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L’apprendista e l’assassino - II


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Allontana la tazza dalle labbra, sconcertata: “Per gli dei, no, so bene che non mi avresti uccisa… è il sonnifero che mi rende irritabile per parecchie ore dopo il risveglio. Inoltre, ad ogni dose l’irritazione aumenta e si estende nel tempo. Non vorrei essere nei panni di un potenziale recidivo” Inclina lateralmente il capo, sollevando il bianco recipiente come a voler proporre un brindisi: “è una prova di fiducia? Berrò. Ma bada a non esaurire stupidamente la mia pazienza.”Nasconde un sorriso nella tazza, per non rovinare l’effetto delle parole finalmente pronunciate con rinnovata sicurezza, e ne trae un lungo sorso.
Il retrogusto pungente del vino si mescola a quello esotico delle spezie, strappandole una smorfia a metà tra il disgusto e la curiosità per un sapore mai provato: non le è solitamente permesso bere vino, meno che mai arricchito da altre sostanze. La dama che gliene ha fatto dono immaginava la vaniglia per suo uso personale ed il vino per il maestro del quale è ospite.
L’elfa si trova a riflettere su quanto detto dal suo interlocutore per cercare un appiglio da sfruttare così da chiedere nuove informazioni sul perché della sua condizione, ma è qualcos’altro ad attirare improvvisamente la sua attenzione. Come una scossa elettrica le parole dell’elfo trovano la giusta collocazione, facendole raddrizzare il busto un uno scatto improvviso, allo stesso modo del predatore che ode il frusciante spostarsi della preda.
“Cosa vuol dire che sai come la pensava mio padre?”

Una leggera scrollata di spalle anticipa un nuovo sorso, gli occhi che non abbandonano mai Vadania, sfiorandone ogni lineamento, ogni cambio d’espressione, come la carezza di una lama.
Quanto era giusto dirle? Quanto poteva esserlo detto? Lugaid scaccio` quelle domande in un nuovo sorso; in fondo, lei sembrava aver scelto una strada non onorevole, dura, pericolosa. Tanto valeva che iniziasse ad abituarsi.
“Quattro uomini, un falso bersaglio, cinque ferite. Una al fianco destro, dall’alto verso il basso.”
Enumera con precisione, quasi stesse recitando a memoria un elenco o potesse rivedere in ogni momento il cadavere solo chiudendo gli occhi, sollevando ad ogni nuovo elemento del macabro elenco una delle dita sottili.
“Una dietro il ginocchio sinistro, una al ventre, da parte a parte, una al polmone destro ed una sulla schiena.”
Sospirando con rassegnazione, si avvede di aver ormai svuotato la propria tazza; si alza, indolentemente, per andarla a riempire e per lasciare all’elfa il tempo di metabolizzare le informazioni.
“Inoltre…”
Aggiunge quasi a mezza voce, mentre gia` la mano e` sul mestolo e sta mescolando lentamente il vino in attesa di servirsi una nuova porzione.
“…i progetti politici di tuo padre non erano certo un segreto. Uomo leale e coraggioso; interessante soggetto, senza dubbio, anche se decisamente ingenuo.”

Dapprima è lo sconcerto a dipingerlesi sul volto, specchio della sorpresa provata nel sentir enumerare particolari così crudi e drammatici in un momento nel quale non se lo aspettava affatto. Poi, come una molla che viene liberata dopo essere rimasta a lungo costretta su se stessa, si alza in piedi, cercando di tramutare la confusione in rabbia: “Come lo sai?”
Attende per qualche istante, il silenzio spezzato solo dal respiro che le solleva ed abbassa affannosamente il petto.
“Come sai che erano in quattro e come conosci le sue ferite?”
Un improvviso giramento di testa la costringe a chiudere gli occhi e poi a lasciarsi ricadere sulla sedia, come se le gambe non avessero più la forza per sorreggerla.
“Per gli dei… non pensavo avrei saputo tanto così in fretta.”
Dopo qualche istante riporta nuovamente lo sguardo su di lui, lottando contro la morsa che le stringe lo stomaco e dando alla propria voce un’intonazione ferrea che non corrisponde al suo stato d’animo: “I nomi, voglio i loro nomi. I nomi ed il luogo dove posso trovarli.”

Sbuffa appena, borbottando qualcosa a proposito del vino; si riempie poi nuovamente la tazza, tornando a sedersi senza dimostrare alcuna fretta.
Pigro, del tutto immune all’urgenza dell’elfa, sorbisce un altro paio di sorsi, prima di parlare.
“I fratelli Graham e Voltrak Marifus, Eldrich di Grado e Volter di Marudar.”
Sospira, domandandosi quanto l’elfa lo abbia fatto ingenuo; dovra` decidersi a spiegarle i modi di scoprire un bluff, prima o poi.
“Al fondo della strada principale, fuori dalla porta cittadina, ad est. Si nascondono, astutamente, nelle fosse comuni.”
Un sogghigno indurisce per un solo attimo l’espressione dell’elfo, che si affretta ad accostare nuovamente la tazza alle labbra.
“Non saprei dirti in quali fosse, pero`. Anzi…”
Un risolino divertito.
“…quali pezzi in quali fosse.”
Sbuffa appena, infastidito dalla scarsa capienza della tazza.

“Bene.”
Solleva la tazza fino alle labbra. “Bene…” torna a ripetere, con voce non del tutto ferma, prima di trarre due nuove lunghe sorsate che vanno a dimezzare la calda bevanda.
Lo sguardo, mobilissimo, si sposta da un oggetto all’altro, da un angolo all’altro come se non trovasse pace.

“Sicura di non voler cambiare la tua opinione?”
Un sorriso storto ed un’occhiata obliqua sono tutto cio` che l’elfo concede alla sua interlocutrice.
“Forse, alla fine, sarai tu a chiedere a me qualcosa della tua famiglia.”
Ridacchia piano, per poi bloccarsi all’improvviso, folgorato da un’idea.
“Non ti ho seguita, quest’oggi.”

Scuote il capo con decisione, i sensi addolciti dalla piacevole sensazione offerta dal vino.
“Lo farò, sempre che tu sappia davvero qualcosa in più rispetto a quanto già conosco, si intende. Comunque sia non inseguirò il progetto di mio padre se è a questo che stai pensando.”
Le labbra vanno nuovamente a sfiorare il liquido scuro e deliziosamente caldo, consentendole di respirare il gradevole profumo di vaniglia e cannella che emana dalla tazza.
“Non ha importanza che tu mi abbia seguita o meno” Si stringe nelle spalle “Avevo intenzione di affrontare il discorso e l’ho fatto. Perché non sei tornato a casa, chi sei davvero? No!” Lo previene “Non sei Jacob il copista: è solo una copertura, e non sei neppure Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes, quello è il passato e forse il futuro, a me interessa chi sei adesso, nel presente.”

“Un assassino.”
Scrolla le spalle di fronte alla banalita`della domanda.
“E discretamente bravo. E no, non mi cale se seguirai o meno il progetto di tuo padre. Non mi interessava neanche il suo, di progetto, anche se, lo ammetto, pagava piuttosto bene.”

La genuinità della sua risata lo accarezza come una brezza leggera: “Mio padre… No, non avrebbe mai, mai…”
L’ilarità prosegue, impedendole di parlare se non a brevi frasi e poche parole, interrotte, di tanto in tanto, da un nuovo eccesso di stonata allegria.
“…mai assoldato un assassino, un semplice servo della morte.”
Porta una mano alle labbra per coprire il biancore dei denti, piegandosi in avanti, le spalle scosse da lievi sussulti: “a meno che, è ovvio, tu non sia un assassino gentiluomo. Oh sì, in questo caso… Oppure…”
Solleva nuovamente lo sguardo su di lui, senza riuscire a restare seria per più di qualche secondo.

“Aveva l’abitudine di non lasciare che un colloquio si esaurisse senza che venisse offerto al suo interlocutore un calice di vino.”
Scrolla le spalle, tornando a bere un sorso della bevanda, ormai in rapido raffreddamento.
“No, non ha mai comprato morte. Ma informazioni, quelle si`. E a caro prezzo, anche… era onesto ed ingenuo, non stupido.”

“Ah!”
Lo postrofa, quando la risata è ormai scemata lasciando solo l’ombra di un sorriso.
“Ma dove si trova il limite che divide ingenuità e stupidità?”

“Io uccido, non mi occupo di filosofia.”
Il tono, piatto, nasconde un sorriso divertito, nella palese esagerazione parodiata di se`.
“Vai a dormire.”
Ancora una volta, un sorriso di quello che sembra sincero affetto affiora sul volto dell’elfo superando tutte le maschere che vi sono poste. Un pensiero, distratto, rivolto al libro poggiato sul letto di lei, una striscia di pergamena che segna la pagina dedicata alle foglie di Kalah provoca quasi una sommessa risata.

“Andrò″
Si alza in piedi, posando delicatamente i palmi sul tavolo ai lati della tazza, lo sguardo brillante di chi non ama prendere ordini.
“se mi dirai quale sarà il tuo tornaconto nell’aiutarmi. E,” aggiunge dopo un attimo di pensoso silenzio, calcando con intenzione sul possessivo, “cosa ne pensi del vino della tua tenuta”

Sospira, poggiando la tazza sul tavolo, una nausea leggera che lo scollega dalla realta` piu` di quanto non abbiano fatto i fumi del vino.
“Spero di divenire un eroe ai tuoi occhi, conquistare il tuo cuore e, solo allora, dichiararti imperituro amore.”
Si alza, lentamente, come se avesse bevuto molto piu` di quanto non abbia fatto in realta`, e si avvia verso la porta, senza aver realmente risposto a nessuna delle domande postegli.

“Ho già visto la tua abilità nel fingerti ubriaco, non credere di potermi sfuggire solo con questo banale trucchetto. Mi hai sentito?” La voce, appena più alta del solito, lo insegue mentre si sposta lungo la stanza, per poi tornare ad un tono più basso e divertito.
“D’accordo. Tanto avrò tempo, non è vero? Troverò la mia risposta, dovessero volerci anni.”
Solleva e riabbassa la tazza producendo volutamente un improvviso rumore. Quindi, sperando di aver catturato la sua attenzione, lo raggiunge e lo supera a passi decisi, precedendolo lungo le scale.

Libero dall’obbligo di spostarsi lentamente, aumenta a sua volta l’andatura, dirigendosi verso la propria stanza; deve, ne e` consapevole, concedersi qualche ora di riposo. Quella notte, nelle ore in cui l’aria e` piu` fredda e le tenebre piu` appiccicose, subdole assassine del cerchio di luce che torce stanche e consumate proiettano sempre piu` flebilmente, se l’elfa dovesse svegliarsi e, per un qualche bizzarro motivo, andare a sbirciare nella stanza di Lugaid, non lo troverebbe comodamente addormentato tra le coperte.
Con una tranquillita` assoluta, che non denota nulla di quanto accadra` di li` a poche ore, l’elfo varca la soglia della propria stanza, richiudendosi la tenda alle spalle, e si lascia cadere sul letto.

Trovare un libro affondato tra le coltri del proprio letto non è davvero quanto si sarebbe aspettata. Dopo un attimo di esitazione lo apre, sfogliandolo rapidamente prima di soffermarsi sulla pagina segnata. Si tratta di un erbario e le farà compagnia per il resto della notte, fornendole nozioni non solo sulle foglie di Kalah ma anche su ogni altra erba della quale riuscirà a leggere prima che il sonno la colga, ancora vestita e con il libro aperto accanto.
La mattina seguente è la scomodità della posizione ed un angolo della copertina che preme sul fianco a svegliarla quando il sole è sorto solo da poche ore, costringendola a stiracchiarsi più volte mentre raggiunge il piccolo bagno con passo lieve e volto vagamente assonnato.

L’elfo dorme ancora, pesantemente, vestito di grezza stoffa grigia e marrone e stivali infangati, senza essersi neanche preso la briga di spogliarsi. E` immobile, sul letto, rintracciabile da una scia di impronte di fango misto a qualcosa di un colore rosso mattone, probabilmente sangue.

Un moto di sorpresa le sfugge dalle labbra quando il piede incontra qualcosa di vischioso mettendo a repentaglio il suo già precario equilibrio. Lo sguardo si abbasssa sul pavimento imbrattato: bene, quale modo migliore per iniziare una giornata? Si china, attirata da una leve venatura rossastra della quale non coglie subito il significato. Quando il dubbio diventa certezza l’espressione dei suoi occhi passa dall’addormentato allo stupito fino all’allarmato in una manciata di secondi. Volta il capo per seguire quelle che sembrano decisamente delle orme, constatando come vadano a perdersi oltre la tenda tirata della stanza adiacente alla sua.
Si muove rapidamente, fermando la propria corsa e scostano il drappo blu in un unico gesto. lo sguardo balena sul corpo di lui come se fosse possibile, solo da quell’occhiata sommaria, scoprire se è ancora tutto intero… se sta bene.

Si dice che il sonno degli Assassini, non gia` di coloro che uccidono in un accesso d’ira o annebbiati dai fumi dell’alcool, ma di quelle persone che hanno fatto dell’omicidio un’arte, dell’assassinio un atto tanto naturale com’e` quello di respirare, sia senza sogni. Poiche` se dovessero sognare, sarebbero assediati dagli incubi, dagli spettri inquieti delle loro vittime.
Lugaid non sembra fare eccezione. Prono, il muoversi del petto nel respiro celato dalla posizione, riposa e raccoglie le forze senza essere assediato da alcun incubo, del tutto immobile.

Sollievo o rabbia, non saprebbe dire quale delle due prevalga. Di certo la giovane elfa si passa una mano tra i capelli, sospirando, indecisa sul da farsi, osservando quella che, un giorno, potrebbe essere anche la sua condizione. Entra nella stanza in punta di piedi, prendendo una coperta con la quale coprire Lugaid, immerso in un sonno più pacifico di quanto il suo potrà mai essere.
China accanto al letto lo osserva per qualche minuto, sfiorandone delicatamente una ciocca di capelli prima di allontanarsi.
Le ore successive trascorrono lentamente: dapprima si intrattiene nel bagno il tempo necessario a lavarsi e cambiarsi, quindi elimina le tracce di sangue dal pavimento, così che la domestica non avesse a porsi domande se avesse anticipato la sua venuta e, infine, torna in camera sua per recuperare l’erbario, portandolo con sé nella camera degli allenamenti. Lì si siede a gambe incrociate, il libro posato in grembo, continuando l’interessante lettura.

L’emersione dal sonno è lenta, graduale. Indolente e pigra, in verità, seppur alla fine il pensiero di doversi alzare e mettersi al lavoro vinca la tentazione di rannicchiarsi, sotto la coperta e dormire…
Coperta?
Un brivido leggero, il segno dell’adrenalina che aumenta d’improvviso il battito cardiaco dell’elfo, lo scuote dal torpore residuo del sonno, restituendolo ad una piena coscienza nello spazio di un battito di ciglia.
Si rizza a sedere di scatto, osservandosi febbrilmente attorno, per poi posare, infine, gli occhi sulla stoffa che si è trovato addosso. La sua, senza dubbio, negletta solo poche ore prima. Possibile che lei…? Un leggero sorriso si disegna, impertinente, sulle labbra di un Lugaid intento a togliersi gli stivali.
Diverso tempo dopo, l’elfo è tornato sè stesso: pulito e profumato, veste di un pantalone e di una casacca della foggia, come ormai è impossibile non capire, dedicata agli allenamenti e la posa, sciolta seppur sconveniente per un nobile elfo, che assume mentre siede in cucina, facendo colazione, è quella abitualmente rilassata.
La sola nota stonata, tuttavia invisibile dall’esterno, risiede nei suoi pensieri, rivolti all’elfa con cui si trova a dividere la casa; assente dalla sua camera -da cui era sparito anche l’erbario- ed introvabile al piano terra, viene scoperta, non senza una certa sorpresa, nella sala dedicata all’allenamento da un Lugaid che ha salito le scale nel silenzio più completo, dedicando a questa operazione un’attenzione tale da elevarla a prima parte dell’allenamento mattutino.
Si concede qualche minuto per osservarla, appoggiato di profilo, con la spalla, allo stipite sinistro della porta, le braccia conserte. Interrompe il silenzio con una sola parola, pronunciata in un tono brillante e ricco di melodiose armoniche, quasi avesse sfruttato, assieme, tutte le capacità della propria voce e tutte le sfumature che, ad una ad una, costituiscono parte irrinunciabile delle sue numerose pose.
“Buongiorno.”

Sobbalza visibilmente, portandosi una mano al petto nel sollevare lo sguardo dalle pagine ingiallite.
“Buongiorno”
Si limita a rispondere, soffermandosi ad osservare i suoi abiti nuovamente puliti ed il volto riposato incornicato dai capelli scuri. Si inumidisce quindi le labbra, pensosa e vagamente accigliata, cercando di tattenersi dal dire ciò che le sue labbra bramerebbero invece pronunciare.

Sì stacca pigramente dallo stipite della porta, avvicinandosi all’elfa; in silenzio, si siede per terra, dinnanzi a lei, anche se circa ad un paio di metri di distanza, senza abbandonare la tranquilla sicurezza di cui sembra pervaso questa mattina -forse un buon sonno? O, magari, una buona nottata? Questo non è dato saperlo.
Torna alla parola, con il medesimo tono precedentemente usato, sfumato, ricco di vibrazioni e pieno come un grappolo d’uva matura solo nel momento in cui, la schiena ben dritta, allarga le gambe, le punte dei piedi rivolte verso l’alto, ed inizia ad effettuare qualche allungamento sulla gamba sinistra.
“Vedo che il libro ti interessa. Un’idea tua, la coperta?”
Una breve pausa, il tempo di tornare eretto, ruotare con il busto verso destra e ricominciare nuovamente ad allungarsi.
“Ti ringrazio, ma non era necessario. Ero ancora ben vestito e non ho mai sofferto molto il freddo.”

“Non so di cosa tu stia parlando.”
Asserisce, sfogliando distrattamente qualche pagina e fingendosi interessata anche a ciò che già conosce pur di avere una scusa valida per non doverlo guardare negli occhi.
“Piuttosto, dove sei stato questa notte?”

Si produce in un incontrollato sorriso; non può resistere alla tentazione di stuzzicarla un tantino.
Atteggia il volto ad un’espressione perplessa, un sopracciglio inarcato ed il capo inclinato appena di lato, mentre si raddrizza.
Un ultimo piegamento, al centro, questa volta è effettuato in silenzio.

Il mento posato sul palmo di una mano ed il relativo gomito puntato sul ginocchio, Lilian lo guarda di sottecchi, continuando a sfogliare le pagine una ad una senza più neppure guardarle. “Allora? Sono finita in una pozza di sangue e fango, questa mattina, già solo questo dovrebbe valere una spiegazione.”

Espira, tornando a raddrizzarsi. Unisce nuovamente le gambe, per poi incrociarle; la schiena mantenuta eretta, fa ruotare lentamente il collo, ora in senso orario, ora in senso antiorario.
“Tra le ultime guardie che avete assunto c’è un giovane, castano, abbastanza alto, sorriso aperto.”
Una pausa che suona di pura cortesia, com’è all’uso tra gente per bene, perchè l’attenzione dell’elfa si focalizzi su un volto, un nome, o un qualsiasi altro appiglio per la memoria.
“Una banda di ladruncoli lo ha pagato; tra tre notti, con la luna nuova, lui sarà di guardia e li farà entrare.”
Inspira ed espira a fondo, dedicandosi allo scioglimento delle spalle.
“Se fossi in voi, baderei di più alle referenze.”
Un sogghigno, rapido come il baluginare di una lama nel buio, gli attraversa il volto.

Il tempo intercorso tra la totale immobilità e il suo proiettarsi verso la porta può essere contato in battiti di ciglia. Il libro cade a terra con un tonfo, richiudendosi in un frusciare di pagine che fa da accompagnamento sonoro al rapido tendersi del braccio di lui, la mano che si stringe attorno all’avambraccio dell’elfa trattenendola e smorzandone l’impeto trascinandola a terra, in parte a causa dello slancio dato al movimento ed in parte per la sua indomita resistenza.

Trovatosi in difficoltà, data la posizione e l’insospettabile resistenza dell’elfa, viene sbilanciato all’indietro. Non molla tuttavia la presa e, preso alla sprovvista, parla con un tono che sembrava abbandonato da molto tempo.
“Ferma!”
Non più Jacobius il copista, un ubriacone in taverna, un’ombra armata di coltello, ma Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes, destinato a divenire Lord seguendo le orme di una lunga stirpe; innumerevoli generazioni che pesano in ogni parola.
“Dove credi di andare? E per fare cosa, poi? Rifletti prima di agire, rifletti.”
Si inumidisce la lingua sulle labbra, abbandonando, a forza, un tono ed una voce che gli vengono più naturali di quanto non vorrebbe ammettere.
“Ho cercato informazioni, questa notte. E questo è tutto ciò che si muove, un gruppo di disperati da due soldi -a voler essere generosi.”
Non allenta tuttavia la presa sull’elfa, pur avendo l’immotivata certezza che le sue parole hanno aperto un varco nella mente di Vadania e sono, in qualche modo, andate a segno.

Porta la mano libera sul suo polso, stringendo come se potesse davvero costringerlo a lasciare la presa.
“Tu non capisci! E’ tutto organizzato fin nei minimi dettagli, anche il fatto che si tratti di ladruncoli! Falli entrare in casa mia ed io ti saprò dire fin d’ora chi li catturerà e che fine faranno. Vuole farle credere che non siamo al sicuro, vuole infilarsi in casa mia ed usurpare un posto che non gli compete. Dammi delle foglie di Kalah, dammene in giusta quantità e non ti chiederò mai più nulla, le pagherò come pesassero mille volte tanto e fossero d’oro. Quell’uomo morirà per mano mia prima di vedere la fine del suo piano, dovesse costarmi tutto l’onore dei miei antenati”
Cerca ancora di liberarsi, le lacrime che le pungono gli occhi e le labbra non del tutto consce di quanto hanno appena confusamente rivelato.

“Ora basta!”
E` un attimo; un addestramento sulla cui natura e` meglio non indagare -e sulla cui durata non e` lecito domandarsi- ha la meglio sull’elfo: porta la seconda mano a dar manforte alla prima, mettendo in leva il polso ed il gomito dell’elfa, in una presa, per il momento, appena dolorosa che minaccia di divenire, con una minima torsione, una cacofonia di sofferenza.
Lugaid inspira ed espira a fondo; si sarebbe potuto risparmiare di passare una notte in bianco nella spiacevole compagnia della feccia del vicolo, se avesse saputo che farla parlare sarebbe stato cosi` semplice, riflette con un sogghigno appena accennato.
Se non altro, ora le carte erano in tavola.
E lui era in vantaggio.
Di nuovo.

Si lascia sfuggire un lieve grido di dolore e di frustrazione, costretta a cedere davanti ad una mossa indiscutibilmente sleale: doveva lasciarla andare, diamine! Che modi erano questi? Fermarla con l’uso della forza!
Il suono irregolare del suo respiro vibrava solitario nell’aria immota della stanza, costringendola a riflettere con maggiore calcolo seppure non con aggiunta cautela. La mano libera si posa dapprima sul braccio ritorto per poi, rapidamente e celando l’intenzionalità del gesto, scivolare verso il fodero del pugnale legato in vita.

Una leggera stretta, sufficiente a provocare una fulminea fitta dolorosa; perchè, perchè tentano tutti la stessa mossa? Ah, l’infame vita del Professionista.
“La prima arma di un assassino è il cervello. E tu non lo stai usando.”
Un’altra stretta, a dar peso alle proprie parole.
“Cosa credi di risolvere? Pensi che serva a qualcosa? Tua sorella rimane un partito troppo appetibile, con una dote troppo ricca per poter risolvere ogni problema a colpi di veleno.”
Ha, ovviamente, rischiato, basandosi sull’intuito e su quanto detto poc’anzi dall’elfa. Certo, non ha intenzione alcuna di rischiare; il pugnale è ancora quello di legno che le ha consegnato o lo ha, nel frattempo, sostituito? Non può fare a meno di darsi dello stupido per non avervi prestato attenzione.
In ogni caso, se dovesse continuare su quella strada, sarebbe costretto ad impartirle la prima lezione: come disarmare ed atterrare un avversario riottoso.
Ma perchè non l’ha rispedita a casa?

Il dolore le strappa un breve grido alla prima stretta ed il serrarsi delle mandibole alla seconda. Non gli darà la soddisfazione di piegarsi solo per un po’ di malessere fisico: concentrandosi e pensando ad altro può riuscire ad escluderlo, sicuramente, deve solo impegnarsi.
Le dita si chiudono attorno al pugnale, estraendolo mentre il corpo si protende di lato nel tentativo di scivolar via dalla presa di lui, gli occhi stretti nell’improba impresa di ignorare le fitte che si fanno via via più intense.
Se gli occhi dell’elfo potessero scorgerlo scoprirebbero che si tratta della finta arma da lui offertale la mattina precedente, mentre il suo gemello di ferro, più rozzo e meno affilato di quello confiscatole, giace intoccato in un secondo fodero posto poco più avanti sulla cintura dell’elfa.

E’ forse il caso di tentare un approccio diverso?
Quante cosa sa ormai di lui? E quanto è stato sciocco, lui, a confidare i propri segreti ad una mocciosa che non sembra capace di usare la testa? A tal segno si spingeva il suo bisogno di confidarsi con qualcuno? Fino a che punto può spingere il desiderio che qualcuno conosca il proprio segreto -qualcuno di vivo, si intende?
Sospira, mollando la presa; parla con tono piatto, incolore, scegliendo di non fare troppo caso all’inflessione, forse dispiaciuta, che legge nella propria voce.
“Vuoi spingerlo tra le braccia di tua sorella? Va pure. Vuoi essere tu stessa ad aprirgli la porta della tua casa, invitandolo ad entrare con un comportamento che denota solo la mancanza di una sana disciplina paterna? Fa come credi. Parla di me con qualcuno e la tua casa scomparirà in un rogo; con voi due dentro.”
Ha giocato tutte le sue carte; una minaccia può indurla a sfogare la sua ira su di lui? E, se così fosse stato, si sarebbe calmata, dopo? Non ha tempo per interrogarsi sulle speranze di successo di una tattica giocata su un suggerimento dell’istinto e non può fare altro che continuare a parlare, chiudendo il discorso dopo una pausa del tutto enfatica.
“Ti recapiterò le tue cose. Personalmente.”

La forza esercitata per liberarsi, ora che la presa viene meno, la fa ricadere a terra con un tonfo sordo. La sorpresa le ruba un solo istante prima che il busto torni a raddrizarzi, torcendosi con agilità sorprendente per consentirle di scagliare il pugnale di legno contro di lui. Mirando al volto.
“Sei uno stupido!” lo attacca verbalmente, con voce leggermente più bassa del normale “E’ questo che credi? Credi che voglia gridare al mondo della tua esistenza? Se fosse così l’avrei già fatto. Io amo la tua famiglia, tua madre… tua madre non è affare che ti interessi, giusto? Io, però, a differenza di te, le voglio bene.”
Cattura i suoi occhi in un lungo sguardo fremente di rabbia, i pugni serrati appoggiati al pavimento mentre le braccia sembrano quasi tremare sotto le abbondanti maniche della camicia. In netto contrasto con il corpo la voce diviene invece più ferma, insistendo su alcune parole e rendendole simili a frustate.
“E tu pensi che voglia tradire il tuo stupido segreto, credi che non abbia di meglio da fare ed osi minacciarmi? Tu! Tu che solo qualche ora fa chiedevi fiducia!! Tu che mi accusi di non ragionare quando tutto ciò che volevo era sfogarmi e costringerti ad iniziare ciò che forse non hai mai avuto intenzione di insegnarmi! Mi sarebbe così difficile,” prosegue ancora, piegando verso una crudele ironia, “secondo il tuo esimio parere, trovare qualcun altro capace di vendermi ciò che chiedo? Perché allora non muovermi ieri, o stamane? Sei solo uno sciocco tremendamente sicuro di sé, un uomo che gioca a dio rubando le vite degli altri e crede di possedere la verità assoluta!”
Si interrompe, riprendendo fiato, le parole che scorrono come un fiume in piena, senza curarsi dell’effetto che produrranno su chi le aveva dapprima teso una mano per poi ritirarla indietro. Un’altra volta. Capitava sempre.
“Credi di conoscere me e la mia realtà ed invece non ne hai sfiorato se non una pallida immagine, edulcorata e zuccherosa, la facciata che tutti vogliono vedere perché è più comodo, e più facile.
Vuoi che vada via da casa tua? Va bene!”
Nel medesimo istante in cui pronuncia le ultime parole qualcosa sembra spezzarsi dentro di lei, trasmettendole una gelida sensazione di solitudine e stringendole la bocca dello stomaco in una fitta che le provoca un dolore ancora più acuto di quello sperimentato poco prima. Costretta a piegarsi in avanti lascia scivolare una mano all’indietro, lungo il pavimento, portandola all’altezza della vita, mentre la fronte rovente cerca refrigerio contro l’orizzontale superficie di legno.

Tutti i suoi sforzi sono impegnati nel controllare il proprio respiro cercando di non dare libero sfogo alle lacrime. Erano anni che non ne versava più una, non avrebbe dimostrato debolezza proprio adesso. Per chi, per cosa avrebbe dovuto piangere? Non ce n’era alcun motivo.

Sospira. Il pugnale gli è passato a non più di un paio di centimetri dalla testa; pessima mira, considerata la distanza.
Il piano è riuscito e, si direbbe, anche alla perfezione; Vadania è ferma, quasi inerte, senza più alcun desiderio di fuggire. Cos’è allora quel malessere strisciante, appena sotto il diaframma, che aumenta ad ogni respiro? Lugaid lo scaccia con determinazione; rendersi aria nell’aria, acqua nell’acqua, per essere imperturbabili.
Allunga, lentamente, una mano, andandola a poggiare sulla testa dell’elfa. Dopo un attimo di immobilità, torna al movimento nelle dita, che si insinuano nei riccioli fulvi accarezzandola piano. Mormora a bassa voce, come se le parole dovessero sfuggire ad un controllo terribile e dispotico per poter abbandonare le labbra.
“Se tu sei edulcorata e zuccherosa, io sono un gendarme.”

La mano che si posa sulla sua testa le ferma il respiro, rendendola simile ad una statua di ghiaccio. Cosa significa, questo gesto?
I sensi sono improvvisamente tesi a cogliere ogni minimo movimento e quando la sua sciocca battuta la raggiunge un misto indecifrabile di riso e pianto sembra rianimare il suo esile corpo, la destra che raggiunge il capo per tirare verso il basso ampie ciocche di capelli color del fuoco, nascondendo il volto dietro un sipario di fili intricati.

Si avvicina a lei, un movimento alla volta in una danza frammentata di moto ed immobilità, come temendo che un movimento troppo brusco la possa spaventare, far fuggire, arretrare. Apre la bocca per parlare e la richiude, inumidendosi poi le labbra. Scuotendo piano la testa, con un mezzo sorriso, si china a poggiare le labbra sulla nuca di lei, i capelli, impertintenti, che gli solleticano le narici. Solleva la testa esalando un lento sospiro prima di parlare con quello che è poco più di un sussurro e meno di un mormorio.
“Voglio che tu rifletta, prima di agire. Voglio che eviti di farti ammazzare.”
Una breve pausa, riflessa nella mano, improvvisamente ferma, anticipa una frase dal tono incerto.
“Non voglio che tu vada via.”

Il capo si solleva con una lentezza esasperante, il mento piegato sul petto, portando con sé la mano ancora affondata tra i suoi capelli. Gli occhi richiusi celano chissà quali pensieri mentre un braccio si allunga verso di lui per poi fermarsi, esitante, a mezz’aria, ed infine lentamente ritrarsi, come se avesse osato un gesto al quale non era più abituato da tempo.
“oh” si limita a sussurrare in risposta, senza dar forma ad un significato coerente.

Sospira, gustando per un attimo la calma scesa in quella stanza, prima di porre una domanda che potrebbe scatenare, nuovamente, una tempesta. La mano si divide dai capelli dell’elfa, di malavoglia, , poi, alla gemella in un abbraccio -piuttosto goffo, in verità, e sgraziato- delicato qparrebbe, a giudicare dal modo in cui li trascina con sè, giocandoci, mentre se ne separa; si unisceuanto è forte la volontà di non costringere.
Inspira a fondo, come dovesse prendere un’immaginaria rincorsa per una frase che equivale ad un salto nel buio.
“Adesso, vuoi raccontarmi tutto, dal principio?”

Posa la fronte sul suo petto, una mano a sfiorare le proprie labbra e l’altra poco al di sotto.
Muove il capo in segno di diniego contro la morbida camicia di lui, limitandosi ad un profondo sospiro.
“Non cambierebbe nulla. Il suo destino sarà quello che ho deciso.”

Inclina il capo ed appoggia la guancia destra sul capo dell’elfa, muovendola lentamente in forma di un’atipica carezza.
Mormora lentamente, senza mettere fretta ai suoni, quasi stesse centellinando le parole in una danza di suono e silenzio, buio e luce.
“Non ti ho chiesto di graziarlo, ma di raccontarmi.”

Tace a lungo, memorizzando la puntualizzazione senza davvero riflettere su una possibile risposta. E’ solo quando la realtà riacquista suoni e percezioni che non sono quelle della sua mente che il disagio inizia a farsi strada tra i suoi pensieri: il profumo degli oli da bagno è insistente e piacevole così come la sensazione della stoffa setosa sotto le dita e contro il volto, giusto accompagnamento per un abbraccio che si è fatto troppo lungo per non essere inopportuno e sconveniente. Il battere ritmico del cuore, così rassicurante da ascoltare, diviene strumento con il quale misurare il tempo; è solo dopo aver contato alcuni cicli da cento che si costringe a prendere atto della situazione e si scosta leggermente da lui, asciugandosi il volto con la manica della camicia e tirando su con il naso in un gesto non troppo femminile ma indiscutibilmente necessario.
“Non ora.”
Nonostante il tono flebile e l’atteggiamento fanciullesco l’intonazione sembra essere la solita con la quale vuole lasciare intendere che non ha intenzione di mutare la sua posizione.
“Ora è il tuo turno di parlare: il sangue di cui eri imbrattato fino a poco fa apparteneva ai ladri che miravano a casa mia, alla guardia che li avrebbe aiutati o ad entrambi? Non mi piace siano gli altri a risolvere i miei problemi, voglio essere in grado di occuparmene personalmente… Insegnami qualcosa. E dimmi quant’è la tua tariffa per ogni vita che ti devo. Sei certo di non volere che vada?”

Si stiracchia indolentemente, come un gatto che sia rimasto fermo troppo a lungo e senta il bisogno, ora, di recuperare -o di dimostrare- la propria naturale agilità.
“A nessuno dei menzionati. In verità, non so a chi appartenga…”
Scrolla le spalle, un sorriso angelico ad ornargli il volto.
“I vicoli sono pericolosi quando cala il buio; sono territorio di persone poco raccomandabili e decisamente pericolose… quali il sottoscritto, ovviamente. Qualcun altro aveva regolato i propri conti, ieri notte. Me ne sono imbrattato accidentalmente, temo.”
Si alza in piedi, finendo di stiracchiarsi. Di scatto, porta due occhi duri come l’acciaio sull’elfa. La voce con cui parla è tagliente, senza alcuno spazio per la tenerezza dimostrata fino a poco fa.
“In piedi. E’ arrivato il momento di dimostrarti a cosa serve tenere il mento arretrato.”

Lo guarda di sottecchi mentre parla dei vicoli bui con quella che le pare una descrizione dalle tinte esageratamente fosche. Poi, quando scopre che i ladri intenzionati a minacciare la sua casa sono ancora a piede libero, schiude le labbra per parlare richiudendole l’istante successivo, interrotta sul nascere dalla voce sferzante dell’elfo. Inarca entrambe le sopracciglia in un gesto del tutto spontaneo, attendendo qualche istante prima di rimettersi in piedi.

Sospira, studiando la postura dell’elfa.
“Adesso, mia cara, inizierai a raccontarmi tutto quello che hai memorizzato sulle foglie. E, nel frattempo tenterai di atterrarmi.”
Quanto tempo era passato da quando aveva pronunciato quella frase? Stando al sudore che poteva veder brillare sul volto dell’elfa, un’eternità; stando a quanto gli diceva il suo corpo, forse un paio d’ore. Il Sole, infine, con un cambio di luminosità dentro la stanza, postulava una via di mezzo.
Lugaid si lasciò cadere a terra sulla gamba sinistra, utilizzandola come perno per spazzare con la destra; Vadania era di nuovo a terra.
Se non altro, c’era da dire, imparava con una rapidità sorprendente. Aveva dato prova di aver assorbito in modo puntuale buona parte delle nozioni contenute nell’erbario e, inoltre, ad ogni attacco il suo stile si faceva più pulito, preciso, malgrado la stanchezza che, ormai, iniziava a farla da padrone. Con un po’ di esperienza, avrebbe potuto dar filo da torcere ad alcuni Onorevoli Colleghi dalla preparazione mediocre e scadente.
Ora, tuttavia, era giunto il momento di mangiare; Lugaid scatta, intercettando la mano dell’elfa: una rotazione, una torsione e si trova dietro la sua schiena, una mano a tenerle bloccato un braccio ed un’altra a tirare indietro la fronte, per sbilanciarla. E’ sufficiente un leggero arretramento per farle perdere l’equilibrio e, tuttavia, l’elfo non le permette di cadere ancora una volta, lasciandola semplicemente appoggiarsi a sè.
“Io ho fame.”
Un sussurro veloce, come di una constatazione dalla gravità ineluttabile.

“Anch’io” risponde, lesta, lasciando trapelare ben più che una punta di sollievo.
Non sarebbe mai riuscita ad essere veloce come lui, era impossibile parlare ed allo stesso tempo prestare attenzione ai movimenti altrui per armonizzare i propri gesti, come in una danza, a quelli dell’altro corpo.
La muscolatura le doleva come se si fosse allenata per tutto il giorno invece che per poche ore. Se stava pensando di sottoporla anche l’indomani ad una prova del genere di certo non sarebbe sopravvissuta.
Ora, tuttavia, non è il momento di pensarvi.
Il corpo pare rilassarsi, accompagnato da un lieve sospiro, la gamba destra che arretra appena cercando un varco tra quelle leggermente divaricate di lui ed il piede che raggiunge la caviglia con movimento improvviso e rinnovato vigore, aiutanto dal movimento del corpo che lungi dall’opporre resistenza al precedente movimento dell’elfo decide invece di assecondarlo, proiettandosi all’indietro con tutta la forza che possiede.
Sarebbero caduti entrambi, se fosse riuscita nel suo intento, ma se non altro sarebbe caduto anche lui.

Non male.
Questo è quanto si trova a pensare, quando la spinta dell’elfa si fa insistente, il piede che cerca di spazzare via il suo equilibrio; la contromossa, tuttavia, potrebbe essere fulminea: Lugaid asseconderebbe l’intenzione dell’elfa, trasferendo tutto il peso sull’altra gamba e sollevando appena il piede oggetto dell’attacco. Una rapida torsione delle anche, il movimento aiutato dallo steso impeto della sua avversaria, e l’elfo si troverebbe di profilo, libero di veder cadere Vadania. Non senza una certa soddisfazione, certo.
Forza il proprio istinto, tuttavia, a non fare nulla e, semplicemente, serra la presa sull’elfa, trascinandola con sè in una caduta del tutto programmata, rimanendo poi immobile, a terra, sotto il suo peso.
“Che cosa preferiresti mangiare?”
Parla con noncuranza assoluta, come se fossero attorno al tavolo della cucina, intenti ad apparecchiare il desco.

Si lascia sfuggire un sorriso: “qualsiasi cosa priva di sonnifero tu intenda cucinare. Condita con qualche spiegazione, è fuor di dubbio.”
Prende una breve pausa, trovandosi istintivamente a riflettere sulle possibilità che le si presentano in quel momento.
“Se ora portassi il capo all’indietro ti colpirei… e non potresti evitarlo.”
Sussurra infine, come se stesse analizzando una composizione di complessa natura, senza avere tuttavia intenzione di mettere in atto la conclusione cui è giunta.

“Hai quasi ragione.”
Una breve pausa, forse per trovare le parole migliori per spiegare il concetto.
“Sarebbe, malgrado le apparenze poco efficace. Una testata non deve partire da qui…”
Sfiora con due dita il collo dell’elfa, sottolineando le proprie parole.
“…ma dai lombi…”
Ed ora entrambe le mani sono posate sui suoi fianchi, esercitando una pressione lieve quanto funzionale a far avvertire la propria presenza.
“…in modo che il movimento sia simile a quello di una frusta e, utilizzando tutta la schiena…”
Di nuovo, ad illustrare il concetto, le mani risalgono lungo i fianchi dell’elfa con la medesima pressione leggera, seppur presente, percorrendo i lati del torace fino a giungere alle spalle.
“…possa colpire con la nuca, sì, ma come parte terminale di un unico movimento più ampio. In generale, poi, un avversario un minimo esperto si porterà subito fuori tiro, inclinando il capo. E tu, oltre a non poterlo vedere…”
Ed è ora la sola mano destra ad agire, coprendole gli occhi a concretizzare l’immagine evocata dalle sue parole.
“…hai anche la gola scoperta.”
La mano, senza staccare il contatto, scorre verso il basso scavalcando il naso, sfiorando le labbra, inerpicandosi sul piccolo mento ed infine scivolando lungo la gola.
Una pausa, rotta solo dal rumore del respiro, improntata all’immobilità; la mano si stacca, infine, con quella che pare riluttanza. Il capo si inclina di lato e si solleva di poco, le labbra che vanno a cercare l’orecchio di lei per riversarvi all’interno un sussurro che, a dispetto del tono, tradisce forse una certa urgenza.
“Ho fame.”

Ascoltare e capire sono due atti completamente differenti.
Vadania è certa di aver ascoltato le parole dell’elfo, e che al momento opportuno le torneranno alla mente e potrà rifletterci sopra, ma il quel preciso istante non è del tutto sicura di averle comprese, tanti e tanto diversi sono i pensieri con i quali si trovano ad intrecciarsi.
Non può impedirsi di deglutire a vuoto quando la mano di lui raggiunge la sua gola e neanche le è dato evitare l’inumidirsi meccanicamente le labbra mentre si risolleva in piedi, dopo che la voce dell’elfo le è arrivata così strana all’orecchio.
Non appena in posizione eretta si passa una mano tra i capelli, procedendo poi con una minuziosa analisi delle pieghe della camicia.
“Se era un tentativo intenzionale posso darti un ottimo consiglio: lascia perdere.”
Solleva lo sguardo su di lui, voltandosi poi in direzione della porta.
Probabilmente non avrebbe dovuto pronunciare quell’ultima frase, ma d’altra parte non si era mai data pensiero del rischio di risultare troppo diretta. Forse, se davvero aveva frainteso le sue intenzioni, non avrebbe neppure capito il vero significato delle sue parole.

L’espressione perplessa sul volto dell’elfo non dura che un attimo, subito cancellata, nel dilatarsi degli occhi e nell’inarcarsi delle sopracciglia, in una fulminea comprensione.
Stupido. Non può fare a meno di sospirare, impartendosi una mentale ramanzina; avrebbe dovuto meglio considerare la situazione, senza dubbio.
Si costringe a scacciare pensieri che, lo avverte distintamente, stanno minacciando di tingergli il volto di un velo scarlatto. Annaspa qualche secondo, alla ricerca di un buon argomento con cui ribattere…
“Immagino tu abbia bisogno di rinfrescarti.”
…fallendo miseramente. Decisamente, la permanenza in quell’ambiente ha spazzato via ogni consuetudine naturale al vivere civile.
“Cercherò qualcosa da preparare, nel frattempo, sperando che Telivia si sia dimostrata previdente.”
Non può fare a meno di seguire con lo sguardo la testa fiammante di riccioli scomparire giù per le scale; scrolla poi le spalle, archiviando gli ultimi venti minuti.
Altri venti minuti o forse poco più, questa volta in avanti nel tempo, occorrono perchè l’elfo, una volta giunto in cucina, organizzi qualche cosa da mangiare e metta a scaldare, su un angolo della stufa, del pane; il pasto approntato è bizzarro -spazia dalla carne fredda al miele, dalle olive alle confetture, dai formaggi freschi alle due caraffe contenenti acqua l’una e vino, l’altra- seppur abbondante, nel complesso.
Lugaid sta per disporre i piatti e le posate, quando l’elfa giunge in cucina; lavata e cambiata, rinfrancata dalle fatiche dell’allenamento. La accoglie un sorriso ambiguo sul volto dell’elfo, a metà tra il divertimento, l’affetto e lo scherno bonario; le parole che lo spezzano, causando il movimento delle labbra, sono pronunciate in tono neutralmente gentile.
“Manca ancora qualcosa…”
Accenna con il capo alla tavola.
“Puoi provvedere tu, mentre mi rendo presentabile?”
Senza attendere una risposta e, in verità, senza neanche aver terminato di parlare, l’elfo si avvia urgentemente verso le scale. Quanto accade dopo è superfluo da raccontare, poichè è comune a tutti coloro che abbiano un innato senso del decoro e della pulizia; un’attenta quanto piacevole procedura, restituisce l’elfo al regno delle persone civili (per quanto questo termine possa essere applicato a chi fa, dello spegnere la vita altrui, un’Arte Liberale) ed una rapida riflessione fa ricadere la sua scelta sul nero, i pantaloni, e sul grigio perla, l’ampia camicia che porta infilata nei pantaloni, morbida e non allacciata fino all’ultimo bottone. Un paio di comodi stivali completano l’abbigliamento e rendono i passi dell’elfo insolitamente rumorosi… o, quantomeno, gli forniscono una valida motivazione perchè lo siano.
Scende le scale briosamente, l’appetito ormai decisamente stimolato, affrettandosi verso la cucina.

Posa il pane sulla tavola imbandita nel momento stesso in cui ode i suoi passi scendere le scale, accennando un lieve sorriso quando la figura longilinea fa capolino dalla porta. Lo invita a sedersi con un garbato cenno della mano, accomodandosi a sua volta con la grazia che avrebbe usato al desinare di un re, occupando il posto più caldo, davanti alla stufa.
“Credo ci sia tutto.”
Nel mentre scioglie i capelli che porta raccolti, liberando la capigliatura di un insolito rosso cupo a causa dell’acqua che la rende ancora visibilmente umida. Scrolla appena la testa, reclinandola per allontanare le ciocche che stavano per aderirle al volto in complicati arabeschi di fili sottili
“Sfrutterò la stufa per asciugarli più in fretta: la temperatura sta calando rapidamente”
Lo informa, quasi lui si aspettasse una spiegazione.
“Spero non ti dia fastidio”.
Con uno strano sorriso sulle labbra, che non è nè di circostanza nè d’allegria, allunga una mano verso la caraffa di vino.

Accetta in silenzio le spiegazioni dell’elfa, lo sguardo basso rivolto ora al pavimento ora al tavolo. Con un sospiro di pura esasperazione verso se` stesso, alza gli occhi, ringraziando Vadania con un sorriso fugace e concentrandosi piuttosto sul cibo e su quanto, a breve, dovra` comunicarle. Non passa molto che torna a rialzare lo sguardo, sorridendo impunemente, accompagnando il movimento con un coltello, su cui sono infissi, a mo’ di decorazione, un pezzo di formaggio, una striscia sottile di carne ed un’oliva.
Dopo aver dedicato appena un’occhiata perplessa al coltello, questione liquidata con una leggiadra scrollata di spalle, parla in tono allegro, come chi fa un annuncio festoso da tempo atteso.
“Ho una missione per te.”

“Scordatelo”
Lo fulmina con lo sguardo, sembrando non accorgersi dell’imbarazzo dell’elfo.
“Nessuna missione se prima non mi dirai: uno…” si porta una mano davanti al volto il pollice sollevato “…per quando è previsto il colpo. Due…” continua ad enumerare “chi sono i ladri e, tre, come intendono agire”

Sospira, addentando l’oliva e masticandola pensosamente.
“Questo e`, per l’appunto, l’argomento della tua missione.”
Una leggera pausa ed un sorriso divertito, un’occhiata fintamente disinteressata ai capelli dell’elfa e al loro stato.
“Dovrai tornare a casa e attendere per…”
Solleva una mano, il pollice ritto in una parodia del gesto di Vadania.
“…tre giorni, quando effettueranno il tentativo di furto. E, sapendo che intendono probabilmente…”
Una rotazione del polso, un gesto da prestigiatore e l’uno diventa tre.
“…entrare in casa da una finestra dell’ala est, ideare una strategia per impedire il furto senza che il tuo intervento risulti evidente e, soprattutto, senza fare assolutamente nulla fino a quella notte.”
Sorride divertito e sfila, con i denti, la carne dalla punta del coltello. Una nuova pausa per masticare attentamente ed un sorso di vino per aiutarsi ad inghiottire.
“Divertente, no?”

L’incredulità diviene sempre più evidente nel suo sguardo, il volto che sembra spingersi in avanti mano a mano che le parole dell’elfo la raggiungono. Infine, riacquistando la posizione eratta e la solita espressione imbronciata, scuote il capo in segno di diniego.
“Tornare a casa significa trovarmi in una specie di prigione… non posso farlo. Sei un abile assassino e tutto il resto? Bene, dimostralo trovando un altro modo per evitare il colpo.”
Una silenziosa risata le muove le spalle, le labbra che si aprono in un sorriso obliquo.
“Il furto verrà sventato comunque: il mandante è il nostro amato tutore. Farà entrare i ladri in casa, li ucciderà perché non possano portare testimonianza ed avrà la prova che due fanciulle sole in una grande abitazione non possono essere al sicuro. Non è possibile evitare che avvenga qualcosa che non avverrà comunque”

Sospira.
“Che modo approssimativo di risolvere i problemi.”
Lascia ondeggiare la lama del coltello in un’allusiva imitazione del suo concetto di “definitivo”, contrapposto ad “approssimativo”.
“E se, invece, fosse qualcun altro a sventare il colpo? Magari, qualcuno che potrebbe confermare quanto sia sicura la casa, anche con due fanciulle sole ad abitarvi.”
Scrolla le spalle, come vagamente annoiato.
“In ogni caso, non sono io quello che deve addestrarsi, no?”
Sorride di nuovo, sorbendo un nuovo sorso di vino.

“Ma io…”
Sbuffa, le braccia conserte ed il viso ancora più imbronciato.
“Dovrò trovare una scusa”
Sentenzia infine, per nulla contenta.

Alza la testa di scatto, quasi che gli fosse stata rivelata una sorprendente verità; un sorriso morbido alberga sulle labbra, scintillante, negli occhi, di quieto divertimento.
“Sarà meglio che tu ci faccia l’abitudine; una persona incapace di mentire è del tutto immeritevole di interesse.”
Soffoca un risolino nella coppa, annegandolo in un sorso di vino molto meno abbondante di quanto non potrebbe sembrare. Quando torna a parlare, il tono è nuovamente pacato, cordiale, come se si stesse amabilmente conversando di un argomento di futile utilità.
“Ti consiglio di andare il prima possibile.”
Si morde un labbro, come se stesse effettuando un complicato calcolo mentale.
“In effetti, non hai molto tempo a disposizione e non posso dire…”
Il coltello saetta, cambiando di posizione in una mano del tutto morbida e rilassata che fa apparire il gesto di una naturalezza estrema. La punta si ferma subito dopo essersi conficcata in un’oliva, senza affondare più del necessario.
“…che sia un compito facile, quello che ti ho assegnato.”
Con un nuovo movimento circolare, porta il coltello alla bocca ed afferra il piccolo frutto che vi è infilzato sulla punta solo con le labbra, gli occhi che non seguono il movimento della lama ma i contorni del viso dell’elfa, a studiarne ogni reazione.

Dapprima preoccupato, il suo volto si atteggia poi ad una calma che pare sempre più costruita fino a sfociare in un evidente risentimento.
Segue l’accentuata gestualità dell’elfo, senz’altro elegante ed apparentemente naturale, come se stesse aspettando il termine di uno spettacolo di marionette prima di applaudire ed abbandonare la sala.
“Mi stai trattando come una ragazzina.”
Sentenzia infine, sostenendo il suo sguardo con risolutezza.

“Mh.”
Scrolla le spalle con noncuranza.
“Lo sei.”
Due parole, pesanti come pietre, definitive come i chiodi che sigillano una bara. Il silenzio dell’elfo viene rotto, dopo attimi che sembrano eterni, da una profonda inspirazione.
“Eppure ti sto assegnando una prova difficile. Un qualcosa in cui sei convolta, che metterà quindi a rischio la tua lucidità di giudizio. Un qualcosa di potenzialmente pericoloso, se non farai attenzione.”
Un sogghigno divertito gli sfreccia sulle labbra, mentre si adagia mollemente contro lo schienale.
“Se non altro, come una ragazzina che ritengo sappia badare a sè stessa, non credi?”

This entry was posted on Giovedì, Febbraio 1st, 2007 at 08:28 and is filed under giocate fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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