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L’antipatica » Blog Archive » La notte del vampiro - capitolo 4

 

La notte del vampiro - capitolo 4


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Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Diclaimer: la saga di Anita Blake appartiene a Laurell K. Hamilton, ho solo preso in prestito i suoi personaggi per far loro recitare una nuova avventura. 

 

4. L’interrogatorio

 

Esco dalla pista di pattinaggio con un colorito verdastro e tremante di freddo. Ecco trovato un altro difetto del mio abbigliamento: non è adatto a controllare cadaveri abbandonati in palazzetti dello sport e posti simili.
Dolph mi si avvicina per sapere se ho scoperto qualcosa di nuovo, ma non posso far altro che scuotere il capo. «Confermo quello che già sospettavi: ci sono tracce di morsi sul collo ed i polsi le sono stati tagliati. Ha mandato lo sterno completamente in frantumi e deve aver proseguito a mani nude: la posizione scomposta delle ossa lo conferma.»
«La stessa tecnica del primo omicidio, con in più il taglio dei polsi. Perché credi l’abbia fatto?»
«Per poter tracciare il cerchio,» indico con il braccio in direzione dell’evidente striscia rossastra badando a non girare la testa, «non avrebbe potuto creare un disegno così regolare in nessun’altro modo.»
«Dunque l’ha prima uccisa, quindi le ha tagliato i polsi per far gocciolare il sangue sul ghiaccio, ed infine si è nutrito di lei per poi prenderle il cuore. Cristo Santo Anita, come diavolo fai a farti vedere in giro con gente del genere?»
«Non sono miei amici,» ribatto, piccata, «sto solo cercando informazioni su questo maledetto assassino, e se i vampiri sono gli unici a sapere qualcosa allora mi devo adeguare. Ho crocifisso, munizioni e pugnali d’argento sempre a portata di mano, non preoccuparti più del necessario, so badare a me stessa.»
Decisa e sicura, brava Anita: è così che si fa!
Quando mi sento chiamare da dietro le spalle mi volto d’istinto, trovandomi nuovamente a guardare il corpo straziato. Mi piego su me stessa tentando di trattenere il conato di vomito che mi assale, imprecando quando sento la mano di Dolph posarsi sulla mia spalla. «Per l’amor del cielo, falla coprire.»
«Sta arrivando il sacco. Ti faccio portare un antiemetico ed un po’ d’acqua? Forse è meglio che tu vada a riposare, continueremo da soli con l’interrogatorio del ragazzo.»
«…il ragazzo?»
«Testimone oculare, ma non credo sappia molto di vampiri e mostri simili.»
Lo guardo con un occhio ancora socchiuso, come se il solo allentare la tensione dei lineamenti potesse far tornare quella spiacevole sensazione. Se non altro questa volta non vomiterò sul cadavere. L’averlo fatto è uno degli episodi più imbarazzanti di tutta la mia carriera.
«Sputa il rospo: dimmi chi è il ragazzo e chi era la vittima, non mi rispedirai a casa prima di avermi detto tutto quello che devo sapere.»
«Ti stai facendo coinvolgere troppo, non sei un agente, questo non è il tuo caso.»
Gli indico la pista: «davvero? Non si direbbe.»
Indurisce la mandibola e resta in silenzio per qualche istante prima di rispondere, ancora reticente: «la vittima si chiama Lilian McPerson, 16 anni, abitava a qualche chilometro di distanza da qui e si stava allenando per i mondiali di pattinaggio artistico che si terranno il mese prossimo. Frequentava il secondo anno di college a St. Louis. Fidanzata con il capitano della squadra di rugby e ragazza pon-pon. Se non fosse in quello stato penserei alla vendetta di un’adolescente gelosa, ma a quanto pare non aveva rapporti difficili con nessuno, era l’incarnazione della brava ragazza. Ecco l’acqua,» si interrompe, porgendomi il bicchiere di plastica bianca che l’agente Finning gli aveva portato. «Bevi.»
Ho voglia di sedermi sulla panca che costeggia la pista e di nascondere il volto tra le mani gridando a quel pazzo assassino che non vedo l’ora di piantargli un intero caricatore dritto nel cuore, ma rischierebbe di essere considerata una crisi di nervi e servirebbe solo a farmi allontanare dal caso. Avere a che fare con i cadaveri è stressante, ma, ehi, sono la sterminatrice, io non ho tentennamenti davanti alla scena di un crimine. Certo, e domani pioveranno confetti rosa.
In un modo o nell’altro riesco a mantenermi in piedi, prendendo un sorso d’acqua e facendo cenno a Dolph di andare avanti.
Sospira, girando alcune pagine del suo taccuino come se cercasse dati più precisi di quelli che ricorda: «aveva prenotato la pista con scarso anticipo: non era una sessione di prove programmata, così il suo allenatore non era presente. I genitori sono partiti ieri per un viaggio d’affari ed ha approfittato della loro assenza per uscire di casa ed allenarsi anche a tarda sera. Con lei c’era solo il ragazzo che le faceva da partner in gara: Jonathan Crawley. Durante l’esercizio di coppia un intruso si è portato fino a bordo pista e li ha poi raggiunti camminando sul ghiaccio. La ragazza gli si è avvicinata intimandogli di andarsene, probabilmente credeva in una manovra di spionaggio delle altre concorrenti, ma non è riuscita a finire la frase che quel tizio l’ha presa per la gola. Il nostro giovane eroe si è fatto avanti per liberarla, ma quando ha visto i canini sporgenti se l’è data a gambe levate, lasciando che la ragazza se la cavasse da sola scalciando ed urlando. Dice di averci chiamato immediatamente, ma quando siamo arrivati abbiamo trovato quello che hai visto anche tu»
«Tutto questo lo sappiamo dal ragazzo?»
Dolph annuisce. Credo che abbia esaurito la sua riserva di parole dell’intera settimana, non è mai stato un tipo loquace.
«Dov’è adesso? Mi piacerebbe fare una chiacchierata con lui»
«E’ nello spogliatoio femminile insieme all’agente Sawing ed alla madre. Stavamo accertando che non nascondesse niente, ma gli abbiamo concesso una pausa quando sei arrivata.»
Mi guardo attorno cercando la porta d’accesso alle stanze degli atleti: «pausa finita, andiamo a rincuorarlo e a farci dire tutto quello che sa.»
«Ma petite»
C.azzo, mi ero dimenticata dell’allegra combriccola che avevo portato con me.
«Ma petite,» ripete ancora, come se mezz’ora fa non gli avessi rigorosamente vietato di chiamarmi così davanti alla polizia. La risposta gli arriva in malo modo, manifestando tutto il fastidio che provo: «cosa vuoi?»
«Essere utile. Posso percepire le menzogne, e il tuo amico poliziotto sospetta che il ragazzo ne stia dicendo.»
Dolph si limita a guardarlo con aria truce, immagino non gli faccia piacere sapere che qualcuno può leggere così bene le vibrazioni della sua voce.
«E’ vero?» Gli chiedo.
«E’ sconvolto, ed è un ragazzino,» sentenzia spazientito, «probabilmente non riesce a ricordare bene tutti i particolari. Alcuni elementi utili alla ricostruzione dei fatti non sono affatto chiari, li ha modificati più volte tra una risposta e l’altra. Non credo gli importi molto se il vampiro è entrato da destra o da sinistra: in questo momento la sua migliore amica è in un lago di sangue, otterremo da lui più chiarezza dandogli il tempo per pensare.»
«Bene. Jean Claude, metti la museruola ai tuoi degni compari e vieni con noi.»
Mi avvio, ma anche questa volta non riesco a muovere più di un passo che vengo fermata. La mano dell’agente Storr si chiude sul mio braccio nonostante sappia della mia scarsa pazienza verso il contatto fisico, soprattutto se si tratta di un contatto minaccioso.
«Anita,» mi guarda negli occhi come se volesse passare il suo pensiero direttamente nel mio cervello, «vuoi davvero portargli davanti un vampiro? Dopo quello che ha passato per causa di questi… esseri?»
Poso una mano sulla sua, invitandolo gentilmente ad allentare la presa: «dobbiamo sapere. E Jean Claude può farsi passare da umano.
«Ci serve, Dolph. A sedici anni si possono nascondere informazioni importanti pensando di fare un gran bene, ma io e te sappiamo che non è così. Se non ci dice tutto potrebbe incorrere in guai legali molto seri.»
D’accordo, le beghe giudiziarie del ragazzino in questo momento sono l’ultimo dei miei pensieri, ma una ragazza deve pur ricorrere a qualche trucco per avere la meglio su uomini grandi e grossi, non siete d’accordo?

Lo spogliatoio è piuttosto ampio: una doppia fila di armadietti in metallo giallo ricopre le pareti e ne occupa la parte centrale dividendolo in due corridoi paralleli. Panche di legno completano l’arredamento e sulla parete di fondo si apre un vano senza porta che da accesso al locale delle docce. Pratico e informale, come tutte le palestre.
Jonathan è avvolto in una coperta di lana. Regge tra le mani una tazza con il manico a forma di mazza da hockey e non da segno di voler allontanare lo sguardo dal liquido fumante. La madre gli accarezza i capelli mentre si preme un fazzolettino sulle labbra. Se il figlio è ancora sotto shock lei è già passata alla fase pianto a catinelle, o almeno così parrebbe dagli occhi rossi e dal cestino pieno di fazzolettini usati. Proprio quello che ci vuole.
Sospiro, sarà una lunga notte.
Il poliziotto che li affianca tiene le gambe leggermente divaricate e le braccia conserte, sembra appena uscito da un film di Bruce Willis: è il ritratto personificato del poliziotto in allerta, ma è la donna a spostare per prima lo sguardo su di noi, scoppiando in lacrime e stringendo tra le braccia il figlio ancora del tutto assente.
«Signora Crawley,» esordisce Dolph, «le presento Mss Blake, la nostra esperta di soprannaturale.»
Le tendo la mano ma non vengo corrisposta: si limita ad annuire al di sotto delle ciglia bionde e si lascia andare ad una nuova crisi di pianto. Jean Claude è alle mie spalle e non posso fare a meno di lanciargli un’occhiata furtiva: che sia lui a spaventarla? No, impossibile: sembra talmente umano che nessuno potrebbe scoprire l’inganno.
«Farò del mio meglio per aiutarvi, Mrs Crawley,» la rassicuro mentre torno a guardarla, «non è facile superare un’aggressione, molto spesso le conseguenze si ripercuotono anche sui familiari delle vittime. Vi consiglierò un bravo terapeuta, potrebbe esservi utile.»
Annuisce ancora, ma non sono sicura che abbia davvero ascoltato quello che le ho detto. Si stringe il figlio al petto rischiando di far rovesciare il contenuto della tazza che il ragazzo non ha ancora assaggiato. Storr prende in mano la situazione con il suo solito senso pratico: «accetti il consiglio, signora, ed ora lasci che l’agente Sawing l’accompagni fuori per prendere un po’ d’aria: è molto pallida, le farà bene.»
Con una frase piena di tatto è riuscito a evitare quello che temevamo tutti: un interrogatorio, per quanto edulcorato e innocuo, sotto gli occhi di una madre. Credo non ci sia nulla di peggio. Ora è troppo sconvolta, ma sono certa che non appena avrà riassunto un po’ di padronanza di sé sarà pronta a puntare il dito contro di noi e a rinfacciarci ogni singola domanda che avremo posto al suo adorato bambino. Meglio che non sappia cosa le sue giovani orecchie stanno per ascoltare.
Non fa resistenza, e barcollando sui tacchi alti si lascia sorreggere per un braccio fino alla porta. Non appena il battente si richiude mi posiziono in ginocchio davanti al ragazzo. Ha iniziato a dondolare avanti e indietro come un automa, così gli prendo la tazza dalle mani e la poso a terra accanto a me.
«Jonathan, puoi sentirmi? Sono Anita. Vorrei che mi raccontassi cos’è accaduto poco fa. Voglio aiutarti a trovare… a vendicare…» Scuoto il capo, cercando di ristabilire il collegamento tra lingua e cervello: «a identificare la creatura che hai incontrato questa notte.» Concludo con un sorriso rassicurate. Vorrei posare una mano sulla sua per fargli sentire un contatto amichevole, ma dopo un’aggressione non tutti lo gradiscono e lui mi sembra un po’ troppo scosso per tentare.
Dolph si siede a qualche metro da noi come un qualsiasi osservatore: non ha intenzione di intervenire. Anche Jean-Claude sceglie di non avvicinarsi, ponendosi a debita distanza, in una posizione tale da essere visibile sia a Dolph che a me. Immagino possa percepire la nostra diffidenza e non voglia accentuarla. Un punto per lui.
«Non vuoi che la polizia lo catturi una volta per tutte? Coraggio, dimmi qualcosa.»
Jonathan chiude gli occhi, deglutendo visibilmente. Quando li riapre sembra essere tornato in sé quanto basta per poter parlare. Mi racconta tutto per filo e per segno, si perde in particolari che non sembrano essere di nessuna importanza ma non lo fermiamo, ride convulsamente quando ci dice che il pezzo che stavano ballando l’aveva scelto Lilian, che aveva insistito fino ad arrivare a litigare con l’allenatore per poterlo ballare. Voleva a tutti i costi le note di Thriller. Profetico, no? Già. Come dargli torto?
«Bene Jonathan, grazie. Ed ora dimmi: Lilian ti parlava mai dei vampiri? Hai detto di essere il suo migliore amico, ti ha mai detto di avere incontrato qualcuno di loro o ti ha accennato a qualcosa che li riguardasse?»
«No,» scuote il capo freneticamente, «no, mai! Lei… lei li disprezzava, non avrebbe mai messo a repentaglio la sua anima come hanno fatto loro.»
«Era cattolica? Non portava crocifissi al collo.»
«Andava in chiesa ogni domenica, con sua madre, era molto credente. Non portava nessuna collana perché durante gli allenamenti bisogna togliere tutto: orologi, catenine, braccialetti. E’ per non rischiare di farsi male.»
I suoi genitori saranno sollevati all’idea che mentre veniva strangolata non ci fossero catenine a graffiarla. A volte mi verrebbe voglia di schiaffeggiare chiunque si inventi queste genialate. Meglio con un polso rotto o priva di vita? Mai, e dico mai, togliersi il crocifisso. E’ una regola elementare che andrebbe rispettata da tutti. Una volta ci si batteva per insegnare nelle scuole l’educazione sessuale, adesso dovremmo insistere per un po’ di sana educazione anti-vampiri.
«Per quale motivo stavate provando in tarda serata? Le gare sono tra più di un mese»
«E’ vero, ma all’inizio non dovevamo prendervi parte: solo le prime tre coppie passano il turno e noi ci eravamo classificati quarti. Lilian era molto dispiaciuta, si era allenata tanto. Poi Janis, la ragazza che è arrivata al secondo posto, si è fatta male. E’ stato un brutto incidente ed ora è in clinica con la gamba destra ingessata: non potrà pattinare per almeno due mesi più i tempi per la fisioterapia. Così dicono i dottori.»
Tira su col naso, abbassando lo sguardo sulla tazza che prontamente gli porgo.
«Grazie.» Ne prende un sorso. «Così ci siamo trovati improvvisamente tra i finalisti, ma eravamo indietro con la preparazione: pensavamo di non avere un’altra occasione fino al prossimo anno. Quelle prove ci servivano, altrimenti non avremmo mai avuto alcuna possibilità di vincita, e lei lo desiderava così tanto. Oh avreste dovuto vederla: ce la metteva tutta, era la migliore, davvero. Se avesse avuto un ballerino più capace di certo sarebbe arrivata al professionismo in un battito di ciglia. Lei era… era Lilian.»
Posa il mento sul petto mentre lacrime silenziose iniziano a rigargli le guance. Anche per lui la fase di shock può dirsi conclusa.
Mi rialzo sciogliendo i muscoli irrigiditi delle gambe, sono rimasta troppo a lungo nella stessa posizione. «Troveremo chi vi ha fatto questo. Ora bevi la tua tisana prima che si raffreddi del tutto.»
Mi avvicino ai due defilati osservatori.
«Cosa ne pensi?» Storr non perde tempo.
«C’è qualcosa che non va: perché il vampiro ha ucciso solo lei? Avrebbe potuto facilmente massacrarli entrambi e non lasciare scomodi testimoni. Voleva la ragazza, ma perché?» Sposto lo sguardo su Jean-Claude come se mi aspettassi una risposta a questa domanda.
«Il ragazzo sa più di quanto dice, ma petite, e mente. Non crede che la sua amica fosse una fervida credente»
«La vittima non era cristiana?»
«Non ho detto questo. Semplicemente il ragazzo non ne è così sicuro, nonostante, a quanto pare, la sua amica fosse un’assidua frequentatrice della parrocchia. Non leggo i suoi pensieri, posso solo dirti se dice la verità»
Si stringe nelle spalle, come se non si trattasse d’altro che di un piccolo contrattempo sulla strada della sua giustizia. Maledizione a lui, come fa ad essere così distaccato dopo aver visto il corpo senza vita di una ragazzina? Forse quando troveremo mister vampiro cattivo non gli ricorderò le leggi che impediscono di uccidere i succhiasangue: li lascerò massacrarsi a vicenda e poi richiederò un mandato di esecuzione per chi dei due riuscirà a sopravvivere.
«Va bene,» cerco di concentrarmi sul momento presente, «proviamo a scoprire qualcosa d’altro: avete già aperto il suo armadietto?»
Dolph annuisce, indicandomi uno degli sportelli semichiusi: «non sembra esserci nulla di strano: magliette di ricambio, qualche libro e qualche quaderno, sembra quello che si potrebbe trovare nello zainetto di qualsiasi adolescente, ma l’esperta di soprannaturale sei tu, tocca a te dirmi se c’è qualcosa che non va»
Apro lo sportello dipinto sentendomi come un ladro che fruga nei cassetti di uno sconosciuto: mi sembra di violare la privacy della ragazza, ma di certo non verrà a rendermi conto di questo. Dolph ha ragione, non c’è nulla di particolarmente indicativo: un quaderno di matematica, uno di letteratura inglese ed uno dalla bella copertina rigida ed i fogli ancora intonsi, probabilmente sarebbe dovuto diventare il suo diario. Ci sono anche un libro di poesie, qualche asciugamano ed un cambio per quando avrebbe terminato l’allenamento. Nulla di strano, insomma.
Sto per rimettere tutto a posto quando una voce mi ferma, è quella di Jean-Claude. Perché si è avvicinato così tanto senza che lo sentissi? Dannazione, odio quando capita.
«Qualcosa non va?»
Non sorride e non parla, il che può essere solo un vantaggio. Si limita a prendere dalle mie mani uno dei quaderni per mostrarmelo dal lato del dorsetto.
«E’ nero. Ed è vuoto, qual è il problema?»
«Guarda meglio, ma petite, guardalo spostandolo al di sotto di una luce diretta. L’illuminazione al neon non aiuta, dovrai sforzare i tuoi dolcissimi occhi, ma sono certo che non ti sfuggirà.»
«Da’ qui,» poso sulla panca quanto stavo per riordinare, riprendendo il quaderno con una certa ansia: un indizio è sempre un indizio, ma quando si brancola nel buio può diventare la tanto agognata luce al fondo di un tunnel.
L’agente Storr si è portato vicino al ragazzo per non lasciarlo da solo ma continua a guardare in nostra direzione: sa che se dovessi scoprire qualcosa di significativo non mancherei di informarlo, ed infatti non si sbaglia. «Dolph, posso prendere questo quaderno?»
«Cosa c’è scritto di importante?» Si alza, gorgogliando non so cosa nella ricetrasmittente prima di raggiungerci. «Sai che non posso lasciarti portar via nulla.»
«Guarda.»
Sposto il quaderno davanti a noi, facendo in modo che la copertina nera rifranga ripetutamente la luce.
«Ci sono dei simboli disegnati»
«Esatto. Simboli Sortiarius. E’ una setta di streghe, credono di poter forgiare il destino grazie alla magia.»
«Ne conosci qualcuna?»
«La sola che conoscevo è morta. E nel caso te lo stessi chiedendo la risposta è no: non l’ho uccisa io, ci ha pensato la sua stessa follia, ma posso cercare di scoprire qualcosa di più sul perché Lilian McPerson, l’emblema della brava ragazza, avesse uno dei loro grimori nascosto nella borsa di scuola.»
Riccioli brizzolati che ben conosco fanno capolino dalla porta proprio mentre chiedo nuovamente a Dolph il permesso di portarlo con me, per mostrarlo ad una studiosa di mia conoscenza.
«Ehi, Anita, vuoi forse iniziare a tenere un diario? Potresti scrivere un best seller e poi farlo pubblicare in ventisette stati. Anita Blake: la cacciatrice di vampiri. Suona bene. Quando sarai ricca e famosa ti ricorderai ancora del tuo poliziotto preferito?»
«Certo Zerbrowski, di lui mi ricorderò sicuramente. Di te invece non so.»
Si porta le mani al petto simulando un dolore lancinante: «la tua ingratitudine mi uccide…»
Non mi è dato scoprire quanto sarebbe durata la sua sceneggiata: «Zerbrowski!» Lo apostrofa Dolph, «riporta il ragazzo alla madre, possono andare a casa. Non allarmarla, ma dille che potremmo avere ancora bisogno di parlare con lui. Per questa sera non è il caso di insistere oltre.»
«Agli ordini capo,» obbedisce da buon poliziotto ma senza perdere il suo stile da attore consumato. Mi fa l’occhiolino portandosi una mano al cappello in un improbabile saluto militare: «mia amata, non sognarmi troppo questa notte.»
«Solo nei miei incubi, e salutami quella santa di moglie.»
Zerbrowski è fatto così, e se non ci fosse lui con il suo umorismo dissacrante probabilmente le scene del crimine sarebbero ancora più tetre di quanto già non siano. Talvolta l’ironia è l’unica arma per non somatizzare troppo i dettagli cruenti che siamo obbligati a vedere.
Dolph aspetta che la porta si sia richiusa, lasciando nella stanza soltanto me, lui e Jean-Claude: «Lo rivoglio entro ventiquattr’ore, non dimenticartene. Non posso far sparire gli effetti personali della vittima per troppo tempo. Domani i genitori torneranno dal viaggio e vorranno gli oggetti della figlia.»
«Ti ho mai consegnato qualcosa in ritardo?»
«Bada che non ci sia una prima volta.»
Uscita dalla stanza non posso fare a meno di sfogliare il grimorio ancora una volta prima di riporlo nella tasca del cappotto che tra poco potrò reindossare. Qui il mio lavoro è finito, ma la notte no, mi aspetta una visita al luogo dove spero di poter incontrare chi ha fatto tutto questo. Potrei rivelarlo a Dolph e portare con me una squadra di aitanti poliziotti, ma nessuno di loro è adeguatamente equipaggiato, senza pallottole d’argento verrebbero falciati uno ad uno ed io ho già troppe morti sulla coscienza.
Jean-Claude mi sfila il cappotto dalle mani e quando lo apre davanti a me sembra un lord ansioso di aiutare la sua Maria Antonietta. Peccato per lui che io sia dalla parte di Lady Oscar: pantaloni, scarpe comode ed armi affilate. Glielo tolgo dalle mani e lo indosso senza alcuna difficoltà: se sono in grado di colpire un bersaglio a venti metri di distanza saprò ben vestirmi da sola. «Andiamo, Dartagnan, abbiamo un altro appuntamento questa notte.»

This entry was posted on Domenica, Gennaio 28th, 2007 at 00:11 and is filed under Anita Blake. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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