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15 Aprile 2007

Sotto la luce della luna IV


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Non occorse molto tempo prima che il Maestro si voltasse in loro direzione, rivolgendogli un caldo sorriso soddisfatto.
L’istante successivo aveva già battuto le mani per richiamare l’attenzione dei presenti.
“Prego, prego, entrate, vi stavamo aspettando.”

Ah, che meraviglia! Una stanza piena di maghi, una fame divorante e finire al centro dell’attenzione.
Belthil si irrigidì, non curandosi di nascondere il subitaneo incupimento del volto. Le mani, nel mentre, erano affondate nelle tasche della veste in una vuota minaccia, mirando solo a stringersi attorno alla sua affilata via di fuga. Senza Potere a cui avere la tentazione di attingere per guarirsi, sarebbe stato molto più semplice.

“Vai avanti”
Lo incitò Varima, alle sue spalle, mentre il maestro lo stava predentando con fare solenne e senza nascondere un certo compiacimento.
“Da oggi Belthil farà parte della congrega. Siate cauti nel rivolgervi a lui, è ancora spaesato, come potrete comprendere, ed è un portatore del Fuoco, un Prescelto.”
Dopo aver accarezzato la lunga barba sembrò ricordare improvvisamente qualcosa.
“Oh, dimenticavo. Sarai affamato, prego, serviti a tua discrezione”
Disse, indicando con un ampio gesto del braccio, sottolineato dall’ondeggiare delle ampie maniche della veste, un tavolo preparato con cibarie di varia natura, acqua e vino, oltre ad alcuni oggetti riposti su un piatto di materiale pregiato e baluginante.

Parte della congrega, ma certo!
Belthil annuì compitamente, esattamente come gli era stato consigliato e chinò il capo, prima di dirigersi con passo rigido verso il tavolo che gli era stato indicato; le dita, nella tasca, avevano lavorato alacremente e, ora, un margine affilato del coccio di vetro risultava scoperto e macchiato di sangue.
Volevano tentarlo, certo. Farlo nutrire, così poi da poter sperimentare su di lui; ma gli avrebbe riservato un’amara sorpresa, sì. Avrebbe deciso da solo che cosa fare della sua vita e, sicuramente, il trascorrerla come cavia non gli si addiceva per nulla.
Arrivato al tavolo, evitò accuratamente anche di guardare verso il vassoio, fingendo di dedicarsi unicamente al cibo. Quando tirò fuori dalla tasca la mano destra, questa nascondeva la sua ultima risorsa; avrebbe dovuto fare attenzione, dare un colpo deciso e vigoroso, senza timore. E, inoltre, avrebbe dovuto evitare che gli altri se ne accorgessero; quanto più tempo sarebbe passato, tanto minori sarebbero state le loro speranze di averlo vivo.
Maledetti, maledetti tutti loro.

Mbhè, ed io? Si chiese la maga, guardando il tavolo appositamente imbandito.
Cosa c’era di meglio del tornare da una missione ed essere bellamente ignorata? Quel ragazzo veniva braccato da anni con chissà quali mezzi, lei, da sola, era riuscita a condurlo dove le era stato chiesto, facendolo poi schiodare dalla sua stanza senza usare le maniere forti e qual era la ricompensa? Uno stupido, gelido, imperscutabile silenzio.
Per la prossima missione suicida avrebbero dovuto trovare qualcun altro perche lei, potevano giurarlo, non sarebbe stata più disponibile.
Incrociò le braccia sul petto e con un broncio tutt’altro che difficile da interpretare, superando il nuovo arrivato con una leggera spinta della spalla, andò ad accomodarsi al tavolo accanto a quello dove avrebbe ben presto l’elfo avrebbe preso posto.

In un gesto lento quando, sperava, indifferente, appoggiò il coccio di vetro al polso sinistro nel momento stesso in cui si sedette. Poteva andare bene: avrebbe tenuto la mano sinistra sotto la tavola e nessuno avrebbe notato niente fino a quando non fosse stato troppo tardi.
Le dita gli tremarono leggermente, mentre si serravano sul vetro; sentendosi gli occhi addosso, decise di prendere tempo, trasferendo quella che considerava la sua ultima speranza nella mano sinistra, portando la destra ad una caraffa e riempiendosi la coppa d’acqua. Non bevve, ovviamente: non l’avrebbe mai fatto, senza prima accertarsi dell’assenza di veleno, ma ne fece l’atto, portando il liquido a fior di labbra; il vedere, tuttavia, una leggera e vivida traccia rossa sul manico della caraffa gli fece decidere di procedere rapidamente, per evitare di essere scoperto.
Riportò dunque la mano sotto il tavolo, in un gesto casuale, nelle intenzioni, dedicandosi apparentemente allo studio dei cibi a sua disposizione. Serrò, di nuovo, la presa sul coccio di vetro, tentando di calmare il respiro ed arrestare il tremore.
Un movimento rapido, una pressione adeguata, ed una lenta attesa, sarebbe stato sufficiente: non lo avrebbero torturato per un’altra notte, no.

Era bella, Elaine, con lunghi capelli castani ed occhi da gatta.
Quando gli si avvicinò non ebbe nessuna incertezza, nessun ripensamento: si sedette davanti a lui, sollevando al contempo una mano per far scature una fiammella di fuoco magico come se non le costasse alcuno sforzo.
“Sei completamente privo di energia. Perché? Non puoi aver esaurito tutto il tuo potere in una sola notte. Ero solo una bambina quando sono arrivata qui, eppure la mattina successiva la mia aura brillava ancora, seppure debolmente. Non dimenticherò mai quei giorni…”
Lo sguardo si spostò sul bicchiere, pieno ma intoccato, ed un sopracciglio si sollevò in segno di comprensione.
“Permetti?”
Chiese, indicandolo
“Così potrai bere tranquillamente.”

Ora.
Un grugnito -che sperò potesse essere scambiato per una risposta scortese- ed un brivido di dolore, mentre la mascella si serrava, per un solo attimo. Il vetro lacerò la pelle ed affondò nella carne; fu doloroso, ma neanche così tanto. In fondo, si aspettava di peggio.
Percepì la testa girargli, per un attimo, stordito probabilmente dalla stanchezza, dato che, calcolò, la perdita di sangue non poteva certo essere così ingente fin da subito. Evitò accuratamente di riportare la mano destra sul tavolo, sospettandola macchiata.
“Evidentemente, avevi già allora più talento di me.”
Ah, sciocchezze. Ma aveva bisogno di prendere tempo, mentre il suo corpo si indeboliva sempre più.
“Bevi pure.”
Si concesse un sorriso appannato, tentando di dimenticare la ferita che pulsava dolorosamente.
“Io non ho sete.”

Accadde tutto nello spazio di un battito di ciglia.
“Bugiardo… ” disse Elaine, prendendo il bicchiere e portandoselo alle labbra, e nel mentre le prime gocce di sangue iniziarono a colare sul pavimento, catturando l’attenzione di Varima, intenta a tormentare l’unghia del proprio pollice e ad osservare con attenzione il dolce quadretto.
Occhi non attenti avrebbero quasi potuto intendere come un salto temporale il passaggio da quel momento a quello successivo, quando la sedia cadde all’indietro, in uno schiocco simile a quello delle spade di legno che si colpiscono l’un l’altra, e lei gli era già addosso.

Aveva creduto di barcollare e, per un attimo, il mondo aveva perso i suoi contorni definiti, divenendo una macchia di colore confusa, dinamica. Anche le sensazioni si erano mischiate: l’udito aveva percepito del legno che cadeva, un trambusto, il sottile tintinnio del vetro che scivolava a terra, il rumore del proprio corpo sbattuto sul pavimento; il tatto lo aveva avvertito di una massa dura, fredda, ruvida che incombeva sul suo volto. Fu il senso dell’equilibrio che, pur messo a dura prova, gli comunicò di essere sdraiato a terra.
Era stanco; percepì distintamente qualcosa che si chiudeva sul suo polso ferito, procurandogli una nuova fitta di dolore e sapeva che avrebbe dovuto abbassare lo sguardo, controllare, verificare. Eppure, mentre una parte consistente della sua mente e del suo essere sondavano, inutilmente, nelle sue profondità alla ricerca di una stilla di Potere utile per arrestare l’emorragia, Belthil seppe di non averne la voglia, oltre che la forza, e di desiderare solo di scivolare in un sonno che si era negato per troppo tempo.
Stava per ricongiungersi ai suoi antenati. O, forse, coloro che, come lui, possedevano il Dono si scioglievano semplicemente nella Trama?
***
Era ancora immerso in una tiepida sensazione di distacco, quando sul suo viso apparve una smorfia di frustrazione.
Aveva fallito.
Lentamente, con un’anormale consapevolezza, attese di emergere del tutto da quello stato in cui si trovava a galleggiare, concentrandosi solo sulla respirazione.
Non era più del tutto privo di Potere, eppure la sua fame non era certo placata; il polso non gli faceva male e non era più viscido di sangue. Contrasse le dita e voltò il capo, per esaminare la stanza; socchiuse gli occhi, appena riaperti, quando la luce, proveniente dalle finestre, lo abbagliò.
Dopo qualche attimo, tuttavia, fu in grado di distinguere una sagoma, dapprima nera, in controluce, cui si andavano ad aggiungere particolari man mano che si abituava alla luminosità.
Il mento rivolto verso l’alto, il profilo netto, la curva del seno che si muoveva in concomitanza con il respiro, il disegno dei fianchi, intuibile sotto la veste.
Varima.
Belthil aprì la bocca per parlare, richiudendola subito dopo, quando si accorse di aver bisogno di un colpo di tosse sommesso, prima di poter parlare.
“Sembra che tu lo sia davvero. La mia balia, intendo.”

“Solo perché mi hanno obbligata. E non prendere l’abitudine di questi gesti plateali, è faticoso minacciare qualcuno che vuole morire.”
Si staccò dalla finestra con riluttanza, stiracchiando la muscolatura contratta delle braccia e della schiena, muovendosi lentamente fino a raggiungere la sedia posta accanto al letto.
“Hai dormito a lungo, è stato noioso guardarti per tutte queste ore. Non parli e ti muovi poco, a volte ho pensato avessi trovato un altro modo per andar via. Per gli dei, mi manca solo il doverti inseguire per chissà quale piano astrale di voi cerini”

“Non credo ci sia possibile.”
Sospirò, tentando di raddrizzarsi.
“Non lo è a me, se non altro.”
Chiuse gli occhi per sopprimere un accesso di emicrania, respirando profondamente.
“Non mi farò rinchiudere in quella stanza un’altra notte. Ma potremmo fare un patto: chiunque lo desideri potrà studiarmi, sezionarmi o che altro… dopo che sarò morto.”
Si sistemò, appoggiando la schiena alla testiera del letto, in modo da rimanere seduto.
Per gli dei, quanto ancora sarebbe dovuta durare quella tortura?

“Sì, mi sembra una buona proposta”
Voltò la sedia, sedendovisi a cavalcioni ed appoggiando il mento sugli avambracci incrociati sulla sommità dello schienale. Non smise mai di sorridere, senza celare il profondo divertimento che quella situazione le stava riservando.
“Prometto di renderne partecipi amici e nemici non appena mi sarà possibile. Vuoi dirmi altro che possa usare per deriderti e rovinare la tua reputazione? Adoro avere nuove armi con cui ricattare i novellini, e sono certa che mi darai molta soddisfazione non appena avrai capito ciò che ti viene detto invece di quanto hai deciso di dover sentire.”

Inspirò ed espirò a fondo, socchiudendo appena gli occhi quando la testa ricominciò a pulsare.
“Novellini…”
Si lasciò sfuggire una risata rauca; al suo confronto, più di un arcimago poteva dirsi un novellino. Quanti avevano mai sperimentato quello che per lui era naturale, parte di sè?
“Vediamo un po’. Invece di un gentile invito per lettera sono stato braccato, cacciato, rintracciato e costretto a venire in questo posto. Non mi è stata offerta alcuna scelta. Mi avete fatto passare una notte intera…”
Scrollò appena il capo, in un gesto che gli causò una serie di fitte, ridondanti, come un’eco che rimbalzasse dentro il cranio.
“Tecnicamente, questo è un rapimento con uno sgradevole accenno di tortura. Non ho idea del perchè ancora non sia su un tavolo a fissare i miei visceri, ma non ho intenzione di aspettare quel momento. Nè di tornare in quella stanza.”

“Cos’ha quella stanza che non va? Se ne avessi avuta una normale avresti tentato di bruciare qualsiasi cosa ti fosse capitata sotto tiro, non potevamo rischiare. Senza contare che non c’era nessuno adatto a tenerti a bada. A ben guardare, avresti potuto rischiare per davvero la vivisezione, non tutti i maghi della congrega sono degli agnellini, sai? Ragione di più per non essere inerme.”
Il pugnale tornò a balenarle tra le dita, puntando verso di lui in un gesto che da minaccioso si trasformò presto in un invito.
“Coraggio.”

Occhieggiò per un attimo il pugnale, rifiutandolo poi con un gesto.
“Diventerebbe un comune pezzo di ferro per un giorno intero, più o meno.”
Sospirò, portando entrambe le mani in grembo.
“Immagina…”
Unì le mani, a coppa.
“Una stanza chiusa, ad eccezione di una finestra protetta da una grata. Entraci. E riempila d’acqua.”
Scosse la testa, in un gesto improvviso quanto repentino fu il suo pentimento per averlo fatto.
“Non c’era magia, in quella stanza. Neanche una goccia di Potere.”
Chiuse gli occhi, reclinando il capo; si prese qualche attimo di tempo, prima di parlare nuovamente.
“Non credo che tu possa capire… puoi andare a dire al Maestro che accetto il suo invito, se non ha intenzione di lasciarmi andare?”
Era spossato; forse, non rimaneva che arrendersi.

“Se non hai intenzione di fuggire potrò rinunciare alla sua magia per un giorno, non ho altre missioni di cui occuparmi. Pare tu sia una priorità assoluta, novellino.”
Il corpo simase tanto immobile da farla apparire come una statua nel mentre che le parole continuavano a sgorgarle dalle labbra con il suo solito tono indisponente.
“E per evitare l’insorgere di brutte abitudini, forse è meglio che io non ti faccia da cameriera e che sia tu a dirlo al Maestro, eh?”

Non rispose, bandendo ogni indugio. Se era lei ad offrirgli quel potere, perchè no?
Alzò una mano, avvicinando le punte delle dita alla lama; si fermò un attimo prima di toccarla, rabbrividendo sommessamente al percepire, in modo diretto, ora, il suo potere.
Il Dono gli si agitò in corpo, famelico, e si protese lungo le sue ossa, le sue carni, fuoriuscendo dalla pelle alla ricerca di quel Potere a cui anelava.
Toccò la lama.
Per un solo, lungo attimo non successe assolutamente nulla. Poi, come una diga che si spalanchi improvvisamente, con una violenza che lo fece sussultare, la sua fame si avventò sull’arma. Non fu delicato, non fu sottile o impercettibile; fu brutale, al contrario, rabbioso e prepotente. Come quando si era trovato a spaccare violentemente i ripiani nella stanza, la sera prima, come un ubriacio che sfonda la finestra di una taverna, come un amante che strappi le vesti dal corpo dell’amata.
Richiuse di scatto la bocca, quando si accorse di averla tenuta aperta, domandandosi quali suoni si fosse lasciato sfuggire, e rivolse gli occhi, ora nuovamente animati da uno scintillio che pareva vivo, a Varima. Non fece in tempo a lasciarsi sfuggire un sorriso che l’onda di Potere lo percorse violentemente, da capo a piedi, in un lampo di fugace chiarore dorato, durato tanto brevemente da essere stato quasi impercettibile alla vista. Ora, ora che il Dono aveva cancellato i segni della stanchezza e del lungo sonno, si stiracchiò languidamente, godendosi quella rinnovata sensazione di tepore e si accinse, con agile tranquillità, a rimettersi in piedi.

Soppesò il proprio pugnale, rigirandolo tra le mani senza accennare a riporlo nel fodero, la fronte vagamente corrugata.
“Dovrei rivalutare le armi.”

“Purchè tu faccia attenzione.”
Si stiracchiò indolentemente, in piedi, spostando poi lo sguardo sulla porta; in una rapida occhiata, tornò ad abbracciare con gli occhi Varima, accennando all’ucita.
“Mi fai strada?”

Si alzò in piedi con uno sbadiglio, riponendo l’arma alla cintura anziché nel suo fodero.
“Quanta impazienza, c’è forse qualcosa che dovrei sapere? Fare attenzione mi annoia, ma al contempo mi riesce piuttosto bene, non dimenticarlo se hai in mente qualche brutto scherzo.”
Un cenno della mano, la maniglia della porta in bella mostra, che altro c’era da aspettare?

Scrollò le spalle, avviandosi a passo svelto. La conversazione languì decisamente lungo il corridoio e Belthil fu più che altro impegnato nel tentare di orientarsi nel via vai di cunicoli, porte, e passaggi decisamente troppo simili a sè stessi. Gli risultò più facile memorizzare la posizione di alcune aure magiche residue che avvertiva come un soffio sulla pelle quando vi passava vicino e si limitò, per tutto il tragitto, a seguire le indicazioni di Varima.
Quando lei gli ingiunse di fermarsi, non potè trattenere un sospiro. Aveva abbastanza potere, in corpo, da scatenare un’esplosione pari a quella del giorno in cui era arrivato e, anche se con una fonte adeguata avrebbe potuto fare molto di meglio, quello era tutto ciò di cui disponeva. E non era abbastanza.
Poggiò una mano sulla maniglia della porta, riflettendo attentamente su quanto aveva da dire e su ciò che avrebbero potuto rispondergli, per contro. Mordendosi appena il labbro inferiore, bussò rapidamente, prima di girare la maniglia e spingere; inutile rimandare.

Rapida, la mano di lei andò a posarsi sulla sua, impedendogli di concludere il gesto.
“Sapevo che gli elfi erano arroganti e spocchiosi, ma non pensavo fino a questo punto. Non ti hanno insegnato che pima di entrare in una stanza chiusa bisogna aspettare il permesso?”
Non ebbe il tempo per rispondere che una voce pacata li raggiunse, invitando il proprio ospite a farsi avanti.

Si limitò ad alzare le sopracciglia in direzione di Varima ed entrò. Si concesse lo stupore di un sopracciglio inarcato e di un’espressione che, per un attimo, fu assolutamente ebete nel constatare come la stanza fosse del tutto, assolutamente, tappezzata di libri, alcuni dei quali rilucevano di magia. Per qualcuno che il destino aveva costretto a frequentare solo le sguarnite librerie che alcuni maestri rendevano pubbliche, condannato a tentare di sottrarre libri a coloro che volevano sottrarre a lui il suo segreto, quella visione poteva ben lasciare interdetti.
Si costrinse, tuttavia, a riportare la propria attenzione su colui al quale desiderava parlare, socchiudendo appena le palpebre sugli occhi scintillanti; una precauzione inutile, invero: se davvero possedeva il Dono, avrebbe potuto sentire la sua aura palpitare di Potere.
“Sono venuto per chiedere, ancora, di essere rimandato a casa.”
Si inumidì le labbra, affrettandosi a colmare il silenzio che aveva seguito le sue parole pronunciate all’improvviso.
“E, se questo, come credo, non mi verrà concesso, per comunicare che, senza le mie cose, rimaste in città, non ho intenzione di rimanere qui.”
Chissà come si sentiva trascurato il suo libro degli incantesimi, ormai.

“Casa… La consideri davvero tale? Eppure non è molto che vi abiti, e neppure possiede tutti gli elementi che dovrebbe avere per aiutare una persona come te, come noi, a mantenere vivo il nostro dono. Il luogo in cui ti trovi sarà una casa migliore.”
Lo invitò a sedersi con un cenno, richiudendo al contempo il libro al quale si stava dedicando fino a poco prima, mettendolo da parte senza più rivolgergli una sola occhiata.
“Potrei mandare qualcuno a raccoglierle per te…”
Lasciò la frase volutamente in sospeso, come per valutare la sua possibile reazione.

“Casa è dove sono i miei possedimenti; non ho abitato per molto tempo nessun luogo in particolare…”
Scrollò le spalle, senza riuscire a nascondere un sogghigno divertito, tentando di non lasciar trapelare tutto il fastidio che gli causava il solo pensiero di qualcuno intento a frugare fra le sue cose.
“E vorrei suggerire di mandare Varima. Ma la sua arma è inerte e la sua vendetta sarebbe terribile, temo. Inoltre…”
Aggrottò le sopracciglia per un attimo.
“…il pensiero che qualcuno maneggi il mio Libro non mi sorride affatto.”

La breve risata che lo scosse sembrava provenire dalla profondità del suo spirito, manifestando lo stesso divertimento che poteva catturare un nonno alla prima deliziosa sciocchezza pronunciata dal nipote.
“Varima non è mai priva di armi, figliolo. E’ molto più di quanto non sembri.”
Una breve pausa gli concesse di riflettere ancora per qualche istante prima di tornare a prendere la parola.
“Va bene, andrai, ma porterai qualcun’altro con te. Non hai avuto modo di conoscere molti tra noi, mi rendo conto, ma se lo vorrai potrai scegliere il tuo accompagnatore.”

Si morse il labbro inferiore, riflettendo per qualche momento sull’opportunità che gli si presentava.
“Andrà bene chiunque non si tiri indietro nel darmi una mano.”
Accennò con il capo alla donna, di cui avvertiva la presenza dietro di sè.
“Lei, quindi, è esclusa.”

“Ehi!”
La mano del vecchio si sollevò, spegnendo sul nascere la protesta dell’umana.
“Chi, dunque?”
Chiese, senza mai lasciare con gli occhi il volto dell’elfo, con uno sguardo che sembrava capace di sondarne le profondità dell’animo.

“Oh.”
Belthil diede mostra di pensarci per piu` di qualche attimo. Apri` la bocca per parlare e la richiuse subito dopo, scrollando le spalle.
“Andra` bene chiunque abbia memorizzato degli incantesimi di trasporto e non si spaventi nell’eventualita` in cui ci fossero da portare dei pesi.”
Si lascio` sfuggire un sorriso timido con cui sperava di velare le sue intenzioni. Mentire, lo sapeva, gli riusciva particolarmente bene e non poteva negare di avere un certo talento; in fondo, era uno degli stratagemmi che lo avevano tenuto in vita fino ad allora. E che, forse, gli avrebbe donato nuovamente la liberta`.

“Elaine?”
Suggerì, la mano ancora sollevata contro Varima, in segno intimidatorio, e lo sguardo penetrante che mai si era staccato dal suo volto.

Belthil si impose di controllare la mascella, per impedirle di contrarsi, mentre tornava ad atteggiare il volto in una smorfia pensosa. Sentiva su di sè lo sguardo dell’anziano maestro come una solida pressione sul suo volto, in risposta alla quale il Dono si agitò, facendo rimescolare il Potere che gli scaldava il sangue di un tepore seducente.
“Non posso dire di conoscerla… se soddisfa gli ovvi requisiti che ho elencato ed eviterà di piazzarmi un pugnale nella schiena non appena mi sarò voltato…”
Si inumidì le labbra con la punta della lingua, esitando qualche attimo.
“Suppongo andrà bene.”

La mano ridiscese verso lo scrittoio, posandosi sulla liscia superficie di legno.
“Bene, vai a cercarla, allora, e chiedile se è disponibile ad accompagnarti. Non è mia abitudine costringere altri ad agire secondo il mio volere o quello altrui, se non è strettamente necessario.”
Lo sguardo si spostò su Varima, che tornò ad imbronciare le labbra già prontamente schiuse.

“Strettamente necessario.”
Belthil inarcò un sopracciglio, incerto; rinunciò, dopo una breve esitazione, a lasciarsi sfuggire la risposta tagliente che aveva pensato.
“Cercarla… sì.”
Si accigliò per un solo attimo, aprendo e richiudendo la bocca, prima di decidersi a parlare.
“E posso sapere da che parte? Non credo di sapermi orientare così agilmente, là fuori.”
Mentì ancora, più agilmente di prima. Avrebbe potuto cercare il sapore della sua aura; credeva di ricordarselo e, in fondo, se davvero possedeva il Dono, credeva che sarebbe stato in grado di trovarla, con un’adeguata concentrazione. Ma perchè svelare tutte le sue capacità così in fretta, in fondo?

Si strinse nelle spalle, l’attenzione nuovamente rivolta al libro che stava leggendo poco prima.
“Trova qualcuno che ti aiuti a carcarla, dunque.”

Belthil si alzò, sospirando appena. Non si prese la briga di rispondere e si congedò inchinandosi leggermente, prima di uscire dalla stanza e fermarsi, la schiena appoggiata al muro, di fianco alla porta da cui era appena uscito.
Si voltò verso Varima, quando questa uscì, riservandole una lunga occhiata che non scese mai sotto il mento della donna.
“Idee?”
Non che gli interessasse eccessivamente, in fondo; il suo Potere, il suo arto invisibile, andando a tentoni aveva già trovato una traccia promettente. Aveva, tuttavia, bisogno di dissimulare quella conoscenza, di nascondere la sua capacità.

Sollevò entrambe le mani nel gesto proprio di chi afferma di essere estraneo a qualsiasi vicenda, l’espressione del volto atteggiata alla più plateale innocenza.
“Io sono quella che potrebbe pugnalarti alla schiena, ricordi?”

Inarcò un sopracciglio, lasciando affiorare sul volto, per un solo attimo, una smorfia.
“No, tu sei quella che si rifiuterebbe di trasportare pesi per aiutarmi.”
Sospira, sollevando le mani a massaggiarsi, piano, le tempie.
“Hai idea di dove potrebbe essere?”
A destra, poco più in basso del piano su cui si trovavano, per la precisione. Ma non era necessario che lei lo sapesse, no?

“Ti stanti dimenticando un particolare”
Gli si parò davanti, posando le mani sui fianchi prima di tornare a muoverle, indicandosi per poter meglio sottolineare quanto stava dicendo: “io so plasmare le forze arcane, nel caso te ne fossi dimenticato, non ho bisogno di portare pesi, mi basta fare in modo che mi seguano.”

“Già.”
Scrollò le spalle, guardando prima a destra, poi a sinistra, con estrema lentezza.
“Devono essere i tuoi vestiti, allora.”
Tornò a posare il suo sguardo sul volto di lei, gli occhi accesi da un luccichio lontano, di Potere, e vicino, del sogghigno divertito che gli era passato sulle labbra.
“E’ troppo difficile infilarcisi sotto. Ora…”
Si staccò dal muro con un colpo di reni, lo sguardo rivolto a sinistra, le labbra arricciate.
“…io andrei da quella parte.”
Rapidamente, si diresse verso destra, sgusciando tra Varima ed il muro.

“Hai passato troppo tempo nel corpo di un vecchio, forse hai perso la mano.”
Lo seguì ad un passo di distanza, le mani intrecciate dietro la schiena ed una scintilla di divertimento nello sguardo.
“Di qua, dici?”

“Credi?”
Sollevò una mano, senza voltarsi, le dita unite, distese, con il dorso che guardava verso la donna.
“Devi proprio avere ragione.”
Tornò ad abbassare nuovamente la mano, riportandola lungo il fianco.
“Una direzione vale l’altra, per me. Tanto vale andare a caso, ti pare? Se non altro, farò un giro turistico di questo posto.”
Ecco, adesso si muoveva; lentamente, verso l’alto, probabilmente in volo. Ma la direzione continuava ad essere quella giusta. Sorrise, fra sè.

“Credo.
Sento i miei vestiti troppo distintamente perché possa essere altrimenti”
Sorrise obliquamente, chiedendosi se sarebbe stato saggio provocarlo a tal punto da costringerlo a fare ancora sfoggio del suo potere: sentirlo turbinare attorno a sé era… inebriante.
“Per avere maggiori possibilità di fuga? Non riuscirai mai…”

“Naturalmente, naturalmente.”
Tacque, continuando a camminare. Imboccò, in rapida successione, due biforcazioni, prima a destra e poi a sinistra, senza mai mutare l’andatura. La sentiva muoversi, non distante, al piano di sopra.
Aprì la bocca per aggiungere qualcosa e la richiuse, come se il silenzio stesso gli avesse ricacciato in gola parole con cui non voleva essere lacerato. Stava ripetendo il tentativo, quando una corrente d’aria fresca gli sfiorò una guancia, in una carezza fugace e sottile. Una corrente d’aria che odorava di pietra e di chiuso; scale, senza dubbio.
Grazie agli dei, quella storia stava per finire.

Odiava camminargli alle spalle in silenzio: così si comportavono i cani, non le persone, e lei di certo camminava su due gambe.
Deglutì ed increspò le labbra prima di aumentare il passo fino ad affiancarlo.
“Cosa si prova?”
Gli chiese, semplicemente.

Ignorò la domanda, in un primo momento, fino a quando non si trovò ad affacciarsi sulle scale. Maestose, consunte dal tempo, dai gradini stretti e fitti… Belthil abbandonò ben presto il proposito di imprimersene nella mente una descrizione accurata, cassando le proprie velleità di scrittore.
“A riuscire a risultare eleganti con quasi ogni vestito? Una bella sensazione, grazie.”
Scrutò, con un’espressione che sperava apparisse di dubbio concentrato, un punto indefinito verso l’alto, riservando poi la stessa attenzione al pavimento, poco più avanti rispetto ai propri piedi.
“Ti chiederei se preferisci sopra o sotto…” si strinse nelle spalle, accennando a muovere un passo “ma credo che, in ogni caso, sceglierei di salire. Suggerimenti?”
Si voltò, di tre quarti, per poterla includere nel suo campo visivo.

“Sì, di cambiare la tua dote con quella di sembrare elegante senza, è certamente più interessante. D’altra parte bisogna sapersi accontentare, suppongo.”
Il sorriso che le sfuggì dalle labbra era di palese divertimento, come se non potesse fare a meno di rispondere a tono a ciascuna delle provocazioni che le venivano rivolte.
“Sopra, quindi, un elfo che ama imporsi, oltre a non rispondere. Una vera sfida.”

“La mamma mi diceva sempre che alle donne piacciono le persone volitive.”
Iniziò a salire, lentamente, senza curarsi di guardare verso Varima, sospettando che un sorriso le campeggiasse sulle labbra.
“Cosa c’è a questo piano?”

“Forse avresti fatto meglio ad ascoltare il papà.”
Si guardò attorno, indecisa se rispondere o meno, per poi trarre un profondo sospiro prima di spiegare con voce fintamente annoiata.
“Camere delle torture, ruote del dolore, campi antimagia e qualche altro magnifico attrezzino. Grazie per esservi giunto di tua spontanea volontà.”

“Non sapevo che le tue stanze fossero qui.”
Si lasciò sfuggire un sogghigno divertito, superando con lunghi passi elastici i gradini che lo dividevano dall’accesso al piano superiore, chiuso da una porta. Belthil inarcò appena un sopracciglio, poggiando una mano sul legno. Lei era dall’altra parte, poteva sentirlo con chiarezza. E non era sola, a giudicare dalle altre aure di cui poteva sentire la consistenza.
Dodici, forse tredici persone, disposte in una formazione regolare. Si morse il labbro inferiore, inspirando a fondo, prima di spingere la porta. Veloce, Varima non doveva dubitare alcunchè.
Di nuovo, a distanza di poco, barcollò sotto il peso dell’abbraccio di scaffali e scaffali di libri; sarebbe stato un peccato, bruciare tutto.

“Nella mia stanza c’è di meglio, tesoro.”
Sbirciò oltre la porta, lasciandosi sfuggire un breve sbuffo quando individuò colei che stavano cercando.
“Direi che l’hai trovata”
Constatò con tono infastidito.

“Mh…”
Inarco` un sopracciglio, riservandosi di studiare diversi volti, prima di soffermarsi su quello che, fin da subito, prima che la porta fosse aperta, sapeva essere di colei che stava cercando. Di certo, non faceva nulla, come lui, per nascondersi: non tentava neanche di occultare la radianza naturale della magia che aveva in corpo, ne` operava alcun tentativo di dissimularla.
Bah. Che ognuno tenesse il profilo che sentiva piu` adatto.
“Si`, suppongo di si`. Devo essere stato particolarmente fortunato.”
Parlo` con tono accademico, come di uno studioso che osservasse un fenomeno a lui totalmente estraneo.
“Suppongo che le si dovra` parlare.”
Senza attendere un replica da Varima -replica che, ne era convinto, sarebbe giunta ugualmente con puntuale indisponenza- avanzo` nella stanza, rendendo il piu` silenziosi possibile i propri passi, avvicinandosi a colei che costituiva il suo passaggio per la liberta`.