Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66

Strict Standards: Only variables should be passed by reference in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\gettext.php on line 66
L’antipatica » Blog Archive » Sotto la luce della luna III

 

Sotto la luce della luna III


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in D:\inetpub\webs\loscrignoit\wp\wp-includes\functions-formatting.php on line 83

Quale graziosa giornata, che gradevole compito quello che le era stato appena affidato. Senza neppure domandarle il motivo del suo ritardo, o informazioni sulla sua salute, le era stato chiesto di scortare il nuovo arrivato fino alla sala comune, perché potesse cibarsi e conoscere il resto della congrega.
Non era assolutamente delizioso? Gli faranno compiti cenni del capo e magari gli chiederanno di riscaldare il pane, mentre si trova nei paraggi.
Un idillio difficilmente perdibile, indubbiamente.
Aprì la porta con cautela, guardando a destra ed a sinistra prima di spalancarla con un colpo del piede.
“Buongiorno, mio diletto, spero che tu sia pronto, mi hai privata di una notte di sonno e spero tu non voglia replicare con la colazione.”

Varima.
Ottimo.
Belthil inspirò a fondo, spostando silenzioso il peso sull’altra gamba, gli occhi trafitti da un fastidioso bruciore. Doveva rimanere concentrato, fino a quando lei non si fosse diretta verso l’angolo della stanza in cui si era costruito il fortino, fino a quando non gli avesse dato le spalle.
Ancora qualche passo, ancora qualche respiro; l’elfo strinse l’arma di fortuna nella mano, traendone un bizzarro sollievo.

Si appoggiò allo stipite della porta, portanto istintivamente la mano sul fianco. Sarebbe potuto essere un movimento nato dall’intenzione di provocare o sgridare, se non fosse stato per l’espressione vagamente contratta del volto che spingevano a cercare altrove una reale motivazione.
“Per favore, non ho voglia di giocare con il tuo istinto da elfo braccato. Voglio solo portarti in una grande stanza, con tanti altri maghi, così che tu possa mangiare ed accertarti che non vogliamo farti del male. Prometto persino di non punirti per tutto il caos che hai combinato, contento?”
L’attimo di silenzio che seguì le occorse per trarre un profondo sospiro, osservando con circospezione quella specie di tumulo che sorgeva sul lato opposto della stanza. Corrucciò le labbra, muovendo un passo in avanti e provando a cambiare tattica.
“Il maestro non è il solo altro Portatore, c’è anche un’altra ragazza, una mezz’elfa. Non vorresti conoscerla? So che ti sei nascosto lì sotto…”

Una stanza e tanti maghi, eh?
Come no.
Istintivamente, Belthil flettè le ginocchia, pronto a scattare; se pure era vero che Varima aveva passato la notte confinata nella città in cui lui aveva posto la sua ultima residenza, era di certo più riposata e, probabilmente, si era nutrita.
Bastò quel pensiero a scatenare una nuova ondata di nausea, che l’elfo dovette scacciare ad occhi chiusi, i denti affondati nelle labbra secche, la lingua che, rasposa, gli ingombrava la bocca. Aveva sete.
Scosse la testa, sforzandosi di tornare a ragionare con lucidità: a causa della sua disattenzione, rischiava di perdere il momento giusto. Trattenne il respiro, un attimo prima di saettare fuori dal suo nascondiglio, l’arma improvvisata stretta in mano e protesa in avanti, il volto privo di qualunque espressione, ogni stilla di energia residua concentrata nel non farsi sopraffare dalla nausea.
Ce l’avrebbe fatta, sì. Sarebbe fuggito.

Si fermò nel momento stesso che l’arma prese a balenargli in pugno, muovendo prudentemente un passo all’indietro.
“Mi stai facendo supporre che sia io, il bersaglio di tutto questo. Che abbiano terminato le stanze? Bhe, sappi che non ti cederò la mia… al massimo potremmo dividerla, ma non se continuerai ad essere tanto violento.”

Una risata gutturale si spense in un gemito di dolore; la gola era decisamente troppo riarsa per quel genere di sollecitazioni. Parlò, tuttavia, incurante di quanto rauche potessero risultare le parole.
“Una proposta più che gentile a cui mi è terribilmente difficile dire di no. Tuttavia…”
Un passo, rapido, in avanti, per accorciare le distanze, gli causò un nuovo attacco di nausea ed il campo visivo gli si restrinse, per un attimo, in un anello circondando da sfavillanti puntini bianchi. Sperò non se ne fosse accorta.
“…se potessi farti da parte e lasciarmi andare, potrei trovare il modo di mostrarti tutta la mia riconoscenza.”
Soppresse l’istinto di inumidirsi le labbra, un gesto che, in quell’occasione, sarebbe risultata un’inutile tortura.
“Rose, forse? O, magari, Iris? Orchidee, piuttosto?”

“Margherite, semmai. Sono una ragazza romantica.”
La mano corse al pugnale, estraendo una lama sporca di strane macchie e striature scure, senza tuttavia assumere alcuna posizione di difesa o di attacco.
“Non hai idea di quanto desideri spedirti in un luogo così lontano da renderti impossibile il tornare indietro. Un luogo nel quale il Maestro non ti possa scovare… Ipotesi quanto meno improbabile, tra l’altro, vista la quantità di tracce che lasci costantemente alle tue spalle. Avevi ragione, ieri notte c’era qualcun altro attorno a noi… non è stato facile convincerli che non avevo idea di dove fossi.”

“C’è sempre qualcun altro.”
Scrollò le spalle, iniziando a spostarsi lentamente, circolarmente, con il chiaro e preciso intento di girarle attorno, fino a trovarsi con la porta alle spalle.
“Vada per le margherite, allora… ora, possiamo evitare di abbracciarci, per salutarci?”

Si spostò di lato a sua volta, finendo per ridurre lo spazio volto a separli, stringendo i denti quando il movimento, improvviso per paura di un possibile scatto di lui, le procurò una nuova fitta al fianco. Non ebbe bisogno di guardare verso il basso per sapere che la ferita si era riaperta, imbrattando la blusa di lino nero.
“Odio essere buona…”
Sibilò, impossibilitata a fare altrimenti, per poi tornare lentamente ad un tono normale.
“…ma il renderti carne da macello per chiunque incontrerai lungo la tua strada non mi sembra un’idea allettante. Capisco la tua reticenza, anche se non lo ammetterò mai in pubblico, sia ben chiaro, ma la tua vita può forse essere peggio di quanto non sia stata fino ad ora? Siam… sono, sono in tanti, qui, ad essere stati salvati, recuperati, ricondotta ad un’esistenza normale, l’unica carta d’accesso è il potere, il potere e la fedeltà alla congrega. Uccidendoti, o facendoti uccidere, non otterremmo nulla, prova a riflettere, quale che sia il nostro scopo ci sei molto più utile da vivo.”

“Fammi uscire. Fammi fuggire e, forse potrei anche iniziare a fidarmi. Ma non ti assicuro null…”
Lo aveva fatto di nuovo, senza accorgersene. Aveva richiamato a sè il Dono e l’improvviso vuoto, la mancanza, la terribile, allucinante vacuità che avvertiva dove invece il Potere avrebbe dovuto ribollire, lo piegarono più di quanto non fossero riuscite a fare la nottata insonne e la sete. Un conato gli spaccò lo stomaco, vuoto.
Lottando per mantenersi presente, un ronzio sempre più forte nelle orecchie, si afflosciò a terra, le ultime forze, residue, impiegate nell’assurdo tentativo di mantenere alta un’arma che, ora, minacciava addirittura di scivolargli dalle dita.

In un istante gli fu accanto, pronta a sorreggerlo.
“Cosa diamine ti sta succedendo? Non sarà un trucco, vero?”
Il grado di fiducia, a quanto pareva, era del tutto reciproco.
“Sono qui proprio per ciò che hai detto, per farti uscire, ma non posso farti fuggire, questo no.”

“Maledetti… tutti voi, siate maledetti.”
Inspirò pesantemente abbozzando una futile resistenza, ritraendosi da Varima.
“Nel nome di Mystra, siate maledetti. Mi avete tenuto una notte intera qui dentro. Adesso quale altra tortura vorrete elargirmi? Passerete a straziarmi le carni?”
Percepiva la sua stessa voce andare e venire, lontana, mentre chiudeva gli occhi e si concentrava per distogliere la propria attenzione dal punto, dolorosamente vuoto, che sanciva la totale mancanza del suo Dono.
“O, magari, mi terrete ancora in questo posto dannato, per divertirvi?”
Un’ondata di ritorno di nausea ed un sapore acido in bocca lo facero tacere poco prima di aver terminato del tutto la frase.

“Non lanciare maledizioni a vuoto, ragazzo. Nessuno vuole torturarti, non qui tra noi se non altro. Se solo fossi un po’ più chiaro invece di blaterare parole senza senso potrei riuscire a capire cosa diamine stai dicendo. Io non possiedo questo tuo dono, capisco solo che non stai affatto bene. Usciamo di qui…”
Un attimo di incertezza frammetò lo scorrere delle sue parole, per poi tornare a fluire normalmente una scrollata di spalle dopo.
“…in fin dei conti è quello che sono venuta a fare: portarti fuori. Avanti, appoggiati a me.”
Ripose il pugnale nel fodero di cuoio legato alla coscia, trovandosi a stringere tra le dita la sfera di cui aveva fatto ampio uso la sera precedente.
“Solo per precauzione, spero non te ne avrai a male.”

Gli occhi chiusi, le labbra secche, la lingua come un involto di stoffa.
Eppure, era fuori. Come si era ritrovato seduto sul pavimento, appoggiato alla parete? Non ne aveva idea. E non gli importava.
Trasse un ampio respiro, il Dono vivo, presente, attivo, di nuovo suo. Sì.
Ostacolato, ora, solo dalla fatica del corpo -quanto tempo aveva passato, cercando di riprendersi?- si rialzò in piedi, puntellandosi al muro. Non si poteva certo dire che le sue condizioni fossero ottimali, ma, almeno, aveva di nuovo quella parte imprescindibile di sè.
“Va bene. Fammi strada.”
No, non andava bene per nulla. Eppure, adesso che i pensieri avevano ripreso un flusso più o meno regolare, si rendeva conto di non avere altra scelta.
In fondo, aveva ancora la sua via di fuga.

“Finalmente!”
Si alzò a sua volta, trovandosi costretta ad appoggiarsi al muro con la mano libera quando la vista iniziò ad annebbiarsi, punteggiandosi di macchie troppo chiare per essere dovute all’illuminazione del corridoio.
“Dritto davanti a te, precedimi”
Aggiunse quindi, abbandonando il tono mordace di cui faceva sempre largo uso, e sforzandosi di non distogliere lo sguardo da lui neppure per il tempo necessario a guardare la mano che si stava lentamente allontanando dal fianco. Non aveva bisogno della vista per sapere ciò che il tatto già le stava suggerendo, il viscido umidore che sentiva non poteva essere che sangue. Non era mai stata brava nelle fasciature, in effetti.

Non accennò a muoversi, un sopracciglio appena inarcato, impegnato nella valutazione della situazione.
“Sei ferita.”
Commentò asciutto, ben conscio di essere scivolato nell’ovvietà. Soffocò un sospiro, mentre scartava, ad una ad una, le alternative che gli sorgevano in mente; in fondo, lo aveva portato fuori da quell’inferno. E tuttavia, quanto era saggio fare ciò che aveva in mente?
Stese la mano verso di lei, il palmo verso l’alto.
“Dammi il pugnale. O quel talismano che non indossi.”
Sperò di aver preso la decisione giusta.

“No, sto solo fingendo per indurti a compiere un passo falso. Giù le mani dai miei talismani, cer…”
Essere interrotta non le piacque affatto, ed ancora meno le piacquero le parole che vennero rivolte, come se fossero dirette ad una sciocca senza alcun motivo d’essere reticente.
“Sì, sì, mi pare comprensibile. Allora tieni tu il pugnale e porgimi la lama, se ti fa sentire meglio.”
“Non mi fa sentire meglio. Mi farebbe sentire meglio condurti nella sala comune ed andare a cambiare la fasciatura. Se non ti dispiace…”
Il gesto del braccio risultò tanto eloquente da concludere esso stesso quanto iniziato dalle parole.

Sospirò, esasperato. Subito dopo, un sogghigno gli increspò le labbra.
“Suppongo che, se provassi ad infilarti una mano sotto la blusa, mi ritroverei monco.”
No, non gli piaceva affatto quanto stava per fare: significava trovarsi quasi del tutto indifeso, ancora più affamato -di una fame che difficilmente si poteva descrivere- ed orribilmente stanco. Chiuse gli occhi per un attimo, riesaminando tutte le sue prospettive. Non gli venne in mente nulla di meglio.
Avvicinò di poco la mano alla donna, coniugando gesto e verbo, pronunciato in un tono libero da peculiari colorazioni.
“Appoggia la mano qui. O toccami anche solo la punta delle dita.”
Quello sarebbe stato il suo ultimo tentativo; creare un vago senso di gratitudine nei suoi nemici era la sua ultima carta e, per giocarla, era disposto a sacrificare quel po’ di potere che ancora gli era rimasto. Ma tutto aveva un limite, per gli dei.

“Ci conosciamo da così poco e già vuoi arrivare sotto i miei vestiti? Lo so, lo so, sono irresistibile, ma dovrai controllarti.”
La pietra già usata durante la sera precedente passò alla mano destra, mentre la sinistra si avvicinava a quella di lui non senza una certa esitazione.
“Fa una mossa avventata, una sola, e sceglierò di affrontare l’ira del Maestro.”
Niente più scherzi: non avrebbe potuto essere più seria.

Guardò per un solo attimo la pietra, chiedendosi quale genere di incantesimo ne generasse il potere; se avesse sbagliato ipotesi, probabilmente avrebbe sprecato le sue ultime energie.
Non rispose a Varima, ad ogni modo, e chiuse gli occhi. Normalmente avrebbe potuto farlo senza difficoltà, ma una notte di sonno mancato e la stanchezza che gli attanagliava il corpo e la mente gli avrebbero reso di gran lunga più difficile il compito; scacciando simili dubbi, diresse al proprio pensiero al Dono.
Non vi furono lampi, esplosioni o getti di fiamme bianche; come l’affiorare di un tenue rossore su un volto pallido, la tenue luminosità dorata che avvolgeva, ora, la mano dell’elfo era sorta dall’interno, come se la luce di una torcia fosse filtrata attraverso una coltre. Vi furono, in verità, un paio di tenui scintille, di un dorato appena più vivo, sulla punta delle dita, dove i piccoli tagli causati dal vetro si rimarginavano senza lasciare alcuna cicatrice.
Gli aveva chiesto qualcosa? Forse che cosa stesse facendo? Come poteva pretendere che, proprio ora, si mettesse a discutere? Non immaginava quanto potesse costargli mantenere quella concentrazione? Ma, d’altronde, come avrebbe potuto capire? Tutti i maghi ben conoscevano la sensazione della Trama che si faceva energia, magia all’interno del loro corpo e, tramite questo, veniva materializzata; quanti di loro avevano mai sperimentato l’opposta sensazione?
Liberò il proprio Dono. Certo, se le avesse sfiorato la ferita sarebbe stato più delicato: a volte, in quel modo, poteva fare male. Ormai, tuttavia, era tardi: già avvertiva l’onda tiepida di Potere che risaliva all’interno della maga, il sapore dell’energia che le aveva liberato in corpo, un assaggio di Magia allo stato puro, informe, libera.
Si lasciò sfuggire un gemito soffocato, quando anche l’ultima stilla di energia lo abbandonò; ora era davvero affamato.

Il bagliore che andò ad illuminare la mano dell’elfo le fece aggrottare le sopracciglia, spingendola a chiedere spiegazioni che non giunsero alle sue orecchie. Stava per interrompere il contatto delle dita quando una strana vibrazione si fece strada in lei, percorrendola senza che potesse impedirlo.
Il petto si sollevò e le labbra si schiusero, schiave di una sensazione che non credeva possibile. Poteva percepire i filamenti della trama, allo stesso modo di quand’era impegnata nel richiamare il più complesso dei suoi incantesimi, ma, simultaneamente, affiorava una sensazione abbandonata da tempo, quella nata dalla manipilazione di una forza differente, che si componeva degli infiniti frammenti estranei alla trama stessa. Senza di essi il grande velo magico non sarebbe potuto esistere, ma allo stesso tempo ne rappresentava la negazione.
Boccheggiò, senza fiato, confusa e senza orientamento in questa dimensione mentale che rasentava la completezza e, pertanto, l’appiattimento della differenza in favore dell’annullamento.

Ritrasse la mano lentamente, il respiro non affrettato, ma più pesante, lo sguardo, acceso dal mezzo sorriso che campeggiava sulle labbra, posato sulla maga.
Attese qualche attimo, dandole tempo di riprendere il controllo; sapeva, sapeva fin troppo bene, quanto fosse facile smarrirsi in quel Potere.
“Ti precedo.”
Girò sui tacchi, avanzando lentamente. Aveva parlato con noncuranza, malgrado la sua fame fosse cresciuta a dismisura. Il suo corpo, ogni sua fibra, urlava a gran voce la richiesta di nutrimento. Ah, dannazione.

La realtà tornò lentamente a circondarla, ripristinando la normalità dei suoi sensi e del suo respiro. Mosse un passo in avanti, fermandosi quando si accorse dell’assenza dell’ormai costante dolore al fianco. Possibile che…
Lo raggiunse con una breve corsa, posandogli una mano sulla spalla.
“A cosa ti sarebbero serviti il mio amuleto ed il mio pugnale?”

“Ho fame.” si limitò a rispondere, asciutto.
Era profumata di magia; gli occhi socchiusi, evitò di voltare lo sguardo per non farsi indurre in tentazione dal pentacolo che, lo sentiva distintamente, le pendeva al collo.
“E sete. Possiamo andare?”

Annuì, indicandogli il corridoio e prendendo a camminargli al fianco, le unghie tintinnanti sull’elsa del pugnale, come fosse preda di chissà quale indecisione.
“Perché mi hai guarita?”

Non fermò il passo, dedicandole solo un’occhiata obliqua quanto fugace, prima di risponderle, lo sguardo di nuovo fisso dinnanzi a sè.
Ricerca, volontariamente, un tono grave, accentuato dalla voce roca e dalla laconicità cui il dolore che gli causa ogni sillaba lo invita.
“Per entrare sotto i tuoi vestiti.”
Un solo attimo di pausa, per tornare poi a parlare.
“E per sperare che il tuo innato senso di gratitudine ti spinga a lasciarmi fuggire da questo posto.”
Costringe le gambe, leggermente doloranti, ad aumentare appena l’andatura, ormai ansioso di arrivare lì dove lo stanno conducendo. Quale tortura hanno in mente, per continuare, dopo quell’orribile stanza?

“I vestiti possono essere scomodi, in alcune circostanze, e la gratitudine non è il sentimento giusto per indurmi ad aprire la porta d’uscita; la rabbia, forse.”
La lama del pugnale saetta davanti a lui con inaspettata rapidità.
“Non ho inteso se occorre ancora.”

Gli occhi che si assottigliarono, le labbra che si schiusero, la lingua che le ripassò, pur riarsa dalla sete. Tutti i segni di un affamato che guardi un succulento piatto di stufato si manifestarono, nell’arco di un attimo, sul volto dell’elfo, soppressi frettolosamente dalla volontà di non lasciar trasparire nulla.
Bah, un’allusione al sesso. Forse -e Belthil si trovò a dover sopprimere un sogghigno- crede di essere più saporita della libertà. Umani.
“No.”
Rispose a fatica, il Dono che gli fece contrarre dolorosamente lo stomaco; scivolò in un silenzio che, sperava, potesse essere interpretato come ostile. Aveva bisogno di concentrarsi, per tenere a freno il proprio bisogno di Potere; non poteva permettersi di dare, lui stesso, quell’arma ai suoi nemici.

Si strinse nelle spalle, riponendo l’arma nella sua custodia prima di tornare a guidarlo lungo i molti corridoi di quella che considerava la propria casa. Era evidente che qualcosa non andava e che il malessere che lo attanagliava dentro la stanza era svanito solo in parte, ma che altro avrebbe dovuto fare? Non era certo un’indovina.
***
La porta della sala comune era piccola e discreta come tutte le altre; un ipotetico nemico avrebbe avuto bisogno di una mappa dettagliata per riuscire ad individuare gli obiettivi veramente rilevanti in quell’intrico di cuniculi e di porte tutte uguali. Sembrava quasi un labirinto, un luogo in cui perdersi per l’eternità.
“Eccoci arrivati, mio diletto. Cerca di salutare compitamente e non farmi fare brutte figure, siamo intesi?”
Il sorriso che gli rivolse lasciava ampio margine all’estenazione della curiosità e dell’aspettativa che stava provando, tanto che non resistette all’idea di avvicinarglisi ancora, come non potesse impedirsi di giocare col fuoco, fermandosi solo un istante prima di scottarsi, le labbra vicine al suo orecchio.
“Grazie” modulò nella forma di un sussurro tanto curato da apparire quasi la formula di un incantesimo.

Si limitò ad annuire distrattamente, registrando con una parte della mente il brivido sottile che quei suoni, appena soffiati, gli avevano fatto nascere alla base del collo.
Poteva percepire da dov’era la pulsazione magica che si celava dietro quella porta; oggetti, libri, incantesimi. Magia. Potere. Nutrimento intimo e profondo che lo richiamava a sè.
Si morse la lingua per cercare, nel dolore, di recuperare il controllo.
Quando la porta fu aperta, tuttavia, la sensazione fu tanto forte da farlo barcollare per un attimo; distingueva, ora, le diverse aure, in multiformità colorata e variegata che gli ricordava, per somma, il Potere che lui era capace di racchiudere in sè.
Fame. Aveva fame, sì.
Del tutto incurante dell’aspetto della sala o delle azioni dei suoi occupanti, si limitò ad attendere.

Non occorse molto tempo prima che il Maestro si voltasse in loro direzione, rivolgendogli un caldo sorriso soddisfatto.
L’istante successivo aveva già battuto le mani per richiamare l’attenzione dei presenti.
“Prego, prego, entrate, vi stavamo aspettando.”

This entry was posted on Sabato, Aprile 14th, 2007 at 22:33 and is filed under giocate fantasy. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.