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13 Aprile 2007

Sotto la luce della luna II


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Seguì il suo occhieggiare con ampi movimenti del capo, guardandosi attorno così come lui non era in grado di fare.
“Stai forse cercando qualcuno? Due combattimenti nella stessa sera farebbero scalpore, questo è certo, ma se non ti dispiace preferirei evitarli.”
Girargli attorno con tale lentezza le diede una strana soddisfazione: adorava essere la cacciatrice, amava l’idea di poter fare di lui, almeno potenzialmente, qualsiasi cosa le fosse venuta in mente, ma, soprattutto, la intrigava il potere che aveva dovuto liberare per riuscirvi e quello che era contenuto nel suo corpo di elfo. Quali e quanti incantesimi avrebbe potuto attivare se l’avesse condotto dalla sua parte? Sarebbe diventata invincibile.
Un vero peccato che il Maestro avesse altri progetti, si trovò a pensare schioccando la lingua in un suono pieno di rincrescimento.
“Suppongo che se ti liberassi cercheresti di attaccarmi”

“Io? Quali brutti ambienti devi aver frequentato, mia signora, per essere così malfidente nei confronti del prossimo.”
Mentre rivolgeva un sorriso sfolgorante al nulla davanti a sè, si augurò che l’ironia delle sue parole fosse ben udibile.
Se solo fosse riuscito a privarla della pietra…

“E quali devi avere frequentato tu, per credere che ironia e battute ineleganti possano esserti di un qualche aiuto?”
Replicò, piccata, per poi sporgersi verso il suo orecchio in un sussurro.
“Dovremo trovare una soluzione alternativa. Se prometti di fare il bravo ti porterò subito da colui che ti ha chiamato a sé.”
Sorrise nel scivolare nuovamente davanti a lui, le mani che avevano seguito la linea delle spalle fino ad intrecciarsi dietro il suo collo.
“La tua corporatura è inusuale, per un elfo, scorre anche sangue umano nelle tue vene? Shhhhhh - avvicinò le labbra a quelle di lui, senza sfiorarle - avrai tempo per rispondere, ora fammi concentrare.”
Era forte la tentazione di sfruttarlo per incanalare il potere che le occorreva, ma sarebbe stato pericoloso, troppo, ed avrebbe condotto su di sé l’ira del Maestro. Un’idea decisamente da scartare, purtroppo, dovette constatare nel distanziarsi dal volto di lui.

Socchiuse gli occhi, non riuscendo a privare il volto di un sorriso divertito.
Ma certo, le piaceva giocare e lui, naturalmente, avrebbe giocato.
Concentrarsi in quella situazione gli risultò particolarmente ostico, eppure rifiutò di chiudere gli occhi, preferendo tenere lo sguardo ben fisso sul volto di lei, mentre regolarizzava il respiro.
Aveva in mente qualcosa di complicato e, probabilmente, di pericoloso, ma non era disposto a lasciarsi portare chissà dove; inoltre, questa volta aveva un vantaggio: sapeva che sapore aveva il suo potere.
Si concentrò sulla respirazione, dilatando ed esplorando quella sensazione che era tornata a farsi sentire nel ventre, poco sotto l’ombelico; impedì al Potere di riversarsi nei suoi nervi, lo controllò, lo costrinse ad attendere, passivo, famelico.
Sorrise, quando fu pronto; quello scherzetto si preannunciava piuttosto divertente.

Richiamare alla mente il giardino della Torre fu facile e quasi scontato: dove altro sarebbero potuti comparire per non destare sospetti?
Tornare a sfiorare le sottili linee della trama le trasmise una sensazione di piacevole ebbrezza nella quale avrebbe potuto perdersi se solo non fosse stata attenta. Teletrasportare due corpi come se fossero uno non sarebbe stato agevole, non per chi non possedeva un vero talento, un talento come il suo. Poco importava se alcuni le rimproveravano l’assenza di modestia: non aveva tempo per le regole sociali.
Abbassò le palpebre ed accentuò il contatto tra i corpi, le labbra che si schiudevano e richiudevano in una danza dalle parole silenti.

Varima. Sicuramente pensava di conoscere la Magia, di sapere come controllare la Trama, di possedere a fondo la sensazione seducente, quasi sensuale che il Potere procurava.
Sbagliava, sbagliavano tutti. Nessuno che non possedesse il suo Dono poteva capire, nessuno che non fosse stato maledetto dagli Dei avrebbe mai potuto comprendere a pieno cosa significasse.
Si costrinse ad ignorare i brividi che salivano, lenti, ad ogni sillaba da lei pronunciata, mentre la Trama, piegata a così breve distanza, riverberava in lui di potere; ancora qualche attimo, doveva trattenersi ancora un po’, quanto bastava perchè lei fosse andata oltre, troppo lontana per potersi fermare.
Rabbrividì ancora, in modo violento, quando avvertì il potere di lei formicolargli sulla pelle, a partire dal punto in cui i due corpi si univano; ancora, quell’energia fredda, strisciante, che gli intorpidiva quasi la pelle, rendendola insensibile.
Attese, attese per quello che gli sembrava un’eternità, mentre l’incantesimo veniva chiuso e l’energia, come un’onda, iniziò a corrergli sul corpo; un attimo prima di esserne completamente ricoperto, un battito di ciglia prima che la magia entrasse in lui e mutasse la realtà, utilizzò il Dono.
Con una sensazione quasi dolorosa, un calor bianco accecante gli ruggì lungo i nervi, affiorando sulla pelle, un lampo bianco; azzannò la magia di lei come una belva famelica, la squarciò, la fece a pezzi, la costrinse ad entrare in lui, prosciugandola. Schiuse la bocca, per un ansito incontrollato, mentre il suo Potere terminava quell’atto di cannibalismo arcano.
Aveva chiuso gli occhi, se ne rendeva conto; era stato involontario eppure incontrollabile. Qualcuno, molto tempo prima, aveva persino riso dei gemiti inarticolati che gli erano sfuggiti dalle labbra mentre compiva quell’atto di intimo nutrimento del Dono che risiedeva in lui, ne aveva riso e, infine, ne era morto.
Sospirò, tentando di controllare nuovamente la respirazione, ora divenuta veloce, e di calmare le pulsazioni, tanto forti e rapide da poterle percepire nei timpani. Quando aprì gli occhi, con studiata lentezza, non ebbe bisogno di uno specchio per sapere che i bagliori dorati di cui erano screziati i suoi occhi verdi -li supponeva un retaggio materno- erano sottolineati ed esaltati da un brillio pronunciato, una spia di quanto potere risiedesse ora nel suo corpo.

L’istante precedente la magia l’avvolgeva come un crescente vortice freddo, riempendola del suo potere e della sua ebbrezza, ed il successivo tutto sembrava essersi dissolto, lasciandole un profondo senso di vuoto.
No, non era accaduto con tale rapidità: aveva sentito qualcosa attrarre il suo Potere, aveva lottato per mantenerne il controllo e non si era risparmiata per riuscire a portare a termine quanto aveva iniziato, eppure non era servito a nulla, non era stata sufficientemente ferma nell’imporsi ed aveva fallito. Nutrirsi del potere altrui… per gli dei, doveva essere meraviglioso, perché non le era stata concessa la medesima possibilità?
Aprì lentamente gli occhi, pur non riuscendo a deglutire se non dopo un certo numero di tentativi, la respirazione acelerata e le membra scosse da un lieve brivido freddo.
Le labbra erano divenute improvvisamente secche, così che la lingua dovette correre in suo soccorso, inumidendole con la minuzia nata dall’esigenza di prendere tempo e pensare. Prima d’ora non le era mai sfuggito il controllo sulla Trama, era sempre stata impeccabile e mai, mai, aveva rischiato di smarrirsi in essa.
Poco fa, invece, era stato diverso e lo era tutt’ora.
Non aveva portato a termine l’incantesimo e questo la rendeva… inappagata. Inappagata e desiderosa di perdersi in quel potere che avrebbe dovuto invece voler dominare.
Quanto tempo era trascorso da quando l’energia si era chetata? Un lieve scuotersi del capo ed un sorriso obliquo la riportarono al presente, lo sguardo fisso in quello di lui come in attesa di una qualsiasi esternazione verbale.

“Suppongo…”
Si interruppe, prendendo un ampio respiro. Non era ancora riuscito a calmare i battiti ed il suo petto si alzava e si abbassava ancora troppo velocemente per i suoi gusti, ma non poteva certo lasciarsi sfuggire quell’attimo; ora, lui lo sapeva, lei era vulnerabile.
“Suppongo che la sorte di questa città non ti importi eccessivamente. Quindi mi pare inutile minacciarti di ridurla in cenere.”
Aveva parlato in tono pacato, calmo, eliminando dalla sua voce ogni accenno dell’estatica euforia in cui una quantità di Potere come quella che gli strisciava indolente sotto la pelle poteva indurlo. Non si preoccupò eccessivamente dell’abbassamento di tonalità della voce, nè di come questa si fosse leggermente arrochita; spesso, dopo, gli succedeva ed entro qualche minuto sarebbe tornata normale.
Si inumidì le labbra, senza abbassare lo sguardo, in un gesto straordinariamente simile a quello di lei.
“Quindi, temo, dovrò minacciare te. Quella pietra è un oggetto interessante, ma, se fossi in te, mi chiederei per quanto ancora potrà farti da scudo. Quindi, ti propongo un accordo, un patto del tutto ragionevole.”
Continuò a parlare senza interruzioni, cesellando nell’aria le parole una ad una, senza dar spazio ad un silenzio che, riteneva, le avrebbe dato modo di recuperare in pieno la lucidità.
“Tu tornerai da questo Maestro e gli dirai che, purtroppo, sono morto in uno sfortunato incidente. Io me ne andrò il più lontano possibile da qui. Forse manderà qualcun altro, forse no, se saprai essere convincente. Mi sembra la soluzione migliore, no?”
No, non lo era. La soluzione migliore sarebbe stata incenerirla all’istante, riversando su di lei ogni stilla del Potere che ora gli bruciava in corpo. E lo avrebbe fatto, senza dubbio, il compito resogli anche più facile da quel contatto non ancora interrotto, se solo avesse potuto.
Eppure non gli mancava molto. Era stanco, questo sì; controllare il suo Dono richiedeva una quantità notevole di energia, ma presto, mai troppo in fretta, sarebbe riuscito a dirigere di nuovo le correnti che lo attraversavano, sarebbe riuscito a governare la forza che fluiva assieme al sangue, assieme al respiro, assieme ai pensieri.

“Ragionevole, certo. Potrei quasi ucciderti davvero, per rendere la storiella più credibile, ma non credo funzionerebbe. E se anche fossi così stupida da accettare, dimmi, quale sorte hai in mente per te stesso?”
Si allontana da lui, sciogliendolo da quell’abbraccio che non ha ora più motivo di prolungarsi.
“Potrei passare ore a parlarti di noi e delle meraviglie che il maestro potrà insegnarti, ma la verità è che non mi ascolteresti, ed io non sono una balia, tantomeno la tua. Preparati, mio sciocco ragazzo dai superpoteri, perché non ho intenzione di fallire nella mia missione. E non perché mi importi della tua salvezza, sia ben chiaro, solo perché ne va della mia reputazione.”
Parlare e muovere le mani al contempo, eseguendo uno ad uno i gesti rituali per dare nuovamente vita all’incantesimo, sembra non costarle alcuna fatica, al contrario: appare quasi impaziente di richiamare nuovamente a sé il potere della trama.
“Spero che il Maestro non sia già andato a dormire, tesoro, perché stai per visitare le sue deliziose stanze private”

Aprì la bocca, stupefatto.
Di nuovo? Voleva provarci… di nuovo? Le sue labbra cesellarono, nell’aria, un’imprecazione degna di un nano delle montagne. Non sarebbe riuscito ad assorbire ancora una quantità così elevata di magia, non così in fretta. E avrebbe preferito, se possibile, non essere teletrasportato a metà; doveva essere, a pensarci, un’esperienza quanto mai sgradevole.
Inspirò concentrando tutte le sue energie nell’unico tentativo possibile e si rese conto, quando non gli mancava che qualche attimo, che avrebbe fallito: ancora, la fredda energia della maga aveva preso a spiraleggiargli addosso e lui dovette troncare bruscamente ogni tentativo di evocare nuovamente il Potere, per evitare che la risonanza fra le due forme di magia lo devastasse.
Dannazione.
Chiuse gli occhi, per tentare di attenuare la vertigine che, lo sapeva, avrebbe comportato l’incantesimo, quando avesse piegato lo spazio attorno a lui. E così, gli ricordò un angolo della sua mente, stava viaggiando verso le stanze private del Maestro.
Sperò che fosse vero. E che lui si trovasse lì. Perchè, in quel caso, avrebbe assaggiato subito, direttamente, quel potere a cui, sicuramente, anelava.
Non riuscì a nascondere un sogghigno, mentre la magia già stava operando il suo effetto.

La stanza era ampia ma arredata semplicemente, con rigore quasi monacale, recando come unico vezzo un lungo e spesso tendaggio in fine broccato. Davanti ad esso, in concomitanza con la finestra ora coperta, uno scrittoio di legno scuro ospitava una creatura d’età indefinibile, con lunghi capelli bianchi ed occhi di un castano più rosso di quello assunto in autunno delle castagne.
Le sue braccia erano incrociate e la schiena appoggiata alla poltrona sulla quale sedeva: sembrava quasi lo stesse aspettando, come se le vibrazioni della magia l’avessero in qualche modo messo in allerta.

“Addio.”
O, quantomeno, quella fu la parola che avrebbe voluto pronunciare. Probabilmente emise solo un inelegante e scomposto grugnito, mentre costringeva la forza che albergava in lui a muoversi e a fluire, correndo lungo ogni fibra del suo essere in una contrazione generale che gli strappò un sospiro di piacere.
C’era di che essere soddisfatti di sè: nessuno, nessuno avrebbe mai potuto sopravvivere a tutto quell’impeto, persino la pietra si sarebbe dovuta piegare. L’elfo sorrise ancora, combattendo contro una spossatezza accentuata dal vuoto che ora percepiva dentro di sè.
Maledetti, tutti quanti.

Il getto bianco e blu, incandescente come fosse la pura essenza del fuoco, sembrò invadere la stanza senza che il Maesto ne venisse in alcun modo colpito. Le coperte del letto presero ad ardere, con una velocità tale da risultare impossibile per fiamme normali, e solo il tendaggio impedì ai vetri della finestra di colpirlo alle spalle dopo essere fragorosamente esplosi.
L’elfo inarcò le sopracciglia, concedendo al suo ospite il tempo dell’esultanza prima di concentrarsi a sua volta, riassorbendo il potere liberato come fosse l’azione più naturale e meno faticosa che potesse compiere.
La magia che teneva in vita il fuoco andò così spegnendosi rapidamete, lasciando in suo ricoro solo l’acre odore del fumo.
“Benvenuto.”
Lo salutò dunque con tono scevro da inimicizia, come se poco prima non fosse accaduto alcunché.

“Oh.”
Avrebbe preferito una lunga, articolata, fantasiosa e colorita imprecazione, ma preferì, invece, guardarsi attorno, cercando una via di fuga. Quasi con sorpresa, scoprì che la magia che gli teneva bloccati gli arti si era finalmente dissolta e, pur avendo gambe e braccia del tutto indolenzite, poteva finalmente muoversi.
Mosse più di un passo all’indietro, istintivamente, mentre gli occhi saettavano lungo il perimetro della stanza cui poteva aver accesso con piccoli movimenti del capo, in modo da non perdere di vista l’altro abitante della stanza.
Quanto tempo poteva passare prima che gli altri fossero allarmati da quello che era successo ed arrivassero in massa? Una porta, una via di fuga: non chiedeva altro.

“Accomodati, Belthil. Sono felice tu sia finalmente arrivato, e mi dispiaccio per i modi un po’ bruschi con i quali ti abbiamo raggiunto. Suppongo sarebbe stato difficile convincerti diversamente.”
Una mano andò lentamente a sollevarsi, sfregando le dita le une contro le altre prima di aprirsi come la corolla di un fiore, il palmo all’insù, per contenere una fiamma del tutto simile a quelle che era capace di evocare lui stesso.
“Sei tra amici”

Finalmente.
Dopo anni infiniti, aveva trovato un gruppo di persone desiderose di aiutarlo, di consigliarlo, di guidarlo e proteggerlo. Oh, ma guarda. Ringraziando il cielo, fidarsi del prossimo era ciò che meglio gli riusciva e una sana abitudine che lo aveva tenuto in vita fino a quel momento.
Come no.
“Naturalmente.”
Belthil continuò ad arretrare, circospetto.
“Quindi posso andarmene anche subito, vero?”
Certo, a quanto pareva, anche il vecchio che aveva davanti possedeva il Dono. Ma le apparenze potevano ingannare e, se anche queste non lo avessero fatto, non significa assolutamente nulla.
“Senza essere fermato, ostacolato o braccato di nuovo?”
Quante energie gli rimanevano? Poche, quella giornata era stata fin troppo lunga. E quanto Potere abitava ancora in lui? Serrò la mascella, constatandone la pochezza. La finestra. Avrebbe potuto usarla per fuggire, di certo, se solo il vecchio non si fosse trovato sulla sua linea. Ed erano rumori di passi, quelli che percepiva? Grida concitate? Stava per essere accerchiato?

“Credi, sinceramente, che andando via da qui nessuno cercherebbe più di impadronirsi del tuo corpo e del tuo potere?”
Lo scetticismo trapelò dalla sua voce tanto quanto dal suo sguardo.
“L’unico modo che abbiamo per non essere braccati è imparare ad accrescere e controllare il nostro potere. Scappare o restare e combattere. E vincere. Quale ti sembra la prospettiva migliore?”

“Mi sembra molto simile ad un no, come risposta.”
Belthil non trattenne l’ironia; se doveva finire male, tanto valeva prendersi almeno qualche piccolo, innocuo, piacere.
“Per il momento non sembrate molto diversi da chiunque altro ed il tavolo da laboratorio che mi prospettate è solo adorno di qualche bella parola; conosco anche io lo storia di Shandril Shessair, non c’è alcun bisogno di proclami trionfalistici.”
Si inumidì le labbra, cercando di prendere tempo e di ignorare la stanchezza.
“Preferirei continuare a vivere, vivere tutto intero intendo, e non sono sicuro che questo sia il posto migliore. Ma, davvero, grazie tante per l’invito.”
Le ultime parole furono stilettate grondanti ironia ad ogni sillaba. Avrebbero dovuto concepire un inganno migliore, decisamente.

“Nessun proclama trionfalistico. Ascolta ciò che ti sto dicendo, non quanto credi ti stia diceno. Non ho intenzione di lasciarti libero di sterminare i miei maghi, sempre che tu ne sia davvero in grado, ma non ho neppure intenzione di studiarti, come temi, non ne ho bisogno.”
I suoi occhi si velarono di una profonda malinconia, subito scacciata da una determinazione ancora più salda.
“Siamo così pochi, e così divisi… Non possiamo abbandonarci l’un l’altro al nostro destino. Accetta la mia ospitalità ed io ti insegnerò quanto ti occorre per diventare più forte, un luogo sicuro in cui stare e la possibilità di aiutare altri come noi.”

Espirò ed inspirò, a fondo.
“Ascolta quello che
io ti sto dicendo. Non voglio sterminare nessuno, desidero solo andarmene, recuperare le mie cose e sparire. E, fino a che non mi darai una qualche prova, non credere davvero che ti darò fiducia. Non è esattamente questo il modo in cui sono sopravvissuto e tu, in fondo…”
La voce gli si striò di un’ironia velenosa.
“…dovresti saperlo altrettanto bene.”

“Di quale prova hai bisogno, dunque?”

“Potrei dirti di trovare il modo di restituirmi un po’ del potere che ho speso. Ma, anche ammettendo che tu ci riesca… non credo ci sia una prova che riesca a convincermi.”

“Non resterà che darti tempo.”
Si alzò pesantemente, aiutandosi con una mano presto posata sul tavolo mentre l’altra, dopo essersi richiusa per estinguere le fiamme, non fece altro che volgere in sua direzione, attorniandolo con un anello infuocato pronto a restringersi al suo minimo comando.
“Intendila come una misura precauzionale, nel caso tentassi di ferire qualcuno mentre ti accompagno ai tuoi alloggi.”

Inarcò un sopracciglio, raddrizzandosi con una lentezza del tutto calcolata.
“Ho il Dono, non l’abitudine di usarlo per sfregiare indiscriminatamente chiunque mi capiti a tiro.”
E non era del tutto vero. Aveva utilizzato il suo potere più volte di quante potesse ricordare per ferire, offendere, uccidere. Certo, sempre per proteggersi contro minacce effettive o potenziali che fossero. D’altro canto, non era necessario che lui lo sapesse, no?
“E spero che i miei cosiddetti alloggi siano confortevoli, almeno.”
Una smargiassata gratuita mentre terminava, andando a tentoni con l’arto invisibile ed impalpabile che era il suo Potere, di sondare l’anello che lo aveva circondato. Al diavolo, sembrava impenetrabile, impossibile da assorbire.
Sospirò, rendendosi conto di come, almeno, questo gli desse una possibilità di fuga, seppur destinata a rivelarsi estrema.

“Hanno le medesime comodità degli alloggi degli altri membri della congrega. Sei uno di noi, hai poteri speciali, ma allo stesso tempo sei come tutti gli altri. Non aspettarti trattamenti di favore riguardo ad altro che non siano i miei insegnamenti.”
Con una lentezza capace di esprimere una solennità che cancellava del tutto la debolezza, il Maestro prese ad indicargli la via.

Respirò a fondo. Una, due volte. Gli occhi chiusi, il corpo teso come una corda di violino, le mani serrate tanto che, se avesse avuto leunghie più lunghe, probabilmente si sarebbe ferito. Che cosa aveva detto? Non se lo ricordava, con esattezza. Si era scusato per qualcosa, sì.
Ora la porta era chiusa? Flettè le gambe, fino a trovarsi seduto per terra, le braccia che circondavano le ginocchia, la testa china, solo il rumore di un respiro sempre più affannoso. No, per gli dei; quella era tortura.
La nausea salì veloce.
Dopo un tempo indefinibile, Belthil stava esaminando la sua prigione, spostandosi lentamente, per non mettersi alla prova più del necessario. Aveva aperto la finestra, ma quella zona maledetta si estendeva al di fuori, al di là di quanto potesse sporgersi da dietro quelle maledette sbarre, apparentemente non scassinabili. Maledizione.
In preda alla frustrazione, sferrò un pugno alla parete di pietra; fu scosso da un brivido e lo stomaco gli si contrasse. Si lasciò di nuovo scivolare a terra, combattendo il malessere con tutte le proprie forze.
Reclinò la testa contro il muro, gli occhi chiusi. Aveva lavorato con metodo, senza lasciarsi tempo per pensare alla stanchezza, alla fame o alla sete, ma il suo piccolo rifugio era perfetto. Il materasso aveva fornito un’ottima muraglia, chiudendo, una volta opportunamente piegato, un angolo; alle fortificazioni avevano generosamente provveduto gli scaffali, lo scrittoio, la sedia e quant’altro era riuscito a smontare, spaccare o riutilizzare. Aveva risparmiato solo i libri, impilati in un angolo lontano, intonsi. L’arcobaleno che la prima luce del giorno faceva sfavillare sul pavimento di pietra attraverso quello che era rimasto dei vetri della finestra gli strappò un sorriso. Istintivamente serrò la presa sui lunghi cocci di vetro, tenuti assieme da una serie di strisce di stoffa punteggiate di sangue: un piccolo prezzo da pagare per avere qualcosa di simile ad un’arma; oltre alla piccola ed affilata via di fuga estrema che teneva in tasca, si intende.
Lo sferragliare della serratura lo fece scattare in piedi, nel bagno in cui, contrariamente a quanto le apparenze potevano indicare, si era nascosto. Che entrasse, quel vecchio, a prenderlo: lì dentro sarebbe stato un uomo normale, senza alcun potere. E, allora, avrebbe colpito.