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Il fiume


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Il vento le graffia il volto, fa vibrare la stoffa ed i capelli investendo le membra senza rispetto alcuno. Nessuna meta la trascina lungo il morbido declivio della collina, fin quando scorge in lontananza il luccichio dell’acqua. Il fiume, il suo fiume.
Rallenta il passo solo a poche decine di metri dalla riva, e poco oltre si ferma del tutto. Le gambe si piegano nell’atto del chinarsi, per accarezzare con mano insicura i resti secchi dell’estate ormai passata. Erano verdi una volta, ma adesso non ne resta che il ricordo.
“La sua donna”.
Infine si è legato a qualcuno, sapeva che prima o poi sarebbe capitato. Quante volte gli aveva ripetuto che non poteva sottrarsi per sempre ai sentimenti, che prima o poi ne sarebbe stato travolto e non avrebbe avuto facoltà di resistergli? Ed era successo, perché se ne stupiva tanto? Aveva avuto ragione. Un’altra donna era riuscita a penetrare così in profondità nel suo cuore da giungere a legarlo a sé, mentre lei non ne aveva che sfiorato l’aspra superficie per poi esserne respinta.
Maledice il giorno in cui aveva preso quel dannato ciondolo e maledice la notte precedente e il suo perdono. Perché era andata a cercarlo? Stupida!
Era così semplice prima, quando credeva davvero che il loro legame fosse fraterno, per qualsiasi problema era a lui che si sarebbe rivolta; qualsiasi pensiero, anche il più oscuro, a lui l’avrebbe confidato. Adesso però le cose erano cambiate, improvvisamente. Senza rendersene conto quel sentimento che aveva cercato di nascondere aveva trovato il suo giusto nome ed ora sembrava tutto così difficile, così pesante. La punta di uno stiletto premuta sul flesso solare, sul fulcro delle emozioni dolorose, di quelle sensazioni impossibili da accettare o da comprendere.
L’acqua esplode quando un sasso colpisce la sua superficie e gli occhi intravedono la seta grigia che ancora ricopre il braccio, teso nell’atto di scagliare la pietra. Lui non l’avrebbe mai indossata, troppo chiara, ma allora… Un pensiero sibilante si fa spazio nella sua mente, la stoffa inizia a bruciare sulla pelle, per chi era stata cercata e comprata?
Si alza in piedi e muove un passo in direzione del sentiero riflettente, le acque le lambiscono i piedi facendola rabbrividire. E’ ghiacciata, fredda come le sue ultime parole. L’acqua rovinerà la seta, ma non le importa. I passi la conducono verso il centro del fiume, facendola tremare per il freddo via via che il livello del rio gorgogliante s’innalza, rivestendola come una maschera di liquido cristallo. Si tuffa, immergendosi nelle sue profondità. Vi resta fino a quando il respiro non viene meno ed è costretta a riemergere, ansimando per la fatica.
Non è bastato a spegnere il fuoco, sono rimaste ancora ceneri fumose a consumarla con il loro suadente calore, ed ecco che l’acqua accarezza nuovamente il suo volto per un tempo indefinito, fino a quando non si distende, esausta, sulla riva del fiume. Il vento gelido la fa tremare e così si dimentica di tutto ciò che non è fermamente corporeo, pensa al freddo, alle scheletriche dita del vento intrecciate con l’essenza della morte.
Le ore scorrono senza una regolare scansione e frammenti di lunghi discorsi sovvengono alla memoria. I sentimenti, che sia davvero meglio negarli? Tetre conseguenze hanno sempre fatto corona all’accentuarsi dei battiti del cuore e all’apparente leggerezza della vita. Fatti e domande si scindono e si confrontano trasformandosi in cupe risposte.
Si immerge un’ultima volta nel fiume, ripulendosi dalla terra che si era plasmata secondo la linea delle gambe e della stoffa. Cerca di liberarne i capelli mentre il respiro si condensa in gonfie nuvole di fumo bianco, poco oltre le sue labbra. Il volto si arrossa: “che freddo…”, lo sguardo cerca la fattoria, la trova: “dovrei rientrare”, gli occhi si chiudono, sospira. Il sibilo del vento la fa tremare ancora: “devo tornare” si dice quasi con rassegnazione. Cinque dita si insinuano tra i capelli, discendendo lungo la fronte e gli occhi bagnati - “Non ho ceduto alle lacrime, e così continuerà ad essere” - proseguono sugli zigomi, il mento, il collo, il ciondolo.
Il ciondolo? Le mani tastano frettolosamente la gola alla ricerca della catenina d’argento cui pende il simbolo d’amore. Improvvisamente si fermano e gli occhi tornano ad aprirsi: “Santo Cielo, no!”

This entry was posted on Venerdì, Gennaio 26th, 2007 at 15:40 and is filed under Frammenti, Frammenti contemporanei. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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