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Giochi pericolosi - Il morso del ragno (3 di 3)


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L’antro affondava le proprie radici nelle fredde viscere dell’isola, saturo dell’odore di roccia e di terra umida. Molti i cunicoli che ne tagliavano il percorso componendosi in un intrico di complicati passaggi, quasi un’informe ragnatela letale per chiunque vi si fosse avventurato. Talvolta ponti di un friabile aggregato di terra e di minerali collegavano due creste di roccia: grigie ali di strapiombi dei quali si poteva solo immaginare la profondità. Tunnel ciechi e alte pareti davano ospitalità a muschi, attorniati da una timida luminescenza colorata, ed a funghi le cui spore erano portatrici di morte. Ma ben peggiori nemici si trovavano in agguato nelle profondità dell’Underdark. Ovunque lo sguardo si fosse posato, dagli alti soffitti all’asperità della pavimentazione, avrebbe trovato pericoli da evitare o da affrontare, fin’anche nel cuore del sottosuolo dove si innalzava il primo piccolo insediamento del clan dell’Amyn. E il palazzo del suo sovrano. Lì, superando una coppia di statue molto elaborate, Verdiana varcò l’accesso al tempio di Lloth, luogo sacro di cui già nel pomeriggio era stata ospite. Quando la vide, il Valuk sollevò una mano dal bracciolo del proprio scranno, posto a fronte dell’altare, salutandola informalmente “Ben trovata maga, come stai?”. In risposta ebbe un sorriso appena accennato, oltre alla studiata noncuranza con cui l’lefa avanzò verso il trono: “A volte un bagno bollente e qualche essenza profumata possono far miracoli, signore dei drow”.
“Confidi di uscirne illesa?” la incalzò, cambiando bruscamente il corso della conversazione; ma se lo scopo era quello di accentuarne il nervosismo ben scarse furono le soddisfazioni che ne trasse: la calma mostrata da Verdiana non si increspò, il suo passo non ebbe incertezze e un caldo sorriso continuò a disegnarle le labbra “Non confido in nulla che non sia la mia magia”.
Si trovava a poche spanne ora e Gyro poté sussurrare senza timore di non essere udito “Penso dovresti confidare anche nella tua capacità di andare avanti nonostante due ostacoli… entrambi potenziamente letali”. Ed ecco comparire negli occhi della maga quel bagliore di distaccato sarcasmo, quel riflesso insolente che la rendeva così diversa dalla creatura angelica che tutti conoscevano. Gyro non avrebbe saputo dare una giusta definizione di quell’ambigua natura, ma certo non avrebbe rinunciato al piacere che provava nel portarla alla luce ogni volta che gliene si presentava l’occasione.
“Ti sei dato alla filosofia ultimamente?”
“No, ma non so se la tua magia ti sarà bastante” replicò il Valuk con fredda lucidità “Vogliamo riprovare?”.
La maga si inumidì le labbra, respirando a fondo “Riproviamo”.
Gyro si alzò, scendendo con fluidità i due gradini che facevano da base al proprio seggio, e raggiunse la maga sollevando l’indice tra i suoi occhi e quelli di lei “Un consiglio, stavolta copri subito il tuo pentacolo”. La mano si richiuse su se stessa distendendosi poi con gesto aggraziato per indicare l’altare.
L’elfa deglutì a vuoto voltando il capo verso la propria meta gremita di nere creature. Il suo sguardo era opaco e Gyro si trovò a sperare, per la sua vita, che avesse ascoltato il consiglio, ma la mente di Verdiana era persa tra i ricordi delle ultime ore: immersa nell’acqua fumante aveva pensato e ripensato all’immagine dei servitori della dea, rivivendo infinite volte il momento in cui si erano arrampicati sulla sua veste. Si illudeva, così, di potersi abituare a a quella sgradevole sensazione, cercando di soffocare l’istinto che la spingeva ad allontanarsene… ma solo ora si rendeva conto di quanto fosse difficile davanti a creature in carne ed ossa e non più frutto dei ricordi.
Si sfilò il pentacolo, avvicinandolo alle labbra prima di riporlo nella sacca di cuoio che portava legata alla vita. Un ultimo sguardo andò all’indirizzo del drow, che mai aveva smesso di osservarla, per poi tornare sull’altare. Approssimandosi all’ara scorse con maggiore chiarezza la sagoma dei ragni, in numero superiore rispetto a prima, tutt’ora disposti in cerchi concentrici e apparentemente addormentati. Quelli più esterni, più piccoli, sembravano quasi fremere pregustando l’incontro.
Il petto dell’elfa si sollevò in un profondo respiro mentre la mano raggiungeva la fibbia argentea del mantello: un ovale sbalzato in modo tale da far risaltare l’iniziale del suo nome. Dita affusolate fecero scattare la chiusura lasciando cadere al suolo il bianco drappo di tessuto.
Il fermaglio raggiuse il pavimento con un acuto tintinnio che riescheggiò lungamente nella sala prima di placarsi. Sotto al mantello gli abiti della maga apparivano entremamente differenti da quelli abituali: una cascata di capelli dorati le ricadeva sulle spalle, allargandosi come una luminosa ragnatela in contrasto con l’abito scuro.
Tum-tum-tum-tum. Il cuore accelerò i propri battiti, mentre la stessa mano che aveva liberato la fibbia si allungava verso l’altare.
I ragni della cerchia esterna si ersero sulle zampe rivolgendosi minacciosi verso la maga, ed uno di essi, forse infastidito dal cadere del mantello, saltò sulla mano protesa che subito Verdiana cercò di rilassare, nascondendo la propria repulsione e spingendosi un po’ più avanti nel suo lento avanzare in direzione del pentacolo. Intuendo un possibile pericolo parte dei ragni balzarono sulla sua veste risalendola rapidamente, mentre i compagni della cerchia interna, visibilmente più grossi, iniziarono a fremere. Il grande ragno centrale divaricò le sue spantose zampe,  ricoprendo interamente il pentacolo. Movimento accentuato dalle poche candele collocate ai piedi dell’altare, che  sembrarono irradiare con maggiore intensità  la loro luce livida, creando uno spettacolo a totale favore della maga, perché potesse vedere con maggiore chiarezza la moltitudine di ragni che si estendeva davanti a lei.
La creatura sulla sua mano rimase immobile per qualche istante prima di iniziare a muoversi, trasmettendole una sensazione di disgusto, come se stesse per morderla. Verdiana chiuse gli occhi, chinando la testa in avanti con l’illusione di poter trovare un attimo di respiro in quel quadro infernale, ma non appena le sue dita raggiunsero la prima cerchia, superandola, la seconda si destò come un tutt’uno, impedendole di proseguire, mentre ancora i ragni si muovevano sulla sua veste, puntando alla nuca. Un respiro profondo le attraversò il petto, una volta ed un’altra ancora, mentre con la coda dell’occhio osservava non i ragni posti sull’altare, non quelli che risalivano i suoi indumenti, ma il volto di colui che possedeva il favore della dea ragno. Gli sguardi si incrociarono e il Valuk cercò di restare immobile senza tuttavia riuscirvi, l’incertezza della situazione lo affascinava quasi più dell’incoscente coraggio della sua ospite.
I ragni ormai intrecciavano le proprie zampe nei capelli di lei, che poteva sentire le loro estremità ossute sulla nuca, sulla fronte, sul collo….
Quando uno di essi le zampettò sulla guancia Verdiana serrò la bocca trattenendo un grido che non sarebbe stato nè di paura nè di supplica, ma se non fosse stato soffocato ancor prima di esser nato forse avrebbe rassomigliato l’urlo di un folle. Spinta dalla fretta di portare a termine quanto era in corso, la mano si avvicinò ancora alla meta ma il ragno che vi era posato affondò con brutalità i propri denti nella carne bianca, rallentando la maga per l’ennesima volta. Le candele aumentarono improvvisamente la luminosità ed il grosso ragno centrale serrò le zampe impedendole finanche la vista dell’oggetto che proteggeva. Verdiana mise a tacere l’istinto di estrarre il proprio pentacolo e di chiedere l’aiuto del suo dio perché disintegrasse quelle creature una ad una, come aveva fatto quella stessa mattina quando un ragno aveva osato sfiorare la superficie del simbolo a lui sacro. Ma dalle conseguenze di  un gesto tanto avventato e tanto oltragioso nulla avrebbe potuto salvarla, ben lo sapeva. Le dita continuarono a muoversi in una danza lenta e continua, contrastando l’intorpidimento che le stava facendo perdere sempre maggiore sensibilità. Il suo volto si sollevò verso il simulacro di Lloth ed un sussurro tanto flebile da non essere udito neppure dal Valuk ne attraversò le labbra “Resisterò alla presenza dei tuoi servitori, come tu comandi… Concedimi quanto bramo… “.
I ragni si fermarono un attimo come soprappensiero, in attesa di nuovi ordini che solo loro potevano sentire, tranne il piccolo ragno iniziale che continuò a morderle la mano con avido accanimento.
Lentamente dall’aracnide centrale parve delinearsi un volto di donna dai contorni tanto sfumati da poter essere appena intuiti, e questo bastò per mozzare il fiato dei due elfi che mai si sarebbero attesi un tale evolversi degli eventi. Gyro, sospettando un’illusione, si inchinò con sommo rispetto continuando a guardarsi prudentemente attorno: se solo di inganno si fosse trattato allora in quella stessa stanza si stava celando un’altra presenza, un pericolo che andava individuato ed eliminato al più presto. Non voleva che la sua posizione all’interno del clan potesse essere messa in discussione, soprattutto da voci riguardanti la presenza di un’elfa chiara all’interno del suo palazzo: qualcuno avrebbe potuto pensare ad un suo ambiguo collegamento con il mondo di superficie, o peggio ancora avrebbe potuto individuare in quell’elfa dai capelli d’oro una debolezza da poter sfruttare a proprio vantaggio; se i suoi sensi non fossero stati tesi nella ricerca dell’intruso quel pensiero avrebbe potuto farlo scoppiare in una fragorosa risata, “un’elfa di superficie… semplicemente ridicolo”. Ma se fosse riuscito a individuare il suo misterioso ospite allora la situazione si sarebbe capovolta, far comparire una falsa immagine della dea, e per di più in uno dei suoi sacri templi, era un chiaro atto di blasfemia punibile con la morte. L’intera vicenda avrebbe persino potuto volgere a suo vantaggio liberandolo da uno dei suoi nemici o garantendogli un favorevole compromesso.
Molti passi davanti a lui Verdiana chiudeva e riapriva ripetutamente gli occhi, lottando contro il pulsare delle tempie e l’abbassarsi della vista dovuti al veleno iniettatole dal ragno. Probabilmente si sarebbe posta gli stessi dubbi del Valuk se l’immagine di quel volto avesse cessato di riecheggiarle nella testa, ma la confusione ne appannava la mente rendendo difficilmente controllabile tutto ciò che le accadeva attorno. Le sue condizioni peggioravano via via che passava il tempo e ben presto fu colta da un acuto senso di vertigine che la fece barcollare in avanti. Il braccio superò la seconda cerchia di ragni, fin’ora immobile, e nel medesimo istante le candele si spensero, fulminee, abbandonadola nel buio più completo. La maga scosse il capo chiedendosi perché la sottile vista elfica non le fosse venuta in aiuto, privandola così di ogni riferimento visivo: tutto ciò che percepiva era il terribile bruciore della mano, che continuava a dolerle senza tregua, e l’insinuarsi viscido e strisciante dei ragni tra i suoi capelli e nelle vesti; ma ben presto anche questa sensazione svanì, annullata da un velo di torpore che la avvolse spogliandola di ogni sensibilità. Mantenere la lucidità iniziò a costarle sempre maggiore fatica, ed anche i contorni dei pochi oggetti che poteva distinguere presero a sfocarsi con crescente frequenza; solo due piccoli puntini rossi, là dove si trovava il ragno più grande, mantennero la propria nitidezza brillando costantemente senza mai offuscarsi.
 “…Gyro?” “…anche tu mi hai lasciata da sola?”
“Avanza”
La risposta giunse con voce quasi tremante per l’emozione ma riuscì comunque a rassicurare la maga, ed un candido braccio si abbassò verso il pentacolo. Bastò quel gesto per far scomparire gli inquetanti rubini che l’avevano fissata per lungo tempo, annullati da una luce di impareggiabile intensità che la investì, accecandola, per poi colmare ogni angolo della caverna scolpita. Un’energia di mostruosa intensità si sprigionò dal centro dell’altare impedendo l’avanzare dell’elfa e spazzando via i ragni ancora sul piano dell’ara. Verdiana cercò di riparare i propri occhi con il dorso della mano, percependo al contempo un vento impetuoso che veniva ad allontanarle i capelli dal volto, tirandoli ed scarmigliandoli, quasi dissolvendo le creature nascoste in quegli intrichi dorati. Il mantello bianco, ancora ai suoi piedi, venne trascinato fin nel fondo della sala dove la parete di pietra fermò la sua corsa. L’energia non dava cenno di diminuire ed anzi aumentò, accompagnata da un’esplosione di luce che anche ad occhi chiusi deformava i pensieri dell’elfa e del Valuk. Un lampo abbacinante attraversò le loro menti costringendo Gyro a sorreggersi al trono tentando di resistere all’aggressione luminosa, ma non fece in tempo a riaversi che un boato percosse la sala facendo tremare le pareti di pietra. Ogni cosa venne scagliata via da una forza indescrivibile: il cappuccio del Valuk si abbassò strappandogli la corona dal capo, mentre il mantello sferzava l’aria alle sue spalle segnandogli la gola con la chiusura in adamantite.
La luce fu tanto aggressiva da farlo scivolare in ginocchio con le mani alla testa: gli sembrava di impazzire mentre quel bianco lucrore penetrava nel suo essere costringendolo ad una dura prova di volontà.
Verdiana venne sbalzata a molti metri dall’altare, trovandosi, senza sapere come, con la schiena appoggiata ad un’elaborata scultura in pietra, d’istinto tentò di muoversi ma uno spasimo di dolore si irradiò dal fianco sinistro facendola desistere. L’urto le aveva provocato una profonda ferita all’anca dalla quale il sangue prese a fluire copiossamente, impregnandone le vesti dove ben presto sarebbe spiccata un’umida figura più nera della stoffa stessa.
Riaprire gli occhi fu una tortura nonostante un buio vuoto e riposante fosse tornato ad avvolgere il tempio: chiazze biancastre si sovrapponevano agli oggetti e brevi schegge di dolore lampeggiavano dagli occhi fino alle tempie. Due deboli candele delineavano il profilo dello scarno arredamento, completamente spostato dall’energia poderosa che ora pareva sparita insieme ai ragni. Solitario, al centro dell’altare vi era ancora il pentacolo nero; ma Verdiana non se ne accorse subito, la pietra su cui era appoggiata era fredda sotto la sua pelle, ed il desiderio di chiudere gli occhi e non riaprirli per lungo tempo sembrò avere il sopravvento.
Era tanto stanca… e debole, non chiedeva altro che di dormire profondamente, persa in un sonno senza sogni. Fu la voce deformata del Valuk a ridestarla “Verdiana, come stai?”. Una smorfia tremante disegnò i lineamenti scuri mentre riusciva ad alzarsi solo grazie alla forza di volontà, lottando contro quella luce che ancora rimbombava nella sua mente. Si avvicinò con cautela, dimentico della corona persa chissà dove e del cappuccio: dopo anni il suo volto era nuovamente visibile a qualcun’altro.
Appena le palpebre si sollevarono, richiamate dalla domanda dell’elfo, gli occhi della maga misero a fuoco una piattaforma di marmo sgombra da ogni creatura animata, ed al suo centro era posato quanto lei voleva ottenere: il pentacolo nero. Si voltò lentamente verso il drow, osservandone per la prima volta il profilo. Il viso era bello come quello di tutti gli appartenenti alla sua razza, incorniciato da capelli morbidi e setosi che scendevano fino alle spalle. Sembravano brillare nell’oscurità, ed erano esattamente come lei aveva immaginato ogni volta che un ciuffetto ribelle sfuggiva al pesante cappuccio. “Come… come se non fossi qui, signore dei drow…”
“Ti ricordi.. che ragno ti ha morso?”
La maga non rispose ma osservò nuovamente l’altare con la coda dell’occhio “ho pagato il mio prezzo? Posso..avvicinarmi ora?”
“Credo di sì, ma ricordati che devi curare la ferita, è necessario annullare gli effetti del veleno o non uscirai di qui… non appena avrai preso il pentacolo”.
Verdiana annuì. Un freddo intenso si stava impossessando del suo corpo e la morsa della nausea le attanagliava lo stomaco, tanto che dovette chiamare a raccolta le sue ultime forze per staccarsi dall’appoggio che la sorreggeva ed avanzale verso l’altare: lì l’attendeva il pentacolo dell’Arcimago drow. Evitò di sollevare lo sguardo sul bassorilievo della dea, come se lei fosse davvero lì e potesse leggere i suoi pensieri attraverso il pozzo scuro dei suoi occhi.
Tornò sui suoi passi, con il simbolo arcano stretto nella mano illesa tanto da far sbiancare i polpastrelli che lo cingevano “Ho ciò che volevo”
“Ora sta a te tenerlo, fin quando Lloth vorrà…” annuì il valuk, ottenendo in risposta un enigmatico sorriso. “Lloth non è la mia dea”, così avrebbe voluto rispondere l’alta, eppure tacque perché questo le suggerivano le sue seppur sopite facoltà mentali. Quasi prevedendone la risposta il Valuk la raggiunse, ed il suo susurro si confuse con l’eco dei passi “Almeno se vuoi tenerlo senza subirne la letale protezione. Ed ora mostrami la ferita.”, ma la maga ritrasse la mano dolorante “Allontaniamoci da qui, per favore…”.
“Devi curarti prima che il veleno prenda il sopravvento, o preferisci restare qui per l’eternità, ricordata come colei che morì vittoriosa?”
“Ho l’erba adatta nel cassetto del mio scrittoio…nel primo dei suoi cassetti… Mi sono informata per tempo, signore dei drow, non sono così incauta come tutto questo potrebbe far pensare”.
“Meglio…” Sorrise per quanto gli era possibile, ma la maga non udì le sue parole. Socchiuse gli occhi, barcollando appena, prima che i contorni dell’ambiente circostante si confondessero, mescolandosi l’uno all’altro in un vortice dal quale non riescì più a risalire. Una volta svegliatasi ricorderà solo un innaturale calore salire dalla mano ferita ed il buio avvolgerla con il suo morbido manto.
Sarebbe caduta al suolo, svenuta, se Gyro non l’avesse sollevata fino a prenderla in  braccio. Era leggera più di quanto si fosse immaginato e non ebbe difficoltà a sfilarle delicatamente il pentacolo dalle mani, riponendolo nella propria sacca, e neppure a coprirla con il suo candido mantello dopo averlo raccolto da terra.
Mentre in superficie il cielo si tingeva dei colori del tramonto nelle profondità dell’isola una figura si allontanava dal tempio di Lloth, dirigendosi velocemente verso la Torre dell’Alta Stregoneria dimentico anche della corona abbandonata a qualche metro dal trono…

This entry was posted on Venerdì, Gennaio 26th, 2007 at 14:39 and is filed under Frammenti, giochi pericolosi. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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