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L’antipatica » Blog Archive » La notte del vampiro - Capitolo 2

 

La notte del vampiro - Capitolo 2


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Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

2. Imprevisti al Guilty Pleasures

 

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.
Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.
Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.
Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.
«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso».
Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare.
Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: prego, signori, lasciate i vostri cappotti, ombrelli, anelli, collane e… i vestiti? No, quelli potete tenerli. Per adesso.
Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»
«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»
Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»
«Altrimenti? »
«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»
Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento.
«Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria.
«Cristo, non stavi scherzando?»
Muovo la testa in segno di diniego.
«Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso». Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare. Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: . Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»«Altrimenti? »«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento. «Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria. «Cristo, non stavi scherzando?»Muovo la testa in segno di diniego. «Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

Avete mai provato a camminare sull’asfalto ghiacciato con sette centimetri di tacco? Credetemi, non è affatto semplice. Soprattutto se ci si trova di sabato sera nel quartiere dei vampiri, dove tutti i giovani irresponsabili di St. Louis finiscono per cercare un po’ di emozione, rinchiudendosi in uno dei tanti locali che da un paio d’anni a questa parte sono spuntati come funghi in questa zona della città. Pensare che nonna Blake si lamentava delle discoteche umane.Ho abbandonato l’auto terribilmente lontano, nel parcheggio attorno all’arco di Gateway, e sono certa che quando arriverò al Guilty Pleasures, mezza congelata e di pessimo umore, qualcuno mi chiederà perché non ho usato il nuovo, vicinissimo, comodissimo, parcheggio sotterraneo. Voi andreste volontariamente sottoterra sapendo che c’è un vampiro omicida che vi sta cercando? Bravi, vi siete risposti da soli.Giro l’angolo e punto verso l’ingresso del locale, affondando il mento nella spessa sciarpa di lana blu. Buzz, fermo a braccia incrociate accanto alla porta, mi saluta con un cenno del capo. Monica non deve avergli raccontato del nostro piccolo diverbio o sono certa non sarebbe così cortese. Nell’unica occasione in cui li ho visti insieme mi sono sembrati più amici di quanto sarebbe auspicabile per un vampiro ed un’umana.Con movimenti misurati raggiungo i tre gradini che mi separano da una temperatura sopra lo zero, da un Master troppo ansioso di avermi lì e da qualche informazione su un vampiro assassino. Chiunque con un po’ di buon senso se la darebbe a gambe levate.«Jean Claude ti aspetta,» mi informa il buttafuori senza mezzi termini, «e si raccomanda di leggere i cartelli all’ingresso». Traduzione: togliti il crocifisso o qualsiasi altro oggetto sacro prima di entrare. Quest’obbligo odioso campeggia, in lettere nere ed oro, su un cartello collocato a destra della porta principale, per poi essere replicato accanto all’apposito guardaroba. Solo Jean-Claude poteva avere un’idea del genere: . Gli rivolgo un sorriso obliquo: «Farò la brava Buzz, te lo prometto.»«Quindi non ti dispiace se entro per controllare.»Mi fermo a guardarlo, la sua è mano posata sulla maniglia della porta ed un ghigno poco rassicurante gli compare sul volto. Se non sapessi che è morto da poco potrei considerare una minaccia quei due scintillii bianchi che gli escono dalla bocca, ma i giovani vampiri non sono sempre abili a nascondere i canini così come io non sono brava a celare la mia impazienza: «levati di mezzo.»«Altrimenti? »«Altrimenti aiuterai lo stato a combattere la disoccupazione: il tuo posto sta per diventare vacante.»Scoppia a ridere come se non avessi appena detto di volergli piantare nel cuore una pallottola d’argento. «Ce ne vorrebbero almeno altri tre, per rimpiazzarmi,» ribatte con naturalezza, come se si sentisse invincibile, ma il sorriso che ancora gli disegna le labbra va a morire quando incontra la mia espressione sempre più seria. «Cristo, non stavi scherzando?»Muovo la testa in segno di diniego. «Ed ora posso entrare o hai bisogno di una dimostrazione pratica?»

***

L’anticamera è avvolta nella penombra risultando poco più illuminata di quanto non sia il locale vero e proprio. Le pareti sono dipinte di nero, per aumentare l’aria lugubre insieme al sottile senso di inquietudine ed eccitazione di cui il Guilty Pleasures ha fatto il proprio punto di forza.
Un’umana dai lunghi capelli biondi prende in consegna il mio crocifisso, lasciandomi in cambio un bigliettino con su stampato il numero 32. Non mi sembra uno scambio equo, ma dubito di riuscire a convincerla del mio punto di vista. Le consegno anche sciarpa e cappotto: tutto ciò che mi può servire in caso di pericolo è ben nascosto sulla mia persona.
Tra me e il centro della festa resta solo un tripudio di tende in cangiante taftà bordeaux, della stessa tonalità con la quale sono rivestite anche tutte le pareti interne del locale. Sembra di essere in una grossa confezione di fiori. O in una bara.
Traggo un lungo respiro per infondermi coraggio e supero il ricco tessuto con lo stesso spirito di Dante tra le due sponde dell’Acheronte, con l’unica differenza che il suo Caronte, sarei pronta a scommettere, era meno pericoloso del mio.
Davanti ai miei occhi un numero indefinito di tavolini di lucido metallo occupa lo spazio antistante al palco, lasciando posto, sulla sinistra, all’ampio bancone del bar. Nei bicchieri della maggior parte degli astanti vedo un liquido rosso all’apparenza così simile al sangue da farmi rivoltare lo stomaco. Bloody Mary, ci giurerei, così come giurerei che la maggior parte dei presenti si sta crogiolando all’idea di quel rosso acceso che scivola nella propria gola.
Il chiacchiericcio è continuo e persino fastidioso: il palco è vuoto non fosse per le volute di fumo che da lì si spandono in tutta la sala, creando una densa nebbiolina che offusca la vista contribuendo ad esaltare il tanto ricercato torpore dei sensi.
«Ma petite,» una voce calda e sensuale supera la cortina di suoni raggiungendomi con la consistenza di una carezza. Mi volto quasi sobbalzando. Non l’ho sentito arrivare e non credo che la colpa sia da attribuire solo all’incessante brusio.
Sono più agitata di quanto vorrei e rimpiango di non essermi vestita diversamente: la gonnellina blu è improvvisamente diventata troppo leggera e troppo corta, ed anche il top che indosso non sembra più così perfetto, come l’aveva definito Ronnie quando mi aveva convinta prima a comprarlo e poi ad indossarlo. Ronnie è la mia migliore amica, e da qualche tempo a questa parte deve avermi eletta sua Barbie vivente considerato tutto il tempo che passa a scegliere per me abiti deliziosi e assolutamente inopportuni. Ok, avrei potuto rifiutare di indossarli, ma il gusto di Ronnie è impeccabile, sono le situazioni in cui riesco sempre a cacciarmi ad essere inadatte. Se non altro il morbido golfino di lana riesce a nascondere i pugnali legati su entrambi gli avambracci e la pistola ben posizionata nella fondina.
Jean-Claude accenna un lieve inchino mentre i suoi occhi maliziosi mi percorrono da capo a piedi: «E’ un vero piacere vederti, questa sera. E’ una delle rare occasioni in cui la realtà supera la fantasia.»
«Il nostro è un incontro di lavoro,» puntualizzo, «e non vedo l’ora di poter raggiungere qualsiasi altro posto non abbia liquido rosso dentro i bicchieri o sulle labbra di chicchessia.»
Forse sono stata troppo dura, ma è meglio mettere subito tutto in chiaro.
«Quanta fretta, ma petite,» sorride, ambiguo, come potrebbe fare un gatto che studia la preda, «la risposta che cerchi sta per arrivare, proprio in questo momento c’è chi sta indagando per noi.»
«Com’è possibile che tu non sappia il nome di quel vampiro? Sei il Master della città o è solo una gigantesca presa in giro?» Lo attacco senza averne motivo. E’ l’unica persona che può veramente essermi di qualche aiuto ed io non so fare altro che stuzzicare il suo autocontrollo. Fantastico, non me lo sono ancora davvero tolto dalla testa.
Allarga leggermente le braccia lasciando che i pizzi della camicia danzino attorno alle sue mani pallide e perfette. «Avvicinati,» mi invita con fare suadente.
«Perché tu possa ipnotizzarmi più facilmente? No, grazie.»
«Sei già stata tra le mie braccia e non ti è accaduto nulla, sarà così anche questa volta. Persino i sussurri possono giungere ad un orecchio attento, e nonostante non chieda di meglio che un incontro privato ora non ne ho il tempo: lo spettacolo sta per continuare.
«Scegli, ma petite: vuoi domare la tua impazienza o accettare la dolce tortura delle mie braccia?»
Mi tirerei indietro solo per cancellare la soddisfazione che gli si dipinge sul volto mentre muovo un passo in sua direzione, ma più velocemente di quanto mi aspettasi le sue braccia mi cingono ed il suo potere inizia a formicolarmi sulla pelle. Lo respingo, d’istinto, ma il posare le mani sul suo petto non fa altro che aggiungere disagio alla strana sensazione che già mi avvolge. Trattengo il respiro quando la sua stretta si fa più salda, impedendomi di allontanarmi, quasi mi manca l’aria. Non posso raggiungere la browning, rigorosamente caricata con pallottole d’argento, ma forse posso riuscire ad estrarre uno dei pugnali.
«Non farlo. Attireresti l’attenzione, mentre qui si recita solo il caldo saluto di una serva umana al suo master.»
«Bastardo,» sibilo, «mi stai usando per rafforzare il tuo potere»
«Anche,» mi interrompe con tono divertito, «ma non solo. Talvolta bisogna piegare il capo alla prudenza, soprattutto quando la situazione europea è tanto difficile da affollare il nuovo continente di vampiri sconosciuti.» La voce di Jean-Claude è poco più di un soffio, un brivido freddo che mi attraversa la schiena facendomi quasi tremare. Non ho mai conosciuto nessun’altro capace di usare la voce in questo modo.
Scuoto il capo, tentando di concentrarmi su quello che sta dicendo invece che su come lo sta dicendo.
«Stai cercando di farmi capire che qualcuno potrebbe sfidare la tua autorità?»
«No, sto dicendo che l’Europa non è così tollerante come l’America. Molti hanno chiesto asilo nel nuovo mondo nel timore di una repentina messa al bando, ma fin’ora non vi sono stati accenni di ribellione: non sarebbe il momento opportuno. Con ogni probabilità la maggior parte di loro sta solamente tentando di allentare vincoli troppo stretti intessuti nel vecchio continente.» Mentre parla le sue labbra mi sfiorano la guancia scendendo poi lungo il collo e lentamente mi spinge all’indietro, come se volesse farmi perdere l’equilibrio, costringendomi ad aggrapparmi a lui per non cadere.
«Prova a sfiorarmi con le zanne e sei un vampiro morto»
Ride, morbido come il velluto: «non ti arrendi mai, ma petite
«Mai,» confermo, vestendomi di una fermezza che subito si perde in un tremito quando il respiro, caldo e regolare, torna a solleticarmi l’orecchio in un sussurro. «Avremo modo di appurarlo, ma ora concedimi di accompagnarti al tuo tavolo: il pubblico mi reclama, e reclama lo spettacolo per cui è giunto fin qui.»
Annuisco silenziosamente, lasciando che mi conduca fino all’appartato tavolino che è stato preparato per me. E’ l’unico ad avere un cartoncino piegato a metà con la scritta riservato: il Guilty Pleasures è troppo raffinato per accettare prenotazioni, se non in casi eccezionali come tentativi di ricatti, di seduzione, omicidi o altri allegri passatempi del genere. Non ditemi che sono prevenuta: l’ultima volta che ho sentito parlare di tavoli riservati ho rischiato la vita giocando a nascondino con l’allora master della città. Credo che questo sia sufficiente a giustificare il mio costante stato di allerta.
Jean-Claude si allontana ancheggiando morbidamente, uno spettacolo a mio uso e consumo?, ma non prima di essersi esibito in una reverenza che sembra uscire direttamente da un quadro dell’ottocento: se solo i fratelli Lumiere fossero vissuti qualche secolo prima sarebbe potuto diventare una star del cinema invece che un vampiro, ed io non mi troverei in questa situazione. Scherzi del destino.

***

Lo spettacolo ha raggiunto il suo massimo potere ipnotico ed il pubblico è talmente coinvolto da non avere occhi che per il ballerino che si muove suadente sul palco.
Mantenere un salutare distacco, necessario ad evitare che la mente venga travolta nel gorgo empatico della passione, è tutt’altro che facile, ma non voglio rischiare di perdere il contatto con la realtà neppure per un istante ed è per questo che tengo entrambe le mani posate in grembo e ben strette a pugno: sono pronta a conficcarmi le unghie nella carne fino a sanguinare pur di non ritrovarmi in balia di un vampiro. Il dolore in questi casi è sempre un’ottima soluzione, quando il corpo si ribella ad una sensazione spiacevole è più difficile che l’ipnosi riesca a prendere il sopravvento.
Fortuna vuole che questa sera il mio lato masochista possa restare latente: un vampiro mai visto prima mi sfiora la spalla invitandomi a seguirlo. Indossa l’uniforme del servizio di sorveglianza: pantaloni di pelle, una maglietta nera sulla quale spicca in rosso la scritta security ed un cartellino col nome, Michael, appuntato sul petto. Se è uno dei nuovi assunti spero sia più perspicace del vecchio Buzz.
Ci allontaniamo dal centro della pista e non appena il rumore si attenua mi comunica con tono fin troppo professionale che Jean-Claude mi manda a chiamare. Bene, forse l’informatore che stava aspettando è finalmente arrivato.
Michael si dimostra un tipo di poche parole: quando giungiamo alla destra del bar si limita a scostare le tende nel punto giusto, rivelando una porta di legno tarlato. Bussa due volte e il battente si apre quasi immediatamente introducendoci in un ufficio dagli arredi estremamente caratteristici: le tende che rivestono le pareti sono di quel nero denso e luminoso che solo il raso e la seta riescono a conservare, lasciando che ogni altro oggetto vi si rifletta e vi si confonda come in un gioco di specchi. Il colore della notte e dell’oscurità è l’unico ammesso qui dentro, con la sola eccezione dei candelabri, eleganti svolazzi d’argento posti sulla scrivania dalla lucida laccatura e sopra il caminetto che sporge dirimpetto alla porta. Mi chiedo se questa stanza abbia il solo scopo di mettere in soggezione gli ospiti o se venga davvero utilizzata per lavoro: non c’è neppure l’ombra di un’impronta o di un foglio dattiloscritto a rovinarne la perfezione.
Un tappeto di lavorazione orientale copre il parquet, accogliendo sulla sua superficie un basso tavolino e due poltrone ora occupate da una donna troppo svestita e da un uomo di colore. Sono due vampiri, questo è indubbio, di un centinaio d’anni o poco più. Sembrano appena usciti da una scena sadomaso ma non ho il tempo per fare commenti. Jean-Claude si schiarisce la gola da dietro allo scrittoio richiamando la mia attenzione: «ma petite, permettimi di presentarti Irina e Fernand. Si stanno occupando di rintracciare tutti i vampiri recentemente sbarcati a St. Louis, ma ieri notte non tutto è andato come speravamo.»
«Hanno incontrato il nostro uomo?»
«Puoi chiederlo direttamente a loro.»
Mi rivolge uno dei suoi sorrisi migliori, indicando i suoi ospiti con un gesto che ricorda più la morbidezza dei felini che i movimenti delle membra umane: «hanno l’ordine di rispondere ad ogni tuo interrogativo.»
Annuisco, cercando di assumere lo sguardo truce che tante volte ho scorto negli occhi di Dolph durante uno dei suoi interminabili interrogatori. Certo, l’abbigliamento che indosso non gioca a mio favore, ma paragonato a quello dei presenti mi sento quasi un’educanda.
«Fissiamo due o tre regole: niente giri di parole e nessun discorso interminabile. Uno dei vostri mi sta cercando…»
«Non è uno dei nostri, ma petite, se lo fosse a quest’ora sarebbe già morto. Hai la mia parola.»
Quanto conta la parola di un vampiro? Non ho una risposta a questa domanda così mi limito a liquidare la questione con un gesto infastidito.
«D’accordo, non è uno dei vostri, ma mi sta cercando ed invece di venire a bussare alla mia porta, come farebbe qualsiasi persona educata, preferisce strappare il cuore dal petto di un giovane innocente. Se è la stessa persona che avete incontrato ieri voglio ogni minima informazione in vostro possesso, e soprattutto voglio sapere dove posso trovarlo».
Le occhiate impaurite che i due si stanno lanciando l’un l’altro mi danno un profondo senso d’orgoglio: wow, sono stata convincente, e dire che mi sono anche trattenuta dall’usare termini scortesi come “mostri”, “succhiasangue” ed altri epiteti coloriti.
«Allora?» Li incalzo, e questa volta è Fernand a rispondermi.
«Pensiamo possa essere lo stesso vampiro»
«Vai avanti»
«Avevamo finito il nostro turno e ci eravamo concessi qualche minuto di pausa prima di tornare al locale…»
Sono così concentrata sul racconto che quasi non sento il cicaleccio del cercapersone. E mer.da, possibile che ci sia bisogno di me sempre quando sono impegnata? Lancio uno sguardo al display riconoscendo il numero di Dolph.
«Posso usare il telefono?»
«Accomodati, ma petite,» mi invita Jean-Claude, spostando all’indietro la sedia per liberare lo spazio antistante all’apparecchio telefonico. Si tratta di uno di quei vecchi modelli, con la cornetta appesa ad una doppia forcina ed i numeri collocati su una struttura di plastica circolare, è un’immagine che ancora permane nei ricordi a causa del suono tutto particolare, antico, che si assapora utilizzandolo.
Inarco un sopracciglio senza dir nulla e mi limito a comporre frettolosamente il numero.
«Dolph, sono Anita, cos’è successo?»
Se non fossi in una stanza piena di vampiri chiuderei gli occhi, ma vista la situazione reputo più prudente limitarmi ad un profondo respiro: «ok, tra un quarto d’ora sarò lì.»
Un altro omicidio, dannazione, e sempre della stessa mano. Mi dirigo verso la porta facendo segno a Michael di togliersi dalla mia strada: «trovate qualcosa da mettervi addosso, un mantello o qualsiasi altro indumento senza cinghie e reti, il nostro amico ha colpito ancora. Mi racconterete il seguito in auto.»
Mi volto un’ultima volta lanciando loro un’occhiata significativa: «dobbiamo andare all’American Ice Rink. Adesso.»
«No, ma petite.» La voce di Jean-Claude mi raggiunge piatta e priva di intonazione: «Non manderò i miei vampiri sul luogo di un omicidio del quale la polizia sospetta di noi. Non da soli.»
«Fa come ti pare,» è quasi un ringhio, «ma bada a non starmi tra i piedi».
Mi sbatto la porta alle spalle, enfatizzando la rabbia che improvvisamente provo: un altro omicidio, un’altra vita spezzata, ancora una tomba sulla quale una famiglia si raccoglierà in lacrime.

This entry was posted on Domenica, Gennaio 28th, 2007 at 00:08 and is filed under Anita Blake. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

One Response to “La notte del vampiro - Capitolo 2”

  1. L’antipatica » Blog Archive » Indice racconti e fantiction Says:

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