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Il Destino


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Ali di carta spiegate al vento mentre la vita scorreva veloce sotto ai miei piedi. Conoscevo il mondo, il destino degli uomini in ogni angolo delle terre abitate, muovevo le loro vite per diletto come un bambino dispone i soldatini sul campo di battaglia. Troppo lontana per udirne le voci, troppo cieca per leggere il dolore straziante disegnato in quegli occhi dalle iridi colorate. A volte riuscivo a schiudere le loro labbra in un sorriso, ma allora non ne conoscevo il significato profondo, le sensazioni che vi erano legate ed il piacere di esserne una delle cause. Pensavo solo al mio monotono giocare, giorno dopo giorno, confinata su un frammento di roccia galleggiante nell’azzurro del cielo infinito.
Mi distraevo, di tanto in tanto, ammirando le forme cristalline che venivano a deliziarmi con i loro bagliori cangianti, riflesso della luce degli otto soli maggiori: uno per ciascuno dei mondi abitati. Continuavo a fissarle, incantata, fino a quando l’eco della mia risata si dissolveva seguendole nel loro divenire via via più indistinte, dileguandosi oltre l’orizzonte, nascondendosi ai miei occhi. Allora restavo ore, o forse giorni, potrebbero essere stati persino anni - è possibile racchiudere la dimensione in cui mi trovavo nella gabbia senza chiave del tempo? - a scrutare la direzione in cui forse ancora si stavano muovendo: esploravano il cielo guardando, con i loro corpi sfaccettati, le sagome regolari di stelle e pianeti per me irraggiungibili.
Alcuni uomini non credono nella mia esistenza, ma i folletti del settimo mondo erano soliti cantare una ballata, accompagnata dal suono soave del liuto, i cui versi svelano i segreti della mia nascita.

In origine ero una ninfa, custode del lago d’argento, divenuta immortale dopo essermi immersa nelle sue magiche acque, sorte condivisa da due sole altre creature: una fata dai capelli di giada ed il detentore del sacro calice benedetto dagli dei.
Di tale calice sono la progenie.
In esso era possibile scoprire il futuro, osservarlo affiorare sull’algida superficie del liquido che vi albergava. Possedeva il potere di amplificare la percezione delle energie, essenze impalpabili che attraversano l’universo come fili di seta e si intrecciano in reti, invisibili anche agli occhi allenati degli abitanti del mondo fatato.
La luna lasciava scorrere i suoi raggi d’adamante sulla limpida superficie del lago, unica luce ad accompagnare la mia lunga meditazione notturna. Sedevo in punta ad una delle alte sporgenze alabastrine, sulla sommità del Colle Bianco, accanto al calice che mi era stato affidato per quel giorno solamente. Appena sorto il sole sarebbe tornato nelle mani del suo sacro proprietario, ma ora era lì e potevo usarlo per muovermi attraverso i differenti piani astrali, godendo delle mille diversità che vi scorgevo.
La curiosità mi allettò più del buonsenso, ed ecco il sopraggiungere suadente del sonno, pronto ad avvolgermi senza preavviso come un manto di nero velluto. Così, cullata dal suo morbido abbraccio, non vidi il calice ondeggiare, invvertitamente colpito da una pallida mano. Urtò il duro suolo di pietra ed il liquido incantato, infranta la protezione cristallina, si espanse fino a bagnare le mie esili membra al pari di una lenta carezza. Al suo tocco anche la candida pietra su cui ero distesa smetteva di essere tale, trasformandosi in un frammento di sogno. L’equilibrio di quel piccolo angolo di mondo si era ormai irrimediabilmente dissolto, e neppure il piatto fragore della roccia che andava rompendosi riuscì a svegliarmi.
La piccola isola in cui mi trovavo iniziò a muoversi, sospinta da venti invisibili, come galleggiasse su correnti marine.
Mentre mi allontanavo il liquido incantato si era fuso alla mia essenza, conducendomi nella sua strana dimensione; o forse sono io ad averlo accolto in me, poco importa. Da allora non siamo esistiti che come un unico essere. Ha riversato nel mio corpo le sue capacità privandomi di parte della mia umanità. Da quell’istante non ho più avuto sentimenti ma ho letto il futuro, decidendo l’avvenire di ogni creatura vivente senza tuttavia poterne comprendere le conseguenze; senza sapere cosa significasse vivere.
La ballata si conclude con una nota, lunga, carica di tristezza. Sale nell’aria fino a dissolversi nelle onde leggere del silenzio e porta con sé il mio nome, quel che io ero. Destino.

L’onnipotenza rappresentava per me una realtà, ma cos’è il potere se attorniato dal nulla? Una prigione senza tempo, una gabbia dorata dalla quale evadere non appena il coraggio, o l’incoscienza, si fanno abbastanza salde da condurre a una reazione di cui si ignorano gli effetti.
Ero io, ma non solo: ero anche strumento dell’Universo. La distruzione del calice aveva generato un proprio sostituto, quasi rispondendo ad un misterioso istinto di sopravvivenza, ma non sapevo ciò che sarebbe accatuto se avessi posto fine alla mia esistenza.
Mi condusse, il mio lento peregrinare, in prossimità di un pianeta scosso da inafferrabili correnti, persino la sua melodia risultava del tutto particolare, crepitante, simile a quella prodotta da troppe voci impegnate a surclassarsi l’un l’altra.
Mi sono affacciata fino al limite del mio precario equilibrio. Mi sentivo stranamente attratta da quella sfera brulicante, non riuscivo a comprendere, a discernere le componenti di quel caos dilagante. La mia Vista sembrava aver smarrito la sua chiarezza, non capivo, e questo mi faceva riscoprire sentimenti ormai dimenticati. Nello spazio di un battito di ciglia ricordai la curiosità, la meraviglia, il timore, la frustrazione. Mi sentivo di nuovo, nostalgicamente, umana.
Ancora un istante e sarà troppo tardi. Così mi sono detta, prima di spiccare il balzo.
Da allora vivo nel mondo degli uomini, figlia della terra e costretta a lottare per la mia stessa sopravvivenza,  in balia dell’incomprensione, della rabbia, della gioia, del dolore. A volte piango. Piango a lungo sotto le coperte, soprattutto di notte, per espiare, così penso, tutto il male che un tempo ho inflitto, priva di consapevolezza.
Io, Destino, sono ora legata alle leggi create dai mortali così come loro, un tempo, erano legati alle mie.
In mia vece, sull’angolo di roccia ancora perso nell’immensità del cielo, non è rimasto che il vuoto. Un vuoto che si chiama Caso.
Un vuoto che è libertà. La mia nuova fede.

This entry was posted on Martedì, Febbraio 6th, 2007 at 01:08 and is filed under Frammenti, Frammenti fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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