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Caro signor Farinetti


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Riferimento a La stampa - Cronaca di Torino del 17 marzo 2009

Sono davvero colpita dall’apologia che si è premurato di scrivere in favore del Professor Soria. Il premio Grinzane l’ha aiutata ad emergere, ed ora presumo lei si senta in dovere di difendere colui che l’ha portato avanti (il come, per ora, lasciamolo da parte) in questi anni. Ha sicuramente motivo di dirsi dispiaciuto; solo che, forse, lo è per i motivi sbagliati.

Forte è infatti l’impressione che lei commetta lo stesso errore dell’ex-patrono del premio, confondendo l’istituzione culturale con la persona fisica. Il primo l’ha aiutata a realizzarsi in quanto scrittore, il secondo ha sperperato in maniera vergognosa denaro che non gli apparteneva. Ne consegue linearmente che se l’uno merita ogni sforzo per essere salvato l’altro deve invece essere messo nelle condizioni di pagare per il male commesso. Si chiama legge. Legalità. Quel concetto tanto bistrattato e tanto auspicato ogni qualvolta commentiamo azioni criminose.

Sono altresì felice della soddisfazione da lei provata quando ha trovato, ad attenderla all’aereoporto, una limousine tutta per lei. Spero tuttavia vorrà permettermi di ridurre la mia partecipazione emotiva al pensiero che quell’autovettura elegante gliel’ho pagata io. E il mio dirimpettaio. E il vicino del piano di sotto. E mia zia che abita in via Piazzi. E sua cugina che vive in Barriera di Milano (o in via Po, o in Largo Dora o in qualsiasi altro punto della città corrisponda al vero). Un obolo è stato versato anche dal passante calvo che sta attraversando la strada qui davanti. Le sembra giusto? Ma non è questo il punto: una limousine, in fondo, non è che piccola cosa.

Andiamo un passo oltre: spostarsi in limo è sicuramente un segno distintivo, ma il vero lusso, ciò che testimonia il grado di superiorità rispetto al popolino, è il poterne usufruire in piena solitudine. Arrivano cinque ospiti? Mandiamo cinque autovetture di lusso così che tutti possano sentire di valere qualcosa in più rispetto agli altri. Ecco perché Soria ha avuto così tanto successo: perché trovava il modo - seppur dispendioso - di lusingare la vanità altrui. Fosse solo questo, il problema, potremmo sorridere.

A malincuore temo di aver divagato, mi perdoni e torniamo subito al punto. Professionalità ed illecito non sono concetti necessariamente conviventi: la professionalità che il premio ha dimostrato, e sono certa che l’abbia fatto, sarebbe risultata tale anche senza le azioni illegali oggi all’attenzione di tutti. Per cercare professionalità non occorre guardare alla fedina penale, altrimenti il mostro di una città a caso (ce ne sono tante, scelga lei) dovrebbe immediatamente assurgere alla più alta carica dello stato e il ricettatore dell’angolo dovrebbe - è un obbligo morale - gestire La Stampa. E magari anche Repubbica che si sà, in gioventù rubava alla mamma e quindi la sua professionalità è ulteriormente comprovata. Si renderà conto anche lei che è un discorso più simile ad un castello di carte che ad una dissertazione degna di un intellettuale par suo.

Il biasimo nei confronti dell’operato di Soria non può inoltre prescindere dalle azioni di mobbing di cui vi sono svariate testimonianze. Lo sapeva, signor Farinetti, che tra i suoi dipendenti il professore rivolgeva la parola unicamente ai membri delle sue segreterie e non comunicava con nessun’altro se non per interposta persona? Impiegati dell’ufficio scuole, sala stampa, amministrazione; nessuno poteva osare parlargli direttamente. Uno degli sgarbi che più lo faceveno infuriare era l’indulgere qualche secondo di troppo nell’ordinazione del suo cappuccino di inizio attività. Scenate, grida, insulti. Nel metterlo in comunicazione con un esimio signore del quale, mi perdonerà, mi sfugge il nome, è capitato che la segretaria gli passasse la linea prima che la signorina corrispondente dall’altra parte del filo avesse fatto lo stesso. Fuoco e fiamme non appena la voce femminile raggiunse le orecchie - d’oro? - del patrono. Con tanto di telefono riagganciato con rabbia. 1789, rivoluzione francese. Non è da allora che l’aristocrazia ha dismesso gli abiti da ragazzina viziata? Evidentemente no. Fa sorridere, a tal proposito, come il vanto dei natali illustri (famiglia di banchieri nel ‘300) si sia ora rivelata poco più di una mano d’intonaco. La Stampa di oggi lo designa come figlio della panettiera e del fabbro del paese. Lavori onestissimi, per carità, e non ce ci sia niente di male. Non posso però che indulgere concedendomi un sorriso al pensiero della grande importanza da lui attribuita alle origini familiari dei dipendenti. Se poi aggiungiamo che nel ‘300 i banchieri avevano posizione ben diversa da quella odierna…

(continua)

This entry was posted on Martedì, Marzo 17th, 2009 at 17:24 and is filed under Diario. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. Both comments and pings are currently closed.

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