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27 Ottobre 2007

Pronto? Qui Hong Kong!


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Cliente: “A che ora è lo spettacolo?”
Cassiera: “Alle quindici e trenta.”
Cliente: “Alla sera?”
Cassiera: Mha, non so, lei che fuso orario usa?

26 Ottobre 2007

26 ottobre 2007


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E’ stata una giornata pessima e magnifica allo stesso tempo. Forse è per questo che mi sento assalire da un leggero velo di angoscia, sibilante, strisciante, sssuandente. Sto male e non so il perché. Forse è così che si sentiva Baudelaire, tremante nell’anima, mentre scriveva i suoi versi in una squallida mansarda della Parigi boemienne. Lo spleen di Parigi è anche il mio. E’ come se fossi l’eroina di una tragedia antica, una di quelle che nessuno vuole vedere ma che lasciano i pochi spettatori con il cuore in gola e gli occhi sbarrati. E’ un attacco di panico? No, non ho paura di nulla, sono solo confusa, stanca. Depressa? No, non è nel mio carattere, io sono un fuoco che arde con forza e brucia tutto ciò che incontra sulla sua strada, poi si spegne ma solo per ricominciare a bruciare non appena il sole ne accarezza le ceneri.
An. ha fatto un brutto incontro, questa sera, mentre tornava a piedi verso la stazione, ma non vuole dirmi di cosa si tratta e questo mi mette in agitazione. Odio non sapere, non capire. Forse fa parte della mia disperata necessità di avere sempre tutto sotto controllo, forse di semplice preoccupazione. La prima cosa che si pensa, immaginando la strada che conduce a Porta Nuova, è un giovane ragazzo magrebino munito di coltellino svizzero. Forse sarà che mi sono spaventata, qualche giorno fa, quando stavo leggendo su una panchina di Piazza Solferino attendendo di iniziare il mio turno di lavoro. Quando sono arrivata tutto brulicava di coppiette male assortite e vecchiette in brillante conversazione, ma quando ho sollevato il capo dalle pagine panna mi sono ritrovata sola, con due uomini che si stavano avvicinanco. Quello di destra indossava una giacca a vento blu mentre il giaccone del suo amico era di un rosso acceso. Erano stranieri, i loro volti segnati da una storia non facile. L’uomo in blu si è chinato per raccogliere qualcosa, forse una sigaretta o un foglio di carta, ho visto il movimento che l’ha portato verso terra ma non il suo opposto: ho raccolto le mie poche cose e mi sono avviata verso le vicine strisce pedonali, frettolosamente. Quando mi sono voltata stavano tornando sui loro passi. Suggestione mediatica? Può darsi, ma ho avuto la netta sensazione di essermi trovata in una qualche forma di pericolo non troppo vaga o sottile. Come accade sempre in questi casi non metabolizzo subito: ho bisogno di tempo, di riflessione. Sono una di quelle persone che si getterebbe a testa bassa in un incendio per salvare qualcuno, in situazioni critiche divento l’esatto opposto di come sono in realtà: pragmatica, risolvo i problemi con rapidità ed una certa efficienza. Poi c’è il crollo, emotivo prima che fisico.
Ma non è da escludere che questa storiella raccontata a margine non abbia consistenza e sia solo polvere che ricopre il macigno che mi pesa sul petto.
Vorrei luci spente, il mio letto lì a destra di una camera decisamente disordinata. E vorrei affondare la testa nel cuscino e piangere. E non ne conosco il motivo.
Potrebbe essere la pioggia. Scende incessantemente da due giorni ed i vestiti mi si incollano addosso ad ogni passo, rendendo i pantaloni di un’improbabile sfumatura bicolor. Odio quando l’acqua precipita dall’alto ed odio ancora di più quando il freddo mi congela le dita e lo specchio mi guarda con un’immagine che non mi piace. E’ autolesionismo: periodi di digiuno quasi completo alternati ad altri dove il nervosismo mi porta alla bocca ogni cibo possa cancellare la mia sensazione di inadeguatezza, la mia angoscia alla Rambeau. Ciò che è difficile da spiegare è come questo, in realtà, non mi renda una persona più felice, al contrario: quando il bisogno del tutto momentaneo è stato soddisfatto mi sento galleggiare in un disagio ancora più grande, perché non ho fatto che nutrire l’immagine deformata rimandata dalla superfiie riflettente. Mi sento brutta. Non lo ero. Ero bella e non lo sapevo. Ora, invece, la mia pelle porta i segni del poco sonno e di un’alimentazione disordinata. Niente bulimia, anoressia o grandi problemi di questo tipo, sono solo il gallo sulla torre del municipio di un qualsiasi paese. Una posizione scomoda, in balia di venti che arrivano da ogni direzione ed incapace di difendersi, incapace persino di cantare e di manifestare la propria presenza. Aspetta. Aspetta che gli altri sollevino il capo per guardarlo. E se questo non accade lui resta lì, muto, una lacrina di rame disegnata sotto gli occhi come il Pierrot di quando ancora ci si travestiva a carnevale.
Può darsi che la causa vada cercata in questa inspiegabile offerta di lavoro che mi è piovuta tra capo e collo. Un’agenzia di viaggi, la possibilità di girare il mondo seguendo gruppi scorrazzanti per i cinque continenti. Il mio sogno segreto, l’acqua per lo sconosciuto assetato. Potrei accettare ed andare a fare il colloquio, ma non sono una stupida, e so che no conoscendo la lingua inglese non mi è possibile neppure prendere in considerazione una proposta del genere, sarebbe stupido persino far perdere tempo alla titolare per un breve colloquio. Devo imparare, me lo ripeto ogni giorno, ed ogni giorno mi trovo a fare altro, ad avere alri impegni, a rimandare. Sono ad un punto nel quale non mi bastano più poche pagine e qualche fumetto, ho bisogno di capire quanto so, e l’unico modo che ho è di trovare un corso che si adatti alle mie esigenze. Trovarlo e seguirlo. Ho bisogno di scrivere, e di parlare. Alla lettura posso pensare da sola, eppure i miei orari sono così discontinui che non so come organizzarmi. Sono giunta al caos. Il caos più totale.
Questa sera si è aggiunto anche il lavoro: mi facevo ripetere l’ora come una bambina stupida, la ascoltavo ma non la memorizzavo. Sono riuscita ad arrivare in ritardo a lavoro nonostante avessi tutto il tempo per essere puntuale. Mi sento male anche per questo, perché a me avrebbe dato fastidio, e quindi immagino che ne dia anche a chi ha dovuto attendere il mio arrivo. Mi sento un disastro completo. Il mio rapporto con il tempo sta diventando ferraginoso, complicato. A riprova di questo la mattina mi ha dato il buongiorno facendomi scivolare l’orologio dal polso, il mio amato Gucci con quadrante blu, facendolo cadere a terra senza che me ne accorgessi. Lo scalpiccio di troppi passi sull’asfalto bagnato ne ha attutito il suono e quasi lo vedo, con la stessa lentezza di un rallenty cinematografico, che brilla alla luce lattiginosa del mattino, catturando l’attenzione di un passante dal lato opposto della strada, per poi battere al suolo nell’istante esatto in cui i freni del tram urlano stonati. Lo stridore copre il colpo secco, facendolo rimbalzare un nonnulla prima che si assensti definitivamente al suolo. Questa è la fine onorata di un orologio al quale ho voluto bene.
Sempre lavoro. Il direttore della compagnia mi ha chiesto di far entrare con biglietto omaggio coloro che sarebbero venuti a suo nome dicendo di esere stati invitati da lui. Ho chiesto a tutti la tariffa delle proprie prenotazioni, mi hanno risposto interi. Ora vivo nell’ansia di non aver fatto bene, e sento la lavata di capo incombere come una spada di Damocle. E’ snervante. Snervante. Ho domandato, giusto? Che altro avrei dovuto fare? Far entrare tutti gratis? E lo spettacolo terminerà tra poco, lasciandomi alla mercé dell’uomo nero.
Continuiamo, gettiamo tutto in pasto a questo computer dall’anima fredda quale vorrei fosse la mia. Errore irreversibile, riavviare il sistema, perché per me non è così facile?
Al. mi ha scritto. In verità i nostri messaggi sono stati più di uno in questi ultimi tempi. Solo un gioco, all’inizio, un flirt del quale non capivo l’esatta natura. Qualcuno di più importante e famoso di me ha detto che ciò che conta veramente è il viaggio e non la destinazione. Quando si arriverà alla fine non importerà chi ha vinto o chi ha perso, ma solo la strada percorsa. Sono d’accordo. Così ho giocato a mia volta, perché sono brava in questo e perché anche lui lo è. Perché mi piace essere messa in difficoltà e rispondere lanciando una nuova sfida. Ieri, però, mi ha detto che ha voglia di sentirmi. Ed io sono rimasta perplessa. Se ho voglia di sentire qualcuno, nella mia povera mente di donna, ciò cui penso è chiamarlo. Ed è vero che ci sono giorni nei quali non ne avrei il tempo o il modo, ma… non capisco ugualmente.
Gli ho risposto, tenendo per me i miei dubbi e i miei interrogativi, mi sono informata sulla sua salute, sulla riabilitazione. La prima frase della sua risposta mi ha spiazzata: dolce, bella, un sogno fino a poco tempo fa. Quando ho realizzato che mi aveva resa sorpresa anziché euforica ho capito che forse era davvero finita e questo, non so perché, mi rende triste. Ho perso qualcosa, qualcosa che non so se tornerà ancora. Non sono più la sciocca ragazzina che si struggeva per un suo sorriso, ora sono una sciocca ragazza che gli vuole bene in un modo del tutto diverso, ed in modo altrettanto diverso si comporterebbe nei suoi confronti. Il mondo che si rovescia, parrebbe, ma sarebbe solo allucinazione. Lui non mi ama, io non sono indifferente.
La situazione si è complicatamente evoluta. Avevo bisogno di così poco perché questo accadesse?
Sono felice di sapere che ha voglia di abbracciarmi, ma provo disagio all’idea di circondarlo con le braccia. Ho voglia di vederlo e di parlare con lui, ma ho timore di un incontro.
Vorrei che tutto cambiasse, ma non so se avrei la forza per accettare il cambiamento.
Il mio cuore mi dice che ho voglia di piangere ma i miei occhi non trovano lacrime. Il cervello ha cercato una motivazione, ma non ne ha trovata neppure una valida.
Inglese, verdura e frutta, parrucchiere, abiti nuovi e determinazione. Se ci credo posso farcela.
Adesso, però, non riesco a crederci.
Eppure dovrei essere felice.

25 Ottobre 2007

Occhi aperti: trabocchetto


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Cliente: “Quali sono i vostri orari?”
Cassiera: “Dalle dieci alle ventidue orario continuato”
Cliente: “Senza pausa?”
Cassiera: “Esatto.”
Cliente: “Quindi se vengo tra un’ora vi trovo?”
Cassiera: “Sì!”
Cliente: “E se vengo tra mezz’ora vi trovo?”
Cassiera: alla prossima mi dirai che se mi giro ti vedrò alle mie spalle?

24 Ottobre 2007

Controlli un po’…


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Cliente: “Volevo sapere se per domani c’è posto.”
Cassiera: “Sì, c’è ancora posto.”
Cliente: “C’è?”
Cassiera: Ma davvero-davvero?

19 Ottobre 2007

E qui non si mangia?


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Cliente: “Qual è il vostro orario?”
Cassiera: “Dalle dieci alle ventidue orario continuato.”
Cliente: “Quindi nella chiusura di pranzo siete aperti?”

15 Ottobre 2007

Il trillo del cellulare


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Mi ha chiamata.
Ero a lavoro ed avevo appena attaccato il telefono dopo una chiacchierata con André, Ileana era andata via da poco ed ero abbastanza tranquilla.
Mi ha chiamata e sul momento sono riuscita a mantenere un certo distacco. Certo, ero contenta di sentirlo, come lo sarei di parlare con un qualsiasi amico. Poi è sbottato, aprendo un varco in quelle sue difese insormontabili, mi ha parlato di cosa stava accadendo, di come si sentiva. Non è stato di molte parole, solo una o due frasi giunte quando già la conversazione stava terminando.
Mi ha chiamata e mi è mancato il fiato.
Mi ha parlato e avrei voluto ascoltare tutto ciò che aveva da dire, in silenzio, restando lì, semplicemente presente.
Mi ha mostrato un frammento di sé ed il sole mi è parso più caldo.
Persino il caso ha avuto rispetto, deviando tutti dalla bolla di sapone nella quale mi trovavo, proteggendomi fino al fatidico clik di comunicazione interrotta. E poi il caos, con il telefono che ha ripreso a squillare ed i clienti che cercavano di passare l’uno davanti all’altro. Ma prima c’èra stato il silenzio ed il mio cuore ha sorriso.

Poi ti ho mandato un sms: “ti voglio bene.” Quanto abbiamo abusato di questo termine negli anni passati?
Posso davvero esserti amica.
Una buona amica.
E la tua risposta mi ha colta completamente alla sprovvista.

12 Ottobre 2007

Una serata diversa dalle altre.


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Non sono più abituata a bere. Un solo Moijto mi ha messa a terra, ieri sera.
La pizza con le patatine fritte, poi, mi ha dato il colpo di grazia.
Senza contare che verso le due di notte ho iniziato a vaneggiare in preda al sonno, dicendo cose che non ricordo. Non so perché, ma ho il dubbio che non mi sia stato riferito tutto ciò che ha abbandonato le mie labbra.
Tra i vari argomenti pare che abbia parlato di dimenticare. Ma io non voglio dimenticare, perché dovrei? Sono legata ad ogni singolo ricordo e non me ne staccherò mai. No, non voglio dimenticare, voglio andare avanti, il che è diverso.

 

In tutto questo, lo spettacolo degli Stomp: grandioso :)

10 Ottobre 2007

Donne: contro cultura


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1. INTRODUZIONE

1.1 Una cultura minoritaria?

Quando la donna, che noi chiamiamo abala
(ovvero “senza forza”, “debole”),
diviene sabala
(ovvero “provvisto di forza”, “forte”),
tutti coloro che sono indifesi avranno il potere.

Mahatma Gandhi, 1936
Conferenza Indiana della Donna

 

Parlare di cultura coincide, più spesso di quanto sarebbe auspicabile, con l’analisi di una semiosfera che pone al proprio centro un insieme di virtù e di valori fortemente connessi con il sema maschile. Quanto detto risulta ancora più evidente in riferimento a culture fortemente orientate secondo dettami di natura religiosa.
Quello femminile sembra essere il più numeroso gruppo di minoranza del pianeta.
Seppure la discriminazione avvenga a differenti livelli di profondità in dipendenza della macrocultura di riferimento, e nonostante la diversità delle questioni concrete, pare impossibile non considerare dato rilevante l’universalità della problematica. Se in occidente le principali posizioni sociali ed economiche sembrano di fatto riservate a soggetti di sesso maschile, in oriente la situazione assume sfumature più complesse ed il campo della discriminazione si estende fino ai diritti fondamentali del genere umano.
Possiamo proseguire sottolineando come nessuna delle grandi religioni del nostro tempo abbia dimostrato nei confronti della donna una disponibilità tale da consentire una definizione di individuo svincolata dal gender.
In India le leggi sacre dell’induismo non prevedono altra possibilità d’esistenza se non quella legata ad un uomo, comportando corollari di non scarsa rilevanza: rifiutare alle donne una vita autonoma equivale a negarne le capacità di costruzione e contrattazione dell’identità, quasi a renderle significanti senza significato. A riprova di una concezione quanto meno strumentale occorre accennare al costume, largamente diffuso, degli aborti selettivi, reso possibile dalla tecnica dell’amniocentesi. Possiamo considerarlo una pratica modernizzata degli omicidi di bambine già eseguiti in tempi passati e che hanno reso l’India uno dei pochissimi paesi del mondo con una percentuale di popolazione maschile in eccesso rispetto a quella femminile.
Considerando le donne come gruppo impropriamente minoritario possiamo collocare la situazione indiana un passo oltre la definizione puntuale di infanticidio, attribuendole i connotati propri dei genocidi. Legato ad una dimensione temporale che rimanda ad una maggiore continuità, il genocidio viene oggi considerato sterminio perpetrato ai danni di un intero gruppo sociale, etnico o religioso, definizione già di per se stessa bastante ai nostri fini, ma che non impedisce di proporre in questa sede un’ulteriore allargamento del significato, fino a comprendere anche omicidi massificati relativi al genere. A supporto di una tesi che potrebbe apparire apocalittica vi sono dati statistici relativi al crescente numero di morti violente aventi come protagoniste le donne e, non meno importanti, resoconti sull’elevato numero di suicidi femminili registrato.
Laddove l’occidente tende ad esaltare una concezione ego-centrica della persona, nel mondo perdurano microcosmi nei quali il singolo rinuncia a parte della propria individualità per costruire reti relazionali di tipo più complesso. Si tratta di meccanismi piuttosto diffusi e presenti anche nella storia europea, eppure limitarsi ad una tale osservazione eleva ad oggetto di studio solo una parte della questione, evitando di rendere giusta rilevanza alle anomalie del sistema.
Appoggiamoci ad un concetto di cultura definita come entità complessa generata dalla collettività e, per tale ragione, impossibile da controllare per volontà del singolo: arriveremo alla conclusione che essa sfugge agli stessi assetti comunitari poiché una forma democratica autentica è attualmente irrealizzabile. Chi, dunque, orienta la cultura e perché? La risposta non può che tenere conto delle componenti sociali costitutive dei vertici dello Stato.
In conclusione è d’obbligo domandarsi se a fronte di problematiche riducibili ad un denominatore comune si possa riconoscere l’esistenza di una semiosfera femminile, unitaria seppure di tipo trasversale e differentemente orientata rispetto a quella maschile. Altro interrogativo spinge a chiedersi se la cultura femminile possa essere altro che laica, contemplando una sfera spirituale fortemente marginalizzata e legata alla territorialità, e in relazione conflittuale in quanto non più unico assetto valoriale di riferimento.
In questo prospettiva la semiosfera si spoglia della sua apparente placidità per trasformarsi in magma incandescente, terreno di contrattazione e di scontro: dallo studio sincronico siamo giunti alla diacronia.

10 Ottobre 2007

Teatro 2007-2008


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Andiamo con ordine :)
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11 ottobre      Stomp (con Ile)
25 ottobre      Miles gloriosus (Con Ile)

10 novembre   Apasionata
30 novembre   Lo schiaccianoci

09 dicembre    Venere e Adone
21 dicembre    Giselle - Bolshoi

02 gennaio      Il Ventaglio
13 gennaio      Maria Stuart
20 gennaio      Faust

10 febbraio     Vita di Galileo (Con Ile)

09 marzo        Peter Pan
16 marzo        Il mercante di Venezia

13 aprile         Giulietta e Romeo

10 Ottobre 2007

Il pan di spagna


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E’ una giornata atipica: sono rimasca a casa invece di andare a lezione, e l’ho fatto deliberatamente, nonostante non avessi nulla di particolare da fare. Per ingannare il tempo vi propongo una ricetta con la quale avrete sempre risultati fantastici, tali da poter dire “io porto il dolce!” ogni volta che una cena si profilerà all’orizzonte ;)
La prossima volta parleremo anche della decorazione :)

IL PAN DI SPAGNA

Ingredienti:
Uova: 6
Zucchero: 180 gr
Farina: 75 gr
Fecola: 75 gr

Temperatura: 140°
Tempo: 45 minuti

Il cardine di tutto è il tempo, quello che impiegherete per sbattere le uova: è in quel frangente, infatti, che le bollicine d’aria verranno incorporate nell’impasto, permettendo al dolce (che non usa lievito!) di diventare alto e soffice.

Iniziamo con il separare i tuorli dall’albume. Aggiungiamo ai tuorli lo zucchero, mescolando il tutto con un frullatore fino a quando il composto non sarà diventato chiarissimo. montiamo a neve anche gli albumi e poi incorporiamo i due composti. ATTENZIONE: il movimento del cucchiaio (meglio se di legno) deve andare dal basso verso l’alto. Mescolando come se fosse il minestrone appena messo sul fuoco non farete che sciogliere tutta la vostra spumosa fatica.
Continuate a sbattere con un frullatore elettrico per una ventina di minuti. Il composto, a quel punto, dovrebbe “scrivere”, vale a dire che sollevando le fruste l’impasto che ricade nella ciotola non affonda, bensì resta in superficie come un segno grafico. Se così non è… continuate a lavorare il composto.

Ora potete aggiungere la farina e la fecola. Usate sempre un setaccio: anche questo serve ad incorporare aria, e mischiate delicatissimamente con movimento dal basso verso l’alto. Non usate fruste elettriche.

Imburrate una teglia ed infarinatela. Versatevi dentro il composto ed infornate a forno caldo. Non aprite mai il forno durante la cottura e non sbattacchiate la teglia fino a che il pan di spagna non si sarà ben raffreddato. Capirete che il pan di spagna è pronto quando i bordi si stacchranno da soli dalla teglia. Per maggiore sicurezza potete pungerlo con uno stuzzicadente: se ne uscirà pulito allora potete sfornare, altrimenti occorre ancora del tempo. In ogni caso lasciate riposare la torta a forno spento per qualche minuto (non troppi) così che non patisca il cambio repentino di temperatura.

Dopo aver effettuato queste operazioni si può togliere la torta dalla teglia per farla raffreddare su una rete o, se non ne avete a disposizione, su un vassoio della giusta dimensione.

Alla prossima puntata per la farcitura. Nel frattempo… buon appettito ;)

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