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“On fantasy”, by George R.R. Martin


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Il migliore fantasy è scritto nella lingua dei sogni. E’ vivo proprio come sono vivi i sogni, più reale della realtà…almeno per un momento…quel magico momento prima di svegliarsi.

Il fantasy è colorato d’argento e di scarlatto, indaco e azzurro, ossidiana venata da delicati lapislazzuli. La realtà è legno e plastica, fatta da marrone fango e triste verde oliva. La fantasia sa di peperoncino e miele, cannella e chiodi di garofano, rare carni rosse, e vini dolci come l’estate. La realtà è fagioli e tofu, con cenere sul fondo. La realtà è un centro commerciale di Burbank, il fumo di ciminiera di Cleveland, un parcheggio a Newark. La fantasia è le torri di Minas Tirith, le antiche pietre di Gormenghast, le sale di Camelot. La fantasia vola sulle ali di Icaro, la realtà sulle Southwest Airlines. Perchè i nostri sogni diventano tanto più piccoli quando finalmente si realizzano?

Noi leggiamo il fantasy per ritrovare di nuovo i colori, credo. Per assaggiare forti spezie e sentire le canzoni cantate dalle sirene. C’è qualcosa di antico e vero nel fantasy che parla direttamente a qualcosa insito in noi, al bambino che che sognava che un giorno avrebbe cacciato di notte nelle foreste, e avrebbe festeggiato al di sotto di cave colline, e trovare una amore che sarebbe durato per sempre in qualche lugo tra il sud di Oz e il nord di Shangri-La.

Possono tenersi il loro paradiso. Quando morirò, preferirei di molto andare nella Terra di Mezzo.

This entry was posted on Giovedì, Giugno 12th, 2008 at 08:58 and is filed under Riflessioni. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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