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Donne: contro cultura


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1. INTRODUZIONE

1.1 Una cultura minoritaria?

Quando la donna, che noi chiamiamo abala
(ovvero “senza forza”, “debole”),
diviene sabala
(ovvero “provvisto di forza”, “forte”),
tutti coloro che sono indifesi avranno il potere.

Mahatma Gandhi, 1936
Conferenza Indiana della Donna

 

Parlare di cultura coincide, più spesso di quanto sarebbe auspicabile, con l’analisi di una semiosfera che pone al proprio centro un insieme di virtù e di valori fortemente connessi con il sema maschile. Quanto detto risulta ancora più evidente in riferimento a culture fortemente orientate secondo dettami di natura religiosa.
Quello femminile sembra essere il più numeroso gruppo di minoranza del pianeta.
Seppure la discriminazione avvenga a differenti livelli di profondità in dipendenza della macrocultura di riferimento, e nonostante la diversità delle questioni concrete, pare impossibile non considerare dato rilevante l’universalità della problematica. Se in occidente le principali posizioni sociali ed economiche sembrano di fatto riservate a soggetti di sesso maschile, in oriente la situazione assume sfumature più complesse ed il campo della discriminazione si estende fino ai diritti fondamentali del genere umano.
Possiamo proseguire sottolineando come nessuna delle grandi religioni del nostro tempo abbia dimostrato nei confronti della donna una disponibilità tale da consentire una definizione di individuo svincolata dal gender.
In India le leggi sacre dell’induismo non prevedono altra possibilità d’esistenza se non quella legata ad un uomo, comportando corollari di non scarsa rilevanza: rifiutare alle donne una vita autonoma equivale a negarne le capacità di costruzione e contrattazione dell’identità, quasi a renderle significanti senza significato. A riprova di una concezione quanto meno strumentale occorre accennare al costume, largamente diffuso, degli aborti selettivi, reso possibile dalla tecnica dell’amniocentesi. Possiamo considerarlo una pratica modernizzata degli omicidi di bambine già eseguiti in tempi passati e che hanno reso l’India uno dei pochissimi paesi del mondo con una percentuale di popolazione maschile in eccesso rispetto a quella femminile.
Considerando le donne come gruppo impropriamente minoritario possiamo collocare la situazione indiana un passo oltre la definizione puntuale di infanticidio, attribuendole i connotati propri dei genocidi. Legato ad una dimensione temporale che rimanda ad una maggiore continuità, il genocidio viene oggi considerato sterminio perpetrato ai danni di un intero gruppo sociale, etnico o religioso, definizione già di per se stessa bastante ai nostri fini, ma che non impedisce di proporre in questa sede un’ulteriore allargamento del significato, fino a comprendere anche omicidi massificati relativi al genere. A supporto di una tesi che potrebbe apparire apocalittica vi sono dati statistici relativi al crescente numero di morti violente aventi come protagoniste le donne e, non meno importanti, resoconti sull’elevato numero di suicidi femminili registrato.
Laddove l’occidente tende ad esaltare una concezione ego-centrica della persona, nel mondo perdurano microcosmi nei quali il singolo rinuncia a parte della propria individualità per costruire reti relazionali di tipo più complesso. Si tratta di meccanismi piuttosto diffusi e presenti anche nella storia europea, eppure limitarsi ad una tale osservazione eleva ad oggetto di studio solo una parte della questione, evitando di rendere giusta rilevanza alle anomalie del sistema.
Appoggiamoci ad un concetto di cultura definita come entità complessa generata dalla collettività e, per tale ragione, impossibile da controllare per volontà del singolo: arriveremo alla conclusione che essa sfugge agli stessi assetti comunitari poiché una forma democratica autentica è attualmente irrealizzabile. Chi, dunque, orienta la cultura e perché? La risposta non può che tenere conto delle componenti sociali costitutive dei vertici dello Stato.
In conclusione è d’obbligo domandarsi se a fronte di problematiche riducibili ad un denominatore comune si possa riconoscere l’esistenza di una semiosfera femminile, unitaria seppure di tipo trasversale e differentemente orientata rispetto a quella maschile. Altro interrogativo spinge a chiedersi se la cultura femminile possa essere altro che laica, contemplando una sfera spirituale fortemente marginalizzata e legata alla territorialità, e in relazione conflittuale in quanto non più unico assetto valoriale di riferimento.
In questo prospettiva la semiosfera si spoglia della sua apparente placidità per trasformarsi in magma incandescente, terreno di contrattazione e di scontro: dallo studio sincronico siamo giunti alla diacronia.

This entry was posted on Mercoledì, Ottobre 10th, 2007 at 16:49 and is filed under Frammenti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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