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L’antipatica » Blog Archive » Il profumo del tea

 

Il profumo del tea


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Aveva gli occhi chiusi mentre raccontava. Le palpebre non si erano alzate neppure per un istante nè s’era mossa alcun’altra parte del suo corpo. Stava lì, immobile, e parlava alternando lunghe pause a frasi concitate, come se temesse che i ricordi le sarebbero scivolati tra le dita avvizzite se non li avesse spinti immediatamente all’esterno.
I sottili lembi di carne che ne proteggevano le iridi si erano trasformate in immaginari teli bianchi sui quali un proiettore cinematografico, nero e rumoroso come quelli degli anni ’50, faceva scorrere le immagini di un film di cui lei stessa era protagonista assoluta: il lugometraggio di una vita intera, da epurarsi delle sue scene più terribili, più intime, da quei ricordi di cui si è gelosi e non si vuole condividere con alcuno, tantomeno con chi ha la sfrontatezza di bussare alla tua porta chiedendoti di tuffarti nel passato.
«Vorrei sapere com’era la guerra,» così le aveva detto quella bimbetta alta poco più di un metro osservandola da due grandi occhi castani.
«Voi siete molto più vecchia di me, voi sapete.»
La donna inarcò un sopracciglio: si sarebbe potuta dire risentita per la sfacciataggine con cui quella mocciosetta l’aveva chiamata “vecchia”. Aveva detto “vecchia” senza neppure sapere cosa significasse. La vecchiaia non è altro che la summa di tutti i dolori e gli sbagli del passato, ed i momenti felici… Bhè quelli erano pochi, lo erano sempre stati. Eppure tutti si nascondevano dietro a falsi sorrisi ed ipocrite parole, la chiamavano “anziana” come se un sostantivo differente potesse cambiare la sostanza. Ebbene, si sbagliavano. Lei era vecchia e quella bambina aveva trovato il coraggio o l’incoscienza di dirglielo chiaramente e per questo , solo per questo, avrebbe avuto la sua risposta. Si scostò dalla porta per far entrare quel piccolo angelo dal caschetto biondo ed un tacquino in mano: «il tempo passa per tutti, bambina. Vieni avanti, entra.».
E lei entrò. Prima estranea a varcare quella soglia dopo anni di solitudine e penombra.
Due ore dopo la bimba era ancora lì, seduta al tavolo con la vecchia signora dagli occhi chiusi e dai tanti ricordi, e si muoveva nervosa sulla sedia impagliata vergognandosi di violare, con il suo fissare quasi morboso, l’altrui desiderio di isolarsi. Posò il libretto d’appunti sulla dozzinale tovaglia di plastica, azzurra come la tazza da cui il profumo dolce del tea saliva a solleticarle le nari: improvvisamente le sembrava ingiusto rubare i ricordi  della vecchia signora per comprimerli in parole scritte, che il poco tempo di trascrizione avrebbe violentato e ridotto ad uno sbiadito riflesso della loro sconvolgente intensità.
Decise dunque di acoltare e basta, con lo sguardo immerso nelle sfumature ambrate del tea e l’udito troppo sensibile all’incrinansi di quella voce consumata dal tempo.
Anche oggi quella bambina,  ormai alta molto più di un metro e dai capelli lunghi e ancora biondi, sembra persa negli abissi di quel liquido dolce e amaro. Lo guarda stringendo forte tra le dita una tazza bianco panna, per rubarne un po’ di calore da trasmettere a quella stanzetta bianco intonaco e argento metallo: il metallo sfaccettato di un letto di ospedale dove una vita si sta spegnando.

This entry was posted on Venerdì, Gennaio 26th, 2007 at 14:28 and is filed under Frammenti, Frammenti contemporanei. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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