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L’apprendista e l’assassino - V


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Solleva lentamente il capo in sua direzione, i capelli che le coprono parte del volto dandole la fisionomia di uno spettro.
“Voglio la mia vendetta più di qualsiasi altra cosa al mondo, è la mia certezza di un futuro migliore… Ma tu cosa potresti guadagnare dalle due morti che chiedi? Vuoi davvero che io scelga? Ed allora lo farò. Scelgo di macchiarmi del suo sangue, e scelgo di vederti tessere una rete di allenze che ti consenta di tornare senza timori, scelgo di vederti come erede di tuo padre ancora in vita, scelgo di guardarti giorno dopo giorno ed evento dopo evento e scelgo di non separarmi dal mio maestro. Questo è ciò che scelgo. E tu, Lugaid, qual è la tua scelta?”

Il suo maestro; ovvio, certo.
Stupido.
“Darti ascolto.”
Non una semplice presa di posizione. Darle ascolto.
Sospira, chiudendo gli occhi; stupido, stupido.

E’ timore quello che impedisce al suo sorriso di farsi più deciso?
No, deve aver sentito male, non è possibile che sia bastato davvero così poco per convincerlo ad uscire allo scoperto, a palesare la sua presenza ed a restare con lei senza bisogno di ombre e bugie.
“Vuoi dire che farai davvero come ti ho suggerito? Non ti stai prendendo gioco di me?”
Muove qualche passo in avanti, sempre a ridosso del tavolo, timorosa, una mano che sale al petto mentre la notte calante allunga le ombre ed accentua i contrasti rendendo il volto di lui ancora più enigmatico.
“Non mi stai illudendo per poi fuggire da un giorno all’altro con le mani sporche di sangue, vero? Perché se così fosse preferisco saperlo, preferisco non affrontare la delusione che questo mi causerebbe”

Con quella che sembra studiata lentezza, alza lo sguardo su Vadania, parlando solo dopo averne sfiorato con gli occhi ogni lineamento, in tutta calma.
“Non mi sto prendendo gioco di te. Rimarrò. E ti farò da maestro, se è quello che desideri.”
E’ forse una nota acida, quella che ha potuto percepire nella sua stessa voce? Si inumidisce le labbra, preferendo non pensarci.
“E, se proprio dovessi decidere di andarmene, saresti la prima a saperlo.”
Non distogliere lo sguardo gli richide non poco sforzo, tuttavia l’elfo resiste alla tentazione di abbassare gli occhi. Come pure a quella di sporgersi, per sfiorarla.
No.
Non ancora.

Il sollievo la pervade come un’onda che parte dal basso, solleticandole le labbra per schiuderle in un ampio sorriso e raggiungendo un attimo dopo lo sguardo, illuminandolo di una luce che probabilmente Lugaid non aveva mai visto in lei prima d’ora.
Non gli da il tempo di reagire che le sue braccia si protendono in avanti, cingendogli il collo mentre il resto del corpo non ha ancora deciso come comportarsi, sbilanciandola e sbilanciandolo a sua volta giungendo addirittura, per la foga, ad inclinare all’indietro la sedia sulla quale si trova.

Un attimo. Un solo attimo di indecisione.
E’ tutto quanto gli occorre per spingere in avanti il peso del corpo, contrastando così la spinta di Vadania per evitare di cadere all’indietro. Le braccia, al contempo, portatesi in avanti per aiutare l’equilibrio, si intrecciano dietro la schiena dell’elfa per non limitarsi, come di consueto, ad una stretta blanda e delicata, ma anzi attirando Vadania a sè.
Al contempo, è un dolore sordo quello che lo assale alla bocca dello stomaco, spezzandogli atrocemente il respiro; quanto ha capito delle sue parole? E quanto delle parole non dette? Lentamente, tuttavia, la sensazione e la consapevolezza del contatto si fanno strada in lui, soffocando a poco a poco simili pensieri, rendendoli inerti, intiepidendoli fino a farli dissolvere.
Un altro momento.
Se ne preoccuperà un’altra volta.

Ne accompagna il movimento sedendoglisi in braccio, la stretta che si fa sempre più decisa ed il volto nascosto nell’incavo del suo collo.
Solo dopo un tempo che non saprebbe quantificare torna a guardarlo, ancora raggiante, posandogli un bacio sulla guancia per poi tornare ad abbracciarlo ancora, dimentica di qualsiasi altro pensiero.
“Verrai a casa con me, o resterai qui? Dovremo inventare una storia credibile e avrai bisogno di conoscere alcune persone, ti serviranno abiti, e armi, e qualc… oh, al diavolo, l’importante è che tu sia qui.”
Il capo si muove piano contro di lui, con fare carezzevole, quasi un gatto intento ad esprimere la propria appagante soddisfazione.

Sgomento.
Sgomento e stupore.
Sgomento e stupore e perplessita`.
Sgomento e stupore e perplessita` e… diavolo, e` solo una bambina!
Una mano scivola su Vadania fino a cingerle il fianco mentre l’altra, con movimenti parimenti lenti alla prima, si immerge tra i rossi riccioli, accarezzandole delicatamente il capo, nella duplice intenzione di toccarla e di non interferire con il movimento tanto piacevole -e foriero di qualche brivido- che avverte, senza vedere, contro di se`.
E` solo dopo essersi voltato lentamente ed aver chinato il collo per poter raggiungere, con le labbra, la testa di lei che parla, ancora immerso in un ribelle mare rosso che pare solleticarlo senza posa, con un tono che e` di poco al di la` del sussurro, quasi che dovesse confidare un qualche segreto irripetibile a quella chioma.
“E io che pensavo di presentarmi a casa e di dargli una sonora batosta, spada alla mano…”
Si lascia sfuggire un risolino.
“Non sarebbe piu` semplice?”

“Poi dovresti fuggire, e cosa ti resterebbe?”
Si stacca da lui, guardandolo con occhi che tradiscono le emozioni che prova in quel momento: la gioia di saperlo ancora lì, la strana sensazione di smarrimento per quella che è stata un’irruzione improvvisa nella sua vita, l’indecisione riguardo al passo successivo.
Gioca con le punte dei suoi lunghi capelli neri, andando poi a riordinare una ciocca dispettosa dietro il lobo dell’orecchio nel medesimo istante in cui ricomincia a parlare.
“Devi assolutamente conoscere Honderyll. Domani, tra due giorni, questa sera stessa… quando? Voi incontrarlo con tua sorella o preferisci affrontarli uno alla volta? Cosa gli dirai? E dove? Preferisci un luogo aperto o l’intimità di una piccola sala?”
Domande, domande, domande, che sgorgano come un fiume in piena e sembrano non volersi più arrestare.

Sposta indolentemente una mano fino al volto di lei, non semplicemente alzandola ed appoggiandola nuovamente, ma lasciandola scorrere, sfiorando ed accarezzando, fino ad indugiare un poco piu` di quanto sarebbe opportuno sul collo, poco prima di raggiungere la guancia.
“Tra tre giorni. In un salotto del primo piano della tua casa, senza che lui sappia nulla.”
Si inumidisce le labbra, prima di aggiungere, a mo’ di lapide tombale.
“Tra tre giorni, due giorni dopo la morte del tuo tutore.”

Un lungo brivido le percorre la schiena, non sa dire se per le lugubri parole o per la lenta carezza, ciò che è certo è il senso di disagio che si insinua in lei portandola a muoversi nervosamente nella posizione in cui si trova, lo sguardo che si sposta rapido dal suo volto alla parete retrostante per poi tornare nuovamente su di lui ed, infine, abbassarsi.
Ancora silenzio, rotto solo dal penoso sospiro di chi non è certo dell’accordo siglato.
Era tutto più facile, prima, quando poteva fancasticare su come e quando avrebbe privato della vita l’elfo che le aveva fatto conoscere l’odio, senza tuttavia trovarsi a brandire l’arma che avrebbe reso reali i suoi sogni ad occhi aperti; ora, invece, avere un’esistenza tra le mani la rende debole ed insicura come non era mai stata. Merita davvero la morte? Giunge persino a porsi questa sciocca domanda e la risposta, limpida fino all’attimo addietro, appare annebbiata e confusa.
“Ripetimi cosa avrebbe fatto di me ed Alissa…”

Rimane immobile, una mano sul fianco ed una sul volto di lei, per non aggiungere tensione a tensione. Sospira, gravemente, inumidendosi le labbra e riflettendo su come rispondere alla domanda che le labbra dell’elfa non hanno trasfuso in suoni.
“Un matrimonio, un paio di mesi ed un tragico incidente.”
Si avvicina, lentamente cosicche` lei si possa scostare, fino a poggiare la propria fronte sulla sua.
“Potresti sposarti ugualmente e tentare di cacciarlo… forse non sarebbe ugualmente definitivo, ma potrebbe funzionare.”
Parole che gli hanno riempito la bocca di un gusto amaro, seccandogli le labbra e rendendo la lingua simile ad un involto di stoffa; sposarsi, certo. E divenire la riverita moglie di suo fratello.

Torna a guardarlo per quanto lo permette la vicinanza.
“La sentenza è definitiva: morrà, ed il suo ultimo sguardo sarà per il mio volto. Voglio che sappia chi sta facendo precipitare la sua anima all’inferno.”
Il sangue sembra ribollirle nelle vene mentre le ultime parole abbandonano le sue labbra a favore delle orecchie dell’elfo, in una sensazione straniante a tal punto da aprirle sul volto un sorriso più simile ad una smorfia.
“Se tornerai nella posizione che ti spetta non ci sarà bisogno d’altro.”

Un sospiro, ancora.
Parlare, tacere? Esprimere cosi` i propri dubbi, i propri desideri o consegnarli ad un oblio dannato, venato di rimpianto?
Ah, che esagerazione melodrammatica! Dopo essersi assestato un vigoroso rimprovero mentale, Lugaid prende l’unica decisione che, al momento, pare praticabile: tacere ed attendere; un momento propizio, che tutto finisca, che le cose si aggiustino e che se ne possa riparlare.
Cosi`, scegliendo di tacere, le fronti ancora a contatto, chiude gli occhi; il pollice che si muove, lento, ad accarezzarle il volto e l’altra mano che accentua, di poco, la stretta.
Ecco la vera scelta, l’annegare tutto nell’attimo contingente, lo smettere di pensare. Lei.

“Dimmi cosa devo fare”
Deglutisce a vuoto, desiderando allontanarsi ma non osando farlo, come se temesse di vedere il ripensamento dipinto sul volto di Lugaid.
Si stava fidando di lei, poteva forse mandare tutto in frantumi solo per l’irrazionale esigenza di avere maggiore spazio attorno?
E’ paura quella che prova; improvviso e dirompente timore per ciò che sta per fare, per ciò che sente, per ciò che potrebbe e non potrebbe avvenire, e si scopre ad odiare profondamente i mille interrogativi che costellano la sua mente costringendola ad ammettere che no, non ha il controllo della situazione e forse nemmeno di se stessa.
“Voglio che tutto finisca al più presto…”

Lentamente, come se gli costasse un certo sforzo -e, in effetti, non è senza fatica che allontana le mani dall’elfa e torna a raddrizzarsi, riportando indietro la fronte- torna a calarsi nel ruolo dell’assassino, considerando attentamente la domanda di Vadania.
“Veleno.”
Una sola parola, una sentenza definitiva, pronunciata in tono asciutto; e, nel medesimo tono, concisamente, l’elfo passa ad elencare le proprietà della sostanza che aveva in mente.
“Andrà a dormire presto, sentendosi affaticato, e non si risveglierà più. Un disgraziato caso di morte nel sonno, fortunatamente indolore. Forse.”
Si chiede quanto debba aggiungere, optando poi per una linea di condotta sincera.
“Volendo, potrebbe patire atroci sofferenze, paralizzato nel letto ed incapace di urlare il proprio dolore. Sta a te scegliere.”
Di nuovo, la responsabilità consegnata a Vadania. Quanto è giusto infliggerle questo castigo? Quanto è corretto caricarla di un tale peso?
Benvenuta nel mondo reale.

“Voglio che sappia.”
La risposta arriva quasi immediata, senza che abbia davvero il tempo per pensare alle conseguenze; a dispetto di questo la solennità che da essa trapela ha qualcosa di adulto, la medesima inflessione che era solito usare il padre di Vadania quando riteneva una decisione doverosa, quasi che il senso dell’onore del genitore si fosse corrotto, mescolandosi all’orgoglio e percorrendo strade differenti, senza poter tuttavia scomparire.
“Voglio che sappiano tutti, devono aver paura al solo pensiero di ciò che potrebbe accadere loro se qualcosa dovesse colpire gli ultimi eredi degli Ember”

“Vuoi qualcosa di rumoroso…”
Gli occhi di Lugaid si assottigliano, lo sguardo perso in un punto fuori dallo spazio.
“…qualcosa che lo faccia urlare orribilmente…”
Lascia che la frase si spenga lentamente; all’improvviso, poi, torna a voltare lo sguardo verso Vadania, un sorriso obliquo sulle labbra.
“Si`, dovrei avere qualcosa di adatto.”
Sospira, poggiando una leggera carezza sul fianco dell’elfa.
Ormai, la decisione e` presa.

“Semplicemente qualcosa di manifesto. Di eclatante.”
E’ poco più di un sussurro, anima impalpabile di una volontà vacillante.
“Non lasciarmi… non lasciarmi in quest’attesa opprimente, dimmi cosa dovrò fare così che possa prepararmi.”
Chiude gli occhi, rovesciando il capo all’indietro dimentica di tutto ciò che la circonta: la cucina, l’ampio tavolo di legno scuro, il pavimento che preme contro le suole degli stivali, tutto scompare per un lungo istante.
“Dimmelo prima che cambi idea.”

Rapida, una mano corre al volto di Vadania, immobile su una guancia; è poi l’elfo a muoversi, sfiorando il lato opposto del viso dell’elfa con le labbra, in un casto bacio che è, nel suo lieve contatto, appena accennato.
Parla senza aver staccato le labbra dalle pelle di Vadania, cosicchè ogni suono da esse cesellato, come ogni parola sgorgata in un tenue mormorio, sia l’occasione per una nuova carezza, un volatile contatto.
“Dovrai fargli assumere il contenuto di una fiala. In un piatto, in una bevanda, non ha importanza. Quindi sarà fatto.”
Una lieve pausa, le labbra che stazionano a contatto con il volto dell’elfa.
“Vuoi che ci sia anche io?”
Una domanda rapida, apparentemente semplice, lasciata cadere quasi per caso; se solo sapesse quanto è importante questa risposta.

“No!”
Torna a guardarlo con la stessa rapidità con la quale sarebbe scattata davanti ad una minaccia.
“No” ripetere ancora, questa volta più lentamente “Non credo di poter arrivare in fondo se ti avrò davanti. Eppure saperti vicino mi darebbe… sicurezza, credo. Non lo so”
Scuote ripetutamente il capo, posando una mano sulla sua per allontanarla gentilmente dal proprio volto, rifuggendo ogni contatto com’è solita fare quando si sente confusa.
“Non lo so.”

Asseconda il gesto dell’elfa, lasciando ricadere al proprio fianco la mano, inerte. Si morde appena il labbro inferiore, riflettendo a fondo sul problema, lucidamente, come si trattasse di uno degli innumerevoli aspetti del suo lavoro.
In effetti, non è troppo lontano dal vero.
“Potrei rimanere nascosto, diciamo… nel tuo studio? Sapresti dove trovarmi e non sarei davanti a te.”
Una soluzione ragionevole, in fondo; certo, quanto più facile sarebbe fare di persona il lavoro.
Dannati principianti.

“No.”
Lo interrompe ancora prima che finisca di parlare.
“Io ho deciso ed io devo agire, da sola. Dammi la fiala.”
Quale strana sensazione quella di sostituirsi a dio decidendo della vita e della morte di altri, quale particolare sapore assume ora la vendetta… amaro come il veleno che sta per somministrare quando avrebbe invece desiderato veder scorrere fiumi di sangue, per appagare la sua sete, per macchiarvisi come atto di empia purificazione, come rito di passaggio che non le avrebbe consentito di tornare più indietro, mai più.

Senza aggiungere altro, la scosta, ricavando, gentilmente seppur fermamente, lo spazio per alzarsi; incamminarsi verso la porta e sparire, silenzioso, nel corridoio, sembrano parti di un rompicapo grottesco, disciolto in una realtà alterata, allucinata.
Quando l’elfo torna, regge in mano, con la familiarità di chi è avvezzo a maneggiare morte distillata in poche gocce, una piccola fiala.
“Non esiste antidoto.”
La informa asciutto, consegnandole il minuto oggetto.
“E’ l’equivalente di una coltellata al cuore. Solo più sottile, meno visibile ed enormemente più dolorosa…”
Esita qualche attimo; cosa potrebbe dirle, che non scateni una reazione piccata? Sospira, cercando di sciogliere la tensione.
“Stai attenta.”

Il sorriso tirato che gli rivolge è degno compagno del tremore che muove la sua mano quando si spinge in avanti, pallida come le magnolie del rosa più tenue, per prendere la fiala tanto bramata.
“Ci proverò.”
Si inumidisce le labbra come per cancellare il tentativo fallito di sdrammatizzare una situazione che le infonde un profondo senso di disagio.
“Lo sentirò gridare?”

Inspira a fondo. Principianti; uccidere per una questione personale va fatto nel modo più rapido possibile, scenograficamente, certo, ma senza mai perdere di vista lo scopo primario. Forse avrebbe fatto meglio a pensarci da solo, in fondo.
“Lo si sentirà da oltre il muro di cinta, probabilmente.”
Scrolla le spalle, con la noia di chi parla di un argomento che non presenti nessun pregio d’interesse ai suoi occhi.
“E’ doloroso.”
Ripete per l’ennesima volta quella parola. Dolore. Ma quanto può averne mai provato Vadania, nella sua breve vita, per capire ciò di cui sta parlando? Riesce ad essere consapevole di quanto devastante potrà essere quel veleno?
Scrolla le spalle, ancora una volta.

Ritrae la mano lasciadosi cadere a terra, seduta sui talloni ed il volto chinato. Il cuore le martella nel petto con tale forza da farle male ed una lieve sensazione di nausea pare non volerla più abbandonare. Sta veramente facendo ciò che sta facendo?
Il mondo è pieno di uomini e donne che tenteranno di tagliare la sua strada, può forse eliminarli tutti? Ed è giusto elevare qualcuno, per quanto meschino, ad esempio per tutti gli altri?
Il respiro sempre più rapido la costringe a concentrare tutte le sue energie nel tentativo di regolarizzarlo, lasciando che dalle sue labbra sfuggano parole che mai avrebbe pronunciato altrimenti.
“Cosa devo fare…?”

Si lascia cadere su una sedia, prendendosi il tempo di stiracchiarsi tranquillamente ed indolentemente, prima di rispondere.
“Lo chiedi ad un assassino?”
Si lascia sfuggire una risatina.
“Laciar fare il lavoro a me, è ovvio. Sono io il professionista. Tuttavia…”
Esala un sospiro di rassegnazione palesemente esagerato.
“…se proprio vuoi provvedere tu stessa, non dovrebbe essere difficile fargli ingerire il veleno.”
Una pausa, utilizzata per inumidirsi le labbra e guardare fuori dalla finestra, chiedendosi se non sia presto per avvertire i primi morsi della fame.
“Diversamente, puoi fare come tuo padre.”
Si morde il labbro inferiore, riportando lo sguardo su Vadania; ma perchè vuole una risposta da lui? Non è un sacerdote, è un professionista dell’omicidio, diamine!
“Sposati, elevati ad un rango per lui irraggiungibile e spendi la tua vita tenendolo d’occhio e guardandoti le spalle.”
Annuisce fra sè e sè, come se una voce interiore avesse operato una precisazione inappuntabile.
“Certo… magari un po’ meglio di tuo padre. Guardarti le spalle, intendo.”

*** 

Il giorno si sta spegnendo dietro l’orizzonte quando il contenuto della fiala viene fatto cadere silenziosamente nel calice d’oro, il preferito di Rjion, mischiato al pregiato vino rosso dei suoi stessi vigneti. Il colore del sangue sembra richiamare allegoricamente altro sangue, allargandosi al suolo quando la caraffa contenente il liquido prezioso viene accidentalmente infranta contro il pavimento di marmo.
Nessun altro potrà berne.
Questo è quanto Vadania desidera, e poco importano le parole velenose che le vengono rivolte per il suo comportamento maldestro: ben più venefiche si dimostreranno le sue azioni silenziose.

Un’ombra non ha cuore, nè mente.
Non ha pensieri, sentimenti, riflessioni, dubbi; non prova dolore. Questo, almeno, è quanto le ombre trovano comodo che si pensi di loro. Parola di ombra.
E poco più di un’ombra sembra Lugaid, nascosto tra altre ombre, sorelle ed amiche, quelle del bosco nella tenuta degli Ember.
Avrà avuto il coraggio di farlo? La stretta sul pugnale della mano pallida dell’elfo si chiude per un solo attimo, al pensiero. Silente, in attesa, si concede solo qualche sorso d’acqua da una borraccia; la notte, ancora giovane, verrà violentata da urla disumane?
Sospira, un’ennesima volta.
La sua finestra. Potrebbe raggiungerla in fretta, e…
L’elfo rabbrividisce, involontariamente, al sentire il primo urlo strozzato che fende il silenzio della notte lasciando dietro di sè, mirabile a dirsi, un silenzio fatto non dei naturali rumori della natura assopita, ma di una totale assenza di suono, quasi che persino le piante stiano trattenendo il respiro per l’orrore di quanto si sta consumando.
Un secondo urlo.
Il veleno sta ormai bruciando i nervi dell’elfo, consumandoli come un nero fuoco avido di vita. Quante altre volte Lugaid ha utilizzato quella sostanza? Poche, senza dubbio. Una morte tanto dolorosa si paga come un’extra sulla tariffa, in effetti. Tuttavia…
Ancora, le stelle, di una brillantenzza gelida, non possono non aver sentito questo.
E’ deciso, ormai; forse dovrebbe tornare a casa? O, magari, raggiungere Vadania? E’ saggio? E’ prudente? Non sarebbe rischioso arrampicarsi, fino alla sua finestra? E per cosa? Per vederla un solo attimo? Lugaid non può fare a meno di darsi dello stupido.
Ancora, si attribuisce rabbiosamente dell’imbecille, mentre si guarda attorno con circospezione ed è solo quando esce allo scoperto, dirigendosi di soppiatto verso la casa, che prorompe in una fiumana di insulti silenziosi all’indirizzo di sè stesso.

L’angolo dello studio da pittura è buio e vuoto, l’ideale per nascondersi lontano da tutto e da tutti. Seduta a terra, il capo cascosto tra le ginocchia, Vadania comprime le mani sulle orecchie nel vano tentativo di isolarsi da quelle grida che la raggiungono come un’accusa.
Il tremore delle membra pare inarrestabile e gli occhi sono dilatati dall’orrore. Un drappo scuro la ricopre, macchiato qua e là del colore lasciato dalla tela sulla quale era adagiato fino a poco prima. Un fagotto di abiti e membra sottili che vorrebbe scomparire e riapparire il più distande possibile, in un’altra città, un’altra terra, un altro universo.
Quale opinione può avere di se stessa ora che indugia lontano da ciò che lei stessa ha realizzato? Dovrebbe recarsi nelle camere di lui, dove i migliori dottori staranno già cercando di salvare la vita dell’elfo o dovrebbe cercare di mettere in atto una seconda vendetta che è al contempo atto di pietà, ponendo fine alle sofferenze da lei stessa causate? Le possibilità si accavallano l’una all’altra nella sua mente, senza consentirle di portarne a termine alcuna, ed è incredibile, ai suoi occhi, quanto possa essere doloroso il sapere del dolore altrui.

Scivolare, come un ladro, rasente all’edificio; arrampicarsi, difficoltosamente, fino alla finestra della sua camera da letto, ringraziando le urla per aver distratto quasi tutti gli abitanti della casa.
Ed infine forzare quella maledetta serratura, così resistente -o forse sono le sue dita ad essersi fatte incapaci, goffe?
Il tempo di un sospiro e i piedi dell’elfo sono poggiati sul pavimento della stanza, gli occhi che febbrilmente cercano la presenza dell’elfa; rendersi conto che non è lì e varcare la soglia che porta allo studio è quasi un tutt’uno, così come è subitanea la fitta che lo coglie quando la scorge in quella condizione.
Perchè? Perchè ha permesso che accadesse?
Rapido e silenzioso, si avvicina di un paio di passi, inginocchiandosi poi di fronte all’elfa, per trovarsi alla sua stessa altezza.

Non si accorge della nuova presenza se non per la luce che si fa improvvisamente più cupa, schermata dal corpo di Lugaid ora così vicino.
Deglutisce a vuoto, senza dar cenno di muoversi o di voler dire alcunché.

Con una lentezza dettata dalla precisa volontà di non spaventare Vadania, oltre che dall’apparente incapacità di agire con una maggiore decisione, insinua una mano sotto il telo, arrivando a sfiorare quello che sembra, al tatto delicato delle dita, un piede dell’elfa. Centimetro dopo centimetro, risale lungo la gamba, le dita nella parodia delle zampe di quell’essere apparentemente senziente che è la mano, trascinando con sè il telo. E’ solo quando è arrivato al ginocchio che la mano si separa dall’elfa, continuando a scoprirla, sollevando la copertura di stoffa che si era data per difesa.
Un sorriso leggero, venato dall’amarezza di chi ha già visto molte e molte volte la sofferenza con la quale, ora, si trova a dover fare i conti Vadania, non si scompone eccessivamente per una sola parola, sussurrata e quasi soffiata, comprensibile più dal movimento delle labbra che per l’effettivo suono disciolto nell’aria.
“Ciao.”

Ciao? Ciao?? Ciao. L’ha salutata con un semplice ciao. D’altra parte quali parole possono essere più neutre? Ciò che sta udendo è il frutto del proprio odio, non certo della mano di colui che si trova davanti, chi può biasimare se non se stessa per quella sola pallida parola che le viene ora rivolta?
Schiude le labbra senza dire nulla, il busto che si raddrizza appena mentre le mani premono tanto forte sulle orecchie da sembrare prossime a volerle penetrare nella testa. Nella sua percezione la stanza ondeggia come una nave in piena tempesta, rendendo difficile mettere perfettamente a fuoco persino i contorni del volto dell’elfo.
Più che impaurita sembra completamente smarrita, priva della volontà di muovere finanche un solo muscolo.

Si sporge di un poco in avanti, andando a sfiorarle fugacemente la fronte con le labbra, mentre un dito solitario disegna il profilo del suo volto con uno sfioramento appena accennato.
Un attimo dopo, si è di nuovo ritratto, intento nella rapida valutazione del rischio; dandosi per l’ennesima volta dell’idiota, si siede vicino a Vadania, in modo da esserle a contatto. Torna a calare il telo, in modo da coprire entrambi, e rimane in silenzio, dedicandosi solo ad ascoltare il respiro dell’elfa, il rumore da lui stesso provocato contro la stoffa, il sospiro del vento contro le finestre; le urla vengono ignorate dalla forza dell’abitudine, rimpicciolite e nascoste in un angolo della sua mente.
In silenzio, siede accanto all’elfa, resistendo alla tentazione di cingerle le spalle con un braccio, apparentemente inerte, in verità del tutto concentrato sulla sua interlocutrice silenziosa, pronto a cogliere un qualunque segnale. Quanto forte potrà essere?

“non avrebbe avuto scrupoli, non ne avrebbe avuti, non ne avrebbe avuti, non ne avrebbe avuti, no, non ne avrebbe, non ne avrebbe avuti…”
La bassa cantilena si esprime in un sussurro quasi inudibile ed in parte coperto dalle grida laceranti che sembrano superare ogni barriera.
La presenza di Lugaid scatena sentimenti contrastanti: una parte di lei vorrebbe piegarsi verso l’assassino e perdersi tra le sue braccia nella vana speranza che, almeno lì, la sofferenza non possa più raggiungerla, la parte restante è invece mossa dal desiderio di scappare il più distante possibile perché nessuno possa vederla così com’è ora.
“…Ed io… sono come lui. Come lui? Come lui, come lui, come lui”
La voce che cresce ad ogni parola.

“La verità è che siamo tutti uguali.”
Un sussurro, apparentemente sottile e fragile al confronto con il crescendo dell’elfa. Superate di getto le ultime remore, cinge con un braccio Vadania, attirandola a sè.
“Tutti uguali. Tutti innocenti e tutti colpevoli.”
L’altra mano va ad immergersi tra i suoi capelli, fino a rimanerne intrappolata; come trasmetterle la sua serenità? L’accettazione dell’omicidio, la sostanziale indifferenza di fronte alla vita che agonizza e si spegne?
Non può, se ne rende conto alla perfezione. Lei è diversa. Lei odia, ma ha scrupoli. Un sospiro ed una smorfia dolorosa che non riesce a trattenere -smorfia che, per fortuna, non verrà scorta da occhio alcuno- anticipano di un attimo la logica conclusione: è venuta al contatto con il suo mondo e ne è stata bruciata. Non lo accetterà mai; non dopo aver provato di persona, in una versione edulcorata, cosa significa essere Jacobius il copista, Huine l’ombra dei vicoli, Alaiquil il vento che taglia. Lugaid, l’assassino.
Chiude gli occhi, per scacciare simili pensieri, concentrandosi solo su Vadania; d’altronde, per quale altro motivo sarebbe salito fin lassù?

Si sottrae ancora prima che la guancia tocchi il petto di lui, annaspando rabbiosamente al di sotto del telo prima di riuscire a liberarsene ed a scagliarlo lontano.
“Tutti uguali?”
Non si preoccupa di essere udita, forse per il bisogno di sfogarsi o forse per semplice incurio, ma mentre torna in posizione eretta le sue parole sgorgano in un grido che pare non voler risparmiare fiato ai suoi polmoni.
“Chi, chi può decidere chi è innocente e chi è colpevole?”
Volge lo sguardo verso il cavalletto un istante prima di spingerlo a terra: “come puoi dire che sono innocente?”
e’ la volta dei pennelli, e dei colori, scagliati ovunque senza il minimo riguardo con il solo desiderio di generare caos e fare rumore, accompagnando grida cariche di tanta disperazione da poter rivaleggiare con quelle provenienti dal piano sottostante.
“E’ la mia mano, la mia volontà, è la mia colpa, l’ho voluta, l’ho cercata, l’ho accarezzata ed ora la ascolto come musica che si insinua in ogni fessura con il solo scopo di raggiungere le mie orecchie per cantare la mia vittoria. Ho vinto Lugaid, senti? Era quello che volevo, ho vinto! Ne ho decretato la morte e quanto è ancora più crudele il desiderare che tutto termini il più in fretta possibile, il volerlo privare dei suoi ultimi strazianti istanti di vita è misericordioso o semplicemente insensibie? E’ il fastidio che mi muove o la pietà?”

Ha cura di lasciare che un nuovo urlo, carico di devastante sofferenza, separi le loro parole; parla poi, non prima di aver riservato un’occhiata -un sopracciglio inarcato- ai colori per terra, con calma, in un tono neutro e sommesso, in voluta contrapposizione al gridare dell’elfa.
“Azzarderei il fastidio.”
Ancora un lamento ferale di sofferenza, strozzato da un singulto.
“Decisamente non si riesce a dormire, in questa casa.”
Si stiracchia indolentemente; interrompendo a metà il gesto e tornando, di scatto, in posizione seduta, ma composta, rapido come potrebbe esserlo lo schiocco di una frusta.
Parimenti ad uno scudiscio sono le sue parole, sommesse eppure dure, senza traccia di pietà, compassione o commiserazione, asciutte e rapide, lame non ancora bagnate di sangue e, per questo, crudelmente fameliche.
“Nessuno può deciderlo perchè non ha senso farlo. Sì, l’hai ucciso tu. Tua è la mano che ha generato queste urla. E, novità, l’autocommiserazione non è inclusa nel prezzo. Dovresti invece pensare a quanto ti piacesse attribuirti pose da adulta, pienamente responsabile… guardati, guardati ora che è terminato il gioco. Benvenuta nella realtà.”
Si alza di scatto; una sottile miscela di rimorso, disgusto, fastidio e noia sta minando il suo equilibrio più di quanto non sia consigliabile.
Torna ad aggiungere una singola parola in un tono che è nuovamente neutro, senza inflessioni, quasi dimesso.
“Vado.”
Qualche attimo di esitazione e poi i passi, che si muovono verso la soglia.

“Vengo con te”
Più una domanda che un’affermazione, quasi una supplica. Le grida acute che ancora lacerano l’aria sembrano mandarla completamente fuori di senno, penetrandole nelle orecchie con acuta disperazione ed impedendole di ragionare correttamente.
Lo raggiunge quasi fluttuando, il vestito chiaro macchiato di porpora in una parodia malriuscita del carminio del sangue. E’ già voltato di spalle quando le sue braccia lo cingono in una presa che pare più di lotta che un abbraccio: le mani si insinuano oltre la vita, piegando verso l’alto fino a posarsi sulle spalle di lui, il volto nascosto tra le scapole.

Respiro. Lento, forzato.
Lei… lei.
Meccanicamente, come se le mani non avessero peso -o, al contrario, ne avessero troppo- spinge le proprie dita a sfiorare quelle di lei, ad intrecciarsi lentamente, per un tempo che non riesce a definire con precisione.
“Noteranno la tua assenza…”
La voce, soffocata, della ragione supera i desideri dell’elfo, riversandosi da labbra ostili, che la riducono ad un sussurro. Noterebbero la sua assenza, sì; eppure, quanto poco gli importa, ora?

“Non posso restare qui, non posso ascoltare ancora. Portami via, portami subito via…”
Ha veramente riflettuto prima di pronunciare quelle parole? Vuole veramente allontanarsi con una persona capace di ascoltare quelle grida senza mostrare alcun sentimento?
Non ha importanza, non ora quando tutto ciò che conta è ritrovare un nuovo ed amabile silenzio.
La pace.

Veloci, andarsene seguendo la via percorsa dell’elfo, attraversando la finestra, calandosi giù fino a terra e poi sgattaiolando silenziosamente fino al muro? Oppure travestirsi ed uscire dalla porta principale ostentando la propria presenza e lasciando che le congetture altrui riempiano il vuoto di motivi dichiarati?
O, ancora, compiere la scelta più saggia e lasciare Vadania in quella stanza, magari facendo cessare, di persona, le grida? Forse una freccia ben mirata attraverso una finestra… bah!
Lugaid non si volta, del tutto privo della volontà di interrompere quel bizzarro contatto, scegliendo di parlare rapidamente, a bassa voce. Vadania se la sente di scendere lungo il muro? Ha la freddezza necessaria per recitare la parte dell’incolpevole esasperata? Pensa di riuscire ad essere furtiva quanto basta per non farsi scoprire?
Vuole davvero andare via con lui?

Un lungo lamento le sfugge dalle labbra quando le grida non danno cenno di placarsi, continuando la loro macabra danza.
Si stacca da lui con i nervi quasi a fior di pelle, la muscolatura tesa fino allo spasimo e le mani aperte come se quel suono le risultasse intollerabile a livello fisico ancor prima che mentale.
“Non posso sopportarlo ancora, impazzirò, sento che impazzirò″

Uno sguardo obliquo fuori della finestra, per azzardare un cancolo del tempo passato.
“Durerà ancora parecchio.”
Il commento è asciutto, impersonale, del tutto neutro. Come ogni sentenza che si rispetti, d’altro canto. Inspira, tentando di trovare parole che rendano giustizia ai suoi pensieri, senza travisarne il significato; nella consapevolezza di stare miseramente fallendo, parla scandendo lentamente ogni parola.
“Cosa ti disturba tanto? L’aver causato sofferenza ad un altro? L’esserti scoperta… un mostro?”
Quello che lui è da, ormai, anni ed anni; e lei se ne renderà conto, prima o poi.
“L’aver estirpato una vita? Il non aver valutata con sufficiente attenzione l’atto, prima di compierlo? O, forse, è solo paura? Ti trovi sul ciglio del baratro della possibilità e lo temi? Ti disgusta ciò che potresti diventare? O ti terrorizza l’avere in mano la possibilità di essere quel che vuoi?”

“Non lo so, non lo so!! Non lo so!!! Quante domande tutte insieme quando non riesco neppure a mettere in fila un solo pensiero coerente”
Si muove per la stanza come se volesse fare qulacosa, qualsiasi cosa, tornando sui suoi passi l’instante successivo, incapace di compiere movimenti diversi dall’affondare le dita tra i folti capelli, stringendo e tirandoli quasi fino a strapparli.

Ora basta.
E’ un movimento unico, fluido, nato per uccidere con eleganza, per troncare rapidamente il respiro e, con esso, la vita. Uno scatto armonico, la contrazione coordinata di ogni muscolo del corpo dell’elfo, in un’armonia che è frutto, sì, di naturale predisposizione, ma di predisposizione allenata fino allo sfinimento.
“Ora basta.”
Se la voce è sussurrata, il tono è duro, pesante come un macigno.
E’ davvero il momento di smetterla; ad infondere maggior vigore alla parola è la gestualità dell’elfo che, raggiunta Vadania, la intrappola tra le sue braccia, scuotendola.
Ora, ora potrebbe bastare. Passerebbe per persona dura, insensibile, una lama pensante, un rude Assassino. Che male ci sarebbe?
Perchè allora una mano si stacca, scivolando rapida e leggera verso il volto di lei? Perchè le sue labbra si avvicinano tanto da sentire la morbidezza ed il tepore di quelle di Vadania? Perchè sta facendo quello che sta facendo? E perchè ha un sapore così oscenamente irresistibile?
Quando si stacca, tuttavia, è dapprima capace di una sola parola.
“Domande.”
Quelle che la sua mente nutre, come serpi in seno pronte a divorarla; no, questo non è opportuno dirlo. Fortunatamente, altri pensieri si fanno strada tra i dubbi ed altri suoni si scavano la strada fino alle labbra.
“Sì, molte domande. Per cercare di farti capire, per aiutarti a comprendere, per darti l’aiuto che mi è possibile offrirti. Per smetterla di vederti così, come non avrei mai voluto vederti.”
Maledizione. La prossima volta, andrà ad ubriacarsi in taverna e racconterà a tutti la sua agenda di lavoro; di sicuro, sarà meno imbarazzante.

La sopresa si manifesta nell’evidente sgranarsi degli occhi, accompagnato da rapidi passi all’indietro mentre la mano destra sale alle labbra, sfiorandole appena.
Una nuova testimonianza d’agonia, più lunga ed acuta delle precedenti, le fa distogliere lo sguardo come diretta conseguenza dell’abbassarsi del capo e del corpo tutto. Scivola a terra prendendosi la testa tra le mani. Basta, basta, perché tutto sembra tormentarla così profondamente? Cosa vogliono tutti da lei, perché non possono lasciarla semplicemente in pace? Silenzio, silenzio, silenzio ed oblio, ecco ciò di cui ha sete.
Forse dovrebbe assumere a sua volte gocce di un pietoso veleno ed allontanarsi da una vita che non fa altro che spaventarla. E’ forse imputabile a lei il modo nel quale i suoi occhi la guardano? E’ lei la colpevole? L’ha forse istigato a guardarla come… - come ha detto? - Come non avrebbe voluto?

Sospira, il capo chinato e gli occhi chiusi, immobile nel flusso del tempo, lasciando che i secondi gli scivolino addosso senza scalfirlo. Avanza poi lentamente, un passo alla volta, inginocchiandosi di fronte a Vadania, in silenzio.
Lugaid. Da quanto tempo non pensava a sè stesso con questo nome? E Vadania. Eppure, non può fare altro che lasciare allo sguardo il compito che le sue mani agognano, sfiorando e carezzando con gli occhi, toccando con la sola pressione di lunghe occhiate indugianti sui lineamenti dell’elfa.
“Non ho alcuna medicina da darti.”
E’ stato lui a parlare? Mah, pare di sì; e, allora, tanto vale ascoltare quelle parole che gli sembrano estranee, bizzarre.
“Non sei un’assassina. Non lo sarai mai e non avresti dovuto diventarlo. Per questo avrei voluto pensarci io.”
Si alza con estrema lentezza, come se fosse molto più anziano della sua età, come se una stanchezza spossante lo stesse consumando; sì, è stanco.
“Passerà. Verrai a patti con quello che hai fatto, dimenticherai, ti indurirari… passerà, comunque.”
E Lugaid lo pensa davvero. E’ giovane, prima o poi riuscirà a convivere con quello che ha fatto. In fondo, nessuno mantiene la propria innocenza per sempre. Si gira sui tacchi, per non darle modo di vedere il labbro inferiore tormentato tra i denti; si incammina, parlando senza voltarsi, lasciando cadere una sola parola quasi con distrazione.
“Addio.”

“Noooo!”
Il palmo della mano batte contro il pavimento, imperioso ed in contrasto con il tono della sua voce, spezzata e vibrante.
“Non puoi andartene così, non adesso, noi… noi avevamo un accordo, non puoi scappare via come un codardo ora che i giochi sono quasi fatti, non… non puoi, perché ti ho dato la mia fiducia e non puoi restituirmela in frantumi, adesso. Ma è così, vero? Non ho risposte per te ed è più facile andarsene. Vai, allora, sparisci alla mia vista, non rimettere mai più piede in casa mia, fuggi come il ladro che non vorresti essere e non posare mai più il tuo sguardo su di me.”
Solo il tempo di riprendere fiato, la mano che torna a colpire la piatta superficie di legno.
“Fuori!”

“Piccola, sciocca, idiota.”
Ogni parola è sputata fuori, tagliente, brutale, sussurrata come solo l’ira può fare. Si volta di scatto, gli occhi ridotti a due fessure.
“Vedi quello che sono? Porto la morte, cammino tra la sofferenza senza curarmene, posso uccidere senza rimorso. Lo vedi?”
L’ultima domanda sarebbe urlata, se non fosse un sussurro rabbioso.
“E sono egoista. Se dessi ascolto ai miei desideri rimarrei qui, farei di tutto per tenerti avvinta a me e non ti lascerei più andare. Fiducia.”
Un leggero tono di disgusto si insinua tra le sue parole.
“Fiducia, sì. Lo vedi cosa posso farti? Ti è piaciuto un assaggio del mio mondo? Cosa pensi che ti accadrebbe, di questo passo?”
Allarga le mani, incapace di fare altro se non inspirare avidamente aria ed espellerla quasi completamente.
“Me ne vado per non distruggerti. Perchè non sarei capace di stare lontano da te.”
Si volta di nuovo, la stanchezza che abbassa la voce al tono precedente.
“Non credere che non mi costi.”

“E così ti arroghi il diritto di decidere per me…”
Si alza lentamente, vestendosi di una calma che è carica di rabbia e frustrazione.
“…credi di sapere tutto ed invece non sai niente. Chiami me ‘piccola, sciocca, idiota’ quando invece dovresti pronunciare quelle parole guardando il tuo stesso volto in uno spechio.”
Un passo dopo l’altro, le braccia lungo i fianchi terminanti in minute e pallide mani strette a pugno, gli si avvicina senza abbandonare il suo sguardo tagliente ma incapace di ferirla.
“Cosa diamine credi di sapere riguardo a ciò che voglio? Cosa ti induce a pensare di potermi indicare la strada migliore per me? Perché dovrei seguire ciò che tu hai deciso senza tener conto dei miei sentimenti e dei miei desideri? E’ la mia vita o è la tua?
Ed allora perché sei tu a decidere?”
Un passo, uno solamente e la vicinanza si fa pericolosa.
“Sparisci dalla mia vista, Lugaid, va’ ad annegare il tuo dolore in un boccale di vino speziato e medita su quanto tale scelta ti renda generoso, un uomo migliore, un uomo nuovo. Pensa all’egoismo che ti sei lasciato alle spalle con questo solo piccolo gesto. Ne avrai di che lodarti molte notti… non lasciare aspettare questi piacevoli pensieri, corri da loro.”
La rapidità di quanto segue sembra esaurire le ultime energie di quel corpo sottile ed apparentemente fragile, inducendolo ad una rapidità che non può essere frutto d’altro che dalla rabbia provata in quel momento. Lo spinge all’indietro allontanandosi lei stessa nella direzione opposta, il pugnale che compare tra le sue mani come il trucco di un illusionista.
“Ed ora fuori di qui.”

Il gesto più altruistico che abbia mai fatto. E gli viene rigettato in volto.
Adesso, la misura è colma.
Senza parlare, senza emettere alcun suono, sposta lo sguardo sul pugnale, per poi riportarlo sul volto di lei.
Un sorriso pallido sulle labbra ed un cenno, un solo cenno di una mano, un invito a farsi avanti, la mano armata e la volontà di uccidere.
Adesso, la misura è colma.
Vuole attaccarlo? Vuole ucciderlo? Si accomodi. Lui agirà come sempre: la disarmerà, la atterrerà, la bloccherà a terra e le chiederà di passare la vita con lui. Egoismo, sano egoismo: la vuole, la desidera, perchè dovrebbe rinunciare a lei? E se dovesse rifiutare, sdegnosamente per di più? Ci penserà allora.
Adesso, sì, adesso la misura è colma.

Ha senso attaccarlo ora? Potrebbe essere il gesto più stupido della sua breve vita, eppure la sicurezza che legge sul volto di lui è così fastidiosa da riuscire addirittura ad aumentare la rabbia che già le fa ribollire il sague.
Se potesse fidarsi ancora allora sì, lo attaccherebbe in una muta richiesta di aiuto, nel tentativo di non pensare a nulla se non ai movimenti da compiere ad a quelli da bloccare. Non avrebbe bisogno di riflettere sulla scelta da compiere perché questa sarebbe connaturata al suo stesso modo d’essere, ma ora no, ora tutto appare diverso, lontano, un enorme sbaglio del quale non ha ancora compreso i confini.
Non abbandona la posizione di guardia, rivolgendogli uno sguardo carico d’astio senza tuttavia muoversi oltre un lento ondeggiare da destra a sinistra e viceversa.

Nessun problema.
Lugaid non fa che cogliere il momento di stasi che precede l’invertirsi dell’ondeggiamento; normalmente, un’azione di questo tipo preluderebbe ad una morte rapida ed indolore.
E invece sarà un movimento preciso, che terminerà sul polso di Vadania, in una presa che, comprimendo i tendini, provocherà uno spasmo leggero, quel tanto che basta per farle scivolare l’arma di mano. E poi? E poi la chiudera e la stringerà a terra e già le parole stazionano sotto le sue labbra, pronte ad essere pronunciate: “Ti piacerebbe passare la vita con me?”
Forse. A ripensarci, sembrano stupide; deciderà sul momento.

This entry was posted on Martedì, Febbraio 13th, 2007 at 23:31 and is filed under giocate fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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