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L’antipatica » Blog Archive » Eliandill Backgound

 

Eliandill Backgound


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Le regole non le erano mai piaciute, meno che mai quelle che la tenevano per ore immobile nella stessa posizione per cercare di tirar fuori qualcosa di vagamente ascoltabile da un’arpa o da un liuto. Avevano provato anche a farle suonare un clarinetto, una volta, ma i risultati erano stati tanto disastrosi che il maestro aveva fatto finta di non vedere quand’era sgattaiolata oltre la radura, poco più di mezz’ora dopo. Dovevano rassegnarsi: non aveva ereditato neppure una briciola del talento di sua madre. Era intonata, certo, ma nulla di più. Stranamente questo non le dispiaceva: le dava modo di restare in disparte durante le feste e le cerimonie ufficiali, senza preoccuparsi che qualcuno la invitasse a dimostrare la sua bravura o che attirasse l’attenzione su di lei lodandola per chissà quale merito.
Eliandill era caparbia, indipendente, determinata ed assolutamente incontrollabile. Trascorreva le sue giornate fuggendo ai doveri imposti ai giovani elfi suoi coetanei, nascondendosi nelle zone verdi comprese all’interno delle invalicabili difese di Eredania. Nella sua ingenuità ciò che davvero non riusciva a sopportare, tuttavia, era di non essere ancora riuscita a scovare il modo per oltrepassare le difese naturali e magiche che la proteggevano e, allo stesso tempo, sembravano costringerla in un mondo parallelo a quello esterno, dove persino lo scorrere del tempo risultava differente: la brama di vita era come una malattia che la stava lentamente divorando. Trascorreva ore cercando di muoversi tra gli alberi il più silenziosamente possibile, per sorprendere uno dei tanti animali che abitavano i giardini o per cercare di seguire, senza essere scoperta, le pattuglie che controllavano i confini della città. Prima o poi qualcuno si sarebbe dimenticato di sigillare maniacalmente l’uscita, ed allora…
A poco a poco i soldati si abituarono a vederla gironzolare attorno agli stretti varchi d’accesso ed alcuni, appena terminato il turno di guardia, finivano per lasciarsi coinvolgere dai suoi sogni ad occhi aperti, sorridendo e scuotendo il capo davanti alla smania di libertà della gioventù. Da grande sarebbe diventata un temibile soldato, proprio come suo padre, e sarebbe potuta uscire dalla città con divisa, spada e tutto il resto, ormai aveva deciso, ma era necessario iniziare subito il suo addestramento, altrimenti sarebbe diventata troppo grande e l’avrebbero costretta a passare la vita cantando canzoni alle stelle, come fanno i lupi davanti alla luna piena: bisognava battere sul tempo sua madre ed i suoi insegnanti; così disse, e la sua freschezza era tanto contagiosa che pochi giorni dopo le venne donato in gran segreto un arco decorato con fregi bianchi e oro, con il quale poteva allenarsi lontano da sguardi indiscreti.
Fu Meliandrill a procurarglielo, prendendola sotto la propria protezione e insegnandole ad usarlo con una certa abilità.
Con gli anni aumentarono gli impegni dovuti alla sua istruzione, aprendole nuovi orizzonti e cambiando radicalmente le sue prospettive future. Le lezioni di lettura e scrittura le permisero di accedere ad un mondo incantato, quello dei libri, dove le storie che aveva sempre immaginato prendevano corpo l’una dopo l’altra, facendole divorare intere pagine con una voracità inaspettata. Aveva finalmente trovato qualcosa capace di saziare la sua fame d’avventura, ma non era ancora tutto: Maestro Aemir, che le aveva impartito le nozioni base di magia, era rimasto sorpreso dalla facilità con la quale riusciva a cogliere le sottili sfumature dell’Arte ed in poco tempo Eliandill si trovò, per la prima volta, al centro dell’attenzione. Pensò addirittura di fingere di non capire pur di allontanare da sé lo sguardo liquido del Maestro, ma la verità era che adorava sentirlo parlare della Trama magica e di come essa si comportasse, sarebbe rimasta per giorni ad ascoltare storie sui grandi maghi del passato e del presente.
Alla teoria seguì la pratica, ore ed ore di luci fatue, meditazioni, esercizi di una monotonia mortale. Certo, bisognava apprenderli ed erano utili per eseguire quanto veniva successivamente richiesto, ma sarebbe stato sufficiente dedicarvi la metà del tempo. Cosa vi era di così complicato?
Nuovamente angustiata dalla noia non si accorgeva che quelle stesse parole venivano rivolte a lei durante le lezioni di musica: cosa vi è, in fondo, di così complicato?
I metodi di insegnamento erano, ne era certa, completamente sbagliati e scarsamente flessibili: non serviva a nulla pensare di avere talento se non si aveva occasione di dimostrarlo, quale che potesse essere l’esito finale.
Avrebbe accettato anche l’insuccesso se solo le fosse stata data l’opportunità di gestire personalmente il proprio ritmo d’apprendimento.
Prese, sempre più spesso, a sgattaiolare nella biblioteca privata del maestro, leggendo decine di tomi dei quali non capiva nulla ma che la motivavano più di qualsiasi altra promessa: ancora qualche anno, ancora qualche sforzo, ancora una notte trascorsa a ripetere e ripetere interi alfabeti e formule magiche per essere sicura che, al momento opportuno, non sarebbe stata tradita da uno sciocco errore di pronuncia o dal venir meno della memoria, ancora una pagina, ed un’altra, e la sua sete di Conoscenza avrebbe avuto sollievo.
Fu proprio durante una notte come questa, mentre era china su un tomo dalla copertina di consunto cuoio verde, che passi concitati la fecero sobbalzare.
Spense la candela appena in tempo, ma non fu sufficiente: la porta si aprì mostrando la figura accigliata di Mastro Aemir.
Seguì una lite furibonda, durante la quale i due contendenti si ferirono a colpi di provata delusione e incapacità d’insegnamento. Così le luci vennero accese a giorno, i suoi genitori convocati ed il libro rimesso a posto nonostante le veementi proteste: le sarebbe toccata una punizione, una esemplare, le dissero, ma di certo non si sarebbe lasciata spaventare da una stupida minaccia. Se le avessero tolto la magia avrebbe usato il ricatto più antico del mondo: avrebbe smesso di mangiare, avrebbe finto di stare male, avrebbe lasciato che il suo metro e sessanta non raggiungesse i quaranta chili ed avrebbe portato la sua pelle di porcellana verso il colore grigiastro della malattia. Avrebbe vinto lei. Non sarebbero riusciti a sottrarla al fascino delle Arti Arcane.
La punizione non arrivò, non ve ne fu il tempo.
La città venne attaccata dai Grigi e fu il caos: il mondo esterno irruppe oltre le difese di Eredania con violenza e crudeltà, tingendosi di rosso sangue e del grigio polveroso della distruzione e di quello scintillante delle armi inutilmente brandite. La situazione si faceva più critica via via che passava il tempo ed Eliandill non aveva capacità sufficienti per poter essere davvero di una qualche utilità: la battaglia era riservata ai grandi del suo tempo e non poteva fare altro che restare in disparte nelle fila di coloro che andavano protetti.
L’idea che qualcuno dovesse perdere la vita per difendere la sua, tuttavia, le risultava tanto insopportabile da spingerla a cercare un modo per esorcizzare la paura e l’orrore dei combattimenti. Vincendo la timorosa immobilità iniziò a svolgere le mansioni più diverse: aiutò a sistemare le provviste di cibo, pulì armi e imparò a costruire frecce, rese omaggio ai caduti e osservò tutto con attenzione, imprimendo nella sua mente quelle immagini che non potranno mai più abbandonarla.
L’arrivo di rinforzi da Deeland fu sconvolgente, nel bene e nel male: da un lato gli armati umani portavano nuova speranza, dall’altro si vestivano di usi e costumi del tutto diversi dai suoi; le loro voci erano più alte, il corpo più imponente e sui loro volti vi erano corti ed ispidi peli a formare quella che nel loro linguaggio veniva chiamata barba. Ancor più che dai guerrieri umani, tuttavia, fu colpita dalle voci che presero a circolare a proposito degli eletti di Tyra: maghi di grande conoscenza, il cui potere avrebbe riconsegnato la città nelle mani dei suoi legittimi abitanti.
Eliandill sentì rafforzarsi la sua fede nella dea, che pregò con sempre maggiore intensità così come già accadeva per il Padre degli elfi.
Quando lo scudo magico a difesa del territorio venne infine ripristinato, ciò che seguì fu un inestricabile intreccio di sollievo e disperazione. Nel pieno dell’azione non vi è spazio per complicazioni inerenti il futuro e tutto ciò a cui è opportuno pensare è il presente. Quando, invece, subentrano la lentezza della ricostruzione ed il conto dei caduti la città non può che ammantarsi di una pesante cappa di dolore e di tristezza, divenendo simile ad un grande monumento di commemorazione agli eroi.
Eliandill si trovò a scoprire l’amore per la sua terra nel momento stesso in cui questa le veniva restituita in macerie. L’impegno che profuse nella ricostruzione fu encomiabile, tanto più che la sua presenza tra la gente comune, durante l’assedio, le aveva procurato non poche amicizie, e non era ora inconsueto che i momenti di lavoro passati fianco a fianco con i maghi superstiti venissero utilizzati per narrare vecchie storie di magia, fornire suggerimenti sugli errori da lei commessi o per rispondere alle sue infinite domande sull’Arte.
Mese dopo mese la vita tornò, per quanto possibile, alla normalità, rendendole ancora più intollerabile l’idea di restare ad Eredania per trascorrervi il resto della propria esistenza. Decise dunque di provare a cercare altrove la propria serenità, unendosi alla prima delegazione in partenza per una delle grandi città del continente. Il fato scelse per lei la perla dell’ovest: Mildorne.
Il viaggio fu relativamente tranquillo seppure vadano annoverati alcuni incontri poco piacevoli ma rapidamente superati anche grazie, questo la rese ebbra di gioia, ad alcuni incantesimi che aveva lanciato lei stessa.
Il gruppo si divise davanti alle porte della città, lasciandola per la prima volta senza una vera meta da raggiungere: prima aveva inseguito la libertà, poi la sopravvivenza, ed ora? Doveva trovare un biblioteca, una scuola di magia o qualsiasi luogo di studio, era ovvio, ma dove, da che parte?
Un sospiro le sollevò ed abbassò il petto mentre si accingeva a chiedere ad un passante le prime informazioni.

Descrizione:

Capelli scuri come la pece fanno contrasto con il pallore dell’incarnato, evidenziando grandi occhi verdi e profondi. Le iridi, screziate d’oro, si tingono spesso di malinconica inquetudine, rivelando forse più di quanto lei stessa vorrebbe.
Il suo aspetto è allincirca quello di una ragazzina di 17 anni umani, esile ed aggraziata, orgogliosa delle sue lunghe orecchie e del sangue elfico che le scorre nelle vene.
Indossa abiti semplici e comodi, adatti a percorrere lunghe distanze seguendo il suo desiderio di novità e rinnovamento. L’unico vezzo è un nastro che usa per legare i lunghi capelli in modo tale che non la infastidiscano durante il giorno.

Curiosissima, ama osservare le persone cercando di coglierne le manie e le particolarità. Non parla molto ma non per questo disdegna conversazioni che sappiano stimolare il suo interesse ed è assolutamente incapace di resistere ad un duello verbale.

Odia il vento, l’odore cannella, i luoghi troppo rumorosi e chi parla ad alta voce; si sente infastidita da chiunque le si avvicini troppo.
Trascorrerebbe ore passeggiando in qualsiasi luogo la natura è padrona, sia esso un ordinato giardino o una rigogliosa foresta, non ama le calzature e cammina a piedi nudi ogni qualvolta le è possibile; ha una predilezione per il colore verde ed in funzione di un particolare ricordo adora il profumo dei campi durante la mietitura.

This entry was posted on Sabato, Gennaio 27th, 2007 at 01:54 and is filed under Frammenti fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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