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L’apprendista e l’assassino - VII


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Lo sguardo di Honderyll si sposta dall’uno all’altra.
“Sei già stata qui”
Osserva con amarezza, a metà tra una domanda ed un’accusa mentre lei ha già mosso alcuni passi all’indietro.

“Sì, certo.”
Parla da sopra la spalla mentre si muove con disinvoltura per la cucina, recuperando due bicchieri ed un’otre d’acqua.
“Non essere…”
Si interrompe, fissando assorto la credenza, come se gli stesse parlando in una lingua che alcun altro può udire. Scrolla poi le spalle, rimettendo via i due bicchieri che aveva già preparato e cercandone altri due con espressione assorta.
Parla lasciando cadere le parole una per una, impegnato più che altro nella sua ricerca.
“Non essere noioso… Ah!”
Ritrae la mano con due bicchieri dalla foggia leggermente più raffinata di quella dei precedenti: il servizio buono, si direbbe.
Riprende a parlare mentre valuta la pulizia delle stoviglie con un’occhiata sommaria in controluce.
“Tengo anche lezioni e…”
Si interrompe di nuovo quando, soddisfatto dall’ispezione ai bicchieri, li riempie entrambi d’acqua; subito ne afferra uno, sorbendo un primo, soddisfatto, sorso.
Cosa c’è di meglio dell’acqua fresca, quando si ha sete?
“Gradisci?”
Porge il bicchiere ad Honderyll, nascondendo la propria espressione in un nuovo, abbondante, sorso.

Rapida, la mano di Vadania afferra il bicchiere, portandolo alle proprie labbra prima che vi sia la possibilità di pronunciare una sola sillaba.
Lo inclina lentamente, guardando Lugaid dritto negli occhi e prendendo il tempo necessario per pensare alla prossima mossa: la situazione le stava sfuggendo di mano, degenerando in una lotta fisica alla quale difficilmente avrebbe potuto mettere fine.
“Volevo migliorare nell’uso del pugnale.”
Spiega infine, mentendo con fin troppa facilità, gli occhi che ancora non si volgono verso il suo reale interlocutore, quasi una sfida ad essere smentita.
“E mi è stato consigliato di rivolgermi a lui. Il resto è stato un concatenarsi di coincidenze. Avrei dovuto parlartene prima, mi scuso.”
Solo allora gli porge il bicchiere, gentilmente accettato.
“Avete davvero disogno di dimostrare chi è il più forte tra voi prima di iniziare a parlare civilmente? In fin dei conti” Si stringe nelle spalle, ignorando l’espressione accigliata di Honderyll “potreste essere utili l’uno all’altro, e ve ne rendereste conto se solo la smetteste di mostrarvi i denti.”

Sospira, accettando il bicchiere dalle mani di Vadania e poggiandolo sul piano della cucina; coraggiosa, ma, come sempre, stupida. Fortunatamente, non c’era nè sonnifero nè veleno.
Alle parole dell’elfa, inarca un sopracciglio, pensoso. Risponde in tono leggero, dando l’impressione di non aver riflettuto a lungo, prima di tradurre in suoni le proprie idee.
“Non credo di aver bisogno di dimostrare chi, fra noi due, se la cava meglio in uno scontro.”
Una lunga pausa, concatenata ad una lunga inspirazione.
“Ma non credo neanche che lui desideri credermi.”
Scrolla le spalle, ancora una volta.
“In fondo, forse al posto suo farei la stessa cosa. Non ho prove, non ho fatti concreti; arrivo ed annuncio di voler bruciare la sua casa. Oh, sì… e abbraccio la sua -quasi- futura moglie.”
Si stiracchia, indolentemente.
“Non credo che rinuncerà all’opportunità di darmi una lezione. A prescindere da quanto mi annoi la cosa.”

Arrossisce senza volerlo, trovandosi a sbottare più per il fastidio che questo le provoca che per la continua, sottile provocazione di cui Lugaid fa uso nei confronti del fratello.
“Tu non brucerai nessuna casa! Dannazione, la vuoi smettere?”
Sì, stava decisamente perdendo la pazienza.
“In uno scontro può accadere di tutto, Lugaid, anche di sbagliarsi sul proprio avversario”
Lo stava difendendo? Maledizione, decisamente non era ciò aveva in mente.
“Se evitas..”
“Basta!”
La voce di Honderyll la interrompe con il tono di chi è da tempo avvezzo al comando, calmo ed allo stesso tempo autorevole, riducendola ad un furente silenzio.
“Mi minacci platealmente, ti prendi gioco di me, insulti il mio nome… e pretendi che mi limiti a sorriderti? O magari credevi che ti invitassi ad accomodarti nel mio salotto? Sei arrabbiato. Lo sono anch’io. Ma non starò a guardare mentre trami di dare fuoco a ciò cui tengo, e non hai bisogno di provocazioni di così bassa lega per indurmi a venire alle armi. Che sia chiaro: non sono io a cercare lo scontro.
Mi ero quasi illuso…”
E’ quasi una risata quella che gli sgorda dalla gola, producendo ul lieve tremolio delle spalle.
“…cosa importa? Quando mai abbiamo libertà di scelta?”
Reinfodera l’arma, scuotendo appena il capo.

Sopprime a fatica uno sbadiglio, sperando che lo interpretino come un ostentato segno di noia, più che come un segnale di stanchezza, come effettivamente è.
“Non darò fuoco a nulla. Ho promesso.”
Scrolla le spalle, concedendosi di socchiudere un solo attimo gli occhi, ricercando nuove energie con cui dissimulare il proprio stato.
“Ad essere sinceri, questa mattina, prima di sapere di certune manie di fuga…” ed uno sguardo obliquo viene scoccato, rapido, verso Vadania “…stavo preparandomi a partire. Non credo di aver più motivi per rimanere, a questo punto”

L’elfa sembra trattenersi a stento dal proiettarsi in avanti, il capo che si solleva in un rapido scatto.
“Non puoi! Non…”
Il grido iniziale di spegne, senza che la frase possa trovare completamento, sfociando in un mordere doloroso l’angolo della propria bocca. Erano passate solo poche ore da che era stata lei stessa a cacciarlo, intimandogli di starle lontana. Cos’era, allora, quel senso di vuoto che le si agitava dentro?
“Non andare…”
Non un’imposizione ma una semplice richiesta che strappa ad Honderyll un sorriso che può, con buona approssimazione, essere definito di sorpresa. Vadania non ha mai chiesto: di solito pretende e si appropria di ciò che vuole con o senza il consenso degli interessati.
Si tratta decisamente di un’interessante novità.

Inspira, chiudendo gli occhi per un attimo e riaprendoli solo quando torna ad espirare. Ogni centimetro di pelle gli sta urlando di chiudere quella discussione prima che si faccia ancora più difficile.
Apre la bocca per rispondere, richiudendola poi senza essere riuscito a dire nulla. Gli sta veramente chiedendo di non andare? Eppure, sa bene di essere stata lei stessa…
Lascia che un sorriso gli affiori sulle labbra, assieme ad una risata che si fa sempre più convinta. Stende una mano, scompigliando di nuovo i capelli dell’elfa.

“Niente roghi, niente più insulti che giungano alle mie orecchie, niente piani di battaglia o di tortura. Lascia stare i Vanquillose ed io lascerò stare te. E porterò Nymelia a casa.”
E’ la voce di Honderyll a sovrapporsi alla risata di Lugaid, piegandola verso la serietà di un argomento che non potrebbe stargli più a cuore. Poi, un breve sguardo verso Vadania sembra addolcirne lo sguardo.
“Ha un debole per te…”
Un’affermazione leggera, che non vuole avere implicazioni ma che la piccola elfa si sforza di negare animatamente.
Cosa davvero stiano pensando, tutti e tre, è perso nel marasma di sentimenti contrastanti che sembra avvolgerli e trasportarli in un universo parallelo e solo in parte unito a quello dove si trovavano fino al giorno precedente.

“Sarò io a lasciar stare te.”
Si morde il labbro inferiore, esalando un leggero sospiro.
“Falla sistemare nella terza stanza nell’ala est. Era la sua, prima…”
Lascia che la voce si spenga lentamente; quando riprende a parlare, ha trovato una nuova stabilità, almeno apparente.
“Cerca Yelin, la sua bambola. Le parlava quando aveva qualche problema e non voleva dirlo a nessuno… dovrebbe essere in uno dei bauli nella stanza verde, al secondo piano.”
Non riesce a trattenere un sorriso amaro al ricordo di immagini rubate da una porta semichiusa; deglutisce per scacciare il groppo alla gola.
“E tienile lontano tuo padre. Per favore.”
Inspira a fondo, portando una mano alla fronte quando una fitta di emicrania minaccia di volergli spaccare in due la testa.
Adesso sarebbe il momento giusto per rimanere da solo. O con Vadania, al massimo.

Honderyll annuisce gravemente trovandosi a riflettere, tra sé e sé, sulla somiglianza caratteriale di Lugaid con il padre che disprezza. Se le cose fossero andate diversamente si sarebbero capiti alla perfezione. Sciocco! Si rimprovera l’istante successivo, non sai ancora se è davvero tuo fratello, non iniziare a scrollarti dalle spalle pesi che probabilmente ti apparterranno per tutta la vita.
“Lo farò.”
Volge lo sguardo verso la porta tornando a guardarlo con una strana espressione in volto, quella propria di chi vorrebbe fidarsi ma teme di peccare d’ingenuità come capita a molti fin troppo spesso.
“Cancella i miei dubbi, fammi credere che sei mio fratello, e ti tratterò come tale.”
Una frase tanto semplice per implicazioni così complesse… Ah, il paradosso.
“Vadania”
Le posa delicatamente una mano sulla spalla.
“Tua sorella era molto preoccupata, andiamo a rassicurarla.”

Ritraendo la mano, azzarda una carezza sul volto di Vadania. Tentare? Partire?
Troppi dubbi, troppe domande. Troppe incertezze.
Sospira, accennando all’elfa la porta con il capo.

“Non ne approfitterai per andartene?”
“Ho un motivo per rimanere?”
“…sì.”
Botta e risposta così rapidi da dare l’impressione di un dialogo provato e riprovato infinite volte.
Un sorriso obliquo ed una fugace strizzata d’occhio, in risposta, la convince a muovere qualche passo per seguire quello che sarà il suo accompagnatore, già immerso in pensieri di ben altra natura come, ad esempio, il numero di soldati che può radunare per meglio proteggere la propria abitazione. Non si è mai troppo pudenti.
Sulla soglia della cucina Vadania si volta un ultima volta, puntando l’indice contro Lugaid.
“Se te ne andrai, ti verrò a cercare.”
Una minaccia, decisamente una minaccia.

Un colore rosso simile al sangue; decisamente troppo vivo. Forse sarebbe meglio scurirlo… ma come dare le tonalità bronzee necessarie?
Mani esperte mischiano tempera, diluiscono, scuriscono, schiariscono, in una miriade di esperimenti tale che è solo per miracolo che il colore raggiunge una tonalità apprezzabile. Il pennello si intinge, poi, esitante, per andare a depositare in tratti rapidi il colore sulla tela.
Helian, il pittore, può ammirare soddisfatto il proprio lavoro, mentre due occhi verdi, incorniciati da una matassa di riccioli rossi, restituiscono lo sguardo dalla tela.
Somigliante, anche se non troppo.
Sono ormai passati sette giorni da quando l’ha vista per l’ultima volta. Sei giorni da che è arrivato l’invito. Cinque dal momento in cui Jacobius, il copista, è svanito nel nulla, lasciando deserta la sua casa.
Helian sbuffa rumorosamente, abbandonando lo studio e la sua luce calda, sfuggendo allo sguardo che, dal quadro, gli arriva fin troppo penetrante.
Due giorni dopo, nessuno potrebbe riconoscere la persona uscita dalla dimora modesta, seppur spaziosa, del pittore.
Un servitore di spicco di un ricco nobile venuto a commissionare un ritratto, si direbbe dal suo abbigliamento: privo dei consueti ornamenti che tanto amano gli aristocratici, il vestito, nero, è stato sicuramente cucito su misura e la stoffa, tanto scura da avere riflessi violacei, non fa che rimandare al corvino dei capelli e all’ametista degli occhi.
Una scelta che non può essere casuale, senza dubbio. Non casuale e costosa, per di più. Il particolare della spada che porta fissata al fianco, inoltre, identifica una persona di un certo rango, avvezza a tale privilegio.
Non vi è nessuna meraviglia, quindi, per chi dovesse seguirlo, nel vederlo raggiungere il parcheggio delle carrozze e nel comunicare al vetturino, con voce che non tradisce alcuna emozione, la sua destinazione.
Villa Vanquilosse, e in fretta.

Una carrozza in arrivo, gli ha comunicato il valletto, inchinandosi profondamente prima di attendere gli ordini del suo nobile padrone.
Honderyll veste una semplice quanto vaporosa camicia bianca, terminante in pantaloni stretti e di pregiata fattura, realizzati con lo scopo di non impedirne i movimenti quando, come in quell’occasione, era solito allenarsi nell’uso della spada. Davanti a lui un giovane dai lunghi capelli biondi lo osserva, mollemente appoggiato alla propria arma; un sorriso gli aleggia sul volto, come se potesse leggere i pensieri direttamente nella mente dell’amico.
L’erede dei Vanquilosse accarezza lentamente lo sbuffo di tessuto che dal collo giunge quasi fino allo sterno, corrucciando le labbra per un momento prima di dar ordine di scortare l’ospite fino a quella stessa stanza.
Una carroza sconosciuta? Non può essere che lui.

Lugaid è pallido. Sa di esserlo, senza alcun dubbio; merito del lungo addestramento, certo, che gli ha insegnato a controllare e monitorare ogni parte di sè, ma istinto, soprattutto.
La mascella contratta che non vuole saperne di rilassarsi, segue rigidamente il valletto, scoprendo modificati i corridoi che la sua infanzia aveva scolpito nei ricordi; meno alti, meno imponenti, meno lunghi. Ugualmente spaventosi.
Entra così nella sala dall’allenamento, senza comunicare al valletto alcun titolo con cui essere annunciato, facendo persino fatica a deglutire.
Tutto è cambiato, eppure nulla lo è. Quanto traspare di quello che sente sul suo volto? Quanta parte dell’angoscia che lo sta divorando affiora dai suoi occhi?
Un sospiro ed un inchino, rigido, ad Honderyll, nel più completo silenzio. Lui lo ha invitato, che sia lui a parlare.

“Bengiunto”
La voce che lo raggiunge è calma e pacata, forse appena incerca a causa di una terza presenza che, nei suoi piani, non avrebbe dovuto trovarsi lì. Si stringe nelle spalle, voltandosi a guardare il biondo senza poter trattenere, dopo un solo istante, un’aperto sorriso subito ricambiato.
“Firilion, ti presento Lugaid. Lugaid, questo è un mio caro amico: Firilion.”
Si volta nuovamente in direzione del fratello, abbandonando parte della gioia fanciullesca che l’aveva abitato fino a poco prima.
“Che tu sia il benvenuto in questa casa. Sono lieto che tu abbia accettato il mio invito, seppure con un preavviso così breve…”
Lascia la frase in sospeso senza tuttavia dargli il tempo di replicare alla pungolatura non troppo nascosta.
“D’altra parte potrebbe essere meglio così: dubito che sarei riuscito a trattenere Vadania dal precipitarsi qui.”

Maledizione. Ha usato il suo nome.
“Firilion.”
China appena il capo nella direzione dell’elfo biondo, fino a pochi momenti prima sconosciuto. Un amico con cui allenarsi alla spada, che tenerezza. Bah.
Come riscosso da quel nome, Lugaid torna in piena allerta, ricominciando la solita cantilena mentale a base di improperi rivolti a sè stesso per essersi distratto così facilmente.
Gli basta una sola occhiata, esperta, per registrare dimensioni, arredamento, vie di fuga ed armi visibili presenti nella stanza; alcuni hanno bisogno di bere qualcosa, per sentirsi a loro agio, altri di sedersi. Lugaid di conoscere uscite e struttura dell’ambiente in cui si trova.
“Tutto si può dire di lei, tranne che non abbia un carattere impulsivo, o che si dia per vinto facilmente, quando cerca qualcosa. O qualcuno.”
E Lugaid preferisce non pensare al numero di spie che si trova sulle sue tracce in quel preciso momento. Prosegue in tono cortese, spostando lo sguardo da un interlocutore all’altro.
“Ho interrotto il vostro allenamento? Devo proprio essere dotato di un pessimo tempismo… continuate, vi prego. Io mi limiterò ad assistere.”
Un sorriso divertito gli balena per un attimo sul volto, illuminando gli occhi per un fuggevole istante.
“Chissà che non impari qualcosa.”

“Temo di essere troppo stanco per potervi accontentare”
Firilion gli rivolge il sorriso incuriosito di chi avrebbe molte domande da porre ma, per ovvie ragioni, non può fare altro che trattenersi. Dopo essersi raddrizzato gli si avvicina lentamente, porgendogli la spada dalla parte dell’elsa.
“combattete voi, in mia vece.”
Una breve pausa ed un’aggiunta fugace seguita, in rapiada successione, dalla rassicurazione espressa da Honderyll nel suo solito tono fermo e rassicurante.
“Non potrei mai frappormi tra due fratelli.”
“E’ una persona di fiducia.”
Quasi un avvertimento a non osare dir nulla di offensivo.

Non oserebbe…
Idiota. Imprudente idiota, imbecille, razza di stupido presuntuoso.
Lugaid afferra la spada con un sorriso cortese e con un cenno di ringraziamento del capo, dirigendosi poi di fronte ad Honderyll. Il sorriso non abbandona le sue labbra neanche quando porta la spada di piatto, davanti al volto, nel saluto classico della scherma.
Razza di pallone gonfiato. Il suo segreto. Il suo segreto!
La voce cola dalle labbra come la più dolce delle ambrosie.
“Spero che non vorrai esagerare, non sono particolarmente affezionato al dolore fisico.”
Si pone in una guardia non perfetta, in attesa.

Il biondo, comodamente assiso su una poltrona accanto alla porta, si trova a scuotere lentamente il capo.
“Avevi ragione, è come se il vecchio ritratto di tuo padre si fosse improvvisamente rianimato… sembra impossibile…”
Parla tra sé e sé, stupito ed allo stesso tempo nervosamente impaziente.
“Firilion.”
Una sola parola di Honderyll, ed è sufficiente perché l’amico taccia, sollevando le mani in cenno di scusa.
“Chiedo venia, mi sono lasciato coinvolgere troppo…”
Il silenzio torna a calare mentre le spade si preparano a cantare l’una contro l’altra.
“Andiamo Lugaid, sai fare meglio di così…”
Come dimenticare di trovarsi davanti ad una delle poche persone capaci di disarmarlo?

“Lo so.”
Risponde asciutto, secco, la voce improvvisamente priva dal miele che la ricopriva.
“Pensi di potermi impegnare più di così?”
Un sorriso, tagliente.
Ed è un sorriso che ottiene per risposta, un sorriso ed un cenno a farsi sotto.
Tipico; dai ad una persona sana un titolo, un mucchio di soldi ed una spada e otterrai un presuntuoso che si diverte combattendo.
La risposta di Lugaid è uno scatto felino, rapido, potenzialmente mortale; avrebbe potuto aprirgli la gola e ritrarsi prima che Honderyll avesse avuto il tempo di tentare un movimento, invece si limita a sfiorargli lo sbuffo della camicia con la punta della spada, per poi tornare indietro, rapido, a distanza di sicurezza, nuovamente in guardia.
Attento, giovane Lord; giocando con un assassino si rischia di essere uccisi.

Inclina il capo, portando la mano libera allo sbuffo della camicia. Dapprima lo sfiora solamente, per poi tirarlo verso l’esterno, strappandolo e gettandolo lontano.
“Non ti piace? Neanche a me, a dire il vero, ma è stato un regalo di Vadania, ed è stato un piacere accettarlo.”
Si muove lentamente, sorridendo ancora, mantenendo la posizione di guardia ed esibendosi in una serie di finte e di brevi affondi senza intenzione di metterlo seriamente in difficoltà.

“O sarebbe stato un problema tentare di non farlo?”
Un altro scatto, la lama che cala con violenza su quella di Honderyll, spalancandogli la guardia; oh, quanti sorridenti punti vitali scoperti!
Lugaid si ritrae, infastidito, rimanendo a distanza di sicurezza, chiuso in difesa.
“Trovo noioso questo gioco… sarei incline a smettere.”
Si raddrizza, lasciando ricadere la spada lungo il fianco; la cosa lo ha stancato, decisamente.

Sorpresa.
Difficilmente si potrebbe descrivere altrimenti l’espressione dipinta sul volto di Honderyll al vanificarsi della sua guardia.
Non era mai capitato, mai, che qualcuno lo ridicolizzasse così ed in così poco tempo.
Il fischio dammirazione che li raggiunge, proveniente dall’unico spettatore, sembra essere il segnale di inizio di una gara che è lungi dal suo termine.
La sequenza di affondi e fendenti che segue è pressochè perfetta, una danza armonica in cui la facilità di movimento è tale da nascondere del tutto lo sforzo che gli costa mantenere la concentrazione in una circostanza tale circostanza.
E’ vero, non era passato molto tempo da quando aveva confessato a Firilion la sorprendente somiglianza che legava Lugaid al padre che voleva uccidere, ma questo pensiero non poteva essere una scusa accettabile per una resa completa ed umiliante.
Non era questione di orgoglio, ma di rispetto, quello che non avrebbe mai guadagnato abbassando la spada ora.

Oh, non male, decisamente no.
Costretto, d’improvviso, a riportare l’attenzione al suo avversario, recupera, paradossalmente serenità. Assorbito nela sequenza di parate, affondi, finte, contenimenti, riesce ad estraniarsi da ciò che esula dal qui e dall’ora, da tutto ciò che non riguarda la punta della spada che si trova di fronte.
Finalmente, può fare ciò che meglio gli riesce, seppur non al meglio delle sue possibilità; ha ormai perso il conto delle volte in cui si è trattenuto dall’affondare e preferisce non pensare al numero di spiragli che ha intravisto, di imprecisioni da poter sfruttare, di momenti in cui poter volgere lo sguardo a proprio, definitivo, favore.
Honderyll è bravo. Un talento naturale che è stato coltivato accuratamente, costantemente, con un’attenzione maniacale; proprio questo rende ancora più difficile il non andare fino in fondo, il non concludere mai, trattenendosi nel regno del possibile, senza mettere alla prova le proprie intuizioni.
Per la prima volta in vita sua, infine, decide di agire per non agire. Controllarsi sta divenendo sempre più difficile ed il progressivo aumentare del ritmo dello scontro rischia di infrangere il suo autocontrollo; duellare con lui dimenticando di trovarsi di fronte un Vanquilosse, poi, sta divenendo impossibile. Deglutisce a vuoto.
Coglie il momento del successivo affondo di Honderyll per un trucco decisamente sporco: la lama del fratello non è ancora arrivata a fine corsa che quella di Lugaid si abbatte sulla sua con violenza, di piatto, il medio della lama contro il debole di quella di Honderyll; rapido, parte dello stesso movimento circolare, il piede si alza, andando a schiacciare sotto lo stivale la lama.
Il resto è rapidità; la lama di Lugaid incontra il pavimento, abbandonata, quando l’elfo è già scattato, come una molla, con un colpo di gomito diretto allo sterno di Honderyll. Pericoloso, sporco, decisamente sleale; nonchè particolarmente doloroso e leggermente brutale.
Un trucchetto adorabile, secondo il punto di vista di Lugaid.

Sbilanciato, accusa il colpo muovendo qualche passo all’indietro, la mano che va meccanicamente a massaggiare la parte dolente mentre la spada giace, per la seconda volta, al suolo.
“Non è la prima volta che mi disarmi con una mossa sleale, inizio a pensare che sia un’abitudine…”
La frase, lasciata in sospeso, non reca traccia di risentimento. E’ semmai una sana curiosità ad animare i gesti e l’espressione dell’elfo.
“…posso usarlo come scusa per giustificare la mia pessima figura, suppongo.”

Arretra rapidamente, scrollando solo le spalle come risposta.
E’, all’improvviso, un’altra questione ad occupargli la mente e la volontà, come se quel duello avesse ristabilito il suo equilibrio, lasciando spazio ad una pluralità di pensieri agili, come di consueto.
Come sia riuscito a non uccidere un Vanquilosse, incrociando con lui la spada, è un interrogativo che preferisce scacciare dalla mente il più in fretta possibile.
La voce esce in tono neutro, senza altre sfumature che non una nota di cordialità e tuttavia reale, piena, non artefatta come di consueto, dotata di tutte le sue naturali armoniche.
“Nymelia è qui?”

Annuisce, tradendo una certa aspettativa.
“In quelle che sono tornate ad essere le sue stanze. E’ con la sua nuova dama di compagnia e, naturalmente, con la sua bambola. Temo che il cambiamento l’abbia disorientata. Vuoi incontrarla?”
Un colpo di tosse dalla poltrona, un’esitazione di Honderyll, un lieve strascichio delle parole ed, infine, nuove sillabe che si librano nella stanza delle armi.
“Dovremo attraversare il palazzo… non so chi potremmo incontrare”

Deglutisce a vuoto. Una, due volte. Ed una terza, subito dopo un sospiro.
Quanto tempo è passato, dall’ultima volta in cui l’ha vista? Quanti anni sono sfilati, rapidi, uno dietro l’altro? Quasi inconsapevolmente, Lugaid si trova ad abbassare lo sguardo su sè stesso; troppi.
Non saprebbe riconoscerlo, no. Non più.
“Credo che le lascerò il tempo di abituarsi alla sua nuova condizione.”
La voce è uscita troppo roca per i suoi gusti, decisamente non era il tono che avrebbe scelto, se ne avesse avuto la possibilità.
Il sospetto di avere paura, di temere un possibile incontro casuale, viene allontanato dalla mente dell’elfo con un fastidio ed una meticolosità che non possono che segnalarne una certa qual fondatezza.
Uno sguardo inconsapevole vola alle finestre; andarsene, il più in fretta possibile.
“E credo anche di dover andare, ora. Se non altro, a dire a Vadania di smettere di sprecare il suo oro.”
Un mezzo inchino, rigido, di chi non attende risposta; si è comportato fin troppo bene, in fondo.

“Stai scappando.”
Niente derisione o cattiveria, niente provocazione. Una constatazione.
“Sei qui per prendere il posto che ti spetta oppure no, Lugaid? Perché se la risposta è sì dovrai presto affrontare altro che non una passeggiata per il palazzo.”
Si china per raccogliere le spade, con l’intenzione di rimetterle sulla rastrelliera dalla quale sono mancanti.
“Salutami Vadania, dille che passerò da lei questa sera stessa. E… grazie per essere venuto fino a qui. E’ difficile anche per me, abituarmi…”
Imbarazzo? Di più: sincero imbarazzo.

“Sì.”
Un’ammissione semplice, concreta.
“Affronterò chi devo affrontare, possibilmente con una spada in pugno.”
Alza frettolosamente le mani, in un segno di resa.
“Preferisco che lo sappia mentre stiamo duellando…”
Un sogghigno divertito si allarga, incontrollato, sulle labbra dell’elfo al solo pensiero.
“…se non altro, potrò spaventarlo meglio con un’espressione debitamente feroce.”
Si concede un attimo per immaginare l’espressione sul volto del genitore, lasciandosi poi sfuggire un risolino; tanto vale prenderla sul ridere, a questo punto.
“Non appena avrà finito di rimproverarmi, te la saluterò senza dubbio.”
Silenzio, sui ringraziamenti finali, calando un velo di discrezione su una parte di discorso che imbarazza entrambi.
Vuole davvero il posto che gli spetta? No, assolutamente. Vuole una persona, non un titolo o delle ricchezze; sospira, chiedendosi quanto mai potrà ancora scivolare nella stupidità.
Impossibile dirlo.

“Gli anni l’hanno piegato più di quanto potresti immaginare, anche se tenta di nasconderlo e non vi riesce troppo male.”
La risposta gli giunge dalle labbra del biondo fino ad ora tenutosi in disparte.
“Che soddisfazione potresti trarre dal combattere con qualcuno così marcatamente più debole di te? Honderyll dice che sei venuto per ucciderlo… faresti un favore a molti, persino a lui stesso. Eppure…”
Scuote lentamente il capo, portando lo sguardo sull’amico in movimento tanto naturale da sembrare dettato da un’abitudine ormai consolidata.

“Eppure non è stato lui ad essere venduto perchè era inadatto. Non è stato lui ad essere usato come pagamento.”
Questa volta, la voce si è ridotta ad un sussurro, roco, irato, incendiario, avvelenato da una nota del disgusto che gli provoca il solo ricordo. Il capo si volta, di scatto, verso il biondo.
“Non sei stato tu.”
E quindi verso Honderyll.
“O tu.”
Serra la mandibola, strozzando in gola tutte le parole che gli verrebbero, altrimenti, naturali. Come osano? Come possono solamente pensare di capire che cosa prova? Come possono credere di sapere in quale modo lui possa trarre soddisfazione? Credono forse di sapere che cosa ha passato? Non sarà per le loro parole se non lo ucciderà come il cane che è.
Un inchino rigido, più profondo del precedente, pone fine alla conversazione; uscire precipitosamente dalla stanza, dirigersi ad ampie falcate alla carrozza e comunicare la nuova destinazione, villa Ember, sono attimi frammentati, uniti con la malagrazia del vetro spezzato.
E’ solo quando il cocchiere gli annuncia, con un’insistenza ed un tono che gli suggeriscono una pluralità di tentativi precedenti, di essere arrivati a destinazione, che Lugaid si riscuote. Vadania, sì. Ha bisogno di vederla, ora.
Bisogno.

Gli occhi ridotti a due fessure, Vadania sta ascoltando con attenzione quanto hanno da riferirle due dei suoi sedicenti informatori.
Di Lugaid nessuna traccia, nessun nuovo pittore giunto in città corrisponde alla fisionomia del ritratto che ha loro fornito. Hanno ispezionato minuziosamente ogni casa, pedinato ogni uomo, chiesto a chiunque potesse sapere qualcosa. Certo, avrebbero continuato a cercare, ma era il momento di estendere la loro opera oltre le mura cittadine, se sua signoria lo riteneva opportuno.
Lungi dal farsi amabilmente raggirare Vadania aveva offerto loro un calice di vino dallo strano sapore, chiedendo poi di conferire direttamente con colui che chiamavano capo. Naturalmente, avrebbe saputo se le stavano mentendo…

Impossibile non riconoscere l’elfo che sta smontando dalla carrozza, congedandosi dal vetturino con poche parole ed un sacchettino di monete.
Non è biondo, certo, e la sua camminata è ora sciolta, sicura; eppure il volto, su cui non alberga neanche l’ombra di un sorriso stolido, è identico e gli occhi sono sicuramente gli stessi, anche se incastonati in un’espressione seria, ferma, e dotati di una strana intensità. Anche la voce è del tutto simile, pur scevra di quell’esitante timidezza e più ricca, dotata di una tranquillità e pacatezza che appare autorevole, non esitante.
E’ Lualma, il giovane elfo sempliciotto che ha prestato servizio per qualche tempo in quella casa, eppure non è lui.
Quel che è certo, invece, è che desidera vedere Vadania e il suo tono, cortese, non sembra voler ammettere repliche; così, mentre un servitore si affretta ad annunciare, secondo le istruzioni del nuovo venuto, ‘un cucchiaino più lungo’, Lugaid viene fatto entrare ed accomodare su un confortevole divano posto nella sala d’ingresso per meglio consentirgli di annoiarsi attendendo che la giovane Signora si renda disponibile a riceverlo. Il suo viso, impassibile, non tradisce impazienza.
Impazienza.
Proprio questa, invece, sta corrodendo il suo animo, assieme al desiderio di vedere Vadania. Gli manca, senza dubbio, e gli manca la droga che è la sensazione del corpo di lei contro il suo, il sentire il suo abbraccio attorno alla vita. Lo avrebbe sgridato, rimproverato; avrebbe urlato e forse gli avrebbe tenuto il broncio.
Eppure lui l’avrebbe abbracciata, tenuta stretta e avrebbe respirato, di nuovo, il profumo dei suoi capelli. Quanto a lungo lei glielo avesse concesso.

Lo spostamento d’aria dovuto alla corsa fa ondeggiare all’indietro la chioma rossa e ribelle, liberandola dal nastro che la domava fino a poco prima ed inducendo lo stesso a librarsi nel vuoto fino a posarsi, vinto, su uno degli ultimi scalini.
Una delle porte che affaccia sulla sala d’ingresso si spalanca, lasciando entrare una piccola dama sconvenientemente abbigliata con pantaloni e camicia bianca. Senza arrestarsi, Vadania gli getta le braccia al collo, quasi travolgendolo per via dell’impeto con il quale lo affronta, nascondendo il volto nell’incavo della sua gola per alcuni lunghi istanti.
E’ solo dopo averlo così abbracciato che si scosta altrettanto bruscamente, uno sguardo di rimprovero dipinto sul volto, cercando di colpirlo all’altezza dello stomaco.

E’ l’istinto che fa contrarre gli addominali a Lugaid ed è ancora una reazione del tutto involontaria l’arretrare per evitare che il colpo vada a segno.
Eppure è uno squisito atto di volontà il portarsi di nuovo avanti di poco, per evitare solo in parte il colpo dell’elfa e farlo arrivare, comunque, a contatto. Una volontà sgorgata da una ragione ancora intorpidita ed istupidita, stordita dall’entrata di Vadania ed illanguidita da quell’abbraccio che sembra aver del tutto spento i processi mentali di Lugaid.
“Honderyll ti manda i suoi saluti… credo abbia intenzione di farti visita, questa sera.”
Detto con assoluta noncuranza, seppur una certa rigidezza tradisca la contrazione allo stomaco patita nel momento in cui ha pronunciato quelle parole; Honderyll, già.

Aggrotta le sopracciglia, allontanandosi di un passo ma solo per poterlo squadrare da capo a piedi.
“Attendeva la visita di un caro amico, stamane, se non vi sono stati imprevisti non si farà vivo almeno per tre o quattro giorni.”
Si stringe nelle spalle, come per accantonare la questione.
“Voleva solo provocarti.”

“Oh.”
Aggrotta le sopracciglia, esaminando velocemente i dubbi e le domande che gli si accavallano in mente.
“Devi riferirti a Firilion, sì.”
Non ha ancora terminato di parlare che tutta la questione gli è scivolata di mente, accantonata con la promessa di ripensarci in seguito, più tardi.
Sorride appena, concedendosi una lunga occhiata con la quale carezza e sfiora i lineamenti dell’elfa, ripassandoli lentamente in un tocco del tutto immateriale.
“Non sono scappato.”
Semplicemente, una constatazione.

“Firilion? Come lo sai?”
Avanza, minacciosa, le mani posate sui fianchi in una posa che non promette nulla di buono.
E’ lì, ora, è vero, ma quanto tempo ha passato cercandolo e quanti eventi si sono susseguiti nel frattempo? Due giovani fanciulle sole in una casa presa di mira da un folle assassino… in troppi si sono calati su questa storia come avvoltoi, non è stato facile imporsi, non è stato facile tenere tutti a bada. No, non è stato facile.
“Scappato o scomparso non sono altro che sinonimi, a volte.”

Scrolla le spalle, noncurante.
“Arrivo ora da casa Vanquilosse. L’ho conosciuto, anche se solo superficialmente.”
Si inumidisce le labbra, sciogliendo lentamente le spalle. Ostile, senza dubbio. Bèh, se l’era aspettato. Parla con un tono che non è condiscente per esplicita intenzione, pur mantenendosi su una neutralità priva di particolari sfumature o colori.
“Con il lavoro che faccio, rimanere in una casa non sicura significa candidarsi ad avere la gola tagliata.”
Inspira ed espira, concedendosi un sorriso pallido.
“E mi pareva che l’indizio fosse sufficientemente chiaro…”
Lascia che la frase si spenga, calcolando qualche attimo di tempo; riprende a parlare, rapidamente, quando ritiene che Vadania stia per aprire nuovamente bocca, battendola sul tempo.
“Sono stati dieci giorni molto lunghi. Avevo voglia di vederti.”

Richiude le labbra, improvvisamente senza parole. Deve forse rivelargli che aveva voglia di vederlo a sua volta, nonostante tutto, e che ha mobilitato tutta la città per cercarlo non solo perché voleva passare almeno mezza giornata per fargli tutte le proprie mille rimostranze? Doveva dirgli che temeva volesse non prestar fede alla sua parola?
Dannazione, odiava non riuscire a rispondere a tono.
“Non si direbbe… qui avresti avuto un alloggio a tua disposizione…”
Parole che non suonano convincenti neppure alle sue stesse orecchie.

This entry was posted on Giovedì, Febbraio 22nd, 2007 at 16:51 and is filed under giocate fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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