza.

La giovane donna sollevò le mani andando a rovesciare all’indietro il cappuggio del proprio mantello. Il volto che comparve era incorniciato da morbidi capelli biondi, all’apparenza così soffici e delicati da creare un netto contrasto con la curva provocatoria delle labbra ed il baluginare divertito degli occhi scuri.
“Sembrate conoscere il dolore della separazione meglio di quanto potrebbe esprimerlo una poesia elfica, signore.”
Si avvicinò di un passo, le braccia nuovamente libere e lo spesso tessuto nero che si scosta quanto basta per mostrare il corpo armonico e disarmato.

Un sorriso solitario increspò le labbra secche da anziano, un sorriso che salì fino agli occhi, infossati e miopi.
“Tanti anni, bambina, portano tante separazioni.”
Scrollò le spalle, scacciando la nota amara che era salita, spontanea, alle labbra.
“Ma tu, bambina, adesso le riterrai parole vuote e senza senso; e così deve essere.”
Sospirò, prendendo fiato, improvvisamente affannato.
“Buonanotte, bambina.”
Alzò una singola mano, nodosa, le dita piegate e contratte, ricca dei calli di chi ha tratto sostentamento dal proprio lavoro, in un saluto rapido, improvvisamente, all’apparenza, dimentico del motivo per cui si era fermato.
Iniziò, ancora, la lenta procedura del voltarsi.

Sollevò una mano a sua volta, coprendo lo spazio che li divideva per andare a cercare quella di lui; lentamente, come un’innamorata, lasciò che le dita si intrecciassero in un gioco fatto di maliziosi sottointesi e di promesse non dette.
“Tante separazioni portano tanti ricordi. Eppure non ne possiedi così tanti quanti vorresti: vedo oltre il tuo aspetto, sento la tua essenza, Portatore, sono qui per aiutarti. Mostrami il tuo vero aspetto.”
La mano libera va a sfiorare il pentacolo che la bionda fanciulla porta al collo, simbolo che molti conoscono ma la cui vera natura è a tutti celata, persa negli antichi libri e nell’oblio del tempo.

Il vecchio trattenne il fiato, le dita giovani e fresche contro le sue, rese meno sensibili dall’età e dalla fatica.
“Oh, bambina…”
Come artigli, la mano anziana si serrò su quella più giovane, attirandola alle labbra secche e sottili, mentre la mano libera si inoltrava nel dedalo di stoffe e tasche che erano le sue vesti.
“Sei una di quelle.”
Sciolse la presa in un sospiro sconsolato, girando la mano per spostare le dita sul polso di lei.
“E’ una brutta strada, bambina, troppo brutta.”
La mano libera riemerse stringendo tra le dita ossute una moneta d’argento in una presa leggermente tremante per l’artrite.
“E’ tutto quello che posso darti.”
Appoggiò la moneta sul palmo di lei, scuotendo piano la testa; la mano, adunca e leggermente tremante, si spinse invece, appena esitante, a metà strada, verso il viso della donna, fino a prenderne il naso tra indice e medio. Una lieve stretta dopo, le dita erano chiuse attorno al pollice, miracolosamente chiusosi.
Un sorriso rugoso, un nuovo cenno di saluto.

Gli occhi si socchiusero mentre il fiato trattenuto le donava l’espressione di una bambina arrabbiata. Portatore o meno, nessuno poteva mancarle di rispetto e pensare di voltare le spalle impunemente.
Attese con pazienza che il vecchio si trovasse ad una distanza sufficiente da non poter rappresentare un immediato pericolo, muovendo a sua volta un passo all’indietro, per poi unire le mani davanti al volto, generando un doppio angolo retto rispetto agli avambracci tesi in posizione orizzontale.
Una bassa cantilena usci dalle sue labbra, con cadenza ed intonazione che rivelavano una perfezione raggiungibile solo in anni ed anni di studio.

Ora… sinistra, certo!
Non è stata che una breve esitazione quella che ha colto la figura traballante del vecchio. Svoltò, rapido, in un vicolo, un’abituale scorciatoia che lo avrebbe riportato a casa con qualche minuto di anticipo.

Un passo dopo l’altro fino a ripercorrere la strada già segnata dal vecchio, la giovane dovette tenere a bada la magia da lei stessa richiamata, vibrando al suo tocco vivo e freddo, fino a dimenticarsi finanche di respirare. Voltato l’angolo, il volto contratto, le fu sufficiente catturare con lo sguardo il capo della sua preda perché le mani scattassero in avanti, le dita aperte e pollici ed indici uniti a formare un pentacolo. La voce si alzò di un tono mentre il Potere prese a scorrere prepotente per suo tramite, ansiosa di svelare allo sguardo ciò che la mente già conosceva.

Iniziò a correre nel momento stesso in cui percepì i filamenti di magia sfiorargli le gambe e lambirgli le braccia. Una dispersione, ebbe modo di constatare, mentre le tozze gambe iniziavano un frenetico movimento; quando si domandò perchè stava scappando, invece di incenerire quella piccola impudente -ed una dozzina di buone risposte gli vennero alla mente, le gambe erano già divenute, nuovamente, quelle che la natura gli aveva donato, lunghe ed agili.
Un improvviso scatto in avanti, dovuto al cambio nelle dimensioni del suo corpo, lo fece barcollare ed incespicare e, per poco, non cadde a terra. Se lo sarebbe anche meritato, gli gridò dietro un angolo della sua mente: come si fa ad essere così idioti? Di corsa, si infilò in un vicolo, senza neanche controllare se la sua cacciatrice lo stesse inseguendo; dare per scontato alcune cose gli aveva salvato la vita. In più di un’occasione.
Quando si fermò, tuttavia, la sua mente aveva già selezionato l’incantesimo che avrebbe operato e le mani avevano già preso ad intrecciare, nell’aria, i simboli attraverso cui avrebbe veicolato il potere.
Quando pronunciò le poche sillabe necessarie, dovette sopprimere l’impulso di serrare la mascella; era sempre pericoloso, per lui, utilizzare la magia e il brivido di Potere che lo attraversò, partendo dalla palma dei piedi, gli ricordò, dolorosamente, la sua condizione.
Quando si girò di scatto, tuttavia, non seppe sopprimere un sogghigno nel constatare che il suo sguardo trapassava le sue mani protere verso l’imboccatura del vicolo, divenute del tutto invisibili.
Che venisse avanti, ora.

Iniziò a correre non appena le fu possibile, approssimativamente quando il corpo del vecchio iniziò a trasformarsi in quello agile e giovane che aveva sempre sospettato.
Girò l’angolo così come aveva fatto lui stesso poco prima, imprecando a voce bassa per l’mpossibilità di preparare un altro incantesimo: non poteva indugiare, le stava sfuggendo.
Solo quando il vuoto le si parò innanzi decide di arrestarsi, bruscamente, andando ad addossare la schiena ad una parete e guardandosi sospettosamente attorno; la via era troppo lunga perché potesse averla percorsa tutta, non poteva che trovarsi ancora nei paraggi, nascosto.
Le mani si nascosero sotto le falde del mantello mentre la voce spandeva nell’aria le proprie note suadenti.
“Perché fuggi? Sono stata mandata per indicarti la via, non devi temermi, non devi fuggire… Mostrati a me, ed io ti farò da guida.”

Naturalmente.
Non perse tempo a rispondere, raccogliendo la concentrazione necessaria a gestire quel potere che sentiva, ora, agitarsi quattro dita sotto l’ombelico, scalpitante ed infuocato.
Inspirò a fondo, mirando in un punto imprecisato all’interno del corpo della sua cacciatrice, all’altezza dello stomaco; un vero peccato, doverlo fare, ma, in fondo, non era colpa sua.
La mente, con una dimostrazione di forza di volontà adamantina, canalizzò il potere, risvegliandolo; un tepore leggero che gli aveva soffuso il volto lasciò spazio al consueto, sempre nuovo, iroso sorgere del Dono, che ruggiva lungo i suo nevi al calor bianco.
Si manifestò sulla punta delle dita, ardendo nell’aria, un bollente getto di Magia liquida e selvaggia, che sfrecciò verso un futuro mucchietto di cenere.
Dopodichè, sarebbe venuto il momento di scappare di nuovo; magari in una città sulla costa, questa volta.

Strinse con forza le dita sulla piccola pietra che portava in tasca, conducendola davanti al petto non appena l’energia bruciante la raggiunse, imperiosa, con la stessa intensità di una tempesta di sabbia: violenta e accecante.
Il potere le pulsò attorno, lambendola e sibilando come una creatura viva quando si accorse di non potersi cibare della sua carne e delle sue grida.
Quasi fossero veli incandescenti, le fiamme si ritirarono non senza opporre resistenza, vorticando sopra le sue mani per venire infine assorbite da ciò che esse sorreggevano.
Le era stato detto. Lui l’aveva avvisata che sarebbe accaduto, ma solo allora si rese conto di quanta importanza potesse avere davvero: se non fosse stata così attenta probabilmente ora sarebbe già morta.
Era spaventata? Il battito accelerato le suggeriva di sì, ma non era il tempo per porsi stupide domande, era il momento dell’azione.

Ma che cosa diamine…. dannazione!
Si costrinse a riportare la mente agli attuali problemi. Che erano, in effetti, gravosi.
Con insospettata lucidità, analizzò la situazione. Appariva evidente che la fanciulla che si trovava ad avere come nemica sapeva qualcosa su di lui. Quanto? Impossibile dirlo, ma, di certo, abbastanza per aver trovato il modo di neutralizzare del tutto quel primo attacco.
Quanto potere avrebbe potuto divorare, quella pietra? Impossibile dirlo con certezza; di certo, sarebbe stato rischioso continuare ed ogni volta, sempre di più, avrebbe potuto attirare gli altri cacciatori. Non erano mai soli, mai.
Naturalmente, l’essere tornato visibile non aiutava affatto.
Inspirò a fondo, prima di voltarsi: attendere, fermo, con la concentrazione necessaria ad assorbire la magia che lei avrebbe, probabilmente, utilizzato, avrebbe certamente significato essere in balia degli altri; chissà quanti erano. La fuga, una rapida corsa ed un volo, rapido, potevano essere la sua sola speranza.

Veloci, le mani fecero scomparire la pietra chissà dove, andando a posizionarsi attorno al pendente che portava al collo ed incurvandosi come a voler replicare la forma perfetta del cerchio esterno.
Una parola, una sola, secca come lo schiocco della frusta, ed il potere sembrò quasi svuotarla defluendo verso colui che si trovava innanzi. Fredda energia paralizzante, una delle poche che poteva permettersi di usare senza causargli alcuna ferita.

Sciocca arrogante.
Come una belva famelica, scatenò il Dono contro quel potere. Lo avrebbe incamerato, assimilato, lo avrebbe fatto divenire parte di sè. E poi lo avrebbe lanciato contro di lei, consumandola fino alle ossa.
Assorto in tali elucubrazioni, mancò del tutto il proprio scopo; il potere, gelato come i peggiori getti d’acqua di fiume, gli si insinuò sotto i vestiti, strisciandogli sulla pelle in una carezza che lo lasciava intorpidito, anestetizzato.
Un’istintiva paura fece in tempo ad affiorare sul suo volto, prima che i suoi lineamenti venissero paralizzati, bloccati, pietrificati, riducendo ad un gorgoglio le parole che aveva pensato di pronunciare.
No. Per gli dei, no.

Esasperò il sospiro che le era giunto alle labbra fino a tramutarlo in uno sbuffo di sollievo. Andare così vicino alla morte risultava sempre provante.
Si riassettò il mantello sulle spalle con gesti sicuri e vagamente spazientiti, avvicinandosi poi per poterlo osservare con maggiore tranquillità.
“Ho detto che non ti avrei fatto male, ero sincera. Certo, avrei preferito evitare tutto questo trambusto, ma a quanto pare non potevi proprio farne a meno.” Si strinse nelle spalle, riflettendo quello stesso gesto nell’espressione del volto. “In ogni caso permettimi di presentarmi: il mio nome è Varima, lieta di conoscerti. Sei stato gentile a concedermi qualche minuto del tuo tempo, prometto che non te ne pentirai”
Il sorriso che le affiorò alle labbra non poteva che essere provocatorio e provocante, come sempre, quasi non potesse fere altrimenti.

L’incantesimo sembrava del tutto solido.
Come una seconda pelle che aderisse alla sua, non trascurava un solo centimetro di lui o del suo potere, rendendogli, al contempo, impossibile muoversi, lanciare incantesimi o utilizzare la propria facoltà di assimilare la magia.
Se avesse potuto muoverle, dalle labbra gli sarebbe uscita una risposta piccata; o forse un sospiro. O magari un’imprecazione. Certo che non intendeva fargli del male: lui valeva molto di più da vivo e da integro. Cercò, senza successo, di chiudere gli occhi, mentre scacciava dalla sua mente l’immagine di un tavolo da laboratorio.
No, non sarebbe accaduto.
Si rilassò, smettendo di lottare contro la costrizione che gli serrava i muscoli; non appena si fosse potuto muovere, le avrebbe dato un assaggio di un caldo benvenuto. Pietra o non pietra.

“Conosci il simbolo che ti ho mostrato?”
Proseguì senza attendere un’impossibile risposta, prendendo a camminare avanti ed indietro proprio davanti a lui.
“Immagino di sì, su di noi sono state dette talmente tante sciocchezze che non c’è da stupirsi se ora viviamo nascosti. Suppongo, tuttavia, che un breve ripasso non ti farà male. Siamo una gilda di maghi. Una gilda potente ed antica, non parteggiamo per il bene o per il male ma semplicemente per noi stessi: scegliamo i nostri membri in virtù del loro potere, non delle loro inclinazioni morali o dei loro valori. Ti starei chiedendo cosa centri con tutto questo. In effetti me lo sto domandando anch’io: se ti consola non ero d’accordo riguardo all’invito che ti sto rivolgendo e credo di avere persino meno voglia di te di essere qua, cerca quindi di essere accomodante, te ne prego, non è stata una bella serata.”
Gli occhi si socchiusero in un’espressione assonnata, compagni del sinuoso stirarsi delle membra, quasi fosse un gatto trasformato per dispetto in carne umana.
“Sono stanca e vorrei riposare.”
Una breve pausa, giusto il tempo di assaporare il silenzio della sera.
“Bene, adoro non essere interrotta… dovrei rivalutare questo incantesimo. Dov’eravamo rimasti? Ah sì, l’invito.”
Un nuovo sorriso e nuovi passi la portarono ad un palmo da lui, costringendola ad alzarsi in punta di piedi per poterlo guardare diritto negli occhi.
“Non sono sicura tu sappia gestire sufficiente potere per poter essere nostro pari, ma il Maestro ha ragione, tu sei potere - inspirò a fondo, come a cercarne una nuova conferma - ne hai il profumo. Vuoi sapere chi è il maestro? E’ colui che può insegnerti a gestire il tuo dono, colui che mi ha mandata fin qui per porgerti i suoi omaggi. E’ anch’egli un Portatore. Hai capito cosa sto cercando di dirti? Temo di non essere stata scelta per le mie doti oratorie”
Sorrise ancora, allontanandosi di qualche passo senza mai smettere di guardarlo.
“Se dovessi liberare una parte del tuo corpo prometti di fare il bravo? Se mi farai del male non potrò indicarti la strada…”
Un rapido cenno della mano e la pietra tornò tra le sue dita, liscia e scura come poco prima, facendo da contrappeso al diminuire della pressione esercitata dalla magia sul capo di lui.

Serrò la mascella, gli occhi socchiusi, a valutare le parole che lei, Varima, gli aveva appena rivolto. Sciocchezze. Non aveva incontrato nessuno, in un’esistenza secolare, nessuno che non volesse studiarlo, sezionarlo o chissà che altro. E se questo cosiddetto Maestro avesse posseduto il Dono, perchè lui stesso non si era recato da lui? Per quanto lo riguardava, una gilda antica, misteriosa e potente equivaleva solo a tormenti infiniti.
Si inumidì le labbra con un lento gesto calcolato, procedendo poi a soffiarsi via dagli occhi una ciocca ribelle.
“Quindi…”
Prese tempo, tastando la solidità dell’incantesimo; ancora buona, diamine.
“…se rifiutassi
cortesemente di seguirti, sarei libero di andarmene per la mia strada?”
Ma certo, naturalmente; e non appena gli avesse voltato le spalle, si sarebbe trovata piuttosto a mal partito.
Forse, e ed era solo un forse, quella situazione si sarebbe risolta prima che si rendesse necessario presentarsi.

“Gli dei volessero! No, temo che un rifiuto non sia stato preso in considerazione. Hai mai incontrato qualcuno che desidera ardentemente salvare un suo simile senza avere il minimo rispetto per il suo volere da suicida? Se la risposta è no, stai per colmare questa mancanza.”
Sollevò una mano, come per bloccare qualsiasi protesta.
“Lo so, lo so, il mondo è crudele, tutti vogliono usarti da cavia, desiderano capire cosa si nasconde dentro il tuo corpo da elfo eccetera eccetera. Può essere che qualcuno cerchi di mettere le mani su di te anche presso di noi, ma sarei disposta a scommettere qualche oggetto magico di inestimabile valore che questo non accadrà: il Maestro incute troppo timore e rispetto perché qualcuno osi disubbidirgli. Un timore ed un rispetto che potrai incutere anche tu, quando sarai in grado di controllarti e di canalizzare la tua forza. Naturalmente con me non funzionerà, non potrai costringermi a non raccontare il nostro primo fantastico incontro.”
Un dito andò a posarsi sotto al mento accentuando l’aria pensosa contemporaneamente assunta.
“In effetti dovrei inventare qualche dettaglio per rendere tutto un po’ più movimentato… suggerimenti?”

“Oh, in questo caso ti devo chiedere di essere generosa con me, quando ne parlerai alle tue amiche.”
Possibile che quel dannato incantesimo non avesse un solo cedimento? Ormai doveva essere circondato; dovevano essere molto furbi, riflettè l’elfo, per non farsi vedere… in questo modo, evitavano di rivelare le loro esatte posizioni e il loro numero.
“Potresti raccontare di avermi trovato cammuffato da centauro, anzichè da povero vecchio. Sono sicuro che la mia immagine ne gioverebbe parecchio.”
Poteva fare un tentativo? Forse, prendendola di sorpresa, poteva riuscire ad eliminarla; ma come confrontarsi con gli altri? Rispondendo all’inespresso pensiero dell’elfo, gli occhi saettarono da una parte all’altra del vicolo, cercando qualche segno distintivo, l’impronta di qualche aura magica, qualcosa che potesse segnalargli la presenza di qualche cacciatore.
Niente.
Doveva esserci una sola spiegazione: erano schermati!

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