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L’apprendista e l’assassino - III


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La discussione seguita all’irragionevole richiesta dell’elfo era stata lunga ed accesa, allungando di molto il tempo dedicato al pranzo.
Infine, indispettita e per nulla ben disposta, Vadania era stata costretta a cedere, raccogliendo i propri averi ed avviandosi verso casa dell’anziano pittore per cambiarsi d’abito e raggiungere la propria residenza di famiglia grazie ad una carrozza presa a nolo.
Il palazzo dove la rossa elfa è cresciuta si trova qualche miglia fuori dalla città, sulla cima di una collina ed immersa in un bosco rigoglioso. Il viale che conduce al grande cancello di ferro battuto è accompagnato da due ali di imponenti alberi secolari, che come guardie fedeli sembrano controllare chiunque osi avvicinarsi troppo alla villa.
Guardie in livrea presidiano il cancello recante lo stemma degli Ember; non appena superato quest’ultimo impedimento, è sufficiente percorrere per alcuni minuti il sentiero che si snoda all’interno di un giardino amorevolmente curato per giungere in vista di una costruzione imponente, la cui sobrietà non ha nulla a che spartire con la grandiosità del lusso e della ricchezza degli interni.
Un corridoio voltato permette di accedere al cortile, dove le carrozze possono fermarsi così da permettere ai propri ospiti di accedere agli interni senza dover camminare a lungo.
E’ ciò che decide di fare anche Vadania.
La giovane elfa si reca dapprima alle cucine, collocate al piano terra accanto agli alloggi dei servitori, per salutare la cuoca ed i domestici, per poi salire al secondo piano dove i suoi bauli sono già stati nel frattempo aperti e gli abiti riordinati negli armadi. Rinfrescatasi deve sottoporsi alla terribile tortura del farsi acconciare i capelli e solo quand’è ormai talmente irritata da voler nuovamente scappare le viene concesso di scendere al primo piano per salutare la sorella, impegnata nei suoi quotidiani esercizi d’arpeggio.
Le ore si rincorrono l’un l’altra, confondendosi in una lenta monotonia.
Un giorno e mezzo dopo la partenza da casa dell’elfo Vadania si trova così assisa su una poltrona, in un salottino tranquillo ed avvolto dalla penombra, il gomito posato sul bracciolo di velluto imbottito ed il mento appoggiato sul palmo della mano per consentire allo sguardo di vagare liberamente oltre la finestra.
L’abito di leggera organza verde si stringe appena sotto il seno, per poi ricadere leggero sulle gambe accavallate, mettendo in risalto i capelli lucidi e stranamente ordinati. Le scarpe di vernice sono ancora più scomode di quanto potrebbe sembrare a prima vista; non stupisce, dunque, che la solitudine sia risultata troppo invitante per non convincerla a sfilarne almeno una.
Forse è l’abito, o forse l’espressione annoiata tipica delle classi aristocratiche, o magari è semplicemente il suo ambiente, ma in questo contesto appare quasi più grande di quanto è in realtà.

Disgusto e noia.
Queste due sole parole potevano riassumere, abbastanza esaurientemente, l’umore dell’elfo. Aveva, ovviamente, pedinato Vadania e non aveva impiegato troppo tempo a capire, da come era uscita da quella casa, che si sarebbe diretta alla dimora di famiglia. Gli eventi seguenti si erano svolti con la calma tranquillità che una lunga -ma quanto, di preciso?- ponderazione vi aveva infuso, appena condita dal profumo del divertimento che si preannunciava imminente.
Lugaid si era quindi diretto presso la casa di Telivia e le aveva spiegato di come avesse intenzione di assentarsi per qualche giorno, portando con sè Lianna, per eseguire una visita ad un suo fornitore di inchiostri; qualche sorriso e poche raccomandazioni dopo, si stava dirigendo ad ampie falcate verso la propria casa.
Era, in verità, un elfo ben strano quello che aveva tentato di entrare, del tutto tranquillamente, nel maniero degli Ember: l’aria sempliciotta e gli occhi, perennemente sgranati, che si agitavano su tutto, assieme ad una certa reticenza nel parlare, avevano convinto che la guardie che sarebbe stato meglio scortarlo fino alla propria destinazione, per evitare che si potesse perdere.
In tale compagnia era giunto, quindi, alla porta di servizio; tuttavia, dovette affrontare l’esame ed il fuoco di fila di domande a cui fu sottoposto in completa solitudine, sotto lo sguardo attento di una compagine formata dall’attendente di Casa Ember, dal capo dei servitori e da una cuoca che nascondeva a stento uno sguardo gioviale, spinta dalla necessità di apparire severa.
Come aveva saputo che necessitavano di un nuovo servitore?
Dal garzone del macellaio, giù in città, naturalmente.
Cosa sapeva delle maniere Cortesi?
Si lavava scrupolosamente tutte le mattine e tutte le sere, come sua madre gli aveva insegnato, chiedeva sempre ‘per favore’, lasciava passare le donzelle e si inchinava sempre davanti ai Lord.
Che cosa sapeva della famiglia Elain?
Oh, gran brave persone. Aveva lavorato per loro.
Era forse al loro soldo?
Lo era stato naturalmente. Come garzone in fattoria.
Sapeva tenere in equilibrio un vassoio?
Bèh, forse…
Sapeva muoversi silenziosamente e, all’occorrenza, divenire invisibile?
No, non conosceva la magia, ma gli sarebbe piaciuto imparare, anche se non sapeva proprio scrivere alla perfezione. Quanto al muoversi silenziosamente, sua madre diceva sempre che…
Era forse stupido?
No. Sua madre glielo aveva detto chiaro e tondo, quindi lui non poteva di certo esserlo!
L’elfo, Lualma, era rimasto immobile, ondeggiando lentamente la testa e percependo distintamente i capelli -di un colore biondo scuro- legati strettamente in una treccia, come si conviene ai servitori, oscillare concondermente sulla sua schiena.
Troppo innocuo per poter essere rifiutato, fu vestito della livrea dei camerieri e la sua istruzione iniziò con i modi corretti di reggere un vassoio; fortunatamente sembrava avere un certo equilibrio, seppur non eccezionale, e il passo legato e goffo poteva essere certamente migliorato.
Passò così quasi un giorno a girare per la casa sotto l’occhio vigile di qualche servitore di provata esperienza, esercitandosi; se appariva sorprendente la sua velocità di apprendimento, bisogna di certo considerare come in una testa tanto vuota potessero ben attecchire ordini precisi ed istruzioni circostanziate, che ben si prestavano ad essere meccanicamente riprodotte. Se non altro sorrideva sempre, di un’espressione tanto innocente quanto eterea, propria di chi non conosce del mondo che un’ovattata beatitudine.
Tenuto in tale considerazione, l’elfo potè imparare a memoria la pianta di ogni piano, compilando lunghe liste mentali di corridoi e porte, mobilia e tappeti, per concludere con ogni oggetto potenzialmente utilizzabile come arma in ogni stanza a cui aveva accesso; certo, di tanto in tanto fingeva ancora di sbagliare strada e si mostrava insicuro sulla via da prendere. Un’ovvia misura prudenziale.
Ora, tuttavia, era preda della noia. Della noia e del disgusto, si costrinse ad aggiungere mentre il servitore sotto la cui responsabilità era lo correggeva gentilmente, indirizzandolo verso il giusto corridoio senza trattenere un gemito al veder traballare pericolosamente il vassoio; era stato troppo facile inserirsi in quella casa. Facile al punto da essere noioso. Tante guardie, tutte inutili.
Trattiene un sospiro, mentre apre la porta della stanza da cui non è partito l’ordine che si accinge a soddisfare; il suo mentore fermo appena sulla soglia, l’elfo avanza leggermente impacciato, il vassoio tenuto rigidamente, verso l’unica poltrona occupata di quel salottino.
Parla con la voce che si è concesso per quella maschera, una tonalità banale, adatta ad uno sciocco difficilmente notato ed ancora più arduamente ricordato; un accento malamente nascosto delle marche orientali ed un volume di voce decisamente inopportuno strappano un gemito all’individuo fermo sulla porta.
“La vostra tisana, mia nobile signora.”
Eppure… se la voce non ha avuto la minima inflessione, le ultime tre parole appaiono diverse, come se lo strumento che ha suonato quelle note si fosse trovato, improvvisamente, con qualche corda in più, in modo da poterne ricavare un suono più completo.
Gli occhi, poi, scintillano di un sorriso che non può trasparire sulle labbra; occhi che si affrettano a memorizzare la nuova immagine dell’elfa, canzonatori quasi che l’avessero sorpresa abbigliata in maniera del tutto sconveniente, allegri -solo?- per il piacere della sorpresa provocata.
Gli occhi di un assassino.
Gli occhi di Lugaid.

Solleva il mento da suo morbido appoggio, guardandolo con occhi sgranati nei quali si mescolano sorpresa e improvviso furore. Lui! Era colpa sua se la sua anima stava morendo di noia! A quest’ora sarebbe potuta essere in città, ad allenarsi o a divertirsi, sarebbe persino potuta uscire con qualcuno, se non fosse stato per questa stupida trovata. Inoltre nel giro di due giorni non era ancora capitato nulla, in che metteva in dubbio persino l’esistenza di questi fantomatici ladri.
E’ necessaria qualche lunga decina di secondi prima che le possibilità offerte dalla situazione le divengano evidenti strappandole un asciutto sorriso.
Era voluto entrare nella tana del leone? Bene.
Con un morbido gesto della mano lo invita ad avvicinarsi, ricevendone una risposta quasi gridata. Vadania lancia uno sguardo al vassoio, corrugando la fronte con fare capriccioso.
“Manca lo zucchero. E desidero un cucchiaino più lungo.”
Sposta lo sguardo oltre la sua figura, fermandolo sul servitore che ancora attende alla porta “Pensaci tu. Il tuo protetto ti aspetterà qui.”

Parla non appena percepisce i passi allontanarsi rapidi; mantiene comunque un tono basso, appena sussurrato, seppur divertito.
“Bella casa, anche se un tantino noiosa. E decisamente non ha torto chi sostiene che non sia sicura.”
Scrolla le spalle, regalandosi un’occhiata eloquente alle proprie vesti.
“Entra proprio chiunque.”
Sbuffa risentito, scuotendo piano la testa, in una parodia di rimbrotto. Torna serio con la velocità di un battito di ciglia, assumendo una maschera impassibile quanto è neutro il tono.
“Quali novità? Ti sei data da fare?”

Socchiude gli occhi, evitando di rispondere alla sua domanda e proseguendo invece come se nulla fosse, senza abbandonare la maschera della perfetta signora.
“Cucchiaino lungo, la prossima volta. Di zucchero sono necessarie due zollette, non una. Sul davanzale voglio orchidee fresche ogni mattina, oppure margherite, e mai, dico mai, rose, di qualsiasi colore esse siano. Mi sveglio intorno alla seconda ora dopo l’alba e dopo essermi vertita e pettinata solo solita compiere una lunga passeggiata in giardino. Ho notato che ci sono delle foglie sul sentiero, vanno raccolte. E…”
Prende una breve pausa, utilizzandola per trasformare il suo sorriso in un chiaro guanto di sfida “…desidero tu prenda lezioni di portamento, tutti i giorni per un’ora. Dama Leina non avrà difficoltà ad insegnarti. Tra quattro giorni si terrà una piccola giostra d’arme tra i servitori, in occasione del compleanno della cuoca: lo fanno sempre e l’iniziativa la rallegra sempre molto. Sarà un piacere rivederti… pardon, vederti maneggiare una spada. Bada ad allenarti seriamente.”

Sospira, lasciandole terminare la sua piccola, noiosa provocazione. Quando è ben certo che abbia terminato di parlare, risponde pacatamente.
“Sono contento di sapere che l’ormai prossima incursione non sia per te motivo di preoccupazione.”
Un sorriso condiscendente si apre sul suo volto, prima che la parole, leggere e sibilanti come frustate, si dipartano dalle sue labbra.
“Il gioco ti ha stufato?”
Unico, flebile indizio di come la sua arroganza non sia passata inosservata è un certo scintillio divertito, in fondo agli occhi.

Sbuffa, voltandosi dalla parte opposta rispetto alla posizione di lui.
“Dai fuoco a questa casa e a tutto ciò che contiene e ti sarò grata per tutto il resto della mia non lunga vita.”
Reinfila la scarpa mancante, alzandosi in piedi mentre torna a guardarlo. Con passi leggeri si muove verso la porta, l’abito che ondeggia attorno al corpo, per poi girare la chiave nella serratura con un suono secco e deciso.
“Non posso restare a guardia di una finestra per tutto il tempo, ho degli stupidi doveri, sai? E la sicurezza della mia casa è ottima: non c’è nessuno che vorrebbe farci del male, dimentichi? Tra l’uccidermi e lo sposarmi conviene la seconda. L’hai detto tu stesso. Ed ora, prima che Jerom si accorga che non esistono cucchiaini dal manico più lungo, vuoi dirmi come stai e cosa devo fare?”
Lo osserva ancora per un secondo, avvicinandosi e mordendosi il labbro inferiore come se stesse riflettendo, poi, quasi non ne fosse del tutto convinta, si appoggia a lui posandogli delicatamente una mano sul petto.
“Sono contenta di vederti, ma sto morendo di noia…”

Si lascia sfuggire un sorriso, senza tuttavia commettere l’errore di assecondare il gesto di lei cercandone la mano; un solo lampo nello sguardo avverte di come, questo, non sia avvenuto del tutto senza sforzo.
Torna a parlare con tono forzatamente noncurante.
“In effetti, la vita da queste parti è monotona, seppur non priva di una certa attrattiva.”
Si morde il labbro inferiore, una mano che va a sfiorare il braccio di lei per un solo fugace attimo.
“Forse, ma solo forse…”
Riprende a parlare con il tono fintamente meditabondo di chi pare aver avuto anni per escogitare e perfezionare uno stratagemma.
“…potresti udire qualcuno, durante la tua passeggiata mattutina, trafficare al di là del muro di cinta. E, forse, potresti riferire al comandante delle guardie come le voci si siano dileguate, alla tua richiesta di identificarsi.”
Scrolla le spalle.
“Chissà che non lo convinca ad aumentare le guardie di pattuglia, di notte… a breve sarà luna nuova, se non è uno sciocco, se ne ricorderà anche lui. Diversamente, dovrai non rammentarglielo, ma fare in modo che gli torni, spontaneamente, alla memoria.”
Interrompe il contatto con l’elfa in un rapido passo all’indietro, subito seguito da una morbida ed aggraziata riverenza. Quando rialza, impudentemente, lo sguardo, questo corona un sorriso divertito.
“Come la mia nobile signora comanda.”

Lascia ricadere la mano, ricambiando il suo sorriso con un’espressione di ironico divertimento.
“Ti giuro che me la pagherai… e, per tua sfortuna, non dovrò attendere se non qualche giorno.”
Parole criptiche, che la portano a spostarsi con leggerezza verso l’ampia finestra.

Uno scatto fulmineo, un movimento rapido quanto armonico, come un ingranaggio ben congegnato; Lugaid è ora immediatamente dietro Vadania, le braccia che le cingono i fianchi andando ad intrecciarsi, pigramente, sul suo addome, la testa poggiata a quella di lei, scomodo supporto, vista la capigliatura.
“Potresti farmi frustare solo per questo…”
Il tono è grave, di una congettura segreta e terribile che non deve essere detta ad alta voce per timore della punizione.
“…che poi non si dica che non sono generoso, quanto ad occasioni.”
Eppure le ultime parole sono di nuovo divertite mentre l’elfo, fuggevolmente, si ritrae dall’elfa, accettandone le spalle a poco più di un metro di distanza, un sorriso divertito sul volto.

Resta immobile, le braccia leggermente scostate dal corpo per la sorpresa. Quindi, lentamente, guarda oltre la propria spalla, una mano che sale alla gola e l’altra che si richiude ad appoggio fittizio del gomito.
Lo sguardo che gli rivolge è interrogativo, anche se nessuna parola in merito lo raggiunge. Decide, invece, di dar voce a quanto aveva accennato poco prima: la propria sottile vendetta. Una vendetta che forse non è tale.
“Tra sette tramonti ci sarà un ballo mascherato alla tenuta dei Lijonren. Vorrei mi accompagnassi e posso procurarti un’opportuna mascherina per il volto: l’avremo tutti.”
Si inumidisce le labbra, decidendo di pronunciare anche quell’unica frase che probabilmente dovrebbe tenere per sé.
“I tuoi genitori saranno in viaggio e non presenzieranno, non c’è pericolo di incontrarli”
E’ forse aspettativa quella che l’elfo può leggere nei suoi occhi?

“Se questo stolido servitore vivrà ancora, potrebbe anche essere una divertente compagnia.”
Così le aveva risposto, per non generare troppe illusioni; in fondo, sette giorni erano lunghi. Chi mai può pretendere di sapere qualcosa che tanto in là nel tempo si estende?
Lui, ad esempio, ora che il gran giorno era arrivato, ancora non sapeva come comportarsi; aveva tolto le foglie, preso lezioni -inutili- di portamento, dimostrato tutta la sua incapacità con la spada ed aveva espresso a gran voce la propria repulsione per le armi, unita ad una certa qual sensazione per il sangue.
Era stato, ovviamente, tutto inutile; neanche sfiorato dagli avvenimenti della notte precedente -consistenti, a dirla tutta, in quella che era sicuramente una banda di ubriachi giunti troppo vicini al maniero per non aver potuto notare il drappello di guardia triplicato- e sicuramente non incrinato dalla mancanza di una delle giovane guardie di recente nomina -è noto che spesso i giovani approfittino troppo di sè stessi durante le licenze- il Grande Torneo d’Arme e d’Onori si sarebbe tenuto quel giorno.
Lugaid sbuffò, al solo pensiero di ciò che lo avrebbe atteso; in fondo, si ripeteva, se lo era meritato e la sorpresa sul volto di lei ne era valsa la pena. Con tali pensieri si diresse cautamente alle cucine, per prendere parte ai festeggiamenti e per cercare qualche informazione in più sulla tortura cui sarebbe dovuto sottostare dato che nessuno, fino a quel momento, si era degnato di informarlo delle sue modalità di svolgimento.

Vadania è seduta sul tavolo grande della cucina, le mani sui bordi di legno scuro e le gambe, incrociate alle caviglie, che ondeggiano ritmicamente al di sotto.
Ride di gusto per chissà quale commento, mentre la cuoca sembra descriverle con dovizia di particolari un siparietto accaduto non molto tempo prima.
Il racconto non è ancora terminato che la giovane elfa salta nuovamente in piedi, prendendola sotto braccio e conducendola oltre la porta.
“Ora basta, il giorno del tuo compleanno è da sempre vacanza per tutti, e questo vale anche per te. Inoltre, non vorrai perderti il meraviglioso torneo d’arme che anche quest’anno animerà nostro superbo maniero? Su chi potrei puntare, quest’anno?”
Si finge incerta, per poi scoppiare in un’allegra risata.
“Oh, sì, nel nuovo servitore, decisamente”
L’ilarità delle due donne si protrae fino all’ampia radura nella quale sono già riuniti quasi tutti. Una rastrelliera contiene armi spuntate e leggere, adatte ad essere maneggiate facilmente anche da chi non abbia nozioni di scherma, e subito accanto si trovano tre tavoli imbanditi di cibarie, vino e birra in grande quantità. Più che la parodia di un torneo sembra essere l’occasione per stare insieme allontanando ogni pensiero negativo. Un tempo il loro signore era solito gareggiare con loro, facendosi colpire di tanto in tanto e finendo per vincere sempe la corona di fiori in palio, per poi donarla, come si conviene, alla dama più bella che altra non poteva essere se non la sua affezionata cuoca nonché balia di un tempo.

Che noia.
Lugaid aveva selezionato, personalmente, la protezione offertagli da un leggero corpetto di cuoio che aveva, tuttavia, il merito di non impedirgli i movimenti. La scelta dell’arma non aveva preteso un gran dispendio di tempo: la qualità delle lame era ugualmente scadente e non vi era nulla che meritasse più di una superficiale occhiata.
Con un sospiro, aveva atteso pazientemente che venisse il suo turno e ora che si trovava di fronte l’invasato inserviente del primo piano, ansioso di fare bella figura, stava chiedendosi, con un’espressione facilmente scambiabile per timore, quanti colpi potesse assorbire prima di darsi per vinto.
Forse tre o quattro, è il pensiero dell’elfo, mentre il suo contendente declama a gran voce qualcosa. Magari meno, si costringe a riflettere mentre afferra malamente la spada, le dita che si abbarbicano anche sulla guardia e la lama che ondeggia instabilmente nella sua presa.
L’importante, si trova ad augurarsi con un distratto sguardo al cielo, è che la cosa finisca rapidamente.

“Un momento!”
Si alza agilmente dalla sua posizione di spettatrice seduta sul prato, aiutata in questo dal comodo abbigliamento da cavallerizza: morbidi pantaloni di stoffa marrone, una blusa bianca e stivali alti quasi fino al ginocchio.
“Concedimi di partecipare.” Si rivolge al servitore ormai pronto a combattere, abbagliandolo con un ampio sorriso: “Siete dispari, un contendente in più non creerà problemi”
Quindi, dopo aver atteso il consenso e preso la spada direttamente dalla sue mani, si volta verso l’assassino con un’espressione di muto divertimento. Si sarebbe fatto battere da una donna? O avrebbe limitato meno le sue capacità per non scendere così in basso? Vadania, da spadaccina abbastanza capace, muove la spada in due fendenti di prova, decisamente impaziente di vedere come si evolverà la situazione

Un altro sospiro, sconsolato.
E, subito dopo, un cambio di espressione così rapido da risultare difficilmente percettibile ad altri che non a colei che ha di fronte; gli occhi che divengono, per un solo attimo, duri ed affilati, il sorriso che si congela in un ghigno divertito.
Poi, di nuovo, il sorriso aperto e cordiale di un servitore stolido, pronto a farsi sconfiggere dalla propria padrona opponendo la ben misera resistenza di chi mai ha usato una spada; nella speranza che lei non ci vada troppo pesante.

Si mette in posizione di guardia, concedendogli l’onore del primo colpo.
“Eravamo solo noi due in quella stanza. Non eri obbligato a fare quanto di avevo comandato. Ero solo irritata… Perché hai ubbidito?”
Gli sussussa, provocandolo in una serie di abili finte. Quindi, girandogli lentamente attorno, continua a parlare con tono tanto basso da risultare appena udibile.
“La guardia è stata raddoppiata, ma hanno voluto farmi credere che non c’erano abbastanza uomini così hanno mandato a supporto milizie che vestono i colori del nostro amato tutore… Non è servito a nulla. Bisogna agire drasticamente. Per l’ennesima volta: dammi delle foglie di Kalah o trova il modo di insegnarmi qualcosa anche qui.”

Il colpo giunge, fiacco e mal portato, facilmente parato dall’elfa.
“Probabilmente, la pazienza e` l’insegnamento che ci metterai piu` tempo ad imparare.”
Un soffio, un sibilo di parole, mentre lo scambio di colpi si fa piuttosto a senso unico, con l’elfo che subisce, limitandosi a quei piccoli movimenti, invisibili ad occhio inesperto, in grado di evitargli un pieno impatto con la lama smussata dell’elfa.
Non gli costa un grande sacrificio continuare la sua piccola recita e sarebbe, anzi, piuttosto sciocco rivelare ora doti insospettate per la maschera di copertura che si e` creato attirando su di se` l’attenzione.
L’occasione arriva su un fendente, probabilmente nato come finta, che l’elfo fa in modo di ricevere: un grido e la spada che cade a terra e, a seguire, un’espressione imbronciata, un borbottio sconsolato e la resa, dichiarata alla nobile signora.

Uno sguardo furente era stata la sua unica risposta prima di restituire la spada, salutare la cuoca con un bacio sulla guancia e tornare nuovamente verso casa.
Nei giorni successivi non aveva dato cenno di voler avvicinare Lugaid ed anzi aveva preso ad evitarlo deliberatamente.
Fece lunghe passeggiate, andò a cavallo, si recò in visita a conoscenti e trascorse molto tempo con il fratello minore di Lugaid, nella splendida villa dei Vanquilosse.
Le notti, invece, erano dedicate all’ala est della casa, dove si concedeva poche ore di reverie dopo essere sgattaiolata via dalla propria stanza non appena le luci veniveno spente con un soffio delicato sui lumi delle candele.

La vita servile di Lugaid procedeva tranquilla, felice e spensierata; in una parola, noiosa. In due parole, terribilmente noiosa. Non poteva certo biasimare Vadania per il suo desiderio di citta`, dato che lui stesso stava ormai progettando di andarsene.
Aveva, in quei giorni interminabilmente noiosi, raccolto tutte le informazioni che gli occorrevano orecchiando le conversazioni dei servi o facendo domande fintamente casuali e avrebbe, da un momento all’altro, potuto andarsene. Che cosa lo tratteneva ancora in quella casa, dunque?
Scrutando la proria espressione di ebete e stolida felicita` in uno specchio con gli occhi duri e, quasi, crudeli che riservava a se` stesso, non si puo` che dire che cercare di nascondere la verita` e` del tutto inutile: se era ancora in quel luogo a perdere il proprio tempo, non era per nessun altro motivo che non per l’elfa. Curiosita` di vedere come sarebbe andata a finire la vicenda del ricevimento? Certo. Ma anche un certo qual senso di colpa per come erano andate le cose e, lo ammette, un certo interesse per le decisioni dell’elfa.
Gli occhi, se possibile, si induriscono ancora di piu`, due lame pronte ad uccidere se` stesso senza esitare un solo momento; sta forse divenendo simile alla maschera che indossava in quel momento? Come poteva Vadania aver cambiato fino a tal punto consuetudini che gli anni avevano fossilizzato? Avrebbe dovuto, dimostrandosi saggio, abbandonare al piu` presto tutta quella storia.
Un richiamo lo riscuote della sue riflessioni e, quando torna a voltarsi, gli occhi sono tornati quelli placidi e sereni di sempre; ancora poco tempo, ancora qualche attimo. Avrebbe indugiato ancora un poco, non di piu`.

In un modo o nell’altro, ce l’aveva fatta. Lugaid non era l’unico assassino della città e di certo non quello con meno scrupoli dato che era stato sufficiente qualche sussurro alle giuste orecchie per ricevere, dopo qualche giorno d’attesa, un piccolo involto all’apparenza del tutto anonimo.
Ed ora eccola lì, ad accarezzare delicatamente la testa pelosa di una dei cani da caccia, pigramente addormentato a causa degli effetti della tisana. D’altra parte non poteva rischiare: era necessario appurare che le avessero venduto esattamente ciò che aveva chiesto.

Il giorno era giunto. Quel mattino, Lugaid si sveglio` con la quasi certezza che quello sarebbe stato l’ultimo giorno in quella magione; in fondo, Vadania non aveva fatto altro che evitarlo e non si erano piu` fatti accenni al ricevimento di quella sera.
A meta` tra il sollievo ed il disagio, Lugaid inizio` la sua giornata con le consuete lezioni di portamento; e nulla fosse cambiato, sarebbe scomparso quella notte stessa.

Quando rientrerà nella sua stanza, nel tardo pomeriggio, Lugaid troverà ad attenderlo abiti di ricco velluto e sete preziose, accompagnati da una mascherina nera atta a celarne lo sguardo e buona parte del volto.
Vadania, dopo aver adempiuto a quest’incombenza, si dedica alla preparazione del suo piccolo trionfo: nell’anello che porterà al dito, quella sera, un piccolo vano sotto la grande pietra rossa contiene veleno in giusta quantità. Sarà sufficiente un po’ di coraggio, e poi…
Scende le scale lentamente, chiedendosi se lui sarebbe venuto o se sarebbe stata completamente sola.

Se non altro, aveva osservato con un sorriso malevolo, l’elfa doveva aver passato parecchio tempo ad osservarlo. Il vestito gli cadeva quasi come fosse stato cucino su misura e la scelta dei tessuti esaltava la sua sinuosita` di movimento. Decide, in un eccesso di imprudenza, di abbandonare i modi legati ed i gesti grossolani del personaggio -seppur i capelli rimangano chiusi in una stretta treccia ad indicare il suo stato servile- che si trovava ad interpretare, scendendo lungo la scala in un silenzio rotto solo dal frusciare delle stoffe, il passo agile e sciolto, il volto ancora scoperto.
Un sorriso cordiale, un morbido inchino -incurante dei sussurri e dei risolini soffocati provenienti dai servitori- ed il braccio offerto a Vadania; questa la risposta al suo invito.

La carrozza si muove lentamente per la strada illuminata dalla sola luce delle torce ondeggianti del veicolo.
Al suo interno Vadania sorride, indicando a Lugaid la mascherina che non ha ancora indossato:
“Credevo preferissi non far sapere dei tuoi nobili natali. Chi sarai questa notte?”
Quindi, allungandosi verso di lui, scioglie il nastro che gli ordina i capelli lasciandolo volare fuori dal finestrino.
Sorride ancora, la giovane elfa, tornando a tacere ed a chiedersi quanto lui sappia del suo piccolo piano.

Si limita a seguire con lo suardo i suoi movimenti, senza tuttavia fermarla. E` solo un attimo dopo aver udito la domanda che risponde, dopo aver dedicato quel momento ad una profonda inspirazione.
“Un servitore della tua casa incaricato di accompagnarti al ricevimento, immagino. E dubito fortemente che qualcuno sia in grado di riconoscermi, dopo tutto questo tempo…”
Lascia in sospeso la frase, concedendosi un sorriso sornione e divertito.
“Tu, invece, chi pensavi che avrei potuto essere?”

“Per quale motivo dovrebbe essere un servitore ad accompagnarmi? Credi che nella grande sala piena di nobili e di personale pronto a riverili possa esservi qualcosa che un valletto possa fare per me?”
Si morde il labbro inferiore, trattenendo un sorriso mentre le parole seguenti assumono quasi la forma di un rimprovero.
“In effetti credevo avresti osservato maggiore riservatezza, ma non credo sarà un problema. Le voci non corrono così in fretta. Non in una notte di festa, se non altro. Sarà una serata speciale, più di quanto potresti immaginare… inventati una nobile identità e lasciati trascinare dall’ebbrezza del vino e delle danze. Il finale merita di essere visto dalla prima fila.”
Gli porge, quindi, un involto che aveva fino ad ora fatto bella mostra di sé sul sedile accanto al suo. Contiene una spada con uno stemma sconosciuto ed alcuni ornamenti preziosi.
“Potrebbe essere il tuo stemma” gli suggerirà, nel caso l’elfo le chieda spiegazioni “ed il tuo compenso, se non dovessi riuscire ad offrirtelo altrimenti.”
La voce è bassa e melodiosa, come se fosse in uno stato di calma apparente, nella condizione di profonda calma prima della tempesta. La calma di chi ha deciso.

Che cosa può fare Lugaid se non rivolgerle uno sguardo obliquo? Dopo aver richiesto ed ottenuto spiegazioni, all’occhiata si somma un lieve dondolio del capo ed il morbido sorriso divertito di chi ha intravisto il gioco ed accetta di sottomettersi alle sue regole. Che l’elfa stia imparando ed abbia progettato qualche sorpresa, per lui? Che quella serata si annunci meno noiosa del temuto? Il gusto della sfida sottile può forse trovare un termine di paragone consono ad esprimerne tutto il sapore speziato ed assieme dolce, invitante e piccante allo stesso tempo?
Questi ed altri interrogativi di simil fatta si intessono nello sguardo e sul volto dell’elfo, in un palesare muto e divertito di aver colto ed intuito lo spirito della serata, l’espressione che fatica a celare, sotto la maschera di impassibilità, il divertimento.
Eppure, la mente dell’elfo è impegnata in ben altre congetture. Nascosto sotto una superficie immobile, celato al riparo di un divertimento apparentemente genuino, giace l’Assassino; come dimenticare il travaglio che ha segnato la decisione cruciale di tanti suoi Pacifici Fratelli? E come non poterne vedere i segni, ben chiari a chi sa guardare, sull’elfa?
Al fine, ha deciso. La calma rassegnata e la pacatezza di chi scorge un fine inevitabile e non solo vi si approssima, ma vi si dirige incontro senza tema alcuno sono inconfondibili e non equivocabili.
E’ solo quando, vista la vicinanza al luogo della festa, Lugaid decide di indossare la maschera che i tratti dell’elfo possono esprimere ogni suo cupo e tetro pensiero, ben al riparo dietro una posticcia ed impenetrabile imperturbabilità; avrebbe indossato la spada, si sarebbe divertito e avrebbe giocato al gioco di Vadania. Quindi avrebbe fatto la sua mossa.
E sarebbe uscito vincitore.
Come sempre.

Gli occhi di Vadania sono luminosi e scintillanti sotto la maschera nera, quasi contenessero una sfumatira di follia che prima giaceva inerte al di sotto della ragione.
Soffici boccoli rossi la rendono più riconoscibile di quanto vorrebbe, ma l’esaltazione del momento la rende del tutto dimentica di tali dettagli, anzi: essere riconoscibili può avere i suoi vantaggi, pensa, anche in questa circostanza.
Apre la porticina della carrozza con una lieve spinta, invitando poi il suo accompagnatore a scendere per primo così da poterle porgere il braccio, un sorriso che continua ad aleggiarle pericoloso sulle labbra.
“Come devo chiamarti…” gli sussurra, sporgendosi appena in avanti, “…e chi sei?”

“Noqualmë Uialen di Kyle.”
Risponde in un soffio, allungando morbidamente una gamba a smontare dalla carrozza; allunga poi la mano sinistra all’interno della vettura, il palmo rivolto verso l’alto, per offrirle un sostegno. Parla rapidamente, a bassa voce, per fornirle tutte le informazioni di cui potrebbe aver bisogno.
“Ci siamo conosciuti alla bottega del pittore che ti fa da maestro.”
Non trattiene un lieve strale di ironia, avvolto in un accento caldo e rotondo delle marche meridionali, astenendosi tuttavia da ogni commento esplicito.
“La mia è una famiglia della nobiltà minore, risiedente nel sud. Gentiluomini di campagna, insomma; mi trovo qui per alcuni commerci e perchè mio padre ritiene che debba imparare il mestiere. Sei stata tanto cortese da invitarmi a questo ricevimento per interrompere il mio isolamento causato dal non conoscere nessuno, in questa città.”
Sorride, dietro la maschera; niente male, per aver avuto solo pochi attimi.

Inclina il capo, posando delicatamente la mano sul suo palmo proteso, sollevando l’abito quato può esserle sufficiente per spingersi sino a terra. Solo allora si appoggia al suo braccio, come se tra loro vi fosse più intimità di quanto non corrisponda alla realtà. “Il pittore?” Ne approfitta per sussurrare direttamente al suo orecchio “Di quante altre informazioni sei in possesso senza che io lo sappia?”
Il sentiero, breve e agilmemente percorrible, sfocia in un ampio prato che fa da estensione al salone delle feste, al quale è collegato da una serie di vetrate dipinte.
Abiti variopinti e risate sguaiate, azioni inopportune e sguardi sconvenienti, la giovane aristocrazia elfica sembra essersi riunita per privare d’autorità ogni legge d’etichetta e di buone maniere. Solo le danze sembrano offrire ancora un’immagine di sobria eleganza, con movimenti identici in ognuna delle coppie disposte su due file parallele o in un grande cerchio, a seconda del ballo in corso.
Le candele illuminano l’ampio spazio a disposizione riflettendosi, nella zona interna, sui grandi specchi a parete, alti quasi fino al soffitto e bordati di statue ed elaborati decori color dell’oro. Due ampi tavoli sono addossati ai lati corti del salone, sorreggendo frutta, vini e cibarie in grande quantità mentre sulla parete di fondo una piccola orchestra suona con brio.
“Cosa ti va di fare, Noqualmë, ora che avrai molte paia di occhi puntate su di te?”
Una lieve risata sfugge alle sue labbra, con quello stesso atteggiamento che sembra il risultato di una droga dagli effetti impensati.

Non si prende la briga di lanciare più di una lunga occhiata agli altri convenuti alla festa, sostanzialmente disinteressato. Parla con il tono neutro di chi risulti essere del tutto impermeabile agli stravizi ed alle esagerazioni di piccoli viziati cresciuti, sostanzialmente, nella bambagia. Il solo pensiero capace di strappargli un sorriso è l’idea di vedere uno qualsiasi di quei giovanotti imbellettati e profumati, una delle nobili dame dalle risate squillanti alle prese con l’entità viva e pulsante che era il Vicolo, nottetempo.
Nello stesso momento in cui si era reso conto di essere un topo di fogna ben vestito pervenuto casualmente in mezzo ad una tale compagine, Lugaid aveva saputo che cosa gli sarebbe piaciuto fare.
Chinandosi vicino all’orecchio dell’elfa e prediligendo la discrezione alla sfacciataggine che alberga attorno a loro, schiude le labbra per far fuoriuscire un sussurro che è, al tempo stesso, gentile e duro.
“C’è il tuo tutore, presumo. Ritengo sia buona creanza che tu mi presenti a lui, non credi?”

Si morde il labbro inferiore, voltandosi e trovandosi con il volto a pochi centimetri da quello di lui. “Per chiedere di potermi corteggiare? Quale profonda nobiltà d’animo. Ma certo…” Lo prende platealmente in giro, portandosi una mano al petto e sospirando teatralmente. Quindi, senza aspettare la sua reazione, si allontana quanto necessario a prendergli la mano, volteggiando in un semicerchio che la porta davanti a lui, le braccia tese mentre lo trascina tra i campanelli di gente raccolti in ogni dove. Brevi risate lasciano le sue labbra, quasi non riuscisse a contenere l’euforia o il desiderio di essere di nuovo parzialmente libera. En passant raccoglie da un vassoio un calice di vino, fermandosi dopo qualche passo mosso all’indietro per prenderne un lungo sorso così da porgerglielo gentilmente subito dopo.
“Alla tua destra. Capelli biondi, labbra sottili e sguardo sprezzante. Una casacca rossa con ricami d’argento e spada lunga al fianco. Bevi. Quella accanto è mia sorella.”
I lieamenti dell’elfa, nonostante la maschera indossata, sembrano scolpiti nel marmo da un artista di incommensurabile talento. La sua postura semba immune alla cacofonia di suoni e colori che la attornia, mantenendo la propria naturale compostezza ed un’espressione di incredibile dolcezza enfatizzata dai capelli lunghi e biondi degli Ember. E’ lei, Vadania, l’unica erede dei luminosi capelli fulvi di sua madre.
“Risparmiati la fatica di dire che non ci assomigliamo affatto: io sono la ribelle, non la bella.”

Beve immediatamente, approfittando poi del passaggio di un vassoio dotato di servitore, per essere portato a spasso, per posarvi il calice e recuperarne altri due, intonsi. Si china rapidamente verso l’elfa, pronunciando un sussurro rapido e concreto quanto può esserlo la lama di un pugnale nel buio.
“Io ho sempre preferito le rosse.”
Si allontana, poi, rapido, e si volta verso destra, dirigendosi verso la coppia indicatagli da Vadania; ha cura di non accentuare la sua naturale leggerezza di passo, preoccupandosi piuttosto di rimanere quanto più distaccato dal baccano di luci e suoni che pare attraversare lo spazio che li divide; un rapido movimento con le dita rimaste libere è l’unica traccia, invisibile in mezzo alla folla, del rapido progresso della missione che si è posto.
Giunto in prossimità delle due figure, quasi un’oasi di pace in mezzo al mare in tempesta della perdita del decoro, accenna un inchino ed una riverenza.
“I nobili esponenti della Casa di Ember cui è necessario che mi presenti, come impone l’etichetta.”
Le parole, scelte tutt’altro che a caso, fanno immediatamente seguito all’offerta dei due calici.
“Il mio nome è Noqualmë Uialen di Kyle.”

Resta immobile per lo spazio di un respiro trattenuto, scuotendo subito dopo il capo come per allontanare il lieve rossore che sente imporporarle le guance, perdendolo di vista per qualche istante di troppo.
‘’Frasi di circostanza come se ne dicono centinaia'’ sussurra a se stessa, cercando la figura di lui tra i convitati ed individuandola dopo appena qualche istante facilitata dal sapere dove guardare. Non le è tuttavia agevole raggiungerlo a causa del desiderio di conversazione improvvisamente scaturito in due giovani elfi non troppo sobri.
Nel mentre Rijlion Teknave Qualinian, tutore delle due fanciulle, aveva rivolto all’elfo un pigro cenno d’assenso, condito con un’espressione interrogativa volta a chiedere altre copiose spiegazioni. Alissa Ember, da parte sua, si era limitata ad inclinare lateralmente il capo, rivolgendogli un sorriso ed uno sguardo che erano riflesso di quelli che l’elfo aveva già potuto osservare a suo tempo negli occhi del padre di lei.

Ti sono superiore per nascita, addestramento, carattere; e tengo la tua vita nelle mie mani, con tutta probabilità.
“Mi onoro di essere il cavaliere, in effetti, di vostra sorella, mia signora.”
China appena il capo in direzione di Alissa, riprendendo poi a parlare ad entrambi, i calici ancora in mano.
“Il suo invito mi è giunto gradito, poichè non conosco nessuno in questa città; ho creduto fosse necessario, innanzitutto, presentarmi a voi ed offrirvi, com’è usanza nella mia famiglia, un calice di vino, per propiziare il primo incontro.”
O, ripensandoci, no. In fondo, le antipatie a prima vista, pur se celate sotto una formale cortesia, sono una realtà troppo ben definita per poter insistere a lungo cercando di salvargli la vita; il tempo sta per scadere, il momento propizio scivola via.

Alissa si trova a prendere il calice dalle mani dell’elfo, porgendolo poi al suo biondo accompagnatore senza che questo dia cenno di una qualche benevolenza. Lentamente, tuttavia, prende il vino dalle mani della sua dama, senza guardarla mentre continua a scrutare l’assassino.
“La piccola Vadania ha trovato un… amico. Bene. Spero perdonerete la mia sorpresa. E’ un mutamento… interessante”
Parla con voce leggermente strascicata, rigirando il calice tra le dita per poi sollevarlo davanti al proprio volto: “a cosa desiderate brindare, nobile Noqualmë, e da dove proviene la vostra famiglia? Prima d’ora non ho mai udito il vostro nome.”
Cosa si celi dietro quegli occhi calcolatori è un mistero: forse sta già tramando per togliere di mezzo un potenziale scocciatore, reo di poterlo privare di un prezioso dono da elargire ad uno dei suoi favoriti, o forse sta semplicemente prendendo atto che i tempi sono maturi per agire, o ancora, ma sono soltanto ipotesi, sta cercando semplicemente di interpretare il ruolo del bravo genitore per fare colpo su una Alissa dimostratasi silenziosa ed apparentemente remissiva ma non per questo più semplice da manipolare.

“Vadania ha forse dei problemi a creare amicizie? Bizzarro, quantomeno. E` dotata di un carattere cosi`…”
L’esitazione calcolata di un attimo, lo sguardo divertito rivolto al suo interlocutore.
“…esuberante, diciamo.”
Liquida la questione con un gesto frivolo della mano, ormai chiaro il sott’inteso senza bisogno di ulteriori spiegazioni, come si conviene a due uomini ben educati che discorrano delle pessime attitudini caratteriali, cosi` poco femminili, della sorella della dama di uno dei due.
“Le marche meridionali hanno visto nascere e crescere la mia famiglia, Signore. Mi trovo, invero, a queste latitudini per sbrigare alcuni affari di famiglia cui mio padre desidera che mi avvicini.”
Scrolla graziosamente le spalle, in un moto di leggero fastidio.
“Ormai i miei uffici sono giunti al termine; il tempo di concludere qualche sciocchezza e potro` far ritorno a casa. Beninteso, quando chiunque della vostra nobile casata desiderasse intraprendere un viaggio nei dintorni di Kyle, troverebbe pronta ospitalita` nella nostra casa.”
Non una parola lascia le labbra dell’elfo con una spontaneita` che non sia calcolata: l’erede di una piccola casata nobile desideroso di stringere buoni rapporti con una delle maggiori Case, un gentile nobile minore che sa con quale rispetto rivolgersi a chi gli e` superiore per censo e che non ha esitato nel cogliere l’opportunita` offertagli da Vadania di potersi avvicinare al meglio della nobilta` cittadina. Innocuo, inoffensivo, espansivo com’e` tradizione che siano i gentiluomini di campagna.
In fondo, meglio un lacche` in piu` che acclami alla sua ascesa ai titoli di casa Ember, piuttosto che uno in meno, no?

E’ Alissa a rispondere, rivolgendo al giovane un ampio sorriso di circostanza e privando al contempo il suo accompagnatore dell’autorità di rispondere altrimenti.
“Sono certa che il destino, quando lo riterrà opportuno, mi riserverà la gioia di vedere con i miei stessi occhi le bellezze della vostra terra e, in questo caso, non mancherò di accettare un invito così gentilmente avanzato. E’ un piacere conoscervi, Noqualmë Uialen di Kyle, anche se l’assenza di mia sorella al vostro fianco mi fa pensare che ella non gradisca l’ufficialità della presentazione.”
Si lascia sfuggire una risata delicata quanto una carezza, coprendosi le labbra con il dorso di una mano opportunamente sollevata.
“Ora bevete, e sigilliamo questo incontro secondo quelle che dite essere le vostre usanze”
L’espressione imperscrutabile di Rijlio non muta mentre, dopo aver rivolto un breve inchino alla propria signora, si porta il calice alle labbra, lo sguardo sempre puntato sull’uomo che gli si trova innanzi.

Si lascia andare in una risata divertita, come non avesse colto il rimprovero sott’inteso, annuendo vigorosamente.
“Oh, si`, vostra sorella ha un modo piuttosto diretto di comunicare le sue preferenze. Anche se, fino ad un momento fa…”
Volta il capo, cercandola inutilmente con un paio di occhiate fugaci e decisamente disinteressate. Scrolla poi le spalle.
“Beviamo a suggello dell’incontro, dunque.”
Alza il calice e subito dopo lo porta alle labbra, sorbendo un discreto sorso, anche se non tanto abbondante da risultare inopportuno.

Uno, due, tre. Uno, due, tre, quattro.
Vadania contava i passi che la dividevano dal termine della danza come fossero secondi, lottando contro il desiderio di accelerare ed andare fuori tempo pur di finire più in fretta. Non appena l’ultima nota di libra nell’aria concede un rapido cenno al suo ballerino, badando a non avvicinarsi troppo per non essere coinvolta anche nel ballo successivo. Quindi, con una rapida giravolta, gli volge le spalle tentando di raggiungere le tre persone di suo interesse.
Piomba alle spalle di Lugaid proprio mentre il biondo guerriero sta traendo a sua volta un lungo sorso di vino.
“Oh, sei qui!”
Lo apostrofa con un sorriso, aggrappandosi al suo braccio con fare civettuolo sperando di nascondere l’irritazione che prova in realtà. Quindi, dopo aver rivolto un cenno alla sorella e poco più di uno sguardo al proprio tutore, continua a parlare come se nulla fosse accaduto.
“Hai conosciuto il resto della mia famiglia, a quanto pare. Di cosa stavate discorrendo di tanto interessante?”

“In verita` nulla.”
Parla con tono pacato, appoggiando la mano libera al braccio di lei.
“Presentazioni di rito e pochi convenevoli, uniti ad un brindisi benaugurale.”
Torna a volgere lo sguardo sul guerriero e su Alissa, chinando il capo in modo appena accennato.
“Ed ecco cosi` risolto il piccolo inconveniente che voleva la mia dama di questa sera lontana dal mio fianco. Credo che, ora, dovro` espletare i miei gravosi doveri e farla ballare.”
Sposta lo sguardo sulla chioma rossa aggrappata al suo braccio, sorridendo al riparo della maschera.
“Non e` vero?”

Un boato pervade la sala coprendo le ultime parole dell’elfo. Molti corrono dal giardino al riparo dell’interno, ma nonostante il caos nessuno sembra preoccupato. Piuttosto, le grida e gli schiamazzi sono legati a sorrisi di chi sa cosa aspettarsi ed è curioso del vederlo messo in atto.
Trascore un solo istante prima che una combricola di uomini mascherati e dagli abiti variopinti faccia la sua comparsa, decantando a gran voce motti di spirito ed esibendosi in complicati esercizi a corpo libero con l’intenzione di coinvolgere in qualche modo il pubblico presente. Cosa vi è di più divertente, in fondo, del vedere qualcuno che si conosce rendersi ridicolo?
E’ in quel breve lasso di tempo che Vadania si sposta, emettendo a sua volta uno studiato grido di sorpresa, per andare a trovarsi accanto al proprio tutore, una mano al petto e l’altra che si sporge naturalmente sopra il suo calice. La coda dell’occhio segue l’istantanea caduta della polvere sottile quando il pollice va a far scattare l’apertura a molla dell’anello.
Il tutto dura meno di un respiro, quanto basta per ritrarre la mano e portarla accanto alla sua gemella, un sorriso allusivo rivolto all’elfo che le si trova ora davanti.

Un sorriso condiscendente ed una fugace carezza ad una guancia con il dorso delle dita e` tutto cio` che l’elfo, conscio di essere gia` vincitore, concede a Vadania. Torna poi a spostare lo sguardo sugli acrobati, seguendone movimenti e volteggi.
Che l’elfa intenda incastrarlo, in qualche modo, costringendolo ad una performance acrobatica? Sarebbe alquanto banale, in effetti.
Assorto in simili pensieri, Lugaid non dimentica di prodursi in risolini divertiti e sospiri sorpresi, come si addice a chi si stia divertendo gustando gli svaghi della nobile compagine cittadina.

E’ un applauso scrosciante, accompagnato da grida e tintinnare continuo di calici, quello che congeda gli artisti circensi, le cui figure scompaiono nel momento stesso che la musica riprende a suonare con ritmi allegri e briosi.
Vadania torna a stringere il braccio del proprio cavaliere, sollevandosi in punta di piedi per portarsi più vicina al suo volto:
“Poco fa mi è parso di udire l’invito per un ballo…”

Si lascia andare ad un sospiro gravoso, assumendo un tono di contrizione cosi` palese da essere ovviamente fittizio.
“Impossibile sfuggire ad un simile destino.”
Lasciandosi sfuggire un risolino, si fa immediatamente parte attiva, trascinando l’elfa in mezzo alle danze, subito ricominciate.

“Mi riporterai a casa con te?”
Gli domanda con semplicità quando la danza li porta vicini ed i suoi occhi, più grandi e spaventati del solito, quasi fosse sotto l’effetto di una droga, non lo abbandonano neppure per un istante.
Quanto avvenuto poco prima sembra essersi del tutto cancellato dalla sua mente, lasciando il posto ad una strana sensazione simile all’oblio finanche di se stessa. Il calore non la raggiunge, lasciandole una senzazione di strano malessere. Non capisce se ciò che sente è il freddo della notte o il caldo delle danze, e neppure se le luci che vede sono davvero così luminose o se è l’ombra ad essersi fatta più intensa.
Uno, due, tre, di nuovo l’uno accanto all’altra.

“Vuoi tornare a casa con me?”
La risposta e` a sua volta una domanda, non superflua.
“Credo di essere stanco…”
Contrariamente a quanto appena detto, cinge il fianco dell’elfa e, con un’ennesima giravolta, la strappa al flusso di danzatori, portandola con se` mentre fende il muro di spettatori, uscendo dal cerchio di luce, di colore e di rumore alla ricerca dell’aria fresca e di una quiete relativa. Torna a parlarle solo quando si ferma, facendola volteggiare di un mezzo giro, fino ad averla di fronte e solo dopo averla abbracciata, in modo da poterle parlare sottovoce, direttamente all’orecchio.
“Vuoi davvero tornare a casa ad allenarti o vuoi solo fuggire?”

“Non ho più nulla da fare qui. Lei se la caverà bene, e le farò visita spesso.”
Gli posa le mani sul petto, quasi tremando, mentre gli occhi si sollevano per catturare i suoi.
“Oppure potresti essere tu a tornare.”
Prova a suggerire, cerca che capisca il reale significato della sua domanda.
“Perché non l’hai ancora fatto?”

Stringe poco di piu` l’abbraccio, oscillando piano, quasi a cullarla per la durata di svariati battiti di cuore.
“Non me ne sono andato per mia scelta.”
Una risposta sussurrata, che dice tutto e non rivela nulla, al contempo un tono che non ammette repliche pur nella sua evanescenza.
“Parli come se non dovessi piu` tornare. E lui? Gli lascerai campo libero?”

Chiude gli occhi, rivolgendogli un sorriso che assomiglia più ad una smorfia di stanchezza.
“Non la infastidirà più. Non potrà. Se ti sei perso il gran finale non sei stato sufficientemente attento, mio prezioso assassino… Ma forse potrai ancora osservare qualcosa di interessante: qualche giro di orologio e la commedia giungerà al suo epilogo.”
Vorrebbe aggiungere qualcos’altro, forse, ma pochi passi alle sue spalle la interrompono, costringendola a voltarsi.
Capelli neri ed un sorriso aperto fanno da cornice ad uno sguardo incerto, che si sposta dalla giovane elfa al suo accompagnatore in un inutile sforzo di riconoscerlo.
“Vadania, i miei omaggi”
Le rivolge l’accenno di un inchino
“Sono rientrato in città poche ore fa, mi spiace non averti avvisata per tempo. Avrei voluto farti da cavaliere, questa sera, ma noto… con piacere… che hai trovato un sostituto eccellente. Temo, tuttavia, di non avere l’onore di conoscerlo. Saresti tanto cortese da presentarci?”
Vadania non può fare altro che inumidirsi le labbra, senza riuscire a nascondere completamente il proprio nervosismo.
“Ce… certo”
Deglutisce a vuoto
“Honderyll, ti presento Noqualmë Uialen di Kyle, in visita in città per alcuni affari di famiglia. Noqualmë, ti presento un mio caro amico…”
Le dita dell’elfa si stringono sul braccio di lui, come potesse altrimenti dileguarsi da un momento all’altro.
“…Honderyll”
“Honderyll Vanquilosse Loine di Lymes”

Una leggera risata, argentina, sgorga dalla gola dell’elfo con la voce non già del nobile impersonato per l’occasione, ma di Lugaid. Il suo autocontrollo, tuttavia, ha la meglio al punto da fargli aggiungere alla voce una leggera alterazione imputabile al troppo vino, in modo che sia possibile, senza troppe difficoltà, giustificare quella bizzarra reazione accusando il troppo nettare sorbito dall’inizio della festa.
“Vanquilosse Loine di Lymes.” - Ripete meccanicamente.
“Credo, ma potrei sbagliarmi, di aver già udito il vostro nome in città. Oh, dovete perdonarmi se dimostro un tatto a tal punto grezzo…”
Si accompagna con una leggera riverenza.
“…ma spero che la distanza dalla mia abitazione a cui mi trovo possa essere una valida scusante.”
Tenta di prendere tempo per analizzare, innanzitutto, l’effetto che la notizia ha avuto sulla propria psiche; nulla e tutto. Una calma quasi innaturale cui fa da contrasto un ribollire furioso e furibondo di pensieri dalla più variegata natura.
Il suo amato fratello si è dimostrato geloso; può forse utilizzare la situazione per una piccola vendetta? O non sarebbe, forse, il caso di approfittarne per cedergli la compagnia di Vadania e sparire una volta per sempre?
Non è forse un meraviglioso colpo basso? E non si accorda, bilanciandosi e compensandosi, con quello che lui ha poc’anzi sferrato a lei, concedendosi in seguito anche il gusto di un dileggio tanto più crudele quanto invisibile, nel fingersi ignorante?
Ancora una volta, è grato alla maschera, complice preziosa nel difficile compito di occultare la sua espressione, ora non del tutto sotto controllo.

Vadania rabbrividisce alla risata incontrollata dell’elfo, spostando  lo sguardo dall’uno all’altro prima di intromettersi così da non concedere a Honderyll il tempo per rispondere.
“Perdonaci, dobbiamo andare”
Il suo tono è risoluto anche se forse un po’ affrettato.
La sua mano raggiunge quella di Lugaid mentre lo invita a seguirla.

Non accenna a muoversi, replicando rapidamente.
“Perdonami tu, Vadania, ma devi almeno concedere al nobile Honderyll il tempo di scusare la mia grossolana presentazione. Inoltre, forse desidera egli stesso unirsi a noi o, ancora, godere della tua compagnia per il resto della serata. Rinuncerei di malavoglia ad averti per dama, ma, in ogni caso, il mio tempo è tiranno e una richiesta gentile può fare miracoli, tra gentiluomini.”
Un discorso cortese che vedrebbe la naturale conclusione in un sorriso urbano; se non fosse per la sottile lama d’acciaio che ne screzia il tono, apparentemente causata dal vino, non potrebbe che pensare un uditore casuale e non avvezzo al gioco di toni della voce dell’elfo.

“Non credo di avere intenzione di perdonarti.”
Replica, piccata.
“Pensate forse che sia un oggetto da passarvi l’un l’altro come gentile concessione?”
Il suo sguardo furente sembra volerli fulminare entrambi.
In un’altra circostanza non avrebbe atteso neppure un istante prima di andarsene, volgendo le spalle ad ambedue, ma il timore di non trovare più traccia di lui sembra avere la meglio, facendole serrare la mano sull’elfo senza preoccuparsi del dolore che le unghie possono fargli provare contro la carne.
Lo sguardo di Honderyll sembra bearsi di una tranquillità assoluta, quasi prossima al divertimento, mentre un sorriso gli aleggia leggero sulle labbra.
“Pare tenere molto, a voi. La sua reazione è stata decisamente peggiore, in passato, quando ho osato pronunciare la vostra stessa frase.”
Il suo sorriso si fa più ampio, come se fosse soddisfatto d’aver dimostrato di conoscere la giovane elfa meglio del misterioso sconosciuto.
“Ed in effetti siete nel giusto: sarebbe mio desiderio godere della sua compagnia, proprio come avete detto, ma credo di non essere nella posizione di imporle alcunché.”

“Non posso certo dire, mio Lord, di vantare un’esperienza vasta quanto la vostra, ma credo di aver capito che non esiste anima viva al mondo capace di imporle alcunchè.”
Sorride, scrollando le spalle; sposta infine lo sguardo su Vadania, chinando appena il capo.
“Ti chiedo perdono, mia signora, per le mie avventate parole. So bene quanto non ti piaccia che siano altri a decidere per te…”
Un’allusione sottile che non può non cogliere nel segno; una sincera richiesta di perdono, una staffilata diretta al fratello o entrambi? Di questo, al momento, l’elfo preferisce non interessarsi.
“…tuttavia, non posso permettermi di abbandonarti, da sola, nel momento, ormai prossimo, in cui verrà l’ora di tornare a casa. Vedo quanto ti piaccia questa splendida festa…”
Ed è il tono, piatto ed incolore, a lasciar trasparire i reali pensieri dell’elfo a proposito del convegno della giovane nobiltà elfica.
“…e non potrei mai obbligarti a lasciarla anzitempo. Vorresti, per permettermi una certa tranquillità, accettare la compagnia di Lord Honderyll? So di chiederti molto, non credere, ma non potrei andarmene serenamente, diversamente.”
Lentamente, come un mare in tempesta che si placa, i pensieri dell’elfo tornano a farsi lineari man mano che la sua attenzione si focalizza su ciò che è necessario, in quel preciso momento, come se la contingenza agisse da balsamo quietando ogni altro sommovimento della mente.

Ora sì che Vadania sembra veramente ferita.
Muove un passo all’indietro, liberando la mano di lui con riluttanza, senza celare nello sguardo i mille interrogativi che si stanno accavallando nella sua mente.
Quante parole può trasmettere un lungo silenzio?

Con uno scatto della consueta rapidità, l’elfo colma la distanza che lo separa da Vadania; se sia per puro calcolo o per accidentale movimento che le labbra di lui, scoperte dalla maschera quel tanto che basta, finiscano a sfiorare il naso di lei è impossibile da dire. Di certo, Lugaid sembra non preoccuparsene eccessivamente.
“Mi rincresce non poter godere ancora della vostra compagnia, mia dama.”
Di certo è per assoluta intenzione che le labbra di lui terminano la frase sfiorando sfrontatamente quelle di lei, catturandole e pizzicandole morbidamente, bagnandole con i suoni sussurrati che lasciano fuoriuscire.
“Conto di rivedervi al più presto; spero che sentirete ancora il bisogno di conversare con la mia persona.”
Un passo felpato all’indietro, una profonda riverenza a Vadania ed un cenno del capo al fratello; l’elfo è pronto ad andare, ora.

La sorpresa le impedisce di reagire, facendola allontanare di un passo quasi in contemporanea all’ultimo di lui, la mano che sale a sfiorare le labbra in un misto di sentimenti non facilmente identificabili.
Nello spazio di un battito di ciglia lo sguardo dell’elfa saetta verso il fratello di lui, ricordandosi improvvisamente della sua presenza. Ecco la verità! Comprende, prendendo a tormentarsi le labbra come se volesse cancellare il gusto pungente di un’acido.
Honderyll scruta l’indisponente sconosciuto, la mascella serrata e gli occhi leggermente socchiusi, limitandosi ad allungare gentilmente un braccio verso quella che considera la sua signora.
“Vieni, Vadania. Sarò lieto di riaccompagnarti a casa non appena lo vorrai. Quanto a voi, non vorrei essere importuno trattenendovi ulteriormente dai vostri affari. Vi auguro un buon lungo viaggio, Lord Uialen.”
Il tono è freddo e cortese, privo di qualsivoglia intonazione, quasi una replica delle note sulle quali Lugaid stesso è solito accordare la propria voce

Ignora amabilmente il fratello e le sue parole, tornare a posare la propria attenzione su Vadania; dopo un lungo attimo di silenzio, allunga una mano a stringere delicatamente quella di lei che, ora, si sta tormentando le labbra. Una breve esitazione, prima di tirarla a sè e poggiare un bacio, un leggero contatto di labbra, sul palmo.
Si volta, poi, senza dire una parola e si avvia, ad un passo lento rallentato ancor più dalla calca di persone, verso la direzione in cui ritiene debba trovarsi l’uscita.

Se si voltasse Lugaid vedrebbe la giovane elfa correre nella direzione opposta, verso chissà quale angolo della grande casa. Subito dietro di lei la fgura di Honderyll, pronto a seguirla come un cavalier servente. La loro è un’amicizia di vecchia data, nata quando Vadania era ancora una bambina e lui stava uscendo dall’adolescenza, entrambi amanti dell’arte e della pittura, oltre che della buona misica e delle lunghe cavalcate, erano cresciuti insieme vedendosi ogni giorno per lungo, lunghissimo tempo.
L’impulsività dell’elfa non era riuscita, questa volta, a farla reagire con sufficiente prontezza ed ora non poteva che imputare a se stessa quanto era avvenuto. Un bacio in palmo di mano, cosa significa? Perché? Perché anche lui non poteva trattenersi dall’usarla come strumento per raggiugnere un proprio personalissimo scopo?

Il peso che si sposta sulla gamba arretrata, per permettere a quella avanzata, la destra, di alzarsi e, subito dopo, abbassarsi di nuovo in un immaginario calcio, sferrato con il tallone. L’elfo rimane immobile, fisso, in tutto e per tutto simile ad una statua e tradito, nella sua pantomima, solo dal ritmico alzarsi ed abbassarsi del petto che sbandiera la sua natura di vivente.
Lentamente, come se si animasse un arto alla volta, legno che rinverdisce e rifiorisce irrorato da fluido vitale, torna in posizione rilassata, eretto al centro della stanza da allenamento, gli occhi chiusi.
Il suo pensiero non può non correre al vestito che giace nella sua camera, abbandonato sul letto e alla vasca, ancora macchiata dei residui della tintura utilizzata per mascherare la sua ora nuovamente corvina capigliatura; da questi, una veste ed una collezione di macchie, la mente vola rapida alla serata di ieri, al fratello ignaro e a lei, a Vadania, e a ciò che i suoi occhi, al posto delle labbra, urlavano disperatamente.
Con un gesto di stizza rivolto a sè stesso, Lugaid si costringe al movimento: imboccare le scale e scendere, evitando deliberatamente la stanza che era dell’elfa, dovrebbe servire a mo’ di catarsi, fino a cacciare dalla memoria quegli attimi. E’ solo quando si trova in cucina senza essersi reso conto di esservi giunto, quando considera per un attimo l’idea di discendere in cantina per continuare a muoversi, che si accorge di come l’iniziativa non abbia sortito gli effetti desiderati.
Con un sospiro di esasperazione, si lascia cadere su una sedia, i vestiti che fastidiosamente gli si appiccicano addosso per il sudore dell’allenamento; che cosa deve fare con sè stesso? A che segno è arrivato, se una chioma fulva è riuscito a fargli perdere quella tranquillità conquistata in anni di fatiche?
Senza prendersi la briga di rispondere, chiude gli occhi, portando entrambe le mani a massaggiare le tempie con un lento movimento circolare.

Se il buongiorno si vede dal mattino Vadania avrebbe voluto saltare a piè pari l’intera giornata.
Era scesa per colazione leggermente in ritardo, attardandosi più del necessario in una reverie che era risultata agitata e per nulla soddisfacente, varcando la porta della sala da pranzo con uno sbadiglio che non ebbe modo di concludersi: il suo tutore era seduto al tavolo intento a consumare un pasto frugale, l’incarnato pallido e malato ma decisamente più vivo di quanto si sarebbe immaginata di trovarlo.
Non attese un suo cenno, nè lui diede segno di averla notata, limitandosi a volgergli le spalle per raggiungere le cucine e sfamarsi direttamente davanti alla cuoca.
Evitò di parlare della tristezza che sembrava riflettersi nei suoi occhi come braci spente, preferendo allontanarsi non appena le domande si fecero più insistenti. Nel tentativo di cancellare i ricordi della sera precedente decise di cambiarsi d’abito, abbandonando le eleganti vesti da giorno in favore di pantaloni e casacca di un bianco disomogeneamente macchiato di molteplici colori. Aperta la porta che dalla sua stanza dava al piccolo studio scostò le tende con un gesto secco, facendo penetrare la luce dalle ampie vetrate prima di scegliare una tela intonsa e prendere i pennelli ed i morbidi colori che aveva acquistato qualche tempo addietro.
Dopo più di tre giri di clessidra eccola ancora lì, un pennello a trattenere i capelli raccolti ed uno tra le labbra mentre il volto del dipinto sembrava sempre più simile all’ultima persona alla quale avrebbe dovuto pensare.

Lugaid si trovava ad essere, inutile mentire a sè stessi, molto insoddisfatto di sè. Adagiato nella vasca da bagno, la testa reclinata sul bordo, non poteva fare a meno di indulgere nella tortura che era il ripensare a quanto poco fosse stato professionale.
Un sospiro. Un secondo. Certo, avrebbe voluto averla vicino… i successivi pensieri, fulminei come lo può essere solo l’istinto, vengono immediatamente negletti a causa del loro riguardare quella stessa vasca da bagno in cui, ora, si trova a disagio; a testimonianza della loro esistenza, unica visibile sopra il pelo dell’acqua imbiancata di schiuma, rimane un leggero rossore in volto.
Il tentativo di deviare la propria mente, lo fa approdare a null’altro che al vestito; se la spada e la maschera erano stati abbandonati nella carrozza, sotto gli occhi di uno stupito cocchiere, cosa doveva fare delle preziose stoffe che ancora erano in suo possesso?
Chiude gli occhi, assestando una leggera testata al bordo che gli fa da appoggio; come si può essere così maledettamente stupidi? Il sonno, desiderato, lo coglie in tale condizione.

Si ferma ad osservare il proprio lavoro, le labbra serrate ed una rabbia sorda che sembra crescere ad ogni pennellata. Ma certo, il calice di vino… come aveva fatto ad essere così stupida? Era stato lui, lui! Lui aveva salvato la vita a quello stupido essere che ancora a emmorbava la residenza degli Amber con la sua sgradita presenza. Era colpa sua… forse era persino sul libro paga di Rijlion, come poteva saperlo? Lei si era fidata, ed aveva sbagliato. Avrebbe fatto meglio a muoversi da sola, a chiedere al mastro erborista inventando qualche scusa, passando girnate intere in biblioteca o assoldando un assassino senza curarsi delle conseguenze. Probabilmente avrebbe fatto esattamente così quando sarebbe tornata in città perché, su questo c’era da giurarci, sarebbe senz’altro tornata.
E quella penosa scenetta davanti al fratello -i colpi di pennello si fanno via via più decisi- per gli dei, cosa pensava di fare? Di mostrargli che tra i due avrebbe scelto lui? Stupido… non c’era nessuna scelta da prendere, e se anche ci fosse stata di certo non si sarebbe lasciata ingannare da un elfo insolente, maleducato, spocchioso, ingannatore, indisponente…

Lenti, gli occhi che si aprono. Luce fioca, serale. La superficie dell’acqua increspata dal movimento tenue del respiro. Freddo.
Muovendosi meccanicamente, l’elfo esce dalla vasca e afferra un telo di lino. Un’ora dopo, circa, un Lugaid rivestito e confuso siede in cucina, dinnanzi ad una tazza, svuotata per metà, di tisana; al piano superiore, il prezioso vestito è stato accuramente piegato ed impacchettato.
Preda di troppi pensieri per poterne focalizzare anche uno solo, nella mente dell’elfo si è fatta via via strada una bizzarra idea, del tutto priva di logica, suicida e pericolosa; accolta con favore per i suoi innegabili pregi, è ora oggetto di attenta valutazione in tutti i suoi minuscoli passaggi. Introdursi di soppiatto nella residenza ben sorvegliata di una delle case nobili più importanti del paese, sbrigare i propri affari ed uscirne, tutti d’un pezzo. Considerando che lei avrebbe potuto farlo uccidere.
Scacciando, infastidito, una scomoda valutazione delle probabilità di successo, l’elfo torna ad esaminare, punto per punto, il proprio piano.

I bagagli erano pronti.
L’indomani sarebbe tornata dal suo insegnante di pittura portando il dono il quadro terminato durante quella sola giornata, lo stesso che ora giaceva solitario nella sala accanto alla sua, coperta con un ampio telo di lino perché non si sporcasse a causa dell’eventuale polvere che avrebbe potuto posarvisi sopra.
Durante il loro primo incontro gli aveva detto che non era il solo assassino della città. Bene, ecco giunto il momento di sperimentare la verità di questa affermazione.
Ancora non del tutto calma, senza potersi impedire di pensare al sapore di quel bacio che bacio non era, congeda le cameriere, adducendo come scusa un gran mal di testa che le impone di spegnere le candele e restare del tutto sola.
Una volta immersa nel silenzio più colpleto prende a misurare più volte la stanza ad ampi passi, cercando di concentrarsi su quanto ritiene davvero urgente: è evidente, ai suoi occhi, che le occorre un piano.

Era da qualche tempo che non vestiva la tenuta da lavoro.
Quale inusuale pensiero era balzato in mente all’elfo nel momento in cui superava agilmente il muro di cinta lì dove era meno alto e, probabilmente, meno sorvegliato ed atterrava su un tappeto d’erba morbida, a ridosso del parco interno.
Tutto, in quella divisa, era stato ottimizzato per essere silenzioso: il taglio delle vesti nere, i foderi delle armi, le calzature, ogni dettaglio gli era stato cucito addosso con il preciso intento di non impedire i movimenti e di risultare silenzioso, privo di tintinnii, scricchiolii o fruscii inopportuni. La notte, poi, non era esattamente quella ideale e la pallida falce di luna offriva un’illuminazione fin troppo copiosa, agli occhi di un elfo.
Con un sospiro, Lugaid si aggiusta il cappuccio che gli nasconde i lineamenti del volto, attendendo che il proprio battito si regolarizzi; niente di peggio dell’adrenalina, solitamente causa le peggiori sciocchezze.

Mal di testa.
Forse si tratta della punizione divina per aver mentito. Trova una scusa per restare un po’ sola e zac, subito un qualche dio buono e generosi giunge a punirti con i suoi temibili poteri.
Sbuffa, scrollando le spalle a quello sciocco pensiero. Eppure la sensazione al momento più viva e presente è proprio quella: un intenso dolore che le stringe la fronte in una morsa. La notte precedente ha dormito poco e male ed ora il suo corpo sembra volersi rivoltare contro di lei.
Con gesti aggraziati si allontana dalla scrivania dove di era soffermata a leggere una lunga lettera pervenutale qualche giorno addietro, raggiungendo il letto per lasciarvisi ricadere sopra, la schiena contro il materasso e un braccio ripiegato sulla fronte per schermare gli occhi dalla luce di una sola candela.
Dannazione, perché è tutto così difficile?

Diamine, non dovrebbe divertirsi. Eppure è esattamente così, mentre scivola al secondo piano, quello delle Nobili stanze da letto dei Nobili membri della Nobile famiglia.
Dato che forzare una finestra sarebbe risultato troppo rumoroso, Lugaid era entrato direttamente dalla ben oliata porta principale, imboccando subito le scale per il primo piano. Molti Liberi Professionisti -ad onor del vero, ora decisamente meno liberi e, quantomeno, scarsamente professionali- si sono traditi per dettagli insignificanti; scegliere le scale della servitù, frequentate ad ogni ora, piuttosto che quelle principali, così ampie da risultare nascondigli perfetti ed abbandonate, nelle ore notturne.
Con un risolino soffocato a stento, si trova a dover consigliare una maggiore prudenza a sè stesso e si ferma, in ascolto, assestando meglio l’involto che porta con sè; è giunto, ora, il momento tanto rischioso da valere un’intera vita: sgusciando di corridoio in corridoio, si trova finalmente di fronte alla porta della stanza di Vadania.
Come deciso mentre sviluppava un’idea tanto folle da poter risultare funzionale, alza una mano e -non senza una leggera esitazione- bussa con tocco leggero sulla porta; sarà sveglia? Aprirà? La porta sarà aperta?
Per la salvaguardia di sè stesso, l’elfo si obbliga a non considerare tali eventualità, limitandosi a mantenere i sensi in allerta e pronti.

“Per l’amor del cielo, entra, chiunque tu sia. E’ evidente che il concetto di non disturbare non può essere recepito, in questa casa.”
Non si muove dalla sua posizione, di traverso sul letto, un braccio a coprirsi gli occhi e le gambe ripiegate e leggermente inclinate da un lato.
“Bada a non parlare ad alta voce, ho mal di testa.”

L’elfa non ha ancora terminato di parlare che già Lugaid è dentro la stanza. Come un vento impetuoso, in una rapidità che nessuno che sia ancora in vita ha mai visto, si muove ad ampie falcate leggere, coprendo la distanza che lo separa dal letto; è questione di un solo attimo.
Un’ampia inspirazione, per non farsi dominare dall’esitazione proprio quando, finalmente, gli era riuscito di portare a termine un terzo del proprio piano senza farsi uccidere. Rapido, poggia un indice sulle labbra dell’elfa, un vezzo di chi si crede abbastanza rapido da poterle, all’occorrenza, sigillare le labbra con la mano intera per prevenire moleste urla.
“Ti capisco, senza dubbio, il mal di testa è qualcosa di tremendo. Preferisci che io torni a casa e ripassi più tardi, magari?”
Obbedendo alla richiesta dell’elfa, la voce è ridotta ad un sussurro lento, versato stilla a stilla dalle labbra di Lugaid; nulla, neanche il più ferreo autocontrollo, potrebbe cancellare il sorriso che gli dispone le labbra.

E’ sufficiente una sola parola perché riconosca quella voce, avendo poi la conferma di colui che ha invitato ad entrare dal gesto sconveniente della mano.
Lugaid non ha ancora terminato la frase che Vadania è già scattata a sedere, incontrando ben poca resistenza ma senza riuscire a liberarsi del suo tocco lieve ed al contempo fastidioso. Accade nello spazio di un respiro, giusto il tempo per concludere la domanda, è quanto le serve perché i suoi denti stringano l’estremità impudente, mentre la mano dell’elfa si protende verso il basso tavolino posto accanto al letto e sul quale, nascosto dal buio della stanza, giace il pugnale debitamente riposto nel proprio fodero.

Un morso è qualcosa di maledettamente fastidioso, si trova ad osservare l’elfo con una freddezza che, ad una persona non avvezza ad uccidere, potrebbe sembrare sorprendente. Tuttavia, esistono alcuni modi per limitare il danno e a questi Lugaid si rivolge, ruotando il dito e piegandolo, contratto, per offrire una maggiore resistenza ai denti; con un movimento fluido, poggia l’altra mano sulla spalla dell’elfa, per deviare la traiettoria del braccio e guadagnare qualche attimo. Parla, tuttavia, con una calma che appare estranea anche a lui stesso, esponendo quella che, se ne rende conto ora, è la verità.
“Ti devo delle scuse.”

This entry was posted on Lunedì, Febbraio 5th, 2007 at 22:00 and is filed under giocate fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

One Response to “L’apprendista e l’assassino - III”

  1. L’antipatica » Blog Archive » Indice fanfiction Anitaverse Says:

    Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

    […] leggi la parte terza […]

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