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L’apprendista e l’assassino - IV


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Per non cadere malamente si trova costretta a posare il gomito sul letto, in reazione alla spinta assestatale, così da garantirsi un appoggio più saldo pur rendendo così del tutto impossibile raggiundere l’arma.
Per un solo istante quella che le balena sul volto è pura sorpresa. Delle scuse? Il cuore accelera i suoi battiti mentre lo sguardo torna ad essere cupamente diffidente e la presa sul suo dito non da cenno di allentarsi. Non parla, ma neppure si muove, restando in attesa di quanto ha da dirle.

Che altro dirle, se non la verità? Inspira, il dolore che proviene dal dito quasi attutito dallo stato di realtà alterata, allucinata in cui si trova.
“Non ti dirò che mio fratello non ha nulla a che fare con…” -una leggera esitazione- “…con quello che è successo. Non ci crederesti e non sarebbe la verità.”
Un sospiro, rapido, la lingua che inumidisce le labbra, secche.
“Tuttavia, lui non può ergersi a causa, nè a scopo. In ogni caso, non avrei dovuto farlo. Perdonami.”
Le ultime parole gli scivolano dalle labbra rapide e, al tempo stesso, pesanti, come fossero di pietra.

Libera il suo dito non perché si fidi improvvisamente di lui, tutt’altro, ma per l’assoluta impossibilità del tattenersi dal rispondergli a tono.
La mano libera, contemporaneamente, si solleva, allontanando la sua dalle vicinanze del proprio volto.
“Naturalmente”
Gli sibila contro, stillando veleno ad ogni sillaba.
“E’ terribile quanto hai fatto: prendersi gioco di una stupida, sciocca ragazzina ricca. Credi di avermi turbata con ‘’quello che è successo'’? Credi pensassi ad un lungo futuro al tuo fianco o temi forse di avere rotto l’idillio che poteva unirmi al tuo amato congiunto? Se ti scusi, a dispetto delle tue parole, lui rappresenta esattamente questo: la causa e lo scopo.”
Le parole fluiscono così naturali che quasi non le sembra di mentire, lasciando che la rabbia vada a coprire la realtà per concentrarsi su altri punti per lei indiscutibilmente più importanti.
“Sei sicuro sia per questo che ti stai scusando? O lo stai forse facendo per aver lasciato in casa mia colui che ho progettato così a lungo di uccidere? Riprova, Lugaid. Chiedimi scusa per qualcosa che valga davvero la pena di essere, o non essere, perdonato.”

Lascia che sulle labbra affiori un sorriso duro quanto l’acciaio temprato e non meno pericoloso.
“Ti ho riportato il vestito.”
Il tono e` gentile e definitivo allo stesso tempo; se di lama si tratta, e` quella pietosa che assesta il colpo di grazia, non quella del torturatore.
“Mi scuso per il comportamento che ho tenuto perche` ho chiesto la tua fiducia e l’ho tradita. Quanto al tuo tutore…”
Indugia qualche attimo, apparentemente completamente assorbito dal proprio dito.
“…sei esattamente quello che hai detto; una sciocca ragazzina ricca che crede di poter uccidere senza subirne le conseguenze, che crede che strappare la vita altrui sia un gioco, un diletto, un atto naturale quanto il respirare.”
Alza una mano a prevenire la sua risposta.
“Lo so, e` stata una decisione sofferta. E non la contesto.”
Scandisce le ultime parole, attendendo poi qualche attimo perche` l’elfa ne afferri il significato. Il tono si fa improvvisamente piatto; e` l’assassino che parla, un professionista che espone le conclusioni della sua analisi.
“Quello, invece, su cui ho qualcosa da eccepire e` il modo. Troppo rischioso ed avventato; potrebbe non essere lui l’unico problema da eliminare e potrebbero esistere piu` bersagli da colpire in contemporanea. Hai pensato a questo? Le foglie di Kalah sono rilevabili da un buon cerusico; anche se puoi considerarti al di fuori di ogni ragionevole sospetto, non credi che questo darebbe ad altri cani l’opportunita` di fiutare l’odore della preda? Infine, tua sorella; la ritieni stupida? In quanti sanno della tua animosita` verso di lui? Credi che potrebbe mai perdonarti?”
Scuote la testa, prendendo fiato dopo la lunga tirata.
“Preferirei che tu non corressi il rischio di farti ammazzare da qualcuno con meno scrupoli di chi cerchi, ora, di eliminare.”

“Se davvero tieni a che questo avvenga…”
I suoi occhi si assottigliano mentre la mano tenta ancora di eludere la sorveglianza di lui, valutando quando possa essere rischioso allungarsi verso il tavolino ed il pugnale. Non le piace essere disarmata ed a così poca distanza da Lugaid, decisamente no.
“…allora fa’ il tuo lavoro. Dimmi il tuo prezzo e cerca informazioni per me così come hai fatto per mio padre.”

Lugaid non risponde subito all’elfa; lentamente, invece, dissolve la presa che impedisce a Vadania di afferrare il pugnale, concedendosi al contempo un sospiro.
Annuisce, poi, lentamente, senza curarsi della sincerità con cui il suo volto esprime il dubbio, improvvisamente rafforzatosi, che non sia stata una decisione opportuna, quella che lo ha portato ad essere in quellla stanza, in quel momento.

Il silenzio è di chi non ha nulla da obiettare, si trova a pensare Vadania avendo così conferma di tutti i suoi dubbi e timori. Una semplice lite familiare, per di più senza motivo, e lei si era trovata nel mezzo; ed ora la certezza che era stato lui a distruggere i suoi piani, fonte di frustrazione appena mitigata dall’intuizione che no, non era sul libro paga della sua futura vittima.
Sguscia via dalla scomoda posizione in cui si trova, portandosi spalle al muro e pugnale tra le dita.
“La mano che gli farà esalare l’ultimo respiro sarà la mia. Rompi anche solo una delle clausole del nostro patto e dovrai fuggire da ben più di una lama esperta: sono certa che qualcuno dei tuoi fratelli nerovestiti non aspetta altro che di vendicarsi di qualche torto… Bada, dunque, a tenere le tue mani lontane dalla sua gola…”
Prende una breve pausa, puntanto un dito contro di lui con fare minaccioso
“…e le tue labbra dalle mie fino a che non avrai risolto le tue beghe domestiche.”

Come una lama che scatta, mortale, gli occhi dell’elfo si sollevano a cercare Vadania; il silenzio a cui l’elfo si costringe è rotto solo dal rumore dell’aria che viene avidamente inspirata dal naso. Quando parla, lo fa con tono di chi debba compiere uno sforzo sovrumano per muovere la mascella e le labbra ad articolare suoni comprensibili.
“Tu. Tu parli di beghe familiari. Bella sorpresa, farmi trovare il mio caro fratello…”
Inspira ed espira di nuovo, costrinendosi a tenere basso il tono di voce; riprende quindi in un sussurro rapido e mordace.
“Avevi promesso che non ti saresti più intromessa. Non voglio avere contatti con i Vanquilosse e non mi piace che si decida per me.”
Le ultime parole suonano come una caricatura grottesca di quelle che l’elfa gli ha rivolto non troppo tempo addietro.

“Non essere ridicolo. Doveva essere lontano da qui chilometri e chilometri, non potevo sapere sarebbe tornato prima. In ogni caso non era mio interesse farvi incontrare…”
Volge gli occhi al cielo, lasciandosi sfuggire un sospiro d’esasperazione.
“…non prima di averti abbondantemente parlato di lui, quanto meno. E non mi dire che il tuo odio è tanto cieco da potersi rivolgere verso chi non era neppure nato al momento del tuo incidente. Lo consideri un usurpatore? E’ questo il problema? E allora torna indietro e prenditi ciò che è tuo! Ti consegnerebbe ogni suo avere in cambio di una tela ed un po’ pace. Dannazione quanto siete simili a volte! Cocciuti, testardi, permalosi…”
E’ quasi senza accorgersene che, parola dopo parola, finisce per avvicinarglisi nuovamente, il pugnale ancora stretto al petto ed uno sguardo sprezzante sul volto.

“Già.”
Risponde subito, caustico.
“Incidente. L’incidente di un padre che non desiderava un figlio malato, debole, fragile. L’incidente di una madre che ha chiuso gli occhi per anni. L’incidente di un bambino venduto.”
Se le parole potessero uccidere, queste lo farebbero; sfonderebbero gli eleganti vetri delle finestre, sfrecciando -piene d’odio e livore- verso la dimora dei Vanquilosse. E quivi tormenterebbero, torturerebbero, metterebbero a ferro e fuoco ogni angolo della casa, per quanto sono intrise di risentimento e di qualcosa di troppo simile alla sofferenza per essere placato da un lucido ragionare.
“Ma, naturalmente, tu non volevi. Bèh, io non ho voluto baciarti per ferire mio fratello, ma tu non mi credi. Permetterai che io abbia qualche dubbio, quindi, sulla bontà delle tue intenzioni?”
Il sarcasmo che trasuda da ogni singolo suono emesso dalle sue labbra e l’impegno profuso nel rendere brucianti le sue parole gli impedisce, forse, di rendersi conto di quanto non abbia appena rivelato.

La sofferenza nascosta in quelle parole la colpisce così duramente da farle sfuggire l’arma di mano mentre arretra inconsciamente. Il pugnale va a conficcarsi nel liscio pavimento di legno, ondeggiando con un suono sordo e vibrante che va via via spegnendosi senza che alcuna parola sopraggiunga a colmarne il vuoto.
Due passi in avanti, come a bilanciare quello poco prima mosso in senso inverso, la portano ad un soffio da lui. Il capo si muove lentamente in segno di diniego, come se non potesse accettare le parole or ora udite.
“No, lei… No, deve esserci un errore, quando parla di te è ancora, ancora…”
Una mano va a sfiorargli i capelli accompagnando queste stesse parole, scivolendo poi con le dita a lato del collo, fino alla nuca, stringendolo in un delicato abbraccio.
“Dei…”

Resiste alla tentazione di approfittare del momento; con un gesto lento che, con una bizzarra lucidità distaccata, non può che giudicare impacciato e goffo, appoggia le mani sulle spalle di Vadania. Non senza prima aver esitato, i pollici a sfiorarle delicatamente il collo, spinge delicatamente, sciogliendosi dall’abbraccio.
“Credo…”
Un leggero colpo di tosse, per schiarirsi la voce.
“Ritengo sia opportuno che io torni a casa; sperando, naturalmente, di riuscire ad arrivarci tutto intero.”
Non trattiene un sogghigno divertito alle sue stesse parole. Apre la bocca per aggiungere qualcosa, richiudendola subito dopo; si limita, a conclusione, a sfiorare con una mano incerta una guancia dell’elfa.

“Questo spetta a me deciderlo. Ti ho assoldato, no? E allora resta. Ancora per un po’, almeno. Sdraiati, chiudi gli occhi e parlami di te. Per favore…”

Si siede a sua volta, la schiena appoggiata contro la testiera del letto ed una gamba ripegata in posizione perfettamente orizzontale mentre l’altra, come dotata di vita propria, ondeggia a lato del letto con il piede che sfiora il pavimento ad intervalli regolari.
Lo osserva lungo tutto il racconto, senza proferire parola alcuna quasi temesse che anche solo una minima interruzione avrebbe potuto intettompere un racconto che lui non avrebbe più voluto riprendere.
Si inumidisce meccanicamente le labbra quando gli occhi d’ametista catturano i suoi, attendendo a lungo prima di rispondere, meditando come raramente le capita su ogni singola parola che sta per lasciare le sue labbra.
Porta sul materasso anche l’altra gamba, avvicinandosi lentamente all’elfo che pare ora così diverso da quello che aveva conosciuto. Sposta all’indietro una ciocca di capelli ricadutagli sul volto per poi posare il capo sul suo petto, una mano vicina al proprio profilo e l’altra utilizzata per sorreggersi. Ascolta i battiti del suo cuore sentendolo stranamente lenti, quasi la vita lo stesse abbandonando.
“Perché ti turba che abbia scelto te?”
Le dita si muovono in una lenta spontanea carezza, rassicurante almeno nelle intenzioni.

“Sapevo che non sarei dovuto tornare…”
La voce che si spegne lentamente in quella che non sembra una risposta, pur essendolo; oppure che lo sembra, non avendone l’intenzione.
Un sospiro. Un accenno di ripresa di consapevolezza della situazione sembra affiorare negli occhi dell’elfo, spegnendosi spontaneamente come una fiamma senz’aria.
Non ancora.
Si inumidisce le labbra, tentando di assemblare qualche parola coerente, una mano che si solleva a posarsi, morbida, sui ricci dell’elfa. Apre la bocca per parlare e la richiude, la mente stranamente vuota, galleggiante in un mare freddo e scuro, ostile.

“Hai già incontrato tua sorella?”
Gli chiede in un soffio, chiudendo gli occhi mentre si sistema più comodamente.
Forse si tratta della frase sbagliata o più probabilmente non dovrebbe restargli ancora vicino, d’altra parte fino a poco fa l’avrebbe volentieri trafitto con un pugnale se solo avesse potuto, ma ora…
Ha il cuore troppo tenero, decisamente. Dovrà lavorarci sù.
Magari dall’indomani.

Risponde dopo qualche attimo, come se una voce inudibile avesse dovuto spiegargli la domanda.
“No.”
Tace, tutta la sua attenzione apparentemente assorbita dall’insinuare le proprie dita tra i capelli dell’elfa, massaggiandone piano il capo. Chiude gli occhi e, con un sospiro, sembra tornare alla coscienza di sè, ricacciando indietro pensieri e ricordi che lo avevano ingabbiato; quando solleva nuovamente le palpebre, lo sguardo è tornato ad essere il suo e le labbra, subito inumidite, parlano nuovamente con la solita voce.
“Credo sia opportuno che io vada, ora.”
Non accenna tuttavia a muoversi, come se la constatazione appena fatta non lo riguardasse direttamente.

“Sì, credo sarebbe opportuno”
Risponde ad occhi chiusi mentre la sua mano scivola verso l’alto, cingendogli il collo, la stanchezza che inizia a fare capolino tra le sue difese.
“Io so dove si trova.”
Si limita poi ad informarlo, come se stesse parlando di una banale formalità. Se vorrà sapere altro non dovrà fare altro che chiedere, se vorrà incontrarla ora sa di poterlo fare. In quale altro modo potrebbe intervenire, ora? Per quanto odi farlo non le resta che attendere.

Deglutisce a vuoto. In fondo, non era un’informazione troppo complessa da ottenere; per un certo tempo, anche Lugaid aveva tenuto traccia degli spostamenti della sorella, salvo poi doversi trovare a rinunciare a causa della distanza e dei frequenti cambi di residenza. Avrebbe potuto facilmente rintracciarla, probabilmente. Tuttavia…
“Grazie.”
Un sussurro sottile, che fa da accompagnamento ad un leggero sfioramento della fronte con il pollice della mano ormai immersa in un mare rosso in tempesta.
Con un gesto che si sorprende di trovare naturale, malgrado l’evidente non comodità della contorsione, raggiunge la mano di Vadania che gli ha cinto il collo ed insinua le proprie dita tra quelle di lei, accarezzandole delicatamente, quasi fossero sottili steli di cristallo che minacciano di spezzarsi.

“shhh”
L’invito a tacere lo raggiunge in un sussurro, accompagnato da poche parole a metà tra il sonno e la veglia.
“Non ringraziarmi, voglio che tu la incontri… Le farà bene, saperlo. Potresti aiutarla tanto…”
Il mondo perde i propri contorni diventando un gorgo incontrollato di suoni ovattati, di respiri e di frusciare leggero di stoffe mentre accompagna il movimento di lui spingendo nuovamente la mano verso il basso fino a fermarla a lato del proprio volto, le dita ancora intrecciate.

Si trova a sorridere, inconsapevolmente, quando abbassa lo sguardo sul volto dell’elfa. Prende il controllo del movimento delle due mani, giunte, avvicinando la propria al volto di lei, fino a sfiorarla lentamente, lunghe carezze che si intrecciano in arabeschi senza alcun senso, prima di dissolversi in un nuovo gioco di sottili sfioramenti, di tocchi appena accennati.
Apre la bocca per aggiungere qualcosa e la richiude dopo poco, limitandosi a guardare Vadania scivolare verso il sonno.

La giovane elfa si lascia cullare dal buio silenzioso che la attornia, concedendosi un istante di oblio da tutto quanto è accaduto nel giro di pochi giorni. E’ in quel momento che le labbra dell’assassino si posano sulle sue, strappadole un moto di sorpresa subito controllato. Deglutisce a vuoto, gli occhi ancora richiusi ed il corpo immobile nella finzione del sonno. Probabilmente è questo a tradirla, o forse la colpa è da attribuire all’accelerare del battito del suo cuore, specchio dello strano turbamento che la coglie.
Quale che sia la verità le pare quasi di sentire su di sé l’obliquo sorriso di Lugaid, un angolo leggermente più sollevato del gemello.
Un respiro dopo è davvero difficile non reagire quando i denti di lui catturano dispettosamente il suo labbro inferiore,giocandovi dolcemente per poi tornare indietro in un bacio che assomiglia ad una carezza.
E’ opportuno inalberarsi e cacciarlo fuori dalla propria stanza gridando e richiamando l’attenzione delle guardie? Per un istante ne ha la tentazione, ma quale vantaggio ne trarrebbe? E come potrebbe, poi, aiutarlo a vincere quella tristezza che ha visto lì, nelle profondità dei suoi occhi?
Ricambiare, allora? La sola idea le strappa un mezzo sorriso intriso di velenosa ironia. Assolutamente impensabile.
Dannazione, quanto sarebbe tutto più facile se fosse stata più accorta fin dall’inizio?
E’ quando l’elfo fa per sgusciare via dal suo abbraccio che la dita si stringono, quasi una contrazione involontaria, ad un lembo della sua camicia con la silenziosa intenzione di trattenerlo.

Una presa tanto delicata da risultare inevadibile. Maledizione. Un secondo tentativo, meno lieve del primo, ottiene i medesimi risultati.
Lugaid sospira, rassegnato, un’altra carezza al capo dell’elfa; immobile per un numero imprecisato di battiti del cuore, ascolta le tenebre e scruta il silenzio, in una mascolanza di sensi e sensazioni. Mordendosi il labbro inferiore, si china su un orecchio dell’elfa, esitando qualche attimo prima di rivolgerle un sussurro quasi impercettibile.
“La porta e` aperta.”
Per un Assassino, questo basterebbe. Una porta aperta significa poca riservatezza, possibilita` di essere scoperti in qualsiasi momento, nessuna protezione, poco tempo per reagire in caso di emergenza. Certamente, Vadania non e` uno dei Pietosi Cerusici e il mugolio soffocato che emette in risposta ne e` la prova.
Del tutto rassegnato, Lugaid si lascia scivolare verso il basso, un braccio che si insinua tra il letto e Vadania attirandola in un abbraccio.
Dovrebbe, ne e` consapevole, attendere fino a quando lei non si sia addormentata per poi defilarsi con la massima rapidita` possibile; dovrebbe. Concedendosi attimi dietro attimi dopo attimi, l’elfo indugia a prendere una decisione che e` non solo inevitabile, ma ormai non piu` procrastinabile.
Chiude gli occhi, chinandosi sui capelli di lei ed inspirandone avidamente il profumo.
Ancora un momento.
Solo uno.

La nebbia della reverie si dissipa con la lentezza che riserviamo ai sogni piacevoli, quelli nei quali amiamo attardarci fino a che la vita non ci richiama prepotentemente a sé, gelosa della placida serenità che la notte può riservare.
Paradossalmente la prima azione dell’elfa è un profondo sbadiglio, appena attenuto dalle membra che si tendono per allontanare il torpore che ancora le lega. Poi, come se ricordasse improvvisamente qualcosa, si porta a sedere con una rapidità insospettata a quest’ora dal giorno, guardandosi attorno con movimenti ansiosi.
Appurato di essere completamente sola, almeno tra quelle mura, posa i piedi a lato del letto per correre rapidamente fino al suo studio: la porta si spalanaca ad un suo gesto, volto ad abbassare la maniglia e spingere al contempo.

Lontano dalla casa della nobile famiglia, l’elfo è ancora profondamente immerso nel suo sonno ristoratore; sfuggito alla presa dell’elfa ed alla sorveglianza delle guardie solo a tarda notte, giunto a casa spossato, si è lasciato nuovamente cadere vestito sul letto.
Accompagnato solo dal leggero eco del flebile respiro dell’elfo, il silenzio danza nella casa vuota attorno alle lame di luce che provengono dalle imposte; tutto pare giacere addormentato.

Una mattinata tranquilla, fatta di qualche imprevisto e poca frenesia nonostante la partenza imminente.
Nel tardo pomeriggio Vadania è nuovamente nella casa del maestro, un pennello in mano, una tela davanti agli occhi e troppi confusi pensieri nella mente.
No, non sarebbe andata a cercarlo.
Non ancora.

Qualche ora dopo il momento in cui abbiamo appurato il profondo sonno dell’elfo, una mosca si leva in volo dalla cucina. Ondeggiando pigramente, attraversa il corridoio e sosta sul corrimano delle scale. Quivi ronza per qualche attimo, riprendendo poi il volo irregolare verso i piani alti. Il silenzio che alberga nella casa è tale che il rumore provocato dal suo ronzio è avvertibile distintamente dalla camera dell’elfo, vuota.
Lugaid, in effetti, non è più in casa e la porta d’ingresso, chiusa, sigilla un’abitazione occupata da ombra e silenzio, destinata a permanere nella medesima situazione fino a sera tarda, inoltrata.

La sera trascorre tranquilla, frantumando pigmenti e mescolandoli ad un’opportuna quantità d’acqua per raggiungere la giusta consistenza del colore.
I capelli raccolti e le maniche arrotolate fino al gomito, la piccola stanza che ha eletto a proprio studio risuona esclusivamente di questi piccoli suoni e di una ballata elfica cantata a mezza voce.

“Ai! laurië lantar lassi súrinen”
Un sassolino sibila nell’aria, andando ad impattare sulla finestra della stanza in cui sta dipigendo l’elfa.
“yéni únótimë ve rámar aldaron!”
Un secondo sasso di piccole dimensioni sfreccia verso la finestra, scagliato dalla mano precisa di un Lugaid in condizioni che definire ‘poco presentabili’ sarebbe migliorare di molto.
“Yéni ve lintë yuldar avánier”
Un terzo sasso ed un quarto, in rapida successione, gli ultimi. Senza alcuna voglia di chinarsi per prenderne altri, l’elfo si domanda distrattamente, nella pausa tra una strofa e l’altra, se la sua voce non sia meno limpida, solida e stabile di quanto non creda.
“mi oromardi lissë-miruvóreva”
Con le mani ancor più livide del consueto per il freddo ed i vestiti inzuppati da un rovescio di pioggia, l’elfo si tiene con la sinistra il fianco destro, offeso da un taglio poco più che superficiale tamponato alla meno peggio che ha, tuttavia, creato una chiazza più scura sui vestiti; fortunatamente, un’opportuna scelta di colori non la rende visibile se non a distanza ravvicinata.
“Andúnë pella, Vardo tellumar”
Un sospiro, nella pausa tra un verso ed il seguente; un bagno caldo, una fasciatura, del cibo ed una tisana, ecco che cosa gli avrebbe davvero giovato.
“nu luini yassen tintilar i eleni
ómaryo airetári-lírinen.”
Termina gli ultimi due versi, scegliendo poi il silenzio. Certo, avrebbe potuto entrare, dirsi un messo e farla chiamare dal maestro. O, magari, avrebbe potuto stordirlo e procedere alla stanza. Oppure… ah! Ma quale altra soluzione sarebbe potuta essere più originale, in fondo?

Corruga la fronte dopo quello che non può che essere un richiamo. Sassi contro la finestra. Bha.
Riordina i propri attrezzi per poi scendere in tutta calma la scala di legno, avviandosi alla porta dopo un’occhiata distratta al maestro, chino su alcune carte ricolme di numeri. Conti da pagare, probabilmente.
La rigida temperature le fa rimpiangere di non aver preso qualcosa con cui coprirsi, ma le è sufficiente portare le sue stesse braccia attorno al corpo per provare quel briciolo di sollievo che le consente di prodecere. Segue il muro perimetrale restandovi accostata, fino a sbucare oltre l’angolo sul quale affaccia la sua stanza. Si appoggia con la spalla alla parete di mattoni, il capo leggermente piegato verso l’esterno.
“Ti mancavo, nevvero?”
Lo apostrofa con voce leggera e tono conteso tra ironia e divertimento.

Si volta con la tranquillità che riserverebbe ad una domanda accademica, postagli nel tepore e nella riservatezza della sua sala da allenamento.
“Oh, immensamente.”
Sospira, celando la fatica che gli costa tenersi in piedi sulle gambe; non è necessario svelare tutto, no?
“Ho novità.”
Si limita a fare la sua comunicazione, asciutto. Resiste alla tentazione di girare i tacchi e tornarsene a casa, giudicando di poter resistere ancora qualche attimo nella finzione.

Gli occhi dell’elfa si assottigliano mentre lo sguardo si sposta lungo la figura di colui che si trova davanti. Gli abiti lisi e sporchi gli aderiscono al corpo a causa dell’acqua che sembra inzupparli, il volto appare stanco, quasi uno specchio della fatica che trapela dalla postura e dai tremiti che ti tanto in tanto lo scuotono.
Si sofferma, avvicinandoglisi fino a trovarsi ad un passo da lui, sulla mano affondata nei vestiti dismessi ormai da troppo tempo perché possa essere solo un caso.
Senza dir nulla lascia che un braccio passi al di sotto il suo, cingendogli la schiena per offrirgli un appoggio.
“Vieni, entriamo in casa…” Si limita a rispondere, lo sguardo basso per non rivelare il senso di colpa che le stringe, chissà per quale motivo, la bocca dello stomaco.

Con un movimento improvviso, si scosta dall’elfa. Le sopracciglia aggrottate, senza alcuna voglia di svelare quanto gli sia costata la ricerca di informazioni, inspira a fondo prima di parlare.
“Credo…”
Si inumidisce le labbra, sforzandosi di fermare la voce; spiegarle che deve medicarsi e che difficilmente, nella casa di un pittore, potrà trovare quanto gli occorre, è giudicato del tutto superfluo. Inoltre, non sarebbe disprezzabile che lei smettesse di vederlo ogni qual volta è in difficoltà, si costringe ad aggiungere, quasi una nota a margine.
Inspira ed espira, tornando a parlare solo dopo aver ripreso tanta padronanza di sè quanta gliene occorre per parlare in tono neutro.
“Mi troverai a casa.”
Laconico, si gira e si incammina lentamente, l’andatura rigida, la mente costretta a concentrarsi su qualcosa di concreto; forse se tagliasse per quel vicolo, potrebbe risparmiare qualche minuto di strada.

“Stupido elfo testardo…”
E’ poco più di un sussurro emesso tra i denti mentre si trova ad aumentare il passo per non perderlo di vista, il vento freddo che gioca con gli abiti leggeri ed i capelli sfuggiti al nastro che li lega.

Continua a camminare rigidamente, privo della consueta scioltezza; non zoppicare gli costa uno sforzo notevole e continue fitte che si irradiano dal fianco, quando la ferita pare riprendere a sanguinare.
Circa quaranta minuti dopo, per un tragitto che avrebbe richiesto la metà del tempo, percorso di buon passo, l’elfo si può appoggiare alla porta di casa. Costringendo alla flessibilità le dita recupera, non senza difficoltà, la chiave e la gira rumorosamente nella toppa; per evitare di usare una mano che sente viscida di sangue, si appoggia con la spalla alla porta e spinge, senza curarsi di richiudersela alle spalle.
Gli ultimi metri, quelli che lo separano da una stanza da bagno tanto desiderata quanto simbolo di riposo, sono i più faticosi, quasi che la determinazione che lo ha mantenuto in piedi si fosse esaurita, spenta improvvisamente.

Lo segue come un’ombra, premurandosi di richiudere la porta lasciata spalancata e procedendo rapidamente lungo le scale fino a superarlo, diretta alla sua camera da letto. Scosta la tenda blu che funge da porta, per poi afferrare una coperta e tornare verso di lui, decisa, questa volta, a non lasciarsi mettere da parte per quello che sembra solo orgoglio fuoriluogo.
“Smettila!”
Gli sussurra, semplicemente, posandogli il drappo caldo sulle spalle e tornando ad offrirgli il proprio aiuto.

Non rifiuta la coperta, non trovando energie sufficienti per mettersi a discutere. In questo momento, se ne rende perfettamente conto con una parte di sè che è rimasta ben lucida, è d’obbligo pulire e bendare la ferita sostituendo i brandelli di veste che ha usato come fasciatura temporanea.
Continua ad avanzare, testardamente, la mascella troppo contratta per poter rispondere. E’ solo quando, finalmente, varca la porta del suo bagno che, afferrata una pezza di lino, si lascia vincere dalla stanchezza, crollando su uno sgabello; si scrolla, subito dopo, di dosso la coperta, incurante di come finisca sul pavimento.
“Gradirei, se possibile, un po’ di riservatezza.”
Il tono ironico è velato dalla stanchezza e dall’incertezza della voce traspare un accenno di quel dolore che, ormai da troppo tempo, lo sta tormentando. Vorrebbe costringere l’elfa ad andarsene, prima di procedere con la medicazione, ma, se ne rende conto, non può sprecare tempo.
Aprendo e sfilando faticosamente gli strati di vesti bagnate dalla pioggia, dovrà svelare la stoffa indurita dal sangue ormai secco, la ferita tamponata da pezze sporche ed il taglio, bruciante seppur non grave.
Con un sospiro, attende tutto il tempo possibile prima di iniziare la sua lenta svestizione.

“Non essere infantile.”
Si avvicina alla stufa, accendendola ed avvicinandovi uno dei secchi d’acqua posti lì accanto, coperti da dischi di metallo costruiti, parrebbe, appositamente. Solo allora si china davanti a lui, scostandogli gentilmente ma fermamente le mani.
“Fammi vedere. Mio padre amava la caccia…”

“Lo so.”
Che sia il tepore della coperta, di nuovo poggiata sulle sue spalle nude o, forse, la consapevolezza di trovarsi nuovamente a casa ad aver fatto riprendere colore all’elfo? Di certo, la voce appare più ferma, anche se ugualmente stanca.
Di certo non nuovo a ferite di entità anche peggiore, Lugaid tenta di provvedere da sè alle proprie necessità, frustrato in questo tentativo dalla snervante ed impersonale efficienza di Vadania, il cui non alzare mai gli occhi a cercare quelli dell’elfo è da attribuire all’impegno profuso nel pulire, medicare e bendare il taglio. Apparentemente, quantomeno; di certo, la cosa strappa all’elfo un sorriso obliquo.
Dopo una dolorosa scrollata di spalle, Lugaid si rassegna a vedersi assegnato un ruolo di pressochè totale inutilità. Per riempire il vuoto, inizia a riferire, dettagliatamente, quanto scoperto nel corso della giornata.
“Il vostro amabilissimo tutore ha delle frequentazioni decisamente bizzarre.”
Aveva esordito così, di punto in bianco. Per poi raccontare di come avesse scoperto, persuadendo con il peso della retorica, da un paio di elementi poco raccomandabili che il lord tutore delle sorelle Ember è in stretti rapporti con due nobili di casate minori, poveri di risorse economiche quanto di scrupoli sui metodi per rimpinguare le casse di famiglia; i classici cani al guinzaglio.
Pare, inoltre, che il tutore si rechi una volta a settimana ad un appuntamento -nei desideri- segreto con un illustre esponente della nobiltà cittadina particolarmente addentro nella politica della regione e vicino al Governatore; di certo, un soggetto del genere è un ottimo emissario, un ottimo collegamento. Ma di chi?
Lugaid sospira, allargando le braccia; dopo una pausa ed una smorfia di dolore, continua a riferire.
“Di sicuro, lui è tra i pochi convinti che tu e tua sorella siate più utili vive e sposate, che non defunte; a quanto pare, sembra che poco dopo il matrimonio vi debba capitare una sorta di incidente…”
Conclude la frase con un vago gesto della mano, per poi riassumere i fatti velocemente.
“Forse non è un pedone, ma un alfiere. Non è lui che dispone gli altri pezzi, nè lui che attua le strategie. Per questo dovrà essere l’ultimo ad essere eliminato. A questo proposito non voglio sentire obiezioni: potrai occuparti di persona del tuo tutore, ma gli altri sono fuori dalla tua portata.”
Sospira, sciogliendo lentamente le spalle; decisamente meglio.
“Ora… vorresti farmi compagnia per cena?”

Assimila tutto quanto le viene detto con un gelido distacco, come se si trattasse della vita di qualcun altro invece che della sua. Pensieri sgradevoli le vengono alla mente con pericolosa insistenza, forse approfittando della stanchezza che inizia a serpeggiarle nelle membra come sangue avvelenato.
Dopo aver dato un ultimo giro alla benda, ed averla fissata con cura, si rialza in piedi traendo un profondo sospiro.
“Naturalmente. Ce la fai a raggiungere da solo la tua camera? Ti porterò qualcosa lì”
Lo sguardo fugge ancora lontano, verso la porta. Nella sua famiglia c’è la pessima abitudine di morire giovani e non certo di morte naturale. Perché, allora, attendere che siano gli altri a giocare con una vita che non appartiene loro?
Evita accuratamente di rispondere ad ogni altra asserzione, compresa quella che dovrebbe vederla spettatrice mentre i suoi nemici cadono uno ad uno.
Non resterà a guardare. Ma non c’è bisogno che lui lo sappia.

Inarca un sopracciglio, sbuffando contrariato.
“Posso anche scendere in cucina.”
Si alza, lentamente, serrando la mascella quando si trova a dover ignorare il lieve giramento di testa che lo assale. E’ tuttavia qualcos’altro che attira la sua attenzione: sguardo sfuggente, improvvisa laconicità, docilità; la reazione alle notizie o qualche pensiero che non deve essere espresso ad alta voce?
Sospira, incamminandosi poi verso la porta senza aggiungere null’altro. Forse dovrà agire prima del previsto, per evitare problemi.

“No”.
Lo ferma prima che possa oltrepassare la porta, prendendolo per un braccio per poterlo agilmente oltrepassare.
“Vai in camera, ti raggiungo tra un secondo.”
Non attende la sua risposta mentre scende le scale con passo svelto, quasi una breve corsa, i capelli rossi che si sollevano leggermente alle sue spalle.
Odia con tutta se stessa la situazione in cui si trova. Odia suo padre per averla lasciata improvvisamente, sua sorella per essere così calma e distaccata ed al contempo così forte, odia i Vanquillose che l’hanno fatta innamorare della propria famiglia fingendosi ciò che non sono, odia Lugaid per essersi ferito mentre stava lavorando per lei, odia Honderyll perché riesce ad essere così perfetto in un ruolo che non vuole e, soprattutto, odia se stessa per non essere in grado di prendere in mano la propria vita e darle la svolta che desidera. Si odia perché sempre in balia degli eventi, perché non sa fare altro che gridare ed agitarsi invece di agire e tacere. Si odia perché si sente stanca e non vuole.

Sospira, alzando gli occhi al soffitto. Ben presto, agli occhi segue l’intero volto, le braccia allargate, in una muta supplica ad una divinità benevola dispensatrice di pazienza.
Un sospiro esasperato precede il lento avviarsi verso la propria stanza e l’accomodarsi al letto; se il corpo può ora, finalmente, riposare, Lugaid non interrompe il lavoro costante d’affilatura dell’arma regina di ogni arsenale di un assassino che si rispetti.
Il caso, ed una buona dose di carisma personale, ha voluto che l’elfo sia venuto a sapere di una piccola relazione tra il nobile con cui si incontra il tutore e la moglie di uno dei suoi fittavoli. Un sorriso, inconsapevole e gelido, si allarga soddisfatto sulle sue labbra, mentre Lugaid rigira tra i pensieri quell’informazione come un prestigiatore potrebbe fare con una sfera di cristallo tra le dita.

Scosta la tenda con il vassoio, ricolmo di cibi e pietanze cui ha aggiunto una caraffa d’acqua ed una bottiglia di vino, facendo capolino nella stanza dell’elfo senza nascondere un’espressione scura in volto.
“Non vi è nulla di caldo, ci sarebbe voluto troppo tempo, ma ho messo al fuoco dell’acqua, dovrebbe giungere ad ebollizione quando avrai finito di cenare. Giusto in tempo, insomma.”
Posa il vassoio accanto a lui, in una posizione che consenta di essere facilmente raggiunta, andando poi ad accomodarsi sull’unico sgabello presente nella stanza, le gambe ripiegate sul petto.
“Il tuo rapporto è concluso?”
La domanda giunge quasi con non curanza, come se i pensieri dell’elfa fossere distanti da quel qui ed ora.

Si limita ad annuire, prendendo qualcosa dal vassoio ed iniziando a sbocconcellare.
“Credo di sì. E, per gli dei, potremmo girarci attorno per tutta la notte, ma preferisco chiederti che cosa stia germogliando sotto quei riccioli fulvi.”
Se il tono è allegro, quasi scherzoso, gli occhi non hanno abbandonato un attimo l’elfa, alla ricerca di ogni singolo cambiamento o mutamento d’espressione che possa rivelargli qualcosa sui suoi reali pensieri che, non dubita, non saranno quelli che gli rivelerà, se mai dovesse parlare.

Inspira profondamente, trattenendo il fiato per alcuni istanti prima di espirare fino all’ultima invisibile particella d’ossigeno. Poi, per la prima volta in tutta la serata, solleva lo sguardo su di lui. Uno sguardo fermo e deciso.
“sei licenziato.”
Uno, due, tre, quattro secondi, più o meno, sono quelli che la dividono dallo sporgere la schiena in avanti, la mano che si allunga verso il piatto del pane e lo sguardo che la accompagna.

Silenzio. Poi un risolino, che si tramuta ben presto in una risata argentina, incontenibile pur non essendo fragorosa. La testa reclinata e la gola aperta allo sgorgare del divertimento fatto suono.
Si costringe a smettere, spegnendo a poco a poco il riso, pur patendo di qualche singulto divertito; quando finalmente è tornato serio parla con un tono in cui brilla ancora il precedente divertimento.
“Non puoi. E, comunque, questo non risponde alla mia domanda, temo.”
Si versa in tutta tranquillità un bicchiere d’acqua.
Sciocchezze; come può licenziarlo, se non lo ha mai assunto? Ripensamenti giovanili. Adesso che si scontra con la realtà ritratta la prima intenzione; in fondo, rimane una ragazzina.
Quest’ultimo pensiero fa rabbuiare l’assassino, frapponendosi sulla strada che altri e più segreti moti della mente percorrono senza voler sentir ragioni.

Riporta lo sguardo su di lui, corrugando la fronte in un’espressione di evidente fastidio e raddrizzando la schiena: le è improvvisamente passata la fame.
Lo osserva, impassibile, fino a che la risata non ha esaurito il suo corso, sentendo crescere il risentimento ad ogni nuovo attacco di fastidiosa ilarità.
“Ti ho assoldato ieri. Non fingere di averlo dimenticato.”
Gli risponde infine, quando le risate sembrano essersi ormai sopite.
“So quello che faccio. Non voglio te”
Assumere un nuovo professionista, meno coinvolto, meno coinvolgente. Può essere esattamente questa la soluzione da tentare.
“Cosa germoglia nella mia testa non è affar tuo. Come ultimo servigio potresti consigliarmi un tuo collega, se ti senti sufficientemente freddo da giudicare con mente lucida.”
Parlare e muoversi per la stanza non sono che il naturale accompnamento l’uno dell’altro, terminando in un gesto che avvicina a Lugaid un nuovo telo di stoffa calda e pesante.
“Non hai freddo senza camicia?”

Scrolla le spalle, in silente quanto paziente attesa. Era quello che desiderava, in fondo; presto dovrà arrivare il sollievo a sostituire quello che, nè è sicuro, è solo risentimento da orgoglio professionale deluso.
“Sono bravo nel mio lavoro e, per quanto tu possa pagare, correrai sempre il rischio che uno dei miei… diciamo colleghi, si riveli attratto dall’oro che può derivare da quella che potremmo definire ‘parte avversa’. Dall’oro e dal potere.”
Perchè il sollievo ci mette così tanto ad arrivare?
“Preferirei che tu non ti mettessi in condizione di farti ammazzare, in effetti. Inoltre, posso sempre decidere di fare qualche straordinario.”
Si lascia andare ad un sorriso urbano che vorrebbe nascondere dello scherno; che cosa voglia celare, a sua volta, lo scherno, non è dato saperlo.
“Ma non credo di poterti imporre nulla, se questa è la tua decisione. Sbaglio? Una volta ti ho minacciata per indurti a sfogarti e a parlare sinceramente…”
Si morde il labbro inferiore, prendendo un ampio respiro; il sollievo sembra tardare più del solito.
“Ora ti chiedo, qual’è la motivazione?”

Abbassa il capo, lasciando ricadere davanti a lei un lungo sipario di capelli, concedendosi il tempo di pensare a cosa e quanto sia bene esprimere dei propri pensieri.
La fronte appoggiata alle ginocchia, non muove nessun mscolo quando ricomincia a parlare, con voce bassa ma ferma.
“Voglio qualcuno del quale non debba preoccuparmi. Se la situazione è davvero così pericolosa voglio qualcuno che sia facilmente sostituibile.”
Solleva il capo senza curarsi di allontanare il reticolo di fili fulvi che le disegna lo sguardo.
“Sono io che pago, e quindi sono io a decidere. E tocca a me scegliere quali rischi correre e quali no. Termina la tua cena.”

Oh.
Eppure, se anche la mente dell’assassino sembra improvvisamente svuotata di ogni pensiero, le parole affiorano spontanee alle sue labbra.
“Ti affezioni troppo ai tuoi giocattoli.”
Un risolino, nel vedersi bambolina di nero vestita, protagonista di un ricevimento, cavaliere coraggioso o perfido nemico, a seconda delle trame immaginarie.
“E se ti dicessi che, in verità, preferirei tornare sano e salvo a casa? E che…”
Arrivati sul punto, si morde un labbro inferiore; sulla cima, la strada è in discesa e le parole sgorgherebbero rapide. Ma quali parole?
“…che avrò bisogno del tuo aiuto, se non altro per il primo lavoro, e che sarà del tutto senza rischi?”
E’ nel momento stesso in cui pronuncia quelle parole che, come una folgorazione, il piano si dispiega dinnanzi all’assassino. Oh, del tutto senza rischi; e piuttosto divertente, inoltre.

Si allontana i capelli dal volto, rivolgendogli uno sguardo sospettoso.
“Spiega meglio cosa intendi e lo prenderò in considerazione, ma…”
si inumidisce le labbra, senza poter evitare di chiedersi cosa lui le stia nascondendo.
“…dammi un solo motivo per sospettare che tu non mi abbia detto la verità e ti troverai fuori da tutta questa storia. Nel giro di un battito di ciglia. Inoltre, io non mi affeziono mai.”
Si stringe nelle spalle, evitando di approfondire il suo pensiero.

“No, naturalmente… un cuore freddo come il tuo non si scalda per nessuna ragione.”
Un sorriso divertito viene nascosto dal bicchiere d’acqua, subito portato alle labbra. Quando torna a parlare, tuttavia, il tono di Lugaid è tornato neutro, quello di un assassino al lavoro.
“Il nobile di cui ti ho parlato ha alcuni, diciamo, incontri con la moglie di un suo fittavolo. Ora, se per ipotesi tale fittavolo dovesse bere un paio di bicchieri di troppo e si trovasse con una falce in mano ed un sospetto nella mente…”
Scrolla le spalle, reputando ovvio il prosieguo del ragionamento.
“Non sarebbe una mossa conclusiva. Tuttavia, potrebbe essere utile per scoprire chi manovra il burattinaio del tuo tutore.”
Si lascia andare ad un sorriso gelido.
“Probabilmente il governatore, in effetti. Divertente, non credi?”
Intreccia le mani in grembo, la mente che, rapida, esegue una stima di quante morti potrebbe costare questa linea di condotta; appena giunto ad un numero, non riesce a reprimere un sorriso.

Lo sguardo dell’elfa si fa più smarrito di quanto lei stessa vorrebbe. Cosa intende dire Lugaid con questa manciata di parole?
“Ma perché… in che modo potrebbe…”
Richiude le labbra, come se avesse bisogno di tempo per riordinare i pensieri. Sta accadendo tutto troppo in fretta, decisamente troppo in fretta, e questo non è un bene.
“Potrebbe uccidere qualcuno che non ha colpa, se non quella di avere una moglie… opportunista. E non vedo in che modo questo potrebbe portare a scoprire dove conducono i fili legati alle membra di Rijlio, nè quale dovrebbe essere il mio ruolo in questa vicenda…”

“Mettiamo ben in chiaro una cosa.”
E’ una nota di risentimento quella che riverbera nella sua voce?
“Se io fossi uno di quei ‘professionisti facilmente sostituibili’ di cui tanto parli senza, evidentemente, sapere nulla, avvelenerei ed informerei il marito, aspetterei che entrasse in casa, ucciderei i sopravvissuti e brucerei la casa. Pratico, pulito, senza rischi.”
La voce si è fatta improvvisamente di metallo, screziato dell’azzurro della tempratura: una lama pronta ad uccidere; esistono forse dubbi che le cose andrebbero realmente così?
“Invece sto discutendo con te di metodi e strategie, quando potrei agire senza pormi troppi problemi. Quanto alla tua domanda…”
Inspira rumorosamente, prendendo un pezzo di pane in mano.
“Il tuo tutore riceve istruzioni da qualcuno.”
Gesticola con il pane, come se fosse davvero il nobile Rijlio, ridotto alle dimensioni di un pezzo da scacchiera; solleva ora il piatto e vi posa sopra il pane.
“Questo qualcuno è solo un tramite; trasmette istruzioni, ma non le concepisce. Ora, se il tramite fosse messo, diciamo, fuori gioco…”
Posa nuovamente il piatto sul vassoio, tornando a tenere in mano il pane.
“Sorgerebbe la necessità di creare un nuovo collegamento. E, nel farlo, il manovratore potrebbe venire alla luce. O, se non altro, darci indizi sufficienti per scoprirne l’identità; un movimento di quel tipo lascia sempre delle tracce.”
Inarca un sopracciglio, guardando il tozzo di pane che ha in mano; un sorriso rapido e lo addenta, masticando poi di gusto.
“Sarà divertente.”

“forse non ne so nulla, ma imparo in fretta”
Si sporge in avanti, rubando dal suo piatto un pezzo di carne fredda, semplice espediente per nascondere l’irritazione che le sue parole le hanno provocato. Troppa tensione, troppa attesa, troppi avvoltoi pronti a scendere in picchiata sui resti del banchetto. Lei, però, non ha nessuna intenzione di diventare una delle prede.
Mentre i denti strappano una piccola porzione di cibo la mente continua a lavorare alacremente, portandole sulle labbra un sorriso troppo spontaneo per non essere evidente. Sì, forse questa potrebbe essere la soluzione migliore. Se solo…
“Non mi hai ancora spiegato il mio ruolo in tutto questo”

Sorride urbanamente, fingendo di ignorare il tono delle parole dell’elfa. Disprezzo, forse?
“Tu sarai la mia innocente sorella, ovviamente. E dovrai far scivolare nel calice del fittavolo una sostanza che lo renda un po’ più facile all’ira. Non vorrei che un carattere mite rovinasse tutto il piano. O meglio…”
Scrolla le spalle.
“…questo sarebbe il tuo ruolo, se tu volessi partecipare. Diversamente, potrei fare tutto da solo, senza troppi problemi.”

“D’accordo.”
Gli risponde quasi immediatamente, pronta a lanciare nella voce e nello sguardo il proprio guanto di sfida.
“Ad una condizione.”
Si concede una lunga pausa, scrutando il volto di lui per leggerne l’eventuale reazione, allungandosi poi per la seconda volta verso il vassoio per rubare l’unico bicchiere che ha portato fin lì.
“Seguirò le tue direttive, ma solo se acconsentirai ad incontrare e ad avere una discussione quanto più civile possibile con tuo fratello.”
Prende un sorso d’acqua, la schiena dritta e lo sguardo deciso di quando ha ormai compiuto una scelta che nessuno potrà cambiare.
“Allora, ci stai?”
Il tono di voce carezzevole e vagamente derisorio sembra aver lasciato il passo ad un’intonazione più seria, quella con la quale si trattano gli affari importanti.

Stranamente, Lugaid non impiega più di qualche attimo a rispondere e lo fa con un sorriso perfetto sulle labbra, un’espressione che altro non può esprimere se non gioia. La voce, tuttavia, è di nuovo quella di acciaio su acciaio, dura, violenta ed omicida.
“Questo, mia cara, è esattamente ciò che intendevo richiederti come pagamento. O parte di esso, quantomeno.”
Sta ancora sorridendo, quando porta alle labbra una fetta di carne fredda.

Inarca un sopracciglio, sorpresa.
Si sarebbe aspettata reazioni di ogni tipo, ma questo…
“Cos’hai in mente? Perché mai vorresti parlare con lui?”
Domanda, improvvisamente sulla difensiva, lo sguardo che si affila come se volesse insinuarsi nelle profondità dei suoi pensieri.
Non le piace per nulla il sorriso nato sulle labbra di lui, ed ancor meno il tono freddo della sua voce. Dovrà prendere le opportune precauzioni perché non tenti di fargli del male… o per evtare che ci riesca, quanto meno.

“Questo non ti riguarda. Sono affari di famiglia, in effetti. Nello stesso modo in cui sembri tenere tanto a considerarmi solo una lama pensante, non hai il diritto di intrometterti.”
Il tono di voce ha abbandonato la precedente asprezza e, assieme, si è abbassato di volume.
Un sospiro di pura esasperazione verso se stesso è l’unico suono che forza le labbra di Lugaid dopo le sue parole; dannazione, quanta pochezza di professionalità.

“Se è ciò che vuoi…”
Si alza in piedi, riassettandosi le pieghe della lunga gonna per poi passare a srotolare le maniche ancora sollevate fino ai gomiti. Un espediente per non guardarlo? Probabile.
“…credo sia il caso ti lasci riposare almeno un po’. Posa il vassoio ai piedi del letto, quando avrai terminato, domattina tornerò di buon’ora per risistemarlo e medicarti nuovamente.”
Solleva lo sguardo su di lui solo per un istante prima di voltargli le spalle in un mezzo giro che le porta le mani al petto.
“Rifletterò sulla tua proposta. Non credo…”
Richiude le labbra, come se troppe parole stessero sfuggendo al suo controllo, quindi, scuotendo lentamente il capo, muove qualche passo in direzione della porta.

“No.”
Dannazione.
“No, non è quello che voglio.”
Sospira, chiudendo gli occhi per un attimo. Quanto può rovinare sè stesso, concedendosi per qualche attimo alla sincerità? Quanto può mentire, attribuendo questa fragilità alla stanchezza? Non sarebbe dovuto tornare, avrebbe dovuto dimenticare.
“Vorrei che tu ti sedessi vicino a me, che mi guardassi negli occhi quando parli, che noi due potessimo parlare sinceramente, senza far finta di essere assassino e cliente.”
Sbuffa, scostando di malagrazia il vassoio.
“Ma tu forse… mi disprezzi? Mi temi? Mi odi?”
Scuote la testa, lasciando per un attimo campo ad un sorriso amaro.
“Non ti dirò che stai sbagliando e ti seguirò su questa strada, se vorrai. Ma no.”
Una pausa del tutto istintiva, ma non per questo meno enfatica, prima di tornare a parlare.
“Non è questo, ciò che voglio.”

Il silenzio è interrotto solo dal rumore dei suoi passi, sussurrati scricchiolii del pavimento in accompagnamento al suo lento riavvicinarsi, subito sostituito dal frusciare delle stoffe quando si siede sulle coperte colorate. Sfila le scarpe dai piedi e si volta da un lato, la spalla appoggiata alla testiera del letto e le gambe raccolte al di sotto della gonna. Lo guarda, dapprima in silenzio, come se attendesse la seconda parte del suo sfogo, iniziando poi a parlare con un evidente sforzo di volontà volto a mantenere un tono di voce fermo e misurato.
“Non ti disprezzo e non ti temo. Sono arrabbiata, perché se non fosse per te in questo momento indosserei un accollato abito nero, lo stesso cucito per la morte di mio padre, e sarei accando ad un feretro per una lunga, piacevole veglia. Sarebbe stato sciocco? Forse. Non mi avrebbe permesso di vedere il fondo della vicenda? Vero. Mi avrebbe fornito l’occasione che cerco?” si concede una breve, amara risata. “Vero, ma come posso spiegarti che non voglio vendicare la morte di mio padre ma desidero esclusivamente offrire a mia sorella una vita?”

“Molto altruistico.”
Ah, dannazione, no! Lugaid chiude gli occhi, scuotendo appena la testa; lasciamo da parte il tono sarcastico affiorato alle sue labbra tanto spontaneamente, si inumidisce le labbra, tornando poi a parlare con voce neutra, sussurrata eppure viva, non spenta.
“Non mi hai mai detto se lei ti ha mai confidato esplicitamente cosa desideri. E, in ogni caso, mi duole di farti notare una falla, nel tuo ragionamento…”
Una breve pausa, a raccogliere le idee; come può non capire un intrigo tanto semplice? O, forse, appare semplice a chi ormai vive di clandestinità e respira affari tramati nell’ombra? Lugaid scaccia con forza il pensiero.
“Sposare voi è la strada facile, ma non l’unica via. Un giudice corrotto e un’improvvisa, sconvolgente, mancanza di eredi di sangue della famiglia potrebbero portare allo stesso risultato; difficile, dispendioso e rischioso, ma non impossibile. Non ‘vedere il fondo della vicenda’ rischia di donarti un coltello tra le scapole; e così a tua sorella.”
Sospira, esasperato.
“Capisci quello che dico, sì? Morta, defunta, trapassata. E tutto perchè hai strappato una foglia credendola radice.”

Scuote il capo, gli occhi chiusi e le mani strette attorno al corpo come se avesse improvvisamente freddo. Come fa a non capire? Come può non pensarla capace di ideare a sua volta un piano alternativo? La sua mente sa andare un passo oltre il qui ed ora. Dannazione, perché si ostina a considerarla una ragazzina?
“Non se sarò io a scegliere la prossima persona cui andremo in custodia. Non se quella persona sarà legalmente interessata a mantenere vivi i miei interessi; non se è già sufficientemente ricco da non avere bisogno del mio oro. Non se mi vuole bene.”
Si inumidisce le labbra, uno stato d’ansia che prende lentamente possesso di lei senza permetterle di capire se ha detto troppo o troppo poco, se lui ha capito o se è meglio non abbia capito affatto.

Oh. Buon piano; eppure, le alternative scorrono rapide nella sua mente, difficile a realizzarsi.
Sospira.
“Credi che un tutore benevolo sia un ostacolo insormontabile?”
Si morde un labbro inferiore, riflettendo per qualche attimo.
“Riesco a pensare solo ai Vanquilosse. Honderyll è ancora troppo giovane, il Lord suo padre…”
Scrolla le spalle, lasciando trapelare il fastidio che gli causa l’argomento.
“…non così affidabile come potrebbe sembrare. Lady Loine, decisamente troppo debole.”
Non si cura di nascondere il disgusto che prova parlando della propria genitrice.
Un sospiro, la mano si solleva, andando a picchiettare pensosamente l’indice sulle labbra.
“Honderyll, vero?”
Parola e movimento, fusi in un tutt’uno; il nome che esce dalle labbra mentre gli occhi dell’elfo si sollevano in quelli di Vadania, cercando di leggervi una risposta prima ancora che venga pronunciata.
“Rischioso. Ma immagino tu abbia valutato attentamente le condizioni.”
Aggrotta di poco le sopracciglia, senza interrompere lo studio delle espressioni dell’elfa.

Si inumidisce le labbra, questa volta senza riuscire a distogliere lo sguardo.
“Credo tu non abbia capito. La persona cui penso sarà in una posizione tale da risultare esattamente questo: un ostacolo insormontabile.”
Torna ancora a mordersi il labbro inferiore, tormentandolo con istintiva crudeltà mentre un lieve tremito la scuote.

Inarca un sopracciglio, allungando timidamente una mano verso l’elfa. La ferma a metà cammino, cedendo alla tentazione di ritirarla; scatta, poi, all’improvviso -per non darsi l’opportunità di ripensarci, in avanti, poggiandola su una guancia di lei, accarezzandola piano. Altrettanto rapidamente si sporge in avanti, poggiando le proprie labbra sulla sua fronte; non può fare a meno di reprimere il brivido leggero di quando è conscio di trovarsi in pericolo: ha forse sbagliato? Non c’è molto tempo per parlarne.
“Non è quindi uno dei Vanquilosse. Mi do per vinto…”
Sorride tenuamente.
“…non so a chi altri pensare. Un lontano parente, magari?”

Chiude gli occhi, senza reagire ed appoggiando il capo al muro, quasi la stanchezza per la conversazione la stesse sopraffacendo.
“Un parente, esattamente. Ma non lontano, e non vecchio. Acquisito, direi. E…”
Trae un lungo respito, come se stesse prendendo coraggio, parlando poi tutto d’un fiato.
“…dovresti dare maggior credito al tuo intuito.”
E’ solo allora che torna a guardarlo, irrigidendosi senza sapere se temere o meno la sua reazione.

La mano si irrigidisce e, subitaneamente, viene ritratta, per evitare a Vadania un contatto sgradevole.
Si inumidisce le labbra, tacendo qualche attimo prima di tornare a parlare.
“Buona idea, sì.”
Chiude la bocca, evitando di aggiungere altre sciocchezze; la riapre, poi, tornando a richiuderla. Sciocco.
“Non ti tratterrò oltre. Prendi qualcosa con cui coprirti, se devi tornare a casa. E fai attenzione.”
Due volte sciocco; è una bambina, diamine.

Di nuovo il silenzio.
Vadania si attarda a fissare il volto di lui, una strana espressione dipinta sul volto: delusione, azzarderebbe un ipotetico osservatore.
Dopo molti istanti si alza, bofonchiando qualcosa a proposito del non aver bisogno di raccomandazioni, ma è solo quando si trova in piedi, le scarpe nuovemente calzate, che qualcosa sembra scattare in lei. Si lascia ricadere sul letto, ruotando fino a poterlo guardare nuovamente in volto: “che fine hanno fatto il parlare sinceramenre, gli occhi negli occhi ed il non far finta di essere ciò che non siamo?
Tutte storie.”
Due parole che sembrano bruciare, pronunciate dopo una breve pausa mentre sta già tornando a girarsi per l’ennesima volta.

“Lui sarà Lord.”
Scandisce le parole una alla volta, senza eccessiva fretta; reprime la tentazione di trattenerla fisicamente, prendendole un braccio.
“E’ ricco, sarà influente, praticamente intoccabile.”
Si inumidisce le labbra.
“Ti vuole bene. Forse ti ama.”
Di nuovo, chiude la bocca di scatto. Torna ad aprirla e la chiude, ancora.
Sbotta all’improvviso, la voce che non si alza di volume.
“Che cosa ti aspetti che ti dica? Probabilmente è la scelta che potrà darti un futuro migliore.”

Non serve che la trattenga fisicamente: sono sufficienti le poche parole di lui per tirarla indietro come fosse legata da una corda, senza curarsi di fargli male quando posa una mano sulla sua gamba, la stessa del fianco ferito, mentre l’altra si posa sul materasso, dalla parte opposta. Il volto si avvicina al suo quasi fino a sfiorarne la fronte, le labbra ad un velo di distanza.
“Non hai capito nulla…”
E’ quasi un sibilo, carico di impotenza e frustrazione.
“Ma cosa ti importa? Non vuoi essere considerato una lama pensante e poi ti comporti esattamente così…”
Scivola all’indietro, con movimenti la cui fluidità non le impedisce di urtare pericolosamente il vassoio ancora posato sul letto.

Ahi.
Al diavolo. Al diavolo il dolore che sale dal fianco, al diavolo quella situazione, al diavolo lo scatto che sta per fare, per afferrarla e trattenerla, per non permetterle di andare via.
“Spiegami.”
Al diavolo anche lo sporgersi troppo in avanti, senza curarsi del vassoio o di qualsiasi altra cosa, al diavolo l’esagerazione, il posare le proprie labbra sul naso di lei, anche se il contatto è così piacevole, seppur strano, ed il soffermarsi del tutto inopportuno.

Si lascia sfuggire un breve grido di sorpresa quando due mani la afferrano saldamente, facendo da contrappeso alla direzione nella quale si sta muovendo.
“Cred…” si interrompe nell’istante esatto nel quale le labbra di lui la raggiungono, imporporandole il viso di un lieve rossore.
“Lugaid!”
Lo apostrofa, senza aggiungere altro.

Ah, dannatamente stupido, deve ammetterlo. Dovrà andarsene da quella città il più in fretta possibile.
“Se non capisco nulla, posso solo chiederti di spiegarmi.”
Inspira, inumidendosi le labbra. Lascia la presa, per permetterle di allontanarsi, se lo desidera, seppur manca di scostarsi da lei, una vicinanza sottolineata dal tono basso e sussurrato delle sue parole.

“Sarebbe una soluzione di comodo per entrambi.”
Accorda le parole al tono già utilizzato dall’assassino, portando lo sguardo lontano dai suoi occhi mentre il corpo, quasi fosse paralizzato, non da cenno di muoversi se non a metà del discorso.
“Non credo di poter dire di più, soprattutto dal momento che vuoi incontrarlo senza rivelarne il motivo neppure per accenni.”
Diamine, ma chi si crede di essere? Crede davvero sia sufficiente chiedere per ottenere una risposta? Dannazione! Quanto sarebbe più semplice se si fosse rivolta a qualcuno di diverso che non il figlio scomparso dei Vanquilosse? Se non fosse drammatico sembrerebbe ridicolo.

Rapida, una mano sale a sfiorarle una guancia con il dorso delle dita, un contatto che è poco più di soffio sulla pelle, per quanto è leggero.
“Mi servirà per arrivare a suo padre. Una copertura momentanea, della durata di qualche minuto. Null’altro.”
Ispira ed espira, a fondo; ha davvero pronunciato quelle parole? Le dita, intanto, si fermano sotto il mento dell’elfa, tirando gentilmente per riportare lo sguardo negli occhi di Lugaid.
“Per favore…”
Si inumidisce le labbra, ancora una volta, chiudendo per qualche secondo gli occhi prima di parlare.
“…per favore, non venire con me. Permettimi di fare il mio lavoro, lasciami sradicare la pianta e riserva per te solo una morte che significhi qualcosa.”
Anni ed anni di addestramento per poi ridursi a parlare in un tono sfacciatamente aperto e sincero, quasi di supplica. Se lo vedesse la sua maestra, lo ucciderebbe; per gli dei, se un suo allievo facesse una cosa del genere, lo frusterebbe senza pietà.

Si ritrae d’istinto, inorridita.
“No… non puoi, non puoi volerlo uccidere… no, prenditi la tua vendetta in altro modo, cerca un’altra strada, gioca la carta dell’astuzia invece che quella della lama. Imbocca questa via ed io ti insegnerò, ti aiuterò, ma non puoi abbassarti a tal punto, non puoi usare Honderyll per questo, non lo conosci neppure e vuoi renderlo tuo complice, e chiedi a me di fare altrettanto. No, no…”
Scuote il capo con meccanica lentezza, portando le mani sulle sue quasi volesse ribaltare le posizioni tra supplice e dispensatore di grazia.
“…no, non puoi chiedermi questo… Torna, Lugaid, torna e diventa primo erede della tua famiglia facendogli scontare ogni giorno ciò che hanno fatto, compi la tua vendetta con l’appoggio di tuo fratello, con il mio, riporta alla vita tua sorella e prendine il sorriso per le tue giornate, fa tutto questo ma no, non rubare una vita che non vuole ancora essere presa. Trova una vendetta più grande.”

L’invettiva dell’elfa non è arrivata alla metà che le dita di Lugaid si sono posate sulle sue labbra in un contatto che, nel suo protrarsi, è diventato carezza, seppur leggero come un soffio, impalpabile come un fugace bacio rubato.
“Ho detto di voler arrivare a lui, non di volerlo uccidere.”
Ma lo desidera. Lo desidera più di ogni altra cosa. Tuttavia, non sta certo mentendo: mai ha esplicitato le sue intenzioni, già fin troppo chiare. Anche se… no. Scaccia quasi con violenza il pensiero; la proposta di Vadania è seducente, dolce, allettante nella sua ingenua semplicità.
Come spiegarle una vita vuota? Come poterle far capire un’esistenza che perdura solo in funzione della vendetta? Un corpo che, malato, si risana e torna alla vita solo per eradicare la vita stessa.
Non è possibile; non può e non vuole esporla a tanto.
“E voglio raggiungerlo il modo teatrale, certo; che la sia la notizia stessa, ad ucciderlo.”
Abbozza un sorriso di sincero divertimento; oh, sì, sarà estremamente teatrale. E come ogni tragedia, si concluderà con una macchia purpurea che si allarga pigramente sul terreno.
Sospira, tornando con la mente e con le parole a quello che è il punto centrale del suo discorso o, almeno, quello che lui considera tale.
Sulle labbra fiorisce un sorriso profumato di stanchezza.
“La mancanza di discussione significa che lascerai che io faccia il mio lavoro? Mi permetterai di agire in sicurezza, velocemente e silenziosamente, senza farti partecipare? Mi consentirai di rendere sicura la morte del tuo tutore?”
Eviterà, con la sua presenza, di complicargli il lavoro? Capirà come sia meglio lasciar fare a chi ha dalla sua addestramento, abilità, capacità ed esperienza?

Si concede una lunga pausa, utilizzata non per pensare ma per meglio sottolineare la serietà e la sincera fermezza della minaccia che le brucia sulle labbra.
“Voglio essere messa a conoscenza di ogni minima mossa, voglio sapere chi, e dove, e quando. Tienimi all’oscuro di un solo, piccolo, insignificante particolare e dovrai pentirtene per tanto di quel tempo da desiderare di scappare più lontano di quanto sia possibile. Ricorda qual è il tuo compito: raccogliere informazioni ed insegnarmi. Nessuno ti ha chiesto di far scorrere del sangue.”
Parla ancora a contatto della sua mano, forse troppo concentrata sulle parole per badare anche al potere dei gesti. Così, in modo del tutto inaspettato, una situazione che l’avrebbe altrimenti messa in imbarazzo sembra passare inosservata se non per l’istintivo accentuarsi delle pulsazioni.
“Quanto al resto, se non vuoi fargli del male non c’è ragione che io non sia presente.”

“Quindici giorni.”
Ritrae la mano lentamente, mordendosi il labbro inferiore; dovrebbe smetterla di agire da stupido, sarebbe quantomeno apprezzabile.
“Il nobile di cui ti ho parlato nel modo in cui ti ho spiegato, il suo mandante. E un secondo, eventuale, burattinaio, se ci fosse.”
Scrolla le spalle.
“Torna in questa tra quindici giorni a partire da oggi, non prima, e riparleremo dei Vanquilosse. E del tuo tutore.”
Sospira, rassegnandosi all’inevitabile; un sopracciglio appena inarcato ed una smorfia divertita precedono le sue ultime parole.
“Ti va bene così?”

Inarca un sopracciglio, visibilmente restia ad acconsentire. Quante cose possono cambiare in quindici giorni? Ha conosciuto Lugaid meno di dieci albe addietro ed ora proprio lui le chiede di restare in disparte per un tempo ancora pià lungo.
Perché? Cosa comporta la sua presenza per non dover essere contemplata? Vi sono troppe domante che impediscono al suo capo di chinarsi in segno d’assenso senza dover prima chiedere ancora.
“La parte che avevi prospettato per me si è volatilizzata negli ultimi secondi?”

“Mh.”
Inspira a fondo; si aspettava quella domanda. Come può esprimere chiaramente i suoi pensieri senza urtare la suscettibilità dell’elfa? Esala un lungo sospiro, scurtandola attentamente. Tanto vale tentare.
“Sei testarda, supponente, arrogante, presuntuosa, prepotente.”
Bèh, forse non era il modo migliore per iniziare; di sicuro, però, è il più sincero.
“Ma rinuncio malvolentieri alla tua compagnia.”
Troppa, troppa sincerità. Che assassino da due soldi.
“Il fatto è, lo devi riconoscere, che non sei qualificata per questo lavoro. Se fossi uno dei miei Colleghi, ti direi, con franchezza, che non sei preparata. Io mi alleno da anni, ogni giorno, studio e fatico per poter essere uno dei migliori. Tu impari in fretta, sei sicuramente dotata, ma ti manca un addestramento che non si può esaurire in un giorno, in un mese o in un anno.”
Un altro sospiro.
“Non è questione d’età, ma di capacità. Non c’è nulla di male, naturalmente, ma la situazione è questa: preferisco lavorare da solo o, nel caso, con persone brave in questo lavoro. E’ più sicuro per te e, soprattutto, per me.”
Allarga le braccia, in un’imitazione di un gesto di resa.
“Ti prego di non prendertela. E’ la semplice verità, io so fare questo lavoro, tu no.”
La miccia è accesa e lo sguardo dell’elfo non può non posarsi sugli intrecci fulvi dei capelli dell’elfa; la speranza è che comprenda.

Sgrana gli occhi via via che le parole di Lugaid la raggiungono: testarda, supponente, arrogante, presuntuosa, prepotente… si direbbe che l’elfo stia parlando guardandosi allo specchio.
Le labbra corrucciate fanno da contorno a questi ed altri pensieri, tornando in posizione rilassata solo quando decide di muoversi rapida in avanti, l’avambraccio che punta alla gola dell’elfo con l’intento di spingerlo contro la testiera del letto in un gesto che è più un gioco che non il reale tentativo di fargli male.
“Non credo potrei perdonarti, se ti facessi uccidere.”
Gli sorride, quasi non potesse fare altrimenti.
“Desidero essere rassicurata ogni giorno sul tuo stato di salute, quale che ne sia il modo.”

Asseconda il movimento dell’elfa, appoggiandosi alla testiera del letto. La cinge poi, delicatamente, con le braccia, non accennando a volersi liberare.
“Ogni giorno…”
Si trova a ricambiare il sorriso, mentre un’idea balzana gli spunta in mente, facendosi largo tra gli altri pensieri.
“Ogni giorno. Quindici giorni, ricorda, qualunque sia la situazione.”

Socchiude un occhio, cercando di mettere a tacere la voce interiore che continua a sussurrarle di non lasciargli così ampia possibilità di manovra. Quindi, facendo maggiore pressione sulla gola di lui - un avvertimento? - annuisce lentamente.
“Quindici giorni in cui non avvicinerai tuo fratello o tuo padre, nè altri della tua famiglia. Promesso?”

Ah, ottima idea premunirsi contro ogni possibile sorpresa.
Inutile, in effetti, ma pur sempre ottima.
“Quindici giorni in cui non avvicinerò nessuno dei Vanquilosse intenzionalmente e li eviterò con cura, se per disgrazia dovessero capitare sulla mia strada.”
Un sorriso che nasce spontaneo e divertito, dalla situazione in cui si trova.
“Soddisfatta?”
Non accenna a volersi sottrarre alla pressione esercitata dall’elfa, nè, tantomeno, a liberare lei dalle sue braccia. Lascia, anzi, che il silenzio cali dopo le sue parole, prendendosi tutto il tempo necessario per scrutare il volto dell’elfa, catturando e liberando il suo sguardo in una danza che ripassa ora i lineamenti di Vadania ora la forma del naso e delle labbra ora i sottili fili rossi che le scendono sul volto.

“Sì”
Ammette con evidente riluttanza, pensando freneticamente ad ogni possibile clausola possa esserle sfuggita.
“Abbiamo trovato un accordo, a quanto pare.”
Resta immobile, apparentemente incurante della propria posizione, senza riuscire a togliersi dalla mente quel particolare, quel frammento che sicuramente ancora le manca ma che non riesce a vedere.

“Incredibile, ma vero.”
Commenta divertito, accentuando appena un poco di più la stretta su di lei.
Il tono è ancora allegro quando torna a parlare, non prima di aver inarcato un sopracciglio; un’elfa di buona famiglia dovrebbe porre più attenzione ai propri gesti, in fondo.
“Ora, Vadania, non che trovi la tua compagnia disprezzabile, tutt’altro; tuttavia…”
Accenna, con un solo movimento degli occhi scintillanti di un sorriso che le labbra appena accennano, alla loro posizione.

Segue il suo sguardo, come se non avesse immediatamente compreso, per poi riportare i propri occhi su di lui e liberarlo dalla stretta con movimenti rapidi ma impacciati dall’imbarazzo, le palpebre che si abbassano seguendo il movimento delle iridi smeraldine.
Dannazione, pensa mentre fa pressione sulle sue spalle per allontanarsi, possibile che non riesca mai ad avere la situazione completamente sotto controllo?
“Ti stavo minacciando, non conta.”
Asserisce in tono che non pare del tutto convinto neppure alle sue orecchie, lottando contro il rossore che sembra salirle al volto in una vampata.

Si sporge in avanti, rapido, a sfiorare la fronte di lei con le labbra, in un’impari lotta sostenuta con i suoi capelli.
La risposta giunge in un sussurro appena accennato, accompagnato dalle mani che si sciolgono, liberando l’elfa, senza però evitare di concedersi, nel tornare a fianco di Lugaid, una fugace carezza al viso ed al profilo di lei.
“Lo so. Buonanotte, Vadania.”

Schiude e richiude le labbra, scegliendo di non dire altro.
La notte è ormai fonda e non le piace l’idea di tornare verso la casa del pittore negli abiti che indossa e senza un mantello. Soprattutto, non le piace l’idea di essere disarmata. Dovrà tenerlo a mente per il futuro: mai considerare inutile una lama appesa al proprio fianco. Passare in rassegna le proprie possibiltà e scendere dal letto sono un unico movimento, fluido quanto può esserlo evitando al contempo un vassoio ancora in bilico e l’inciampare nello scomoda stoffa della gonna.
Quanto cerca di fare dopo non è difficile da raccontare: assicurarsi che la medicazione non abbia sofferto della sua irruenza, prendere una camicia pulita perché lui possa indossarla, porgli accando coperte e quant’altro potrebbe essergli utile, prendere il vassoio e portarlo in cucina dopo aver lasciato alla portata di lui solo la brocca d’acqua ed il bicchiere per servirsene.
Tutto questo, passo dopo passo, guardandosi attorno come se non dovesse mai più vedere quella che per un giorno solamente era stata la sua casa, richiudendosi poi la porta alle spalle con una delicatezza che nulla può contro il cigolare dei cardini non oliati da ormai troppo tempo.

Se una ferita era stata inferta al fianco di Lugaid, l’umore dell’elfo sembrava non aver tratto altro che giovamento dalle ultime ore: l’occasione di poter lavorare bene, come lui sa fare, gli aveva messo addosso una strana allegria, subito dirottata in una seria analisi dei suoi bersagli.
L’assassino passa cosi` in casa tre giorni, concedendosi, come unica distrazione, una veloce passeggiata notturna, fino alla casa del pittore, per depositare sul davanzale di una certa finestra una rosa, ancora in bocciolo.
Sono passati quattro giorni dall’ultima volta che ha parlato con Vadania quando iniziano i fatti di sangue che, brutalmente, sconvolgono la cittadinanza: dapprima e` la volta nel nobile Iolan, vicino al governo della citta` e, incidentalmente, in affari con un certo tutore; una brutta storia, come si sente raccontare in giro.
Iolan, a quanto pare, intratteneva una relazione poco ortodossa con la moglie di un fittavolo: sembra che costui, ebbro di gelosia e, soprattutto, di alcool, li abbia scoperti e abbia provveduto, in modo abbastanza sanguinoso, a sanare il tradimento; certo, qualcuno potrebbe trovare eccessivo uccidere entrambi a colpi di falce ed essere mortalmente ferito a sua volta, certamente nella collutazione con il nobile, ma nessuno potrebbe pensare a null’altro che ad una sconveniente vicenda finita male. Le voci di un’ombra nera vista aggirarsi nei pressi non vengono, ovviamente, tenute in alcun conto.
La verita`, naturalmente, e` un tantino diversa: trovato il nobile Iolan ancora in vita, Lugaid ha ritenuto di estorcergli tutte le informazioni necessarie, prima di porre fine alle sue sofferenze. Quella notte, mentre si avvicina alla casa di un certo pittore con una rosa in mano, il sorriso che aleggia sulle sue labbra sembra intimorire piu` di una spada sguainata.
Tre giorni dopo il funerale del nobile, nove giorni da quando Lugaid e Vadania si sono separati con la promessa di rivedersi, un’altra tragedia scuote il governo cittadino: il venerabile Aulian, cugino di primo grado del Governatore, viene assassinato dal suo segretario particolare. Le guardie, accorse alle grida dell’uomo e trovatolo come pazzo, brandente un pugnale coperto del sangue ancora caldo del suo padrone, lo eliminano immediatamente.
Sono le voci che corrono indiscriminate al mercato, tuttavia, a rivelare un’interessante parte di verita`: sembra che un’ombra nera sia stata nuovamente avvistata e, se a chi era piu` vicino al nobile Aulian pare impossibile che il suo uomo piu` fedele si sia macchiato di un tale delitto, sembra che l’uomo, il presunto omicida, fosse stato drogato e reso pazzo da un veleno. Esiste dunque un assassino? E ha appena commesso un errore?
La risposta sembra giungere quattro giorni dopo, due mancanti al nuovo incontro tra Vadania e Lugaid, quando un audace attentato alla vita del governatore viene sventato dagli uomini della sua guardia; pare, stando a quanto si mormora, che l’assassino abbia incontrato una resistenza fuori dalla norma dall’aggredito, abile spadaccino, ed abbia quindi dato tempo alle guardie di agguantarlo: il folle ha osato fare il passo piu` lungo della gamba.
Purtroppo, per una sfortunata coincidenza, il giorno dopo il governatore viene colto da un attacco di cuore, sicuramente per le forti emozioni scatenate dall’attentato e muore, dopo una breve agonia, nel suo letto, circondato da familiari dolenti e medici impotenti. L’assassino viene linciato dalle guardie, inferocite, senza che alcuno sia riuscito ad estorcergli alcuna informazione; se non altro, la minaccia e` stroncata.
Durante tutto questo via vai di voci, i boccioli di rosa non si sono mai interrotti: uno per notte, tredici in tutto, precedono una rosa gia` schiusa, dal gambo lungo, pegno dell’ultima notte prima del giorno deputato all’incontro.
E il quindicesimo giorno cosi` trova Lugaid: in vita, senza un solo graffio, sorridente ed allegro; seduto sconvenientemente in cucina, le gambe incrociate, posate sul tavolo, sorseggia pigramente una tazza di infuso, in paziente attesa.

Il nervosismo le crepita addosso in modo quasi palpabile, colorando di una strana sfumatura i suoi gesti ed il suo stesso atteggiamento.
Non riesce a sentirsi per nulla tranquilla mentre varca la soglia dello studio da copista nel quale Lugaid ha deciso di vivere, ed è ancora meno tranquilla quando il profumo di cibo appena cucinato la porta a raggiungere la cucina.
Quindici giorni possono trascorrere con la lentezza di anni interi quando non si deve che indugiare, da spettatori, in un uggioso far niente.
Il quadro dipinto per non pensare - se solo lui potesse vederlo! - riflette come uno specchio dell’anima le sensazione e l’indefinibile miscuglio di sentimenti che hanno annerito il suo essere via via che le rosse notizie giungevano dal mercato, dalle taverne o per altri canali parimenti inattendibili.
Il momento della verità, della rivelazione, l’ha sempre spaventata, in un modo del tutto irrazionale ed allo stesso tempo inevitabile.
Si ferma sulla soglia, solleticandosi il mento con quello che sembra essere un petalo di rosa.
“Il tramonto del sedicesimo giorno è prossimo a giungere…”

Una risata sommessa accompagna un leggero scuotimeno di testa dell’elfo. Quando posa i suoi occhi su Vadania, tuttavia, e` un sorriso enigmatico quello che gli affiora sulle labbra.
“Temo di aver terminato le rose… un fiordaliso, magari?”
Il sorriso si allarga quasi impercettibilmente, mentre lo sguardo scruta attento la sua interlocutrice; si`, sembra stia bene.

“O qualche interessante dettaglio. Sono un’indifesa fanciulla piuttosto strana da corteggiare: ai fiori preferisco le informazioni. Una per petalo, se preferisci, o tutte senza doverne tenere il conto. Alcuni sostengono che la Gola sia un peccato, ma i peccatori devono essere perdonati. Racconta, Lugaid, dimmi perché sono rimasta in disparte così a lungo e regala un sorriso alle mie labbra”
Il confine tra serietà e divertimento è tanto sottile da non risultare bene individuabile tra le venature iridescenti della voce, mescolate a quelle parimenti confuse dello sguardo e dei movimenti. Si sposta con grazia verso una delle sedie, la più distante da lui, accomodandovisi senza essere invitata a farlo.
Gioco o realtà? Forse entrambi ora che deve impegnarsi ad allontanare il sollievo causato dal vederlo in piena salute: non deve lasciarsi distrarre, vi sono faccende importanti che meritano tutta la sua concentrazione.

Recupera a sua volta, una sedia, accomodandosi, rilassato; non si cura di nascondere la pigra soddisfazione che domina il suo animo, la compiacenza verso se` stesso di un cacciatore che si e` riscoperto capace.
Il racconto prosegue normalmente con la droga somministrata al fittavolo, la strage da lui commessa, l’informazione ricavata dal nobile e la sua veloce eliminazione. La parte che riguarda l’eliminazione del nobile Aulian e`, sostanzialmente, la stessa versione circolata nelle taverne, con qualche piccola aggiunta: non imprudenza o scarsa avvedutezza, ma un preciso intento ed un piano ben congegnato lo hanno portato a farsi scorgere non una, ma diverse volte.
L’omicidio del Governatore e` la parte di narrazione che impegna piu` tempo e vede Lugaid prodigarsi in piu` dettagli: la necessita` di nascondere la propria identita`, l’avvelenamento con una droga lenta seppur mortale ed irrilevabile, il cammuffarsi tra le guardie.
Termina il racconto appoggiandosi allo schienale, lo sguardo assorto sulle punte dei propri piedi, nel silenzio che ritiene necessario all’elfa per assorbire le informazioni che le ha comunicato.

Scuote lentamente il capo, sembrando improvvisamente più piccola per quel gesto dal sapore infantile che sembra voler negare l’evidenza.
“Lo sosteneva così calorosamente… L’ho incontrato, qualche volta, mi ha arruffato i capelli ed ha riso quando gli ho sporto la mano come un’adulta…”
Raccoglie le gambe sotto di sé e deglutisce a vuoto, senza sapere se per l’amarezza dell’epilogo od il timore di quanto accadrà dopo.
“Sei sicuro?”
Gli domanda infine, esitante, come se desiderasse una rassicurazione che, ormai, non ha più alcun valore.
Un sospiro seguirà alla risposta di lui, quasi esalasse con esso l’ultima goccia di vitalità che ancora le rimane.

Si limita ad annuire lentamente, unico cenno concesso all’elfa. Reprime la tentazione di avvicinarsi, di ridurre la distanza, conscio della sua necessita` di mantenere un certo spazio tra loro, almeno per il momento.
“Sta a te, ora.”
Parole fugaci, rapide, che si spengono velocemete nell’aria come fossero inghiottite dal silenzio. Vorra` continuare? Ora che e` venuta a contatto con la realta`, con la sua realta`, che cosa pensera` di lui?
E perche`, perche` non puo` rimanere indifferente alla sua opinione?

Annuisce di rimando, non del tutto convinta di ciò che sta per fare.
“D’accordo, allora. Immagino di dover essere soddisfatta…”
Una breve pausa spezza in due la frase, lasciandole il tempo di distogliere lo sguardo da lui portandolo su una bricca di vino che campeggia solitaria sulla tavola.
“… qual è la prossima mossa? Rijlion Non attenderà certo a lungo prima di approntare un piano di riserva.”

Si inumidisce le labbra, inspirando a fondo prima di parlare; delicatezza, ci va delicatezza.
“Ucciderlo.”
Appunto.
“Potrebbe rendersi conto di quanto successo e fuggire. Potrebbe tentare un gesto disperato, potrebbe decidere di proseguire con le sue gambe. L’unico modo definitivo e` eliminare il problema, alla radice.”
Si morde il labbro inferiore, esitando qualche attimo.
“Vuoi che… provveda io?”
Sarebbe facile. E rapido, per di piu`; ormai conosce bene quella casa.
Tuttavia, teme la sua risposta; qualunque essa sia. Se decidera` di doverlo uccidere di persona, potrebbe rovinarsi, incrinarsi, non resistere e mutare, irrimediabilmente; e` davvero disposto a mettere in pericolo non la sua vita, ma la sua stessa essenza?
D’altra parte, potrebbe decidere di lasciare a lui il compito. In questo caso, la distanza che li separa non potrebbe che approfondirsi, quando lei si dovesse accorgere dell’abisso in cui lui si trova.
Si`, teme la risposta. E, tuttavia, non puo` esimersi dall’offrirle un’opportunita` di non entrare in tutto questo.

Lo sguardo che gli rivolge è di sospetto, quello proprio di chi non comprende gli invisibili equilibri tra le forze in campo.
“Non sono più preparata ora di quanto lo fossi quindici albe fa. Mi hai parlato di un lungo e difficile addestramento, hai insistito riguardo alla sua necessità, ed ora ci troviamo a contare i minuti che separano Rijlion dalla sua scelta. Cos’è che mi sfugge a tal punto da non consentirmi di comprendere il tuo gioco?”
Le gambe tornano in una posizione più conveniente, pronte a rispondere all’eventuale necessità di alzarsi in piedi con rinnovata rapidità.

Sembra considerare con infinita attenzione la domanda dell’elfa. Risponde solo dopo aver preso un lungo sospiro, gli occhi chiusi che tornano ad aprirsi solo dopo le prime parole.
“Non eri pronta per agire così in fretta, sbrigando lavori di quella difficoltà.”
Si inumidisce le labbra, prendendo tempo.
“Con lui è diverso. Conosci le sue abitudini, conosci la casa, conosci il tuo bersaglio… potresti sbrigartela in fretta.”
Scrolla le spalle, lo sguardo che si risolleva, con l’inevitabile lentezza di una sciabolata, verso il volto e gli occhi di Vadania.
“Sei certa di volerlo fare? Hai considerato quale peso affogherebbe e trascinerebbe a fondo il tuo essere? Nessuno, neanche uno come me, mente a sè stesso sull’importanza di una vita. Questa è la domanda a cui devi rispondere.”
Tace, improvvisamente, incapace di spiegare oltre quelli che sono, in fondo, solo gli strati superficiali della psiche di qualcuno che fa della della propria vita la negazione della vita altrui; rispetterà la sua decisione ed annuirà, qualsiasi sia la sua scelta.
Eppure, quanto desidererebbe macchiarsi ancora di questo delitto.

“Ho forse meno colpa per le vite che hai strappato su mio desiderio? O su quelle di coloro che si sono solo trovati ad attraversare la mia strada in questo frangente?”
Si alza definitivamente in piedi, raggiungendo la porta d’uscita per poi tornare sui suoi passi, fino alla credenze ed ancora oltre, come se non avesse una meta ben definita.
Desidera più di ogni altra cosa il poter realizzare la sua piccola appagante vendetta, ma l’interessamento di Lugaid non può che farle pensare alla negazione di quel gesto come l’unica arma ora in suo possesso, la sola merce di scambio che possiede. Forse non si tratta d’altro che di una sciocca convinzione, ma forse no.
“Sono trascorsi quindici giorni”
Ricorda ancora.
“E non sono la sola ad avere una questione in sospeso, come intendi comportarti?” 

“No, non hai meno colpa. Eppure, la tua mano non si è macchiata questo, questo… è diverso.”
Conclude frettolosamente, mordendosi poi le labbra, come adirato per le parole che ha appena pronunciato.
Sospira, poi, tornando a parlare in tono neutro, senza particolare enfasi.
“Probabilmente, dopo la morte del tuo tutore sarà d’obbligo, per Lord Vanquilosse, presentarti le sue condoglianze; probabilmente, non avrò bisogno di suo figlio. Ho intenzione di fargli male. Con le parole e con la spada. Ucciderlo?”
Si lascia sfuggire una risata roca.
“Mi crederesti se ti dicessi che non ne ho voglia? Desidero strappare la sua vita, certo. La sua e quella della sua consorte. Tuttavia, se non sarò costretto a fare diversamente, potrei anche decidere di dargli una morte lenta e dolorosa, consumata in lunghi giorni di impietosa coscienza.”
Una verità parziale; quella completa, purtroppo, non è appannaggio neanche di Lugaid. Non più, almeno.

Appoggia una mano alla liscia superficie del tavolo, osservandone le venature con maniacale attenzione, le labbra tormentate come manifestazione esteriore di un duello più aspro combattuto nell’intimità della sua mente.
“Prendi una vendetta ancora più lenta, segui ciò che già ti ho consigliato in passato. Torna, Lugaid. Torna ed io rinuncerò al mio proposito. Torna e metterò a tua disposizione quanto ti sarà necessario.”
La voce lo raggiunge con un tono lento e ragionato, testimone dell’alto prezzo che hanno per lei quelle poche parole.

Sospira. Come sarebbe facile dirle di sì, in questo momento.
Smette di tormentarsi il labbro inferiore nello stesso istante in cui si rende conto del gesto.
Quanto tempo passa prima che ricominci a parlare? E’ davvero impossibile da calcolare, la mente che salta da un pensiero all’altro, il respiro irregolare ed il battito incostante.
“Non li ucciderò se non mi costringeranno a farlo. Se…”
…sei tu a chiedermelo. L’elfo, tuttavia, non pronuncia queste parole, richiudendo la bocca, interrotta a metà di un suono strozzato.
Riprende dopo non molto, ignorando l’accaduto, fingendo di non aver cancellato una sentenza scritta da decenni con un tratto improvviso.
“Ma non tornerò; non credo, almeno.”
Sorride amaramente, cercando di non dar peso al sapore sgradevole delle parole che sta per pronunciare. Tuttavia è necessario farlo.
“E non ti chiederò, come fosse uno scambio, di rinunciare ad ammazzare Rijlion; graziarlo, ucciderlo, lasciarlo a me. Tocca a te scegliere.”
Termini crudi ed il nome; ora è il momento di decidere.
Eppure, anche ora, Lugaid non può non scoccare occhiate furtive all’elfa; archiviando con un sospiro che è solo mentale la sua ritrosia ad avvicinarsi a lui.

Solleva lentamente il capo in sua direzione, i capelli che le coprono parte del volto dandole la fisionomia di uno spettro.
“Voglio la mia vendetta più di qualsiasi altra cosa al mondo, è la mia certezza di un futuro migliore… Ma tu cosa potresti guadagnare dalle due morti che chiedi? Vuoi davvero che io scelga? Ed allora lo farò. Scelgo di macchiarmi del suo sangue, e scelgo di vederti tessere una rete di allenze che ti consenta di tornare senza timori, scelgo di vederti come erede di tuo padre ancora in vita, scelgo di guardarti giorno dopo giorno ed evento dopo evento e scelgo di non separarmi dal mio maestro. Questo è ciò che scelgo. E tu, Lugaid, qual è la tua scelta?”

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