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L’apprendista e l’assassino - VI


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“Te lo ripeto un’altra volta, allontanati da qui”
Avvertimento che suona ridicolo alle sue stesse orecchie: se solo volesse Lugaid potrebbe sfilarle il pugnale e portarla a realizzare tramite la lama il desiderio nutrito poco prima.
Un movimento del capo ed allontana i capelli che le erano dispettosamente ricaduti sul volto, senza poter smettere di chiedersi perché l’elfo indugi prima di andarsene. La natura umana non fa dimostrarsi misteriosa: l’aveva implorato di restare e le aveva voltato le spalle ed ora, che gli stava indicando la porta, non dava cenno di volerla finalmente lasciare in pace.
Cosa diamine voleva da lei?
“Mi hai sentita?”

Si morde il labbro inferiore, pensoso. Attaccarla ora? Rispondere?
Rispondere e solo dopo attaccare, eventualmente. Sospira.
“No.”
Si sforza di non esitare, continuando a parlare.
“Ti ho offerto di andarmene in silenzio, per evitare di farti del male, ancora. Hai sputato sulla mia offerta. Adesso non ho intenzione di lasciarti.”
Assottiglia lo sguardo, pronto. Se dovesse attaccarlo, non vorrebbe certo farsi ferire per una banale distrazione.
“Non ho intenzione di lasciarti.”
Ripete scandendo le parole lentamente.
“Ho intenzione di infastidirti, assillarti, annoiarti, tormentarti. Corteggiarti. Fino a che non vorrai passare la vita con me.”
Si inumidisce le labbra, non ancora del tutto conscio di quanto ha detto. Ma l’ha detto, davvero?
Non è possibile; apre la bocca, per aggiungere qualcosa e la richiude, nell’impossibilità di trovare le parole: come spiegarle quello che prova? Torna a concentrarsi sul pugnale, per evitare di pensare ad altro.

“Cosa ti fa credere che vorrò farlo?”
Cattiva, impetuosa, insincera.
“Ti dai troppa importanza, Lugaid, decisamente troppa. Credi addirittura di essere la persona che mi ha fatto del male.
Stupido!
Hai rappresentato le mani che la mia volontà non possedevano e credi di aver aperto una porta che in verità era già spalancata. Non hai fatto nulla se non eseguire un incarico che io - io! - ti ho impartito. Ho scelto addirittura le modalità di questa morte ed ora tu vuoi prendertene la responsabilità.
No, oh no… non te lo permetto.
Vorrei, adesso, aver scelto una morte meno cruenta? Sì, ma non cambia alcunché.
Merito e colpa, errori e vittorie mi appartengono tutti.”
Rinsalda la stretta sull’elsa, muovendo un passo in direzione laterale fino a trovarsi spalle alla finestra.
“La mia parola ha un valore, Lugaid, e così le mie promesse… Non tutto è così semplice come immagini”

Il mutamento è repentino: la postura si raddrizza, le spalle rilassate e le mani lasciate libere di cadere lungo i fianchi. Lo sguardo è tornato quello consueto, privo di quella febbrile attenzione di un assassino pronto a scattare, di un guerriero pronto a combattere.
“Nulla. Se non vorrai farlo, dovrò convenire che avrai preso la decisione migliore, per te.”
Si guarda attorno, come non capisse esattamente in che luogo si trova. Un risolino amaro precede le sue parole.
“Non sono, diciamo, la scelta che giudicherei migliore, per te, se dovessi valutare imparzialmente la questione. Tutt’altro.”
Scrolla le spalle, cedendo alla tentazione di rivolgere uno sguardo verso la porta.
“E sì, mi prendo la responsabilità di averti consegnato il veleno e di averti assecondata. Non essere, ti prego, tanto arrogante da negarmi la possibilità di scegliere.
Anche se, naturalmente, merito, colpa, errori e vittorie sono tue, naturalmente.”
Tace per un attimo, riaprendo poi la bocca per rispondere. La richiude di scatto, concedendosi di scrollare la testa, il sorriso sulle labbra. Mormora quasi fra sè e sè.
“Semplice come immagino…”
Sospirando, si volta verso la porta, dando le spalle all’elfa; si incammina lentamente, il labbro inferiore, ancora, torturato tra i denti.

Lasciarlo andar via, immobile nel luogo dove si trovava, era stata una delle azioni più difficili mai compiute. L’aveva pregato di restare così a lungo, e con tale enfasi, che non aveva potuto trattenersi dallo scagliarsi contro di lui quando tutto era esploso come una bolla di sapone.
Raccogliere pochi abiti ed oggetti e calarsi giù dalla finestra, invece, era stato facile. Più di quanto si aspettasse, meno di quanto non lo sia, ora, il risveglio dopo una notte trascorsa all’agghiaccio.
Allunga le braccia verso l’alto, stirando i muscoli indolenziti ed ignorando i primi morsi della fame. Non ha riposato a lungo e neppure bene: camminare fino alla città aveva impegnato buona parte delle ore notturne, e cercare un luogo sicuro dove riposare per il poco tempo che le restava aveva rubato più tempo del previsto. Anche quando si era sdraiata nella rientranza di un vicolo, tuttavia, non era riuscita a chiudere occhio se non quando il sole stava già pensando di sorgere.
Le sue parole…
Come poteva averle pronunciate per davvero?
E come doveva interpretarle? Poco importava, doveva semplicemente cancellarle e fingere di non averle mai udite. Aveva stretto un patto con Honderyll ed anche se ora non era più suo interesse rispettarlo non avrebbe potuto mancare alla sua parte dell’accordo. Sarebbe andata fino in fondo, anche se questo non l’avrebbe di certo portata alla felicità.
Sospira lasciando che il capo si appoggi al muro retrostante, osservando i passanti con occhi che sembrano del tutto inespressivi, persi in uno spazio distante dal qui ed ora.

Casa.
Lugaid non può che sospirare, seduto al tavolo della cucina, la testa presa fra le mani.
Casa.
Certo, il non aver chiuso occhio potrebbe inficiare non poco la sua capacità di giudizio, nè è consapevole, tuttavia non gli sembra possibile altra soluzione.
Era giunto, maledizione, per uccidere, per cogliere il sapore dolce della vendetta. Come aveva potuto ridursi così? Quanto aveva riflettuto prima di intraprendere quella decisione? Quanti dubbi superati, quanto il suo equilibrio ne aveva risentito?
Certo, il suo aspetto gli aveva guadagnato una resa piuttosto facile di Telivia, quando le aveva comunicato la sua decisione; partire, sì. Andarsene, lontano da quella città, lontano da un passato che ancora non era pronto ad affrontare, lontano da lei, che tutte le sue difese aveva superato e che aveva vaporizzato una stabilità raggiunta in anni lunghi e faticosi.
Un Professionista come lui è sempre richiesto, non può fare a meno di considerare; quanta difficoltà potrà mai avere nel rifarsi una vita? I soldi non gli mancheranno, no.
Maledizione. Perchè se le sedie si trovano sempre a portata di piede? E perchè preparare tutto per il viaggio è così difficile?
Eppure, quanto altro tempo può aspettare?
Quanto può attendere, prima di cambiare idea?

Alzarsi e camminare per le strade senza una meta la fa sentire una sciocca.
Non è abituata a ciondolare da una parte all’altra: ha sempre avuto uno scopo, un obiettivo, una meta da raggiugnere. Ed ora? Niente.
Forse qualcuno la starà già cercando, forse sua sorella si sarà accorta già da ore della scomparsa ed avrà mobilitato l’intera città per cercarla. Si stringe nelle spalle, apatica, sollevando il cappuccio del mantello per nascondere l’inconfondibile capigliatura. Che la cerchino pure, non la troveranno se non lo vorrà.
Passa accanto alla taverna dov’è iniziato tutto, concedendosi una pausa per osservarne l’esterno prima di varcarne la soglia con esasperata lentezza. Sceglie un tavolo accanto alla finestra socchiusa, riparandosi dallo spiffero grazie al tessuto pesante che la ricopre. Solo il tempo di un’abbondante colazione e tornerà in strada. Non ci vorrà molto.

Tutto pronto, o quasi. Entro un paio di giorni, sarà pronto ad andarsene.
Eppure, Lugaid non si sente affatto meglio. E’ fame, quella che sente? Oppure è solo incomprensibile sofferenza? Dovrebbe uccidere qualcuno per farsela passare, di solito funziona.
Senza neanche avere il tempo di accorgersene, è uscito per strada; una coppa di vino speziato, ha detto. Sospira, lasciando che i piedi lo guidino senza meta. Mai nessuno che cerchi rissa, quando serve.
Un sospiro, e sta varcando la soglia di una taverna, senza neanche pensare al perchè lo stia facendo. Vuole davvero annegarsi nel vino?

Quando la figura di Lugaid compare nel quadro della porta le occorre una forza di volontà che non pensava di avere, terminando a fatica il gesto che porta alla sua bocca il pezzo di pane poco prima strappato.
Si cala ulteriormente il cappuccio sul volto sperando di non tradirsi per un’inezia, un piccolo dettaglio senza importanza. Lo sguardo vaga verso la finestra, chiedendosi quanto potrebbe essere veloce nello scavalcarla per poter scappar via, raggiungendo poi la porta dopo aver percorso la sala in un arco immaginario: forse le converrebbe attendere che lui si distragga ed avviarsi come se nulla fosse verso l’uscita. Forse…

Fame, sì, sembra di sì.
Il vino, tuttavia, non gli sembra una buona idea; solitamente slega i pensieri e porta a farsi ancor più male, tutto da soli.
La decisione, presa relativamente in fretta, porta Lugaid a lasciarsi cadere su una delle sedie che circondano un tavolo in prossimità della finestra. Quanti avventori ci sono? Quanti di loro hanno un atteggiamento sospetto? Quali via di fuga? Quali oggetti sono utilizzabili come armi? Una vita di addestramento andata in fumo, considera amaramente quando si avvede di non avere una sola risposta a queste domande.
Sospirando, si passa entrambe le mani sul volto, sfregando nel tentativo di cacciare via la stanchezza e di ritrovare la lucidità; forse avrebbe fatto meglio a non uscire di casa, forse non avrebbe dovuto…
Una voce che lo fa sobbalzare, l’oste che lo sguarda stranito, forse chiedendosi quale strano cliente gli sia mai capitato e se abbia i soldi per pagarlo; di bene in meglio.
Ordinare qualcosa da mangiare non gli occupa troppo tempo, nè alcun interesse. Dovrà sostenersi, il viaggio sarà lungo.
Sospira, un’ennesima volta, le palpebre abbassate e le mani che corrono a massaggiare gli occhi; non partirà mai troppo in fretta.

Sposta la sedia all’indietro perché le sia facile alzarsi in caso di bisogno ed il cibo raggiunge la sua bocca, insapore, come se i movimenti proseguissero a dispetto della vacuità dei pensieri.
Lo osserva insistentemente, avendo cura di spostare il capo perché l’immobilità non la tradisca; nonostante la differente inclinazione del cappuccio il suo sguardo non cambia tuttavia direzione se non quando, non senza un certo chiasso, un piccolo gruppo di uomini fa il suo ingresso parlando degli eventi svoltisi la sera precedente nella bella villa degli Ember. Ora che anche la piccola è scomparsa, commentano tra una risata ed una battuta volgare, non resterà che aspettare: chi altri se non l’assassino si farà avanti per cibarsi al macabro banchetto?
Deglutisce a vuoto, prendendo un sorso di vino con mano che trema lievemente, lo sguardo che si sposta dalle tre corpulente figure, commercianti si direbbe dagli abiti, al volto di Lugaid, le orecchie che non smettono di tendersi verso le voci grasse e indifferenti.

Buffo come una vita spesa ad addestrarsi torni utile quando meno ce lo si aspetta.
Senza che sia passato un solo battito di ciglia, Lugaid ha registrato parecchie informazioni; innanzitutto, il nobile tutore è morto. Novità da poco, in effetti.
In secondo luogo, Vadania è sparita.
Infine, l’accento dei mercanti pare del posto. Ed è proprio quest’ultima informazione che, nell’immediato, gli torna più utile, consentendogli di mascherare la voce dandole un accento delle marche meridionali poco marcato, come di qualcuno che, per professione, cerchi di liberarsene. Un collega errante, insomma.
I toni, poi sono quelli divertiti ed incuriositi di una persona troppo presa dal lavoro per non accogliere un’occasione di pettegolezzo con alcuni colleghi; l’angoscia che gli ha stretto il respiro e che gli ha reso ciechi gli occhi non traspare da alcuna parola, mentre si rivolge loro, senza vederli davvero, offrendo loro vino in cambio di notizie.
Che diamine è successo?

I tre sembrano cordiali e decisamente poco sospettosi. Probabilmente stanno pensando a come far fruttare la conoscenza con un elfo proveniente da luoghi così distanti. Potrebbe essere un buon aggancio per allargare i propri affari, con ampi margini di guadagno per ambo le parti, s’intende.
Sorseggiando grandi calici di vino e boccali di birra non si lasciano pregare e raccontano al nuovo venuto le voci diffusesi in mattinata, senza poter aggiugnere altro a quanto loro stessi hanno udito lungo la strada che dal mercato li ha condotti fino alla taverna.
Elender e Honderyll de Vanquillosse stanno setacciando la città da cima a fondo con i loro soldati e gli armigeri di casa Ember, ed anche la guardia cittadina sembra dedicarsi al solo scopo del ritrovamento della ragazza. Probabilmente sarà stata rapita dall’assassino di quel brav’uomo del suo tutore… pare abbia sofferto enormemente, poveretto. Sarà difficile ritrovarla.
Pare che abbiano portato in caserma un certo pittore per poterlo interrogare, la piccola alloggiava da lui quand’era in città, ma sono certi che non ne caveranno un ragno dal buco: magari non è morta ma solo fuggita con un garzone di stalla, chi può saperlo? A quell’età… era sempre stata un po’ troppo vivace.

Lo sforzo che deve compiere per non afflosciarsi sulla sedia non è dei più leggeri; quello che gli richiede il continuare a sorridere, nonostante tutto, lo scava profondamente, assestandogli un dolore difficilmente descrivibile.
Ad ogni modo, bandisce l’indugio dai suoi comportamenti, trattenendosi quanto è conveniente farlo per non destare alcun sospetto, per poi eclissarsi rapidamente, dopo aver pagato generosamente. Quante ore può aver avuto di vantaggio? Si sarà fermata a risposare? Quante tracce può aver lasciato? Che cosa può esserle successo?
Se non tradisse la sua copertura, si lascerebbe andare ad una bestemmia ringhiata tra i denti, probabilmente; invece si ferma poco dopo essere uscito dalla taverna, appoggiato ad un muro.
Ora è venuto il momento di far funzionare il cervello e di fare qualche conto. Prima di ogni altra cosa, è necessario pensare.

Il sospiro che ne schiude le labbra è lento e profondo, compagno dell’incertezza che sembra immobilizzarla per più di qualche istante. Dove può nascondersi, per non essere trovata? Il maestro pittore potrà dire ben poco, non si era mai interessato ai suoi spostamenti ed è dunque improbabile che possa rivelare informazioni preziose. Tuttavia, si trova a riflettere mentre scivola via dalla sedia, una moneta posata sul tavolo e lunghi passi mossi in direzione della porta, tuttavia un piccolo ritratto potrebbe essere mostrato alla gente comune, ed allora qualcuno potrebbe riconoscerla per davvero. Telivia. Sarebbe stata pericolosa, avrebbe potuto rivelare di averla vista nella casa del copista e nel giro di un istante Lugaid si sarebbe trovato la casa invasa dalle guardie… Non vi era nulla di compromettente, in quella piccola abitazione, le aveva detto, ma poteva credergli davvero? Honderyll si dimostrava decisamente poco tollerante quando si trattava di lei, e Lugaid non aveva dato prova di possedere un carattere migliore.
Ma perché non potevano lasciarla in pace neppure quand’era lontana? Dannazione!
La porta si richiude alle sue spalle con un suono secco, capace di coprire lo scricchiolare dei primi passi compiuto sullo scomodo selciato.
Quale direzione avrà preso Lugaid?
Imbocca un vicolo, uno qualsiasi, cercando di non attirare l’attenzione e svoltando in stradine sempre più piccole e tortuose diretta verso la via dei copisti.

Sì.
Nel momento in cui il pensiero torna ad essere focalizzato, lucido e determinato, anche le gambe di Lugaid tornano a muoversi precise, elastiche, ad ampie falcate dirette verso casa.
Circa 8 ore di ritardo; un’enormità. Tuttavia, l’elfo non può che definirsi in vantaggio, in possesso di alcune informazioni fondamentali sconosciute agli altri inseguitori.
Lui sa muoversi nei bassifondi e Vadania non passerebbe inosservata in un gineceo colmo delle più stupende figlie della razza elfica.
Lui sa che Vadania non è stata rapita dall’assassino; in effetti, è un’informazione quasi ovvia dato che si trova ad essere proprio quell’assassino.
Lui sa che era sconvolta e che, quindi, potrebbe aver preso una qualunque direzione.
Lui non sa dove si trovi in quel momento; il che, in effetti, è un problema non da poco.
Lasciando fare ai piedi, la mente di Lugaid elabora elenchi di cose da spostare, di persone da pagare, di equipaggiamento da recuperare e di domande da fare per ritrovare al più presto Vadania.
La sua Vadania.
Al pensiero, scacciato comunque in tutta fretta dalla mente, i passi si fanno ancora più rapidi, nel bisogno di coprire rapidamente la distanza che lo separa dalla propria casa.

Si apposta all’imbocco di una stradina laterale, sedendosi e restando immobile quanto più possibile, nell’ombra, osservando l’ingresso della casa del copista per accertarsi che nulla di inopportuno si stia verificando.
Il tempo scorre lento, lasciando che la noia diventi una compagna fedele, allontanata solo quando, di tanto in tanto, qualcuno si trova a passare per il vicolo imponendole di voltare il capo e mettere mano al pugnale per prudenza.

Armi.
Qualche documento, oggetti di chiara utilità quotidiana (veleni, droghe, antidoti), denaro, corde.
Rapido, più rapido; i suoi informatori potrebbero già essere stati raggiunti e resi inutilizzabili dalla sua diletta famiglia.
Fiondarsi fuori dalla porta e richiudersela alle spalle è un tutt’uno; sarà salva? Deve esserlo.

Verderlo uscire e seguirlo sono un unico gesto, dettato dall’istinto più che da qualsiasi pensiero.
Stupida, si rimprovera, se ne accorgerà, scoprirà di essere pedinato e la tua fuga terminerà ancora prima di iniziare. Volevi stare da sola, no? Ed allora perché non vai a cercarti un angolino tranquillo e non chiudi gli occhi? Potresti persino entrare in casa sua e restare lì, non tornerà fino a sera, probabilmente… Già, ma se qualcuno mi scoprisse? Lugaid si troverebbe in guai troppo seri persino per lui. No, non è una buona soluzione.
Metro dopo metro si tiene in disparte, rischiando di perderlo di vista per più di una volta quando tratti troppo ampi di strada giungono a dividerli.
Cosa si muove in quella testa dai lunghi capelli neri? Non può amarla per davvero, non deve…

Bene, il primo informatore della lista non è stato toccato. Ancora.
Lugaid si ferma di botto davanti alla porta in legno, pericolante, di una stamberga mal ridotta. Atteggia il volto ad un sorriso cortese e si schiarisce la voce, prima di annunciarsi in tono umile e, si direbbe quasi, servile.
Un attimo dopo, con un calcio, ha spalancato la porta.
Qualche urlo soffocato ed un gran trambusto; null’altro esce da quelle pareti per parecchio tempo.
“Non puoi non sapere dov’è. E la mia pazienza ha un limite. Molto basso, incidentalmente.”
La voce di Lugaid fende il sottofondo rumoroso come una lama di luce potrebbe squarciare le tenebre. Crudele, fredda, ad un volume troppo contenuto per non stillare promesse di sofferenza e dolore, trova risposta in un pigolio di lamenti e preghiere troppo confuso per poter essere inteso.
Il Lugaid che esce ad ampi passi dal cumulo di assi che passa per una costruzione ha un’espressione più cupa di quanto non si sarebbe creduto possibile, rannuvolata; eppure, ora si sente meglio.
Sfogarsi, di tanto in tanto, fa bene; ci rifletterà su, non appena l’avrà trovata.

Si stringe nel mantello, mettendo a tacere la paura che le provoca l’immaginare cosa sia accaduto tra quelle mura. I vicoli si fanno sempre più stretti e bui mano a mano che i passi dell’elfo la conducono in luoghi nei quali non ha mai messo piede. Se dovesse perderlo di vista, adesso, non giurerebbe di poterne uscire viva… ma ha sempre il suo pugnale, giusto? Le basta affidarsi ad esso, sentire il freddo dell’acciaio sotto le dita, per sentirsi subito meglio.

Secondo informatore fuggito. Terzo già scoperto.
Maledizione.
Lugaid non può che fermarsi, le spalle appogiate ad un muro, lasciandosi scivolare verso il basso, seduto sui talloni. Se la testa china ed il respiro lento potrebbero far pensare ad un momento di stasi, in realtà la mente dell’elfo non è mai stata così attiva.
Quante persone gli rimangono con cui parlare? Due, forse tre, nella migliore delle ipotesi. Questo significa che, con tutta probabilità, Vadania è salva. E questo è un bene?
Sì, certo, significa che non le è accaduto nulla.
No, non può sgozzare chi avesse osato toccarla e non ha una traccia concreta per arrivare a lei. A ben pensarci, non è sicuro neanche che sia in città… avrebbe potuto prendere una qualsiasi altra direzione. Potrebbe dirigersi verso casa sua e cercare delle tracce, ma verrebbe probabilmente scoperto.
Dannazione.
Altre due persone, forse tre; il capo di Lugaid torna a sollevarsi in un ampio sospiro. In fretta, per trovarla. Com’è possibile che nessuno l’abbia vista?
Come può, lei, passare inosservata?

Vederlo così l’ha quasi spita ad uscire allo scoperto, mettendo fine a questa farsa dall’agro sapore. Restare sola, guardare senza essere osservata e, al contempo, decidere cosa fare quando avranno finalmente smesso di cercarla.
Non sa ancora se tornerà a casa o se cercherà qualcun altro disposto ad insegnarle, sa che deve prestare fede al patto che ha stretto, sempre che la situazione non cambi così radicalmente da consentirle di annullarlo, e sa che la vita da ricca signora non è quella che ha scelto, sa che ha bisogno di porre un freno al meccanismo che ha messo in moto ma non sa come. E’ come nel gioco del domino: disponi le tessere una accanto all’altra lasciandole immobili, ma basta che una sola venga sfiorata, è sufficiente che una sola di esse cada perché anche le altre precipitino di conseguenza in una catena senza fine.

Si rialza, faticosamente, spolverandosi sommariamente la veste. Un sospiro, uno sguardo al cielo, una stretta fessura tra le costruzioni, e si rimette in cammino, scortato da un umore sempre più cupo.
La prima, o la seconda, nell’ordine in cui Lugaid aveva intenzione di interpellarle, delle persone rimastegli, tuttavia, sembra correre direttamente nelle fauci del lupo.
Non ancora. Non ancora. Qualche attimo… ora.
Nel momento in cui gli passa di fianco, di corsa, Lugaid scatta come potrebbe fare una belva inferocita; una mano aperta, al collo, per comprimere la trachea, l’altra a mano aperta, tesa come una lancia, che affonda dolorsamente nel fianco.
Basta poco ed il pallido ometto, insipido, viene scaraventato brutalmente contro il muro e lì inchiodato.
“Actalion. Salve. Che tu sappia, come guardano i tuoi figli alla possibilità di divenire orfani?”
Un assassino potrebbe uscire di casa senz’armi, ma mai senza frasi ad effetto; fanno una buona metà del lavoro, anche se non si direbbe.

Rumore di zoccoli che picchiano sul selciato, all’andatura più rapida che le strette stradine consentono, il nitrire di un cavallo e redini che vengono tirate.
Un isolato più distante, lo stesso dal quale era poco prima comparso Actalion, Honderyll si ferma, seguito da pochi soldati, socchiudendo gli occhi alla vista della mano dell’elfo sollevata a cingere la gola della sua preda.
“Fermatevi entrambi, in nome della legge”
Il tono è quello deciso di chi è abituato al comando, così facilmente utilizzato da consentirgli di scendere al contempo dal baio nero come la notte.
Sguainare la spada ed iniziare ad avvicinarsi non sono che una diretta conseguenza.

Questa volta, la bestemmia giunge puntuale, rabbiosa e sibilata; sei, sette… troppi. Certo, la scarsa dimensione del vicolo potrebbe aiutare.
“Se sai qualcosa, curati di non dirla. O potresti trovarti senza famiglia.”
Sussurra in tono dolce, lasciando la presa; è solo lo sguardo a tradire i suoi istinti, volando, rapido come una freccia, a trafiggere Honderyll con un odio che, se potesse, ucciderebbe.
Ora, tuttavia, non ha tempo per gli affari di famiglia; deve trovarla, in fretta. Può perdere tempo tentando di seminarli tra i vicoli?
Maledizione.
Ma perchè, quel giorno, non è rimasto a letto? Questo il pensiero che sorge spontaneo, mentre inizia ad arretrare, cercando di valutare la soluzione capace di fargli perdere meno tempo possibile.

“Non un altro passo!”
Gli intima, avvicinandosi rapidamente, la spada puntata, subito seguito dalle guardie che lo accompagnano.
“Chi non ha nulla da nascondere non fugge. Dimmi il tuo nome e metti le mani bene in vista”
Lo sguardo che gli viene rivolto è d’intensità pari al suo e le somiglianze tra i due non sembrano volersi fermare a questo.
Uno davanti all’altro, si fronteggiano, mente e corpo, per raggiungere il medesimo fine.

Stupido idiota.
“Chi intima, solitamente, deve qualificarsi. Il vostro nome, la vostra famiglia ed il titolo che vi attribuisce l’autorità per ordinarmi di fare una qualsiasi cosa?”
Potrebbe ancora fuggire, ne è ben conscio. Eppure… la tentazione di gettarsi contro di lui e di farsi uccidere lo morde per un attimo. No, no. Deve trovarla, innanzitutto.
Sospira, ancora una volta; quanto tempo sta perdendo? Quanto?

“Honderyll Vanquilosse Loine di Lymes, primo figlio di lord Elender di Vanquillosse di Lymes, membro dell’alto consiglio e protettore di queste terre. Ed ora solleva le mani fino al capo e pronuncia il tuo nome perché io possa udirlo come tu hai udito il mio”
E’ ormai a poco più di una lunghezza di spada: ancora un passo e potrebbe arrivare a minacciarlo direttamente.
L’arma, una lunga lama di pregiata fattura, sembra non pesare tra le sue dita, conferendogli una classe ed una dignità rara persino tra gli elfi. Lo sguardo non ha lasciato quello di lui neppure per un istante, rivelando una rabbia identica se non più grande rispetto a quella di Lugaid.
“Non ho tempo da perdere, rispondi o mi vedrò costretto a spiacevoli azioni. E tu”
indica con un rapido cenno del capo l’ometto che si era di poco scostato da Lugaid non appena la presa sulla gola si era sufficientemente allentata.
“avvicinati: ho delle domande da porti, non rammenti?”
E’ ironia quella che accompagna il sorriso poco amichevole che gli balena per un istante sulle labbra?

Troppo, troppo vicino.
La pelle di Lugaid formicola urlando il pericolo imminente, ogni singolo campanello d’allarme tintinnante nella sua testa.
Ancora qualche passo ed uno dei due potrebbe finire male, la situazione è decisamente troppo tesa per poter essere gestita agevolmente. Uno dei due, sì. La considerazione strappa all’elfo un sogghigno divertito. Honderyll sarà stato allevato per essere Lord, naturalmente; una vita spesa nell’addestramento alla scherma e al vincere duelli.
Lugaid, per contro, ha speso una vita addestrandosi ad uccidere; e questo potrebbe conferirgli un vantaggio non leggero.
Ad ogni modo, la decisione è semplice da prendere. Le mani si sollevano rapide, conferendo all’elfo lo slancio necessario per una piroetta all’indietro; atterrato sulle mani, la prosecuzione è lesta a seguire, con un altro mezzo giro per riportare l’elfo alla posizione di partenza.
Eppure, prima di girare i tacchi e sparire a tutta velocità tra i vicoli, non può trattenersi da un’ultima frase, velenosa, intrisa d’odio.
“Secondo figlio di Lord Elender. O primo di riserva, che dir si voglia. Vi lascio a discorrere in tutta tranquillità, signori.”

E’ difficile stabilire se sia maggiore la sorpresa di Honderyll, del suo seguito o quella di Vadania, ancora nascosta poco distante, ma con una buona approssimazione potremmo considerare Actalioncome colui che per primo riesce a cogliere la situazione, piegandola abilmente a proprio vantaggio.
“Mio signore, si sta prendendo gioco di voi!”
Si rivolge ad un nobile comandante che ha già rinfoderato la spada per correre dietro a quel teppistello che crede di poter infangare la memoria di suo fratello e della sua famiglia restando impunito. Scoprirà che la realtà è diversa.
“Berjan, di guardia; gli altri: accerchiatelo”
Muoversi tra i vicoli non è certo facile per chi non vi è abituato ma l’agilità è dalla sua così che, quasi miracolosamente, riesce a non perderlo di vista.
I soldati seguono i comandi impartiti, lasciando l’ometto con uno solo di loro mentre gli altri si spostano rapidi nel tentativo di superare l’elfo e bloccargli le possibili vie di fuga.
Più defilata Vadania segue la scena, muovendosi con l’attimo di ritardo che le occorre per sfoderare il pugnale.

Oh, ma per favore.
Una tattica banale, priva di fantasia… avrebbe potuto, ad esempio, dichiarare lo ’schema ventidue c’, almeno sarebbe stato apprezzato lo sforzo creativo.
Lugaid scatta verso destra, aumentando l’andatura per recuperare il vantaggio che gli occorre; si sta gettando dritto nella trappola. Apparentemente, almeno.
Arriva sul soldato che dovrebbe chiudergli la via senza che questi abbia avuto il tempo di sfoderare l’arma; l’azione, seguita in lontananza, è quasi incomprensibile.
Una repentina frenata dell’elfo, unita ad una boccaccia, disorientano il soldato per l’attimo necessario a che Lugaid possa colpirlo violentemente alla giugulare; niente di mortale, si intende, ma in grado di mettere una persona fuori combattimento per qualche minuto. Il tempo di un respiro dopo, l’elfo si è già rimesso in corsa, dopo aver recuperato la spada che avrebbe dovuto fermarlo. L’accerchiamento è spezzato.
Ora, ovviamente, viene la parte più difficile: non sparire alla vista di Honderyll, in modo da farsi seguire, e al contempo seminare tutti i suoi soldati -cosa, questa, non troppo difficile, in verità.
Continuando con questa intenzione e concedendosi solo di immaginare quante dita dovrà tagliare al suo caro fratello minore per farsi dire quanto sa di Vadania, continua a correre zigzgando senza fermarsi; il pensiero è così seducente che quando arriva in un cortile sudicio, sporco e degradato e si volta per affrontare Honderyll, ha ancora sulle labbra un’ombra di sorriso.
Si trova a ringraziare mentalmente tutte le ore spese in allenamento, quando constata il non eccessivo affanno del proprio respiro; bene, ora è tempo di divertirsi.

Non si è ancora fermato che la spada è già sguainata, pronta a colpire.
“Come hai osato anche solo sfiorare la memoria di mio fratello?”
L’attacco arriva repentino, un arco orizzontale che cerca di raggiungerlo con il filo dell’arma: non un avvertimento ma il reale tentativo di fargli del male.

Non male, decisamente. Al di sopra della media e non di poco, certo.
Il movimento di Lugaid è armonioso, compatto e senza sbavature, nella sua rapidità; un arretramento, una torsione per mettersi fuori bersaglio e darsi l’opportunità, assieme, di impugnare la lama che ha poc’anzi recuperato.
Honderyll può costituire una minaccia seria per ogni spadaccino, quand’anche fosse più dotato del normale. I guerrieri più talentuosi con cui Lugaid si sia mai scontrato potrebbero incontrare delle difficoltà, addirittura.
Oh, che sciocco. Avrebbero potuto, se non fossero morti. Nemmeno a dirlo, Lugaid è più bravo. Niente di personale in questo, semplice allenamento, addestramento ed esperienza in quantità tale da far invidia a diversi colleghi.
“Oh. E cosa avresti detto se avessi menzionato quella cagna maculata di tua madre?”
Il sorriso è di gentile, terribile insolenza; l’intenzione, ora, chiara.
Non lo ucciderà, no. Ha promesso, in fondo.

Il secondo affondo arriva poco più in alto della vita, puntando a superare la guardia di lui mentre si muove tra le asperità del terreno come se danzasse.
“Ti direi che non tieni a sufficienza alla tua vita. Cosa volevi da quell’uomo?”
Una domanda pronunciata tra i denti, spinto dalla necessità di trovare colei per la quale era sceso fino in città, dominato dalla volontà di trovarle e di sapere cosa le era accaduto. Era opera sua la morte del tutore? O era di qualcun altro il merito e la colpa?
“Rispondi!”

Di nuovo, evita senza necessità di incrociare le lame.
Preferisce, invece, affidarsi alla voce, che muta e cambia, assumento un accento delle marche del sud che dovrebbe essere ben noto ad Honderyll.
Sperando che abbia buona memoria, quantomeno.
“Trovarla. E tu…”
Inspira, evitando un nuovo affondo. Se continua di questo passo, dovrà rispondere, prima o poi.
“Tu mi stai facendo perdere tempo, lord Honderyll.”
Se continua con la sua cocciuta ostinazione, le parole saranno sostituite dal canto delle lame; non ha intenzione di ucciderlo, ma neanche di farsi fare la pelle. E, inoltre, disarmarlo e mandarlo con il fondoschiena per terra sta divenendo un’idea pericolosamente allettante.

“Tu?!”
Il volto si atteggia a sincera sorpresa, fermando la mano quel tanto che basta ad esprime a voce il proprio pensiero.
“Dimmi immediatamente cosa le hai fatto o te lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: non vedrai l’alba di domani.”
La sinistra corre alla vita, estrendo una lama corta più simile ad un pugnale che ad una spada, con la sola eccezione dell’elsa forgiata a coppa per poter essere utilizzata come difesa dell’arto o come arma per colpire l’avversario, a seconda della necessità.
La spada lunga si esibisce in un ampio fendente che dal basso risale rapidamente, con l’intento di bloccare la spada di lui aprendo al contempo la strada alla seconda lama che, in perfetta armonia, attende di scattare in avanti per mordere la carne lasciata scoperta.

Impetuoso.
Sarà un buon marito, se non lo costringerà ad ucciderlo.
“Buona tecnica di spada, pessima di ascolto. Se ne sono alla ricerca, ti pare sensato che sia stato io a farle qualcosa?”
Danzando in accordo al fratello, Lugaid se ne tiene lontano. Evita di estrarre il pugnale che porta con sè per evitare che la situazione degeneri in uno scontro frontale; ha promesso, ha promesso.
Eppure, in un attimo di frustrazione, agisce; un ennesimo, finto arretramento è l’occasione per lasciare Honderyll libero di prodursi in un’accurata estensione, orgoglio di ogni maestro di scherma. Quindi arriva il colpo basso, il trucco sporco: uno scatto sulla sinistra -per tenersi lontano dalla corta lama del fratello- ed un colpo di spada, assestato sul polso dell’elfo, tanto forte da rischiare di rompere, dato di piatto per non amputare.
Una mossa utile per disarmare, più che altro.
A vibrare il colpo mortale è la voce, carica dell’odio viscerale che solo un bambino può nutrire, un sentimento bruciante, che porta al limite della follia, coltivato, affilato e forgiato in anni di solitudine.
“Togliti dalla mia strada. Continua a cercarla e togliti dalla mia strada. Se la dovessi ritrovare, la manderò da te e sparirò. Ma, per gli dei…”
Le parole escono una ad una, quasi sillabate.
“…non farmi perdere tempo.”

Un grido di dolore gli sfugge, subito trasformato in rabbia mentre la mano disarmata arretra subito difesa dalla gemella.

“Basta!”
Una voce cristallina squarcia il silenzio, raggiungendoli in un grido proveniente dall’altra parte della strada.
Una figura ansimante li osserva da due penetranti occhi verdi, un pugnale stretto al petto e ciuffi di un rosso venato di sfumatre bronzee che le sfuggono dal pesante cappuccio ormai del tutto inutile.
Non appena il contatto visivo dei due si interrompe, forse per aver riconosciuto la voce, lo sguardo di lei va all’arma abbandonata a terra ed un moto di ripensamento la coglie, facendole voltare nuovamente le spalle e scappar via.
Come il domino, esattamente come il domino.

Lascia cadere la spada, scoccando una sola occhiata ad Honderyll.
Quante probabilità ci sono di ritrovarla in tempi brevi, in città? Non senza prudenza, supera il fratello, lanciandosi all’inseguimento di Vadania.
L’ha vista. E’ nel suo territorio. Tiene troppo a lei per perderla.
Rapido, più rapido, per raggiungerla prima che sparisca ancora.
Questi e molti altri, simili e dissimili, pensieri si accavallano nella mente di Lugaid, spezzettati e frantumati, ritmati dal contatto leggero dei suoi piedi con il selciato.
Fermati, ti prego.

Honderyll lo segue quasi fosse legato a lui con una corda, ed ora che ha chi lo guida lungo la strada più rapida gli pare quasi agevole muoversi tra quei vicoli stretti, o forse è il semplice desiderio di raggiungere Vadania prima del pericoloso sconosciuto a muovere le sue membra come se fossero dotate di vita propria.
La giovane elfa si muove rapida, scegliendo percorsi difficili e tortuosi: bivi, curve nascoste, stradine tanto vicine l’una all’altra che è sufficiente un istante di distrazione per non saper dire quale di esse è stata imboccata.
Se un tempo aveva stimato sia l’uno che l’altro ora prova una delusione tanto grande da sembrare insormontabile. No, non tornerà a casa, non vi tornerà mai più.

La tattica di Lugaid è semplice, quasi elementare: ridurre a poco a poco la distanza con Vadania, per poi coprire ciò che gli manca con uno scatto repentino.
L’occasione gli viene da una sorte stranamente benevola che porta Vadania in una zona ben conosciuta dall’elfo; al successivo bivio, Lugaid prende una strada diversa, imprimendo tutta la velocità possibile ai propri passi.
I suoi sforzi, tuttavia, vengono premiati quando si trova a sbucare in un vicolo praticamente a ridosso di Vadania. Se i suoi riflessi evitano la collisione, le mani si stendono, rapide a bloccare l’elfa, fermandone i polsi.
“Tu…”
Hai messo la mia sicurezza in pericolo; Lugaid deglutisce a vuoto.
“Tu…”
Hai rischiato di farmi ammazzare; un profondo sospiro.
“Tu… sei salva.”
E’ quasi un sospiro di sollievo, le forze che vengono stranamente meno e l’assurdo desiderio di dormire che si fa strada in lui.
Salva.
Honderyll sta arrivando, probabilmente infuriato.
Salva.
E’ ancora armato? Probabilmente sì. Riuscirà ad evitarlo, in quella posizione? Difficile a dirsi.
Salva.
Sì, salva. Che cos’altro importa?

La punta della spada morde il collo di Lugaid in modo più accidentale che volontario. Mano sinistra, lato destro del collo. Frutto di allenamenti lunghi e difficili ma, evidentemente, di una qualche utilità. Ruota attorno a lui senza scostare l’arma, facendola scivolare fino alla gola lasciando una sorrile striatura rossastra che pare quasi una vendetta per il colpo subito poco prima. La mano ancora dolorante va a stringersi sul polso dell’elfa, strattonandola verso di sé ed incontrando un’inaspettata resistenza.
Vadania lo osserva, in preda al terrore, le gambe divaricate ed in posizione asimmetrica così da rendere più salda la propria posizione nel timore che la lama possa scivolare troppo in profondità. Lugaid no, per favore, non lui…
Deglutisce a vuoto, la bocca improvvisamente riarsa, incontrando non poca difficoltà nella scelta delle parole.
“Allontana quell’arma, Honderyll e…”
Si gira in direzione di Lugaid rivolgendogli uno sguardo colmo di troppi significati per poterne isolare uno solamente.
“…lasciami i polsi, per favore…”
Lo sguardo saetta nuovamente dall’uno all’altro, temendo reazioni di cui, in futuro, potrebbero pentirsi entrambi.
“Ho una spiegazione, ma non posso parlartene così… abbassa la spada, Honderyll, non farti pregare, non è come pensi…”
E’ quasi un corriso di scherno quello che compare sul volto del nobile elfo mentre la lama si stacca lentamente dalla gola di Lugaid. La stretta sul polso di lei si fa al contempo più salda, fino a costringerla a reprimere un gemito in una smorfia, tirando ancora in sua direzione per sottrarla alla presa di quel truffatore di bassa lega.

Seppur riluttante, allenta la presa, fino a lasciare i polsi di Vadania.
E` solo in quel momento che si avvede della linea di fuoco che gli stria il collo; due dita rapidamente portate a verificare la situazione e tornate, come sentinelle che abbiano subito un attacco, rosse di sangue, gli strappano un sospiro esasperato. Dilettanti. Ma perche` nessuno insegna piu` a non versare sangue inutilmente? Se proprio bisogna ferire, che almeno lo si faccia a morte, diamine.
Torna, ad ogni modo, a raddrizzarsi, cedendo alla tentazione di stiracchiarsi appena; potrebbe, ora, sparire. Honderyll e` abile, certo, ma se si dovesse ricominciare a correre nei vicoli, per quanto avrebbe potuto tener dietro a lui?
Eppure, mentre guarda Vadania, Lugaid si chiede se davvero sarebbe capace di andarsene, ora; puo` davvero lasciarla per sempre, cosi`?
Infastidito dal suo stesso comportamento, decide, almeno per il momento, di non fare nulla; che cosa possono contare pochi attimi in piu`? Quanto possono valere quando non vi e` il tempo di dire tutto cio` che deve essere detto?
Sospira, lasciando ricadere le mani, inerti, lungo i fianchi.
Da quanto tempo non chiude occhio?

Vadania si trova proiettata all’indietro con forza tale da non poter fare altro che assecondare il movimento, sfiorando al contempo con le proprie le dita dell’assassino in una carezza fugace. Una richiesta, una promessa, un invito ad essere paziente?
Le ampie spalle di Honderyll, ora, coprono parte della sua visuale impedendole di scorgere l’intera figura di Lugaid.
L’arma ancora puntata contro il fratello, seppur più distante, e l’altra mano stretta attorno al polso di lei, il nobile elfo parla senza guardarla in volto.
“La mia lama è lontana. Parla, se credi.”
E’ un mormorio simile a quello di un grosso felino arrabbiato, pronto a saltare sulla preda al minimo cenno, anelante, addiruttura, che lui muova un passo falso per porter nuovamente ingaggiare duello.
“Non qui, ci sono troppe orecchie. Spostiamoci in un posto più sicuro e, per gli dei, abbassa quella stupida spada e lasciami andare!”
Il tono di Vadania tradisce la rabbia che le formicola sulla pelle, dettandone ogni gesto ed ogni espressione. Tira il polso verso di sé senza trovare soddisfazione, ritrando la mano libera un attimo prima che raggiunga il pugnale nuovamente riposto nel fodero. Dannazione, come odiava dover avere buon senso…
“D’accordo!” Cede “Ma almeno andiamo da un’altra parte.”

Scrolla le spalle, apparentemente annoiato.
Ma è davvero noia quella che sente? Le membra pesanti per il riposo mancato e la scarica di adrenalina che la sola vista di Vadania gli ha causato. La corsa, il duello, l’essere in presenza di Honderyll. Quante cose, tutte assieme, gli stanno accadendo?
Troppe per non perdere interesse nella sua stessa situazione: incidentalmente, questo quanto gli rivela dell’attaccamento alla sua stessa vita? Lugaid accantona frettolosamente il pensiero.
“Casa mia non è più sicura.”
Il cielo è azzurro.
La pioggia estiva a volte è tiepida.
Una constatazione neutra, del tutto insignificante, lasciata scivolare dalle labbra con tono noncurante.

Honderyll si limita ad una breve e bassa risata, come se trovasse l’ipotesi addirittura ridicola.
Sono le unghie di Vadania, conficcatesi nella sua carne, a spegnerne il sorriso, costringendolo ad aggrottare le sopracciglia ed a distogliere per un istante lo sguardo dal suo ipotetico rivale.
“Casa tua andrà benissimo…”
Vadania si sposta in modo tale da poter guardare Lugaid in volto, accennando un sorriso imbarazzato che subito scompare.
“…ti seguo”

Alza le spalle, producendosi solo in un borbottio.
Se proprio insistono…
Con un sospiro, rialza il capo, guardandosi alternativamente a destra e a sinistra, per ritrovare l’orientamento. Dedica, infine, uno sguardo perplesso al cielo, per verificare la posizione del sole.
“Di là.”
Parlare ed iniziare a camminare sono parte di un’unica azione, repentina pur nella sua lentezza. Il passo non è per nulla affrettato, l’andatura regolata su una falcata media e costante; tra tanto correre, sono finiti a non più di una ventina di minuti dalla via dei copisti.
Nella speranza che non brulichi di soldati.

Affiancati l’uno all’altro la somiglianza appare ancora più evidente. Non fosse per l’abbigliamento e per il portamento con il quale ciascuno di essi è diventato tutt’uno non si faticherebbe a riconoscere una qualche forma di parentela.
Nel mezzo, Vadania.
Indecisa, con il cuore che le batte forte nel petto e l’impressione di essere troppo piccola ed indifesa per trovarsi tra due fuochi per lei così intensi. In qualsiasi direzione vada ha l’impressione che finirà per bruciarsi.
Un tocco, esitante, portato avanti con i soli polpastrelli, è quando Lugaid percepisce dopo poco lungo il dorso della propria mano.

Lento, richiama le dita, sollevandole per incontrare quelle dell’elfa, intrecciarvisi in movimenti apparentemente casuali e sciogliersi poco dopo.
Honderyll è troppo nervoso per i suoi gusti. E troppo armato, per di più.
Sospira e ferma il passo solo quando si trovano a dover sbucare nella via dei copisti, trafficata come di consueto.
“A meno che tu non voglia avere mezza città alla porta di casa mia, consiglierei di mettere via quell’affare.”
Una leggera insolenza gratuita, il non nominarla ‘arma’; il maestro d’armi di casa Vanquilosse ripete ancora che un’arma è tale solo nelle mani di qualcuno in grado di usarla? Un po’ infantile, certo, ma divertente, bisogna ammetterlo.
Ed è proprio un sogghigno quello che spunta sulle labbra di Lugaid mentre controlla attentamente il via vai affaccendato sulla strada principale, registrando con il solo udito le azioni di Honderyll; chissà quanta parte delle sue decisioni costituiscono le unghie di Vadania?
Si muove senza avvisare i suoi due compagni di viaggio, attraversando la strada e proseguendo per qualche metro tra la folla, adeguandosi all’andatura del flusso di gente; non molto tempo dopo, tuttavia, è con un sospiro di sollievo che si sottrae alla calca, svoltando nel vicolo su cui si affaccia la sua casa.
Quantomeno non c’è mezzo battaglione di soldati assetati di sangue ad aspettarlo, rileva mentre fa girare la chiave nella serratura e spalanca la porta. Non ha, tuttavia, ancora parlato quando, rapido, raggiunge la cucina e si lascia cadere su una sedia.
Un bagno caldo e qualche ora di sonno.
Ed una città, lontana, sconosciuta, dove poter lavorare in pace.
Sono forse irrealizzabili i sogni di un assassino?

Ferma Honderyll posandogli le mani sul petto e respingendolo all’indietro quando, con malcelata intenzione, si muove in direzione della sedia posta accanto a Lugaid. Uno sguardo ed un cenno di lei e sembra tutto estremamente chiaro: li vuole ai capi opposti del tavolo, il più lontano possibile l’uno dall’altro, ed è solo quando ciò si realizza che comincia lentamente a parlare, lasciando che alle parole preceda un lungo sospiro.
Le labbra riarse, sembra incapace persino di inumidirle tanta è la tensione di cui si fanno testimoni.
“Quanto hai sentito nel vicolo è vero.”
Appoggiata alla credenza, in posizione intermedia tra l’uno e l’altro, li osserva alternativamente per soffermarsi, al dissolversi di quei pochi suoni, sul volto del suo amico di sempre. Sembra così sciocca, quella frase, così semplice, così inopportuna…. eppure non saprebbe come altro rivelare una verità che l’ha tormentato per così lungo tempo.
“Non sei il primo erede di tuo padre, non hai responsabilità, nessun obbligo, nessun vincolo. Sei… libero. O potresti esserlo”
Segue lo sguardo sospettoso di lui fino a Lugaid, sondando le reazioni di entrambi senza celare in cervosismo che striscia lungo il suo corpo in una sensazione di freddo angoscioso e spiacevole.
Il momento della verità… ne sta vivendo un po’ troppi, ultimamente.

Tanti anni spesi ad immaginare quello stesso discorso ora danno strani frutti; l’immobilità è uno di questi. L’avvicinarsi dell’inevitabile non gli causa reazioni, riuscendo a malapena a far germogliare qualche pensiero dalla sua mente arida.
Forse il trauma è stato tanto forte da narcotizzarlo, drogarlo e renderlo insensibile? Forse sta urlando senza rendersene conto? O magari è la sua mente, la sua stessa mente che sta sfornando decine di idee contrapposte le une alle altre?
No. Si limita a spostare lo sguardo da Vadania ad Honderyll, per poi riportarlo sull’elfa; un solo, quasi impercettibile, cenno, per invitarla ad andare avanti.
Che si diverta fino in fondo.

“Lugaid?”
Interpellarlo direttamente potrebbe far precipitare la situazione più rapidamente di quanto vorrebbe, ma non fa in tempo a comporre tale pensiero che le sue labbra hano già dato voce al nome di lui.
Gli si avvicina con passi cauti, posandogli una mano sulla spalla come in una muta richiesta di pace.
Honderyll, dall’altra parte del tavolo, si è alzato in piedi, squadrandolo da capo a piedi come se lo vedesse per la prima volta.
“Com’è possibile? Perché… perché adesso?”

Non riesce a non farsi sfuggire un sorriso, quando rivolge uno sguardo obliquo a Vadania.
Con una lentezza squisitamente calcolata, si alza in piedi, simulando uno sforzo che in realtà non gli è proprio; prima di staccare lo sguardo da lei, non resiste al non  scompigliarle i capelli, ancora una volta.
Si volta, infine, con un profondo sospiro verso Honderyll, squadrandolo da capo a piedi, in silenzio. Fino ad ora non è andato male, crede; deve solo trovare una frase ad effetto, per non rovinare l’atmosfera. Qualcosa che possa rispondere parzialmente alle domande di lui e che sia in grado, al contempo, di assestargli una stoccata mortale.
“Mi hai chiesto il mio nome, il nome della mia famiglia ed il mio titolo, prima.”
Si inumidisce le labbra, in un momento di pausa che pare essere speso nel valutare le parole. Non può che parlare con un tono sommesso, pacato, ed al contempo vivo, come la fiamma che serpeggia, pronta a mordere, sotto la cenere.
“Tecnicamente, la mia stessa famiglia mi ha strappato il nome che mi ha imposto; non sono nessuno. Ma, una volta, ero conosciuto con il nome di Lugaid. Lugaid Vanquilosse Loine di Lymes, terzo con questo nome, primo figlio di Elender Vanquilosse, Lord dell’Alto consiglio e protettore di queste terre.”
Ed ora, silenzio. Tenterà qualcosa? Forse gli si scaglierà addosso; in quel caso, purtroppo per lui, troverà Lugaid pronto.
E’ pur sempre suo fratello maggiore, in fondo. Dovrà impartirgli una lezione.

E’ per ricacciare verso il basso il nodo che gli stringe la gola che Honderyll deglutisce almeno due volte, inumidendosi le labbra tra un tentativo e l’altro, tornando a parlare solo dopo una lunga attesa e meditazione.
Le parole danzano leggere per la stanza, pacate e serie come se non si trattasse d’altro che di un affare delicato e pertanto da trattare con la massima cautela.
“Come posso esserne sicuro?”
A dispetto di tutto, anche del sospetto che muove le sue azioni, una lieve nota di speranza sembra cercare spazio nei profondi occhi color zaffiro, incupendosi per un istante soltanto quando vede l’elfa scivolare tra Lugaid ed il tavolo, cingendogli delicatamente la vita prima di nascondersi contro il suo petto.

Prende tempo, prima di rispondere.
Tempo per sorridere, per immergere una mano tra i capelli di Vadania e per chinarsi a poggiarvi sopra un bacio delicato. Tempo per assaporare la sensazione di lei, contro di lui.
“Non ne hai modo.”
Le labbra, impertinenti, sembrano voler spezzare ed interrompere quel momento. Un sospiro dopo, è lo stesso Lugaid a sforzarsi per aggiungere qualche altra informazione alla sua laconicità.
“Potresti chiedere a tuo padre perchè l’uomo vestito di nero con il fiato pesante non è mai tornato ad esigere la seconda rata del pagamento.”
Stringe inconsapevolmente più a sè Vadania, nella breve pausa che precede la nuova frase, lapidaria e secca.
“Incidentalmente, potresti fargli sapere che ha usato me, come compenso.”
E non più altro, a tal proposito, uscirà dalle sue labbra. Le parole seguenti sono infatti leggere, quasi futili.
“Oppure potresti domandare a tua madre perchè non ha fatto nulla. Tuttavia, non nego di essere ansioso di porre loro io stesso domande di tale portata… e, il fatto che io abbia ragione, ammettendo ottimistamente che si tradiscano in qualche modo, non proverebbe comunque che io sia colui del quale si sta parlando.”
E’ forse una nota di rigidità che traspare dalla voce, dalla scelta quasi ampollosa, per il suo solito, delle parole e dall’arricchirsi dello stile?
Lugaid si inumidisce frettolosamente le labbra; più controllo, ci vuole più controllo.
“No, non puoi esserne sicuro.”

Si lascia cadere sulla sedia, pesantemente, come se le novità fossero davvero troppe, per lui.
I gomiti si posano sulle ginocchia divaricate mentre le mani si chiudono l’una sull’altra in un gesto pensoso.
“Ammettedo che tu sia davvero chi dici di essere, ammettendo che… che gli eventi siano quelli che hai descritto” Si interrompe, prendendo fiato, “perché tornare dopo così tanto tempo?”
Si morde il labbro inferiore, liberandolo solo quando lo sguardo torna su Vadania, ancora stretta in quell’abbraccio che lo infastidisce tanto da rendergli quasi impossibile il concedere fiducia a quell’ipotetico fratello comparso dal nulla.
“E’ opera tua, Vadania?”
Chiede, con tono di voce sommesso e tanto pesante da non lasciare dubbi su ciò cui si riferisce.

“Per uccidervi.”
La risposta giunge rapida eppure non leggera, un colpo d’artigliera pulito e preciso. Perchè ha usato un tono tanto grave? C’era odio nelle sue parole? Sì, certamente. Come è possibile che i suoni usciti dalle sue labbra dischiuse non si siano caricati di quel sentimento tanto rovente, e gelido al tempo stesso, che dimora nel suo animo da tanto tempo da essere divenuto parte di lui?
Tuttavia, non può fare a meno di ammettere con sè stesso, c’era anche fastidio. Fastidio per essere considerato una marionetta. Fastidio per avere la seccante impressione di esserlo, almeno in parte. Fastidio per l’attacco, non certo implicito, rivolto a Vadania.
Quest’ultima considerazione non può fare a meno di strappare a Lugaid un sorriso grottesco, lo sguardo che si sposta, autonomamente, su Vadania; se lei se ne accorgesse, reagirebbe infastidita? Probabile.
L’elfo scrolla le spalle, costringendosi ad abbandonare simili riflessioni; quanto tempo è passato da quando ha parlato?
“Per trafiggere tuo padre, sgozzare tua madre ed inchiodare te, vivo, sulla porta della tua dimora in fiamme. Per spazzare via i Vanquilosse, una volta per sempre.”
E lo avrebbe fatto. Ancora ora, mentre elenca in tono neutro le azioni che solo qualche settimana prima aveva dato per scontate, una leggera contrazione allo stomaco gli segnala quanto piacere potrebbe procurargli una tale devastazione selvaggia, quanto avidamente una parte di sè lo desideri.
Il tono di voce non lascia spazio a dubbi, quasi parlasse di qualcosa già successo; liscio e freddo come una pietra tombale, uno strano miscuglio di seta ed unghie spezzate, senza alcun appiglio al dubbio.
Lo avrebbe fatto, sì. Eppure…
“Devi a lei la tua vita. Ed altrettanto i tuoi amati genitori. Ma non pensare…”
La trasformazione è repentina; come un’eruzione incontenibile, l’odio affiora sul volto dell’elfo tramite il filtro dell’assassino, come follia lucida forgiata dalla ragione, distorcendone la voce in un dolce, flautato sussurro, un canto di sirena che promette morte ad ogni sillaba, le labbra curvate nel sorriso cortese, urbano, di una divinità che stia, con assoluta noncuranza, per straziare un’anima. Per tutta la durata dell’eternità.
“Non pensare, neanche per un attimo, che io rinunci alla mia vendetta. Li ucciderò riprendendomi ciò che è mio, li torturerò ogni singolo giorno, riempirò i loro polmoni dell’acqua nera del terrore, li lascerò affogare nella pazzia. E, quando mi tenderanno una mano, li spingerò a fondo.”
Inspira a fondo, quasi avesse consumato più energie in una sola frase che durante la giornata spesa a correre.
Con un consueto mutamento, il volto torna a distendersi e la voce diviene quasi allegra, brillante, gaia e spensierata, incorniciata da un sorriso aperto.
“Dimenticavo, che sciocco! Rivoglio anche mia sorella. A casa.”
Quanto è meno pericoloso del precedente quest’ultimo atteggiamento? E quanto non è, nelle intenzioni, una sentenza inappellabile, il ruggito sommesso e quasi affettuoso di un predatore che informa, in piena serenità d’animo, di quale sia la sua natura e quali le sue intenzioni, un’ovvietà scontata e banale?
Sua sorella.
Un’irrigidirsi della stretta con cui tiene Vadania, un solo attimo di cedimento, è l’unico testimone di quanto non gli costi, davvero, quel momento. China il capo, gli occhi socchiusi, per posare un nuovo bacio leggero sui capelli dell’elfa.
E per sentirne il profumo, in verità.

Le prime due parole riescono a contrarre simultaneamente le mani di Honderyll e quelle di Vadania, le une posate sul tavolo, le altre sul petto dell’elfo.
La rossa si irrigidisce visibilmente, sentendo il pericolo arrivare e trovandosi al contempo incapace di reagire: non può essere così stolto, non può proseguire davvero con il suo piano, non è possibile…
Quando nuove parole tornano a fendere l’aria Vadania fa per allontanarsi da lui, inorridita, cercando il modo di fermarlo. La stretta attorno alle sue spalle, tuttavia, la trattiene, bloccandone le braccia ed impedendole altri movimenti se non quelli delle gambe, mirati al vano tentativo di fargli perdere l’equilibrio o di distrarlo.
Il vederla dibattersi porta Honderyll ad estrarre nuovamente la spada, puntandola contro Lugaid nel momento stesso in cui gli viene rivelata l’identità di colei che ha allontanato, così a lungo, la vendetta che pesa sulle sue spalle e su quelle della sua famiglia.
Resta immobile come una statua, e così anche Vadania, in un momento che pare sospeso nel tempo.
Le parole amare di Lugaid rimettono in moto la clessidra, ridando vita alle membra e disegnando i volti con un’espressione di sconcerto tratteggiata a linee nette ed inconfondibili.
“Non otterrai nulla di tutto questo…” la voce profonda lascia la frase in sospeso, come se non riuscisse a pronunciare quello stesso nome che era abituato a leggere su una lapide. Crede che sia lui? Oh, forse. Sicuramente è qualcuno convinto di essere suo fratello, che questo rappresenti o meno l’effettiva verità.
“Ed ora lasciala andare, non apprezza in tuo abbraccio, non senti? Lasciala e risolviamo la questione tra noi.”

“Mh.”
Lugaid da palesemente segno di valutare, con attenzione, la proposta; quasi con noncuranza, allarga le braccia, consentendo una nuova libertà di movimento a Vadania.
“Non molto equilibrato, si direbbe. Tu vuoi uccidermi, io ho promesso di recarti al massimo un po’ di dolore.”
Noia. Noia infinita e fastidio.
E la sgradevole sensazione di avere davanti a sè una copia di suo padre. Di colui che gli ha distrutto la vita. Del cane che lo ha venduto.
Eppure, non un solo sentimento traspare dall’espressione dell’elfo, atteggiata ad una neutra cordialità; è, se ne rende conto, uno stato d’animo, questo, ben più pericoloso dell’ira. E’ la maschera dell’assassino che Honderyll sta guardando e sono i suoi occhi a scrutare il giovane lord; forse non sa cosa stia rischiando.
Un sospiro scaccia simili pensieri.
“Vadania, puoi iniziare ad accompagnare il figlio di lord Vanquilosse alla sala d’allenamento, per favore? Berrò un po’ d’acqua e sarò subito da voi.”
Freddezza e distacco che gli vengono naturali; passata il primo trauma emotivo, Honderyll è ridiventato un elfo. Che, forse, tutta la sua vendetta sia esagerata? Possibile che anche suo padre non si possa rivelare, semplicemente, uno sciocco tronfio da non tenere in considerazione alcuna?
No, non suo padre. Lord Vanquilosse.
Con un cenno del capo, indica ai due la porta della cucina.

Lo sguardo di Honderyll si sposta dall’uno all’altra.
“Sei già stata qui”
Osserva con amarezza, a metà tra una domanda ed un’accusa mentre lei ha già mosso alcuni passi all’indietro.

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