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L’apprendista e l’assassino - X


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Sospira, chinando appena il capo e scuotendolo piano, atteggiando il volto ad una condiscendenza velata da una pazienza messa alla prova.
“Anche io possiedo di queste pessime abitudini, invero…”
Si inumidisce le labbra, tornando ad una postura completamente eretta.
“…sono i postumi di una cattiva educazione, temo.”

“Mi privi di ogni gratificazione… Speravo fosse colpa mia, in verità.”
Tenta di mantenere più a lungo la serietà raggiunta, ma è costretta nuovamente a capitolare, accentuando l’inclinazione della schiena nella chiara intenzione di sbilanciarsi.
Un gioco, solo un gioco, poi vi sarà tempo anche per la serietà e per quella risposta che non ha dimenticato e che desidera ancora.

La regge, per qualche attimo, in equilibrio; stufatosi del gioco, ben presto in verità, la riattirà a sè con una sorta di strattone.
“Mai detto che non lo fosse. Aggiungeremo anche questa al lungo elenco delle tue colpe…”
Tentenna, per qualche attimo, riflettendo sull’opportunità di completare la frase con le parole che gli erano giunte, originariamente, alle labbra; l’indecisione, nella volontà di non dar vita a lunghe pause, non può che essere, forzatamente, passeggera.
“…elenco che tua sorella pare non conoscere troppo bene, ho notato.”

L’idea di una lunga lista recante tutte le sue colpe la colpisce meno che non l’ultima parte della frase di lui: su quale argomento si è svolta la conversazione dopo che ha abbandonato la stanza? Dannazione, non sarebbe mai dovuta andar via!
Piccoli segni si formano tra le sopracciglia quando queste vengono corrugate, seguendo il percorso tortuoso dei penieri.
“Hai notato?”
Si limita a ripetere in tono interrogativo, rivolgendogli uno sguardo sospettoso.

“Già.”
Si concede uno sguardo circolare alla sala, una lunga occhiata che non vede assolutamente nulla, con il solo scopo di prendere tempo, guadagnare qualche attimo di pausa.
Le labbra, increspate da un sorriso appena soffuso, tornano ben presto a piegarsi, morbidamente, all’esigenza della parola.
“O intuito, sarebbe più corretto dire, dai numerosi rimproveri indirizzatimi per l’aver svegliato, nel cuore della notte, tutta una casa con urla disumane solo per dare una…”
Un’esitazione esagerata, squisitamente retorica.
“…dimostrazione eclatante quanto inutile.” e, sui due aggettivi, la voce si colora di una sfumatura appartenente a quella di Alissa, in una blanda imitazione apparentemente involontaria.
Lo sguardo torna, rapido, negli occhi di Vadania, improvvisamente carico della durezza spietata propria di un’ironia brutale.
“Una persona decisamente brillante, tua sorella. Se solo non traesse conclusioni tanto affrettate…”
Un sospiro di rammarico abbandona le labbra dell’assassino subito dopo le sue parole, sigillo impalpabile della sua spiegazione.

“Sa che sei stato tu? Non hai confermato i suoi sospetti, vero? Per gli dei, dimmi che non l’hai fatto…”
E’ una nota di pura angoscia quella che le sfugge dalle labbra: Alissa non avrebbe mai approvato che un individuo dal passato come quello di Lugaid frequentasse la loro casa, a maggior ragione dopo aver udito così bene le conseguenze del suo lavoro.
Fa per divincolarsi, una mano che sale a cingere la fronte.
“Alissa è molto più che brillante, se solo la smettesse di assomigliare così tanto a nostro padre potrebbe realizzare qualunque cosa”

Li ha confermati? Oh, sì che lo ha fatto.
“Credo sia così ferma nelle sue convinzioni da non aver bisogno di conferma alcuna.”
Scrolla le spalle con il medesimo gesto con il quale la scioglie dal suo abbraccio.
“E, in effetti, ha pienamente ragione.”
Una nuova pausa, studiata, lunga il tempo necessario per conferire il giusto peso alle parole che sta per dire.
“Quando dice che sono una persona pericolosa, intendo. Troppo pericolosa per starti accanto.”

Si volta a guardarlo, la mano che si stacca dalla fronte e si ferma a mezz’aria.
“Davvero? Ed io non lo sarei a sufficienza? Dimmi che la mia famiglia è in pericolo e consegnami un’altra dose di quel veleno, Lugaid, fallo e scopriremo ben presto chi di noi due è più pericoloso. Non ho scrupoli se è per una causa giusta, non dimenticarlo. Mai.”

Le posa l’indice destro sulle labbra prima che abbia terminato di parlare.
“Una giusta causa… quante remore morali.”
Si lascia sfuggire una risatina sommessa, cui seguono parole in tono pesante, grave più di quanto desiderasse.
“E’ più comodo che perseveri nelle sue convinzioni e non vi è bisogno che sappia tutto. Inoltre…”
Un sorriso torna a sfolgorare sulle sue labbra, mentre il tono si fa divertito, leggero.
“…in alcuni ambienti, potrebbe giovare ottimamente alla mia reputazione. Non certo un lavoro pulito, ma di grande effetto… al giorno d’oggi, si cerca più l’apparenza che la sostanza.”

“E più comodo per chi e, soprattutto, perché? Credi non sia in grado di accettare che la sua dolce sorellina si è dimostrata capace di un’azione come questa?”
Si lascia sfuggire una breve risata, giunta a proposito per celare il brivido che la percorre al solo ricordo.
“Non potrei immaginare causa migliore per la quale mettere mano al pugnale, o al veleno. Non rinnego quanto è accaduto”

Si lascia sfuggire un sorriso obliquo, che permane qualche attimo sulle sue labbra prima di sciogliersi in parole.
“Credo che, se sospettasse che io ho traviato la sua dolce sorellina, deciderebbe di farmi ammazzare il più in fretta possibile.”
Le parole sono cantilenanti, allegre, quasi insolenti, quasi come fossero pronunciate da una bocca diversa da quella appartenente al padrone delle mano che, ora, sta tornando a sfiorare il viso di Vadania.
“In ogni caso, non credi sia meglio non esasperare la sua capacità di sopportazione, per il momento?”

Allontana con la propria la mano di lui, rivolgendogli uno sguardo sgarbato.
“Ne parli come di qualcuno che ti accingi a raggirare… Non pensarci neppure. Se non altro perché non è così stupida da permettertelo. Piuttosto, accetta la nostra ospitalità per questa notte e immagina di poter dormire su un letto così soffice ogni volta che lo desideri, immagina di poter sentire quello stesso profumo e di svegliarti con quella stessa luce soffusa. ti sarà utile quando dovrai decidere tra una mano armata ed una disarmata.”
La voce si fa via via più suadente mentre le punte dei piedi divengono lentamente l’unico appoggio che si concede.

Esala un lungo sospiro, il volto atteggiato ad un’espressione di corrucciata rassegnazione palesemente esagerata. Quando torna a parlare, tuttavia, il tono è sommesso, carezzevole, le parole come un fluido denso e tiepido.
“Non posso dire di non apprezzare la ruvida schiettezza di un materasso poco più che comune, eppure, mia signora, la tua proposta mi alletta… Ah, mia madre mi diceva sempre di guardarmi dalle donne che offrono letti soffici e profumati. E, magari, anche tipiedi.”
Ed è un’occhiata profonda quella che, maliziosa seppur non lasciva, Lugaid scocca a Vadania; interpretabile a piacere, certo, ma non in molte declinazioni.
Eppure, quando le parole tornano a fluire dalle labbra dell’elfo, sono come stridio di vetri rotti, taglienti, crudeli, asciutte e graffianti.
“O, almeno, credo che me lo avrebbe detto, se non fossi stato venduto ad un uomo con una spiccata predilezione per i teneri, giovani elfi. Certo, c’è da dire che quel letto non era morbido, nè profumato, nè tiepido.”
Con un passo, scivola fuori dallo spazio di Vadania, il corpo che mantiene una postura morbida almeno quanto la mascella, serrata, gli rende difficoltoso parlare con il consueto tono di voce.
“Accetterò il tuo gentile invito, ad ogni modo.”
Un inchino, rigido, formale, quello di un servitore ad una nobildonna.

Deglutisce a vuoto, sentendo salire al volto un rossore che tenta di nascondere chinando il capo, ed è solo quando le parole di lui si spengono, come la fiammella della candela di cui resta solo l’acre odore del fumo, che giunge nuovamente a guardarlo, il capo che torna eretto ed una mano che si allunga in sua direzione, rigirando infine il palmo candido verso l’alto.
“Vieni, allora”
Lo invita, forse più esitante di quanto sarebbe opportuno e comprensibile.

Non proferisce parola mentre, con una lentezza che non è indolenza, solleva a sua volta una mano e la poggia, come si trattasse di sfiorare un delicato lavoro di cesello su foglia d’oro, sul palmo di Vadania. Il tempo di un respiro dopo, ha racchiuso la mano dell’elfa tra le dita, stringendo delicatamente.
Verrà, sì. Ma dove?

Passo dopo passo si muove all’indietro, trascinandolo nella sua stessa direzione senza che le proprie dita vadano mai a catturare quelle di lui. Quando la schiena si appoggia ad una delle porte è la mano libera che cerca la maniglia senza che lei stessa debba voltarsi. Uno scatto netto ed il lento persorso può proseguire.
Non c’è bisogno di spiegare a Lugaid dove si trovi.

Riesce a non deglutire a vuoto mentre segue Vadania, passo dopo passo, senza mai ridurre le distanze nè, tuttavia, lasciando che si dilatino. Mantiene lo sguardo, fisso, negli occhi di lei, utilizzando solo la visione periferica per orientarsi.
L’addestramento di una vita gli viene in soccorso per mantenere il respiro regolare e l’espressione impassibile, a meno di un leggero sorriso appena ammantato sulle labbra.

La stanza è quella che Lugaid già conosce, con l’ampio letto a baldacchino e pochi mobili ben disposti lungo le pareti perimetrali. Le tende sono richiuse, poiché la camera resta sempre pronta per la sua unica funzione.
Vadania prosegue verso il candelabro a sei braccia, indecisa se tentare o meno di liberare la propria mano, quindi, una volta raggiuntolo, prende una delle candele per poterla accendere alle fiamme del caminetto.

Scioglie, lentamente, la presa che trattiene la mano dell’elfa, senza tuttavia interrompere il contatto, nella precisa volontà di lasciarle la possibilità, se dovesse volerlo, di farlo lei stessa e riprendere possesso della sua estremità.
Rimane immobile, in attesa, lasciando scorrere lo sguardo attento lungo pareti e mobili ben conosciuti, evitando di proposito di soffermarsi sul baldacchino.
Il sorriso sulle sue labbra, inconsapevolmente, si allarga di una misura quasi impercettibile.

Ritrae la mano con la medesima lentezza di una carezza, voltandogli poi le spalle con una mezza giravolta prima di avviarsi verso il caminetto, la candela ancora tra le mani.
E’ solo quando vi si accuccia davanti, porgendosi perché lo stoppino possa prendere fuoco, che le sue labbra si schiudono dando spazio a parole che sembrano voler accompagnare lo scoppiettare delle fiamme.
“Non vuoi metterti comodo? Il sole è tramontato da parecchio tempo, ormai”

Silenzioso, felpato, si muove elastico dietro la sua preda, accucciandosi alle spalle di Vadania, le gambe sufficientemente allargate da consentirgli di avvicinarsi. Il contatto inizia, leggero, dalla schiena, entrambe le mani, giunte, che si appoggiano in corrispondenza della colonna vertebrale; un centimetro dopo l’altro, i palmi si poggiano e si spostano, scivolando, sui fianchi dell’elfa. Le mani indugiano, per qualche attimo, sulle anche di Vadania e quindi, superatele come avessero scavalcato la cime di due montagne, procedono più rapide sul suo ventre, andandosi ad intrecciare all’altezza dell’ombelico, immobili.
E’ in quel momento che le labbra, fattesi impudentemente vicine, le si poggiano leggere sul collo, muovendosi piano in una carezza che è, al contempo, tiepida e morbida. Un fuggevole attimo dopo, il contatto è interrotto e le labbra si sono portate in prossimità dell’orecchio per liberare i suoni che custodiscono, leggeri, appena arrochiti, al di sopra della soglia dell’udibilità.
“Temo di non avere i miei bagagli, con me. Inoltre, ritengo spetti alla padrona di casa il diritto di mettersi comoda, per prima.”

Immobile, senza sapere come comportarsi, lascia che la clessidra si liberi di un numero indefinibile di granelli di sabbia prima di posare una mano a terra, quasi avesse bisogno di uno slancio per potersi rialzare. Sorride forzatamente nel raggiugnere il candelabro per spartire tra tutti i lumi il fuoco raccolto, testimoniando la crescente tensione che la coglie.
Si sta prendendo gioco di lei? Sicuramente, la sta mettendo in difficoltà per cibarsi del piacevole sapore della provocazione e, dannazione, ci sta riuscendo alla perfezione.
“Manderò un servitore perché possa prenderti qualcosa di adatto. Abbiamo ancora gli abiti di mio padre…”

Si sposta pigramente, senza seguire un percorso rettilineo, rendendo indefinibile la propria meta finale. Giunto in prossimità del bordo del letto, gli volge le spalle con un mezzo giro e vi si lascia cadere seduto sopra, le mani all’indietro a sostenere una posa appena reclinata.
Arriccia le labbra, inspirando a fondo, senza curarsi di nascondere il dubbio nella voce.
“Gli abiti di tuo padre…?”
Solleva e riabbassa le spalle con un movimento che ne distende anche i tratti del viso.
“Come ritieni meglio.”
Volta poi il capo, di lato, spostando lo sguardo su una delle mani che ha posato sul letto, inerte sostegno al proprio peso.

Andò lei stessa, lasciandolo solo per qualche tempo, fino nelle stanze di suo padre, per prendere quanto occorreva loro: un paio di comodi pantaloni ed una casacca morbida che non recasse disturbo durante le ore notturne.
Uscire da quegli alloggi le costò non poco, carichi com’erano di mille ricordi, eppure non poteva permetersi di indugiare, non in quel momento. Il corridoio risultò buio e vuoto mentre lo percorreva a passo svelto, guardando diritto davanti a sé. Una volta tornata da lui non aveva fatto altro che consegnargli l’involto prima di ritirarsi in una piccola stanzetta adiacente, così da cambiarsi a sua volta. Eccoci, dunque, giunti al tempo presente.

Spesso, nel pensare ad un combattente, si pone l’accento tra il rapporto empatico che si crea tra questi e le sue armi. Un prolungamento del braccio, un’estensione di sè, quasi un arto sensibile.
E’ giusto, ovviamente. Le armi, le spade, i pugnali, gli aghi avvelenati, gli archi, le frecce, le balestre, persino le fionde debbono essere familiari, ad un Assassino, quanto le sue stesse dita. Non che queste ultime, di per sè, non siano qualificabili come armi, ovviamente.
Quasi nessuno, tuttavia, pensa alle vesti. Eppure, come chiunque abbia intrapreso la Libera Professione da un tempo ragionevole per poter esibire la propria stessa vita come un vanto non fa mistero di sapere, ciò che si indossa è altrettanto importante di ciò che si adopera come arma.
Una seconda pelle, una protezione ed assieme un ostacolo, una veste dev’essere esplorata a fondo, conosciuta, posseduta in ogni sua cucitura, ogni sua giunzione. Questo, incidentalmente, è il motivo per cui i Liberi Professionisti tendono a vestirsi sempre con lo stesso modello d’abito; più che mancanza di fantasia o di cura, è attaccamento alla vita e meticoloso puntiglio.
Padroneggiando in tal modo i propri vestiti, Lugaid non impiega che qualche attimo per liberarsene, lasciando correre le mani, veloci, in gesti essenziali e meccanici, ripetuti un numero di volte così elevato da rendere inutile l’assistenza degli occhi. Rivestirsi, ovviamente, non richiede, alla clessidra, un dispendio molto maggiore di granelli di sabbia; infilarsi un paio di pantaloni morbidi ed una casacca comoda non è certo un’operazione difficoltosa, cosicchè qualche attimo può essere dedicato ad un’attenta sistemazione delle proprie vesti che, piegate accuratamente, finiscono poggiate su una sedia.
Un sospiro precede la lunga occhiata che Lugaid rivolge a sè stesso, trovandosi, nel complesso, sopra la soglia dell’accettabilità. Dopo un breve attimo di esitazione, decide di scostare le coperte del lato destro del letto e di iniziare a saggiare la tanto vantata morbidezza del materasso, seduto, piuttosto rigidamente, la schiena poggiata alla testiera e le gambe che si intrufolato sotto le coltri.
Una veloce occhiata, il labbro inferiore intrappolato tra i denti, e Lugaid si concede di scivolare verso il basso, rannicchiandosi in posizione fetale sotto le coperte, gli occhi chiusi, lasciandosi avvolgere languidamente dalla morbidezza e dal profumo, misto, di pulito e di Vadania.

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