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L’antipatica » 2007 » Giugno

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25 Giugno 2007

posto o non posto?


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In biglietteria

Cassiera: “Vanno bene le poltrone che le ho segnato in giallo sullo schermo?”
Cliente: “Sì-sì, mi piacciono proprio quelle con il corridoio davanti”
Cassiera: “Bene,” stampa i biglietti e li consegna, “ecco a lei”
Cliente: “Mi può solo ripetere fila e posto così prendo un appunto?”
Cassiera: “Naturalmente, e si ricordi che poi ha anche tutto scritto sul biglietto”
Cliente: “Ma davvero? Allora non mi serve riscriverlo”
Cassiera: A dire il vero sto solo cercando di depistarti: la nostra politica e di perdere intere mezz’ore per farti scegliere un posto che possa andarti bene, ma poi non lo indichiamo da nessuna parte così che le maschere ogni sera possano giocare al piccolo investigatore privato. Se ti lasciassi prendere quell’appunto sarebbe come barare, non posso permetterlo.

20 Giugno 2007

Appunti di semiotica


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Appunti sparsi sul film Water :)
Procedendo in forma modulare magari faccio meno casino =_=

GRAMMATICA FILMICA

Osserviamo una netta discrepanza tra le primissime scene del film ed il suo fluido proseguire, fino alle battute finali. La macchina da presa è infatti posta, inizialmente, in posizione ribassata, quasi a voler esplicitare l’intento comunicativo della regista: dare voce alle istanze più deboli della società. Anche la protagonista, Chuia, ci viene inizialmente presentata attraverso quella che per l’induismo è la parte più umile del corpo: i piedi. L’inquadratura vi indugia a lungo, cercando di trasmettere un’impressione di fanciullezza attraverso il loro giocoso dondolio e, al contempo, fornendoci una prima preziosa indicazione: le due cavigliere d’argento che li ornano sono infatti prerogativa delle donne sposate.
Solo a partire da questo momento la telecamera risale lentamente, fornendoci un quadro della situazione: le vesti di Chuiya, di un ricco rosso e blu, fanno pensare ad una posizione sociale elevata e l’uomo morente nel carro si intuisce essere suo marito. Dopo aver trasmesso le informazioni necesarie la macchina da presa torna nella posizione iniziale, in una lunga inquadratura fissa del tutto simile a quella d’apertura, con la sola eccezione del momento cronologico: il tramonto sembra ora simboleggiare il declinare della vita.
Le scelte registiche che in un primo momento sembrano voler rimarcare la presenza dell’enunciatore, nel successivo dipanarsi della storia si conformano agli usi del moderno cinema americano, cercando la massima naturalezza e fluidità. Dopo la dichiarazione d’intenti Deepa Meetha cerca di produrre nello spettatore un’immedesimazione quanto più possibile completa: il suo spettatore modello è disposto ad un elevato coinvolgimento emotivo.
Interessante è l’uso delle citazioni, presenti in apertura e chiusura del lungometraggio. Le poche righe tratte dalle leggi di Manu precedono i titoli di testa, lasciando intendere chiaramente come non si tratti di finzione bensì di precetti che trovano accolglimento nella realtà. L’assenza di qualsivoglia commento determina inoltre una radicale forma di distacco da parte dell’emittente, perseguendo un fine del tutto differente da quallo proprio della citazione finale: recando dati statistici relativi al numero di vedove presenti in India Deepa Meetha riporta il piano finzionale del film verso un ruperiore livello di realtà, quasi realizzando il passaggio dalla modalità d’esistenza del verosimile a quella del vero.
Il macrotesto presenta dunque un alternarsi di meccanismi di debrayage ed embrayage secondo il meccanismo seguente:

Citazione iniziale

Narrazione

Citazione finale

Debrayage

Embrayage

Embrayage

Debrayage

1. La citazione iniziale cerca di demandare allo spettatore ogni interpretazione del testo, celando il pensiero dell’emittente.
2. Fa seguito il segmento narrativo propriamente detto, scomponibile in un breve debrayage iniziale cui fanno seguito meccanismi d’embrayage.
3. In ultimo, la citazione finale rappresenta la presa in carico del discorso da parte della regista.

Lo scopo è quello di fornire al pubblico un precetto religioso volutamente privo di connotazioni patemiche, dando poi testimonianza della sua concreta attuazione per giungere, infine ad una condanna che si rafforza grazie al coinvolgimento emozionale raggiunto dallo spettatore.

    20 Giugno 2007

    Le lettere e i numeri II


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    Genio numero due

    Cliente: “Scusi signorina, ma la prima fila è la A?”
    Cassiera: “Esatto signora, è la prima”
    Cliente: “E poi la seconda è la B?”
    Cassiera: “E la terza è la C, proprio così.”
    Cliente: “Ahhhh, sono in ordine alfabetico”
    Cassiera: Ma cosa va a pensare, certo che no! Abbiamo deciso di ordinare le file giocando a scarabeo. Se riesce a trovare la parola supercalifragilistichespiralidoso vince un pupazzetto di peluche. Ed attenzione! Anche i numeri non sono in ordine. Siete tutti in posizione? Pronti, partenza, via (dai piedi)

    20 Giugno 2007

    Le lettere e i numeri


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    Genio numero uno

    Spettatore uno: “In che fila siamo?”
    Spettatore due: “C’è scritto fila U”
    Spettatore uno: “Ma vuoi vedere che la prima è la A??”

    18 Giugno 2007

    Il parcheggio scomparso


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    Una signora rossovestita si avvicina con cipiglio alla biglietteria: “Scusi signorina, io abito qui di fronte.”

    Cassiera: “Ah… felice di conoscerla?”

    Signora: “Anch’io, ma dicevo: non è che potrebbe controllare che i clienti del teatro non parcheggino davanti al mio portone? Perché, sa, la sera quando torno da lavoro mi piace trovare posto sotto casa”

    Cassiera: Come no! Le porto anche il caffè la mattina? Apro alle nove, va bene se busso verso le otto e mezza? 

    17 Giugno 2007

    Insomma, che maleducazione!


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    Una signora estremamente curata, biondo platino e con tacchi vertiginosi, uscendo dalla sala duante l’intervallo tra un atto e l’altro: “Chiedo scusa, potreste dire al pubblico di non ridere? Non riesco a sentire le battute.”

    Cassiera: No, ma se vuole le indico il Blockbuster più vicino…

    16 Giugno 2007

    Se la montagna non va da Maometto…


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    Saggio di danza, cliente non troppo giovane si muove per la sala munito di biglietto con su indicati fila e posto. Lo osserva con attenzione, dapprima allontanandolo dal volto e poi avvicinandolo lentamente. Con sguardo furtivo sposta poi la sua attenzione sulla targhetta adesiva posta sulla poltrona. Che sia proprio il suo posto? Con scatto fulmineo arpiona una delle estremità della targhetta stessa, tirando con forza inusuale per i suoi settanta e passa anni. Ecco, ora che può confrontarla con le scritte del biglietto si sente senz’altro più sicuro: è proprio la sua postazione.
    Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna, e le maschere possono guardare negli occhi chi vanifica i loro improbi sforzi di incollatrici di targhette.
    D’altra parte avvicinare il biglietto alla poltrona sarebbe meno divertente.

    14 Giugno 2007

    Nuovi divi


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    Poco prima dell’inizio dello spettacolo.

    Cliente sconosciuto, presentandosi alla biglietteria: “Hanno lasciato due biglietti per me?”

    Cassiera: Un momento che controllo nella sfera di cristallo…

    8 Giugno 2007

    le stelline di natale


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    Sono brilla.
    Ho messo i piedi in casa poco fa, giusto il tempo di cambiarmi e di struccarmi, ed è piacevole bearsi nella sensazione di leggerezza che l’alcol, se assunto di rado ed in dosi opportune, produce. Ho bevuto una Du Demon, 12 gradi e sponsorizzata come la bionda più forte in commercio, e ancora l’effetto di fa sentire. Era quello che volevo: un po’ di sana mancanza d’inibizione, un freno a meno tirato verso il basso e la marcia impostata sul folle, in tutti i sensi.
    C’è stata la conferenza stampa questa sera, al Gioiello, un appuntamento noioso e tutto sommato monotono ma che mi ha dato l’opportunità di passare qualche tempo con una persona cui tengo molto. Abbiamo finito tardi: complice il prezzo scontato subordinato ad un subitaneo rinnovo molti degli abbonati si sono messi in coda per saldare il loro debito con la cultura.
    Ebbene, tra il tempo necessario ad espletare le solite operazioni di chiusura della biglietteria e quello trascorso a parlare del più e del meno il sonno è svanito, ed eravamo già quasi a casa quando ci siamo gardate dritte negli occhi senza bisogno di dire altro.
    La birreria è vicino a casa mia, solitaria e silenziosa, adatta alle lunghe chiacchierate ed alle fughe dal mondo.
    Siamo rimaste lì quasi un’ora e mezza, fino alle due di notte, a parlare di noi e dei nostri amori, dei nostri sentimenti e delle nostre esigenze. Poi, come spesso accade, il discorso e scivolato sul sesso. Lo dicono anche gli studi letterari: sesso e morte sono gli argomenti che suscitano maggiore interesse e coinvolgimento emotivo, potevamo quindi noi essere esenti da tutto questo? Il proprietario del locale probabilmente stava prendendo appunti, non visto, dalla cassa del bar.
    Ed infine, non contente della lunga chiacchierata, ci siamo fermate ancora sotto casa mia, con un tasso alcolico del tutto fuori dalla norma e tanta voglia di trovare qualcuno con cui ridere e scherzare, con cui trovare modo di instaurare un dialogo che non è semplice e non è immediato come domandare l’ora ad un passante fermato all’angolo della strada. Il sesso è un argomento abusato ma difficilmente affrontato con serenità e con franchezza: nascondersi anche davanti alle persone più care è la norma, ma questa sera è stato diverso, illuminante, ed ora ho l’impressione di essermi tolta un gran peso sulle spalle. Di certo non dirò ciò che è stato detto, ma non posso esimermi dal sostenere con foga quale meravigliosa terapia possa essere una birra in simbiosi con una chiacchierata fuori dai denti.

    Mi è rimasta voglia di una vasca piena d’acqua e di qualcuno da accompagnare fin lì. Continuo a sostenere che non è affatto scomodo. E da questa sera posso anche considerarmi del tutto normale. Non è meraviglioso?

    Sono le tre e trentuno, credo sia giunto il momento di spegnere la luce.
    Può un bacio appena accennato essere provocante? Sarei pronta a scommettere di sì.

    6 Giugno 2007

    L’ultimo momento


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    Erano bei tempi quelli durante i quali la saggezza popolare blaterava di non rimandare a domani ciò che poteva essere fatto subito, forte di una cadenza temporale dotata di una connotazione più morbida e finanche visiva: la fine sabbiolina che sfuggiva da una parte all’altra della clessidra in funzione di quella che sarebbe stata chiamata forza di gravità.
    Pochi orari predefiniti scandivano le attività quotidiane attraverso il risuonare delle campane e “ci vediamo al mattutino” non significava “sotto casa mia alle dieci e quarantasette”, le persone erano disposte ad aspettare e misuravano la giornata a spanne e non in decimi di secondo.

    Nell’attualità la publicità si premura invece di informarci che il futuro è adesso. (Adesso? Ma come sarebbe? Fatemi almeno vestire che sono ancora in mutande!)
    Non c’è da stupirsi, quindi, che le persone si trovino invischiate in un intrecciarsi di eventi talmente frenetico da rendere indispensabile portare al polso due ticchettanti lancette. L’ultimo minuto è ormai una necessità. Tic-Tac Tic-Tac, neppure Ford, il padre della catena di montaggio, avrebbe potuto ideare uno strumento più infernale: un oggetto che ci rende schiavi di noi stessi, del nostro desiderio di arrivare a fine giornata con la spossatezza priva di gioia di chi si sente obbligato a fare tutto quanto è stato presentato come necessario.
    Se il futuro è adesso che fine ha fatto il presente? Come possiamo davvero vivere se non siamo in grado di concederci neppure un momento di contemplazione? Capita sempre più spesso di ascoltare discorsi di grande rimpianto, quelli dei quarantenni e cinquantenni d’oggi, che si guardano alle spalle e si chiedono dove siano andati a finire i loro anni: dopo i diciotto il tempo inizia a correre, dicono, ma non sono certa che la colpa sia proprio del tempo. Non siamo piuttosto noi, uomini della post-modernità, ad aver intrappreso un gioco di continuo inseguimento nei confronti di un futuro che, in quanto già presente, ci deruba del qui ed ora?

    La storia dell’umanità è sempre più simile ad una maratona, ne condivide l’inizio lento e ponderato per poter meglio gestire le forze sulla lunga distanza, quasi una passeggiata rilassante, arrivando poi a dipanarsi in un crescendo che si fa frenetico e scomposto, claustrofobico, fulmineo come le immagini che scorrono oltre i finestrini del treno senza offrirci la possibilità di catturarle e, al contempo, restituendoci quello spiacevole senso di nausea che perdura fino all’ultima stazione.
    E’ la volata finale.

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