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L’apprendista e l’assassino - VIII


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Richiude le labbra, improvvisamente senza parole. Deve forse rivelargli che aveva voglia di vederlo a sua volta, nonostante tutto, e che ha mobilitato tutta la città per cercarlo non solo perché voleva passare almeno mezza giornata per fargli tutte le proprie mille rimostranze? Doveva dirgli che temeva volesse non prestar fede alla sua parola?
Dannazione, odiava non riuscire a rispondere a tono.
“Non si direbbe… qui avresti avuto un alloggio a tua disposizione…”
Parole che non suonano convincenti neppure alle sue stesse orecchie.

“Lo so.”
Fluido come l’acqua, leggero come l’aria, quello di Lugaid è un movimento unico, compatto ed armonico, che lo porta ad avvicinarsi a Vadania, cingendole la vita con un braccio.
“Ma…”
Ha bisogno di una casa che sia solo sua? Vuole avere il proprio spazio? Non desidera rischiare di stancarla, tediarla?
Richiude la bocca, senza essere capace di dire nulla, accentuando appena la stretta che la lega a lui. Torna alla parola solo dopo averle sfiorato la fronte con le labbra, delicatamente, quasi timidamente.
“E’ così. Avevo davvero voglia di vederti.”
Che banalità. Eppure, come può la verità, in questo caso, non essere banale, scontata? Come può esistere una realtà in cui lui, Lugaid, non desidera averla tra le braccia?

Si scioglie dall’abbraccio, arretrando ulteriormente di qualche passo, gli occhi che lo fissano con malcelato risentimento.
“Non cercare di manipolarmi con qualche moina: voglio sapere esattamente - esattamente, mi sono spiegata? - cos’hai in mente di fare.”

Inspira profondamente, abbassando le palpebre; quando espira, a fondo, porta entrambe le mani sul volto, a massaggiarsi gli occhi chiusi.
“Honderyll sembra del tutto convinto, ora, ma credo sia necessario dargli ancora qualche tempo.”
E se la voce è quella, naturale, di Lugaid, dell’assassino è sicuramente la lucida freddezza con la quale l’elfo ha analizzato la situazione, quasi che non dipendesse, dalle mosse che farà in un immediato futuro, tutta la sua esistenza.
“Per abituarsi all’idea, intendo dire. Dovrò poi affrontare suo padre… una questione che va studiata nei dettagli perchè non manchi della giusta teatralità. Con la sua genitrice, invece, temo di non avere desiderio nè intenzione di convenire. E poi…”
Allarga le braccia, gli occhi nuovamente aperti.
“E poi si vedrà. Non dipende solo da me.”
Si stringe nelle spalle con il medesimo gesto con il quale fa ricadere le mani lungo i fianchi, concedendosi qualche attimo di pausa.
“Per il momento, pensavo di rimanere nella mia nuova abitazione -ti dirò il nome del pittore che la abita, così potrai rinunciare alle tue spie- in modo tale da non recare disturbo a nessuno.”
Fa un rapido sunto mentale; ha dimenticato qualcosa? No, non manca nulla, più o meno. Ad esclusione, certo, della voglia che prova di stringerla, di quanto, si è accorto solo ora che le è tanto vicino da respirarne il profumo, gli manchi quella piccola presenza.
Eppure non lascia che i suoi pensieri raggiungano le labbra, frenando un nuovo impulso ad abbracciarla, tradito solo da un pizzicore sulla pelle e da una repentina contrazione delle mani.

Annuisce, rilassandosi nonostante le sue parole sembrino esprimere l’esatto contrario.
“Come desideri. E’ un peccato, però: Casa Ember avrebbe accolto con…” sollievo? “…gioia una nuova presenza maschile.”
Gli sorride, non del tutto convinta, avviandosi verso la porta dalla quale è uscita solo poco prima, voltandosi verso di lui una sola volta per fargli cenno di seguirla.
“La legge dell’ospitalità vuole che ti offra del cibo, la mia aggiunge anche un buon calice di vino. Vieni”

Apre la bocca per replicare, richiudendola subito dopo in favore di un leggero movimento del capo, un annuire leggero che precede solo di un attimo l’incamminarsi dell’elfo dietro Vadania. Quando le sue labbra tornano a schiudersi è per dar vita a dei suoni, un pensiero che, seppur laterale e poco importante, nutre già da qualche tempo.
“Dovresti presentarmi a tua sorella. Non credi?”
Non specifica in che qualifica e quanta parte di verità dire, lasciando a lei il privilegio e l’onere di calibrare l’esatta parte di realtà da mescere nella menzogna, un calice agrodolce da servire ad Alissa.

Si volta di scatto, quasi rischiando di scontrarsi con lui.
“Non è il momento. Non considererebbe con favore una tua visita… non in questo momento. Lei…”
Si inumidisce le labbra, visibilmente nervosa
“…lei è molto intuitiva…”
“Lo sono davvero.”
Un’aggraziata figura vestita di taffetà nero fa capolino da una delle porte, le mani nascoste nelle ampie maniche dell’abito ed i capelli d’oro appenna appuntati alla nuca, lasciando ricadere la lunga chioma sulle spalle e sulla schiena, in netto contrasto con il colore scuro dell’abito.
Bella ed eterea, Alissa rivolge alla sorella per uno sguardo lungo e penetrante prima di dedicare la sua attenzione al nuovo venuto cui, meccanicamente, rivolge un sorriso ed un cenno del capo.
“Ci conosciamo?”

Prima di rispondere, Lugaid si prende tutto il tempo di voltarsi verso la nuova arrivata e, senza indulgere nelle lunghe occhiate che la curiosità esigerebbe, assetata di somiglianze con la sorella, si inchina in silenzio, in un saluto che è solo gestuale, se non meno sincero. Si raddrizza, poi, senza impettirsi, mantenendo una posa del tutto rilassata; un sorriso sincero fiorisce sulle labbra, prima che queste si schiudano per parlare.
Alissa.
Lugaid non commette neanche per un attimo l’errore di sottovalutarla, di considerarla indifesa, senza artigli; ha, su di lei, le informazioni che le ha dato Vadania, poche in verità, ma ha soprattutto il suo sesto senso che lo informa di qualcosa di imminente, incombente.
Parla con tono cortese, fermo ma morbido, privo di alcun accento particolare.
“Forse, mia signora. Se il vostro intuito, tanto affilato, vi suggerisce di sì, non possiamo che prendere in considerazione questa eventualità. Il nome con cui mi sentirete chiamare da Vadania, a meno che non mi stia, come di frequente accade, rimproverando di qualcosa, è Lugaid.”
Una breve pausa, necessaria a null’altro che a separare due frasi.
“Così non si potrà dire che partiate svantaggiate non conoscendo il mio nome, mentre io, com’è naturale, conosco il vostro.”
Sì, sarà tremendo abituarsi alle buone maniere.

Muove qualche passo un avanti, uscendo dal quadro della porta.
“La persona per salvare la quale mia sorella ha rinunciato alla sua fuga. O per la quale essa è fuggita? Per quanto sottile, il mio intuito non mi ha ancora informata di questo. Volete essere voi a rimediare?”
La sicurezza che ostenta, non come costruzione manierista ma in quanto dono di cui è intrisa la sua stessa persona, non viene meno neppure quando Vadania si porta tra i due, scoccandole un’occhiata poco amichevole.
“Ai miei ospiti penso io, non è necessario che tu ti scomodi. Soprattutto se il tuo intervento si risolve nel richiamare spiacevoli eventi del passato.”
La rabbia che esprime è forse accentuata da quel vago rossore che le imporpora le guance? Si potrebbe scommettere sia proprio così.

“La persona la quale ha rinunciato alla sua fuga per salvare vostra sorella.”
Il sorriso che le scocca è del tutto divertito, senza alcuna traccia di un disagio che, effettivamente, non prova. Crescere fra sangue, veleni e gente che non desidera altro che piantarti un coltello fra le scapole, si trova a riflettere l’elfo, ti fa considerare sotto un’altra luce gli scontri verbali, per quanto sottili. O, forse, lo stare affrontando la sua famiglia gli sta donando una certa serenità o, quantomeno, un certo relativismo.
Lugaid scaccia simili, oziosi, pensieri nel momento in cui riprende a parlare, con il medesimo tono cortese, non curandosi di celare una nota di divertimento.
“Anche se, è doveroso dirlo, non sono tanto importante da fuggire quanto da partire; e, conoscendone il carattere, forse sono io che debbo essere salvato da vostra sorella.”
Un sorriso obliquo gli inclina per un attimo le labbra, quando l’idea si visualizza nella sua mente.

Ignora la seconda parte della frase, concedendosi solo un sorriso tanto fugace da lasciare il dubbio che sia apparso veramente.
“Restare per salvare Vadania? Cosa dovrebbe temere una figlia degli Ember? E, soprattutto, cosa potresti fare, tu, per salvarla?”
Occhi indagatori di un verde intenso, l’unica caratteristica che sembra accomunare le due sorelle, altrimenti profondamente diverse quasi da non sembrare tali.

“L’ironia, se non la fede, ci salverà tutti.”
Proclama, con un sorriso divertito che non accenna a spegnersi. Quanta serietà, quanta contezza.
Lugaid voleva scherzare, naturalmente. In fondo, non è che uno sconosciuto di basso rango e poca importanza.
Che cosa potrebbe mai fare, lui?
Su questo pensiero, gli angoli della bocca si inarcano impercettibilmente di più.

Il volto di Alissa sembra illuminarsi di una nota di misurato divertimento.
“Vadania aveva ragione almeno su questo: non è gentile far aspettare un ospite in anticamera e non offrirgli modo di ristorarsi. Prego, vogliate seguirmi nel mio salotto, saremo lieti di avervi come ospite.”
Gli volta le spalle, senza poter vedere i polsi di Vadania che si uniscono e si separano mentre gli indici disegnano nell’aria un ampio ‘’no'’ all’indirizzo di Lugaid, rimarcato dal movimento silenzioso delle labbra e da un’espressione che non nasconde il concitato suggerimento.
Ci mancava solo questo, sembra pensare la giovane elfa, senza sapere chi dei due risulti meno preparato all’incontro.

Si lascia sfuggire un risolino leggero alla vista di Vadania.
Parla senza voltarsi verso Alissa, non avendo bisogno di guardarla per seguirne i movimenti, e tende una mano verso Vadania, il palmo verso l’alto.
“Non posso che essere restio a farvi sprecare il vostro prezioso tempo, mia Signora, ma non posso, in verita`, rifiutare a cuor leggero il vostro invito.”
Una fugace strizzata d’occhio a Vadania chiude la frase.
Nella tana della leonessa; la cosa si fa divertente.

Alissa lo osserva da oltre una spalla, sorridendo appena.
“Non spreco mai il mio tempo. E voi, ser…”
Si volta, trovandosi esattamente nello specchio della porta ed esprimento con tono casuale una constatazione che casuale non è. Sa perfettamente chi si trova davanti, ed allo stesso tempo sa, o pensa di sapere, quale sarebbe stato il giudizio del suo amato padre.
“Temo di non conoscere il vostro nome.”

Si lascia andare ad un sospiro leggero, incorniciato da un sorriso pallido, leggero. China appena il capo, dissimulando la sua allegria in un cenno cortese.
Alissa. Persona interessante, senza dubbio, decisamente stimolante.
Quando alza il capo, il sorriso si è trasferito agli occhi, le labbra piegate in un’espressione di educata cortesia.
“Temo, mia signora, di aver già contribuito, con il mio comportamento disdiscevole, a mettere vostra sorella in una luce che non merita.”
Si volta verso Vadania, il sorriso che si allarga appena di più.
“Lascerò quindi che sia lei a compiere le presentazioni. Formali.”
Tace, accennando appena all’elfa dai capelli di fuoco; a lei la parola, a lei la scelta su quanto dire.

Lo sguardo di Vadania è tutt’altro che amichevole mentre saetta dall’uno all’altro, il capo che si piega in un formale cenno d’assenso.
“Sorella cara, è mio piacere presentarti Lugaid Vanquillose Loine di Lymes, figlio un tempo scomparso di lord Elender di Vanquillose di Lymes. I motivi che l’hanno finalmente ricondotto alla sua famiglia sono molti e complessi ma…”
“Non ne dubito”.
La interrompe con tutta la cortesia che la buona educazione le impone, rendendo il suo gesto, almeno in apparenza, tutt’altro che sgarbato.
“Ma non mi interessano i nomi acquisiti da pochi giorni, non sono che l’abito nuovo pronto a sgualcirsi alla prima occasione. Cercherò di porre altrimenti la mia domanda, sperando che altre e più semplici parole mi siano di conforto ed aiuto.”
Lo sguardo torna sulla figura di nero abbigliata e la mano si solleva, contemporaneamente, in direzione di Vadania, fermandone sul nascere la risposta che già le schiude le labbra.
“Chi siete?”

Sorride, ancora, compiaciuto; parla con divertita cortesia, rivolto ad Alissa, ma senza lesinare qualche occhiata, fugace, a Vadania. Cerca forse approvazione? No, si rende conto mentre, con un sorriso che sale fino agli occhi, torna a voltarsi verso Alissa; semplice voglia di guardarla.
“La persona che corteggia vostra sorella. Con alterne fortune.”
Una sola frase, rapida come il baluginio di una lama, lasciata quasi cadere; quando riprende a parlare, è come se non l’avesse mai detto.
“Ho avuto il privilegio di poter indossare molti abiti ed avere molti nomi. Sono stato Jacobius, il copista; Helian, il pittore; Valanil, il fattorino. Huine, l’ombra.”
Un sorriso increspa fulmineamente le labbra, subito dopo aver aggiunto le ultime parole; quando riprende a parlare, il tono si colora di un caldo accento delle marche del sud.
“Senza dimenticare Noqualmë Uialen di Kyle. E Nualma, il servitore.”
China appena il capo, in un grazioso cenno.
“Sono e non sono. Solo una cosa è certa.”
Allarga le braccia, abbassando gli occhi al proprio vestito.
“Il nero mi dona particolarmente.”
Un sorriso, sfolgorante; quale sarà la prossima sfida? Quale la prossima domanda? A quando il prossimo attacco?

Un sopracciglio inarcato è la massima risposta che riesce ad ottenere mentre Alissa volta le spalle ai due, precedendoli lungo l’ampio corridoio.
“Sono estremamente curiosa di scoprire quali sono le occupazioni in cui il vostro talento si esprime al meglio. Oltre alla sartoria, naturalmente.”
E’ forse ironia quella che sente? Il suo profumo è tanto impalpabile da non poterne individuare con certezza la presenza pur essendo indubbio il gioco che l’elfa sta portanto avanti: un gioco di mezze frasi e sottointesi accennati.

“Temo solo quella, mia signora.”
Segue con passo felpato, quasi felino, Alissa, adattando la propria andatura a quella dell’elfa, in modo da rimanerle, costantemente, due passi più indietro.
“Già in tenera età mi scoprii abile nel taglio e nel cucito. Più nel primo che nel secondo, in effetti, ma alle naturali inclinazioni non si comanda…”
Scrolla le spalle in un gesto di puro calcolo, pur nella consapevolezza che Alissa non potrà vederlo; è ormai assorbito nel divertimento che quella continua scherma gli procura, quasi drogato dalla sfida verbale ed intellettuale.

“Lord Ember era solito curare personalmente i propri libri paga. Li custodiva scrupolosamente come si conviene, questo è ovvio, tanto che una sola persona era ed è tutt’ora a conoscenza della loro esistenza. Volete indovinarne il nome?”
Si ferma avanti ad una grande porta, sorridendo all’indirizzo di Lugaid tradendo solo in parte la propria soddisfazione. Un colpo basso? Forse.
Senza distogliere lo sguardo solleva una mano per colpire delicatamente il battente, così che uno dei servitori possa aprire la strada alle loro signorie.

Non lascia che il sorriso si spenga, nè che il tono si appassisca; tuttavia, mentre parla, richiama alla mente quante transazioni ha concluso di persona con Lord Ember, quanti nomi differenti gli ha fornito, quante notizie, di lui, potrebbe aver conosciuto. La risposta gli farebbe contrarre la mascella, se non stesse già parlando.
“Non saprei, mia Signora. Ricordo, certo, il suo segretario personale, sollecito nel portare il calice di vino che, come di consueto, chiudeva ogni incontro con il Lord vostro padre.”
Un sospiro, come se si dovesse trovare a dire un’ovvietà necessaria.
“Tuttavia non ho mai ritenuto di mia pertinenza la contabilità privata di vostro padre, nè lui ha mai creduto opportuno informarmene. Nè, in fondo, ho mai avuto altri motivi per interessarmi della questione.”
Lascia che il sorriso divenga, specchio del tono, per un solo attimo famelico, quasi feroce, per poi tornare alla cordiale apertura di poco prima.
Bella mossa, non c’è che dire; l’incontro si sta prospettando decisamente più interessante di quanto non si fosse annunciato. Di solito, in queste situazioni, c’è sempre il morto.
Un sospiro preannuncia un leggero accentuarsi del sorriso dell’elfo. Purchè non sia lui, non dovrebbero esserci problemi.

La porta si apre, rivelando un grazioso salottino ornato di strumenti musicali di varia foggia e natura, alcuni si direbbero provenire da luoghi tanto lontani da non poter avere neppure un nome.
“Appurato che conosco ciascuno dei vostri nomi e dei servigi che avete reso alla mia famiglia… gradite un tea? Abbiamo ottimi biscotti appena sfornati.”
Sono più esemplari i suoi gesti da perfetta padrona di casa od il suo lasciar trasparire tra le righe sempre più di quanto le sole parole non dicano?

Il sorriso che sfavilla sul volto dell’elfo incornicia parole che sgorgano argentine dalle sue labbra, in un’amabile correzione di quanto Alissa ha appena detto.
“Appurato che conoscete molti dei miei nomi e qualcuno dei servigi che ho reso alla vostra famiglia…”
Una breve pausa, un leggero dondolio del capo.
“Grazie, credo che non prendero` nulla, in effetti.”
Un’altra pausa, spesa tutta nell’osservare con manifesta attenzione la stanza, lasciando scivolare gli occhi sulle pareti ingombre di strumenti, pizzicandone le corde con lo sguardo, percuotendone le membrane con la sola curiosita`.
“La sala della musica?”

Le labbra si assottigliano impercettibilmente per poi distendersi nuovamente in un sorriso accomodante.
“Non potrei arredare diversamente il mio piccolo salotto. Prego, accomodatevi, Ser Lugaid.”
Se fosse o meno una provocazione, il chiamarlo ser anziché Lord, non viene lasciato trasparire da alcuna delle movenze delle quali si veste come fossero le sete più preziose. E’ solo quando sta per adagiarsi su una comoda poltrona che lo sguardo torna verso la porta, interrompendola.
“Vadania, vieni avanti. Non è gentile restare ferme sulla porta. Non ti preoccupare, non desidero oltragiare il nostro ospite con insolita scortesia, anche se ha imperdonabilmente rifiutato il mio tea.”
I capelli fulvi si muovono seguendo lo spotamento del capo, la fronte disegnata dei profondi pensieri che la attraversano in quel momento.
“il mio ospite, Alissa, il mio ospite.”

Come impermeabile al rimprovero, per nulla velato, di Alissa, Lugaid si accomoda di fronte alla sua nuova ospite senza permettere al proprio sorriso di incrinarsi.
Si inserisce nella discussione tra le due sorelle, incurante, come se le sue parole fendessero il silenzio.
“Il vostro piccolo salotto, dite?”
Ancora, volta manifestamente il capo in un palese studio degli strumenti che ornano la sala. Nualma, il servitore, non ha mai visitato questi quartieri.
“In un momento in cui la conversazione non mi sarà sembrata starvi tanto a cuore, mia dama, temo che vi chiederò di darmi un saggio della vostra abilità, sperando che vorrete acconsentire.”
Accavalla le gambe, appoggiandosi comodamente allo schienale; in silenzio, attende che l’elfa riprenda a guidare la conversazione verso i lidi cui desidera approdare.

“Non mi sembra di avervi invitato a tornare o ad intrattenervi a lungo.”
Una breve occhiata all’indirizzo di Vadania, che nel frattempo ha preso posto accanto alla finestra, ed un fuggevole sorriso che le incurva le labbra.
“Non ancora, quanto meno.”
La breve pausa che segue le occore per richiamare un servitore e dare ordine di preparare tea per tre. Nel caso Lugaid cambiasse idea, si premura di aggiungere, continuando poi a rivolgersi all’inatteso ospite non appena udito l’attutito richiudersi della porta.
“Ammetto di essere molto curiosa, Lugaid - posso chiamarvi così? - Ditemi, vi capita spesso di turbare il sonno di un intero palazzo con grida tanto acute? Da quanto so di voi non pensavo amaste a tal punto la… teatralità.”

Scrolla le spalle, noncurante.
“Oh, a volte sì, a volte no. La teatralità è un’arma affilata quasi quanto la buona educazione, non ho certo bisogno di dirvelo…”
Appoggia le mani sulle ginocchia, inspirando ed espirando a fondo, prima di tornare a parlare.
“Inoltre, bisogna sempre considerare lo scopo primario di ogni azione.”
Accenna un nuovo sorriso, concedendosi un’apparente distrazione, lo sguardo attratto dai numerosi strumenti musicali.

Il silenzio si fa quasi opprimente prima che Alissa torni a parlare, con espressione più grave di quanto lei stessa vorrebbe.
“Non sono così spregiudicata da apprezzare chi per vivere svolge un tale mestiere. Le difficoltà della vita non sono una scusante, o per lo meno non lo sono più quando si giunge ad avere una possibilità di scelta. Potete essere un Vanquillose o finanche l’ultimo discendente della dinastia regnante, non mi interessa: non è il vostro nome che vi da lustro bensì le vostre azioni… e queste vi rendono quanto meno opaco ai miei occhi. Non apprezzo che vi intratteniate con mia sorella.”

“Oh, lo immagino bene!”
Esclama convinto, deciso, senza tuttavia che dalla sua espressione scompaia un sorriso diffuso, quasi impalpabile eppure presente.
“Sono perfettamente conscio di quanto opaco io possa apparire a coloro che commissionano i miei servigi, credendo che il denaro ripulisca loro le mani. O ai loro figli.”
Scrolla le spalle.
“Ad ogni modo, mi duole mancare del vostro apprezzamento. Cercherò di farmene una ragione.”

“Adesso basta”
La voce di Vadania li raggiunge, secca e glaciale come l’acciaio temprato.
“Smettetela di parlare come se io non fossi qui. Farò esattamente ciò che voglio, che chiediate o meno il mio parere, pertanto, signori…”
Come non cogliere la nota ironica in quella sola parola e in quante la seguono?
“…spero vogliate scusarmi se sento l’esigenza di ritirarmi nelle mie stanze.”
Non si premura di accennare alcun inchino mentre volta le spalle ai due, furente tanto con l’uno quanto con l’altro, avviandosi a passi decisi verso la porta.
Un sorriso di vaga soddisfazione è l’unica reazione di Alissa, bellisima ed immobile sulla sua poltrona preferita.

Sospira, chiudendo gli occhi e portandosi le mani alle tempie. Lascia che la voce filtri così, da dietro dita che, lentamente, massaggiano la fronte con un movimento circolare.
“Credo, mia Lady, che io debba scusarmi con voi ed andare a cercare di non farmi uccidere da quella tigre che è vostra sorella da adirata.”

Parla nel medesimo istante nel quale la porta si apre per lasciar uscire Vadania ed entrare un servitore in livrea biancoblu, con un grande vasoio d’argento sorretto da entrambe le mani.
“Temo di non potervelo permettere. Se la calmaste la mia piccola recita non sarebbe valsa a nulla e, come vi dicevo pocanzi, non sono solita perder il mio tempo.”

Abbassa le mani in un sospiro, un sopracciglio appena inarcato ed un’aria di stanca condiscendenza sul volto.
“Siete crudele, sapete.”
Alza le spalle, adagiandosi nuovamente contro lo schienale. Si inumidisce le labbra, prima di tornare alla parola.
“Tuttavia errate, se mi credete in possesso della facoltà di placare il suo animo.”
Si concede un sogghigno divertito, rapido come il ricordo di eventi non troppo remoti.
“Di norma, anzi, sembra che io la esasperi oltremodo.”
Esala ancora un sospiro, voltando pigramente il capo verso la porta. Quanto tempo lasciar passare, prima di raggiungerla? Come conciliare l’esigenza di abbracciarla, subito, con quella di spiegarle, di calmarla, di non saperla adirata con lui? Il labbro inferiore viene eletto a capro espiatorio e tormentato dai denti sull’onda di simili dubbi.

This entry was posted on Domenica, Febbraio 25th, 2007 at 22:41 and is filed under giocate fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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