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Sotto la luce della luna


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** Altra giocata per passare il tempo. Normal mio, corsivo di André **
Nuvole rade filtravano il tenue chiarore della luna, elegante guerriera nell’impari lotta con le luci del villaggio, quasi volessero proteggere le sue orecchie dal vociare dei radi campanelli di persone che occupavano la piazza antistante il Grande Palazzo.
Poco oltre, sul parapetto della scala che porta alla parte bassa della città, anche i sensi di una figura sottile sembravano tendersi per ascoltare i medesimi suoni.

“Man hlaruva rávëa súrë
ve tauri lillassië,
ninqui carcar yarra
isilmë ilcalassë,
isilmë pícalassë,
isilmë lantalassë
ve loicolícuma;
raumo nurrua,
undumë rúma?”
Lente parole ne inseguivano altre, in un cantilenare spiraleggiante che si alzava, nitido, stagliandosi contro nuvole notturne lattee di luce lunare.
La voce a cui i suoni appartengono si sposta, scivola sulle pietre, sulla scalinata, liquida sull’eternità scolpita.
La figura a cui la voce appartiene camminava lenta, scendendo un gradino alla volta, attenta, si direbbe, più a mantenere il proprio canto nel sottile limbo che separa il suono dal brusio, l’udibile dal confuso, che non a dove poggiava effettivamente i piedi.

Passi inseguivano altri passi, senza badare al rumore prodotto, diretti verso chissà quale luogo e chissà perché. Il frusciare del nero mantello era quasi inudibile, superato dalla voce cantilenante e dai rumori della notte.
L’arco perfetto delle sopracciglia accentuò la sua curva armonica dando spazio ad evidente perplessità, se per l’impossibilità di comprendere o per aver ben compreso non è dato sapere.

Una un lento sospiro segnò l’interruzione del poema e, assieme, del lento avanzare; un sospiro quasi di dolore mentre la schiena, curva, si raddrizzava faticosamente per immergere nella luminosità lattea spiovente un viso segnato, brunito e rugoso come il cuoio di cui sembrava fatta la pelle non poteva certo essere. Bianca luminosità scintillò delicata sulla pelle anziana, tirata sugli zigomi, accendendo di un bagliore delicato gli occhi rivolti verso l’alto.
Ancora un cambiamento, nuovamente segnato da una lieve esalazione che si stava quasi per tramutare in un colpo di tosse; le gambe ricominciarono ad avanzare scendendo i gradini, mentre le labbra riprendevano a cesellare nuovi suoni nascosti, questa volta, appena sopra la soglia del mormorio.

Si sarebbe potuta fermare a sua volta, ma sarebbe parso quanto meno sospetto. Così, dopo un’esitazione che nessun occhio umano avrebbe potuto cogliere, i piedi presero a muoversi con rinnovata agilità fino a portarla alla base della scala.
Appena voltato l’angolo, trepidante, si fermò appoggiando la schiena al muro e badando ad attendere nel più completo silenzio.
E se l’uomo che la stava or ora raggiungendo non fosse stato colui che aveva cercato così a lungo? Avrebbe dovuto consegnarlo al sonno eterno, così era stato scritto, ma non erano questi i pensieri adatti ad occupare la mente in un simile momento: di certo non vi erano stati errori.

Finita una nuova stanza, l’uomo non seppe trattenere un nuovo accesso di tosse, durato abbastanza a lungo perchè i piedi, al suo termine, si siano trovati ai piedi della scala. Un sospiro precede di poco un borbottio allegro rivolto alle proprie giunture, mentre la testa, ornata di pochi, ormai radi, capelli bianchi, si voltava alternativamente a destra e a sinistra, cercando, socchiudendo gli occhi e allungando il collo rugoso in modo sorprendentemente simile ad un rapace, di scrutare nel buio.
Destra.
Presa la decisione, l’uomo si incamminò ad un passo quantomeno incerto, colmo di quell’esitazione che il vino infonde nella gioventù e l’artrite nella vecchiaia. Tra se e sè, instancabile, continuava un borbottio sommesso.

“Una canzone molto graziosa, buon uomo. Sarete così gentile da soddisfare la mia curiosità e dirmi di cosa narra?”
Spuntò alle sue spalle, sorridendo accattivante, interpretando la strada scelta dal vecchio come conferma del suo voler evitare l’incontro.
Il cappuccio era ancora sollevato a coprirle il volto quando le braccia divennero conserte in un gesto apparentemente innocuo.

Voltarsi, quando si ha una certa età, non è un lusso che richieda un breve tempo. Il vecchio si girò laboriosamente, impiegando più di un passo a muoversi, un’espressione confusa sul volto che, ben presto, si dissolse.
Quale meraviglia!
Un giovane!
Con il sorriso raggiante di colui che ama parlare senza tregua per ore, ma, ultimamente, si sia trovato decisamente a corto di pubblico, annuì compitamente, unendo la punta delle dita delle mani e chinando appena il capo.
“Voi, forse…”
Si schiarisce appena la voce, eliminando un fastidioso gracchio, pur non assumendo, in nulla, il tono utilizzato poc’anzi durante la declamazione.
“Voi forse non conoscete il Poema dell’ultima Arca? Una volta, lo ricordo bene, lo si insegnava in tutte le scuole. A questo proposito, ricordo che il mio maestro si curava di dirci che una mente ben allenata è una mente ricca. Quindi questi versi ci erano stati fatti imparare, assieme, naturalmente, al poema dell’addio e… e ad altri, sì. Il poema dell’addio è, anche, meritevole di essere recitato in una notte come questa. Ormai quasi nessuno usa più parole tanto elevate per esprimere il dolore della separazione. Vi basta andare al mercato per rendervene conto… avete visto la terza bancarella sulla sinistra? Le sue insalate sono le più care della città; inoltre, mi dicono, la sorella del garzone è famosa, in certi ambienti…”
Una diga spalancata, un flusso inarrestabile, l’anziano oratore procedette a dare il meglio di sè per intrattenere il suo interlocutore, le pause per riprendere fiato ridotte al minimo necessario, gli accessi di tosse -mai come in tale occasione provvidenziali- quasi del tutto scomparsi.
Un flagello per i timpani e per la pazienza.

La giovane donna sollevò le mani andando a rovesciare all’indietro il cappuggio del proprio mantello. Il volto che comparve era incorniciato da morbidi capelli biondi, all’apparenza così soffici e delicati da creare un netto contrasto con la curva provocatoria delle labbra ed il baluginare divertito degli occhi scuri.
“Sembrate conoscere il dolore della separazione meglio di quanto potrebbe esprimerlo una poesia elfica, signore.”
Si avvicinò di un passo, le braccia nuovamente libere e lo spesso tessuto nero che si scosta quanto basta per mostrare il corpo armonico e disarmato.

Un sorriso solitario increspò le labbra secche da anziano, un sorriso che salì fino agli occhi, infossati e miopi.
“Tanti anni, bambina, portano tante separazioni.”
Scrollò le spalle, scacciando la nota amara che era salita, spontanea, alle labbra.
“Ma tu, bambina, adesso le riterrai parole vuote e senza senso; e così deve essere.”
Sospirò, prendendo fiato, improvvisamente affannato.
“Buonanotte, bambina.”
Alzò una singola mano, nodosa, le dita piegate e contratte, ricca dei calli di chi ha tratto sostentamento dal proprio lavoro, in un saluto rapido, improvvisamente, all’apparenza, dimentico del motivo per cui si era fermato.
Iniziò, ancora, la lenta procedura del voltarsi.

Sollevò una mano a sua volta, coprendo lo spazio che li divideva per andare a cercare quella di lui; lentamente, come un’innamorata, lasciò che le dita si intrecciassero in un gioco fatto di maliziosi sottointesi e di promesse non dette.
“Tante separazioni portano tanti ricordi. Eppure non ne possiedi così tanti quanti vorresti: vedo oltre il tuo aspetto, sento la tua essenza, Portatore, sono qui per aiutarti. Mostrami il tuo vero aspetto.”
La mano libera va a sfiorare il pentacolo che la bionda fanciulla porta al collo, simbolo che molti conoscono ma la cui vera natura è a tutti celata, persa negli antichi libri e nell’oblio del tempo.

Il vecchio trattenne il fiato, le dita giovani e fresche contro le sue, rese meno sensibili dall’età e dalla fatica.
“Oh, bambina…”
Come artigli, la mano anziana si serrò su quella più giovane, attirandola alle labbra secche e sottili, mentre la mano libera si inoltrava nel dedalo di stoffe e tasche che erano le sue vesti.
“Sei una di quelle.”
Sciolse la presa in un sospiro sconsolato, girando la mano per spostare le dita sul polso di lei.
“E’ una brutta strada, bambina, troppo brutta.”
La mano libera riemerse stringendo tra le dita ossute una moneta d’argento in una presa leggermente tremante per l’artrite.
“E’ tutto quello che posso darti.”
Appoggiò la moneta sul palmo di lei, scuotendo piano la testa; la mano, adunca e leggermente tremante, si spinse invece, appena esitante, a metà strada, verso il viso della donna, fino a prenderne il naso tra indice e medio. Una lieve stretta dopo, le dita erano chiuse attorno al pollice, miracolosamente chiusosi.
Un sorriso rugoso, un nuovo cenno di saluto.

Gli occhi si socchiusero mentre il fiato trattenuto le donava l’espressione di una bambina arrabbiata. Portatore o meno, nessuno poteva mancarle di rispetto e pensare di voltare le spalle impunemente.
Attese con pazienza che il vecchio si trovasse ad una distanza sufficiente da non poter rappresentare un immediato pericolo, muovendo a sua volta un passo all’indietro, per poi unire le mani davanti al volto, generando un doppio angolo retto rispetto agli avambracci tesi in posizione orizzontale.
Una bassa cantilena usci dalle sue labbra, con cadenza ed intonazione che rivelavano una perfezione raggiungibile solo in anni ed anni di studio.

Ora… sinistra, certo!
Non è stata che una breve esitazione quella che ha colto la figura traballante del vecchio. Svoltò, rapido, in un vicolo, un’abituale scorciatoia che lo avrebbe riportato a casa con qualche minuto di anticipo.

Un passo dopo l’altro fino a ripercorrere la strada già segnata dal vecchio, la giovane dovette tenere a bada la magia da lei stessa richiamata, vibrando al suo tocco vivo e freddo, fino a dimenticarsi finanche di respirare. Voltato l’angolo, il volto contratto, le fu sufficiente catturare con lo sguardo il capo della sua preda perché le mani scattassero in avanti, le dita aperte e pollici ed indici uniti a formare un pentacolo. La voce si alzò di un tono mentre il Potere prese a scorrere prepotente per suo tramite, ansiosa di svelare allo sguardo ciò che la mente già conosceva.

Iniziò a correre nel momento stesso in cui percepì i filamenti di magia sfiorargli le gambe e lambirgli le braccia. Una dispersione, ebbe modo di constatare, mentre le tozze gambe iniziavano un frenetico movimento; quando si domandò perchè stava scappando, invece di incenerire quella piccola impudente -ed una dozzina di buone risposte gli vennero alla mente, le gambe erano già divenute, nuovamente, quelle che la natura gli aveva donato, lunghe ed agili.
Un improvviso scatto in avanti, dovuto al cambio nelle dimensioni del suo corpo, lo fece barcollare ed incespicare e, per poco, non cadde a terra. Se lo sarebbe anche meritato, gli gridò dietro un angolo della sua mente: come si fa ad essere così idioti? Di corsa, si infilò in un vicolo, senza neanche controllare se la sua cacciatrice lo stesse inseguendo; dare per scontato alcune cose gli aveva salvato la vita. In più di un’occasione.
Quando si fermò, tuttavia, la sua mente aveva già selezionato l’incantesimo che avrebbe operato e le mani avevano già preso ad intrecciare, nell’aria, i simboli attraverso cui avrebbe veicolato il potere.
Quando pronunciò le poche sillabe necessarie, dovette sopprimere l’impulso di serrare la mascella; era sempre pericoloso, per lui, utilizzare la magia e il brivido di Potere che lo attraversò, partendo dalla palma dei piedi, gli ricordò, dolorosamente, la sua condizione.
Quando si girò di scatto, tuttavia, non seppe sopprimere un sogghigno nel constatare che il suo sguardo trapassava le sue mani protere verso l’imboccatura del vicolo, divenute del tutto invisibili.
Che venisse avanti, ora.

Iniziò a correre non appena le fu possibile, approssimativamente quando il corpo del vecchio iniziò a trasformarsi in quello agile e giovane che aveva sempre sospettato.
Girò l’angolo così come aveva fatto lui stesso poco prima, imprecando a voce bassa per l’mpossibilità di preparare un altro incantesimo: non poteva indugiare, le stava sfuggendo.
Solo quando il vuoto le si parò innanzi decide di arrestarsi, bruscamente, andando ad addossare la schiena ad una parete e guardandosi sospettosamente attorno; la via era troppo lunga perché potesse averla percorsa tutta, non poteva che trovarsi ancora nei paraggi, nascosto.
Le mani si nascosero sotto le falde del mantello mentre la voce spandeva nell’aria le proprie note suadenti.
“Perché fuggi? Sono stata mandata per indicarti la via, non devi temermi, non devi fuggire… Mostrati a me, ed io ti farò da guida.”

Naturalmente.
Non perse tempo a rispondere, raccogliendo la concentrazione necessaria a gestire quel potere che sentiva, ora, agitarsi quattro dita sotto l’ombelico, scalpitante ed infuocato.
Inspirò a fondo, mirando in un punto imprecisato all’interno del corpo della sua cacciatrice, all’altezza dello stomaco; un vero peccato, doverlo fare, ma, in fondo, non era colpa sua.
La mente, con una dimostrazione di forza di volontà adamantina, canalizzò il potere, risvegliandolo; un tepore leggero che gli aveva soffuso il volto lasciò spazio al consueto, sempre nuovo, iroso sorgere del Dono, che ruggiva lungo i suo nevi al calor bianco.
Si manifestò sulla punta delle dita, ardendo nell’aria, un bollente getto di Magia liquida e selvaggia, che sfrecciò verso un futuro mucchietto di cenere.
Dopodichè, sarebbe venuto il momento di scappare di nuovo; magari in una città sulla costa, questa volta.

Strinse con forza le dita sulla piccola pietra che portava in tasca, conducendola davanti al petto non appena l’energia bruciante la raggiunse, imperiosa, con la stessa intensità di una tempesta di sabbia: violenta e accecante.
Il potere le pulsò attorno, lambendola e sibilando come una creatura viva quando si accorse di non potersi cibare della sua carne e delle sue grida.
Quasi fossero veli incandescenti, le fiamme si ritirarono non senza opporre resistenza, vorticando sopra le sue mani per venire infine assorbite da ciò che esse sorreggevano.
Le era stato detto. Lui l’aveva avvisata che sarebbe accaduto, ma solo allora si rese conto di quanta importanza potesse avere davvero: se non fosse stata così attenta probabilmente ora sarebbe già morta.
Era spaventata? Il battito accelerato le suggeriva di sì, ma non era il tempo per porsi stupide domande, era il momento dell’azione.

Ma che cosa diamine…. dannazione!
Si costrinse a riportare la mente agli attuali problemi. Che erano, in effetti, gravosi.
Con insospettata lucidità, analizzò la situazione. Appariva evidente che la fanciulla che si trovava ad avere come nemica sapeva qualcosa su di lui. Quanto? Impossibile dirlo, ma, di certo, abbastanza per aver trovato il modo di neutralizzare del tutto quel primo attacco.
Quanto potere avrebbe potuto divorare, quella pietra? Impossibile dirlo con certezza; di certo, sarebbe stato rischioso continuare ed ogni volta, sempre di più, avrebbe potuto attirare gli altri cacciatori. Non erano mai soli, mai.
Naturalmente, l’essere tornato visibile non aiutava affatto.
Inspirò a fondo, prima di voltarsi: attendere, fermo, con la concentrazione necessaria ad assorbire la magia che lei avrebbe, probabilmente, utilizzato, avrebbe certamente significato essere in balia degli altri; chissà quanti erano. La fuga, una rapida corsa ed un volo, rapido, potevano essere la sua sola speranza.

Veloci, le mani fecero scomparire la pietra chissà dove, andando a posizionarsi attorno al pendente che portava al collo ed incurvandosi come a voler replicare la forma perfetta del cerchio esterno.
Una parola, una sola, secca come lo schiocco della frusta, ed il potere sembrò quasi svuotarla defluendo verso colui che si trovava innanzi. Fredda energia paralizzante, una delle poche che poteva permettersi di usare senza causargli alcuna ferita.

Sciocca arrogante.
Come una belva famelica, scatenò il Dono contro quel potere. Lo avrebbe incamerato, assimilato, lo avrebbe fatto divenire parte di sè. E poi lo avrebbe lanciato contro di lei, consumandola fino alle ossa.
Assorto in tali elucubrazioni, mancò del tutto il proprio scopo; il potere, gelato come i peggiori getti d’acqua di fiume, gli si insinuò sotto i vestiti, strisciandogli sulla pelle in una carezza che lo lasciava intorpidito, anestetizzato.
Un’istintiva paura fece in tempo ad affiorare sul suo volto, prima che i suoi lineamenti venissero paralizzati, bloccati, pietrificati, riducendo ad un gorgoglio le parole che aveva pensato di pronunciare.
No. Per gli dei, no.

Esasperò il sospiro che le era giunto alle labbra fino a tramutarlo in uno sbuffo di sollievo. Andare così vicino alla morte risultava sempre provante.
Si riassettò il mantello sulle spalle con gesti sicuri e vagamente spazientiti, avvicinandosi poi per poterlo osservare con maggiore tranquillità.
“Ho detto che non ti avrei fatto male, ero sincera. Certo, avrei preferito evitare tutto questo trambusto, ma a quanto pare non potevi proprio farne a meno.” Si strinse nelle spalle, riflettendo quello stesso gesto nell’espressione del volto. “In ogni caso permettimi di presentarmi: il mio nome è Varima, lieta di conoscerti. Sei stato gentile a concedermi qualche minuto del tuo tempo, prometto che non te ne pentirai”
Il sorriso che le affiorò alle labbra non poteva che essere provocatorio e provocante, come sempre, quasi non potesse fere altrimenti.

L’incantesimo sembrava del tutto solido.
Come una seconda pelle che aderisse alla sua, non trascurava un solo centimetro di lui o del suo potere, rendendogli, al contempo, impossibile muoversi, lanciare incantesimi o utilizzare la propria facoltà di assimilare la magia.
Se avesse potuto muoverle, dalle labbra gli sarebbe uscita una risposta piccata; o forse un sospiro. O magari un’imprecazione. Certo che non intendeva fargli del male: lui valeva molto di più da vivo e da integro. Cercò, senza successo, di chiudere gli occhi, mentre scacciava dalla sua mente l’immagine di un tavolo da laboratorio.
No, non sarebbe accaduto.
Si rilassò, smettendo di lottare contro la costrizione che gli serrava i muscoli; non appena si fosse potuto muovere, le avrebbe dato un assaggio di un caldo benvenuto. Pietra o non pietra.

“Conosci il simbolo che ti ho mostrato?”
Proseguì senza attendere un’impossibile risposta, prendendo a camminare avanti ed indietro proprio davanti a lui.
“Immagino di sì, su di noi sono state dette talmente tante sciocchezze che non c’è da stupirsi se ora viviamo nascosti. Suppongo, tuttavia, che un breve ripasso non ti farà male. Siamo una gilda di maghi. Una gilda potente ed antica, non parteggiamo per il bene o per il male ma semplicemente per noi stessi: scegliamo i nostri membri in virtù del loro potere, non delle loro inclinazioni morali o dei loro valori. Ti starei chiedendo cosa centri con tutto questo. In effetti me lo sto domandando anch’io: se ti consola non ero d’accordo riguardo all’invito che ti sto rivolgendo e credo di avere persino meno voglia di te di essere qua, cerca quindi di essere accomodante, te ne prego, non è stata una bella serata.”
Gli occhi si socchiusero in un’espressione assonnata, compagni del sinuoso stirarsi delle membra, quasi fosse un gatto trasformato per dispetto in carne umana.
“Sono stanca e vorrei riposare.”
Una breve pausa, giusto il tempo di assaporare il silenzio della sera.
“Bene, adoro non essere interrotta… dovrei rivalutare questo incantesimo. Dov’eravamo rimasti? Ah sì, l’invito.”
Un nuovo sorriso e nuovi passi la portarono ad un palmo da lui, costringendola ad alzarsi in punta di piedi per poterlo guardare diritto negli occhi.
“Non sono sicura tu sappia gestire sufficiente potere per poter essere nostro pari, ma il Maestro ha ragione, tu sei potere - inspirò a fondo, come a cercarne una nuova conferma - ne hai il profumo. Vuoi sapere chi è il maestro? E’ colui che può insegnerti a gestire il tuo dono, colui che mi ha mandata fin qui per porgerti i suoi omaggi. E’ anch’egli un Portatore. Hai capito cosa sto cercando di dirti? Temo di non essere stata scelta per le mie doti oratorie”
Sorrise ancora, allontanandosi di qualche passo senza mai smettere di guardarlo.
“Se dovessi liberare una parte del tuo corpo prometti di fare il bravo? Se mi farai del male non potrò indicarti la strada…”
Un rapido cenno della mano e la pietra tornò tra le sue dita, liscia e scura come poco prima, facendo da contrappeso al diminuire della pressione esercitata dalla magia sul capo di lui.

Serrò la mascella, gli occhi socchiusi, a valutare le parole che lei, Varima, gli aveva appena rivolto. Sciocchezze. Non aveva incontrato nessuno, in un’esistenza secolare, nessuno che non volesse studiarlo, sezionarlo o chissà che altro. E se questo cosiddetto Maestro avesse posseduto il Dono, perchè lui stesso non si era recato da lui? Per quanto lo riguardava, una gilda antica, misteriosa e potente equivaleva solo a tormenti infiniti.
Si inumidì le labbra con un lento gesto calcolato, procedendo poi a soffiarsi via dagli occhi una ciocca ribelle.
“Quindi…”
Prese tempo, tastando la solidità dell’incantesimo; ancora buona, diamine.
“…se rifiutassi
cortesemente di seguirti, sarei libero di andarmene per la mia strada?”
Ma certo, naturalmente; e non appena gli avesse voltato le spalle, si sarebbe trovata piuttosto a mal partito.
Forse, e ed era solo un forse, quella situazione si sarebbe risolta prima che si rendesse necessario presentarsi.

“Gli dei volessero! No, temo che un rifiuto non sia stato preso in considerazione. Hai mai incontrato qualcuno che desidera ardentemente salvare un suo simile senza avere il minimo rispetto per il suo volere da suicida? Se la risposta è no, stai per colmare questa mancanza.”
Sollevò una mano, come per bloccare qualsiasi protesta.
“Lo so, lo so, il mondo è crudele, tutti vogliono usarti da cavia, desiderano capire cosa si nasconde dentro il tuo corpo da elfo eccetera eccetera. Può essere che qualcuno cerchi di mettere le mani su di te anche presso di noi, ma sarei disposta a scommettere qualche oggetto magico di inestimabile valore che questo non accadrà: il Maestro incute troppo timore e rispetto perché qualcuno osi disubbidirgli. Un timore ed un rispetto che potrai incutere anche tu, quando sarai in grado di controllarti e di canalizzare la tua forza. Naturalmente con me non funzionerà, non potrai costringermi a non raccontare il nostro primo fantastico incontro.”
Un dito andò a posarsi sotto al mento accentuando l’aria pensosa contemporaneamente assunta.
“In effetti dovrei inventare qualche dettaglio per rendere tutto un po’ più movimentato… suggerimenti?”

“Oh, in questo caso ti devo chiedere di essere generosa con me, quando ne parlerai alle tue amiche.”
Possibile che quel dannato incantesimo non avesse un solo cedimento? Ormai doveva essere circondato; dovevano essere molto furbi, riflettè l’elfo, per non farsi vedere… in questo modo, evitavano di rivelare le loro esatte posizioni e il loro numero.
“Potresti raccontare di avermi trovato cammuffato da centauro, anzichè da povero vecchio. Sono sicuro che la mia immagine ne gioverebbe parecchio.”
Poteva fare un tentativo? Forse, prendendola di sorpresa, poteva riuscire ad eliminarla; ma come confrontarsi con gli altri? Rispondendo all’inespresso pensiero dell’elfo, gli occhi saettarono da una parte all’altra del vicolo, cercando qualche segno distintivo, l’impronta di qualche aura magica, qualcosa che potesse segnalargli la presenza di qualche cacciatore.
Niente.
Doveva esserci una sola spiegazione: erano schermati!

This entry was posted on Mercoledì, Aprile 11th, 2007 at 22:13 and is filed under giocate fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

One Response to “Sotto la luce della luna”

  1. L’antipatica » Blog Archive » Indice fanfiction Anitaverse Says:

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