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L’antipatica » 2007 » Ottobre

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9 Ottobre 2007

Prima lettura


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Serata emozionante.

Prima lezione del corso di teatro e sono presenti solo tre persone. Attimo di panico: non è possibile che gli altri mi abbiano già abbandonata, in fono le lezioni precedenti non erano andate così male, sembravano essersi sempre divertiti… poi scopro che due delle mie ragazze sono a scuola e non potranno venire ed un’altra è ad una sfilata non so bene dove. Sospiro di sollievo.

Distribuisco il copione ai presenti, leggo il profilo dei personaggi e distribuisco le parti tra i soliti malumori che ben conosco. Va meno peggio di quanto avessi pensato e sfuggono spesso grandi e soddisfacenti sorrisi. E’ bello vederli così, è meraviglioso pensare che il mio lavoro li faccia stare bene e sia per loro motivo di divertimento, sapere che sto creando in loro una passione ed un ricordo che li seguirà in ogni momento della loro vita.

Anch’io ero come loro? Sì, ed anche i miei occhi avevano la stessa scintilla la prima volta che sono salita su un palcoscenico. E’ il grande sogno del teatro.

8 Ottobre 2007

Ducati


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Ducati 1098.

7 Ottobre 2007

Domenica pomeriggio


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Domenica pomeriggio al Gioiello.
Arrivo con cinque minuti di anticipo, come d’abitudine. Non si tratta della smania di iniziare a stampare biglietti per ore ed ore, senza fermarmi un solo attimo, quasi si trattasse di euro da 50 invece che di scialbi pezzetti di carta bianca, no, la verità è che la borsa di tela sulla spalla destra accoglie la copia intonsa di Vanity Fair, l’ultimo libro della saga dei Belgariad e due cartelline, l’una strapiena di comunicazioni di lavoro e l’altra di appunti mal scritti presi a lezione, il tutto per un peso non indifferente ma che viene prontamente bilanciato dalla borsa che pende all’altra spalla. Guardandovi dentro si può scorgere un portafoglio dalle mille e una notte, ombrello, aspirine, crema mani, spray per la gola, fazzoletti, cellulare, caricabatteria ed auricolare, due righelli ed una quantità non meglio definita di prodotti di cancelleria, un kajal nero, rimmel, fard in crema e lucidalabbra. Il braccio che la sorregge termina, come quello della maggior parte dei bipedi, con una mano. Tra le dita ripiegate un manico di plastica arancione sorregge una borsetta vezzosa che mia madre mi ha donato e non sono ancora riuscita a perdere: termos da un litro pieno di tea, biscotti e barattolino di macedonia sono quanto contiene. Dopo questa lunga enumerazione non dovrò certo spiegare il tempo necessario ad approntare la cassa alle mie naturali esigenze: cinque minuti sono a mala pena sufficienti. Eppure.
Eppure le saracinesche sono già sollevate e la grande porta a vetri non si è ancora chiusa alle mie spalle che un’arzilla signora già mi pone le prime domande. Ma santo cielo, possibile che certa gente trovi tanto seducenti gli orari d’apertura? Non dico di seguire corsi di yoga e di meditazione tibetana, ma almeno respirate, o se proprio amate l’apnea siate almeno intelligenti. Cosa desiderava l’attempata cliente? Un biglietto per il teatro Erba. Per l’Edipo Re. Per questo stesso giorno. Tra un’ora. Considerata l’istruzione media del nostro paese, e tenuto conto del numero di persone che alla domanda “conosci Seneca?” risponde “Chi, quello della pubblicità?” credete vi sia davvero necessità di uscire di casa con il pranzo ancora sullo stomaco per recarsi al teatro X per munirsi di regolare ingresso per lo spettacolo del teatro Y ben lontano dal collega X? Vanno bene anche dimostrazioni per assurdo: al nonsense, almeno, riesco ad abituarmi.

Ma oggi c’è di più: la grandiosa festa del quartiere (non siete elettrizzati?), il che si traduce in genitori rompiscatole che non vedono l’ora di perdere di vista i figli salvo poi andare a piangere in tv. Lo facessero per davvero sarebbe quasi un sollievo. Ed invece no, la morale cattolica è così radicata che tutti finiscono per trascinarseli dietro, sperando che si stanchino a tal punto da crollare addormentati non appena varcata la porta di casa. E come si spossano i cuccioli d’uomo? Gridando e facendo chiasso. Intendiamoci, non ho nulla contro chi grida e fa chiasso, a patto che si trovi tra le proprie mura domestiche ed a una distanza sufficiente da non urtare il mio spiccato senso dell’udito. Ci mancherebbe che, soddisfatti tali requisiti, avessi da ridire: a casa propria ognuno deve essere signore e padrone, soprattutto se ha il buon gusto necessario a rinchiudere senza rimorso i propri pargoli in una camera insonorizzata. Il problema, temo, è la coibentazione troppo costosa. Così e le meravigliose porte a vetri di cui sopra diventano ricettacolo di ogni genere di mezzi-uomini: grassi, magri, alti, bassi, con le nike o le scarpe del mercato, non c’è differenza, tutti vogliono qualcosa che la madre non vuole comprare, che il fratellino ha tra le mani, che è umanamente impensabile trovare o addirittura impossibile distinguere in quel gorgoglio inarticolato di suoni. Volete indovinare come tutto questo si realizza? Esatto. Con un tono di voce che squarcia il meraviglioso silenzio delle mie domeniche pomeriggio senza spettacoli, con corse che rimbombano nell’atrio del teatro poco arredato e con genitori che per abbattere il divario generazionale si trovano a gridare come polli da allevamento, fallendo miseramente nel tentativo di mettere a tacere il sangue del proprio sangue ma dimostrando di avere ottime doti da strilloni di strada. Peccato abbiano sbagliato secolo. Chi diceva che il progresso è una piaga sociale?
Ma non parliamo solo dei bambini, sarebbe senz’altro ingiusto. Parliamo anche degli anziani.
Mentre sto scrivendo tre signore dai capelli imbiancati sono sedute sulla panchina imbottita che costeggia la scala. Chiacchierano come se fossero al bar, solo che qui è meglio: è gratis. Signore distinte, tra l’altro. Hanno anche avuto il coraggio di dire “cosi facciamo compagnia alla signorina”. A me? E come, di grazia? Parlando tra voi di argomenti del tutto estranei ai miei interessi? Preferirei intervenire, se possibile. Sono bravissima nello scoraggiare gentilmente la gente dal proseguire una conversazione: la mia abilità in quel campo è tanto spiccata da poter arrivare a scrivere un piccolo manuale sulla scia shopenhaueriana: dopo “l’arte di ottenere ragione” e “l’arte di essere felice” ecco a voi “l’arte di concludere felicemente”. Bel titolo, con una strizzata d’occhio a quella volgarità di bassa lega di bassa lega che da sempre aumenta le vendite. Se Melissa P. è riuscita a scrivere un best seller perché non io?

Sperando che calino presto le tenebre e bimbi e nonni vadano a letto presto, vediamo di riesumare le vecchie e buone abitudini, torno a ricopiare qualche appunto, così che possa rilaurearmi ed iniziare a cercare lavoro in una sede sufficientemente scomoda da non indurre nessuno a volervisi soffermare.

7 Ottobre 2007

Verissimo


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Ieri a Verissimo: “E tra poso sfoglieremo l’album di matrimonio di Flavio Briatore”.
Ma non ci penso neppure, cerco di evitare anche quelli dei parenti…

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