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Il ballo della Morte – questione di prospettiva


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Maggiori informazioni sull’Anitaverse

Disclaimer: Quando incontro un personaggio come Jean Claude non posso fare a meno di chiedermi cosa pensa, cosa prova, quali sono le se ambizioni, cosa nascondono i suoi sguardi… e diciamocelo, il nostro vampiro di fiducia non è certo un personaggino semplice ed a due dimensioni. Questa Fanfic nasce da tutte queste riflessioni, insieme ad una provvidenziale rilettura di alcune pagine de “il ballo della morte” e di una notte troppo calda per prendere sonno.
In breve: ho voluto rileggere LA scena de “il ballo della morte” vestendo i panni di Jean Claude. Non è stato facile, perché i dialoghi sono quelli originali e rispettarli inframmezzandoli con i pensieri di un altro personaggio che non sia Anita avrebbe potuto portare a delle forzature che, onestamente, non so se sono riuscita ad eliminare del tutto.
Spero vi piaccia, o se non altro che apprezziate l’impegno.

I personaggi, come sempre, sono proprietà di Laurell K. Hamilton, io li ho solo presi in prestito perché non posso fare a meno di loro :)

Spoiler su “Il ballo della morte” capitoli 38 e 39.

Fulgidi bagliori sfuggono al calice di cristallo, dove sono rimasti alcuni sorsi di pregiato vino rosso. Quando si è un vampiro sembra quasi un peccato aprire una bottiglia costosa: non se ne può bere se non una piccola parte. Non ci si può ubriacare, si è costretti a trascorrere l’esistenza in uno stato di perpetua coscienza. Niente evasione, niente fughe dalla realtà, niente pace fugace per chi condivide la notte dei morti viventi.
Forse è a questo che si riferisce chi la chiama dannazione eterna, e forse è proprio per questo che molti vampiri finiscono per annegare in deliri di onnipotenza, in banchetti senza regole di sangue e carne: la follia è l’alcool di chi non può concedersi alcool.
Rovescio la testa all’indietro, contro lo schienale della poltrona sulla quale sono seduto ormai da troppo tempo. E’ incredibile quanto si possa essere comodi in posizioni improbabili: una gamba quasi ripiegata sul petto, con il tallone che affonda in punta all’imbottito sedile, e l’altra a cavallo del bracciolo con il piede che ondeggia avanti ed indietro. Una delle mani ne segue i movimenti da sopra al ginocchio, mentre la sua gemella sorregge con la punta delle dita la corolla del calice: fiore di fragile beltà il cui lungo stelo sfiora il pavimento, naturale proseguimento del braccio mollemente abbandonato in quella stessa direzione.
Anita e Richard, Richard ed Anita.
Sono usciti dalla porta di questa stessa stanza alla ricerca di potere, o di giustizia, o di cos’altro ritengono tanto importante da arrivare a stringere un patto con il diavolo. Non è affatto gentile che proprio lei mi consideri in questo modo, ma cosa importa? Le emozioni variano nel tempo e questo non mi è nemico: vi sarà un giorno in cui respirerò il suo profumo tra le lenzuola del mio letto.
Sono pensieri pericolosi, e quando iniziano a serpeggiare nella mente non vi è nulla di meglio che aria e solitudine. Una passeggiata al chiaro di luna, ecco ciò che mi occorre.

***

«ma petite! Cos’è successo?» Non riesco a nascondere la sorpresa: il lupanare dovrebbe essere al suo culmine, allora perché lei è qui, accucciata accanto alla mia porta, e perché le sue spalle sussultano come se fosse in preda a violenti singhiozzi? «Richard non è morto. Altrimenti l’avrei percepito.»
Si gira senza preoccuparsi di mostrare quella che sembra più di semplice disperazione. L’esperienza mi insegna che con ma petite è meglio comprendere la situazione prima di fare alcunché, ma nonostante questo la mia immobilità non è naturale, bensì il frutto di un’aspra lotta contro il desiderio di avvicinarmi per stringerla tra le braccia, cullandola, e di asciugare le calde lacrime che le rigano il volto; prima d’ora solo una donna è stata capace di farmi sentire così… ma con lei era diverso, quando la stringevo sentivo le sue braccia incrociarsi sul retro del mio collo ed il suo corpo aderire al mio, con Anita tutto ciò in cui posso sperare è che mi allontani misurando la violenza.
Si asciuga le lacrime con il dorso delle mani, apparentemente così fragile come non avrei mai pensato di vederla: «non è morto, tutt’altro.»
«Allora cosa c’è che non va?» Muovo qualche passo in avanti e mi inginocchio accanto a lei senza tuttavia sfiorarla se non con lo sguardo: la catenina con il crocifisso è in bella mostra e non voglio che inizi ad ardere, facendola scappare via proprio ora che è venuta spontaneamente a cercarmi.
«Il tuo crocifisso, ma petite.»
Lo strappa con violenza mandandolo a rimbalzare contro il muro del palazzo antistante: «Contento?»
Socchiudo gli occhi, osservandola, questo comportamento non è da lei, eppure non sembra essere accaduto nulla che possa giustificarlo, a meno che non sia successo qualcosa di inatteso durante il lupanare: «Richard è vivo e Marcus è morto, vero?»
Annuisce, lasciandomi ancora senza una vera risposta: «Allora perché piangi, ma petite? Non credo di averti mai vista piangere.»
«Non sto piangendo.»
Accenno un sorriso, scoprendomi nonostante tutto sollevato: dura e indipendente anche a costo di negare l’evidenza. Se questo non è cambiato qualsiasi cosa sia accaduta è in grado di affrontarla.
Raccolgo una lacrima con un dito, mostrandogliela come se fosse una risposta più che eloquente. Me la avvicino alle labbra, leccandola con la punta della lingua senza che i miei occhi abbandonino il suo volto neppure per un istante. Com’è bella. Anche così… Forse soprattutto così.
«Sembra che tu abbia il cuore spezzato, ma petite.»
Tutto il pianto che aveva trattenuto fino ad ora sembra esplodere come un fiume in piena; mi sarei atteso una risposta tagliante, una minaccia, persino una pistola puntata contro il petto, ma di certo non questo. Le sue labbra si aprono per permetterle di respirare con la bocca tra un singulto è l’altro, senza che riesca davvero a controllarsi, e quando si china in avanti, abbracciandosi, non fa in tempo a terminare il movimento che si lascia sfuggire un suono di disgusto, raddrizzando la schiena con uno scatto improvviso e protendendo le braccia in mia direzione. Vuole che l’abbracci?
«Mon Dieu! Cos’è successo?»
Rispondo al suo invito, posandole una mano sul gomito mentre la attiro a me, ma senza la minima coerenza mi respinge.
«Ti sporcheresti tutto.»
Fisso il fluido vischioso che mi è rimasto appiccicato alla mano: lo conosco, è quello prodotto dai licantropi, ma… «Come mai ti sei avvicinata tanto a un lupo mannaro che si stava trasformando?» La risposta mi attraversa il volto come un fulmine a ciel sereno: «Richard! Hai assistito alla sua trasformazione.»
Annuisce. «Mi stava addosso quando si è trasformato. È stato… Oh, Dio, oh, Dio, oh, Dio…»
Non posso sopportare di vederla così, posso guardare stragi, morti, violenza, ma non Anita in questo stato. In un modo o nell’altro riesce a far emergere quello che di umano ancora c’è dentro di me, i sentimenti dell’uomo che ero. Faccio per abbracciarla ma ancora mi respinge: «Vuoi rovinarti i vestiti?»
I vestiti? Torno a sfiorarle le braccia cercando di trasmetterle un contatto rassicurante.
«ma petite, va tutto bene, ma petite, va tutto bene.»
Mi guarda a labbra serrate, cercando di trattenersi, ma questa volta non riesce a vincere su quello che le brucia dentro: «no, non va bene per niente!» Annulla tutte le sue difese, abbandonandosi contro il mio petto in un istintivo atto di fiducia che mi fa quasi barcollare per la sorpresa. Le passo un braccio attorno alle spalle, mentre l’altra mano affonda nei suoi capelli accarezzandole la nuca. Sento le sue unghie artigliarmi la camicia in un gesto frammisto di rabbia e dolore mentre mi confida quanto è accaduto: «ha mangiato Marcus, lo ha mangiato».
«È un lupo mannaro, ma petite. È normale che lo facciano,» cerco di calmarla spiegandole come in questo non vi sia nulla di strano, ma a quanto sembra le mie doti si esprimono meglio in altre circostanze: scoppia a ridere contro il mio petto, senza lasciarmi andare, senza allontanarsi, finendo per ridere, piangere e tossire insieme.
Non è frequente che il mio cuore acceleri i suoi battiti, ma questa è una di quelle volte: la tengo stretta, cullandola, sussurrandole frasi gentili nella lingua più tranquillizzante che conosca: in un francese dei secoli passati, lo stesso con il quale Baudelaire e Rimbaud urlavano al mondo il dramma delle proprie esistenze. Tutto ciò che per me conta, in questo particolare momento, ce l’ho tra le braccia.
Le lascio il tempo di cui ha bisogno. Ogni singolo istante, questa notte, è per lei. Solo quando la sento rilassarsi completamente, esausta e senza più lacrime, le scosto i capelli dalla fronte, posandovi un bacio leggero.
«Puoi alzarti, ma petite?»
«Credo di sì.»
Si appoggia a me, rimettendosi in piedi e allontanandosi un poco, probabilmente per dimostrarmi che può evitare l’umiliazione d’essere portata in braccio. Le sorrido con dolcezza mentre tira su con il naso fissando il disastro che è diventato il mio abbigliamento.
«Adesso abbiamo bisogno di un bagno tutti e due»
«Questo non sarà un problema,» le rispondo, ed il sorriso si fa decisamente più allusivo.
«Ti prego, Jean-Claude, niente allusioni sessuali prima che mi sia lavata.»
«Certo, ma petite. È stato rozzo da parte mia in una circostanza come questa. Scusami.»
Idiot! A volte non mi capacito della mia stupidità: parlare di sesso dopo che ha pianto tra le mie braccia come se non avesse mai visto un giorno peggiore, esiste forse qualcosa di più inopportuno? Voglio in ogni momento la stessa fiducia che mi ha accordato questa notte, e starò molto attento a non perderla.
Devo essermi attardato troppo a lungo in questi pensieri perché la vedo aggrottare le sopracciglia come se cercasse di leggermi dentro: «se hai in mente qualcosa non voglio saperlo. Stanotte non sono in grado di affrontare i tuoi intrighi tenebrosi, okay?»
Mi inchino in segno d’assenso, sorridendole senza smettere di guardarla. Non mi capita spesso di parlare con lei in questo modo, ho quasi il timore che da un momento all’altro si ricordi cosa pensa di quelli come me e se ne vada chissà dove, magari dalla sua amica avvocato o dalla detective che di tanto in tanto ho sentito nominare.

***

Le tengo la porta perché possa entrare nella camera da letto, invitandola a precedermi con un fluido gesto della mano. Non voglio provocarla, ma non posso trattenermi da quelle piccole galanterie che fanno ormai parte di me.
La osservo mentre si guarda attorno, fermandosi non appena l’alto letto a baldacchino entra nella sua visuale.
«Davvero niente male,» commenta, e nonostante l’apparente indifferenza non posso fare a meno di trattenere un sorriso soddisfatto: l’ha notato.
«Le lenzuola andavano cambiate e tu ti lamenti continuamente che uso sempre gli stessi colori.»
Sposta lo sguardo da me al letto, scuotendo appena il capo: «giuro che non lo farò più.»
Annuisco compostamente, guadagnando il bagno senza aggiungere altro: «ti preparo la vasca.»
Il suono ovattato della porta che si chiude alle mie spalle mi strappa un breve quanto intenso sospiro: sterminatrice e bambina, soldatino di piombo e bambola di porcellana, mi sembra quasi di sentire sulla lingua il sapore di questo connubio particolare ed inconsueto come quello di una spezia afrodisiaca.
Mi sporgo fino a raggiungere il rubinetto della vasca di marmo nero, per aprirlo e posizionarlo alla giusta temperatura. La camicia mi si è quasi incollata alla pelle, ho bisogno di toglierla e di lavarmi almeno sommariamente. Accompagnato dallo scrosciare dell’acqua la sfilo e, cercando di non perdere tempo, la getto nella cesta degli abiti sporchi, approfittando dei pochi minuti che seguono per pulirmi nel lavandino. Mi libero anche degli stivali, così che quando la vasca è finalmente colma sono nuovamente presentabile e pronto a tornare in camera da letto. Lo faccio senza riflettere, un comportamento meccanico, tenendo gli stivali in una mano e l’asciugamano che ho usato nell’altra. Anita è seduta a terra lontano da tutto, come se temesse di poter sporcare qualcosa, ed è solo quando i suoi occhi si fissano sul mio petto che mi accorgo di non aver indossato null’altro.
La sua mano è sollevata a coprire la bocca, così che posso scorgere solo in parte la sua espressione, eppure il corpo urla un sentimento di angoscia così intensa che chiunque potrebbe percepirlo anche senza facoltà soprannaturali.
Dopo un lungo momento di incertezza schiudo le labbra per scusarmi, ma le richiudo l’istante successivo preferendo invece non rimarcare la mia spiacevole distrazione: «mi sono dato una sciacquata nel lavandino mentre la vasca si riempiva.» Le sorrido, camminando sulla moquette bianca per raggiungerla, sforzandomi di assumere una postura quanto più neutra possibile. «Temo di avere usato l’ultimo asciugamano pulito. Vado a prenderne altri.»
Sembra non riuscire a rispondere, e quel «perfetto» appena sussurrato le costa un visibile sforzo. Si alza rapidamente quando sono ormai ad un solo passo, precedendo la mia offerta di aiuto. Sorrido ancora, questa volta di sollievo, per poi spostarmi così da lasciarla passare.

Ho scelto per lei le note calde e pungenti del sandalo, così adeguate alla sua personalità, ma quando la raggiungo portando con me un vassoio ricco di shampoo, sapone, sali ed oli da bagno non si è ancora immersa nell’acqua: si fissa nello specchio come se faticasse a riconoscersi. Poso il necessaire sul tavolino accanto alla vasca, producendo volutamente un piccolo rumore. Sposta lo sguardo nel medesimo istante guardandomi attraverso il vetro appannato, come una marionetta mossa dai fili del suo padrone… Quale paragone inesatto.
«Esci, così posso svestirmi.»
«Ci sono volute due persone per vestirti, ma petite. Sicura non ti serva aiuto per spogliarti?»
La osservo facendomi violenza nel costringermi a mantenere lo sguardo fisso sul suo volto, senza scendere ad accarezzarne le armoniche sinuosità del corpo. E’ stato un piacere scegliere quel vestito per lei, guardarlo stringersi attorno alla sulla sua figura e saperlo accarezzare angoli che le mie mani bramano raggiungere. Ora, al pensiero di vederlo scivolare lentamente dal collo e dalla vita sottile, sempre più giù, fino al soffice tappeto, una qualsiasi concessione mi porterebbe a rompere quella promessa pronunciata solo pochi minuti addietro. Niente allusioni sessuali, così ho detto, e con questo pensiero atteggio il viso alla più totale inespressività, ammantandomi di pacatezza e completa innocenza.
Il sorriso che vedo comparirle in volto mi scalda il cuore, anche se le sue radici affondano nella mia poca credibilità in questo nuovo ruolo da bravo ragazzo: d’altra parte ma petite ha già un boyscout nella sua vita, non ha nessun bisogno di un altro paladino dei sani principi pronto a spezzarle il cuore. Eppure… Eppure non posso fare a meno di chiedermi se dopo tutto questo tornerà ancora da Richard. Se soffre tanto è perché lo ama, e se lo ama non lo abbandonerà così facilmente. Il fato voglia che quanto ha visto serva almeno a riplasmare la sua definizione di bene e male, sfumando quel confine così netto, così alto ed invalicabile, da essere riuscito a tenermi sempre a debita distanza.
Il suo sospiro interrompe il flusso dei miei pensieri: «basta che slacci le due cinghie sulla schiena. Per il resto credo di potermela cavare. Ma niente scherzi!»
Posa le mani sul reggiseno, sapendolo allacciato a una delle due cinghie mentre l’altra regge il resto del costume.
Eseguo, esalando un sospiro del quale non saprei spiegare la vera natura: non è frustrazione, non è desiderio e non è neppure rassegnazione. Comprensione, forse, ma anche questo sarebbe inesatto.
Senza neppure una carezza slaccio anche la seconda fibbia, arretrando di un passo mentre le restituisco lo sguardo attraverso lo specchio: «Niente scherzi, ma petite,» annuisco, indietreggiando lentamente fino a scomparire dallo specchio ed oltre la porta, chiudendola davanti a me per concederle la giusta intimità di un bagno ristoratore.

Camminare avanti e indietro per la stanza, avvicinarsi alla libreria per aprire un volume qualsiasi e leggerne solo le prime frasi, scoprire di non averne memorizzato neppure una parola e rimetterlo a posto, accarezzarsi il mento come se si fosse in preda ai più profondi pensieri per poi tornare a guardare, inesorabilmente, la stessa porta richiusa; cosa sono qualche decina di minuti in confronto all’eternità? Un foulard di seta che compare e scompare tra le mani di un illusionista, un pugno di sabbia che in un istante è tornato a confondersi nella polvere della strada; eppure, quando ciò che si desidera è così vicino ed al contempo così lontano, pochi secondi possono assumere il peso di anni interi. Dimenticherò mai questa notte?
Quando busso debolmente alla porta, reggendo sul palmo della mano due morbidi asciugamani rossi, la lancetta dell’orologio ha quasi compiuto un giro completo: «ma petite, posso entrare?»
«Entra pure.» E’ il suo solito tono di voce.
Non appena superato il battente arretro di qualche passo, richiudendolo con il dorso e scoprendomi quasi ipnotizzato dalla scena che mi si presenta davanti: ma petite è ancora immersa nella vasca e solo le spalle ed il capo emergono dalla nuvola di soffice schiuma che la ricopre. Il nero dei capelli ne mette in risalto gli occhi, facendoli sembrare ancora più grandi e scuri in contrasto al pallore dell’incarnato.
Accenno un sorriso, cercando di cancellare ogni sfumatura ambigua dal sussurro che la raggiunge: «non dobbiamo far uscire l’aria calda.»
«Direi di no,» conviene, socchiudendo gli occhi in un fare ancora più sensuale per il suo non rendersi conto dell’effetto che ha su di me.
«Dove vuoi che metta gli asciugamani? Qui?» Faccio per posarli sul cassettone, ma la sua risposta arriva immediata: «non ci arrivo.»
«Qui allora?» Avanzo ancora verso di lei, posandoli sullo sgabello, incapace di allontanare lo sguardo da quello che posso immaginare nascosto al di sotto della schiuma.
«Sono ancora troppo lontani.» Richiama la mia attenzione, come se stesse cercando di innescare un gioco di cui non vorrà conoscere la fine. Potrei dirle che non sarà un problema se bagnerà il pavimento nel raggiungerli, potrei avvicinare lentamente lo sgabello e uscire da quella stanza così come sono entrato, ed invece raccolgo nuovamente i teli di spugna avvicinandomi ancora, fino a sedermi sul bordo della vasca posandoli sulla moquette nera.
«Vanno bene qui?» La voce lascia la mia gola un po’ più roca di quanto vorrei, mentre lo sguardo non cerca il volto di Anita ma resta concentrato su quelle bolle bianche e delicate che come un lenzuolo leggero suggeriscono e negano.
«Forse sono un po’ troppo vicini,» obietta senza che abbia il tempo per curarmene. Con le dita sono già andato a sfiorare la schiuma lungo il bordo della vasca: «ti senti meglio adesso, ma petite?»
«Ricordi cosa ho detto? Niente allusioni sessuali.»
«Ricordo che hai detto niente allusioni sessuali prima di esserti lavata.» Sorrido, abbandonando definitivamente quella recita che stava divenendo troppo difficile da sostenere. «E adesso sei pulita.»
«Prendi sempre le cose alla lettera, vero?» Sospira, e sono certo che potrei vedere il suo capo scuotersi se non avessi già ruotato il busto, la mano ancora immersa nell’acqua, mettendo in evidenza, nella tensione del corpo, l’armonico disegno della muscolatura, interrotto solamente dalle cicatrici bianche e lisce là dove la frusta mi aveva baciato per l’eternità.
Il suo desiderio mi formicola improvviso sulla pelle, caldo ed intenso allo stesso modo di un fuoco che divampa nella notte. Non è la prima volta, ma è una scommessa che continuo a perdere ad un passo dalla vittoria. Mi giro nuovamente ad osservarla, riservandole sguardi e movenze che hanno fatto impazzire centinaia di donne prima di lei: le dita bagnate disegnano sul torace lunghe linee diagonali, brillanti alla luce artificiale della stanza, scendendo ad accarezzare la cicatrice a forma di crocifisso che entrambi condividiamo, come un marchio che ci accomuna e che ci unisce al di là della nostra volontà, scivolando ancora più giù, fino al ventre, ed iniziando a giocare maliziosamente con la strisciolina di peli neri che sfugge al controllo dei pantaloni.
Mi mordo il labbro inferiore quando la vedo chiudere gli occhi, sospirante, non resistendo alla tentazione di curvarmi su di lei, il braccio sinistro appoggiato vicino alla sua spalla ed il destro sul lato opposto della vasca.
«Che c’è, ma petite, stai per svenire?» E’ solo un delicato sussurro, seducente come la carezza della seta sulla pelle nuda.
Riapre gli occhi, rivelando nello sguardo e nel corpo la sorpresa di vedermi così vicino: «io non svengo,» si affretta a puntualizzare.
«Mi fa piacere.» Mi avvicino ancora, dischiudendo le labbra per sfiorare delicatamente le sue. Non appena le bocche si incontrano la sento emettere un suono a metà tra il piacere e la consapevolezza, e subito un sussulto la scuote vanificando al contempo il mio precario equilibrio e l’atmosfera provocante che avevo sottilmente costruito. Le rovino addosso, sprofondando completamente nell’acqua fino a ricoprire con il mio il suo corpo nudo, riemergendo l’istante successivo sul finire del grido che la sorpresa o la paura le ha strappato. Non riesco a capacitarmi di quanto accaduto e mi limito ad inspirare e trattenere il fiato, sbigottito, mentre i capelli mi aderiscono in larghe ciocche al viso ed alle spalle lasciando scivolare sul petto carezzevoli rivoli d’acqua. Almeno per un attimo non posso mantenere la maschera di distaccato controllo che indosso costantemente, lasciando trapelare, negli occhi spalancati e nelle labbra vagamente socchiuse, tutto lo sconcerto che provo in quel momento.
Non ho il tempo di pronunciare neppure una sillaba che torna all’attacco, respingendomi ancora più lontano fino a costringermi ad alzarmi in piedi, gocciolante.
La vedo rannicchiarsi contro il bordo della vasca, e lo sguardo che mi rivolge è così furioso che non posso fare a meno di scuotere il capo accompagnandomi con una tiepida risata di rassegnazione. «Sono un seduttore da quasi trecento anni, Anita. Perché sono così goffo soltanto con te?»
«Forse è un segno.»
«Può darsi,» non mi trattengo dal replicare, mestamente. Parrebbe davvero che il destino si stia divertendo a giocare con me come il gatto col topo, allettandomi per poi lasciarmi ricadere in una realtà fredda e vuota. La desidero, non posso fare a meno di pensare. E lei desidera me. Questa consapevolezza improvvisa mi fa sollevare impercettibilmente il volto, colpendomi con la stessa evidenza di un lampo nell’oscurità della notte. Nonostante l’espressione corrucciata posso percepire il desiderio lottare contro la sua stessa volontà, in una continua sfida che i sensi lanciano alla ragione.
«Come fai a essere così attraente anche se so cosa sei?»
La sua voce mi raggiunge mentre mi inginocchio nell’acqua, continuando ad immergermi lentamente fino a che la schiuma non arriva ad avere la meglio sul tessuto scuro dei pantaloni. Solo il busto è ancora visibile, dando quell’impressione di nudità che sento provocarle un brivido al basso ventre.
In una reazione istintiva si porta le ginocchia al petto, cingendole con le braccia in un atto di difesa infantile quanto attraente. Mi avvicino, facendo ondeggiare l’acqua che ancora ci separa, fino a sfiorarle le gambe con il tessuto ruvido dei jeans. Il lieve contatto le fa chinare la testa tra le ginocchia, senza tuttavia impedire al suo cuore di pulsare così intensamente che ne posso percepire il ritmo sulla mia stessa lingua.
Resto in silenzio per alcuni istanti come se avessi bisogno a mia volta di placare il turbinio di sensazioni che i nostri corpi sprigionano, e solo nel momento il cui sono certo di saper mantenere il controllo che mi è proprio, e che le devo, mi curvo nuovamente sulla sua persona posando le mani sul bordo della vasca, a destra e a sinistra delle sue spalle. Con il viso vado a sfiorarle delicatamente i capelli bagnati, offrendole con poche parole sussurrate all’orecchio la possibilità di tirarsi indietro, come sempre, e sono così certo della risposta da non lasciar quasi trasparire il desiderio di una diversa.
«Dimmi di andarmene, ma petite, e me ne andrò.»
Solleva lentamente la testa soffermandosi a guardare le gocce d’acqua che scorrono sul mio petto, osservandole con la stessa espressione che è mia quando mi attardo a guardare il sangue che scivola sulla sua pelle. I suoi occhi ingannatori trasmettono un bisogno così travolgente da riuscire quasi ad appannare le iridi color del cioccolato, o è forse il vapore ad essere divenuto così denso da confondere i miei sensi come quelli di un qualsiasi umano?
Nessuna parola, tuttavia, avrebbe potuto prepararmi al movimento esitante del suo corpo, alle mani che si staccano dalle gambe avanzando fino a sfiorarmi i fianchi, incerte come se temessero di scottarsi, ed al viso che si sporge in avanti avvicinandosi al mio senza celare un retrogusto di timore e insicurezza: «non andartene».
La confusione mi si dipinge sul volto senza che possa fare nulla per impedirlo: non-andartene, mi ripeto ancora, una manciata di suoni che aprono un numero imprecisato di futuri possibili. Mi ha chiesto di restarle accanto per confortarla e continuare all’infinito il seducente gioco del negarsi o posso davvero sfiorarla, baciarla, amarla?
La sensazione della lingua che mi accarezza il ventre, leggera, mi da insieme un brivido e la risposta che cerco. Chiudo gli occhi in un tremito abbandonandomi alla dolce sensazione che mi pervade: è come un’onda che parte dal basso per poi risalire fino alla testa, offuscando ogni pensiero coerente che ancora mi gravita nella mente.
Le labbra che sento aderire alla pelle, la loro lieve pressione ed il risucchio che cattura le gocce che ancora mi bagnano il corpo: quasi non riesco a credere che stia accadendo davvero. Lo sciabordio dell’acqua contro le pareti della vasca e l’accresciuto peso che mi grava sui fianchi mi fa comprendere, come puro riflesso, che la mia piccola amata ha trovato il coraggio di sollevarsi sulle ginocchia. Il desiderio di vederla è più forte persino del piacere che ancora mi attraversa le vene, e la meraviglia del poterla osservare così, con il seno nudo ancora coperto di acqua e schiuma, è tale da farmi tremare le mani quando vado a sfiorarle delicatamente le spalle. Sento l’indecisione fermarle lo sguardo, calamitandolo poco al di sopra della cintura dei miei pantaloni, ma il fato non può farmi questo, non può strapparmela dalle dita anche questa volta, non così: ho bisogno di lei, ho disperatamente bisogno di lei per poter dire di essere completo. Anche se solo per una notte, ma petite, resta con me. Potrei arrivare a pronunciare ad alta voce quest’ultimo pensiero per l’amore provo in questo momento: sterminatrice fino in fondo, non ha avuto bisogno di alcun paletto per trafiggermi il cuore.
Solleva esitante lo sguardo ed il fiato mi si mozza in gola: «sei così bella, ma petite,» le sussurro con delicatezza, andando a posare l’indice sulle sue labbra prima che possa protestare. «Sei bella. Su questo sono sincero.»
Il dito prosegue la sua esplorazione, accarezzando le labbra su cui è posato per poi scendere sul mento ed arrivare su una spalla, mentre il suo gemello ed opposto lo imita, raggiungendolo nella carezza che procede lungo la schiena fino a fermarsi sui fianchi, in una posizione del tutto simmetrica alla sua.
Mi guarda con una timidezza che non avrei mai immaginato, scoprendosi senza fiato nel porre quell’unica domanda per la quale, allo stesso tempo, non ci sono risposte e ce ne sono troppe: «e adesso?»
«Quello che vuoi, ma petite.»
Ho paura persino di sorriderle, temendo che possa fraintendere e spezzare l’incanto; invece comincia a massaggiarmi i fianchi, i muscoli, aprendo le mani e allargando le dita per poi risalire lungo le costole. La imito, ed il sospiro che riesco a strapparle mi ripaga di tutto l’autocontrollo che sto imponendo a me stesso. Quando mi fermo proprio sotto il seno, sfiorandone l’attaccatura con un tocco lieve come quello di una piuma, sento il suo corpo rispondere ed il mio fare altrettanto, come in un gioco di specchi.
La sua immobilità accelera i battiti del mio cuore, in una compensazione che fa di due metà un solo essere. I suoi occhi sono fissi nei miei, come se questa volta fosse lei a voler leggere dentro di me, affondando oltre l’apparenza, raggiungendo quelle profondità in cui forse sono nascoste le risposte a tutte le nostre domande, e quando le sue mani risalgono sfiorandomi i capezzoli percepisco distintamente il suo respiro affannato nella tensione dell’attesa.
Sfioro le sue rotondità, con la stessa ammirazione che uno scultore dedicherebbe alla sua opera più bella, bevendo il gemito che le sfugge dalle labbra poco prima che la mia bocca si posi sulla pelle candida e liscia, baciandola e baciandola ancora quasi fino ad asciugarla.
Mi soffermo con il volto ad un respiro dal suo seno sporgendo la lingua per sfiorare il capezzolo già indurito, vedendola tremare quando le labbra vi si chiudono sopra per succhiarlo, con studiata lentezza, e lasciandomi inebriare della consapevolezza di trovarmi sul filo del rasoio quando mi spingo fino a farle sentire la pressione delle zanne.
Staccarsi da lei e scivolare nuovamente a sedere sui talloni non è che un unico gesto: voglio guardarla, così, dal basso verso l’alto, per assaporarla da ogni angolatura possibile, per imprimere quest’immagine nella mente e non dimenticarla mai più. C’è qualcosa che mi attanaglia la bocca dello stomaco, in tutto questo, qualcosa che minaccia di farmi diventare un essere di puro istinto. Sesso e istinto: c’è davvero differenza?
Si china su di me in un sipario di capelli lunghi e scuri, baciandomi sulla bocca e stringendo delicatamente tra i denti il labbro inferiore, tirandolo verso di sé e tormentandolo fino a che la mia bocca non cede, socchiudendosi in una resa incondizionata. Le sue mani sul mio volto sono fresche e leggere mentre la lingua stuzzica la mia, come se volesse rimarcare che anche in questa circostanza è solo lei a comandare.
La lotta per il potere: non vi è nulla di più eccitante.
Esco dall’acqua con un suono a metà tra un gemito ed un grido, abbracciandola e quasi travolgendola mentre torniamo ad immergerci nell’acqua a posizioni ribaltate: io il predatore e lei la preda. Il bacio si fa ancora più profondo, senza concedere tregua o tempo per riflettere, ed ogni movimento diventa il frutto della passione e della lussuria. Sento il suo cuore rimbombarmi nelle orecchie, il sangue che le scorre nelle vene come invitante miele speziato: basterebbe un rapido movimento e potrei cibare la mia fame di lei.
Non vi è nulla di peggio che vedere il proprio autocontrollo ledersi e spezzarsi come i fili di una corda troppo tesa, sentendosi divisi tra il desiderio di appagare la propria bramosia e quello di non trasformarsi nei mostri che molti ci accusano di essere, ma anche questo non sarebbe sufficiente a fermarmi se non fosse unito alla consapevolezza che lasciarmi andare, ora, significherebbe perderla per sempre.
Mi stacco da lei non appena riaffiorati in superficie, appoggiandomi ansimante al bordo della vasca.
Sesso, sangue, e lei. Deglutisco a vuoto, sforzandomi di allontanare dalla mente il ricordo del suo calore e della vita che arde prorompente nel suo intimo: «le mie più profonde scuse, ma petite. Mi hai quasi fatto perdere il controllo.» M’immergo di nuovo, restando appoggiato al bordo: «non sono venuto qui per nutrirmi, ma petite. Mi dispiace.»
Poche parole e pochi gesti, ma sono sufficienti perché possa alzarmi sentendomi nuovamente padrone della situazione. «Me ne vado, ma petite,» sospiro, insoddisfatto. «Tu mi privi dell’autocontrollo che ho conquistato con tanta difficoltà. Soltanto tu ci riesci, soltanto tu.»
Potrebbe limitarsi all’immobilità, ed invece mi si avvicina, spostandosi sulle ginocchia senza smettere di guardarmi: «non andartene.»
E’ quasi una supplica, o forse uno scherzo, o più probabilmente vuole mettermi alla prova in chissà quale strano modo, tutto può essere plausibile tranne che voglia veramente la mia compagnia. Non mi fido di lei. O forse di me.
È la paura di farle male che mi blocca?
I jeans aderiscono ancor più alle gambe laddove i suoi palmi vanno a posarsi, precedendo le unghie che affondano nel tessuto che fascia la muscolatura delle cosce, ed i suoi occhi cercano ancora i miei, il volto pericolosamente prossimo a zone che il pudore le ha sempre impedito persino di nominare.
Si inumidisce le labbra e con il solo accompagnamento del mio silenzio, carico della medesima incertezza, solleva una delle mani per sfiorare la zip che preme sul rigonfiamento visibile al di sotto dei pantaloni.. Basta quel lieve tocco perché la tensione si liberi in un gemito soffocato: non so cosa fare.
«Niente zanne, niente sangue.» Elenca le sue regole mentre la mano è ancora lì e la voce sembra aver abbandonato la mia gola ed i pensieri la mente.
Annuisco, riflettendo con la lucidità di un nottambulo che non distingue sogno e realtà, aprendo e chiudendo le labbra due volte prima di riuscire ad articolare una frase di senso compiuto. «Come la mia signora desidera.»
Quando la guancia prende il posto della mano la confusione si trasforma in bramosia. La sensazione che mi pervade è talmente intensa da farmi chiudere gli occhi, rovesciando la testa all’indietro non appena suoi movimenti si trasformano, divenendo quelli di una gatta che si sfrega contro il suo padrone in cerca di coccole ed attenzioni. E’ così che mi vede quando si aggrappa al bordo dei jeans per aiutarsi a rimettersi in piedi.
Le mie mani sono sui suoi fianchi nel momento esatto in cui riacquista la posizione eretta, ma lo sguardo scende ancora più in basso, risalendo poco dopo, per accompagnare il sorriso con cui le prometto di trasformare in realtà tutte le sue fantasie, portandole al limite per intrecciarle, solo allora, ai nuovi desideri che ancora non pensa di avere, e condurle un passo più in là, dove non crede sia possibile arrivare.
Da uno strattone ai jeans: «via,» e non posso che obbedire, sfilandoli e gettandoli sulla moquette. Sento il suo sguardo formicolarmi sulla pelle come una carezza calda ed invitante. Quali pensieri tengono impegnata la sua mente e le sue mani? Cos’è che ancora la trattiene dall’iniziare a danzare dopo l’invito tanto atteso? E’ come essere tornati indietro di due secoli quando ogni gesto, persino il movimento di una mano o un discreto cenno del capo, erano ambite gocce di miele stillate con parsimonia e per questo ancora più preziose. Oggi tutto è concesso con troppa facilità, ed il gusto della conquista è tanto insipido quant’è sottile il piacere che se ne ricava.
Quando ricomincia a parlare lo fa con voce rauca e strozzata, sottolineando ciò che il suo sguardo ha già avuto modo di appurare.
«Non sei circonciso».
«No, ma petite. È un problema?» Inarco un sopracciglio, divertito ed incuriosito allo stesso tempo, ma non mi è dato aggiungere altro: cinque dita inaspettatamente audaci mi avvolgono, stringendo con una delicatezza che sembra moltiplicare all’infinito il piacere che mi scuote. Sono costretto a chiudere gli occhi posando le mani sulle sue spalle per sorreggermi.
«No, non è un problema.»
E’ provocazione quella che vela le sue parole? La attiro bruscamente a me, aderendo contro il suo corpo fino a che non sento le sue braccia circondarmi il torace, quasi le gambe non riescano più a sorreggerla rendendo necessario un più saldo sostegno.
La sensazione delle sue labbra contro il mio petto è quella di un tepore che si diffonde lentamente in tutto il corpo, ed il merito non è certo del vapore che ancora appanna vetri e specchi creando l’illusione di una realtà diversa da quella che conosciamo, dai contorni più confusi e dalle tinte tenui e sfocate dell’estasi. Si alza in punta di piedi alternando alle labbra la morbidezza della lingua, accompagnatrice silenziosa dei baci che mi ricoprono le spalle ed il collo fino a raggiungere il mento e, poco più su, la bocca. Le labbra si sfiorano in una carezza quasi innocente, trasmettendo non solo passione e desiderio ma soprattutto tenerezza. Amore.
Le mani abbandonano la mia schiena, tornando sul petto per poi scorrere fin dietro al collo. Si allunga in punta di piedi tendendo la muscolatura al limite del possibile, premendo il bacino contro il mio fino a strapparmi un gemito gutturale.
Come le due estremità della bilancia, che salgono e scendono in opposizione l’una all’altra, scivolo contro di lei trovandomi infine in ginocchio, le mani che accompagnano il movimento soffermandosi sulle natiche alte e sode. Gioco con il suo ombellico baciandolo e leccandolo e spostandomi sempre più in basso. La dita sfiorano le gambe tornite disegnando complicate figure senza senso fino a raggiungere il centro della sua femminilità.
«Che stai facendo?» Ansima, tra il timore ed il piacere, costringendomi ad allontanare il volto dal suo ventre quel tanto che basta per poter parlare: «prova a indovinare. Hai tre possibilità, ma petite.» La voce è simile ad un sussurro, carica del medesimo divertimento che mi fa brillare gli occhi mentre la invito a divaricare le gambe. Accarezzo le sue labbra più desiderate dapprima sfiorandole appena, per poi aumentare d’intensità concentrandomi laddove è più sensibile.
«Credo che le gambe non mi reggano.»
«Quando arriverà il momento ti sosterrò io, ma petite.» Le lecco un fianco, scendendo a baciarle una coscia nel momento stesso in cui affondo in lei con indice e medio. Il sospiro che mi raggiunge è quanto di più appagante oda da anni.
Non smetto di baciarla e di muovermi in lei, risalendo lentamente con le labbra fino ad unire al movimento della mano quello della lingua. Respiro a fondo il suo profumo ed il ritmo delle carezze si accorda a quello dei baci, lento ed indugiante, stuzzicante. Quando affondo le dita con maggiore decisione le sfugge un grido, ed il tremito che la scuote fa vibrare corde così profonde da indurmi ad abbandonare la sofficità della sua carne per rialzarmi in piedi: voglio guardarla mentre sono dentro di lei, voglio osservare il suo volto mentre ogni residuo di autocontrollo la abbandona.
Torna a stringere la mia erezione come se avesse in mente chissà cosa, ma non posso rischiare di perdermi nella piacevole sensazione che le sue dita mi trasmettono: voglio essere io a condurre il gioco, questa è la mia danza. Mi sfilo dalle sue mani con una risata più tremula di quanto vorrei, rivelando il turbamento che ancora mi confonde e che mi fa sentire come un adolescente alla sua prima cotta.
La abbraccio con trasporto, muovendomi contro di lei laddove prima l’avevo accarezzata, ubriacandomi del profumo dei suoi capelli e dei brevi sospiri che sfuggono alle sue labbra, provocandola per portarla fino al limite e rallentare improvvisamente, prossimo a fermarmi, ripetendo un crudele percorso di appagamento negato.
«Ti prego,» sussurra infine, le palpebre abbassate e la bocca socchiusa in un totale abbandono. Torno ad insinuare un ginocchio tra le sue gambe, invitandola ad allargarle prima di penetrare cautamente in lei. Ancora prima di rendermene conto sto entrando ed uscendo dal suo corpo con esasperata lentezza.
E’ mia.
A dispetto di tutto.
Contro ogni previsione, schiaffeggiando una storia che sembrava già scritta, negando la mancanza di fiducia che fino a poco fa incrinava il nostro rapporto, cancellando mesi e mesi di rifiuti, ecco, è mia, mia, finalmente mia, solo mia, e farò di tutto per proteggerla: è la mia amante, la mia donna, il mio punto debole, il mio cuore e la mia vita. E’ la mia felicità.
«Lo desideravo da tanto tempo, ma petite, da tantissimo tempo.»
Mi concedo di osservarla senza nascondere nulla delle emozioni che mi attraversano, un fascio di sentimenti così strettamente legati da perdere il senso della propria solitaria esistenza. Come sarebbe la nostra vita se non fossi un vampiro? Se quella notte non avessero gettato sulle mie spalle il peso dell’eternità, se lei fosse vissuta nel mio tempo o io fossi nato nel suo, se il soprannaturale non ci avesse reclamati, imperioso, saremmo potuti essere felice come mille altre coppie fiere della propria mediocrità?

«Non sono fragile,» spezza i miei pensieri con un’implicita richiesta, sollevando il mento per accostare la bocca alla mia in un bacio così violento da rischiare di ferirsi contro le zanne aguzze.
La sollevo perché mi cinga i fianchi con le gambe prima di inginocchiarmi, senza smettere di baciarla mentre la spingo contro il bordo della vasca. Il sapore dolciastro del sangue riempie le nostre bocche accrescendo l’intensità di ciò che provo, fino ad assumere la forma di un dolore più psicologico che fisico tanta è la voglia che ho di lei. Affondo nel suo corpo con foga sempre maggiore via via che i suoi gemiti riempiono il silenzio rimbombandomi nelle profondità della mente.
Sento le sue dita insinuarmisi tra i capelli, appropriandosi di una ciocca scura per giocarvi senza troppo riguardo, forse cercando di sfogare la tensione che fa da preludio all’esplosione del piacere. Mi guarda intensamente senza che dia segno di fermarmi, spezzando talvolta il ritmo con un movimento circolare che la fa palpitare attorno a me.
Senza una reale consapevolezza ne lecco le labbra dischiuse, raccogliendo il sangue che le cola dagli angoli della bocca, sommando l’ebbrezza che ne deriva a quella bollente del sesso.
Rallentare il ritmo è un atto di volontà tanto grande che mi pare di dilaniare me stesso, annullando la voce dei sensi in favore di quella della ragione: carne e mente in competizione per il controllo del corpo, e muscoli e nervi come campo di battaglia che giunge a tendersi fino allo spasimo, ma di fronte all’abbandono di lei, sempre più evidente, sempre più intenso, sempre più libero da impedimenti e da remore morali, anche il mio controllo si scioglie come neve al sole, ed i movimenti si fanno incontrollati, meno ritmici, imprevedibili mentre affondo sempre più forte e sempre più in fretta, come se abbracciarla ed essere dentro di lei non mi bastasse, come se desiderassi una fusione completa per farla mia nel corpo e nell’anima. Un matrimonio carnale che possa unirci per l’eternità.
Mi proietto mentalmente nella sua direzione, accarezzandola non solo con la solidità della carne ma anche con l’impalpabilità del pensiero: fare l’amore con un vampiro vuol dire usare molto più dei cinque sensi dei quali gli umani sono così irragionevolmente orgogliosi, e quando l’orgasmo la sorprende la sensazione è quella di una fiamma fredda che le divampa sulla pelle, portandola a gemere ed urlare così come avevo desiderato ascoltarla. Chiudo gli occhi e mi abbandono ai suoi sospiri come farei con la musica più soave ed emozionante.
E’ mia. Non posso smettere di pensarlo, ancora ed ancora mentre le unghie smaltate mi si conficcano nella schiena fino a bagnarsi di sangue, per poi allontanarsi, probabilmente temendo di farmi male, in un ultimo sprazzo di consapevolezza prima dell’abbandono totale.

Respiro profondamente per più di qualche volta, rimanendo immobile mentre il ritmo delle contrazioni si placa lentamente. La sollevo senza lasciarla, come potrei fare con una bambola priva di peso, ed uscito dalla vasca mi inginocchio sulla moquette per adagiarla sulla schiena. Solo allora mi sfilo da lei, sorridendo quando il suo sguardo lascia, forse per timidezza, i miei occhi, finendo per raggiungere l’erezione inappagata.
«Non sei venuto.»
«Non ho aspettato tanto a lungo per finire così in fretta.»
Il divertimento è palese nel tono della voce e nell’espressione con la quale mi piego per baciare uno dei graffi che le arrossano le braccia, facendo poi scorrere la lingua sulle mie stesse labbra sporche di sangue: deve essersi ferita qualche minuto fa.
«Se lo hai fatto per me, lo apprezzo,» sussurro, modulando la voce in una carezza, «ma se lo hai fatto per non farmi male non era necessario, perché un po’ di dolore non mi dispiace.»
«Neanche a me.»
Mi avvicino nuovamente al suo volto, guardandola con occhi traboccanti di dolcezza: «l’ho notato.»
La sua bocca si schiude ma non fa in tempo a parlare: ne prendo possesso in bacio lungo ed intenso. Il seno preme contro il mio petto quando inarca la schiena, ed è allora che mi stacco da lei per scivolare sul dorso: «voglio guardarti mentre ti muovi, ma petite. Ti voglio sopra di me.»
L’esitazione dura lo spazio di un battito di ciglia ed il respiro seguente mi è seduta sopra, aiutandosi con le mani per accostare la punta della mia virilità alla sua apertura più intima. Spinge, ed il mondo sembra scomparire.
Deglutisco a vuoto, le labbra leggermente dischiuse mentre ne sfioro i fianchi senza smettere di guardarla, seguendo la linea sinuosa che termina al seno. Lo sfioro con delicatezza, muovendo i palmi aperti contro i capezzoli induriti fino a che non si sporge in avanti, gli occhi lucidi per il desiderio; solo allora la carezza aumenta la sua pressione e le mani si chiudono a coppa, accompagnando il suadente sussurro che la raggiunge: «muoviti per me, Anita.»
Sentire il suo peso, vederla ondeggiare, percorrerne liberamente il corpo con le mani e con lo sguardo, è un sogno ancora così irreale da costringermi ad inumidirmi le labbra improvvisamente riarse. I suoi occhi sono fissi sul grande specchio che occupa uno degli angoli della stanza: osserva le sue anche andare avanti ed indietro in un crescendo di emozioni sempre più intense.
Cerco il suo sguardo attraverso la superficie riflettente: «ma petite», la chiamo, «guardami negli occhi, e che sia tra noi come avrebbe potuto essere sempre.»
Scuote la testa. «Non posso.»
«Devi lasciarmi entrare nella tua mente, come mi hai lasciato entrare nel tuo corpo.»
Sollevo il bacino verso l’alto penetrandola ancora più in profondità, inaspettatamente, rendendole difficile emettere qualcosa di diverso da un bisbiglio strozzato: «non so come.»
«Amami, Anita, amami.»
Solo allora i suoi occhi abbandonano lo specchio, spostandosi in un ampia parabola che percorre il pavimento, raggiungendo i miei con un’intensità che mi toglie il fiato: «Ti amo.»
«Allora lasciami entrare, ma petite, lascia che ti ami.»
Catturo il suo sguardo legandolo al mio, avvolgendolo con mille fili di seta prima di aprirle le profondità della mia mente. La trascino verso il basso ed il suo abbandono la fa cadere nell’oceano incandescente del mio essere, giungendo ad una fusione tale da non rendere possibile distinguere ciò che sono io da ciò che è lei. Sono nel suo corpo e nella sua mente: stimolo i suoi sensi ed i suoi pensieri al contempo.
La reticenza che ancora le impedisce un abbandono totale scompare nell’istante esatto nel quale l’orgasmo la coglie, in un’accelerazione improvvisa, cancellando il suo essere di singola persona per rimodellarlo in una forma più ampia e complessa. Sento il suo corpo nel mio ed il mio nel suo, non esiste più una definizione diversa da un noi che eccede la somma delle nostre persone. Questo è il sesso, e chi non ha mai provato nulla di simile si è limitato a sfiorare una pallida ombra di ciò che potrebbe essere.
Spazio e tempo si fondono in un istante al di fuori da ogni definizione, cristallizzandosi in un eterno qui ed ora, un punto luminoso privo di dimensioni, infinito ed impenetrabile, strappandomi un grido che si attorciglia scompostamente a quello più acuto di lei.

Non so dire quanto tempo è trascorso quando, ormai spossata, si abbandona su di me sfiorandomi gentilmente le braccia. Nessuna parola osa a spezzare il silenzio per un imprecisato numero di minuti, fino a quando non si lascia scivolare via, rannicchiandosi su un fianco. Lascio che lo faccia non senza una certa reticenza: mi piaceva sentire il suo calore attorno a me, mi faceva sentire… sereno.
«Non puoi più trattenermi con lo sguardo. Anche se te lo permettessi, potrei spezzare il legame in qualunque momento.»
«Sì, ma petite.»
«Ti disturba?»
Rubo una ciocca dei suoi capelli, passandola tra le dita in un movimento che concilia i pensieri. Potrei rispondere in mille modi differenti e non saprebbe che sto mentendo, ma decido di riservarle la sola verità.
«Diciamo che mi disturba meno di quanto avrebbe potuto disturbarmi qualche ora fa.»
Si alza su un gomito per potermi fissare diritto in volto, improvvisamente guardinga: «che significa? Che dopo aver fatto sesso con te non sono più pericolosa?»
«Tu sarai sempre pericolosa, ma petite.» Le concedo un sorriso indecifrabile, per poi sollevare il busto andando a sfiorarle le labbra in un bacio delicato. Imito quindi la sua posizione, girandomi su un fianco ed appoggiandomi ad un braccio così da sollevarmi a sufficienza per poter parlare.
«Un tempo avresti potuto spaccarmi il cuore con un paletto o con un proiettile,» le accarezzo una mano raccogliendola poco dopo per portarmela alle labbra, «adesso me lo hai tolto con queste mani delicate e col profumo del tuo corpo.» Ne bacio il dorso con estrema delicatezza, trasmettendole tutto il rispetto che provo per lei, per ogni parte di lei.
Lo sguardo che le rivolgo attirandola a me è allusivo e suadente, «vieni, ma petite, goditi la tua conquista.» Torna a sdraiarsi contro il mio torace, ma non si lascia incantare e tira indietro la testa per evitare il bacio che sto per darle: «non sei affatto conquistato», puntualizza con una decisione che non ammette repliche.
«Neanche tu, ma petite.» Le accarezzo la schiena con entrambe le mani dando voce a quei pensieri che già da tempo mi solleticano. «Sto cominciando a rendermi conto che non lo sarai mai e che questo è l’afrodisiaco più potente.»
«Una sfida eterna.»
Sì, «per tutta l’eternità»

This entry was posted on Domenica, Gennaio 28th, 2007 at 00:13 and is filed under Anita Blake. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

3 Responses to “Il ballo della Morte – questione di prospettiva”

  1. L’antipatica » Blog Archive » Indice fanfiction Anitaverse Says:

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    […] * Questione di prospettiva. Riscrittura dei capitoli 38 e 39 de “Il ballo della morte”, questa volta descritti e vissuti attraverso gli occhi e i sentimenti di Jean claude. […]

  2. Sara Says:

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    Cristo!!! che bello questo capitolo!!!!anzi scusate… questia capitoli!!
    vista dalla parte di Jean sono ancora più fantastici!! Finalmente….. Davvero Mitica la scrittrice!!!Ha scritto qualcos’altro ultimamente per caso?! Mi piace un sacco il tuo stile, dico davvero!!
    Ancora complimenti! un bacio

  3. Verdiana Says:

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    Ciao Sara :)
    Grazie per i complimenti, mi hanno fatto davvero piacere :)
    Ultimamente ho scritto per il teatro ed ho da poco inviato ad una casa editrice un romanzo in valutazione. Vedremo cosa mi diranno :)
    Sull’Anitaverse ho scritto, tempo addietro, poche altre fanfiction, tutte reperibili su questo blog insieme ad altri divertissement fantasy a quattro mani :)

    Grazie ancora per i complimenti! :)

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