Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66
L’antipatica » Blog Archive » L’assassino e l’apprendista - I

 

L’assassino e l’apprendista - I


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

Una giocata portata avanti nei ritagli di tempo :)
Il corsivo è mio, il normal di Andros ^_^

Indomabili capelli rossi ed occhi più profondi di quanto umanamante possibile, la giovane elfa si avvicinò al tavolo dello straniero con passo leggero, senza smettere di fissarlo neppure per un istante, l’aria fintamente spavalda di chi ha qualcosa da chiedere e deve trovare la forza di non accettare un rifiuto.

Capelli rossi. Solo per questo potrebbe farle la corte, si sorprende a pensare con un sorriso di scherno alla propria, voluttuosa, ingenuità. Sospira, la mano che va a cercare il pugnale in un gesto meccanico quant’è quello di risistemarlo, mentre le gambe si alzano a sistemarsi su una seconda sedia, in una posa deliziosamente sconveniente, per un elfo che si rispetti.

Allunga una mano sul tavolo, facendo scorrere l’indice avanti ed indietro accompagnato dallo sguardo. Solo alcuni secondi per trovare il coraggio e poi il movimento si interrompe, i suoi occhi si sollevano per fissarsi in quelli dello sconosciuto e la schiena si piega leggermente in avanti. “Ti ho visto, ieri, nel vicolo” gli sussurra badando a non farsi sentire da nessun altro.

Un muto sorriso è tutto ciò che l’elfo concede alla sua sconosciuta interlocutrice. Un sorriso spontaneo, in effetti. Con studiata lentezza, poggia il gomito sul tavolo, ed il mento sulla mano, senza permettere al sorriso di spegnersi e senza disturbarsi a sedersi più compostamente. Si limita ad annuire poco più che impercettibilmente, mantenendo il silenzio.

Le occorre un solo fluido movimento per sedersi sulla sedia che ha accanto, senza che la mano abbandoni il tavolo. Occhi febbricitanti d’aspettativa continuano a fissarlo, riflettendo il tremulo bagliore delle candele. “Insegnami”.

Le sopracciglia si aggrottano irrimediabilmente. Cosa può aver visto, di preciso? Possibile che gli stia chiedendo di… No. Un risolino sommesso liquida l’idea. Dovrebbe essere a casa, a quest’ora. Si inumidisce le labbra, senza palesare alcuna fretta. “Non dovresti essere a studiare musica, ricamo…” scrolla le spalle, con evidente noncuranza, la sua attenzione che, come la marea, si ritrae, costretta, da lei “…o qualcosa di simile?”

Le sopracciglia si inarcano e per la prima volta le labbra si aprono in un sorriso venato di sarcasmo. “Canto già sufficientemente bene, ma al ricamo preferisco il taglio e cucito. Tuttavia sono un po’ carente sul primo, pensavo potessi aiutarmi” Prende una breve pausa, spostando la mano dal tavolo al volto per disciplinare una ciocca rossa e ribelle.

Gli occhi si induriscono per un attimo, il viso diviene una maschera di gelida impassibilità. Subito dopo, sulle labbra torna ad affiorare il sorriso. “Il ricamo non è certo affare da ragazzine viziate.” Una pausa che dura il tempo di poggiare le gambe a terra ed alzarsi in piedi; qualche secondo per una qualsiasi altra persona, meno della metà di un respiro in questo caso. “Sei stata gentile ad offrirti di pagare”. Il volume, appena più alto di quello di una normale conversazione, si unisce ad un’eccessiva dilatazione delle vocali nella parlata. E, a sua volta, la voce si armonizza con una camminata incerta, apparentemente insicura, il cui unico tratto peculiare è la rapidità con cui porta l’elfo verso la porta, scegliendo, nel tragitto, i capannelli più affollati.

Un’imprecazione lascia le sue labbra con tono sommesso, quasi un ringhio che non può trattenere. Una moneta scivola sul tavolo, più rapida di quanto lo straniero si era aspettato. “Sempre così,” gli grida contro, “ti ubriachi ed io devo riportarti a casa!”
Se è una commedia quella che vuole inscenare, va bene, non sarà difficile sostenerla. Lo insegue tra i campanelli di gente, sorridendo accattivante e domandando gentilmente permesso.
“Chiedo scusa, mio fratello, sono mortificata… Potete fermarlo un istante?”

Un sorriso ebete, uno stolido annuire, un leggero barcollare fino ad uscire dalla taverna ed un subitaneo raddrizzarsi, sgranchendosi le spalle. “Vieni”. Senza voltarsi indietro, attraversa la strada, svolta a destra e si insinua, rapido, in un vicolo. Si infiltra in profondità, nel buio, fermandosi solo quando il vicolo curva a gomito, nel buio.

Deglutisce a vuoto, seguendolo ed allo stesso tempo portando una mano al di sotto dello spesso mantello. Le dita si stringono attorno all’elsa di un pugnale dalla fine cesellatura, forse un ricordo di passati fasti. Nessun suono abbandona le sue labbra mentre scruta con estrema attenzione tra le pieghe del manto notturno.

Sospira, voltandosi a concedersi lunghi attimi di studio della creatura che ha di fronte a sè. Socchiude gli occhi, inclinando il capo, prima di parlare. “Hai paura?”

“Siamo soli, in un vicolo buio, combatti meglio di me e ti ho visto uccidere un uomo, secondo te dovrei averne?” Il tono è quello con cui si potrebbe chedere a qualcuno se è stupido o se sta solo fingendo di esserlo. Certo che ha paura, sarebbe necessaria una buona dose di incoscienza, in quella cirostanza, per esserne esente.

“Quantomeno non sei stupida”. Il tono, asciutto, espressione di sollievo per la non fondatezza di un timore fin troppo probabile, stride con lo sguardo che mai ha abbandonato la giovane elfa. “Però hai pagato”. Le parole questa volta hanno il sapore canzonatorio di una leggera presa in giro, un rimprovero per uno sciocco errore commesso a causa, principalmente, di una generale pochezza mentale.

Le dita si stringono ulteriormente attorno al pugnale, come se il freddo del metallo potesse infonderle una sensazione di maggiore sicurezza. “Non sono una ladra” risponde seccamente, quasi uno schiaffo verbale. “Voglio solo imparare a difendermi”.

Un lungo sospiro, un leggero dondolare della testa, divertito. Una mano che si alza, vuota, troppo lenta per costituire una minaccia, fino a posarsi sulla testa rossa per scompigliarne appena i capelli. “Cercati qualcun altro”. In completo contrasto con la dolcezza del gesto, il tono è secco, tagliente, quasi monocorde.

Non gli da il tempo di ritirare la mano. Il suono delle sue parole si è appena spento che il braccio si muove rapidamente in avanti: le dita che stringono il pugnale raggiungono l’assassino all’altezza dello stomaco, la lama di piatto e posta il orizzontale, non una minaccia ma la semplice dimostrazione che la sta sottovalutando. Non serve dire null’altro: lo sguardo freddo e determinato esprime chiaramente i pensieri del momento.

Inarca un sopracciglio, esalando un lungo sospiro. “A quanto pare, lo stupido devo essere io”. Con un gesto da prestigiatore volta rapidamente il polso, svelando una moneta pizzicata tra indice e medio. La porge all’elfa con smisurata lentezza. “Ben fatto. Mai tentare di imbrogliare un oste”. Un risolino che non si preoccupa di celare. “E tieni il mento rietrato, quando avanzi con il pugnale. Hai un nome?”

Ritrae il pugnale, allungando al contempo l’altra mano per prendere la moneta, le sopracciglia lievemente aggrottate. “Prima il tuo, di nome. E” aggiunge, come se stesse prendendo mentalmente appunti “perché devo tenere il mento rientrato?”

Scruta con espressione indecifrabile la piccola elfa. “Lo scoprirai non appena finirai la prima volta a terra nella polvere, suppongo”. Socchiude gli occhi, scuotendo piano la testa. Parla seccamente, senza lasciar spazio ad altro che non alla noia. “Il mio tempo è prezioso. Il tuo nome.”

“Puoi chiamarmi… Lilian”. Un attimo di indecisione più del necessario, forse, ma cosa importa? Se era un nome quello che voleva eccolo accontentato.

Alza le spalle, in un gesto di resa alla noia che quello stallo sembra causargli. “Puoi chiamarmi Huinë, allora. Hai un posto dove stare?” Le mani si ritirano, nascondendosi tra le ampie maniche ed il mantello.

“Forse…” Si allontana di un passo, indecisa “…non sono sicura di voler tornare a casa…”

“Gli dei ce ne scampino”. Allarga le braccia in un’esagerata pantomima. “Una mocciosa fuggita di casa. Torna dai tuoi genitori e chiudiamo la faccenda, non ho intenzione di essere accusato di rapimento”.

Una risata le sfugge dalle labbra protraendosi più a lungo di quanto sarebbe conveniente “Non ho genitori. Andiamo.” Si incammina, avvicinandosi “E se qualcuno dovesse accusarti…” si stringe nelle spalle “… non accadrà“. Gli si ferma accanto, fianco a fianco, il volto fiero che guarda avanti ed il capo non si sposta neppure quando le iridi saettano verso di lui, guardandolo dalle lunghe ciglia arcuate. Un sorriso obiquo le sfugge “Avrei potuto colpirti”. Una semplice constatazione, pronunciata non senza una certa soddisfazione.

Un solo angolo delle labbra si piega, in un sorriso privo di divertimento. “Forse”. Accenna con il capo, una sola volta, nella direzione in cui conduce il vicolo. “La mia casa è in quella direzione”. Senza attendere una risposta, si avvia a passo tranquillo.

Forse non è un no”. Lo segue, adeguandosi al suo passo. “Forse” sottolinea quella parola, come per provocarlo, “sei meno bravo di quanto pensassi”. Nasconde un sorriso, mordendosi il labbro inferiore.

Alza le spalle, un sorriso ad incurvargli le labbra, mentre continua a camminare, svoltando di vicolo in vicolo. “Crearsi delle aspettative è sempre un lavoraccio infame e mal pagato”. Il volto torna ad atteggiarsi alla neutralità. “Forse mi sono solo dato delle arie per fare colpo. Anzi, sicuramente è così.”

“Su di me?” Inarca un sopracciglio “Hai cercato di svignartela dal primo momento che mi hai vista. C’è qualcosa che non mi hai ancora detto, però.”

“Se ti dicessi che se avessi voluto sparire tu non avresti avuto più modo di trovarmi, probabilmente non mi crederesti. Vero?” Rimane in silenzio per qualche attimo, mordicchiandosi le labbra. A dispetto del contegno generale, apparentemente rilassato, gli occhi saettano da un lato all’altro del vicolo. “La risposta è no. Non uso alcun balsamo, ho questi capelli di natura.” Inclina appena la testa, facendo ondeggiare la miriade di sottili fili di seta nera che sembra costituire la capigliatura dell’elfo.

“La natura non sempre è generosa. Ma sono certa che si potrà fare qualcosa, non temere. Tuttavia” sorride “non mi hai ancora detto quale prezzo dovrò pagare”.

“Questo è un dettaglio di cui non devi preoccuparti. Ne discuterò personalmente con il mercante cui ti venderò″. Sorride appena, sotto i baffi.

Un brivido freddo le attraversa la schiena: è forse uno stupido inganno? Se sapesse la sua reale identità e fingesse ignoranza per trarre profitto dalla situazione? No, impossibile… Nessuno può aver modo di conoscere il suo vero nome, ha vissuto appartata per troppo tempo perché qualcuno possa riconoscerla, soprattutto non nei sobborghi della città. Solleva meccanicamente il cappuccio, calandolo sul volto per nascondere il defluire del sangue ed il pallore che ne consegue. Non è questo il momento di perdere lucidità, si dice, non quando sta per entrare nella tana del lupo. “Non sono solita trattare i miei affari senza conoscere il prezzo che questi comportano. Mercanteggia con me, invece che con altri: non guadagneresti comunque molto vendendo un’elfa recalcitante, con un pessimo carattere e la lingua lunga. Per di più non so neppure cucinare.”

Un sospiro, uno solo sospiro prima di un lungo silenzio, rotto solo dai passi dei due elfi e dai rumori della città che sembrano giungere attutiti, come se il vicolo fosse una realtà parallela, collegata eppure differente e separata dalla città.
“Prendi tutto troppo sul serio.”
Cinque parole, isole radunate nell’arcipelago di una frase persa in un mare di silenzio. Se non vi fosse un’occhiata obliqua, ad accompagnarle, un sorriso che scintilla solo negli occhi, si potrebbero quasi scambiare per un rimprovero.
“E’ un problema, comunque.”
Inspira rumorosamente aria tra i denti, una delle numerose pose di cui sembra ammantarsi senza soluzione di continuità e sequenzialità logica.
“Che tu non sappia cucinare, intendo. Il brutto carattere si cura con la frusta e la lunghezza della lingua è affare di una lama ben affilata, ma per la cucina…”
Lascia che la testa cada in avanti, assumendo poi un dondolio da destra a sinistra e viceversa.
“Dovrai applicarti o accontentarti di quello che preparo.”
Un sorriso fugace, un nuovo cambio nel tono di voce, ora più gentile, quasi affettuoso.
“Personalmente, ti consiglio di imparare. Sarà un guadagno per entrambi.”

Un occhio socchiuso ed uno aperto, lo osserva. E’ gentile ed allo stesso tempo non lo è, la confonde.
“Dai per scontato che mi fermerò da te molto a lungo. O, se non altro, tanto a lungo da dover imparare a cucinare.” Lascia trascorrere un attimo di silenzio prima di proseguire: “Potrebbe non essere così. Il posto potrebbe non piacermi o potresti non piacermi tu, chissà.” Si muove quasi in punta di piedi, badando a non produrre alcun suono mentre una mano si stringe a pugno sotto il mantello ed una nuova determinazione le balena nello sguardo. “Perché mi stai aiutando? E perché sei così cortese?”

“E’ probabile, sai… La mia casa non è un granchè e io sono una persona piuttosto noiosa, in fin dei conti.”
Continua a camminare, misurando il proprio silenzio in passi. Una nuova svolta ed il rumore della città, come un ronzio sordo e sommesso, sembra avvicinarsi nuovamente.
L’ultima domanda della sua interlocutrice gli suscita un sorriso divertito, storto, quasi crudele nella foggia.
“Diciamo che sono curioso. Non menti abbastanza bene per non interessarmi.”

Aumenta il passo, superandolo e parandoglisi davanti, il mantello bordato di edera d’oro che ondeggia attorno a lei seguendone i rapidi movimenti: “E se ti sbagliassi? Se stessi solamente fingendo ingenuità per attirare la tua attenzione, mentendo così abilmente da renderti impossibile l’accorgertene?”

Sorride, di nuovo, senza preoccuparsi di nascondere quello che sembra affetto, fermando il passo.
“Meraviglioso, non trovi? Un’abilissima bugiarda e un tronfio pallone gonfiato che si da un mucchio di arie. Una coppia ben assortita.”
Ridacchia, spostando il peso del corpo a destra, poi a sinistra per tornare ancora a destra. Scivola, inaspettatamente, di fianco all’elfa, superandola a passo ancor più svelto di prima, quasi avesse una tabella di marcia sui cui orari è in ritardo.

Il movimento è così rapido da lasciarla interdetta per un istante, come se non avesse ben compreso quanto appena accaduto. Inspira a fondo, trattenendo il fiato, per poi voltarsi a guardare la sagoma scura ormai a metà della via. Corre per raggiungere lo sconosciuto, tornando ad un’andatura normale solo quando si trova a pochi passi da lui, scegliendo di camminargli leggermente alle spalle. “Perché fai questo mestiere? Piacere, necessità, cos’altro?”

“Ma che mestiere faccio, io?”
Come uno schiaffo improvviso, un torrente in piena, i due escono dal vicolo, sbucando in una via assolata dalla luce pomeridiana di un astro in fase calante. Senza mostrare alcuna esitazione, l’elfo svolta a destra, proseguendo in quella che, ad una prima occhiata, sembra essere la via degli inchiostrai e dei pennivendoli.

Socchiude gli occhi, guardandosi attorno con curiosità ma non senza un certo fastidio per le torce fissate al muro, il cui baluginare confonde la vista elfica annullando così una per lei preziosa risorsa.
“Conosco questa strada…” sussurra, più a se stessa che a lui “è l’unico luogo della città vecchia nel quale…” Si intettompe, come se avesse dato voce ad un pensiero privo di una reale conclusione.

Ignora del tutto il commento dell’elfa, svoltando improvvisamente in una piccola traversa; dopo qualche passo, si ferma di fronte ad una porta in legno scuro, sormontata un’insegna sbiadita dal tempo, recante la scritta “Jacobius, il copista”.
Con un gesto che denota una consumata abitudine, estrae da una tasca un mazzo di chiavi, procedendo ad aprire la serratura (vecchia, poco oliata e decisamente sferragliante) non senza lesinare un paio di sommesse imprecazioni dirette ad un misconosciuto fabbro.
Quando la porta si spalanca, con un lamentoso uggiolio di cardini, lo sguardo dell’elfa può spaziare per un locale abbastanza spazioso, le cui pareti occupate da lunghe scaffalature, utili per esibire inchiostri, penne, raccolte di fogli e libri. Dietro una tenda, posta in fondo alla stanza, si intuisce la presenza di un’altra porta; se uno sguardo potesse, sottraendosi alle leggi di natura, oltrepassare il tessuto e voltare gli angoli, vedrebbe poche altre stanze: una cucina, spaziosa malgrado il tavolo e le sedie che ne occupano il centro, bagnata dalla luce filtrante da due ampie finestre; un ripostiglio dalla porta chiusa, contenente una varia quantità di materiale per scrivere, cancellare, rilegare, miniare; una scala in legno, infine, che porta al piano superiore ed a quella che appare una cantina, chiusa da una porta in legno chiaro.
Un sorriso palesemente divertito è tutto ciò che le labbra dell’elfo si concedono, immuni alla tentazione di lasciarsi sfuggire alcun suono.

Entra lentamente, dapprima sporgendo solo il capo oltre il battente e poi muovendo qualche timoroso passo in avanti. Lo spazio che si mostra ai suoi occhi è essenziale e comune, senza armi o altri oggetti inquetanti in bella mostra. Un copista… Jacobius. No, non può essere. Sposta lo sguardo dalla stanza allo sconosciuto, prendendo al contempo nota della posizione delle possibili vie di fuga. Lo sconcerto dipinto sul suo volto non da cenno di abbandonarla, ed anzi si intensifica mano a mano che nuovi pensieri vanno ad accavallarsi nella sua mente.

“Benvenuta nella mia bottega.”
Il tono è tornato cordiale, aperto, quello di un commerciante verso un cliente, si direbbe quasi. Varca senza esitare la soglia, soffermandosi però, subito dopo, ad osservare la porta, ancora aperta.
“Suppongo che potrebbe non essere troppo tardi per l’arrivo di qualche cliente. Quindi…”
Una breve pausa, una rapida occhiata scoccata all’elfa, un sorriso sornione che per un momento gli incarca le labbra; ecco tutti gli indizi che quanto sta per dire racchiude un significato nascosto.
“…direi che possiamo tenere ancora aperta questa porta.”
Avanza nuovamente nella stanza, come se l’elfa non esistesse; è solo dopo qualche attimo speso in controlli apparentemente futili di fogli ed inchiostri, che l’elfo torna a parlare, senza tuttavia distogliere lo sguardo da ciò che sta facendo.
“Se hai fame, di là c’è la cucina. Immagino che non crederesti alle mie parole, se ti dicessi che oltre la porta chiusa non c’è niente di interessante, quindi eviterò di dirtelo. Presta solo attenzione, quando vi entri: le boccette di inchiostro sono fragili e il loro contenuto prezioso. Ed evita di cambiare posto alle cose, ho un mio ordine e rischierei di non trovare più nulla.”
Lo sguardo saetta, improvviso ed indagatore, sull’elfa, incurante della quantità di informazioni appena riversatele addosso.
“Sai leggere e scrivere?”

“In quattro lingue” Risponde meccanicamente, senza pensare e come non lo stesse ascoltando per davvero, continuando a guardarsi attorno mentre appoggia le spalle al muro accanto alla porta. “…chi sei veramente?”

“Quattro lingue… che esagerazione, se non riesci ad ottenere le risposte che ti servono neanche in una di queste.”
Ridacchia divertito, dirigendosi poi verso la tenda. Nel passare vicino all’elfa non sa resistere alla tentazione di scompigliarle nuovamente i capelli, riprendendo la via della parola solo dopo averla superata.
“Tu chi pensi che io sia?”
Senza attendere alcuna risposta, sposta la tenda e varca la soglia che immette in un corridoio, proseguendo spedito per la cucina. La sua voce giunge quindi ovattata dalla distanza e dagli ostacoli, seppur adeguata nel volume a farsi sentire.
“Non mi hai detto se hai fame.”

Arrossisce, rendendosi conto di ciò che ha detto. Non voleva svelare subito tutte le sue, seppur poche, conoscenze, ma aveva risposto senza pensare e questo era qualcosa di completamente sbagliato: doveva stare più attenta.
“No, non ho fame, ho mangiato alla taverna, ma grazie comunque”. Si porta una mano alla testa, assumento un’espressione imbronciata mentre riflette sul da farsi. Lo sguardo si sposta dalla tenda all’uscita per poi tornare indietro. Con fare circospetto imita i movimenti di lui, scostando il drappo di tessuto e muovendosi lentamente lungo in corridoio fino a sbucare nel vano che funge da cucina. “Credo che tu non sia la persona che vedo qui adesso. Credo che tu stia recitando una parte a mio uso e consumo e, inoltre, credo che tu stia cercando di ridurre in briciole tutte le mie aspettative per potermi rimandare a casa con un bel fiocchetto in testa e qualche spicciolo tra le mani.” Il tono di voce è monocorde, privo di acrimonia o di qualsiasi altro sentimento, come se stesse semplicemente descrivendo una situazione tanto evidente da non essere motivo di stupore alcuno.
Parlare e passeggiare per la grande stanza è un tutt’uno, così come iniziare a guardare con interesse e curiosità gli oggetti lì ospitati.

“Non esagerare.”
Parla senza distogliere gli occhi da ciò che sta facendo; l’acqua in un bollitore di ceramica, poggiato su una stufa, l’elfo prepara due tazze, nelle quali sbriciola qualcosa preso da un sacchetto spuntato fuori da chissà quale credenza o cassetto. Si volta di scatto, un sorriso sornione sulle labbra, gli occhi socchiusi.
“Fare il copista non rende tanto da consentirmi di regalare spiccioli a chicchessia.”
Termina di armeggiare con le tazze, compiendo una serie di operazioni apparentemente confusionarie.
Si gira, poi, appoggiandosi al ripiano su cui stanno le tazze, un occhio al bollitore. Parla quasi con noncuranza, con il tono appropriato ad una discussione sul tempo, sul prezzo della verdura o sulla mancanza di spazio per sistemare i carri.
“Quale arma credi che ti salverà la vita, se imparerai ad usarla?”

Sorride stranamente, stringendosi maggiormente nel mantello, il cappuccio ancora sollevato e qualche ciocca ribelle che sfugge al controllo della stoffa. “Non è la mia vita, ad essere in pericolo. Andrà bene qualsiasi arma si adatti a me.” Socchiude gli occhi, come se i gesti dell’assassino le avessero ricordato qualcosa. “E mi serviranno anche nozioni sui veleni… nel caso le lame non dovessero rivelarsi sufficientemente amiche. Sai chi potrebbe fornirmele?”

“Stupida.”
Il tono secco, come una frustata, un’unica parola quasi sputata fuori, a forza. L’elfo si sposta in silenzio, andando a recuperare il bollitore e riempiendo le due tazze, apparentemente senza alcuna fretta di parlare o aggiungere altro. Estrae -da una manica? Da un cassetto? Dal nulla?- due cucchiaini, assegnandone uno a ciascuna delle tazze. Presele entrambe, si dirige al tavolo, si accomoda a capotavola e poggia la tazza, evidentemente destinata all’elfa, alla sua destra, in corrispondenza della prima sedia su quel lato.

Resta immobile per un tempo che le sembra infinito, il fiato trattenuto ed una risposta tagliente che le solletica che labbra pronta ad uscire allo scoperto. Le costa indicibile fatica avvicinarsi lentamente al tavolo, raccogliendo un lembo del mantello prima di sedersi così che la stoffa, tendendosi, non vada a premerle sulla gola. Osserva la tazza corrucciando le labbra, per poi spingerla con un dito verso di lui mentre ricomincia a parlare. Potrebbe esprimere le sue ragioni con una tale dovizia di particolari da non poter fare altro che convincerlo, ma si limita ad una semplice e sussurrata parola: “Perché?”

Sospira, allungando una mano verso la tazza respinta. Veloce, come fosse un gravoso compito di cui liberarsi il prima possibile, la afferra e la porta alle labbra, prendendone un sorso copioso, grato a se stesso di non aver utilizzato acqua troppo calda; la poggia, infine, nuovamente di fronte all’elfa, appoggiandosi allo schienale della sedia.
“Non è la tua vita, dici. Eppure vuoi utilizzare un’arma. Credi di poter affrontare uno scontro in posizione di vantaggio? O, forse ritieni che la tua vita non sarebbe in pericolo? Quanto ai veleni, poi…”
Una smorfia di esasperazione esagerata, che si conclude con un tenue sorso dalla propria tazza, subito seguito da un secondo.
“Versato su una lama che non ti sia amante e sposa fedele, è il modo più veloce per andarsene all’altro mondo.”
Sospira, raddrizzandosi il tempo necessario per stiracchiarsi e tornando poi ad abbandonarsi contro lo schienale; un solo sorso, prima di parlare ancora.
“Ora, rifletti attentamente. Quale arma credi che ti potrà salvare la vita, se imparerai ad usarla?”

Appare decisamente irritata, ora, e quel fioco bagliore comparsole nello sguardo al di sotto dell’esasperazione potrebbe, ad un osservatore attento, apparire quasi sofferenza.
“Non ho detto di non essere in pericolo, ho solo detto che non è la mia vita ad essere in gioco.” Le parole vibrano nell’aria modulate in note leggere e soavi, più simili a quelle di una conversazione amichevole che ad un duello verbale come quello in atto. Non gli lascia il tempo di rispondere, proseguendo: “un’arma piccola, che si possa facilmente nascodere e che passi inosservata. Il veleno non mi serve per le armi, ma per il cibo. Se sarò costretta a giungere a questo punto preferirei non ci fosse sangue…” rabbrividisce, rigirandosi la tazza tra le mani prima di sollevarla alle labbra, come se il calore potesse cancellare anche tremori che non nascono dal freddo.

“Corretto. I veleni, lo sanno tutti, si possono impiegare su cibi…”
Accenna con il capo alla tazza dell’elfa.
“…o bevande. Certo, non saprei dire se possano essere insapori, in effetti. Di per certo…”
Prende un altro sorso dalla propria tazza. Quando termina, la solleva appena, non curandosi di nascondere un sorriso di affettuosa dolcezza.
“…gli antidoti non lo sono quasi mai. Ma che ci vuoi fare?”
Scrolla le spalle, ostentando una rassegnazione palesemente esagerata. Ancora un sorso.
“L’arma migliore che tu possa avere è il tuo cervello, comunque. Ha anche un vantaggio non da poco…”
Il sorriso non si spegne, ma le parole, quando l’elfo torna a parlare, sono secche ed aspre, un vento crudele che graffia un cimitero d’ossa.
“…se non impari ad usarlo, te ne accorgi in fretta. Morendo, per l’esattezza.”

Sente il sangue defluirle dal volto in un riflesso incondizionato. Quell’elfo non le piace, per nulla. Eppure ha bisogno di lui. Di lui e di nessun altro, perché se prendesse lezioni d’arme attraverso uno dei tanti canali ufficiali dovrebbe dare spiegazioni e questo è quanto meno desidera. Lui, invece, èun elfo ma allo stesso tempo non lo è. E’ perfetto e simultaneamente inadatto.
Si inumidisce le labbra cercando di ragionare con maggiore freddezza, concedendosi qualche istante di silenzio. La tazza, stretta con entrambe le mani, viene sollevata fino al volto così da poter prendere un lungo respiro dei suoi fumenti. “Alloro, malva, un po’ di cannella… è pregiata…” Si volta a guardarlo, quasi stupita, aprendo e dischiudendo le labbra come se stesse cercando un sapore che ancora non le sovviene. “E… arancio, mi pare. Certo, se il veleno fosse insapore non potrei accorgermene, ma allora per quale motivo agonizzare un’intera notte quando si può rendere tutto più rapido?” Porta la tazza alle labbra, prendendone un sorso. “Se non altro è ottima” Sorride, restando in attesa della prossima provocazione, quasi si trattasse di un rito di passaggio al quale rassegnarsi.

“Ovviamente, diamine!”
L’aria sognante di chi stia parlando di un ideale, di una visione, fa da compagna ad un tono declamativo.
“Una manciata di momenti dedicati a se stessi, ecco cos’è una tazza di tisana. Se non fosse ottima, che razza di momenti sarebbero?”
L’espressione si dissolve così com’era sorta e i lineamenti dell’elfo tornano ad essere di cordiale simpatia. Non parla che dopo aver gustato ancora un sorso, l’ultimo della sua tazza.
“Tu, ad ogni modo, rimani una sciocca.”
Un sospiro sconsolato nell’attesa dell’attimo, ormai imminente, in cui il sonnifero serrerà la sua presa.

La vista le si annebbia via via che scorrono i minuti e le palpebre si fanno sempre più pesanti. Un lieve giramento di testa unito alla sensazione di lenta caduta non le permette di rispondere se non dopo alcuni istanti, lasciando perdurare sulle sue labbra un lieve sorriso di scherno.
“E tu potresti esserlo altrettanto. Se è veleno stanno per cadere sulla tua testa più guai di quelli che potresti mai immaginare e superare. Ti troveranno.” Nonostante il tono affaticato le sue parole trasudano una certezza che va oltre il semplice affidamento nel fato: deve indiscutibilmente avere i suoi motivi per dire ciò che sta dicendo. “Ma se come penso non si tratta di veleno, perché sarebbe stato molto più semplice lasciarmi in uno dei vicoli, viva o morta, se è un’altra sostanza, allora, per favore, per favore… non portarmi a casa senza che possa svegliarmi al più piccolo suono… per favore.”
Solleva la tazza ancora una volta per prendere un nuovo sorso di tisana prima di lasciarla scivolare a terra (dispetto o accadimento involontario?) ed accasciarsi a sua volta sul ripiano freddo del tavolo.

Due occhi, freddi ed immobili, sostano sull’elfa senza vederla. Calcolo? Valutazione di mille fattori interdipendenti? Una difficile decisione da prendere? O forse solo un ricordo, un’idea lontana? Non e` dato saperlo. L’elfo, Jacobius quando e` dentro la bottega, si alza con un movimento la cui lentezza contrasta con la fluidita` di cui e` intriso; si avvia in tutta calma a chiudere la porta che da sull’esterno, girando il chiavistello.
Quanto succede immediatamente dopo e` ovvio e quasi scontato da narrare: l’elfa si risvegliera` al piano superiore, in una stanza dalle finestre oscurate da tende. La luce gia` insistente della mattina inoltrata immergera` la stanza in una penombra tagliata da lame luminose, piu` che nel buio. La camera appare piuttosto spaziosa e pulita, ornata di quella semplicita` ricercata di chi sembra aver conosciuto il lusso ed averlo giudicato scomodo, noioso e pacchiano.
La piccola, sedicente, Lilian ha trascorso la notte in un letto, piuttosto basso in verita` suppur largo quanto basterebbe per due persone, dalle lenzuola di lino, chiare, profumate di un’odore a meta` tra il sapone ed il profumo che accompagna l’elfo, una spezia difficilmente definibile e talmente leggera da essere quasi inafferrabile.
Di fianco al letto, tutti i vestiti che potevano esserle tolti senza denudarla: il mantello, ben piegato sullo schienale di una larga sedia, non e` il suo, bordato d’edera d’oro, ma un piu` grezzo indumento di stoffa grigio scuro. Gli stivali sono allineati di fianco alla sedia suddetta, su cui campeggiano invece calze, la cintura cui e` fissato il fodero del pugnale e, a seguire, piegati ed ordinati, tutti gli altri indumenti che l’elfa non si trova addosso, ad esclusione di eventuali armi, sicuramente sparite, e dei soldi, certamente involati.
Una seconda sedia ospita un vassoio con quella che sembra una colazione abbondante: pane, due terrine (ognuna delle quali coperta da un piattino), riepiena di una strana confettura, l’una, e -addirittura- di miele, l’altra, carne fredda, frutta. Campeggiano ancora, per terminare, due brocche piene, rispettivamente, di acqua e di fresca tisana, anche queste coperte, ed un bicchiere capovolto. In centro al vassoio, poi, un piccolo vasetto, alto e dal collo stretto ed allungato, campeggiano due fiordalisi.
Il pugnale nel fodero, gia` ad una prima occhiata, si rivela non essere quello in possesso di Lilian, ma uno strumento interamente di legno, dal manico liscio e reso lucido dal sudore e dallo sfregamento dell’uso; il peso della finta arma e` almeno tre volte superiore a quello del vero pugnale, particolare che induce a credere all’esistenza di un’anima di acciaio all’interno del legno.
Quando l’elfa dovesse alzarsi e varcare la soglia, coperta da una pesante tenda nera, si troverebbe in un corto corridoio che da su una sola stanza, sulla destra e terminante in una sorta di soppalco che vede a destra alcune porte chiuse a chiave e, a sinistra, le scale, dirette verso il basso e ancora verso l’alto, in un insospettabile terzo piano. L’unica stanza liberamente accessibile, affacciantesi sul piccolo corridoio, e` un bagno. Al suo interno, nell’angolo a sinistra, un barile colmo d’acqua e, di fronte, una piccola stufa destinata evidentemente a scaldarla, a fianco una cesta con una discreta provvista di legna da ardere e quello che sembra un paiolo. Oltre a questi due primi, visibilissimi, inquilini, il bagno ospita una vasca ed una tinozza con un piccolo ripiano, l’una piena di acqua limpida quanto fredda e l’altro ospitante del sapone ed una pezzuola di lino attentamente ripiegata. La parete su cui e` collocata la porta ospita degli scaffali su cui sono visibili, ben allineate, pezze di lino di varia dimensione ed una buona collezione di olii, sali da bagno e saponi.
Dal piano di sopra giungono, inoltre, dei tonfi dal ritmo e dall’intensita` irregolari, attutiti, com’e` ovvio che sia. Nell’aria aleggia una nota profumata d’incenso, mista a qualcosa di indefinibile, un aroma caldo ed al tempo stesso troppo lieve quasi anche per essere percepito.

Impiega qualche istante per rendersi conto di dove si trova e perché, ma non appena la consapevolezza si fa strada in lei ecco che scosta le coperte con un solo gesto, alzandosi in piedi e guardandosi attorno con un certo timore. Si avvicina lentamente alla tenda che funge da porta, a piedi nudi e badando a non fare rumore, quindi posa l’orecchio sulla superficie di stoffa per poi compiere la medesima operazione anche sul pavimento.
Raggiunge i suoi abiti, imprecando nel non trovare il suo bel mantello ed il pugnale che, se lo ripromette, farà in modo di recuperare. Non tocca cibo o bevanda, occupandosi invece di verificare la chiusura della finestra. E’ aperta. Bene. In un attimo i suoi piedi sono sul cornicione e le mani cercano l’appiglio adatto per calarsi fino al senciato della strada.
Le ginocchia si flettono per attutire la caduta e la mano destra va a sfiorare il suolo come per contrastare un eventuale sbilanciamento in avanti. Il mantello si solleva alle sue spalle, mosso dallo spostamento d’aria, e non fa in tempo a raggiungere nuovamente il corpo dell’elfa che la giovane rossa è di nuovo in movimento: raggiunge a passi decisi l’ingresso della casa, spalancando la porta senza troppe cerimonie.

La porta, come una cortese dama avanti nell’età, si sposta non senza un sentito cigolio di protesta, lasciando libera la vista di spaziare per la consueta stanza ammobiliata con il tavolo e le scaffalature alle pareti. La tenda è tirata, a coprire il corridoio e non si intuisce, a prima vista, la presenza dell’elfo. Presente, ben distinguibile, è l’odore di qualche cosa che cucina sul fuoco, stufato per la precisione.

Inspira profondamente, mettendo poi a tacere i brontolii dello stomaco. Un’idea le balza improvvisa alla mente, e dopo aver guardato fugacemente verso l’alto si trova a posare il ruvido mantello sullo schienale di una delle sedie per poi iniziare a frugare nella stanza, badando a non produrre rumori, alla ricerca di ciò che le è stato sottratto o di qualcosa di più interessante.

A volte l’apparenza inganna e, dietro la più innocente banalità, è nascosto qualcosa di sorprendente. Tuttavia, non è questo il caso. La perquisizione, per quanto attenta ed accurata, della giovane elfa, non da frutto che esuli dalla normalità dello studio di uno scrivano: penne, inchiostri, fogli bianchi, fogli di pergamena, fogli stropicciati e fogli scarabocchiati, fogli con qualche appunto vergato chissà quando, fogli macchiati da improvvide sbavature ed abbandonati nel mezzo di un lavoro.
Nessun pugnale, nessun mantello, nemmeno qualche spicciolo.

Sbuffa, piuttosto irritata, prima di passare alla cucina e cercare anche lì qualcosa che possa fornirle qualche indizio, cercando in particolare le erbe che ha usato la sera precedente. Dalla cucina passerà poi alle stanze successive, controllandole una per una prima di arrivare all’ultima: quella da cui proviene il suono ritmico che ha accompagnato il suo risveglio. Ovviamente il suo intento è quello di non farsi sorprendere e non può fare a meno che spiare con circospezione oltre le tenda che funge da porta.

Per quanto possa essere accurata la giovane elfa, non troverà nulla di ciò che cerca. La stanza con la porta chiusa, se pur non a chiave, si rivela ciò che l’elfo aveva detto la sera precedente: un ripostiglio, ingombro di materiale della più varia natura, dai fasci di fogli alle boccette di inchiostri, da minuscoli timbri ad un piccolo set di pennelli.
La cucina appare uguale al giorno precedente. I cassetti e le credenze nascondono stoviglie, posate, attrezzi da cucina, pentole e padelle, ingredienti di vario tipo; da una pentola poggiata sulla stufa, seppur ad un angolo, perchè non riceva troppo calore, proviene un quieto e continuo rumore di sobbollio, fautore dello spandersi dell’aroma di cibo. A ben cercare, la sedicente Lilian potrà trovare un sacchetto contenente una discreta quantità degli aromi utilizzati dall’elfo la sera precedente per preparare la tisana; impossibile dire, tuttavia, se e quali altre sostanze contenga quel miscuglio di erbe.
Giunta alle scale, la piccola potrebbe segliere di scendere, nel qual caso verrebbe fermata da una porta in legno chiaro, chiusa a chiave da una serratura che pare non forzabile, che blocca l’accesso alla cantina; potrebbe invece decidere di salire, ritrovandosi al piano superiore: anche qui, alcune porte chiuse le interdirebbero irrimediabilmente dei locali, le uniche stanze accessibili il succitato bagno e la stanza da cui è uscita l’elfa.
Nel caso in cui l’elfa decidesse di salire ancora una rampa di scale, l’ultima, scoprirebbe l’origine dei tonfi: in un locale nato probabilmente come mansarda, tanto ampio da far sospettare di aver inglobato anche il sottotetto della casa vicina, l’elfo si sta esercitando. Il pavimento della stanza è interamente di legno, le pareti stuccate di bianco non lasciano spazio a nient’altro che alla pulizia, tanto meticolosa da comprendere anche il tetto, con le travi a vista; l’elfo è vestito solo di un paio di pantaloni e di una casacca, entrambi color crema chiaro. I capelli sono legati strettamente in una coda, la fronte scintilla di sudore, così come la casacca si appiccica al torace dell’elfo, per poi separarsene un movimento dopo, in un’eterna danza inconcludente.
Un movimento circolare del braccio, il peso che si sposta sulla gamba arretrata, il corpo che si piega, in un ponte, fino a toccare con le mani per terra, una spinta e l’elfo è in equilibrio sulle mani, un salto e si trova nuovamente in piedi, un buon metro più indietro. I movimenti dell’elfo sembrano unire una strana ginnastica ad una serie di forme dalla natura palesemente offensiva, anche se eseguite a mani nude, il tutto condito con alcune esibizioni acrobatiche in salti carpiati, capriole e volteggi; l’atterrare a piedi nudi od il rotolare sul pavimento appaiono essere i responsabili dei tonfi uditi dall’elfa.

Appoggia una spalla allo stipite della porta, sostando a guardarlo con l’espressione incantata che potrebbe derivare da una danza ipnotica. I suoi movimenti sono puliti e precisi, come se l’istinto guidasse ogni gesto senza necessitare dell’intervento della ragione. Il solo pensiero di cosa potrebbe fare con una spada tra le mani le fa scuotere il capo per allontanare il misto di ammirazione ed orrore che la coglie.
Resta in silenzio, come se non volesse disturbare il suo lungo allenamento, chiedendosi, tuttavia, da quanto tempo il suo corpo si stia muovendo ininterrottamente.

Un lungo momento di immobilità, il peso interamente trasferito sulla gamba sinistra, la gamba destra arretrata e tesa, entrambe le braccia, le mani strette in un pugno che vede eretti ed irrigiditi solo l’indice ed il medio, tese di profilo, quasi dovessero essere due corte lance. All’improvviso un cambio di peso, sulla gamba destra, ed uno stacco repentino: un capovolgimento di situazione, le mani che impattano sul pavimento e di nuovo la sospensione in aria, per un giro completo, fino ad atterrare nuovamente in piedi, le ginocchia appena flesse -pur se non rilassate- per assorbire l’urto, le mani protese entrambe in avanti a dita aperte, unite e rigide, ideali punte per la lancia, altrettanto immaginaria, che è il braccio.
Un momento di immobilità. Due. Un respiro. Un altro.
“Buongiorno.”
Gli occhi che si staccano dal punto senza profondità in cui sembravano inchiodati per portarsi, scintillanti di un sorriso che non traspare dalle labbra, sull’elfa.
“Io e te dobbiamo parlare, credo. Hai mangiato?”

Si concede qualche istaante di silenzioso sorriso, il capo che si inclina lateralmente accompagnato dal morbido ondeggiare dei capelli.
“Abbondantemente” risponde infine, in un tenue sussurro, portandosi una mano alla gola con fare civettuolo. Le ciglia si muovono languidamente per due o tre volte, nella studiata pantomima di un tentativo di seduzione. Quando riprende a parlare il tono è estasiato ancor più che soave e l’idillio che descrive si esprime con sospirante ammirazione: “La carne era deliziosa, ed il miele… mai assaggiata una prelibatezza simile, per non parlare della frutta, impossibile trovarne di così buona, anche se, ammettiamolo, ciò che davvero ha mandato in subbuglio i miei sensi è stata… oh, sì, è stata senz’altro l’indicibile-freschezza-della-tua-tisana…”
Le ultime parole, scandite come si trattasse di altrettanti colpi di pugnale, lo raggiungono insieme ad un sguardo rovente, testimone della rabbia che non aspetta altro che di trovare soddisfazione.

“Una piccola aristocratica, davvero.”
Una risata sommessa che fa sembrare le parole meno serie di quanto non siano in verità, mentre l’elfo si avvicina alla porta, e all’elfa, con una camminata che l’esercizio appena concluso rende sinuosa e, al tempo, quasi del tutto silenziosa, pur senza apparire forzata.
“A volte si ha fame, al risveglio. Ad ogni modo, è quasi ora di pranzo e c’è uno stufato che dovrebbe essere pronto, in cucina.”
Si ferma improvvisamente, come folgorato da un pensiero, le sopracciglia aggrottate e lo sguardo rivolto appena verso l’alto.
“Spero di avere rimedio contro il veleno a sufficienza. Sempre meglio essere preparati, quando si ha il mio talento per la cucina… dovrai imparare quanto prima, temo.”
Un sospiro di esagerata rassegnazione ed uno scuotere leggero la testa fanno da contorno ad un sorriso, improvvisamente sbocciato sulle labbra dell’elfo. Riprende la lenta avanzata.
“Ad ogni modo, io ho fame. Se devi insultarmi puoi farlo benissimo mangiando, ritengo.”
Accenna con il capo alle scale.
“Hai approfittato della stanza da bagno? Io credo di dovermi rinfrescare, almeno sommariamente.”
Alza entrambe le braccia, su cui la casacca è appiccicata in modo irregolare, a mostrare la propria condizione.

Il braccio fino ad allora ripiegato sul petto si tende e la mano si sposta dalla gola allo stipite opposto della porta. “Il mio mantello ed il mio pugnale. Poi potrai anche annegare nell’acqua calda, se lo desideri.” Il tono è secco, privo della dolcezza posseduta qualche minuto prima. “infine, ti osserverò volentieri mangiare mentre mi fornirai esaustive risposte. Mi sono spiegata?”

Sospira facendo cadere le spalle e le braccia, in una pantomima infantile. Esala poi un sospiro, tornando a raddrizzarsi come gli costasse fatica.
“L’apprendista di un copista non va in giro con un mantello bordato d’oro. E’ già strano che nessuno ti abbia ucciso per averlo, in effetti.”
Aggrotta le sopracciglia, come considerando per un attimo l’idea. Si riscuote improvvisamente, tornando a parlare in tono piatto.
“In questa casa non si usano armi, per il momento, specialmente quelle dall’elsa così finemente decorata. Il pugnale che ti ho dato -lo hai già provato?- pesa circa tre volte la tua arma; non è molto, ma per iniziare basterà. Un ultimo consiglio, infine.”
Gli occhi, per un solo attimo, si socchiudono perdendo ogni traccia di dolcezza, divenendo prossimi alle lame di cui si sta parlando per intensità e durezza.
“Mai mettersi tra un affamato ed il suo pranzo, mia nobile signora.”
Accompagna le parole con un’affettata riverenza, quella in cui potrebbe prodursi un cortigiano di infimo rango davanti ad un sovrano.

Libera il quadro della porta quanto potrebbe essere sufficiente per passare. Non è più la spalla, ora, ad appoggiarsi al legno scuro, bensì la schiena, e lo sguardo lo raggiunge dal volto leggermente reclinato, così che il capo possa a sua volta trovare un appoggio. Un divertito sorriso le aleggia sulle labbra, fantasma di chissà quali pensieri. “Non li indosserò, e neppure li userò, ma li voglio nella mia stanza. E rivoglio anche i miei soldi” Incrocia le gambe all’altezza delle caviglie, continuando a parlare senza una reale volontà di rispondergli “Non ho provato il pugnale, tengo sempre gli occhi aperti e scappo discretamente bene da sfuggire alla metà dei ladri della città. Non è coraggioso nè eroico, ma è vero. Inoltre,” non può nascondere una nota di fastidio, “non amo essere chiamata nobile signora e ti sarei grata se evitassi questo appellativo. Lilian andrà più che bene, come nome.”
Corruga la fronte, come se stesse cercando di capire se ha dimenticato qualcosa. Quando la linea dei pensieri svanisce, lasciando la pelle nuovamente candida e liscia, le labbra si muovono parlando in un mezzo sorriso: “Allora, maestro, non eri affamato?”

Scuote la testa, sconsolato.
“In cambio tu mi racconterai chi sei? Un’elfa orgogliosa tanto da rischiare di uccidersi da sola, che vuole imparare a difendersi, che trama per uccidere qualcuno, che cerca nozioni in un’arte ignobile, che parla quattro lingue, che si fa chiamare Lilian e che è venuta in questa strada da cliente -o sbaglio?”
Alza un solo dito, a chiedere attenzione a quanto sta per dire, lo sguardo fattosi improvvisamente neutro, quello che potrebbe avere un qualunque interlocutore, il tono di voce ammorbidito ed abbassato, quasi come se si fosse svestito dalle numerose pose che ama assumere.
“Se hai intenzione di mentirmi, riavrai la tua roba e te ne andrai. Subito. Preferisco che tu mi dica, a proposito di un dato argomento, che non vuoi parlarne. Tanto…”
Un nuovo sorriso scintilla sul volto dell’elfo.
“…potrei anche scoprirlo da me!”

Solleva il capo, soffermandosi a guardarlo come se fosse indecisa sul da farsi. Infine, inumiditasi le labbra, si lascia andare ad una lieve risata.
“Bene. Allora. Non mi va di parlarne. Naturalmente potresti propormi un patto: una domanda a testa e… non prenderti il disturbo di mentire: per quanto improbabile ho anch’io conoscenze interessanti.”

Un sospiro sfugge dalle labbra dell’assassino, la mente rivolta ad una droga che provoca il mutismo per qualche ora, un sorriso divertito che sboccia e subito appassisce, sostituito da una contrizione troppo accentuata per essere reale.
“Voi, nobile Lilian, mi imponete dure condizioni di resa. Ebbene, per lo stufato s’ha da fare, senza dubbio.”
Si lascia sfuggire un risolino, muovendosi per superarla nel momento esatto in cui ricomincia a parlare.
“Puoi iniziare ad apparecchiare la tavola, mentre io mi do una rinfrescata. Ti consiglio di mangiare, tuttavia, poi…”
Un piede messo di traverso, improvviso, lo fa incespicare. L’equilibrio è ben presto ritrovato, pur se con una certa malagrazia. L’elfo si volta con studiata lentezza verso Lilian, un sorriso sulle labbra che sembra di autentico divertimento; la voce, tuttavia, risuona piatta.
“…poichè, dicevo, l’allenamento non sarà leggero. Affatto.”
Una risata e l’elfo sembra dileguarsi per le scale, scese con la scivolosa rapidità di un’ombra.
No, l’allenamento non sarà leggero nè facile; sogghigna, mentre si chiude la porta del bagno alle spalle, già pregustando la meritata pulizia.

Quando lo vede inciampare nasconde un sorriso di trionfo, senza tuttavia riuscire a celare completamente la propria soddisfazione per essere riuscita a coglierlo di sorpresa; un’altra volta.
Annuisce compitamente, richiudendo la porta della stanza degli allenamenti dopo aver lanciato una lunga occhiata tutt’intorno.
Ridiscesa in cucina l’ispezione del mattino le risulta utile per trovare con rapidità le stoviglie necessarie ad apparecchiare. Sulla tavola sono presto posati una ciotola con le relative posate ed un bicchiere, accompagnati da una brocca d’acqua fresca e dalla pentola dello stufato, adagiata sopra ad una pezza di stoffa ripiegata in quattro parti, così che non scaldi eccessivamente il sottostante ripiano di legno.
Il tempo inpiegato dall’elfo per la sua pulizia personale le permette di tornare nella propria stanza, portando al piano di sotto la colazione intoccata. Pone sul tavolo il piatto di carne fredda, riordinando invece negli appositi ripiani le brocche, la marmellata ed il miele.
Per più di una volta deve ritirare la mano dall’anta oltre la quale è conservata la tisana della sera precedente: non le è dato sapere se sia la stessa che contiene in sonnifero e più che ripagare l’elfo con la sua stessa moneta preferirebbe capire cosa lo ha spinto a compiere quello sgradevole gesto.

L’elfo esce dal bagno in tutta tranquillità, un telo di lino avvolto attorno alle anche e si dirige alla camera che ha ospitato l’elfa per la notte. Qualche attimo dopo si è rivestito, scegliendo, questa volta, un colore ocra chiaro applicato alla stessa foggia di vesti precedentemente indossate con la sola aggiunta, questa volta, di una cintura e di un paio di scarpe leggere. Le mani affondate nelle tasche, scende allegramente le scale, giungendo in cucina. Non saluta l’elfa e, se ha notato come la tavola sia apparecchiata per lui solo, non sembra darlo a vedere; afferra invece la ciotola e recupera un mestolo, passando subito a servirsi una porzione di stufato. Quando ha riempito i tre quarti della ciotola torna a sedersi, ponendo nei movimenti un’attenzione che pare esagerata in confronto alla difficoltà del compito.
Finalmente accomodatosi al tavolo, assaggia la punta di un cucchiaio di stufato, passando quella che pare un’infinità di tempo a degustare una minuscola porzione di cibo. Scrolla poi le spalle, come se la cosa avesse improvvisamente smesso di interessarlo.
“Tu non mangi?”
Parla all’improvviso, senza neanche aver alzato gli occhi sulla sua interlocutrice e senza tuttavia negarsi un sorriso morbido e poco accennato quanto apparentemente spontaneo.
Una domanda a testa, si era detto.

“No, io non mangio. Andrò a comprare qualcosa per me non appena mi avrai restituito i miei averi.”
Lo fissa, stranamente silenziosa, andando a sedersi con grazia al lato opposto del tavolo. Cosa la sua mente stia architettando non è probabilmente ben chiaro neppure a lei ma ciò che è certo, non occorre un genio per comprenderlo, è che deve assolutamente trovare un modo per imporre la propria volontà prima che la situazione le sfugga di mano.

Inarca appena un sopracciglio; l’elfa non ha approfittato del vantaggio tattico che le stava offrendo. Forse è orgoglio. Forse è ingenuità. O forse dovrebbe mangiare, preoccuparsi di meno e divertirsi di più.
Sogghigna, mentre quest’ultimo pensiero gli attraversa la mente. Prima di parlare, si pulisce con affettata attenzione le labbra.
“Orbene… prima domanda. Suppongo che tocchi a me.”
Sospira, come se trovasse faticoso esplicitare i propri pensieri.
“Vuoi imparare a difenderti o ad uccidere? Ed esiste differenza?”

Posa le mani sul tavolo, tormentandosi le dita come se non sapesse esattamente come rispondere. Fissa lungamente lo sguardo su di lui, per poi abbassarlo senza tuttavia fissarlo realmente in una direzione precisa.
“Ti stai prendendo gioco di me o si tratta di una domanda seria, questa volta?” Corruga la fronte prima di trarre un breve sospiro, quasi come se continuare le costasse non poca fatica.
“Proverò a cercare, tra le molte parole che hai pronunciato, la vera domanda che avevi intenzione di pormi: se si cerca di uccidere qualcuno affrontandolo in onorevole duello è necessario sapersi difendere, se lo si vuole semplicemente eliminare è sufficiente essere abbastanza bravi per scivolargli alle spalle quando meno se lo aspetta. Mi sono già posta questa domanda, e non una sola volta: sarei capace di prendere un uomo alle spalle spingendogli una lama tra le scapole senza neppure guardarlo negli occhi? Potrei far scattare la balestra per colpire in piena fronte un uomo che sta amichevolmente conversando con l’amante? Sarei in grado di sopravvivere dopo aver allungato alla mia vittima un calice di vino avvelenato?”
Si inumidisce le labbra, sorridendo amaramente: “Non lo so con certezza, ma… no, non voglio uccidere nessuno, l’idea mi turba. Allo stesso tempo, se si rivelerà necessario, sì, sarei capace di portare la morte sulle ali del silenzio. Credo che si chiami odio, pertanto, voglio imparare a superare la guarda del rivale ed a muovermi silenziosamente, come te. Cos’è più importante?” Si stringe nelle spalle “Dipende da quale delle due abilità mi servirà prima, e non potrò saperlo fino a che non dovrò utilizzarle. Perché, purtroppo, dovrò utilizzarle.”

“Mh.”
Un leggero mugolio di assenso, una veloce scrollata di spalle e l’elfo ricomincia a mangiare.
“E in che situazione saresti?”
Tiene il cucchiaio fra indice e pollice, puntato verso l’alto.
“Ma, soprattutto, chi sei?”

Lo sguardo prende vita all’improvviso, come se la diffidenza fosse tornata ad aprirle gli occhi ed a mettere in moto il suo cervello: “Ah-ah-ah.” Lo ammonisce. “Una domanda a testa, ricordi?”
Si lascia scivolare all’indietro, contro lo schienale della sedia, posando le gambe accavallate sul sedile di quella accanto.
“Perché quella tisana, ieri sera? Non sarai così stupido da pensare che questo non abbia conseguenze, vero?”
Soffia verso l’alto, allontanando dagli occhi una riccio sfuggito al controllo del nastro per capelli, senza che la sua attenzione si distolga per un solo istante dal suo volto opalino.

“Buona domanda.”
Lascia il cucchiaio nella ciotola, ormai praticamente vuota, appoggiando i piedi, con una pigra voluttà del tutto inappropriata ad un elfo, al tavolo, la schiena appoggiata comodamente allo schienale.
“Sintetizzando, per non doverti uccidere di noia, un test ed una lezione.”
Una breve pausa, come a radunare i pensieri che sta per esporre.
“Non amo perdere il mio tempo. Se sei ancora qui, è perchè sei davvero interessata in ciò che chiedi. O, quantomeno, sei tanto testarda da non capire quand’è il momento di lasciar perdere… pericoloso, ma interessante, senza dubbio. Inoltre, volevo capire fino a che punto una piccola nobile elfa ben educata può essere ostinata.”
Esala un sospiro, intrecciando le mani all’altezza dello stomaco, lo sguardo che va a sfiorare le punte dei piedi.
“Sottovaluti troppo la crudeltà, o la stupidità, di chi ti sta di fronte. Se fosse stato veleno saresti morta. Te ne rendi conto, sì? A prescindere da quanto possa essere conveniente tenerti in vita, non pensare che questo possa essere sufficiente a salvarti. Ritenerlo, al di là di ogni dubbio, ti potrebbe portare alla morte… l’orgoglio e la cocciutaggine possono portare lontano, ma a volte conducono direttamente un paio di metri sotto terra.”
Scrolla le spalle, senza spostare lo sguardo dalle scarpette.
“Se qualcuno ti sfida, rispondere è pericoloso…”
Volta di scatto il capo, un sorriso divertito sulle labbra.
“…ma non farlo è indice di debolezza di carattere, in effetti. Ora… vorresti dirmi chi sei?”
Lo sguardo non abbandona l’elfa, sembrando sfiorarne e carezzarne ogni lineamento, ogni ciocca di capelli, intrecciati in evoluzioni senza fine.

“Se non si può vivere come si desidera allora si è già morti. Sdraiati sottoterra o camminandovi al di sopra, cosa importa?” Posa nuovamente i piedi sul pavimento, togliendo qualche invisibile piega dalla camicia prima di iniziare a sparecchiare, dapprima spostando gli oggetti più distanti da lui e poi avvicinandosi via via.
“No, non voglio.”
Posa la pentola accanto alla stufa allontanando la mano rapidamente, come se il metallo non avesse perso sufficiente calore nonostante il tempo trascorso lontano dal fuoco. Solo allora si volta a guardarlo, come se considerasse chiuso il discorso riguardante la sua identità: “possiamo continuare a parlare allenandoci. Non sono una cameriera e non voglio perdere tempo.” Una breve pausa separa la frase successiva, pronunciata con distacco troppo marcato per essere realmente sentito: “In caso contrario potrei sempre rivolgermi a qualcun’altro.”

“Sì, certo, potresti. E questo mi da indiscutibilmente un vantaggio… io non ti obbligo, di conseguenza sarai costretta a seguire i miei ritmi ed il ritmo di allenamenti che ti imporrò. Temo di dover insistere, ad ogni modo.”
Ha parlato senza lasciare che le parole dell’elfa si spegnessero completamente, seppur con tono gentile.
“Chi sei?”

L’irritazione permea le sue parole, rendendole più acute del consueto.
“Perché mai è così importante?!”
Sbotta, fissandolo con occhi accesi dall’impazienza e dal timore.

Sospira, pazientemente, come se dovesse spiegare qualcosa di ovvio, palese.
“Perchè, diversamente, non potrai chiedermi chi sono sperando di ottenere una risposta. E, se non lo farai, non ti fiderai mai di me.”
Scrolla le spalle, come se quel discorso lapalissiano lo tediasse oltremodo.
“Se mai accadrà, si intende. Questo, in effetti, farà la differenza fra ciò che diventerai; una piccola istruita in arti sconvenienti o…”
Si lascia sfuggire un sogghigno divertito.
“…una persona che sa difendersi. O uccidere, che dir si voglia.”

I palmi delle mani colpiscono il tavolo con impeto, mentre il volto della giovane elfa si avvicina a quello dell’assassino fermandosi ad una spanna dai suoi occhi d’ametista.
“Avevi detto che avrei potuto non risponderti” E’ un’accusa esplicita e pronunciata con direzza. “Ed ora vieni meno alla tua parola. Se ti dicessi chi sono nella migliore delle ipotesi mi rispediresti a casa e nella peggiore conoscerei l’umidità della tua cantina. No, non ti metterò a parte della mia identità. E non basta un nome, neppure il tuo, perché io possa avere fiducia in te e mangiare alla tua tavola: tu mi hai drogata contro la mia volontà e questo non puoi cancellarlo. Le azioni hanno delle conseguenze, non bastano otto ore e quattro sorrisi per cancellare tutto. Non osare mai più decidere per me. Mai. Ed ora, se volessi davvero dimostrare che la mia fiducia ti interessa, potresti essere tu a dirmi per primo chi sei, senza pretendere nulla in cambio. Per una volta, una sola volta, ammetti di aver sbagliato e fa ammenda senza giocare all’eroe tenebroso”

Una mano che, lenta, si va a sollevare per velare uno sbadiglio. La posizione che non muta, escludendo il movimento della mano.
“Io sono Jacobius, il copista. Sono un elfo di campagna che scrive bene e che si mantiene dignitosamente con il suo lavoro; il mio sogno è vedere uno stuolo di giovani apprendisti scrivani, su al secondo piano, ma mi mancano i fondi per aprire la scuola. Certo, sono un po’ svampito, ma per fortuna posso contare sulla saggezza e sui consigli di Telivia, umana di mezz’età con quattro figli -Martin, Leon, Laetis e Aeris. Viene due o tre volte la settimana; cucina qualcosa e fa spesso la cresta sulla spesa, anche se non in modo esagerato, ma, se non altro, pulisce dignitosamente. E, tra parentesi, ficca il naso dappertutto… il che spiega la necessità di non tenere armi in casa; o indumenti troppo preziosi in bella vista. Tu, invece…”
Solo il tempo di prendere fiato, prima di tornare a parlare rapidamente.
“…sei Lianna, la figlia di mia sorella maggiore, Velouna e di un nostro vicino di casa, Feris. Sei sempre stata abituata a chiamarmi ‘zio’ o ‘fratello’, a causa della non ingente differenza d’età; i tuoi genitori ti hanno spedito dal parente di città per farti avere un’istruzione, procurarti un marito, farti vivere un’avventura o, più probabilmente, perchè parlavi troppo ed eri decisamente fastidiosa. Per il momento abiti qui, in una delle due stanze che hai visto… non vorrai continuare a dormire nel mio letto, vero? Ho un bagno solo, confido che non sarà un problema. Sei figlia unica, tra l’altro, e questo spiega in parte il tuo brutto carattere.”
Si inumidisce le labbra, gli occhi fissi a studiare eventuali reazioni della sua interlocutrice. Quasi per caso, come se le parole gli fossero scivolate di bocca, parla infine in quello che è poco più di un sussurro.
“Lugaid. Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes, terzo con questo nome.”

Trattiene il fiato, come se quelle parole l’avessero paralizzata. Gli occhi sgranati lo guardano come si potrebbe fare con un fantasma e l’incarnato sembra aver abbandonato ogni colore mentre una mano si allunga esitante verso il suo volto per poi, infine, ritrarsi raggiungendo le labbra socchiuse.
“No, non è possibile… Io… Io ho cantato alla commemorazione della tua… della sua scomparsa, quindici, no: sedici, sedici lune fa. Non… cosa diamine… perché?”
Vanquilosse Loine di Lymes… per gli dei…

“Bùh.”
Non trattiene un sogghigno divertito; il momento in cui il volto ritorna serio e quello in cui l’elfo si trova in piedi paiono tanto vicini da essere quasi coincidenti. All’apparenza completamente disinteressato a ciò che aveva animato fino a quel momento la discussione, l’identità dell’elfa e la fiducia reciproca, si dirige verso la porta della cucina.
“Jacobius, il copista.”
Si ferma, una volta raggiunto lo stipite, a cui si appoggia, ancora dando le spalle alla sua interlocutrice.
“Tra un paio d’ore arriverà Telivia con delle lenzuola pulite adatte ad una fanciulla. Per allora, suppongo che tu voglia almeno sistemare grossolanamente la stanza.”
Senza attendere risposta si stacca dallo stipite con indolenza per procedere, con tranquilla lentezza, nel corridoio, verso le scale.

Lo segue, come in trance, scuotendo lentamente il capo senza riuscire a capire la reale portata di quanto le è stato appena rivelato. Mille domande rimbalzano incotrollate nella sua mente, intrecciandosi alle molte storie sentite nel passato ed al ricordo per le tante lacrime che ha visto versare anche a distanza di anni dalla scomparsa. La sua famiglia lo amava molto, era la loro speranza, e non si erano mai rassegnata all’idea di una morte prematura. Come se non bastasse, i Vanquilosse erano amici della sua famiglia da generazioni, così che l’idea di trovarsi nella casa del primogenito scomparso le sembrava ancora più strana ed innaturale. Aveva cantato e pregato gli dei di avere cura della sua anima ed ora eccolo lì, con un coltello alla cintura e l’indifferenza necessaria ad uccidere un uomo in un vicolo buio.
Come doveva comportarsi, adesso? No, non rivelare la sua scoperta: avrebbe avuto effetti deleteri su di lui e sui suoi parenti, incrinando equilibri che si erano ormai rinsaldati. Cos’altro, dunque? L’idea le sovvenne nel momento stesso in cui il battente di legno si aprì a rivelare una stanza di modeste dimensioni, provvista di poco più che letto e cassettone. Le tende vennero scostate e le finestre aperte, così da cambiare l’aria mentre i mobili venivano spostati la polvere allontanata. Poche scatole di pergamene cambiarono collocazione, venendo portate al piano di sotto, ed all’arrivo della domestica buona parte del lavoro era già stato svolto nonostante l’elfa continuasse a ripetere di non aver mai fatto nulla del genere e, pertanto, di necessitare dell’aiuto di suo “fratello” in queste faticose incombenze.
L’arrivo di Telivia fu chiassoso ed allegro nonostante il timore, ora che vi era una fanciulla in casa, di vedere ridotte le sue ore di servizio, timore presto fugato da una Lilian lieta di farle sapere che non aveva nessuna intenzione di impegnarsi nelle faccende domestiche.
Attese il momento adatto per quasi un’ora, ma alla fine la sua pazienza venne premiata: Telivia si avvicinò a Jacob per conferire con lui riguardo alla spesa della settimana. La piccola elfa si intruffolò nel discorso asserendo che avrebbe dedicato un po’ di tempo ad un lungo giro della città. Aveva già indossato il mantello e, dopo essere salita in punta di piedi per sfiorare con un rapido bacio la guancia del fratello, si dileguò oltre la porta senza badare alla risposta giuntale ormai attutita dalla lontananza.
Cosa fece, quel pomeriggio, è facile da raccontare: in prima battuta si recò dal maestro pittore dal quale i suoi familiari l’avevano autorizzata a prendere lezioni e presso il quale pensavano abitasse; il vecchio Amilioll ne aveva approfittato per rinpinguare le proprie finanze, percependo un cospiquo stipensio dalla famiglia dell’elfa per affinare il suo talento e dall’elfa stessa per non affinarlo affatto ed offrirle una facile copertura.
Non appena giunta nello studio dedicò qualche tempo a lavarsi e vestirsi come si conviene ad una giovane dama, concedendosi anche un pasto sostanzioso poiché la fame iniziava a far sentire la propria voce. Avvolta in un nuovo ricco mantello chiamò una carrozza e si fece accompagnare fino ad una grande villa fuori città, presso la quale rese visita ad alcuni dei suoi cari amici di famiglia: i Vanquilosse.
Tornò a sera ormai inoltrata, compiendo in giro inverso: dapprima sostò presso la casa del pittore per indossare nuovamente i suoi vecchi abiti, concedendosi una cena veloce presso una delle taverne, per poi fare ritorno a casa di Jacob portando con sé del vino ed un sacchetto di vaniglia che le era stato offerto da Lady Loine al momento del commiato.
Era intenzionata a fargliene dono, se li avesse voluti accettare.

Siede, al buio ed in silenzio, in cucina. Appoggiato allo schienale della sedia, i piedi sul tavolo, accavallati. Del tutto immobile, gli occhi socchiusi persi su un paricolare di nessuna rilevanza dell’intonaco del muro che ha di fronte a sé, è, in realtà, immerso in riflessioni di ben ovvia natura.
L’elfa era aristocratica, questo era ovvio. Di una certa importanza, per di più; quella famiglia non avrebbe mai permesso di far cantare, alla veglia in onore del caro primogenito scomparso, una qualche rampolla di una casata minore. Già la veglia… scaccia il pensiero con una rabbia che traspare dall’esterno, incrinando la sua apparente immobilità.
Con uno sforzo di volontà, torna a concentrarsi sul fatto che l’elfa e` uscita, gia` da diverse ore; il timore di aver faticato inutilmente per rimettere a posto una stanza destinata, ora, all’abbandono: ecco ciò che vorrebbe guidasse le sue preoccupazioni. Tuttavia… un altro pensiero scacciato con fastidio, accompagnato da un profondo sospiro.
Rinunciando alla riflessione, l’elfo torna a svuotare la mente, in un’esercizio sorprendentemente simile alla meditazione; immobilità e silenzio lo avvolgo nuovamente, come coperte che non tengono caldo, nell’attesa del ritorno dell’elfa.
Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes.
Bah.

Il cigolio della porta accompagna il suo ingresso in casa. Maledizione, si era dimenticata di quel rumoroso particolare! Non essendovi più modo per nascondere la propria presenza decise di raggiungere la cucina, e da lì le camere superiori, come se non fosse scomparsa per un’intero pomeriggio, contando sul fatto che l’elfo fosse già sotto le coperte da qualche tempo.
La tenda si scosta con un lieve frusciare ed un tremolio di sorpresa la coglie quando i suoi occhi, accesi dai bagliori rossastri dell’infravisione, incontrano il corpo immobile Lugaid. Si costringe a trattenere il lieve tremito proprio di chi vede la tempesta in avvicinamento, e la teme, chiedendosi se quell’oggi lui sia riuscito a seguirla nonostante tutto.
“Buonasera. Ti ho portato un regalo.”
Sussurra infine, come se un tono più alto potesse disturbare non sono il silenzio ma anche il buio profondo che li avvolge.

La mente dell’elfo torna a popolarsi di pensieri, uscendo da quello stato quasi di trance in cui era scivolata; il primo, prepotente, e` il sollievo, ricacciato indietro e nascosto con ostinazione.
“Un regalo.” Il tono e` piatto ed inespressivo, come se stesse ripetendo le parole dell’elfa senza davvero comprenderle. Quando torna a parlare, lo fa coniugando movimento e parola, le gambe che si stiracchiano e tornano a poggiarsi a terra.
“Non era necessario. E da dove proviene, questo regalo?”
Il tono della domanda e` neutro, con una sfumatura di leggera acidita` e come di ira trattenuta, covante come le braci sotto la cenere.

I muscoli del collo si contraggono e si rilassano mentre la giovane elfa deglutisce a vuoto cercando il coraggio per rispondere a quella apparentemente semplice domanda.
Ancora non è sufficiente e si trova costretta ad inumidirsi minuziosamente le labbra mentre posa davanti a lui la bottiglia di vino ed il sacchettino di stoffa dorata.
“Mi hai… mi hai seguita?”

L’elfo concede agli oggetti riportati indietro dall’elfa una sola veloce occhiata, a sopracciglia aggrottate, affrettandosi poi a distogliere lo sguardo, quasi come infastidito dalla loro sola vista.
“Una domanda oltremodo sciocca, non credi?”
Non da cenno di volersi alzare in piedi, malgrado, ora, sia seduto compostamente.

Tamburella sul tavolo con le dita, due volte, e la terza solleva contemporaneamente lo sguardo su di lui, come volesse sfidarlo.
“D’accordo.”
Apparentemente sicura di se torna a parlare senza che alcuna incrinatura della voce riveli il suo reale stato d’animo.
“Proviene dalla tenuta della tua famiglia”

Muto, come stordito dalla notizia, si inumidisce le labbra con la punta della lingua. Inspira ed espira, a fondo, una prima volta. Quindi una seconda.
Il pensiero di aver avuto ragione -un dono ad un’elfa qualsiasi? Non era possibile.- sulle origini della sua interlocutrice non lo solleva per nulla. Allunga una mano, in un movimento lento quanto impacciati sono divenuti i suoi pensieri ad afferrare la bottiglia; la porta vicino a se`, tentando di decifrarne la natura senza alcun successo, la mente impegnata in altri pensieri che non una valutazione enologica.
Si alza di scatto, la presa sulla bottiglia serrata tanto da far sbiancare le dita e tremare il braccio; il primo istinto e` quello di lanciarla contro un muro, facendola esplodere in mille frammenti e versandone il prezioso contenuto a terra, urlando tutti i pensieri che gli strozzano la mente al buio e a quella piccola, sciocca elfa.
Addestramento ed abitudine a soffocare gli eccessi, non consoni alla sopravvivenza, hanno pero` la meglio. L’elfo pesa senza delicatezza la bottiglia sul tavolo, costringendosi a smettere di guardarla.
Senza parlare, supera il tavolo e l’elfa, cui non rivolge la parola, dirigendosi verso le scale; sarebbe salito ad allenarsi, senza dubbio.

Sente il sangue defluirle dal volto mentre la lotta che l’elfo sta combattendo con se stesso esprime la sua natura conflittuale nello sguardo e nell’improvviso irrigidirsi del corpo, solitamente flessuoso ed elegante.
lo insegue lungo le scale, cercando di tenerne il passo.
“Per favore, parlami. Non ho detto nulla, te lo giuro, volevo solo rivedere il tuo ritratto, vorrei capire, io… mi dispiace, tu eri così…. ed io, io ho pensato… oh per favore, per favore, parlami, anche se è per insultarmi, per favore!”

Le mani affondate nelle tasche, l’elfo continua a salire senza una parola. E` solo quando e` arrivato al primo piano che le sue labbra si schiudono, lasciando uscire una voce piatta ed incolore, senza tuttavia che i suoi occhi si spostino sull’elfa.
“Vai a dormire. Domani sara` una giornata faticosa.”
Senza interrompere il passo o curarsi di essere o meno seguito, continua a salire verso l’ampia sala da allenamento.

Si zittisce, senza tuttavia rinunciare a seguirlo fino alla sommità dell’ultima scala. Attende che sia entrato nella stanza degli allenamenti, quasi sperasse in un invito, prima di posare la schiena al muro esterno per poi lasciarsi scivolare lentamente verso il basso fino a sedersi a terra, le gambe ripiegate al petto. Il mantello resta scomposto alle sue spalle, costringendola a slacciarne la fibbia prima di posare la fronte sulle ginocchia, in attesa che passi la tempesta.

Priva di una porta, la sala rimane aperta; tuttavia, non giunge alcun’altra parola dall’elfo. L’allenamento in cui si imbarca e` progressivo e, se inizia con movimenti di una lentezza esasperante, diviene, dopo qualche tempo, fatto di tecniche esplosive, palesemente offensive, quasi che l’iniziale lentezza sel fisico facesse da contrappeso all’agitarsi dei pensieri; significa forse che, ora che e` il corpo a scattare, la mente dell’elfo si e` placata? Impossibile capirlo dalla sua espressione, immutabile.

Resta in attesa, seduta accanto alla porta per non non sa quanto, limitandosi a allungare, di tanto in tanto, alcuni sguardi oltre l’ingresso della stanza. Quando la danza dell’elfo si fa più serrata e veloce non può trattenere un sorriso di involontaria ammirazione, soffermandosi a guardarlo da quella scomoda posizione per un tempo più lungo di quanto vorrebbe.

Lunghe litanie di secondi, secondi che si fanno minuti, minuti che divengono ore? Quanto senso ha misurare il tempo secondo criteri così staccati dalla realtà? Lugaid, invero, segna lo scorrere del tempo con il sudore e la fatica che gli si accumula nei muscoli, riflesso fedele della durezza della lotta sostenuta non già contro gli immaginari avversari per i quali è stata creata la danza di guerra in cui pare assorto, ma contro i propri draghi interiori, nemici tanto più pericolosi quanto in possesso di tutte le stesse armi di colui che dall’interno divorano.
E’ solo quando anche il respiro si fa doloroso che l’elfo interrompe il proprio allenamento; Lilian è ancora ferma ad osservare? Non se ne cura; come se non esistesse imbocca rapido la via delle scale, diretto al consueto bagno caldo.

I suoi occhi restano fissi sulla schiena di lui fino a che i capelli corvini non svaniscono oltre la porta del bagno. Solo allora gli occhi sgranati da cerbiatto si richiudono accompagnati da un sospiro. Conta fino a dieci, cercando inutilmente di riordinare le idee nella sua mente, e, infine, fa perno su una mano per rimettersi in piedi, lottando contro la muscolatura dolente per la troppa immobilità.
Non presta attenzione al mantello lasciato lì dove si trova, persa in più complessi ed intricati pensieri, spostandosi silenziosamente fino alla stanza dell’elfo per tornare nuovamente al pavimento, la schiena senza nessun appoggio se non quello fallace della pesante tenda blu. L’unica possibilità di superarla, a meno di parlarle, è il calpestarla.

L’acqua è fredda. L’elfo, in effetti, non si ricorda di averla scaldata o di averla versata dentro la tinozza, nè di avervi aggiunto i sali; eppure, riflette mentre si alza lentamente in piedi, deve averlo fatto, a giudicare dall’umidità ancora presente nella stanza e dall’odore, una nota ben distinguibile in sottofondo, che satura l’ambienta.
Scavalca il bordo della vasca senza curarsi di gocciolare per terra, recuperando un ampio telo di lino in cui avvolgersi, legato ai fianchi; è con l’ausilio di un secondo telo che si friziona sommariamente, scostando la tenda ed uscendo.
Non può fare a meno di fermarsi di botto, esalando un leggero sospiro; senza poi dire null’altro, scosta la tenda, lasciando scivolare una sola parola in tono piatto, pesante come una pietra.
“Scostati.”

Solleva lo sguardo su di lui, il mento posato nuovamente sulle ginocchia accostate, muovendo lentamente il capo in segno di diniego.
“Vadania Ember Sovelis di Quarion. Non scappare.”
Il suo vero nome si libra nell’aria con la corposità di una voluta di fumo, portando la memoria ad eventi non molto lontani.
Il nome della sua famiglia è annoverata negli annali dell’alto nobiltà da così tanto tempo che le tracce del suo fondatore vengono considerate ormai perdute. Da sempre sulla bocca di tutti, gli Ember erano conosciuti per il loro rigore e per la loro tenacia nel perseguire le cause che ritenevano giuste ed onorevoli. Molti erano morti prematuramente con armi in pugno o con una lama tra le scapole, colpevoli di aver inseguito ideali così scomodi da attirare le ire di troppi. Il padre di Vadania non faceva eccezione: credeva nella bontà di un progetto di pace così ambizioso da aver attirato l’attezione del Governatore.
In poco tempo aveva avuto accesso alle sale del potere giungendo sino al concilio ristretto: una carriera folgorante.
Fu quando i suoi sforzi erano ad un passo dall’avere soddisfazione che qualche abile mente decise di eliminarlo dalla scena. L’agguato era stato organizzato
in modo tale da vestire suo padre con il drappo carminio dei coraggiosi: l’imboscata parve avere come vittima il Governatore, così che il suo più fedele collaboratore non potè fare altro che snudare la spada per difenderlo e morire al suo posto. Chi mai avrebbe potuto insinuare che, in realtà, la vittima designata fosse un’altra?
Da quel momento il progetto venne accantonato ed il saggio Governatore badò a ripagare le due figlie di Quarion con ricchezze e titoli nobiliari che facevano bella mostra di sé intarsiati in scudi di legno ora appesi all’ingresso della grande villa vuota.

Wow. Niente di meno.
La mente dell’elfo si produce in rapidi calcoli, i tasselli del puzzle che vanno rapidamente al proprio posto, quasi necessità li spingesse.
“Mh.”
Decisamente più addestrato dell’elfa a dissimulare i propri pensieri, tutto ciò che Lugaid si concede è un morbido mugolio.
“Straordinario. Ora, con tutta la cortesia che si addice ad una dama del vostro rango, mia lady, vi devo chiedere di levarvi di mezzo. Invero, vorrei rivestirmi.”
Accenna con il capo, ad un’imprecisata direzione alle sue spalle, una chiara esortazione a liberare il passaggio.

Apre la bocca, per poi richiuderla l’istante successivo distogliendo lo sguardo e rialzandosi in un unico gesto. I capelli scivolano in avanti mentre il capo si abbassa nell’intento di nascondere il rossore che le imporpora il viso ora che ha preso improvvisamente coscienza della situazione.
“Ti aspetto qui” boffonchia, muovendo qualche passo lungo il corridoio, le mani che vanno ad unirsi all’altezza delle labbra.

In contrasto con la lentezza che solitamente impronta i movimenti dell’elfo, non ci vuole più di qualche minuto perchè sia nuovamente presentabile. Appena richiusosi la tenda alle spalle, lancia da una parte il telo di lino, rivestendosi nuovamente di un pantalone e di una casacca, della tonalità del buio più fitto; sembrano, questi vestiti, come incantati nel loro assecondare e quasi prevenire i movimenti dell’elfo, ubbidienti servitori che rendono i movimenti di Lugaid più sciolti e più liberi di quanto qualsiasi altro vestito vistogli addosso da Vadania abbia mai fatto.
Scosta la tenda dello stretto necessario per scivolarle accanto in un fruscio di stoffa su stoffa, imboccando il corridoio senza rivolgere più che un cenno con il capo all’elfa, quando i due si trovano affiancati; se i passi portano l’elfo verso le scale, la mente è già alla cucina e ai due oggetti che ivi si trovano, ancora sul tavolo.

Resta a fissarlo per alcuni istanti trovandosi poi a dover allungare il passo per raggiungerlo, a metà delle scale, tacendo nel timore di dire qualcosa di sbagliato.

Raggiunge con il consueto passo la cucina, dove si industria nel recuperare un’alta pentola; con un movimento rapido, senza più tradire in alcun atteggiamento i pensieri che si agitano dentro la sua mente, la stappa e ne versa il contenuto nella pentola. Veloce, vi aggiunge un paio di pizzichi della vaniglia contenuta nel sacchetto, per poi poggiare la pentola sulla stufa, nel punto dove il calore è massimo.
Spostarsi per procurarsi un mestolo e due tazze è l’occasione per prendere, dalla credenza, qualche altra spezia di varia natura, che va, veloce, ad aggiungere alla pentola; quando il mestolo si immerge ed inizia a mescolare il liquido scuro, un forte odore di speziato di cannella si sprigiona fino a saturare la cucina.
Lunghi minuti di silenzio -rotto unicamente dal rumore del mestolo che gira, lento, nel vino- dopo, l’elfo sposta di lato la pentola, ministrando poi nelle due coppe abbondanti porzioni del liquido caldo e scuro. Con una rapidità inconsueta per le sue abitudini, si volta e raggiunge il tavolo, accomodandosi sulla solita sedia, una tazza davanti a sè ed una poco più avanti, sul suo stesso lato.

Scosta la sedia facendola inavvertitamente stridere contro il pavimento di pietra levigata. Trae quindi un profondo sospiro, come se sentisse il desiderio di calmarsi ma non sapesse bene come riuscirvi, espirando dalle labbra socchiuse, immobile.
Un istante più tardi sembra aver ripreso un certo controllo di sé e si accomoda con grazia davanti alla tazza, spostando lo sguardo dal liquido fumante all’elfo senza tuttavia riuscire a nascondere l’espressione incerta che le dipinge il volto. Tace, mentre la paura inizia a risalirle in un brivido freddo lungo la schiena.

Senza curarsi neanche troppo dell’elfa, almeno all’apparenza, porta alle labbra la propria tazza; sorbisce un generoso sorso della bevanda, socchiudendo gli occhi quando questa scivola lungo la gola, fino al ventre, irradiando una piacevole sensazione di calore. Continua a bere, a sorsi moderati e leggeri, gli occhi inchiodati su colei che ha davanti, pur senza vederla.
“Potresti assumere metà dei Liberi Professionisti di questa città e pagare l’altra metà perchè non faccia nulla.”
E’ una constatazione, un’osservazione precisa, come di qualcuno che stia esaminando il libro mastro delle ricchezze di una nobile famiglia e tragga delle logiche conclusioni.

“E tu non potresti?” scuote appena il capo, andando a posare una mano sulla calda superficie di ceramica.
“Se si decide la morte di un uomo bisogna avere il coraggio di guardarlo negli occhi mentre la vita lo abbandona. Così diceva mio padre. Non andavamo molto d’accordo, suppongo di essere…” si interrompe, rivolgendogli un sorriso sardonico “…immagino non sia di grande importanza, ciò che conta è che almeno in questo aveva ragione, e non sarei diversa da chi l’ha ucciso se giocassi alla burattinaia che dispensa denaro. Naturalmente” aggiunge “posso pagare i tuoi servigi per il mio addestramento. Ti ho sempre detto che avresti potuto mercanteggiare con me. Non solo: posso parlarti della tua famiglia, se lo desideri; conosco bene i tuoi genitori ed i tuoi fratelli. Oppure posso tacere, aspettando che sia tu a chiedermelo perché, non ho dubbi, me lo chiederai. E’ solo questione di tempo.”
Solleva la tazza in un gesto automatico, trovandosi nella situazione di non voler bere e, allo stesso tempo, di non poterla riappoggiare sul tavolo intoccata. Decide dunque di sfiorarne il bordo con le labbra, senza entrare a contatto con il liquido scuro, incerta sulla risposta che l’elfo finirà per darle, certa di aver appena detto quanto di più sbagliato fosse possibile, come sempre.

Un dardeggiare di sguardi ed una subitanea tensione, peraltro subito disciolta in un nuovo sorso: è tutto quanto l’elfo si concede, come reazione visibile, alle parole della sua interlocutrice, i soli occhi, per un attimo divenuti taglienti come l’acciaio ed altrettanto freddi, lasciano trasparire, per un solo attimo un qualche pensiero.
Inspira a fondo, poi, come preparandosi ad esporre un lungo elenco.
“No, non potrei. Io non sono la mia famiglia, nè loro sanno di me. So bene come la pensava tuo padre. Della mia famiglia so tutto quello che mi serve sapere, ed anche di più.”
Sbotta, infine, esasperato.
“E ora bevi, per gli dei! Se avessi voluto ucciderti, saresti già fredda.”

Allontana la tazza dalle labbra, sconcertata: “Per gli dei, no, so bene che non mi avresti uccisa… è il sonnifero che mi rende irritabile per parecchie ore dopo il risveglio. Inoltre, ad ogni dose l’irritazione aumenta e si estende nel tempo. Non vorrei essere nei panni di un potenziale recidivo” Inclina lateralmente il capo, sollevando il bianco recipiente come a voler proporre un brindisi: “è una prova di fiducia? Berrò. Ma bada a non esaurire stupidamente la mia pazienza.”
Nasconde un sorriso nella tazza, per non rovinare l’effetto delle parole finalmente pronunciate con rinnovata sicurezza, e ne trae un lungo sorso.
Il retrogusto pungente del vino si mescola a quello esotico delle spezie, strappandole una smorfia a metà tra il disgusto e la curiosità per un sapore mai provato: non le è solitamente permesso bere vino, meno che mai arricchito da altre sostanze. La dama che gliene ha fatto dono immaginava la vaniglia per suo uso personale ed il vino per il maestro del quale è ospite.
L’elfa si trova a riflettere su quanto detto dal suo interlocutore per cercare un appiglio da sfruttare così da chiedere nuove informazioni sul perché della sua condizione, ma è qualcos’altro ad attirare improvvisamente la sua attenzione. Come una scossa elettrica le parole dell’elfo trovano la giusta collocazione, facendole raddrizzare il busto un uno scatto improvviso, allo stesso modo del predatore che ode il frusciante spostarsi della preda.
“Cosa vuol dire che sai come la pensava mio padre?”

This entry was posted on Domenica, Gennaio 28th, 2007 at 01:39 and is filed under giocate fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.