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L’antipatica » Blog Archive » Al ristorante - capitolo V

 

Al ristorante - capitolo V


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Il ristorante era piccolo e discreto, nascosto in una via laterale subito dopo il ponte Vittoria. Una cameriera sui offrì gentilmente di prenderle il cappotto ed un’altra le fece strada fino alla sala da pranzo, indicandole con un cenno grazioso il tavolo cui sedeva la signora Montgomery. Le sorrise di rimando, trovandosi tuttavia spiazzata nel guardare la direzione indicatale: coppiette, era perseguitata dalle coppiette. Perché sembravano sempre tutte così felici e perché, soprattutto, la sua amica singles non sembrava più tanto singles? Indossava un abito di un azzurro screziato, impreziosito da un candido doppio filo di perle, e sorrideva gentilmente ad un uomo del quale Emily non vedeva altro che le spalle ben modellate e la giacca da sartoria, il classico tipo alla manager in carriera, uno di quelli che durante le serate “solo donne” chiamavano manichini. Da Rose questo non se lo sarebbe proprio aspettato, come le era venuto in mente di organizzarle un appuntamento al buio? D’accordo, durante la loro ultima telefonata poteva esserle sembrata più disperata del solito, ma non lo era certo fino a questo punto! E’ vero, per scherzare aveva suggerito l’idea di trovare un accompagnatore per la festa della zia, ma pensava fosse più che evidente che stava solo scherzando. Ma forse non tutto era ancora perduto: poteva scappare! Ma certo, poteva sgattaiolare via e telefonarle dall’auto adducendo un terribile contrattempo. Era in grado di sembrare sufficientemente dispiaciuta? No, non lo era, e non poteva neppure darsela a gambe senza chiarire la situazione, non sarebbe stato un comportamento da adulta, non sarebbe stato da lei. Sospirò angosciata, ma l’attimo di sconforto durò, appunto, un solo attimo, lasciando ben presto spazio al suo solito temperamento deciso. Un battito di ciglia e stava già stringendo con forza la borsetta, pronta a mettere le cose in chiaro una volta per tutte. Con gentilezza e pacatezza, certo, ma non per questo con meno intransigenza.
La carica di Rose la costrinse tuttavia a rimandare la sua decisione: l’amica la strinse in un forte abbraccio e le baciò entrambe le guance come se non la vedesse da anni: “Emily, tesoro, fatti guardare… Santo Cielo, sei bellissima! Non è bellissima?” Quella domanda, posta al suo accompagnatore, riportò su di lui l’attenzione di Emily, lasciandoli impietriti entrambi. I loro occhi, in perfetta sincronia, sgranarono incapaci di abbandonare il contatto visivo. “Lei è la mia migliore amica, non potrai che adorarla, vedrai. Oh, ma che schiocca, non vi ho ancora presentati” Rose stava già parlando quando gli occhi dell’amica si richiusero in un moto di disperazione, escludendo dalla vista il baluginare di quelli di Robert, con perfetta continuità al sorriso che gli aveva socchiuso le labbra.
“Non serve” La voce profonda di lui la raggiunse come una carezza “ho già avuto il piacere di conoscere la signorina Jones”
Il mutismo di Emily venne compensato dall’allegra risposta di Rose “Davvero? Che splendida coincidenza! Ma non essere così formale, puoi chiamarla Emily. Devi sapere che all’inizio sembra decisamente scontrosa ed antipatica, ma poi le passa ed è difficile tenerne il passo”
Robert sorrise a quella descrizione, lanciandole un’occhiata che riuscì finalmente a scioglierle la lingua: “signorina Jones andrà benissimo. Sul lavoro preferisco mantenere la massima formalità dei rapporti.”
“E’ un peccato.” Attese un istante prima di continuare, dando alla frase un nuovo significato senza dubitare che entrambi fossero giunti alle sue orecchie: “mi vedrò costretto a ritirare il mio ordine”
“Cosa? No, non può farlo!” Sapeva di trovarsi davanti un uomo professionalmente senza scrupoli, ma non poteva credere che la stesse veramente minacciando di un’azione così infame.
“Certo che posso” sollevò il bicchiere, come a voler proporre un brindisi “ma dove troverei una professionista di pari talento?”
“Mi sta forse ricattando?”
Prese un sorso di vino bianco, sorridendo con condiscendenza “per un nome ed un appellativo? Suvvia, non si dia tutta questa importanza”
Emily avvampò, sentendosi improvvisamente simile a  Lorin e a sua figlia Silvie, una donna saccente e troppo piena di sé. Fu il luccichio divertito che vide balenargli negli occhi che trasformò l’imbarazza in rabbia. Se credeva di aver vinto si stava sbagliando di grosso.. Solo l’intervento di Rose poté salvarla da se stessa e da una terribile scenata nel mezzo di un locale affollato.
“Emily, per favore, non ti ho mai vista così, si può sapere cosa ti prende?”
Si alzò senza rispondere, badando a non far stridere le gambe della sedia contro il parquet: “Devo davvero spiegartelo?”
Il silenzio che seguì fu una risposta sufficiente. Risistemò la borsetta sotto il braccio e dopo una sola gelida occhiata all’indirizzo di entrambi si diresse verso l’uscita.
Rose riuscì a raggiungerla solo sull’altro lato della strada, mentre camminava a passo spedito lungo il marciapiede fiancheggiato da vetrine di lusso. Quando le si parò innanzi Emily fece per aggirarla, ma l’altra la prese per una manica costringendola a voltarsi: “Non infuriarti, non volevo metterti in imbarazzo, credevo di fare un favore ad entrambi: tu hai bisogno di un accompagnatore per la festa e lui è arrivato in città da così poco da non avere ancora stretto conoscenze se non di lavoro. Insomma, non mi sembrava di farvi un dispetto, ed invece adesso ci avrà prese per due psicopatiche e mi toccherà trovare una scusa sul perché della tua reazione”
“Puoi tranquillizzarti, sa perfettamente il perché.” Mosse un passo in avanti prima di fermarsi improvvisamente, guardandola dritto negli occhi: “mi stai dicendo che non gli avevi detto niente della festa, di mia zia , del parentado odioso e del mio disperato bisogno di trovare un uomo nei prossimi sette giorni?”
“Ma certo che no. Io sono tua amica, ricordi? Mi sono solo offerta di introdurlo nel nostro piccolo e terribile universo mondano.”
Emily si morse il labbro inferiore chiedendosi perché non riuscisse mai a pensare: prima di agire. Pensare-agire, non era una regola difficile, eppure ogni volta la situazione le sfuggiva di mano e si lasciava prendere dalla sua maledettissima impulsività. Si lasciò cadere su una panchina poco distante e Rose le si sedette accanto, prendendole entrambe le mani  tra le sue senza riuscire a contenere la propria curiosità: “cosa intendevi dire prima?”
“Prima? Ho parlato un po’ troppo per poter rispondere senza bisogno di maggiori indizi”
“Quando hai detto che lui  sa bene il perché della tua reazione”
“Oh, quel quando. Lui…” Sorrise nervosamente, portando una mano alla fronte per spostare un’invisibile ciocca di capelli “lui è un cliente importante, abbiamo avuto qualche scontro per motivi di lavoro, tutto qui, niente di importante. Niente a parte il fatto che il suo ordine ammonta ad una cifra con numerosi zeri e questo potrebbe essere il mio punto di svolta, un’occasione straordinaria”
“Mosaici per il nuovo complesso residenziale?”
Annuì: “E se dovessero avere un buon riscontro vorrebbe commissionarmene altri per gli uffici della Reinolds, pare si occuperà del restauro.”
“Allora dovresti cercare di andare d’accordo con lui, non di azzannarlo alla gola non appena lo vedi, o mi sfugge qualcosa?”
“Sì, ma… Oh, a l diavolo, quell’uomo ha la capacità di rendermi nervosa. Sembra abituato ad ottenere sempre tutto quello che vuole, ed io odio questo genere di persone.”
“Non può essere solo questo, non hai mai reagito così davanti a persone decisamente più irritanti. La tua matrigna, per esempio. O la tua sorellastra. O le amiche della tua sorellastra. O le madri della amiche della tua sorellastra”
“Basta così, ho capito cosa vuoi dire, è solo che…” si inumidì le labbra cercando di sfuggire al suo sguardo indagatore, indecisa su cosa dire e cosa tacere. Eppure Rose era una delle sue migliori amiche, forse la sola che le volesse davvero bene, se non poteva parlare con lei allora con chi?
“Ho preso un caffè con lui”
“Ed era tanto cattivo? Non mi dire, ha dimenticato lo zucchero!”
“Intendo dire” la guardò di traverso “che ho preso un caffè con lui…. Involontariamente.”
“Ti ha legata e costretta a bere con l’aiuto di un imbuto?”
“Sciocca!” Le mostrò la lingua, cercando inutilmente di trattenere un sorriso. “Ho rifiutato l’invito che mi ha fatto, ma era già passato da Starbucks
ed aveva con sé il sacchetto del take away. Le conosci le mie regole.”Sul lavoro solo lavoro”
“Esatto, ma quella mattina avevo appena sentito Lorin e come se questo non fosse già sufficiente ha passato almeno un’ora parlandomi di Richard e di come tratti la sua Silvie da regina e di quanto sono stata stupida nel lasciarmelo sfuggire. Se i pensieri avessero il potere di uccidere oggi saremmo al suo funerale, è insopportabile, veramente insopportabile.”
“Gli hai raccontato le tue vicissitudini familiari e lui non voleva aiutarti a ascondere il corpo?”
“Magari. No, ho cercato conferme là dove era meglio evitarle.”
“Oh mio Dio”
“Solo un bacio” si affrettò a chiarire, arrossendo nuovamente all’espressione incredula dell’amica. “un banalissimo bacio, ma non era mia intenzione, ed ora non so come comportarmi. In verità non lo sapevo neppure ieri, così l’ho cacciato dal negozio dicendogli che l’avrei chiamato a lavoro ultimato, e che non era necessario ripassasse dal momento che ho uno splendido fax ed un computer collegato ad Internet”
Trattenere il riso fu una delle prove più difficili che Rose dovette superare in quella lunga giornata. Deglutì, quindi si inumidì le labbra ed infine prese tempo schiarendosi la voce. Solo allora cominciò a parlare con tono lievemente più basso del solito: “almeno bacia bene?”
La borsettata di Emily le arrivò su una spalla senza farle alcun male: “ma smettila! Ti sembrano domande da fare?”
Il suo sorriso, però, offriva una risposta più che eloquente, ed entrambe risero di gusto all’ennesima disavventura che stavano vivendo.
“Coraggio, rientriamo ed affrontalo a testa alta.”
“Sei impazzita? Non posso, non dopo quello che è successo poco fa”
Rose le prese una mano, conducendola verso il locale, complice la sua scarsa resistenza. “Dovrai se non altro recuperare il tuo soprabito, sono certa avrai indossato quello rosa, non vorrai lasciarlo a quella cameriera bionda che sembra una modella, vero?”

“E’ venti centimetri più alta di me, le arriverebbe al sedere e starebbe malissimo, ma non è questo il punto, la questione fondamentale è che non posso permettermi di guardarlo di nuovo in volto come se nulla fosse successo, non posso riuscirci, davvero non posso, ti prego Rose, non costringermi.”
Un colpo di tosse le fece voltare entrambe: dall’altra parte del vicolo Robert le stava aspettando con i loro soprabiti piegati sul braccio e la borsetta di Rose nella mano sinistra.
“Mi sono permesso di chiedere i vostri effetti, spero di non aver commesso un errore. Pensavo avreste preferito pranzare altrove, probabilmente da sole.”

This entry was posted on Martedì, Settembre 4th, 2007 at 21:22 and is filed under Frammenti contemporanei. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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