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Il viaggio - Come l’occhio di un gatto (3 di 3)


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Vadania trattenne il fiato mentre il pulsare impazzito del cuore le rimbombava nel petto. A quale verità conducevano le parole di Gareth? Quel nome, Sell-en-morn, era solo un tentativo di derisione nato dai pettegolezzi e dalle dicerie riguardo all’allontanamento di suo padre dalla città. Nessuno sembrava tuttavia conoscerne il motivo e, soprattutto, nessuno fino ad allora sembrava disposto a raccontarglielo. Così, dopo anni di inutili domande, aveva deciso smettere di soffrire per una creatura che non aveva mai incontrato e delle cui azioni si era trovata a dover sopportare le odiose conseguenze. Per quanto le importava, in quello stesso momento poteva essere morto o in preda alla disperazione, non avrebbe mosso un dito per soccorrerlo. Era solo un fantasma di cui si favoleggiava senza sapere chi fosse davvero, e lei non voleva averne nulla a che fare, quale potesse essere il segreto che attorniava la sua torbida figura. Eppure…
Scosse il capo per allontanare ogni possibile congettura, servendosi della prudenza e del timore con cui avrebbe maneggiato una vecchia balestra puntata contro il proprio petto, nella speranza di non dover assaggiare il morso della freccia che ancora vi era incoccata.
Il braccio di Gareth era teso verso il cielo, le dita aperte a ventaglio sul perno di indice e pollice stretti attorno a una sfera dalle levigate rotondità. Una forma quasi invisibile per la sua colorazione di un nero più denso di quello della notte. Il suo fondersi con l’oscurità era tanto perfetto che Vadania non ne avrebbe colto la presenza se non fosse stato per la venatura lattea che la percorreva nel centro, come l’occhio di un gatto dai colori impossibili.
«Io possiedo la risposta ad ogni tua domanda, mia dolce Vadania… Ma ora continui a preferire la cecità fuggendo la luce che ti vanti di aver trovato - il braccio si piegò su se stesso avvicinando l’oggetto al volto della maga fino a ricoprirne interamente una delle iridi scure - sii gentile, porgimi una mano.»
La sferetta le roteò nel palmo, incurvato nella forma di una morbida coppa, creando con la venatura centrale un ipnotico gioco di vortici e spirali.
«Una ricompensa?»
«Un oggetto che non è più tempo io custodisca. L’ho portato con me per quasi un secolo ed ora lo consegno a chi ne è sempre stato il proprietario designato.»
«A nome di chi mi viene donato?»
«Non lo immagini?»
La mano si strinse attorno alla forma vitrea scagliandola con forza verso il mare aperto. L’acqua sussultò al contatto, sollevandosi in una corona di spruzzi.
Le gocce salate non ebbero il tempo di confondersi con le loro ondeggianti gemelle che la sfera oscura aveva invertito il proprio percorso, ubbidendo al repentino comando di Gareth il cui esile braccio si era subito sollevato per richiamarla a sé. «Bada a ciò che fai. Se rinunci ora, in futuro potrebbe non essere così semplice rientrarne in possesso.»
Vadania si strinse nelle spalle lasciandosi cullare dall’ansimare delle vele, persa nell’osservare le stelle di levante che accennavano ad impallidire in attesa dell’alba. «Non ho motivo di mutare la mia scelta, tutto ciò che riguarda mio… padre - tentennò - non riguarda me. Per me lui non esiste. Non è mai esistito. Riportami a Carnallia, lì mi aspetta l’inizio di un nuovo viaggio.»
«Rammenti, piccola mia, il commiato che ti riservai il giorno in cui confessasti di voler scoprire ciò che si nascondeva oltre i confini delle nostre terre?»
I primi bassi raggi del sole illuminarono il tenue sorriso che andò ad incurvarle le labbra: «non potrei mai dimenticare l’unico saluto incoraggiante. Mi dissi che non vi è nulla di più bello dell’attimo che precede a partenza, l’attimo in cui l’orizzonte del domani viene a farci visita per raccontare le sue promesse*  – il mento si abbassò verso la profondità delle acque e un intenso sospiro le riempì i polmoni, come linfa che veniva a rigenerare forza e tenacia. - Ciascuna meta che mi sono prefissa ha udito questa frase e incontrato un pensiero per te. Mi sei mancato.»
Gareth sembrò borbottare qualche incomprensibile risposta, finendo per schiarirsi la voce e dissimulare, con un colpo di tosse, il piacere che quelle parole gli avevano procurato. «Anch’io. Sì, anch’io lo ripeto spesso. E ricordo chi per la prima volta ha dato voce a questa frase, al riparo di un grande salice, facendo scivolare tra le mie mani un sacchetto di pelle morbida, appena consumata agli angoli inferiori. Dentro quel sacchetto era contenuta la pietra che poco fa hai rifiutato.»
Vadania sollevò il capo con uno scatto improvviso. Occhi di brace tornarono ad ardere nel volto dai lineamenti tirati. Come aveva osato Gareth dispensare proprio a lei gli insegnamenti dell’unica creatura che odiava con tutta se stessa? Parole velenose stavano per fendere l’aria come la lingua biforcuta di un serpente, ma furono soffocate sul nascere da nuove lusinghe pronunciate con tono gentile e carezzevole, simile ad un alito di vento che scompiglia i capelli gettandoli all’indietro con fare delicato. «Fa luce su te stessa, bambina, non attendere di perderti nella tenebra. Torna a casa.»
Ancora la promessa di un luogo da poter sentire proprio, di un rifugio dal quale osservare la pioggia improvvisarsi pianista sulle frondose chiome degli alberi; dal quale guardare oltre la finestra richiusa, abbracciando con i palmi una tazza fumante per rubarne il calore. Respirare a fondo l’intenso profumo delle erbe, occasionale amante dell’avvolgente aroma del legno bruciato. Odore di pace che si diffonde dal caminetto acceso, artista scoppiettante che dipinge tiepide dita rosso fuoco sul vetro rigato da sottili lacrime celesti. Ciò che desiderava le veniva ora offerto con tale semplicità da ridurre al silenzio la propria voce interiore, quel sussurro che fino ad allora le aveva consigliato di stare attenta, di non abbassare la guardia concedendosi a sogni impossibili. Ma questa nuova vita sembrava riuscire a sedurla, prendendo consistenza ad ogni particolare aggiunto dalla sua mente e dal parlare accattivante del vecchio. I pensieri continuarono a completarsi l’uno con l’altro fino a quando il riverbero delle fiamme sembrò divenire reale, condensandosi in un punto luminoso collocato appena al di sopra della linea dell’orizzonte. Brillò più intensamente per un lungo istante prima di sfrecciare verso la nave. Vadania socchiuse gli occhi e sollevò istintivamente una mano per proteggersi il volto. Troppo tardi: la luminescenza aveva trovato la sua fronte per poi scomparire in una sensazione di intenso bruciore. Un improvviso torpore la colse rendendo il suo corpo creta nelle mani di una volontà imprecisata. La distesa del mare divenne confusa, i contorni sfumarono l’uno nell’altro, diventando sempre più lontani, e gli occhi cedettero al peso delle palpebre facendola precipitare in un pozzo nero e senza fondo.

* Kundera, M. (1985) L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milano, Adelphi

This entry was posted on Venerdì, Gennaio 26th, 2007 at 16:14 and is filed under Frammenti fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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