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L’antipatica » 2007 » Ottobre

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26 Ottobre 2007

26 ottobre 2007


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E’ stata una giornata pessima e magnifica allo stesso tempo. Forse è per questo che mi sento assalire da un leggero velo di angoscia, sibilante, strisciante, sssuandente. Sto male e non so il perché. Forse è così che si sentiva Baudelaire, tremante nell’anima, mentre scriveva i suoi versi in una squallida mansarda della Parigi boemienne. Lo spleen di Parigi è anche il mio. E’ come se fossi l’eroina di una tragedia antica, una di quelle che nessuno vuole vedere ma che lasciano i pochi spettatori con il cuore in gola e gli occhi sbarrati. E’ un attacco di panico? No, non ho paura di nulla, sono solo confusa, stanca. Depressa? No, non è nel mio carattere, io sono un fuoco che arde con forza e brucia tutto ciò che incontra sulla sua strada, poi si spegne ma solo per ricominciare a bruciare non appena il sole ne accarezza le ceneri.
An. ha fatto un brutto incontro, questa sera, mentre tornava a piedi verso la stazione, ma non vuole dirmi di cosa si tratta e questo mi mette in agitazione. Odio non sapere, non capire. Forse fa parte della mia disperata necessità di avere sempre tutto sotto controllo, forse di semplice preoccupazione. La prima cosa che si pensa, immaginando la strada che conduce a Porta Nuova, è un giovane ragazzo magrebino munito di coltellino svizzero. Forse sarà che mi sono spaventata, qualche giorno fa, quando stavo leggendo su una panchina di Piazza Solferino attendendo di iniziare il mio turno di lavoro. Quando sono arrivata tutto brulicava di coppiette male assortite e vecchiette in brillante conversazione, ma quando ho sollevato il capo dalle pagine panna mi sono ritrovata sola, con due uomini che si stavano avvicinanco. Quello di destra indossava una giacca a vento blu mentre il giaccone del suo amico era di un rosso acceso. Erano stranieri, i loro volti segnati da una storia non facile. L’uomo in blu si è chinato per raccogliere qualcosa, forse una sigaretta o un foglio di carta, ho visto il movimento che l’ha portato verso terra ma non il suo opposto: ho raccolto le mie poche cose e mi sono avviata verso le vicine strisce pedonali, frettolosamente. Quando mi sono voltata stavano tornando sui loro passi. Suggestione mediatica? Può darsi, ma ho avuto la netta sensazione di essermi trovata in una qualche forma di pericolo non troppo vaga o sottile. Come accade sempre in questi casi non metabolizzo subito: ho bisogno di tempo, di riflessione. Sono una di quelle persone che si getterebbe a testa bassa in un incendio per salvare qualcuno, in situazioni critiche divento l’esatto opposto di come sono in realtà: pragmatica, risolvo i problemi con rapidità ed una certa efficienza. Poi c’è il crollo, emotivo prima che fisico.
Ma non è da escludere che questa storiella raccontata a margine non abbia consistenza e sia solo polvere che ricopre il macigno che mi pesa sul petto.
Vorrei luci spente, il mio letto lì a destra di una camera decisamente disordinata. E vorrei affondare la testa nel cuscino e piangere. E non ne conosco il motivo.
Potrebbe essere la pioggia. Scende incessantemente da due giorni ed i vestiti mi si incollano addosso ad ogni passo, rendendo i pantaloni di un’improbabile sfumatura bicolor. Odio quando l’acqua precipita dall’alto ed odio ancora di più quando il freddo mi congela le dita e lo specchio mi guarda con un’immagine che non mi piace. E’ autolesionismo: periodi di digiuno quasi completo alternati ad altri dove il nervosismo mi porta alla bocca ogni cibo possa cancellare la mia sensazione di inadeguatezza, la mia angoscia alla Rambeau. Ciò che è difficile da spiegare è come questo, in realtà, non mi renda una persona più felice, al contrario: quando il bisogno del tutto momentaneo è stato soddisfatto mi sento galleggiare in un disagio ancora più grande, perché non ho fatto che nutrire l’immagine deformata rimandata dalla superfiie riflettente. Mi sento brutta. Non lo ero. Ero bella e non lo sapevo. Ora, invece, la mia pelle porta i segni del poco sonno e di un’alimentazione disordinata. Niente bulimia, anoressia o grandi problemi di questo tipo, sono solo il gallo sulla torre del municipio di un qualsiasi paese. Una posizione scomoda, in balia di venti che arrivano da ogni direzione ed incapace di difendersi, incapace persino di cantare e di manifestare la propria presenza. Aspetta. Aspetta che gli altri sollevino il capo per guardarlo. E se questo non accade lui resta lì, muto, una lacrina di rame disegnata sotto gli occhi come il Pierrot di quando ancora ci si travestiva a carnevale.
Può darsi che la causa vada cercata in questa inspiegabile offerta di lavoro che mi è piovuta tra capo e collo. Un’agenzia di viaggi, la possibilità di girare il mondo seguendo gruppi scorrazzanti per i cinque continenti. Il mio sogno segreto, l’acqua per lo sconosciuto assetato. Potrei accettare ed andare a fare il colloquio, ma non sono una stupida, e so che no conoscendo la lingua inglese non mi è possibile neppure prendere in considerazione una proposta del genere, sarebbe stupido persino far perdere tempo alla titolare per un breve colloquio. Devo imparare, me lo ripeto ogni giorno, ed ogni giorno mi trovo a fare altro, ad avere alri impegni, a rimandare. Sono ad un punto nel quale non mi bastano più poche pagine e qualche fumetto, ho bisogno di capire quanto so, e l’unico modo che ho è di trovare un corso che si adatti alle mie esigenze. Trovarlo e seguirlo. Ho bisogno di scrivere, e di parlare. Alla lettura posso pensare da sola, eppure i miei orari sono così discontinui che non so come organizzarmi. Sono giunta al caos. Il caos più totale.
Questa sera si è aggiunto anche il lavoro: mi facevo ripetere l’ora come una bambina stupida, la ascoltavo ma non la memorizzavo. Sono riuscita ad arrivare in ritardo a lavoro nonostante avessi tutto il tempo per essere puntuale. Mi sento male anche per questo, perché a me avrebbe dato fastidio, e quindi immagino che ne dia anche a chi ha dovuto attendere il mio arrivo. Mi sento un disastro completo. Il mio rapporto con il tempo sta diventando ferraginoso, complicato. A riprova di questo la mattina mi ha dato il buongiorno facendomi scivolare l’orologio dal polso, il mio amato Gucci con quadrante blu, facendolo cadere a terra senza che me ne accorgessi. Lo scalpiccio di troppi passi sull’asfalto bagnato ne ha attutito il suono e quasi lo vedo, con la stessa lentezza di un rallenty cinematografico, che brilla alla luce lattiginosa del mattino, catturando l’attenzione di un passante dal lato opposto della strada, per poi battere al suolo nell’istante esatto in cui i freni del tram urlano stonati. Lo stridore copre il colpo secco, facendolo rimbalzare un nonnulla prima che si assensti definitivamente al suolo. Questa è la fine onorata di un orologio al quale ho voluto bene.
Sempre lavoro. Il direttore della compagnia mi ha chiesto di far entrare con biglietto omaggio coloro che sarebbero venuti a suo nome dicendo di esere stati invitati da lui. Ho chiesto a tutti la tariffa delle proprie prenotazioni, mi hanno risposto interi. Ora vivo nell’ansia di non aver fatto bene, e sento la lavata di capo incombere come una spada di Damocle. E’ snervante. Snervante. Ho domandato, giusto? Che altro avrei dovuto fare? Far entrare tutti gratis? E lo spettacolo terminerà tra poco, lasciandomi alla mercé dell’uomo nero.
Continuiamo, gettiamo tutto in pasto a questo computer dall’anima fredda quale vorrei fosse la mia. Errore irreversibile, riavviare il sistema, perché per me non è così facile?
Al. mi ha scritto. In verità i nostri messaggi sono stati più di uno in questi ultimi tempi. Solo un gioco, all’inizio, un flirt del quale non capivo l’esatta natura. Qualcuno di più importante e famoso di me ha detto che ciò che conta veramente è il viaggio e non la destinazione. Quando si arriverà alla fine non importerà chi ha vinto o chi ha perso, ma solo la strada percorsa. Sono d’accordo. Così ho giocato a mia volta, perché sono brava in questo e perché anche lui lo è. Perché mi piace essere messa in difficoltà e rispondere lanciando una nuova sfida. Ieri, però, mi ha detto che ha voglia di sentirmi. Ed io sono rimasta perplessa. Se ho voglia di sentire qualcuno, nella mia povera mente di donna, ciò cui penso è chiamarlo. Ed è vero che ci sono giorni nei quali non ne avrei il tempo o il modo, ma… non capisco ugualmente.
Gli ho risposto, tenendo per me i miei dubbi e i miei interrogativi, mi sono informata sulla sua salute, sulla riabilitazione. La prima frase della sua risposta mi ha spiazzata: dolce, bella, un sogno fino a poco tempo fa. Quando ho realizzato che mi aveva resa sorpresa anziché euforica ho capito che forse era davvero finita e questo, non so perché, mi rende triste. Ho perso qualcosa, qualcosa che non so se tornerà ancora. Non sono più la sciocca ragazzina che si struggeva per un suo sorriso, ora sono una sciocca ragazza che gli vuole bene in un modo del tutto diverso, ed in modo altrettanto diverso si comporterebbe nei suoi confronti. Il mondo che si rovescia, parrebbe, ma sarebbe solo allucinazione. Lui non mi ama, io non sono indifferente.
La situazione si è complicatamente evoluta. Avevo bisogno di così poco perché questo accadesse?
Sono felice di sapere che ha voglia di abbracciarmi, ma provo disagio all’idea di circondarlo con le braccia. Ho voglia di vederlo e di parlare con lui, ma ho timore di un incontro.
Vorrei che tutto cambiasse, ma non so se avrei la forza per accettare il cambiamento.
Il mio cuore mi dice che ho voglia di piangere ma i miei occhi non trovano lacrime. Il cervello ha cercato una motivazione, ma non ne ha trovata neppure una valida.
Inglese, verdura e frutta, parrucchiere, abiti nuovi e determinazione. Se ci credo posso farcela.
Adesso, però, non riesco a crederci.
Eppure dovrei essere felice.