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La notte del vampiro - Capitolo 1


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Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

1. Sangue e cioccolata

 

«Te lo ripeterò solo una volta: se ti azzardi ad allungare le mani te le taglio. Di netto. Mi sono spiegata?»
«Magnificamente, ma petite
Mi risponde con il suo solito sorriso, così affascinante e seducente da far venire voglia di puntargli contro la pistola, giusto per essere certi che sia del tutto inoffensivo. Inarca un sopracciglio quasi mi leggesse nel pensiero: «hai la mia parola, Anita, non ti succederà nulla. Non questa notte.»
Porcaccia miseria, crede davvero di rassicurarmi? Volgo gli occhi al cielo mentre infilo la chiave nella serratura della porta: «non aspettare che ti ringrazi.»
«Non devo? Eppure mi sembrava di aver compreso avessi bisogno del mio aiuto.»
Un punto per lui. In effetti non l’avevo chiamato nel pieno della notte solo per un’amichevole chiacchierata: a quell’ora mi sarei dovuta trovare già da tempo sotto un cumulo di spesse coperte e con la sveglia in procinto di suonare, ma gli eventi avevano preso una brutta piega ed i miei riposanti programmi erano irrimediabilmente saltati.
Getto chiavi e cappotto sul divano color latte, sentendo la porta chiudersi alle nostre spalle.
«Vino?»
«Una cioccolata, se non ti dispiace.»
Mi volto a guardarlo, ma dove crede di essere: al bar? E poi da quand’è che i vampiri possono bere cioccolata? Che il cielo ci illumini, con Jean-Claude se ne scopre sempre una nuova. «Ma certo,» lo assecondo, «cioccolata sia, vuoi anche due fragoline di bosco come accompagnamento?» Non può non aver colto il tono ironico delle mie parole, ma evidentemente vuole che sconti la richiesta di aiuto con il totale annichilimento dei miei nervi: «se fosse possibile, non chiederei di meglio.»
E’ appoggiato mollemente alla parete, le mani nascoste nelle tasche dei pantaloni. Porta ancora indosso il solo cappotto sopra la camicia bianca ricca di pizzi e merletti. La maggior parte degli uomini inorridirebbe, temendo di sembrare effeminata per il solo prendere in considerazione l’indossarla, ma lui no, lui sembra sentirsi perfettamente a suo agio e non si può dargli torto. I bottoni aperti lasciano intravedere il torace bel modellato, attirando lo sguardo mentre il bavero alzato gli accarezza il collo, rendendolo decisamente desiderabile. Quando solleva un sopracciglio mi accorgo di essermi soffermata a guardarlo con troppa insistenza e cerco di recuperare una parvenza di autocontrollo: «dovrai accontentarti di qualche biscotto. Primo sportello accanto al frigorifero, lì troverai anche la cioccolata. Visto che ho chiesto il tuo aiuto tanto vale approfittarne fin da subito.» Se vuole trastullarsi con il cibo della mia dispensa non sarò io a fermarlo, basta che tenga i suoi denti lontani dal mio collo.
La sua risata mi accarezza leggera mentre gli volto le spalle, non capisco come faccia a restare tanto impassibile nonostante il mio atteggiamento decisamente poco gentile. Forse dovrei iniziare a comportarmi diversamente, ma non sono sicura di saper rispettare i limiti che mi sono posta se iniziassi a trattarlo da… umano. Deglutisco a vuoto, tutto sommato è meglio continuare così.
Premo il pulsante della macchina del caffé concentrandomi sul liquido nero che piano piano va a riempire la caraffa di vetro. Jean-Claude si accosta ai fornelli, osservandomi con divertita curiosità mentre cerco di evitare il suo sguardo. Si sfila il cappotto posandolo su uno sgabello e facendosi pericolosamente vicino, ignorando la mia mano che va istintivamente a controllare la pistola infilata nella cintura dei jeans. Posa sul ripiano di marmo cioccolata e biscotti, aprendo poi il frigo per cercare del latte: «ai tuoi ordini, ma petite.»
Sorride ancora, sembra terribilmente di buon umore questa notte, ma sarei pronta a scommettere che ben presto muterà espressione: ciò che sto per mostrargli è tutt’altro che entusiasmante.
Lo lascio alla difficile decisione del pentolino più adatto, allontanandomi in compagnia di una fumante tazza di caffè: «non credo ti convenga,» tento di scherzare mentre mi siedo a gambe incrociate davanti alla tv.
La cassetta è già nel videoregistratore ed ho tutto il tempo di riavvolgere il lungo nastro magnetico. Mi chiedo cosa dirà dopo averlo visto, se saprà e se vorrà fornirmi le informazioni che mi servono. Può il master della città cooperare con la giustizia?
Lo sento fermarsi al mio fianco, silenzioso come un gatto. Mi tende la mano invitandomi ad alzarmi, ma la sua offerta è presto rifiutata mentre mi rimetto in piedi senza bisogno d’aiuto: «non sono invalida, Jean-Claude, posso alzarmi da sola.»
«Lo vedo,» risponde, accarezzandomi con uno sguardo che è come un piacevole getto d’acqua calda. Non faccio in tempo a riprendermi che precede ogni mia prevedibile protesta, accomodandosi sul divano mentre mi mostra la tazza intoccata: «ed ora che entrambi abbiamo di che scaldarci possiamo venire al dunque, ma petite? L’alba si avvicina.»
L’implicazione delle sue parole è piuttosto evidente e non senza apprensione gli porgo il telecomando. Da quando Dolph mi ha mostrato il video mi sono sforzata di riguardarlo, ma senza fortuna quanto ad indizi.
«Siedimi accanto, ma petite,» mi invita dolcemente allungando verso di me una mano che dovrà tuttavia riabbassare anche questa volta: «no,» rispondo scuotendo il capo, «non ho nessuna intenzione di rivedere quel video. Anzi, elimina del tutto l’audio: grazie a Dio non è necessario.»
Mi allontano dal divano andando a posizionarmi dietro alla tv, così da usarla da appoggio per la tazza di caffé ormai dimezzata. Posizione splendida, non solo evito di guardare lo schermo ma posso anche osservare le reazioni di Jean-Claude, elemento non trascurabile.
Ne seguo i movimenti mentre abbassa lo sguardo sul telecomando: «è così terribile, ma petite
«Se avessi voluto raccontartelo l’avrei fatto, Jean-Claude, premi quel tasto e fatti una tua opinione.»
Inarca un sopracciglio, forse chiedendosi cosa mi abbia turbata tanto, ma fa come gli ho detto e tanto mi basta.

Il video è in bianco e nero, come lo sono tutti quelli catturati dalle videocamere di sorveglianza. Sembra un supermercato, probabilmente uno di quelli aperti tutta la notte. Un ragazzino è appollaiato su una sedia davanti alla cassa, sta leggendo un fumetto quando le porte scorrevoli si aprono facendo entrare un uomo decisamente alto. I capelli sembrano neri, ma per quello che si riesce a capire potrebbero essere anche di un castano molto scuro, in ogni caso coprono i lineamenti tanto da renderlo irriconoscibile. Il commesso nasconde il fumetto come se fosse stato colto in fallo e subito si avvicina per poter essere utile, strappando all’uomo un sorriso che non promette nulla di buono.
Non parlano, non ne hanno il tempo, il movimento è talmente rapido da sembrare il gioco di un illusionista particolarmente dotato: l’istante precedente la mano del cliente è distesa lungo il fianco mentre nel successivo cinge in una morsa la gola del ragazzo, sollevandolo da terra come un umano non potrebbe mai fare. L’agonia non è lunga: il collo si spezza per la pressione esercitata decretando una morte senza riserve.
Gli occhi di Jean-Claude di assottigliano mentre in video il corpo senza vita viene deposto a terra e la sua divisa squarciata all’altezza del petto. Il cliente si vi si china sopra, ma il bancone copre parte della scena e per molti lunghi minuti non si comprende ciò che sta accendo. Quando torna ad alzarsi la mano destra è bagnata di un liquido lucido e vischioso che gocciola sulla moquette via via che si avvicina al bancone, oltrepassandolo fino a trovarsi al posto poco prima occupato dal giovane. Con un unico gesto del braccio spazza via quanto vi era posato ricavando una superficie perfettamente libera e dolorosamente bianca: un foglio anomalo per un messaggio anomalo. Porta la mano gocciolante sul piano, tracciando con meticolosità ogni singola lettera. Una A ed una N sono le sole visibili, tutto il resto è coperto dal suo corpo. Ammira per qualche secondo la sua opera per poi abbandonarvi accanto la fonte dell’aberrante inchiostro. Occorre un attimo per comprendere di cosa si tratti, un istante in cui non si può far altro che rifiutare la consapevolezza che piano piano si fa strada nella mente, allontanando i conati di vomito che stringono lo stomaco senza che ci si possa opporre.
Il cuore del ragazzo giace immobile sulla sinistra dello schermo, mentre l’assassino concede alla telecamera il più ferale dei sorrisi rivelando i canini insanguinati: aveva provveduto anche a nutrirsi.

Jean-Claude ha già puntato il telecomando in direzione del registratore con l’intenzione di spegnerlo, probabilmente crede di aver visto abbastanza da poter intuire cosa voglio da lui. L’uomo del video è però più svelto: scivolando oltre il bancone lascia finalmente la sua scritta in balia dell’occhio della telecamera.
«Anita… Anita Black?» Jean-Claude distoglie gli occhi dallo schermo per riportarli su di me: «credo tu abbia un problema, ma petite
«Grazie per avermelo fatto notare, mi era sfuggito,» ribatto sarcastica, «perché credi che ti abbia chiamato? Conosci quell’essere? E’ un vampiro.»
Annuisce senza tradire alcuna emozione, vestendosi di quella maschera impassibile che riserva alle situazioni difficili: «sì, è un vampiro, ma non uno dei miei,» risponde con semplicità, facendo scattare il nastro all’indietro per fermarlo sul primo piano dell’uomo.
«Nessuna idea, nessun indizio, nessuna offerta d’aiuto?» Inizio ad innervosirmi: odio chi mi guarda con passività, vera o presunta che sia: «hai letto cosa c’è scritto su quel bancone? E’ il mio nome, Jean-Claude, quel vampiro voleva dirmi qualcosa ed io non ho ancora capito cosa diavolo vuole da me. Quel ragazzo è morto per causa mia ed io sono qui a guardare quello stupido video senza che mi venga in mente una buona idea per individuare e fermare qual pazzo criminale!»
«Calmati, ma petite, calmati.» Si era alzato avvicinandosi così tanto da potermi sfiorare le spalle con le mani pallide e delicate: «cercherò di scoprire il suo nome». Detto questo si allontana in direzione della porta facendomi improvvisamente sentire la mancanza di quel tocco rassicurante. Rassicurante? Da quando definisco i vampiri rassicuranti? Devo essere impazzita. Scuoto il capo e lo sguardo cade sulla tazza di cioccolata ancora colma: «non l’hai bevuta.»
«Lo sai che non posso.»
«E allora perché l’hai chiesta?»
«Per sembrare più umano, ma petite
Non posso fare a meno di abbozzare un sorriso, restando stranamente senza parole «Grazie, Jean-Claude.»
«Buon riposo ma petite, ti aspetto domani al Guilty Pleasures.»
Non faccio in tempo a rispondere che si chiude la porta alle spalle lasciandomi a bocca aperta «Al Guilty? Razza di viscido uomo zannuto!» Mi lascio scappare un ringhio sommesso sollevando la tazza per portarla al lavandino. «Perché non bevi la cioccolata… che razza di domanda idiota.»

This entry was posted on Domenica, Gennaio 28th, 2007 at 00:06 and is filed under Anita Blake. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

2 Responses to “La notte del vampiro - Capitolo 1”

  1. L’antipatica » Blog Archive » Indice fanfiction Anitaverse Says:

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    […] leggi il capitolo 1 - Sangue e cioccolata […]

  2. Eliana Says:

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    Mi stupisco sempre di più per la tua bravura, complimenti!

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